Quando cominciai a frequentare le scuole medie decisi che avrei voluto imparare a suonare la chitarra. Mamma e babbo me ne comprarono una, così potei iniziare le lezioni dai Salesiani con Don Vanzetto.
Ormai ero grande e mi muovevo da sola, andando a piedi da Campolungo fino in Sant’Agostino. Sempre in Sant’Agostino, in un campetto di cemento circondato da muri giallognoli, giocavo a basket con altre ragazzine della mia età, allenate da Paolo Pratelli. Non ricordo chi fossero, a parte una che era stata alle elementari con me e con cui ci si litigava il ruolo di playmaker.
La stanzetta delle lezioni di chitarra affacciava sulla corte interna del seminario. Don Vanzetto sedeva alla mia destra e mi insegnava come tenere le dita sulle corde per formare gli accordi.
A me sembrava una magia. Pian piano uscivano i suoni e diventavano melodie.
La canzone del sole, di Battisti, era la rampa di lancio per gli aspiranti chitarristi. Sulla ripetizione infinita di la-mi-re-mi andava avanti tutto il pezzo. Ma intanto si imparava a cambiare gli accordi con la mano sinistra e a segnare il ritmo con la destra.
La chitarra mi appassionava molto più della pallacanestro, tanto che smisi di giocare ma continuai a suonare.
In quegli anni c’erano delle ragazze e dei ragazzi più grandi di me che si alternavano nel complesso della parrocchia. Si esibivano nelle manifestazioni che si tenevano al teatro di Sant’Agostino.
Tra i musicisti c’era una ragazza molto alta con un gran cesto di ricci neri che per me era un mito. La vedevo passare quando seguivo le mie lezioni. Più volte avevo assistito a serate in cui lei suonava. Bravissima, sicura di sé. Praticamente irraggiungibile.
La guardavo e avrei tanto voluto essere come lei, ma non avevo nemmeno il coraggio di rivolgerle la parola.
Un giorno, credo che mancasse qualcuno dei soliti, Don Vanzetto mi disse che quel sabato sarei salita io sul palco. A volte accadono cose cosi, anche se non te le aspetti. Avrei suonato la chitarra elettrica. Per l’occasione imparai Alla fiera dell’est di Branduardi.
Mi rivedo in pantaloni e maglietta bianchi, quasi una divisa, mentre suono in piedi con la chitarra a tracolla.
Al basso c’era la ragazza con i capelli ricci neri, con la quale avevo parlato durante le prove ed era stato più facile di quanto avessi immaginato.
Il gruppo della parrocchia aveva un nome che però non ricordo.
Stranamente non ho nemmeno una foto di quella esibizione, come se salire sul palco a tredici anni con una chitarra in braccio, fosse la cosa più normale del mondo.
A scuola poi, la prof di italiano mi chiese di suonare Giochi proibiti alla recita di fine anno. Sapevo che una delle ragazze più grandi la sapeva fare e le chiesi se poteva insegnarmela. Anche lei era una delle inarrivabili ma sorprendentemente mi disse di sì. Per qualche settimana andai a casa sua di pomeriggio a imparare i vari passaggi, finché non l’ebbi imparata tutta, accordi e arpeggio.
Al saggio di terza media il pezzo mi venne benissimo e continuai a suonarlo negli anni a venire. Finché, alla festa dei diciott’anni, per i quali babbo e mamma mi avevano regalato una chitarra nuova, non venne un gruppo di giovani delinquenti che spaccarono un bel po’ di cose, compreso il mio strumento nuovo.
Ma questa è decisamente un’altra storia.
La mia chitarra
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Il regalo di Natale
Quando vivevo a Belluno, a un certo punto, cominciai a patire la mia condizione di toscana fuori regione. Stavo in Veneto e avrei voluto essere in Toscana, quando tornavo a casa in pochi giorni dovevo fare talmente tante cose fra le visite a più amici e parenti possibili che quando tornavo su mi sentivo quasi riavere.
Insomma, soffrivo di una sorta di schizofrenia geografica. In più, la situazione lavorativa molto pesante, anche dal punto di vista umano, mi portava ad idealizzare qualsiasi cosa al di fuori di quella provincia, ancor più se aveva l’acca aspirata.
In quel periodo cominciai a notare un’incredibile presenza toscana a Belluno, in special modo nei posti chiave delle istituzioni. Il presidente del tribunale era di Follonica, la presidente dell’Ordine degli Avvocati di Pistoia, il dirigente della Digos veniva da Figline Valdarno, il capitano dei Carabinieri di Cortina da Firenze. Poi avevamo un avvocato bellunese ma nato e cresciuto a Firenze, che aveva conservato con orgoglio la parlata toscana, un’altra avvocata fiorentina, sorella di un magistrato e zia del sindaco di Belluno. Il dirigente amministrativo della questura era di Siena. Poi c’ero io come giornalista di una testata e un collega di Livorno in quella concorrente. Non solo, a un certo punto scoprii anche che la mia anziana vicina di casa scrittrice di gialli per ragazzi, originaria dell’Umbria, aveva vissuto per quasi una vita a Siena. Poi c’era una coppia di medici pisani, un ex finanziere anch’egli di Pisa, un posturologo della Lucchesia, un informatore farmaceutico fiorentino, un artista, una lavoratrice della scuola di Piombino, il socio titolare di un bar del centro, che veniva da Grosseto, e la mia amica del cuore, nata a Belluno ma cresciuta a Lucca.
Con la mia passione per l’insiemistica decisi di raggruppare in un’associazione tutti i toscani che vivevano nel Bellunese. Venne fuori un bel gruppo. Ci ritrovavamo a cena per Natale, d’estate facevamo una festa all’aperto in montagna con la grigliata. Cucinavamo le nostre ricette, la ribollita, i crostini di fegatini. Una volta arrivarono dei tortelli maremmani direttamente da un pastificio di Grosseto.
Il posturologo si offriva di fare le panzanelle, che scoprimmo essere pasta da pizza fritta, quelle che chiamiamo donzelle o zonzelle.
Insomma a un certo punto si era più di sessanta.
Un anno, uno degli anni orribili vissuti tra giornate di dieci ore minimo di lavoro serrato e continui mal di testa, per la cena di Natale dei toscani pensammo di fare un regalino a tutti i partecipanti. Una cosa piccola, giusto un pensierino. Ai tempi c’erano ancora i negozi tutto a un euro. Ce n’era uno anche in centro a Belluno. Con il mio amico barista, nonché segretario dell’associazione di cui io ero la presidente, andammo a cercare qualcosa.
Trovammo delle candeline rosse in piccoli contenitori dorati di varie forme, stella, conchiglia, albero di Natale.
Alla cena furono consegnate come segnaposto ad ogni partecipante. Alla fine però ne avanzarono quasi dieci.
Una sera, prima di partire per le vacanze in Toscana, mi ritrovai in redazione da sola per il turno di notte.
In quel periodo il lavoro era particolarmente pesante e i rapporti con i colleghi molto dolorosi. Sembrava che una maledizione aleggiasse su quell’ufficio, distorcendo le intenzioni e i significati delle parole, complicando relazioni già difficili e appesantendo ancor più situazioni di per sé molto impegnative.
Tutto questo mi faceva sentire triste e disperata perché io a quelle persone volevo bene. Ma questo non bastava a salvarmi dai malintesi né a rendere le mie giornate più serene.
A un certo punto mi venne un’idea. Aprii il cassetto della scrivania dove avevo messo le candeline avanzate. Pensando al muro di incomprensioni e alle tante sofferenze inutili mi venne da piangere. Potevo anche evitare di rinchiudermi in bagno, come ero costretta a fare di solito, tanto in quella situazione non mi vedeva nessuno.
Con il sacchettino di carta in una mano e il sale delle lacrime sulle labbra, cominciai a girare da una scrivania all’altra, lasciando una candelina di Natale davanti a ogni computer. Fu una dichiarazione silenziosa ma piena di affetto.
A mezzanotte spensi le stampanti e i computer, girai la chiave nella porta e mi incamminai verso casa, pronta a partire la mattina dopo senza aver salutato nessuno.
Qualche tempo dopo un collega indicandomi la candelina davanti al suo computer mi disse.
- Di questa sai niente? È un mistero, ce le siamo ritrovate tutti e nessuno sa chi le abbia portate.
Io sorrisi ma non dissi nulla, nemmeno allora.
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Nonna Armida e le mie lentiggini
Quando ero piccola mamma e babbo mi lasciavano spesso a casa di nonna Libe, in Colle alta. Paola invece andava da nonna Armida, a Castiglioni.
Ogni volta che tornava a casa ce ne raccontava una.
Un giorno, mentre nonna chiedeva di passarle il pennato, Paola si guardava intorno spaesata senza capire di che cosa stesse parlando.
- Ma che c’andate a fa’ a scuola se un v’insegnano nulla, diceva allora nonna spazientita.
Un’altra volta nonna cercava una gallina che mancava alla sua conta.
Paola le rispose soavemente:
- L’ho vista passare, giocava a rincorrersi con il cane.
Anche a me ogni tanto mi toccava andare da nonna Armida, ma non ne ero mai troppo entusiasta. Sia perché nonna stava tutto il giorno a lavorare nel campo e a dar da mangiare agli animali, sia perché aveva un carattere brusco, brontolava sempre e non le andava mai bene niente.
Ogni tanto ci si divertiva anche, però. Come quando mi faceva salire su un fico con la scala e da sotto, mostrando il paniere, mi diceva. Bel bambino, mi allunghi un fichino con il tuo manino?
Ma erano episodi abbastanza rari.
A un certo punto, per esempio, cominciò a prendersela con le mie lentiggini. Sembrava allora che trovare il modo di toglierle fosse diventato l’unico scopo della sua vita.
Chiedendo in giro aveva raccolto diversi metodi, tutti fantasiosi, per risolvere quello che lei riteneva essere un mio grosso problema.
Naturalmente si guardava bene dal consultarsi con gli altri familiari, tipo sua figlia che era anche la mia mamma, sapendo bene che l’avrebbero stoppata sul nascere.
Forse non era nemmeno un comportamento del tutto ragionato. D’altra parte lei era così, una contadina furba che pensava sempre di farla franca quando gli altri non la vedevano.
Poi, quando zio e zia tornavano a casa e trovavano il frigorifero dipinto di rosa o il caminetto arancione, la brontolavano. Ma lei alla fine era sempre convinta che fossero gli altri a sbagliare e andava avanti per la sua strada.
Tra i rimedi che qualcuno le aveva suggerito per sbarazzarsi delle mie lentiggini ce n’era uno che garantivano come definitivo. La pipì di cavallo.
Io le avevo detto che mi faceva schifo solo pensare di fare un bagno nella pipì di un cavallo, ma lei insisteva che per levare tutta quella semola (le mie lentiggini) bisognava farlo.
Io sinceramente non capivo che problema ci fosse con la mia pelle e intanto mi consolavo con il fatto che né la mia famiglia, né altri conoscenti, avessero dei cavalli a cui chiedere la preziosa donazione.
Purtroppo però all’epoca a Colle c’erano un bel po’ di cavalli nel campetto sotto alla piscina Olimpia. Nonna decise quindi che avrebbe chiesto a chi li badava di metterle da parte il miracoloso liquido.
Io ero divisa tra l’orribile sensazione che avrei dovuto sperimentare lavandomi con l’urina ippica e la speranza di veder sparire dalla mia pelle quelle inutili macchioline che, a furia di venire criticate da nonna, mi erano anche venute a noia.
In ogni caso ogni volta che mi toccava andare da nonna Armida avevo sempre il terrore che tirasse fuori un bottiglione di liquido giallo con il quale mi sarei dovuta lavare.
Un giorno eravamo a casa da sole e lei arrivò in cucina con un barattolo bianco di crema per il corpo. Mi disse, vieni qui che te la passo sui bracci e sulla schiena. Questa vedrai che te la manda via la semola.
Insomma, alla fine non mi era andata troppo male.
Crema contro pipì di cavallo. Non avrei potuto chiedere di meglio.
Il pomeriggio trascorse con le solite cose. La merenda, i giornalini, la televisione.
Solo che ogni tanto arrivava nonna con quel barattolo tondo e bianco in mano, svitava il coperchio e mi spalmava ditate di crema di qua e di là.
La sera poi mamma mi venne a riprendere e sembrava come se non fosse successo niente.
Il giorno dopo invece arrivò la telefonata di zia Carla che svelò a mamma l’ultima trovata di nonna Armida.
Zia era fuori di sé. Quella crema gliel’aveva segnata un dermatologo e sicuramente non per eliminare le mie lentiggini.
Mamma era fuori di sé.
- Che ti ha fatto nonna, ieri? mi disse precipitandosi su di me come un falco.
- Boh, le solite cose…
- Pensaci bene Simona. È vero che ti ha spalmato la crema di zia Carla?
- Ah sì, mi voleva togliere le lentiggini. Meno male non aveva trovato la pipì di cavallo.
Tra mamma e zia era tutto un urlare: ora basta, Armida non può fare sempre di testa sua e via dicendo.
Nonna credo che abbia fatto come sempre. Cioè, se l’è fatta entrare da un orecchio e uscire dall’altro. Per poi continuare a fare di testa sua.
Io ancora ringrazio per il pericolo scampato.
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Gastone (2)
Appena Gastone si trasferì stabilmente da noi, si resero necessari due passaggi: toilette e veterinario.
Dopo il bagno Gastone non sembrava più lui. Gli era esplosa una quantità di pelo lungo, brillante e ondulato del tutto inimmaginabile. Fino ad allora il pelo sembrava corto, mi spiegò Mariagrazia, la toelettatrice di Spugna, perché era compresso in una specie di fango solidificato da chissà quanto.
Il veterinario invece sentenziò che Gastone doveva avere sui tre anni e mezzo ed era anche abbastanza sano. Di sicuro non aveva avuto una vita facile. Lo testimoniavano tutte quelle cicatrici sul muso e su altre parti del corpo e le isolette di peli bianchi che spuntavano nel manto fulvo. La cosa più impressionante però erano le unghie, consumate quasi del tutto, come se, disse il veterinario, avesse dovuto scavare chissà per quanto per fuggire da chissà dove.
Al canile, mentre riempivo i fogli per l’adozione, scoprii che a Gastone non era stato dato un nome, nemmeno provvisorio. Quando raccontai che a casa Gastone saliva sul muretto e abbaiava con una voce rauca e bassa scoprii anche che nessuno lo aveva sentito mai abbaiare in tutti i mesi che era rimasto chiuso in quella gabbia.
Poi ci fu il cambiamento di mamma. Lei che fino ad allora si era opposta con tutte le sue forze all’ingresso di Gastone in famiglia, all’improvviso ne diventò la principale sostenitrice, convinta com’era di essere la sua preferita perché gli preparava la pappa.
Io lo avvisavo: Gastone non ti fidare, è lei quella che ti ha rimandato al canile e che non ti voleva a casa.
Ma lui, ingenuo e pieno di riconoscenza, ci cascava sempre.
Al primo calore di Vanessa, mamma si trasferì nel mio appartamento con Gastone, perché restassero separati. Ma non fu affatto facile. Così al calore successivo decisero di portare Gastone da me a Belluno.
In quel periodo vivevo in una porzione di palazzo Miari Fulcis in pieno centro. Con mamma decidemmo che lei avrebbe dormito al Centro Diocesano mentre Gastone sarebbe rimasto in casa con me. La prima sera però io avevo il turno di chiusura al giornale e sarei tornata dal lavoro dopo mezzanotte. Mamma invece doveva andare via prima che il Centro chiudesse verso le dieci e mezzo, undici. Così Gastone rimase a casa solo per un’oretta. Mamma pensò che si sarebbe annoiato e lasciò luce e tv accese per lui. Quando aprii la porta sentii dei rumori strani, come dei gemiti. In salotto c’era Gastone accucciato sul suo cuscino davanti alla tv che trasmetteva i programmi pornografici notturni.
Quando mamma tornò in Toscana dovetti gestire da sola le necessità di Gastone. Al mattino, appena sveglia, lo portavo a fare la prima passeggiata del giorno. Per l’intervallo del pranzo mi preparavo un panino che mangiavo su una panchina. La sera poi, appena rientravo, si partiva con un’altra giratina.
Per certi versi poteva sembrare impegnativo, però era anche divertente, oltre che salutare. Tra l’altro a Belluno, pur abitando in pieno centro storico, bastava attraversare piazza Duomo e prendere le scale dietro al Comune, per arrivare in campagna in pochi minuti, verso Castion o lungo il Piave.
In poco tempo Gastone era diventato una vera attrazione in città e quando passavamo per il centro raccoglieva un sacco di complimenti, che lui accettava abbassando il testone e facendoselo accarezzare.
Un giorno con un’amica andammo a Erto e Casso, sopra la diga del Vajont, a fare un giro. Portammo anche Gastone. Aveva nevicato da poco e il terreno in pendenza lungo i tornanti era tutto bianco. Prima di arrivare al paese ci fermammo. Fu allora che Gastone scoprì la neve.
Cominciò a saltare eccitato lungo i pendii innevati, arrampicandosi e lasciandosi scivolare come un bambino sullo slittino. Sembrava impazzito, con quelle capriole e le sdrusciate di schiena. Peccato non avere un filmino di tutta quella gioia.
Poi arrivò il momento di riportare Gastone in Toscana e per Vanessa di subire un intervento di sterilizzazione.
Io continuavo a vivere a Belluno e i cani li vedevo quando tornavo a casa. Allora facevamo lunghe passeggiate per i campi e le colline circostanti. Vanessa conduceva con lo sguardo dritto davanti a sé e Gastone le girava intorno come un perfetto innamorato, saltellando mentre le zampe posteriori andavano una in qua e una in là.
Ogni tanto uno dei due, più spesso Vanessa, prendeva un forasacco e bisognava correre dal veterinario. Vanessa prese anche la leishmaniosi, dalla quale guarì miracolosamente tenuta su a forza di fettine di prosciutto cotto.
Gastone invece sembrava avere meno problemi. Finché non iniziò a stare male e ad avere difficoltà a muoversi. Babbo per portarlo fuori all’aria aperta aveva preparato una specie di zatterina con le ruote. Gastone ci si accucciava sopra e loro lo tiravano.
Nessuno mai capì di che cosa soffrisse Gastone.
Un mattino, verso Pasqua, mamma si alzò e lo trovò ormai morto.
Aveva fatto tutto in silenzio, senza disturbare. Sempre grato com’era per la nuova vita che gli avevamo regalato.
(2-fine)
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Gastone
Con Gastone funzionava così. Dopo che la mia amica mi aveva avvisato che al canile avevano questo setter irlandese bellissimo, ero andata a vederlo e mi ero subito innamorata.
Gastone stava in un recinto insieme ad altri cani. Era tutto rincantucciato in un catino di plastica azzurra da bucato e sembrava non accorgersi di niente.
Era lì da tre mesi, da quando era stato catturato insieme ad altri due cani, mentre vagava nei boschi di Radicondoli.
Chiesi se potevo prendermene cura facendogli fare qualche giro intorno al canile.
Di portarlo a casa non se ne parlava.
Mamma era stata chiara. C’era già Vanessa, che bastava e avanzava.
Mi fu dato il permesso. Così cominciai ad andare ogni tanto al canile.
Il volontario di turno entrava nella gabbia, metteva il guinzaglio al collo di Gastone e lo portava fuori. Io lo prendevo, uscivo dal canile e passeggiavo con lui nei campi.
Lui camminava guardando dritto davanti a sé, chiuso in un mondo tutto suo. Non reagiva a niente, nemmeno alle carezze.
La volta dopo mi portai dietro qualche biscotto. Gastone lo mangiò e continuò a guardare dritto davanti a sé.
Una volta invece Gastone si girò quando lo chiamai per dargli il biscotto e mi guardò negli occhi.
Fu un’emozione fortissima. Era un inizio.
Gastone cambiò subito il modo di camminare, si fece più sciolto e rilassato. Poco a poco cominciò anche a scodinzolare.
Decisi che era arrivato il momento di portarlo a casa, anche solo dalla mattina alla sera.
Al canile furono d’accordo.
Lo feci salire sul posto del passeggero della spider rossa, raccomandandomi che stesse ben raggomitolato e senza alzare la testa. Andò bene.
Quando arrivammo a casa mamma disse che non voleva un altro cane e che avrei dovuto riportarlo subito al canile.
Gli preparai la pappa. Gastone mangiò tutto, poi cominciò a saltellare e a strusciare la testa sulla mia pancia.
- È un segno di ringraziamento, disse mamma.
Scoppiai a piangere.
La sera lo riportai al canile.
Questa storia andò avanti per un po’. Appena potevo andavo a prendere Gastone, lo facevo salire in macchina e lo portavo a casa per un giorno.
Vanessa, l’altro setter irlandese che all’epoca aveva cinque anni, non sembrava affatto contenta di avere un amico. Temeva di perdere i suoi privilegi. Quando uscivamo non cedeva mai il passo a Gastone, col risultato che sbatacchiavano entrambi su un lato diverso della porta. Gastone correva per la gioia di uscire, Vanessa per non farsi superare.
Gastone adorava Vanessa e quando lei si stendeva sul divano con posa aristocratica, lui si stendeva ai suoi piedi e la guardava di sotto in su, con lo sguardo implorante.
Babbo ormai aveva cambiato idea sul fatto di tenere un cane a casa. Appena tornati in campagna era contrario. Ma poi c’era stato Iadi, il pastore tedesco, dopo era arrivato Taro, il siberian husky, e ora Vanessa. Per lui avere anche Gastone non cambiava niente. Anzi.
Mamma invece continuava ad opporsi.
Quell’anno le vacanze di Pasqua, tra ponti e weekend, si allungarono fino al Primo Maggio. Gastone le passò tutte a casa con noi, senza mai tornare al canile.
Ormai, pensavo, è fatta.
Invece mamma tornò alla carica e disse che lo dovevo riportare, prima che si abituasse e diventasse tutto troppo difficile.
Quando riconsegnai Gastone al canile, lo misero in una gabbia di decompressione, da solo, per farlo riabituare alla prigionia.
Lui rimase in piedi, un po’ traballante sulle zampe larghe, con lo sguardo fisso davanti a sé.
Io ero disperata. Tra le lacrime gli dicevo di stare tranquillo, che sarei tornata a prenderlo.
Lui aveva la bocca socchiusa con un filo di bava che scendeva giù.
Una volta a casa telefonai al canile per sentire come stava.
Era sempre come prima.
Babbo continuò a telefonare per tutto il giorno. Gastone, ci dicevano, era lì, in piedi nella gabbia, come pietrificato, con il filo di bava.
Il giorno dopo mi alzai presto e uscii. Non ci fu bisogno di dire a nessuno dove andavo e a fare che.
(1 – continua)
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Il mio primo concerto rock
Il 23 maggio 1981 mancavano ancora centocinquanta giorni al compimento dei miei diciotto anni. Nonostante questo, babbo e mamma mi dettero il permesso di andare da sola a un concerto rock a Firenze. Non ricordo perché mi ero tanto fissata con i Clash, che credo nemmeno conoscevo all’epoca. Probabilmente ne avevo sentito parlare da quelli più grandi in piazza. O forse il concerto era pubblicizzato su Radio Centofiori, che ascoltavo tutti i pomeriggi dopo la scuola.
In ogni caso, nella settimana precedente all’evento persi completamente l’appetito. Ero felicissima di fare questa esperienza e felice anche che i miei non me l’avessero negata. Però di fatto la mia gioia fu sopraffatta da un’emozione fortissima, difficilmente definibile, che mi impediva di mangiare. Avevo lo stomaco chiuso.
Al concerto sarei andata con il Bighe, un ragazzo di due anni più grande, del quale i miei si fidavano.
Il giorno fatidico, un sabato, partimmo da Colle sulla due cavalli verde del Bighe.
Non facemmo in tempo ad arrivare sul Ponte dell’Armi che il Bighe stoppò la macchina. Sul bordo della strada c’era un tizio con un giubbotto di pelle nera che faceva l’autostop.
Io non mi sarei mai fermata.
Il Bighe invece lo conosceva. Venne fuori che il tizio andava a Firenze al concerto dei Clash. Salì con noi. Si chiamava Pise.
Al concerto era stata riservata solo una curva dello stadio in Campo di Marte, dove diverse centinaia di scalmanati stavano tutti pigiati. Fu chiaro fin da subito che io, piccola com’ero, non avrei visto nulla se fossi rimasta con i piedi per terra. Non solo.
Avrei anche rischiato di rimanere schiacciata dalla folla che ondeggiava e saltava a un ritmo forsennato.
Il Bighe mi prese a cavalluccio. E lì, accucciata sulle sue spalle, rimasi per tutta la durata del concerto, mentre i fan tiravano sul palco lattine, bottigliette e chissà che.
Dopo quarant’anni si ricorda ancora la fatica di tenermi tutte quelle ore sulle spalle. Fortuna che lui era giovane e forte e io all’epoca pesavo solo quarantacinque chili.
Quel concerto comunque fu uno schianto.
Davanti ai miei occhi di liceale colligiana diciassettenne, si aprì all’improvviso un mondo di punk, di musica forte, sgangherata, di cantanti ruvidi e chitarre dal suono distorto.
Le prime note che sentimmo furono quelle del Buono il Brutto e il Cattivo, di Ennio Morricone. Poi esplose London Calling. Sul palco, dietro a Joe Strummer, Paul Simonon, Mick Jones e Nick Headon, scorrevano le immagini violente della rivoluzione sandinista, quella che in Nicaragua aveva destituito il presidente Anastasio Somoza.
Io non ne sapevo niente. Dopo il concerto però cominciai ad informarmi e a cercare di capirne di più.
Fu una serata piena di tante cose. Le ore passarono in un lampo, tra le immagini, la musica, i salti del pubblico. Io, al sicuro sulle spalle del Bighe, non rimasi schiacciata dalla folla e riuscii a non farmi colpire nemmeno da una lattina. Fu lui a dire il vero a scegliere di stare più dietro possibile.
Se ci fossimo avvicinati al palco sarebbe stato peggio.
Insomma, alla fine andò alla grande.
Anche perché poi come sarebbe dovuta andare? Eravamo giovani, negli anni Ottanta, e potevamo fare di tutto, bastava solo pensarlo.
Al ritorno il Pise era ancora con noi. Dalle cose che disse del concerto, capii che era uno che di musica ci capiva. E infatti venne fuori che suonava la chitarra ed era anche parecchio bravo.
Dopo il concerto e tutta quella gente strana, mi sembrò meno strano anche lui. E infatti da allora diventammo amici.
Del Bighe invece ricordo un altro episodio, sempre legato a un concerto, che avvenne parecchi anni dopo la serata dei Clash.
Quella volta eravamo a Certaldo, forse all’Ypsilon, dove c’era un concertaccio punk. A un tratto cominciarono tutti a pogare violentemente e io, che non me l’aspettavo, fui spintonata di brutto. Schizzai come un proiettile contro una cassa sotto al palco senza riuscire a fermarmi. Mi bloccò il Bighe, che chissà come era proprio su quella traiettoria.
Così mi salvò dalla violenza punk per la seconda volta.
Dopo il concerto di Firenze finalmente mi passò l’agitazione e ricominciai a mangiare. Credo che all’epoca però non mi rendessi nemmeno conto che avevo partecipato ad un evento storico, non solo per l’esibizione di un gruppo strabiliante, ma anche perché eravamo all’inizio di un’epoca fantastica di musica, concerti e tutto il resto.
Soprattutto, perché noi, chi più chi meno, avevamo tutti vent’anni.
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La Mazda rossa
Nei primi mesi del Duemila comprai la macchina dei miei sogni. Era una cabrio rossa, con tettuccio nero e fari a palpebra, usata. Avevo trovato questa occasione grazie alla segnalazione di un’amica.
In quel periodo però il lavoro vacillava e non avevo i soldi sufficienti. Mamma si rifiutò di prestarmeli, per lei si trattava di un acquisto del tutto inutile.
Babbo invece disse, ti aiuto io; ti capisco, avrei sempre voluto una macchinina così.
Così portai a casa la Mazda Mx5 1800 rossa fiammante e mentre babbo la guardava ammirato perdendosi nelle rifiniture, mamma sbraitava contro una figlia che viveva al di sopra delle sue possibilità.
Quando andai dal rivenditore a concludere l’acquisto non la finiva più di congratularsi.
- Ora però la deve provare.
Io ero pietrificata. Era una macchina troppo bella per guidarla, avrei quasi preferito farmela trasportare fino a casa per avere tutto il tempo di conoscerla e imparare a guidarla.
Il signore prese le chiavi e si mise dietro al volante. Io, in preda all’emozione, mi sedetti al suo fianco.
Partì.
La concessionaria era già vicina alla campagna. Non ci volle niente ad infilarsi nelle strade secondarie che passavano in mezzo a campi e boschi. La giornata era bella, da poco si era in primavera e l’aria frizzava in mezzo alla natura nel pieno del risveglio.
Era bellissimo sentire il vento che scompigliava i capelli.
Il tizio però guidava sempre più forte e io morivo dalla paura.
- Va bene, va bene, ho visto. Ora rientriamo per favore.
- Voglio insegnarle la guida sportiva. Una macchina così non si guida come tutte le altre. Vede? In curva si accelera. Sente come stanno attaccate alla strada le gomme? Questa macchina è un compasso.
E intanto accelerava e accelerava. E io sudavo freddo, anzi ghiacciato.
Può darsi che alla fine abbia accettato di guidare un po’ anch’io, ma sinceramente non credo, da come mi tremavano le gambe. Di sicuro però per tornare a casa dovetti mettermi dietro al volante.
Durante l’estate andai a lavorare a Pordenone. In macchina c’entrava poca roba, per cui dovetti spedirmi scatoloni di vestiti per posta.
La tipa con cui coabitai per pochi mesi sembrava un po’ scocciata dalla mia macchina e non voleva darmi soddisfazione.
- Non è mica la prima volta che vedo una cabrio, sai. Un amico ha la Golf scoperta e ci sono salita un sacco di volte.
Io facevo finta di niente e la scarrozzavo di qua e di là. Finché cominciò a trovare la scusa del mal di testa.
Poi capitò che al giornale mi dessero un intero weekend di festa e io, per non dover passare tutto il tempo con lei, andai alle terme di Montegrotto. Una mattina, uscendo dal posteggio, sentii un gran botto. Scesi subito per controllare se avevo sbattuto contro qualcosa, ma la parte posteriore della macchina era perfetta. Mi accorsi dopo che, facendo retromarcia, avevo sbattuto la parte anteriore destra contro un pilone. Un vero disastro.
Per fortuna di lì a poco sarei tornata a casa e avrei fatto rimettere a posto la carrozzeria. Nel frattempo feci di tutto perché la coinquilina non si accorgesse del danno, tanto per toglierle una possibilità di gioire sulle mie disgrazie.
Nel periodo della Mazda, grazie sempre alla stessa amica, ci fu anche l’innamoramento con Gastone.
Un giorno mi chiamò, mentre faceva la volontaria al canile e mi disse che da loro c’era un setter irlandese bellissimo.
- Devi venire a vederlo.
A casa avevamo già Vanessa, della stessa razza, per cui cominciai a cullare l’idea di prendere anche lui. Ipotesi alla quale mamma si oppose fermamente.
Gastone però cominciò a venire a casa ogni tanto. Lo facevo sistemare sul sedile del passeggero della Mazda e poi partivo, pregando dentro di me di non incontrare vigili carabinieri e simili e sperando che rimanesse giù accucciato senza alzare la testa.
Ci andò sempre bene.
Alla fine Gastone rimase a casa nostra e mamma ebbe da ridire per anche per il cane, oltre che per il fatto che io continuavo a vivere al di sopra delle mie possibilità.
Anche su questo facevo finta di nulla, salvo riderci con gli amici che mi prendevano in giro ripetendo la frase di mamma per scherzarci un po’ su.
Una volta con una collega partimmo da Firenze con la Mazda alla volta dei colli del Prosecco per organizzare un evento giornalistico. Lei era convinta che non ci saremmo mai entrate in due con i bagagli. Ma io legai il mio trolley al portapacchi fissato dietro e infilai la sua valigia nel bagagliaio. Rimaneva da sistemare la sua pelliccia, che rincantucciammo dietro i sedili.
Alla fine andò tutto bene anche quella volta.
Poi purtroppo arrivò il momento di dare via quella meraviglia di macchina. Già stando a casa mi era diventato abbastanza complicato gestire il trasporto di due cani grandi e ogni volta che andavamo dal veterinario dovevo chiedere in prestito la macchina a babbo o a mamma.
Poi capitò che dovessi trasferirmi a Belluno per lavoro. A quel punto dovetti farmi forza e rinunciare alla cabrio a favore di una monovolume.
Prima di vendere la Mazda la mia amica Gigliola mi chiese se ci si facevano le foto insieme.
Babbo fu ben lieto di farcele. E per fortuna, visto che oggi rappresentano un bel ricordo, utile anche per stemperare il rimpianto.
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Addio a Marco
Ciao, pur abitando a Bologna da quasi venti anni, leggo le cronache dei giornali della provincia di Belluno perché ci sono nato e ho frequentato il liceo. Sono non vedente, mi sono appassionato dalla presentazione del tuo libro, l’ho acquistato, lo farò incidere e anche i non vedenti lo potranno acquistare.
Era il 23 maggio 2018 quando lessi questo messaggio su Messenger. Lo scriveva Marco De Vallier, un ragazzo che fino ad allora non avevo mai conosciuto. Fui sorpresa ed onorata dalla sua attenzione nei confronti del mio lavoro. In quel periodo avevo presentato La Guerra di Pietro a Belluno, nella bellissima libreria Mondadori di via Mezzaterra, dalla Edda con la mia amica Michela Canova.
- Tu eri presente?
- Purtroppo no, perché io abito e vivo a Bologna. Ti ho ascoltata su Radio Belluno e visto che cerco di leggere i giornali, dove tu eri protagonista, ho colto la tua intervista. Leggerò il libro anche perché penso che sia un delizioso racconto. Poi abbiamo amici in comune tra i quali Mirko Mezzacasa.
Continuammo a scriverci, ipotizzando un incontro a Bologna, per conoscersi e parlare della registrazione del libro. A me avrebbe fatto piacere inciderlo con la mia voce, così avrei mantenuto l’intonazione toscana della storia. Marco sognava di poter prestare la sua voce a un personaggio maschile. Magari proprio a Pietro, del quale avrebbe potuto leggere le lettere riportate nel volume.
Ci risentimmo un anno dopo, in luglio.
- Ciao, scusa se non mi sono fatto sentire in questi mesi, ma ho cambiato lavoro e le cose da fare sono state tante. L’audiolibro è già stato realizzato dal centro internazionale del Libro Parlato di Feltre, che forse anche tu conosci, essendo stata per molti anni a Belluno. Tutti gli utenti iscritti lo potranno richiedere. Io lo ascolterò al più presto e poi, se ci terremo in contatto, ti farò sapere.
Non ho più sentito Marco, ma la sua presenza discreta mi ha fatto compagnia in questi anni grazie a qualche segnale sui social.
Poi qualche settimana fa, in una torrida giornata di agosto, scorrendo la stampa bellunese on line, sono rimasta colpita da un titolo.
“Soffocato da un boccone al ristorante, muore il figlio dell’ex sindaco di Rocca”.
Sotto, l’articolo e la foto del profilo Facebook di Marco, che aveva 41 anni e tante cose ancora da dire e da fare.
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La pizza gigante di Giacomino
Quando andavamo al mare a Punta Ala, da piccine, due erano i momenti in cui si alzava il livello di felicità. Quando andavamo a Follonica e tornavamo con un mega vassoio di pizza al taglio e quando mangiavamo la pizza da Giacomino, a Castiglion della Pescaia, dopo aver comprato il pesce fresco al porto.
Punta Ala è a metà strada. Quando siamo al bivio con i grandi pini, se si gira a sinistra in dieci minuti si arriva a Follonica, a destra più o meno alla stessa distanza c’è Castiglioni.
La botteghina della pizza al taglio non aveva niente di speciale. Un bancone con la vetrina trasparente dietro alla quale il pizzaiolo scaricava le teglie con i diversi condimenti e la commessa velocemente le suddivideva in rettangoli di uguale dimensione.
La pizza però era buonissima. Margherita, cipolle olive e tonno, patate e rosmarino, frutti di mare. Ogni volta volevamo prendere tutti i gusti che c’erano e non ci bastava mai.
La signora metteva i tagli su un grande vassoio di carta che poi avvolgeva con la carta plastificata. Lo portavamo via che era così tanto bollente che quando arrivavamo in campeggio la pizza era ancora calda.
Da Giacomino era tutto un altro discorso. La pizza si mangiava li, seduti al tavolo, nella grande sala con le pareti ricoperte di perlinato scuro e i tavolini in legno con le tovaglie a quadrettini bianchi e rossi come le trattorie italiane a Little Italy, New York.
Giacomino era un omino tondo di testa e di corpo, con l’espressione sempre accigliata. Stava tra la sala e la cucina, in piedi, con un grembiule annodato in vita, e come un vigile urbano dirigeva il traffico delle pizze.
I camerieri correvano veloci con gli enormi piattoni delle pizze sulle braccia e li depositavano davanti al cliente giusto, sotto lo sguardo severo di Giacomino, senza sbagliare un colpo.
Giacomino era famoso per le pizze giganti e per la quattro stagioni divisa in quattro parti da un filo di pasta. Ogni quarto aveva il suo condimento distinto dagli altri tre.
La pizza di Giacomino era finissima e croccante. La Margherita profumava di basilico.
Io e Paola vivevamo nel sogno della pizza gigante ma babbo e mamma ci facevano prendere sempre quella normale, perché eravamo piccole e non saremmo mai riuscite a finirne una così grande.
Ma alla fine giunse anche per noi il momento e ci ritrovammo ad aggredire quella pizza oceanica con coltello e forchetta, animate non solo dal gusto di quella delizia, ma anche dall’orgoglio di voler dimostrare che eravamo grandi anche noi, tanto grandi ormai da poter mangiare una pizza gigante da Giacomino.
Un undici settembre di una decina di anni fa o giù di lì mi sono ritrovata a passare dal porto di Castiglioni e mi è venuta voglia di vedere se c’era sempre la pizzeria da Giacomino. Era sempre lì, sulla destra del porto, un po’ sfilata verso la passeggiata a mare.
Non ho resistito. Sono entrata e mi sono seduta a un tavolo.
Non riconoscevo niente, in tutto quel bianco, con le vetrate a mare. Il posto che da piccola mi pareva immenso, si era ristretto a una normale sala di ristorante. Era cambiato tutto, i tavoli, i colori. Non c’era più nemmeno Giacomino, col suo grembiule, a dirigere il traffico delle pizze.
Ho chiesto un antipasto e un primo di pesce. Mentre alla TV scorrevano le immagini per l’anniversario delle torri gemelle, ho ricevuto la telefonata di un collega. Mi informava che un amico comune, vittima di un incidente qualche mese prima, stentava a riprendersi e probabilmente c’era poco da sperare.
In realtà anche se la sua storia è finita troppo presto e niente affatto bene, avrebbe avuto ancora diversi anni davanti a sé.
Oggi la pizzeria da Giacomino la ricordo quasi più per quella brutta storia che per la sua fantastica pizza.
Segno che in certi ricordi del passato è sempre meglio non andare a mettere le mani.
Foto di Igor Ovsyannykov da Pixabay
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Uno spauracchio a Pantelleria
Appena scesa a Pantelleria andai a ritirare la macchina a noleggio. Era una pandina bianca vecchio modello. La spesa era esigua e comprendeva anche una Vespa a cui dovetti rinunciare a malincuore. Il titolare mi disse che sarei potuta andare a prenderla quando volevo, per quella settimana era mia. Ma non lo feci.
Mi diressi verso Scauri. A un bivio mi aspettava il ragazzo dell’agenzia che mi accompagnò a casa. Salimmo una scaletta esterna di mattoni e cemento.
- Qui abito io, disse indicando una porta nascosta da una tenda scacciamosche in cordino.
In fondo c’era l’appartamento in cui avrei passato la settimana. Un salotto con le finestre sul mare colore del topazio e le tende che volavano con il vento, una piccola cucina, una camera da letto e un bagnetto con la doccia minuscola.
- Oggi vieni a pranzo da noi, mamma ha fatto la caponata.
La vacanza iniziò con un’aria di famiglia e l’accoglienza siciliana, calorosa e avvolgente, ma mai opprimente. Nei giorni successivi, ogni volta che rientravo a casa, trovavo un vassoio coperto da un panno su un tavolinetto fuori dalla mia porta. Una volta c’erano dei dolci fritti, un’altra dei cannoli, o della pasta al forno, piatti di carne, pesce o verdura. Tutto buonissimo.
La prima sera andai a mangiare una pizza al porto. Faceva ancora molto caldo, anche se era la fine di ottobre. Di turisti ce n’erano pochissimi e la maggior parte dei locali aveva già chiuso, ma quelli che rimanevano aperti erano sufficienti.
Quando andai a comprare le sigarette feci amicizia con il tabaccaio. Una sera mi invitò a mangiare il vero pesce spada alla pantesca in un ristorante sul porto.
Fuori dal locale c’erano degli anziani seduti sulle sedie, qualcuno con un bastone in mano. Lui salutò tutti e loro risposero con il sorriso furbo e gli occhi stretti di chi sa.
Al tempo fumavo abbastanza per cui le mie visite dal tabaccaio erano piuttosto frequenti.
Diventammo amici e lui si offrì di farmi da guida in una Pantelleria quasi deserta. Mi sentii molto fortunata. Di giorno giravo l’isola da sola sulla Pandina, andavo al lago Specchio di Venere, un cratere argilloso dove non si riesce a stare in piedi, e infatti appena ci entrai dentro battei una musata in avanti. Per fortuna sull’acqua. Un po’ seguivo i consigli del tabaccaio, un po’ giravo a caso, tanto ovunque andassi c’era qualcosa da scoprire. Solo una volta non ebbi il coraggio di raggiungere una spiaggia per la quale dovevo attraversare una lunga steppa rocciosa e deserta.
Un giorno il tabaccaio mi portò a delle vecchie terme romane insieme a degli amici, dei signori di Roma habitué dell’isola. Erano delle vasche scavate nella pietra dentro una grotta, in cui stillava acqua con una qualche proprietà. Lì, sempre su indicazione del tabaccaio, raccolsi delle pietre pomice che si trovavano per terra un po’ ovunque.
Fra i turisti romani c’era un anziano giornalista, che scoprii essere lo zio di un collega che veniva spesso agli eventi che organizzavamo nelle Crete con gli amici giornalisti di Siena. Con lui un giorno salimmo su una sorta di montagna in cima alla quale c’era una sauna naturale in mezzo alle rocce. Dall’alto vedevamo distese di vigneti a perdita d’occhio fino al mare, con le caratteristiche piantine basse. Di notte invece brillavano le luci della vendemmia nella tenuta Donnafugata.
Il babbo del tabaccaio aveva certi affari in Tunisia, molto più vicina a Pantelleria rispetto alla Sicilia e spesso era via. Quando tornò ci invitarono a cena nella casa sopra il tabacchino, me e l’anziano giornalista, a mangiare il cus cus come lo facevano loro, con il pesce.
Se il figlio era un po’ rotondo e aveva l’aria placida, il padre era magrissimo e nervoso, aveva il fisico nodoso e gli occhi da falco. Mi trattava come se fossi roba sua.
La casa era un po’ scalcinata e denunciava la mancanza di un tocco femminile.
Sembrava di essere dentro allo Straniero di Camus, con il caldo, l’Africa del Nord e un’umanità indifferente e vogliosa allo stesso tempo.
Non tornai più a casa del tabaccaio e fui contenta di non rivedere il babbo in giro.
Con l’anziano giornalista invece, quando rientravamo al porto dai nostri giri diurni tra spiagge, mare e saune naturali, avevamo preso l’abitudine di fermarci in un bar pasticceria che faceva delle cassate da sogno.
La prima sera, quando cenai da sola al porto, avevo notato lungo la via un tipo curioso. Era alto, magro, con dei folti ricci neri, l’aria spiritata e vestito tutto di nero come un pipistrello.
Dopo un po’ me lo ritrovai al tavolo che mi parlava di cose che non mi interessavano e non se ne andava più. Tra un mezzo delirio e l’altro, mi raccontò che lavorava in ospedale ed era tecnico radiologo.
Alla fine riuscii a mollarlo.
Chiesi un po’ in giro e venni a sapere che era un tizio con dei problemi di vario tipo, tra cui alcune denunce da parte di pazienti con le quali aveva allungato le mani. Qualcuno mi disse che era stato sospeso dal lavoro, nonostante lui andasse in giro a raccontare che faceva questo e quello.
Nella mia settimana pantesca fui impegnata così anche a svicolare dagli agguati del tipo, che non mancava di seguirmi e farsi trovare magicamente nei posti in cui andavo.
Un vero incubo.
Una sera, mentre tornavo alla casetta di Scauri sulla Pandina bianca, me lo trovai in mezzo di strada dopo una curva, lui steso a terra e la sua motoretta poco più in là. Appena mi vide cominciò a farmi gesti e ad allungare le braccia come a chiedere aiuto. Feci una manovra repentina, lo scansai e proseguii per la mia strada, urlando nooo nooo.
Arrivai a casa, fermai la macchina in cortile e corsi su per le scale. Mi chiusi la porta alle spalle e finalmente mi sentii al sicuro. Per fortuna presto sarei partita e avrei lasciato lo spauracchio nero agli abitanti dell’isola. Che non è che si possa avere sempre e solo cose belle.
(2 – fine)
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