Sono stata vittima fin dal liceo del vizio di alcuni uomini, allora forse poteva chiamarsi così, oggi è violenza, violenza sessuale, di arrivare a toccarti il seno insinuando le mani sotto le ascelle, da dietro.
Al liceo lo scoprimmo durante una gita, parlo per me e per le mie compagne di classe, quando anziché lasciarci tranquille in fondo al pullman a cantare la Canzone del sole o qualcosa dei Beatles, un professore venne a sedersi in mezzo a noi. Ricordo anche chi era la compagna di classe. Il professore ci teneva con le braccia e le sue mani si insinuavano sotto le nostre ascelle, la mia sinistra, la destra della mia amica, cercando di farsi strada fino al seno.
Noi eravamo imbarazzate, imbarazzatissime.
Non conoscevamo la violenza, il sopruso, o magari lo conoscevamo anche ma l’avevamo rinchiuso in un cassetto.
Non potevamo nemmeno immaginare che un professore facesse qualcosa di sbagliato.
Non era un professore tanto considerato. Era uno che faceva ridere.
Ci guardavamo di sguincio, io e lei, e facevamo le facce strane con gli occhi di fuori, per far capire l’una all’altra che stava accadendo qualcosa di strano.
Stringevamo forte le braccia al torso, ci muovevamo a scatti, assecondando ogni buca, ogni curva del bus, per allontanare quel tocco sgradito, invadente, offensivo.
La strada era lunga, andavamo su al nord. Io avrò avuto quindici, sedici anni (sarà stato il 1979, il 1980) e non ho dimenticato niente. Certe cose non le dimentichi mai.
Poi è successo di nuovo.
Ero all’università e facevo la vendemmia. Mentre tagliavo tranquilla le ciocche di uva un tizio mi arrivò da dietro all’improvviso, infilò le mani sotto le mie braccia e mi strinse i seni.
Urlai e feci un balzo, le forbici volarono in alto e ricaddero sul braccio di un vicino di filare.
Scappai, mi rifugiai nel fienile dove mangiavamo a pranzo, decisa ad andarmene.
Mi raggiunsero delle colleghe, per chiedere che cosa fosse successo. Mi consigliarono di tornare a lavorare e di stare zitta, il fattore non avrebbe capito e mi avrebbe mandato via.
Mi lasciai convincere, ma ero piena di rabbia.
Al filare ricevetti le rimostranze del vicino, un anziano con gli occhialoni da vista, che mi mostrò il taglietto sul braccio.
Embè? Con quello che è successo a me…
No, non ci fu verso. La vittima era lui e io magari se potevo stare più attenta la prossima volta.
Non bastava la violenza di quel gesto, pure questa…
Oggi c’è un nome preciso: vittimizzazione secondaria. Cioè, non solo sei già vittima per il gesto che hai subito, ma ci si mette pure qualcun altro a darti la colpa o ad accusarti di altro, tipo l’anziano con gli occhialoni.
Non è finita. Ero ancora all’università, forse uno o due anni dopo (tra il 1982 e il 1986) ed ero a casa mia a preparare una riunione nel seminterrato. Stavo facendo spazio, spostavo la grossa scrivania di nonno sotto la finestra, quando successe la stessa odiosa cosa. Qualcuno mi infilò le mani sotto le braccia, da dietro, e mi toccò i seni. Urlai e mi incazzai di brutto con il tipo. Dissi che per me la serata era finita e casa mia non era più disponibile. Fui convinta da un caro amico a non buttare tutto in vacca. Dovevano arrivare diverse persone, sarebbe stato un problema. E poi lui, quello lì, magari non l’aveva fatto neanche con intenzioni cattive…
No no, certo, tutti pieni di amore, di rispetto e considerazione.
Che rabbia!
Ho scritto gli anni in cui sono accaduti questi fatti consapevole che i tempi non aiutavano. Nel 1981 in Italia fu abolito il delitto d’onore come attenuante per i femminicidi familiari.
Nel 1996 la violenza sessuale fu riconosciuta come delitto contro la libertà personale e non più contro la moralità e il buon costume.
Erano anni, quelli, in cui le violenze, le invasioni dei corpi altrui, fossero donne, bambine, ragazzine (di entrambi i sessi), non venivano riconosciute dalla società. Erano cose che potevano accadere ma su cui dovevi mantenere il riserbo, perché tutto si sarebbe rivoltato contro di te. D’altra parte chi può venire abusata, violentata, toccata se non una poco di buono, una persona con problemi, alla quale dopo rimarrà impresso il marchio a fuoco, limitandola socialmente e professionalmente. L’uomo no. Lui, al massimo, non è riuscito a fermarsi in tempo.
Meglio stare zitte.
Oggi siamo nel 2026, le leggi ci sono e c’è tanta più consapevolezza. Le donne cominciano a saper riconoscere discriminazioni, violenze e soprusi e una donna che ne rimane vittima non ha niente di cui doversi vergognare. Semmai è l’uomo, che ancora si comporta come un animale, un uomo primitivo, a doverlo fare.
Eppure qualche giorno fa è successo di nuovo.
Ero a un incontro pubblico, pieno di persone. Alla fine quando tutti erano in piedi ho sentito di nuovo la stessa orribile sensazione. Mi sono sfilata da quelle mani alla velocità della luce e mi sono girata giusto il tempo di vedere chi fosse stato.
Poi ne ho parlato con qualcuno e ancora una volta mi è stato consigliato di stare zitta. Anzi, di più. Magari, mi è stato detto, hai frainteso il gesto, che voleva essere solo un apprezzamento nei tuoi confronti.
(La frase è stata scelta e pubblicata nel volume #quellavoltache. Storia di molestie” – Manifestolibri 2018, con le testimonianze raccolte dopo che la scrittrice Giulia Blasi nel 2017 lanciò l’hashtag in parallelo allo statunitense #metoo)

