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Al Cuor

Arrivai a Treviso il 21 giugno 1994. Il vice direttore del quotidiano dove avrei iniziato a lavorare il giorno dopo mi aveva detto al telefono, è una piccola città sopra a Venezia, niente a che vedere con la bellezza di Siena, ma anche noi ci difendiamo.

Mamma mi volle accompagnare così, disse, mentre io andavo a conoscere i colleghi in redazione, lei mi avrebbe aiutato a trovare un posto dove stare.

Per quella notte avremmo dormito in albergo, poi qualcosa avrei trovato. 

Cercai il nome Treviso sulla cartina del Veneto. In effetti era poco più a nord di Venezia. In autostrada però il nome non appariva mai. O Venezia, o Belluno.

In ogni caso riuscimmo ad arrivare.

Era una bella giornata di sole. La redazione era in un palazzo bianco affacciato sul Sile. Conobbi i colleghi, i segretari e la responsabile del personale. Riempiti i fogli necessari, salutai. Ci saremmo rivisti la mattina dopo.

  • Dove ti fermi stanotte? mi chiese un collega.
  • In un albergo, risposi.  
  • Hai prenotato? Credo che sia un problema trovare un posto libero…
  • No, l’ho saputo solo ieri che sarei partita.

Mamma mi raggiunse trafelata.

  • Simona, lo sai che non c’è un solo posto libero in tutti gli alberghi di Treviso?
  • Ma come è possibile?

Venne fuori che proprio in quei giorni in città c’era il concorso internazionale Toti Dal Monte e ogni camera era prenotata da mesi da musicisti e cantanti arrivati da tutto il mondo.

  • E ora, che si fa?

Un collega si offrì di cedermi la sua casa per quella notte, lui si sarebbe spostato da un’amica. 

Ma tornò mamma, tutta esultante.

  • Ho trovato l’ultima camera libera.
  • Ah, benissimo. Meno male.
  • Quindi, dove andate? chiesero i colleghi.
  • In un albergo vicino alla stazione, disse mamma.
  • Ah, probabilmente è il Cuor. 

Notai le espressioni farsi un po’ più serie e alcuni sopraccigli alzati, ma sul momento non ci feci granché caso, tanto ero sollevata dal non dover ricorrere alla generosità del collega, che mi aveva lasciato piacevolmente stupita, tanto più che non mi conosceva nemmeno, ma allo stesso tempo mi imbarazzava un po’.

L’albergo aveva l’aspetto un po’ cadente. All’interno corridoi stretti poco illuminati coperti di tappeti a fiori consunti. L’aria era stantia e puzzava di fumo vecchio. 

Non ci preoccupammo troppo, contente come eravamo di aver trovato l’ultima camera disponibile in tutta Treviso.

Andammo a mangiare una pizza in piazza dei Signori, già un po’ innamorate di quella città piccola, pulita ed elegante dove le persone sembravano tutte gentili.

Chiesi una pizza al radicchio di Treviso, già che ero lì. La cameriera mi guardò stranita.

  • Ma giugno non è tempo di radicchio!

Che cosa strana, pensai. E passai ad altro. 

Solo in seguito scoprii che il radicchio tardivo di Treviso è un ortaggio invernale e deve superare una procedura di preparazione molto lunga e complessa prima di finire sul mercato.

Dopo la pizza facemmo due passi, quindi andammo in albergo, Al Cuor, dove crollammo appena toccato il letto.

Nel cuore della notte fummo svegliate da delle urla molto vicine. Sbatterono delle porte nel corridoio, si sentirono delle voci, una maschile e una femminile, che gridavano rabbiose. 

Mamma si affacciò a controllare se qualcuno avesse bisogno di aiuto e il tizio le disse di farsi gli affari suoi.

Tornammo a dormire. Io mi sarei dimenticata anche questo sgradevole episodio notturno, non mamma che la mattina dopo fece le proprie rimostranze alla reception, cioè al tizio triste seduto al bancone all’ingresso.

  • Non so che dirle. Io non ho sentito niente, fu la sua lapidaria risposta.

Una volta in redazione lo raccontai ai colleghi. Allora mi fu chiaro perché la sera prima avessero sollevato i sopraccigli. C’entravano le signorine che passeggiavano intorno alla stazione e che usavano il Cuor come base per i loro appuntamenti.

  • E stasera dove dormi? mi chiesero.
  • Torno lì, è sempre l’unico posto disponibile.
  • Non se ne parla nemmeno. Ti do le chiavi di casa mia, puoi stare lì finché non trovi una sistemazione migliore, disse il solito collega.

Stavolta accettai l’offerta molto volentieri. 

Mamma prese il treno per tornare a casa, finalmente più tranquilla.

Anzi, a Cuor leggero.

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Capodanno in Garfagnana

Nel 1989, lo giuro, avevo un fidanzato. Un fidanzato serio, del tipo sposiamoci, facciamo quattro figli e andiamo a vivere in campagna. 

Nonostante tutto quel Capodanno mi ritrovai a passarlo da sola. 

Il giorno prima chiamai un’amica. Era incinta e anche lei avrebbe trascorso il Capodanno da sola.

  • Che fai domani sera? 
  • Niente. 
  • Vieni via con me? 
  • Dove andiamo? 
  • Boh, vediamo. Garfagnana? 
  • Ok, va bene.

Partimmo con la mia Polo bianca senza pensare al meteo e senza prenotare. Nell’autoradio una cassetta doppia di Gino Paoli con un po’ di Ricky Gianco.

Arrivammo nel primo borgo abitato che era già ora di cena. Il posto si chiamava Fornaci di Barga. Ci infilammo in un bar per fare qualche telefonata e cercare un posto in cui dormire. Non fu facile. Quando ormai temevamo di dover passare la notte in macchina, a rischio congelamento, trovammo una locanda con una camera libera. Era arredata come un vecchio ospedale, stanze bianche e letti singoli di ferro. 

La locandiera riuscì ad infilarci perfino nel veglione, in un circolo paesano, dove ricavarono un tavolino apposta per noi.

La mattina dopo partimmo per la montagna. Sulle strade strette la neve si era trasformata in ghiaccio. Ma in tempi in cui non sapevo nemmeno il significato di gomme invernali non sembrava un problema. Ci fermammo anche a giocare e a fare delle foto.

Indossavamo semplici cappotti di lana, maglioni e scarponcini. L’abbigliamento tecnico era ancora rincantucciato nel futuro. 

Salendo per tornanti e piccole gole arrivammo in un posto dal nome buffo, Fornovolasco. Per strada vedemmo diversi vasconi di pietra dove, scoprimmo poi, allevavano le trote. 

In cima c’era la Grotta del Vento, ma non c’era tempo per visitarla. Scegliemmo di andare a pranzo in un ristorantino. Era il primo dell’anno. Prendemmo una trota a testa e non credo di averne mai mangiate di così buone.  

Spendemmo una sciocchezza, tipo sedicimila lire in due. Anche il veglione e la stanza li avevamo pagati pochissimo. 

Poi nel pomeriggio ci rimettemmo in macchina per tornare a casa continuando ad ascoltare Gino Paoli e Ricky Franco.

La mia amica qualche mese dopo si sposò ed ebbe il bambino.

A me rimasero altri due capodanni da trascorrere col fidanzato.

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Lo stendino

Qualche tempo fa ospitammo una giovane coppia di francesi.

Arrivarono nel pomeriggio, mostrai loro casa e dintorni, poi li lasciai al loro riposo.

Dopo cena il tizio venne a chiamarmi. Era tutto agitato perché, mi disse, si erano chiusi fuori e le chiavi erano rimaste dentro.

– Nessun problema, dissi io. Ho la chiave di riserva.

Ma lui continuava a scuotere la testa.

In effetti la chiave non entrava nella serratura.

– Ma avete inserito la chiave all’interno?

– Sì.

– Nessun problema, dissi io. Entriamo dalla finestra della terrazza.

Il tipo scuoteva la testa.

La finestra della terrazza era chiusa dall’interno

.- Entriamo dalla finestra della cucina, anche se dovremo prendere una scala.

Niente da fare. Anche la finestra della cucina era chiusa dall’interno.

Il tizio continuava a scuotere la testa, mentre la sua compagna si aggirava tutto intorno con l’aria cupa di chi aveva subito un torto.

– Proviamo con la finestra della camera.

Chiusa.

– Quella del bagno?

Pure.

Cominciava a farsi tardi. Dove li mettevo quei due a quell’ora? Cercavo di sforzarmi di pensare a una soluzione senza farmi distrarre dal panico e dai pensieri molesti. Tipo quello sugli amanti della natura che si chiudono in casa per evitare che entrino triceratopi o anaconde giganti. Attraverso le zanzariere, magari.

– Potremmo cercare una sistemazione di emergenza per stanotte e domani mattina trovare una soluzione per aprire la porta.

– Ma abbiamo tutta la nostra roba chiusa dentro, anche le chiavi della macchina.

Esaurita ogni possibilità non rimaneva che un’ultima speranza.

I vigili del fuoco.

Arrivarono in poco tempo e si misero subito al lavoro. Ma non fu facile nemmeno per loro. Ebbero un bel daffare con la porta, difficile da forzare a causa di uno sbalzo del muro. Alla fine, quando anche loro stavano per arrendersi, finalmente si aprì.

A quel punto c’era solo da registrare i nostri dati e poi saremmo potuti andare tutti a dormire.

Dissi agli ospiti di stare tranquilli, che ci avrei pensato io.

I vigili mi seguirono sul mio terrazzino. Feci accomodare il capo partenza su una sedia intorno al tavolino di pietra su cui appoggiò i moduli da compilare.

Quel pomeriggio avevo fatto il bucato e c’erano i miei vestiti stesi. Allo stendino, una specie di torretta in metallo dell’Ikea, era appeso fra le altre cose un simil polipo di plastica da cui pendevano reggiseni e mutande.

Il vigile del fuoco si sedette e la sua testa fu immediatamente circondata dalla mia biancheria.

– Scusi, glielo sposto subito.

– Lasci stare, non c’è problema.

Fra gli altri pompieri, il tavolo e lo stendino non c’era proprio margine di manovra. Mi arresi.

Il vigile riempi il verbale d’intervento, impassibile, con la sua aureola di mutandine colorate.

Il giorno dopo dissi ai miei ospiti che per me non era successo niente e che si godessero i giorni di riposo in serenità. Purtroppo tennero per tutto il tempo un’aria fra il contrito e l’imbarazzato, che non so se per loro era naturale o se era dovuta al piccolo contrattempo.

Avessero visto il pompiere con la testa fra le mutande, gli sarebbe passata, peut-être.

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La caffettiera a fiorellini rosa

“Me la ricordo perfettamente” dice la zia di A. guardando la foto della caffettiera di ceramica a fiorellini rosa che le ha inviato il nipote sul telefonino.

La zia di A., con sorelle (tra cui la mamma di A.), fratelli, genitori e nonni, è cresciuta nella casa colonica dove da quarant’anni mi sono trasferita io con la mia famiglia. E infatti è proprio nella scarpata dietro al pozzo, quella che scende giù verso il campo, che ho trovato la caffettiera.  

La famiglia lasciò la casa nel 1976, dopo la morte del patriarca, quindi la mezza moka risale agli anni precedenti. Soddisfatta della notizia, ma non appagata, vorrei sapere ancora chi la usava e come, quando facevano il caffè e chi lo beveva e chi no.

Penso alla vecchia caffettiera come a un improbabile cavallo di Troia che mi permetta di entrare, non vista, nelle stesse stanze che oggi per me sono quotidiane ma che allora erano vissute da altri.

La casa fu poi ristrutturata da un imprenditore nel 1978 e per pochi anni ci visse in affitto un magistrato con la moglie. Poi la pretura di Colle fu chiusa e anche il giudice si trasferì a Poggibonsi.

Erano i primi anni Ottanta, io frequentavo la quinta liceo e preparai la maturità cullata dal rumore del trattore che andava avanti e indietro nel campo sotto alla finestra di camera mia.

Ricordo quando babbo ci portò a vederla. A me sembrava impossibile che potessimo andare ad abitare in un posto così.

La casa era grandissima e isolata. Ci si arrivava percorrendo una strada sterrata tutta curve e salite. Avrei potuto organizzare feste, invitare amici, avere un sacco di spazio tutto per me.

La mia sorella invece rimase delusa. “Me la immaginavo almeno la metà della Reggia di Caserta” disse, tanto per stemperare gli entusiasmi.

I vicini di Campolungo, dove abitavamo prima, si divertirono a sparlare del nostro trasferimento, raccontandosi l’un l’altro di come fossimo caduti in basso. Secondo loro eravamo andati a finire in una catapecchia semidiroccata in mezzo ai boschi. In quegli anni c’era il mito della città e la campagna era degli sfigati che ancora non ce l’avevano fatta a fuggire. Figurarsi chi andava a infilarcisi apposta.

Poi c’era anche l’eterno sport del godere di fronte alla disfatta altrui, fingendo una pena che mascherava una soddisfazione un po’ perversa e qualche volta dava anche l’opportunità di pronunciare frasi del tipo, io l’avevo detto, che ti aspettavi?

Per rimettere le cose a posto venne a trovarci il Verdiani che, constatate di persona le condizioni della nostra nuova casa, tornò in Campolungo autoinvestendosi del compito di dire a tutti la verità.

Poi sono successe molte cose, che ora non starò a dire. 

Sono diventata amica di A., senza sapere che la sua mamma viveva qui, e ogni tanto gli chiedo qualcosa della casa di quei tempi, dove facevano l’orto, dove stavano gli animali.

A loro ha portato fortuna, se si considera il destino luminoso di A. e di suo fratello.  

Non sarà possibile sapere il momento preciso in cui la caffettiera di ceramica a fiorellini rosa è finita nella scarpata. Ma se si fanno bene i conti, la signora dovrebbe aver collezionato almeno una cinquantina di anni. 

E come è giusto che sia, ha ancora tutto il tempo che vuole, davanti a sé. 

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Cose che capitano solo a me/1

Autogrill sul Grande Raccordo Anulare, sabato 10 ottobre intorno alle due.
Panino e birretta.
Chiedo al commesso che mi porge il vassoietto se può aprirmi la birra.

  • Certo, dice. Stappa e lascia il tappino sul ripiano.
    Io che non voglio perdermi nemmeno una bollicina, rimetto il tappo a pressione e ci appoggio sopra il bicchiere di plastica per portare tutto al tavolo.
    Sento un rumorino strano. Ploff. Ma non capisco da dove viene.
    Ah, ecco la mia birra senza più il tappo. Guardo un po’ in giro, Ma non lo vedo.
  • Mi scusi, dico al commesso. È sparito il tappo, non vorrei che fosse caduto fra i panini…
  • Sì sì, lo so. L’ho preso in testa.
  • Ma come…
  • Ero chinato in basso e mi è rimbalzato sul capo. Poi è caduto per terra. Per questo l’ho buttato via.
    Io. – Mi scusi. Ovviamente non volevo…
    Lui.- Non si preoccupi. Non le ho detto niente perché non avevo capito da dove arrivava.
    E sorrideva pure.
    Oltre ad avere la testa liscia.

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Di quando sono nata e di altre omonimie

Quando sono nata nonno Corrado voleva mettermi il nome di una santa. Rita era il suo preferito. Erano gli anni in cui imperversava Rita Pavone e io ero nata pel di carota. Mi mancava solo che mi chiamassero Rita.

Mamma era indecisa fra Monica e Simona. Monica fu scartato perché, essendo toscani, avrei patito per sempre un nome con la c aspirata. Simona invece non poneva di questi problemi. Poi, sempre secondo mamma, l’abbinamento con il cognome era armonioso. Stesso numero di sillabe. Simona Pacini aveva la musicalità di un Simone Martini. E, volendo cercare nell’archivio dei santi potevamo citare Simone detto Pietro, su questa pietra fonderò la mia chiesa e via dicendo. Così anche nonno era accontentato. 

A me piace chiamarmi Simona Pacini. Sono molto affezionata al mio nome. Peccato solo che non sia unico. Infatti ho un sacco di omonime. Una, che non conosco, proprio a Colle Val d’Elsa. Così ogni volta che ho a che fare con un ufficio pubblico devo snocciolare la data di nascita per distinguermi dall’altra. Mi piace molto anche la mia data di nascita, ma questa è un’altra storia.

Il fatto è che ci sono diverse Simona Pacini sparse in varie province della Toscana e in qualche modo la loro esistenza riesce a influenzare, seppur minimamente, anche la mia.

Dopo aver pubblicato il mio libro ho scoperto che un’altra Simona Pacini ha pubblicato una raccolta di poesie.

Un giorno ho ricevuto un’email da uno studio legale del nord della Toscana che mi aggiornava su una successione ereditaria. Non riguardava me.

Un’altra volta mi sono trovata in casella elettronica la cartella clinica di un’omonima che fra l’altro aveva un bel po’ di problemi di salute.

Stamani l’email di un altro avvocato, probabilmente lo stesso della volta precedente, che mi invia la perizia calligrafica sul testamento contestato.Il perito certifica che all’originale, in cui la de cuius lasciava casa e orto a due eredi, è stato aggiunto in seguito un terzo nome, scritto sempre con penna blu ma dall’inchiostro più pastoso e brillante, oltrettutto calcando sul foglio con forza maggiore rispetto al resto della scrittura. E insomma, non lo so, comincio ad appassionarmi alle vite delle mie omonime. La prossima volta magari nemmeno avviso dell’errore.

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La cacio e pepe della mia mamma

A casa mia l’odore più frequente che arriva dalla cucina è quello di bruciato. 

Si inizia la mattina con quello delle mele cotte, reso dolce dallo zucchero caramellato. Bruciato anche quello.

Poi a seconda, il latte, le verdure, le bruschette. Negli anni abbiamo bruciato verdure, pizze, focacce, risotti, petti di pollo, timballi, dolci. 

“Con tutte le cose che ho da fare” dice mamma.

“Va bene, ma allora chiedi a me”.

Alla fine, dopo Natale, quando ci siamo rotte un po’ di piedi (io uno, ma lei tutti e due), la responsabilità della cucina è passata a me. 

Io, bisogna dirlo, sono un po’  pignola. Si compra quello che serve, si cucina quello che si mangia, senza sprechi. Dopo aver regalato borse intere di pane secco, ho iniziato a tagliare a fette ogni pagnotta, e a custodirle, ben chiuse nei sacchettini di plastica, nel congelatore. Pronte alla bisogna. Niente di meno, niente di più.

Da allora, non si è visto più pane secco in casa nostra.  

Un giorno, mamma aveva da poco ricominciato timidamente a camminare, stavo preparando il pranzo, giù da me.

Mamma dice. Al pane ci penso io. Capii che aveva bisogno di tornare a fare qualcosa in cucina dopo tanto tempo e la lasciai fare.

Poco prima di metterci a tavola sentii l’inconfondibile odore. Corsi al fornino. Il pane era carbonizzato.

“Con tutte le cose che ho da fare”.

Le nostre cucine sono due mondi diversi. Io smaniavo di cucinare fin da bambina. Facevo le medie quando cossi la mia prima torta alle mele.

Al liceo trascorrevo interi pomeriggi con un’amica a preparare pasta fatta in casa, tortellini, lasagne, ragù e krapfen. 

Per mamma la cucina è un obbligo. Un posto dove si soddisfa un’esigenza primaria. Mangiare per sopravvivere. Tutto il resto è superfluo.

Per anni al ritorno da scuola ho trovato ad attendermi un hamburger o un piatto di pasta in bianco. Ogni giorno. Per anni ho odiato la nostra tavola imbandita con i cartocci degli affettati e dei formaggi. O le pentole e le padelle che arrivano direttamente dai fornelli senza incontrare un vassoio nemmeno per sbaglio. 

Non molto tempo fa dissi a mamma che avrei fatto la pasta cacio e pepe, un piatto che sembra semplice ma che richiede tempo e attenzione.

“Che ci vuole? – disse lei – Cuocio la pasta, ci grattugio sopra il formaggio e poi metto un pizzico di pepe, ed é buonissima”.

La rivisitazione delle ricette la rende euforica. 

“Non è mica necessario seguirle alla lettera” sostiene.

Secondo lei non è necessario nemmeno saltare la pasta nel sugo, i condimenti pronti sono ammessi, così come le salse confezionate e gli alimenti surgelati.

Un giorno ha ricevuto sul telefono la ricetta della pasta cacio e pepe.

“L’ho letta. Pensavo che fosse come quella che facevo io. Invece…”.

Per fortuna l’ha detto ridendo.

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Io giro da sola (anche in ospedale, sì)

“Scusi, ma lei non ha nessuno che la accompagna? Lo sa che in casi del genere non si viene mai soli?”.
Il caso del genere sarei io con un piede ingessato e le stampelle che, seduta su una sedia a rotelle, devo spostarmi tra una zona e l’altra dell’ospedale. In ogni reparto in cui passo arriva puntuale la brontolata dell’infermiera di turno.
La stessa frase mi è stata detta dalla biondina col viso dolce dell’ortopedia, ripetuta dalla moretta severa di radiologia, per risentirla qua e là durante il percorso fra la fisioterapia e l’accettazione.
Che poi, sola. Mi hanno accompagnato e mi verranno a riprendere. E a dire il vero sono stata io a dire che non si fermassero, che me la sarei cavata. Insomma, non è che tutti gli amici hanno due o tre ore da spendere a spingere la tua carrozzella da una stanza all’altra. Poi, dico io, c’è gente che in carrozzella ci vive e si sposta da sola, perfino guidando l’auto. Vuoi che io per qualche ora, fra l’altro dentro un ospedale mica in mezzo a una strada, non riesca a farcela?
Ho imparato a far la faccia di tolla. A ogni infermiera ululante faccio finta di niente. Penseranno che sono ottusa, poco intelligente. Pensino quello che vogliono.
In realtà non pensano niente, credo. Di me in quanto persona, intendo. Penseranno semplicemente che sono un ostacolo, o un impiccio, di passaggio nella loro giornata di lavoro.
“Io posso accompagnarla fino a qui. Poi l’abbandono”.
“Mi abbandoni pure, non c’è problema”.
Si alza un signore.
“Dove deve andare? Posso aiutarla?”
“Volentieri, grazie”
Dopo aver attraversato il salone da sola spingendo le ruote di gran carriera (e insomma, un mese di stampelle almeno le braccia te le rinforza), trovo un tizio davanti alla colonna dei ticket al CUP.
“Chiedo scusa, dovrei passare”
È l’addetto all’assistenza.
“Che le serve?”
“Devo prendere un appuntamento”
“Allora guardi, le do il numero. Con questo ha la precedenza”.
La ruota sinistra scivola su un rialzo del pavimento e la sedia non si muove. Mi giro verso un uomo in piedi accanto a me. La moglie parla con l’assistente.
“Scusi, signore. Può aiutarmi?”
Mi spinge verso il corridoio della sala d’attesa. Mi porto avanti, per essere in pole position quando uscirà il mio numero. Non faccio in tempo ad arrivare che lo chiamano.
“Scusate, permesso… arrivo!” Dico a voce alta mentre il campanellino scatta sui numeri successivi.
Una ragazza dai lunghi capelli neri si alza. “Posso aiutarla?”
Mi spinge e raggiungo lo sportello.
Quando è il turno del prossimo, ho difficoltà ad uscire spostando la sedia. Subito arriva un signore ad aiutarmi. “Dove deve andare?”
“Nel salone, la ringrazio”
“Si figuri, tanto son qui che aspetto”
Faccio la mia telefonata e mi faccio venire a prendere al pronto soccorso, il punto più comodo per la sedia a rotelle.
Mi avvio verso il corridoio, seguendo la linea grigia. Chiedo a un volontario di un’associazione se mi dà una mano. Sembra non aspettasse altro.
“Dove deve andare?”
“Al pronto soccorso”
“L’accompagno fin lì, allora”
È finita. Ce l’abbiamo fatta.
Da sola sì, ma con l’aiuto di tanti.
E a dirla tutta, scoprire questa voglia di aiutare, questa disponibilità verso una persona in difficoltà, questa generosità sorridente, mi è sembrata la cosa più bella della giornata.
Oltre al fatto che l’osso (il terribile astràgalo, si, sempre lui) è guarito e che mi hanno tolto il gesso.
La prossima volta però mi farò accompagnare, tranquille infermiere.

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Si fa presto a dire astragalo. Ma l’accento dove va?

Astragalo è una parola bellissima. Mi chiedo dove cada l’accento. Se è sdrucciola, astràgalo, la mente corre al cielo, alle stelle e all’astrologo. O all’astrolabio. E per simpatia finanche alla mandragora. O a Tantalo, al vandalo, all’acefalo, al bucefalo, al crotalo e al mesencefalo. A un cembalo.

Se è piana, astragàlo, mi vien da pensare a mondi antichi, alle storie lontane di assiri, sumeri e babilonesi. A Sardanapàlo, il lussurioso re che visse come se fosse stato una donna. A un regalo, a un palo, un narvalo che immortalo, intercalo e incanalo.

Mamma dice: non la conosco questa parola, ma non mi piace per niente.

Io sono la più giovane in astanteria. Nell’angolo di destra, quello opposto al mio letto, c’è un anziano, magro, rinseccolito. Si lamenta di continuo. Aga, aga, aga, aga frishc. Pensavo recitasse una preghiera islamica, invece è un Sinagra dell’ultimo Montalbano che chiede acqua fresca. A lui, oltre all’infermiere, bada il figlio.

Accanto a me una donna, anziana anche lei. Ha la faccia tumefatta. Racconta la figlia: non ha trovato l’interruttore della luce, ha aperto la porta ed è andata giù dritta di testa per le scale. Aveva già un tutore alla spalla.

Un’altra anziana è nel letto davanti a me, a ore 12. Dice alla figlia: l’ho detto anche al dottore, con noi non c’è niente da fare. Siamo vecchi. E io ho cent’anni, sarò vecchia?

Macché cent’anni, dice la figlia come se parlasse a una bambina.

Eh, se un so’ cento son novantaquattro.

Portano un altro lettino con un’altra anziana, meridionale questa come il Sinagra. Ogni tanto le esce un rumorino secco, come di frittura. E ride, guardando soddisfatta verso la figlia.

La notte, fra un lamento e colpi di tosse catarrosa, si dorme.

Fossimo in una puntata di Grey’s Anatomy o di ER, sarebbe tutta un’altra storia.

La signora accanto a me, in rotta con la figlia da una vita, verrebbe salvata dalla morte, orribile e vicina, dalla provvidenziale donazione di sangue della stessa congiunta. O di midollo, dipende. E farebbero la pace con una musica piena di pathos in sottofondo, i primi piani e le infermiere commosse tutte intorno.

Al signor Sinagra anziché l’acqua fresca darebbero per errore un bel bicchiere di varechina, scatenando la macchina dell’emergenza fino al tragico epilogo. Si aprirebbe subito un’indagine interna per scoprire il responsabile dell’errore. Gli indizi punterebbero tutti sull’infermiere gentile, che verrà licenziato per poi essere scagionato e reintegrato quando si scoprirà che era tutta una macchinazione ben congegnata dalla cosca nemica. I Cuffaro. 

Sarebbe andata nello stesso modo anche se l’uomo avesse chiesto un caffè.  

La quasi centenaria, salvata dall’abnegazione di medici e infermieri, deciderà di lasciare i suoi insospettati averi all’amministrazione dell’ospedale. La mamma tornerà a casa circondata dalla riconoscenza dei sanitari, mentre la figlia badante, oberata dai debiti, sarà stroncata da un infarto fulminante prima ancora di poter impugnare il testamento.

Alla vecchietta che frigge con il didietro verrà diagnostica una malattia rarissima al cui studio verranno devoluti i fondi che l’ospedale ha ricevuto in eredità. E arriveranno ministri e medici e studiosi da ogni dove interessati al caso e ai fondi che gli gravitano intorno.

Invece siamo solo a Campostaggia e, a parte lamenti, catarri e flatulenze, non succede un accidente. Niente aerei che cadono sulle scuole o pullman carichi di badanti ungheresi in gita che finiscono fuori strada per un malore dell’autista dopo aver travolto decine di macchine in autostrada. Nemmeno un paziente trafitto da una fiocina durante la caccia allo squalo.

L’infermiere dice. Fino alle 8.30 non si dimette nessuno. Sottinteso, fino a quando non arriverà un medico. Siamo tutti in ostaggio, qui.

Le anziane magre come grissini con le loro figlie dai grossi sederi compressi in pantaloni di maglia nera elastica. Il vecchio Sinagra e un tizio che si aggira da ore con la pancia scoperta chiedendo una flebo. Nessuno si allontani, prego.

Posso avere almeno un antidolorifico? Chiedo, quando mi trasferiscono dalla sedia a rotelle alla lettiga sulla quale passerò la nottata.

Sono qua perché la sera prima, di ritorno dal cinema (c’era il bellissimo ma noiosetto Pinocchio di Garrone) sono inciampata in una buca, in un sasso, non so. Era buio e pioveva e son finita a terra. Ho sentito un rumorino arrivare dal piede, una specie di croc. Ma mi sono rialzata e sono tornata a casa che c’era da accompagnare un’amica. Poi però son dovuta venire qui, in preda a dolori insopportabili.

Alle quattro arriva il radiologo. 

Infrazione dell’astragàlo, dice. Domattina la visiterà l’ortopedico.

È una parola piana, allora.

Avrei detto più sdrucciola, vista da terra.   

(P.S. La pronuncia corretta è sdrucciola, astràgalo)

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Una vera figura di m…

alano

“Ecco lo sapevo… succede sempre così quando siamo in uno spazio chiuso”.

Mi giro istintivamente a guardare chi è che ha parlato a voce così alta e vedo un tipo con un alano al guinzaglio. Un uomo giovane, un ragazzo cresciuto.

Li avevo visti entrare, lui e una donna, giovane anche lei, e il cane, un cucciolone di alano color champagne.

Li avevo visti poi dirigersi in una corsia dove una commessa, della quale anche io ero in cerca, si era precipitata a servirli. “Come posso aiutarvi?”.

Poi avevo distolto la mia attenzione da quel gruppetto rivolgendola alla ragazza alla cassa, nell’attesa che si liberasse da un cliente.

“Avete lampade così?” le chiedo, mostrandole la grossa lampadina rossa che tengo in mano. Mi guarda con aria perplessa e allarga le braccia. Come a dire, ma questo è un negozio per animali.

“Sì, lo so – dico – ma credo che venga utilizzata proprio per riscaldare uccelli tropicali, iguana, cose così, per questo lo chiedo a voi”.

“Aspetta, che mi informo” e prendendo la lampada si dirige verso la corsia di prima.

Sbircio in quella direzione, mentre il tipo con l’alano parla al suo cane facendo finta di brontolarlo.

“Ma che cosa hai combinato, eh? Possibile che mi fai fare sempre di queste figure?”.

Quello che vedo, nell’agitazione generale, è veramente impressionante.

A terra c’è una specie di ciambella senza buco dello stesso colore dell’alano che l’ha prodotta, champagne, e anche delle stesse dimensioni, in proporzione.

Intorno, la proprietaria del cane che la guarda pietrificata, mentre la commessa che non vedeva l’ora di aiutarli si dà da fare correndo avanti e indietro con in mano un grosso rotolo di carta, una bottiglia di alcol e una enorme busta di plastica.

Il tipo con il cane si tiene invece a distanza di sicurezza, alternando le frasi di scusa verso la commessa alle inutili brontolature al cane.

La commessa, con l’aria di volerci infilare lui, il proprietario del cane, nella busta enorme, dopo averlo cosparso dello stesso materiale della ciambella, ripete, a denti stretti, sempre brandendo il rotolo di carta: “Si figuri, non c’è problema. Sono cose che succedono”.

Nel frattempo l’aria del negozio si fa irrespirabile. L’odore della ciambella si diffonde sempre più velocemente, nonostante le corsie divisorie.

La mia commessa mi comunica che loro non tengono questo tipo di lampade. Dal momento che sono qui, però, decido di comprare la crema al malto per i miei gatti.

Afferro il tubetto e mi precipito alla cassa, senza respirare.

L’ondata maleodorante sta invadendo ogni angolo del negozio. La commessa del rotolo di carta spalanca la porta di ingresso, nel disperato tentativo di far uscire quell’odore tremendo, mentre fuori si prepara la tempesta del secolo, con pioggia e raffiche di vento.

Il tipo sta sempre lì, impalato, con il cane al guinzaglio. Ogni volta che la commessa gli passa davanti, mormora un’improbabile frase di scuse alla quale nemmeno lei risponde più.

Immagino che la sua donna in questo momento sia alle prese con quella enorme ciambella, il rotolo di carta, l’alcol e la busta di plastica. Ma se non se ne preoccupa lui, non vedo perché dovrei farlo io.

Trattenendo il respiro, pago ed esco di corsa, sotto l’acqua, dove posso finalmente tornare a inspirare aria.

Accanto alla porta aperta c’è la commessa del rotolo di carta. Mi pare che anche lei ne approfitti per respirare. E forse anche per recitare dentro di sé qualche litania impronunciabile.

Se qualcuno dovesse chiederle come è andata la giornata, immagino già quale potrebbe essere la sua risposta.

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