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La cacio e pepe della mia mamma

A casa mia l’odore più frequente che arriva dalla cucina è quello di bruciato. 

Si inizia la mattina con quello delle mele cotte, reso dolce dallo zucchero caramellato. Bruciato anche quello.

Poi a seconda, il latte, le verdure, le bruschette. Negli anni abbiamo bruciato verdure, pizze, focacce, risotti, petti di pollo, timballi, dolci. 

“Con tutte le cose che ho da fare” dice mamma.

“Va bene, ma allora chiedi a me”.

Alla fine, dopo Natale, quando ci siamo rotte un po’ di piedi (io uno, ma lei tutti e due), la responsabilità della cucina è passata a me. 

Io, bisogna dirlo, sono un po’  pignola. Si compra quello che serve, si cucina quello che si mangia, senza sprechi. Dopo aver regalato borse intere di pane secco, ho iniziato a tagliare a fette ogni pagnotta, e a custodirle, ben chiuse nei sacchettini di plastica, nel congelatore. Pronte alla bisogna. Niente di meno, niente di più.

Da allora, non si è visto più pane secco in casa nostra.  

Un giorno, mamma aveva da poco ricominciato timidamente a camminare, stavo preparando il pranzo, giù da me.

Mamma dice. Al pane ci penso io. Capii che aveva bisogno di tornare a fare qualcosa in cucina dopo tanto tempo e la lasciai fare.

Poco prima di metterci a tavola sentii l’inconfondibile odore. Corsi al fornino. Il pane era carbonizzato.

“Con tutte le cose che ho da fare”.

Le nostre cucine sono due mondi diversi. Io smaniavo di cucinare fin da bambina. Facevo le medie quando cossi la mia prima torta alle mele.

Al liceo trascorrevo interi pomeriggi con un’amica a preparare pasta fatta in casa, tortellini, lasagne, ragù e krapfen. 

Per mamma la cucina è un obbligo. Un posto dove si soddisfa un’esigenza primaria. Mangiare per sopravvivere. Tutto il resto è superfluo.

Per anni al ritorno da scuola ho trovato ad attendermi un hamburger o un piatto di pasta in bianco. Ogni giorno. Per anni ho odiato la nostra tavola imbandita con i cartocci degli affettati e dei formaggi. O le pentole e le padelle che arrivano direttamente dai fornelli senza incontrare un vassoio nemmeno per sbaglio. 

Non molto tempo fa dissi a mamma che avrei fatto la pasta cacio e pepe, un piatto che sembra semplice ma che richiede tempo e attenzione.

“Che ci vuole? – disse lei – Cuocio la pasta, ci grattugio sopra il formaggio e poi metto un pizzico di pepe, ed é buonissima”.

La rivisitazione delle ricette la rende euforica. 

“Non è mica necessario seguirle alla lettera” sostiene.

Secondo lei non è necessario nemmeno saltare la pasta nel sugo, i condimenti pronti sono ammessi, così come le salse confezionate e gli alimenti surgelati.

Un giorno ha ricevuto sul telefono la ricetta della pasta cacio e pepe.

“L’ho letta. Pensavo che fosse come quella che facevo io. Invece…”.

Per fortuna l’ha detto ridendo.

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Io giro da sola (anche in ospedale, sì)

“Scusi, ma lei non ha nessuno che la accompagna? Lo sa che in casi del genere non si viene mai soli?”.
Il caso del genere sarei io con un piede ingessato e le stampelle che, seduta su una sedia a rotelle, devo spostarmi tra una zona e l’altra dell’ospedale. In ogni reparto in cui passo arriva puntuale la brontolata dell’infermiera di turno.
La stessa frase mi è stata detta dalla biondina col viso dolce dell’ortopedia, ripetuta dalla moretta severa di radiologia, per risentirla qua e là durante il percorso fra la fisioterapia e l’accettazione.
Che poi, sola. Mi hanno accompagnato e mi verranno a riprendere. E a dire il vero sono stata io a dire che non si fermassero, che me la sarei cavata. Insomma, non è che tutti gli amici hanno due o tre ore da spendere a spingere la tua carrozzella da una stanza all’altra. Poi, dico io, c’è gente che in carrozzella ci vive e si sposta da sola, perfino guidando l’auto. Vuoi che io per qualche ora, fra l’altro dentro un ospedale mica in mezzo a una strada, non riesca a farcela?
Ho imparato a far la faccia di tolla. A ogni infermiera ululante faccio finta di niente. Penseranno che sono ottusa, poco intelligente. Pensino quello che vogliono.
In realtà non pensano niente, credo. Di me in quanto persona, intendo. Penseranno semplicemente che sono un ostacolo, o un impiccio, di passaggio nella loro giornata di lavoro.
“Io posso accompagnarla fino a qui. Poi l’abbandono”.
“Mi abbandoni pure, non c’è problema”.
Si alza un signore.
“Dove deve andare? Posso aiutarla?”
“Volentieri, grazie”
Dopo aver attraversato il salone da sola spingendo le ruote di gran carriera (e insomma, un mese di stampelle almeno le braccia te le rinforza), trovo un tizio davanti alla colonna dei ticket al CUP.
“Chiedo scusa, dovrei passare”
È l’addetto all’assistenza.
“Che le serve?”
“Devo prendere un appuntamento”
“Allora guardi, le do il numero. Con questo ha la precedenza”.
La ruota sinistra scivola su un rialzo del pavimento e la sedia non si muove. Mi giro verso un uomo in piedi accanto a me. La moglie parla con l’assistente.
“Scusi, signore. Può aiutarmi?”
Mi spinge verso il corridoio della sala d’attesa. Mi porto avanti, per essere in pole position quando uscirà il mio numero. Non faccio in tempo ad arrivare che lo chiamano.
“Scusate, permesso… arrivo!” Dico a voce alta mentre il campanellino scatta sui numeri successivi.
Una ragazza dai lunghi capelli neri si alza. “Posso aiutarla?”
Mi spinge e raggiungo lo sportello.
Quando è il turno del prossimo, ho difficoltà ad uscire spostando la sedia. Subito arriva un signore ad aiutarmi. “Dove deve andare?”
“Nel salone, la ringrazio”
“Si figuri, tanto son qui che aspetto”
Faccio la mia telefonata e mi faccio venire a prendere al pronto soccorso, il punto più comodo per la sedia a rotelle.
Mi avvio verso il corridoio, seguendo la linea grigia. Chiedo a un volontario di un’associazione se mi dà una mano. Sembra non aspettasse altro.
“Dove deve andare?”
“Al pronto soccorso”
“L’accompagno fin lì, allora”
È finita. Ce l’abbiamo fatta.
Da sola sì, ma con l’aiuto di tanti.
E a dirla tutta, scoprire questa voglia di aiutare, questa disponibilità verso una persona in difficoltà, questa generosità sorridente, mi è sembrata la cosa più bella della giornata.
Oltre al fatto che l’osso (il terribile astràgalo, si, sempre lui) è guarito e che mi hanno tolto il gesso.
La prossima volta però mi farò accompagnare, tranquille infermiere.

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Si fa presto a dire astragalo. Ma l’accento dove va?

Astragalo è una parola bellissima. Mi chiedo dove cada l’accento. Se è sdrucciola, astràgalo, la mente corre al cielo, alle stelle e all’astrologo. O all’astrolabio. E per simpatia finanche alla mandragora. O a Tantalo, al vandalo, all’acefalo, al bucefalo, al crotalo e al mesencefalo. A un cembalo.

Se è piana, astragàlo, mi vien da pensare a mondi antichi, alle storie lontane di assiri, sumeri e babilonesi. A Sardanapàlo, il lussurioso re che visse come se fosse stato una donna. A un regalo, a un palo, un narvalo che immortalo, intercalo e incanalo.

Mamma dice: non la conosco questa parola, ma non mi piace per niente.

Io sono la più giovane in astanteria. Nell’angolo di destra, quello opposto al mio letto, c’è un anziano, magro, rinseccolito. Si lamenta di continuo. Aga, aga, aga, aga frishc. Pensavo recitasse una preghiera islamica, invece è un Sinagra dell’ultimo Montalbano che chiede acqua fresca. A lui, oltre all’infermiere, bada il figlio.

Accanto a me una donna, anziana anche lei. Ha la faccia tumefatta. Racconta la figlia: non ha trovato l’interruttore della luce, ha aperto la porta ed è andata giù dritta di testa per le scale. Aveva già un tutore alla spalla.

Un’altra anziana è nel letto davanti a me, a ore 12. Dice alla figlia: l’ho detto anche al dottore, con noi non c’è niente da fare. Siamo vecchi. E io ho cent’anni, sarò vecchia?

Macché cent’anni, dice la figlia come se parlasse a una bambina.

Eh, se un so’ cento son novantaquattro.

Portano un altro lettino con un’altra anziana, meridionale questa come il Sinagra. Ogni tanto le esce un rumorino secco, come di frittura. E ride, guardando soddisfatta verso la figlia.

La notte, fra un lamento e colpi di tosse catarrosa, si dorme.

Fossimo in una puntata di Grey’s Anatomy o di ER, sarebbe tutta un’altra storia.

La signora accanto a me, in rotta con la figlia da una vita, verrebbe salvata dalla morte, orribile e vicina, dalla provvidenziale donazione di sangue della stessa congiunta. O di midollo, dipende. E farebbero la pace con una musica piena di pathos in sottofondo, i primi piani e le infermiere commosse tutte intorno.

Al signor Sinagra anziché l’acqua fresca darebbero per errore un bel bicchiere di varechina, scatenando la macchina dell’emergenza fino al tragico epilogo. Si aprirebbe subito un’indagine interna per scoprire il responsabile dell’errore. Gli indizi punterebbero tutti sull’infermiere gentile, che verrà licenziato per poi essere scagionato e reintegrato quando si scoprirà che era tutta una macchinazione ben congegnata dalla cosca nemica. I Cuffaro. 

Sarebbe andata nello stesso modo anche se l’uomo avesse chiesto un caffè.  

La quasi centenaria, salvata dall’abnegazione di medici e infermieri, deciderà di lasciare i suoi insospettati averi all’amministrazione dell’ospedale. La mamma tornerà a casa circondata dalla riconoscenza dei sanitari, mentre la figlia badante, oberata dai debiti, sarà stroncata da un infarto fulminante prima ancora di poter impugnare il testamento.

Alla vecchietta che frigge con il didietro verrà diagnostica una malattia rarissima al cui studio verranno devoluti i fondi che l’ospedale ha ricevuto in eredità. E arriveranno ministri e medici e studiosi da ogni dove interessati al caso e ai fondi che gli gravitano intorno.

Invece siamo solo a Campostaggia e, a parte lamenti, catarri e flatulenze, non succede un accidente. Niente aerei che cadono sulle scuole o pullman carichi di badanti ungheresi in gita che finiscono fuori strada per un malore dell’autista dopo aver travolto decine di macchine in autostrada. Nemmeno un paziente trafitto da una fiocina durante la caccia allo squalo.

L’infermiere dice. Fino alle 8.30 non si dimette nessuno. Sottinteso, fino a quando non arriverà un medico. Siamo tutti in ostaggio, qui.

Le anziane magre come grissini con le loro figlie dai grossi sederi compressi in pantaloni di maglia nera elastica. Il vecchio Sinagra e un tizio che si aggira da ore con la pancia scoperta chiedendo una flebo. Nessuno si allontani, prego.

Posso avere almeno un antidolorifico? Chiedo, quando mi trasferiscono dalla sedia a rotelle alla lettiga sulla quale passerò la nottata.

Sono qua perché la sera prima, di ritorno dal cinema (c’era il bellissimo ma noiosetto Pinocchio di Garrone) sono inciampata in una buca, in un sasso, non so. Era buio e pioveva e son finita a terra. Ho sentito un rumorino arrivare dal piede, una specie di croc. Ma mi sono rialzata e sono tornata a casa che c’era da accompagnare un’amica. Poi però son dovuta venire qui, in preda a dolori insopportabili.

Alle quattro arriva il radiologo. 

Infrazione dell’astragàlo, dice. Domattina la visiterà l’ortopedico.

È una parola piana, allora.

Avrei detto più sdrucciola, vista da terra.   

(P.S. La pronuncia corretta è sdrucciola, astràgalo)

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Una vera figura di m…

alano

“Ecco lo sapevo… succede sempre così quando siamo in uno spazio chiuso”.

Mi giro istintivamente a guardare chi è che ha parlato a voce così alta e vedo un tipo con un alano al guinzaglio. Un uomo giovane, un ragazzo cresciuto.

Li avevo visti entrare, lui e una donna, giovane anche lei, e il cane, un cucciolone di alano color champagne.

Li avevo visti poi dirigersi in una corsia dove una commessa, della quale anche io ero in cerca, si era precipitata a servirli. “Come posso aiutarvi?”.

Poi avevo distolto la mia attenzione da quel gruppetto rivolgendola alla ragazza alla cassa, nell’attesa che si liberasse da un cliente.

“Avete lampade così?” le chiedo, mostrandole la grossa lampadina rossa che tengo in mano. Mi guarda con aria perplessa e allarga le braccia. Come a dire, ma questo è un negozio per animali.

“Sì, lo so – dico – ma credo che venga utilizzata proprio per riscaldare uccelli tropicali, iguana, cose così, per questo lo chiedo a voi”.

“Aspetta, che mi informo” e prendendo la lampada si dirige verso la corsia di prima.

Sbircio in quella direzione, mentre il tipo con l’alano parla al suo cane facendo finta di brontolarlo.

“Ma che cosa hai combinato, eh? Possibile che mi fai fare sempre di queste figure?”.

Quello che vedo, nell’agitazione generale, è veramente impressionante.

A terra c’è una specie di ciambella senza buco dello stesso colore dell’alano che l’ha prodotta, champagne, e anche delle stesse dimensioni, in proporzione.

Intorno, la proprietaria del cane che la guarda pietrificata, mentre la commessa che non vedeva l’ora di aiutarli si dà da fare correndo avanti e indietro con in mano un grosso rotolo di carta, una bottiglia di alcol e una enorme busta di plastica.

Il tipo con il cane si tiene invece a distanza di sicurezza, alternando le frasi di scusa verso la commessa alle inutili brontolature al cane.

La commessa, con l’aria di volerci infilare lui, il proprietario del cane, nella busta enorme, dopo averlo cosparso dello stesso materiale della ciambella, ripete, a denti stretti, sempre brandendo il rotolo di carta: “Si figuri, non c’è problema. Sono cose che succedono”.

Nel frattempo l’aria del negozio si fa irrespirabile. L’odore della ciambella si diffonde sempre più velocemente, nonostante le corsie divisorie.

La mia commessa mi comunica che loro non tengono questo tipo di lampade. Dal momento che sono qui, però, decido di comprare la crema al malto per i miei gatti.

Afferro il tubetto e mi precipito alla cassa, senza respirare.

L’ondata maleodorante sta invadendo ogni angolo del negozio. La commessa del rotolo di carta spalanca la porta di ingresso, nel disperato tentativo di far uscire quell’odore tremendo, mentre fuori si prepara la tempesta del secolo, con pioggia e raffiche di vento.

Il tipo sta sempre lì, impalato, con il cane al guinzaglio. Ogni volta che la commessa gli passa davanti, mormora un’improbabile frase di scuse alla quale nemmeno lei risponde più.

Immagino che la sua donna in questo momento sia alle prese con quella enorme ciambella, il rotolo di carta, l’alcol e la busta di plastica. Ma se non se ne preoccupa lui, non vedo perché dovrei farlo io.

Trattenendo il respiro, pago ed esco di corsa, sotto l’acqua, dove posso finalmente tornare a inspirare aria.

Accanto alla porta aperta c’è la commessa del rotolo di carta. Mi pare che anche lei ne approfitti per respirare. E forse anche per recitare dentro di sé qualche litania impronunciabile.

Se qualcuno dovesse chiederle come è andata la giornata, immagino già quale potrebbe essere la sua risposta.

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Storia di un euro, di calzini mancati e di un cornetto vegano all’arancia

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  • Scusi, ha un euro?
  • No. Ho solo quello nel carrello ma mi serve per tutte le volte che faccio la spesa.

Con la prima, una signora elegante con le mèches, è andata male. Ci riprovo con una coppia di anziani che si avvicina con il carrello pieno. Mostro la mano aperta con le monete dorate sul palmo. Una da cinquanta, tre da dieci, una da venti. Di questi tempi è un nulla essere scambiata per una truffatrice. La donna guarda nel borsello.

  • Mi spiace, non ce l’ho.

Mentre mi allontano, il marito mi corre incontro.

  • Aspetti, ce l’ho io.

Gli do i miei spicci prima di prendere la sua moneta.

  • Grazie.
  • Si figuri. C’ho anche guadagnato, prima avevo una moneta e ora ne ho tante.

La battuta non è un granché ma mi fa ridere di cuore. Sarà per l’insieme. La gentilezza di quelle persone, il fatto che ci siamo scambiati due parole in tranquillità, come accadeva ai tempi del “se mi lascia il carrello le do un euro”, mi mette in una disposizione d’animo leggera.

La mia spesa sarà veloce. Devo prendere giusto tre cose, ma è compresa una discreta fornitura d’acqua. Senza il carrello sarebbe stato impensabile.

Appena entrata al supermercato mi dirigo al reparto pane e pasticceria fresca. Ho un certo languorino. Rovisto fra le bustine di cornetti. Albicocca, cacao, vuoto, integrale. C’è anche il mio preferito. Cornetto vegano con ripieno all’arancia. Prendo una bustina con due cornetti, un euro e trentotto. Ne mangerò uno prima di ripartire, al riparo della mia auto, nel posteggio.

Già che ci sono metto nel carrello anche un pane strano, tutto nero e coperto di semi.

Poi latte e corn flakes per mamma, l’acqua, tre confezioni da sei, e già che ci sono rimpinzo un po’ anche la dispensa felina.

Non vedo l’ora di uscire. Il cornetto mi aspetta. Pago alla cassa automatica e scendo al parcheggio. Ho appena infilato una confezione di acqua da sei nel bagagliaio quando mi si avvicina qualcuno. Non mi giro nemmeno a guardarlo.

  • Non prendo niente, per favore lasciami stare che ho da fare.
  • Va bene.

È un ragazzo di colore, alto e magro. Si mette da parte lasciandomi finire. Ha l’aria gentile e arrendevole. Mi aspetto che si offra di aiutarmi a scaricare la spesa. Non lo fa. Un punto a suo favore. Chiudo l’auto e riporto il carrello. Non mi chiede di lasciarglielo. Un altro punto a suo favore.

Mi cammina di fianco mostrandomi dei calzini.

  • Abbi pazienza ma non ti prendo niente.
  • Perché?
  • Perché di calzini ne ho una montagna e poi mi servono solo di cotone che quelli misti mi fanno male ai piedi.

È un’amara verità che ho scoperto a mie spese durante la vendemmia.

  • Va bene.

Sorride. Non mi fa sentire troppo bene questa cosa. Mi pento di essere stata tanto brusca.

Mentre rimetto a posto il carrello e raccolgo l’euro volato a terra mi viene un’idea.

Ma il ragazzo è sparito.

Entro in auto. Cornetto all’arancia, sei mio.

Mentre mastico l’ultimo boccone vedo spuntare il cappellino bianco e blu e il volto scuro del ragazzo. Mi passa vicino con un sorriso rassegnato. Apro il finestrino. Gli porgo la bustina con il secondo cornetto.

  • Se vuoi facciamo a mezzo.
  • Cioè?
  • Uno l’ho mangiato io e questo lo mangi tu.

Ha un attimo di esitazione prima di prendere la busta.

  • Va bene.

Sorride.

A dire il vero avrei avuto ancora un po’ di fame ma mi sento già meglio.

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Avviso ai naviganti

Vi avverto. Mi si sta risvegliando un’insopprimibile voglia di riprendere a raccontare i fatti miei.

Questo vuol dire che nei prossimi giorni questo blog potrebbe tornare a rianimarsi.

Ma che cosa è successo di tanto importante, si chiederanno i miei amici. Avrà rischiato un’altra volta di passare in un mondo migliore? Avrà scritto un altro libro? Avrà litigato con qualcuno alla posta? Avrà trovato un fidanzato?

Niente di tutto questo.

Il fatto è che nelle ultime settimane mi son successe tante cose belle. Allora mi vien voglia di dirle agli amici. E mi torna anche la voglia di scrivere.

Poi, sia chiaro, non c’è bisogno che stiate tutti lì ad aspettare (o a pensare ma che cavolo me ne importa a me). Volevo solo farvelo sapere.

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La copertina di Linus

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Salgo sull’autobus che mi porta all’università. Oggi darò un esame, un esame vero (non come quelli a quiz per i 24 cfu, voglio dire), un orale davanti al professore.

La materia è ostica, linguistica generale. Da settimane studio morfi, morfemi, lessemi, fonemi, sintagmi e diagrammi ad albero. E’ la prima volta che affronto l’argomento e rischio seriamente di affogare nel mare delle formule e delle regole dei vari livelli di analisi. Fonetica, fonologia, sintassi, morfologia.

Sui fonemi mi sono preparata bene, mi sono fatta anche uno schemino che cerco di mandare a memoria mentre esercito la pronuncia delle consonanti: occlusive, fricative, affricate, palatali, velari, nasali. Tutto il resto, il riassunto dei libri di testo, è schematizzato nel quadernone giallo spento che utilizzo per il ripasso.

Ieri sera, prima di andare a letto, ho preparato la borsa. Ci ho messo anche i testi originali (per un dubbio dell’ultim’ora). Lo schemino dei fonemi è in cima alla pila. E il quadernone degli appunti.

L’autobus ritarda di mezz’ora, dovrò correre per arrivare all’università, perdendo la mezz’ora di vantaggio che credevo di avere.

Mi siedo nelle file davanti e apro la borsa. Tento un primo ripasso, per allentare un po’ questa tensione che mi attanaglia senza requie. Ieri ho fatto altro. Un giorno di decompressione ci vuole. Ma oggi è già l’ora di tornare sui libri.

Cerco il quaderno, il quadernone dalla copertina giallo tiepido con su scritto linguistica generale a pennarello. Non c’è. Sposto la nascita delle parole, scartabello fra fonetica e morfologia, rovescio l’analisi della sintassi. Niente da fare.

Mi assale il panico. I miei appunti, sistemati in fila, con tutti gli schemi. Sulla prima pagina le definizioni secche di fonema, morfema, lessema. Non è possibile.

Mi rifugio nella memorizzazione dei fonemi, mentre cerco di rallentare il respiro.

Impossibile tornare indietro, non farei in tempo. Non posso nemmeno chiedere a qualcuno. Non saprei nemmeno spiegare dove si trovi quel quaderno, visto che doveva essere qui.

Respiro e cerco di rimanere concentrata. Non sarà un quaderno a far saltare tutto. Oh, semmai nel caso ci riprovo la volta dopo. Ma non è una strada percorribile. Il programma degli esami, concentrati tutti nel secondo semestre, è fitto. Fra cinque giorni ne ho già un altro.

Cammino senza distrarmi, attraverso Siena schivando turisti e studenti, e finalmente arrivo davanti all’aula dove si terrà l’esame. E’ pieno di ragazzi seduti per terra che ripassano, bevono Estathe e mangiano patatine. Io sono sola. Almeno ai 24 cfu avevo un’amica che dava l’esame insieme a me. Qui niente. I ragazzi mi ignorano, non faccio parte del loro orizzonte. Afferro una sedia libera e mi siedo, è anche rotta. Controllo ancora una volta la borsa, sono convinta che prima o poi il quadernone giallo tiepido uscirà da qualche parte come per miracolo. E invece niente.

Invio qualche messaggio. Reprimo la voglia di scrivere agli amici del quaderno scomparso. In questo momento la scelta è fra cedere al lamento, alla ricerca di compatimento o tenere alta la volontà di andare avanti senza distrazioni. Scelgo la seconda.

Esce la prof, fa l’appello. Divide gli esaminandi in gruppi. A me tocca nel pomeriggio. “Ce la faccio a tornare a casa a prendere il quaderno”, penso subito. Ma un rapido calcolo con i dati incrociati su distanze, mezzi pubblici e temperature esterne, mi dice che no, non è una buona idea.

Sono costretta ad affrontare quel vuoto, a confrontarmi con l’assenza del quadernone, ancora di salvezza nel mare magnum delle formule linguistiche. La mia copertina di Linus.

Trovo un tavolo libero al quarto piano, prendo una bottiglietta d’acqua e uno snack alle macchinette, apro uno dei libri e inizio il ripasso. La dimenticanza del quaderno, ma come è potuto succedere, rischia di farmi cadere nello sconforto.

Mi sforzo di far sì che ciò non accada. E’ solo un gioco della mente, ce la posso fare.

Ormai ho studiato, tanto, ho scritto, ripetuto, appuntato. Quello che so, so. Non sarà certo il quaderno a risolvere la situazione. Però mi manca, dio se mi manca. E’ una questione di sicurezza, come il bastone per uno zoppo anche se ha ripreso a camminare senza. Il telefonino in borsa anche se non devi chiamare, la bottiglia d’acqua anche se non hai sete. Ma intanto ce l’hai.

Ho lo stomaco chiuso. Sbocconcello meccanicamente dei cracker, bevo un po’ d’acqua. Decido di saltare il pranzo. Non solo non ho fame, ma rischierei anche di far tardi. La prof ha detto dall’una e mezzo. Anche se ho altri studenti davanti a me. E poi non credo che mi mancheranno le forze, dovessimo andare avanti nel pomeriggio, mi sostengono i nervi. Nel caso, mangio dopo. Se sarò ancora viva.

Strano questo senso di panico assoluto che mi avvolge. Dopo tutti gli esami che ho dato (sì, ok, decenni fa), e le prove ben peggiori che ho dovuto affrontare in questi ultimi anni, non riesco a capire che cosa mi incuta tutta questa paura. Mi sento come davanti a un baratro, costretta a fare un salto nel vuoto per arrivare di là. Mi dico, razionalmente, che tutto questo è esagerato. Ma la pancia non sente ragioni.

Cambio idea. Vado a mangiare. Devo distrarmi. Un piatto di riso bianco (ci manca solo un mal di testa da intolleranze alimentari) e un po’ d’acqua fresca. All’una e mezzo sono già davanti alla porta. I ragazzi sono molti meno. Qualcuno ha già fatto l’esame al mattino, altri torneranno domani. “Ricomincia alle due” dicono le due ragazze sedute al tavolo. Si alzano e vanno a prendere un caffè. Con loro c’è un ragazzo barbuto, uno dei primi esaminati, che continua a dire, afferrandosi la barba, “capisci? queste sono le basi dell’italiano?”. Da come lo dice pare che non sia andata proprio bene. Mi trattengo dal chiedere.

Intorno ci sono altri giovani, seduti per terra. Continuano a ripassare, a ridere, a bere bibite. Un ragazzo di colore che avevo salutato per gentilezza passandogli davanti in corridoio si siede vicino a me. Lo ammiro pensando che sosterrà anche lui il mio stesso difficile esame.

Ore 13.50, esce la prof. “Linguistica generale?”. “Sì”. Rispondo solo io. “E gli altri?”. “Non so, dico, erano qua. Devono essere andati al bar, pensavano che riprendesse alle due”. “Se intanto vuole entrare lei”.

Mi parli del morfema. Dio, il quaderno. La definizione era scritta là, sulla prima pagina, l’avessi potuta riguardare. Io che sono allergica alle definizioni, non c’è niente da fare, non mi rimangono. Provo a dire qualcosa, ma ho già deciso che non ce la farò mai. Senza il mio quaderno.

La prof mi stimola con le sue domande e arrivo a definire il morfema, i suoi utilizzi e tutte le variazioni a cui può andare incontro. Sembra soddisfatta. Non me ne rendo conto subito, ma intanto succede qualcosa. Succede che non penso più al quaderno. Che le risposte alle domande sono dentro di me, non su quelle pagine a quadrettoni. Che tutto quello che ho studiato è lì che freme per uscire. Snocciolo fonemi come se contassi da 1 a 10.

“Ah sì, questo lo sa benissimo, si capisce. Passiamo ad altro”. No, mi ascolti ancora, vorrei dirle, con quanto me li sono studiati. Mi chieda la regola delle affricate, mi faccia parlare di laterali e occlusive, di bilabiali e dentali. Quello schema a colori, che a casa sembrava impossibile da memorizzare, adesso sta lì fisso nella mia mente, come se non avessi visto altro in vita mia.

La prof dice “purtroppo posso darle solo un 28”. E io, che pensavo a un 22, dico “va bene”. Va benissimo, anzi. “Sa, io ammiro tanto le persone come lei, che tornano a studiare. So bene anch’io che, mi scusi se glielo dico, per quelli come noi, la memoria ormai non è più quella di prima” (ma che dice? lei è molto più giovane di me). “Ma ho visto che ha ottime capacità di ragionamento e questo è molto importante”. “Beh sì, dico io, devo ringraziare lo studio del latino alle medie e al liceo. Credo di coglierne i frutti ancora oggi”.

Solo una volta fuori realizzo che la prof intendeva dire non posso darle trenta. Mentre io, nel mio stupido accesso di incertezza, partivo da diciotto e a quel traguardo non ci pensavo nemmeno.

Tornata a casa scopro che il quadernone giallo tiepido era rimasto sulla scrivania, accanto al computer. Ma non ne rimpiango più la mancanza. E’ servita anche quella. Fosse solo per capire che non c’era bisogno di alcuna copertina.

Tutto considerato, credo che sia andata bene così. Anzi, meglio.

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il canto del frigorifero

Hai presente il rumore della tempesta sul mare, del risucchio del vento e del rifrangersi delle onde? Se quel rumore dovessi sentirlo a casa mia, non ti devi preoccupare, è solo il frigorifero.

Arrivò qui alcuni anni fa e fu una conquista. Faceva parte della nuova cucina, la prima che avessi mai avuto, una cucina vera, intendo, non quell’ammucchiata di elementi che era stata fino ad allora. Mi correggo. La nuova cucina, quella fatta da artigiani su misura e con il legno massello bianco crema, la lasciai senza frigorifero. Loro lo volevano incassato e io non avrei voluto farlo soffocare nel legno massello. Il capo di quegli artigiani mi disse, offeso: “allora al frigorifero ci deve pensare da sola”.

Fu così che andai a scegliere il mio primo frigorifero, nuovo e libero.

“Questo è perfetto – disse la commessa – pensi che me lo sono preso anch’io”. La scelta fu facile. Era economico, le misure erano quelle giuste, lo aveva preso pure la commessa. Solo lo sportello si apriva da sinistra verso destra e a me sarebbe servito il contrario. Ma non me ne curai.

Fin dalla prima notte lo sentii. All’inizio pensai di aver lasciato una porta aperta e che una tempesta, misteriosamente scatenata all’esterno, premesse per entrare in casa. Controllai. Era tutto chiuso e fuori non c’era nemmeno un temporale.

Capii allora che era lui, il frigorifero, a fare tutto quel rumore. Mi venne subito la voglia di riportarlo al negozio e di dire a quella commessa “bella fregatura mi ha fatto prendere”. Non lo feci.

Ora vengono gli amici a casa e dicono. Ah, è il frigorifero. Ma come fai a resistere con questo rumore? Qualcuno si mette addirittura a sibilare per fargli il verso.

Io che amo il silenzio e mi inquieta anche solo il suono di una motosega nella campagna, quel rumore non lo sento più.

Ma ogni tanto mi addormento con il suono del vento e sogno di saltare sulle onde del mare delle Hawaii.

 

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lettera non d’amore

Probabilmente avresti preferito un’auto diversa da quell’Alfa rosso Alfa così vistosa ed eccentrica. E impegnativa. Prendi il fatto delle catene. Quelle ruote proprio non le tollerano. E così, ogni primavera, c’è da cambiare le gomme. Metti quelle estive, leggere, fresche, quelle adatte per correre fino in spiaggia e tuffarsi nel blu. Sì, anche tante altre cose ci si possono fare, certo. Ma a me piace ricordare quella. Sono le ruote per partire dopo aver caricato tenda, zaino e via. Quelle delle notti in pineta, del canto delle cicale e dei gabbiani. Quelle che non hai bisogno di tutto il resto. Quelle che durano sempre troppo poco e che arriva subito l’autunno ed è già tempo di montare le altre, quelle da neve.

Pesanti. Fanno venire freddo solo a vederle. Però anche quelle hanno il loro perché. A me fanno venire in mente il camino acceso, un piumone caldo, un libro, un gatto addormentato. E te.

L’autunno è troppo più lungo della primavera e l’inverno dura anni rispetto all’estate, c’è poco da fare. Ma anche loro finiscono. E siamo punto e a capo. Porta l’auto dal meccanico, cambia le gomme, lascia che l’estate entri di nuovo in te. Dici che noia star sempre lì a cambiarle. Ma dimmi un po’, avresti forse preferito la costrizione di un paio di catene? E non pensi a tutte le stagioni che ti saresti perso?

Mesi lunghi e uguali l’uno all’altro, con il sole o con il gelo. Invece, guarda, se apri la finestra te ne accorgi, l’estate è finita e l’autunno è arrivato. Come lo so? Facile. E’ tempo di tornare in officina. Ecco qua. Queste sono le chiavi. Ormai lo sai bene come funziona. Stavolta però ricordati di chiedere al gommista per quanto tempo ancora potranno andare avanti, prima di doverli ricomprare, quei benedetti pneumatici.

 

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Archiviato in diario minimo, fiction

L’inesplicabile fattore M

Sono alla Posta, in coda con il mio numerino. Da uno sportello chiamano un numero a voce alta, che appare ovviamente ripetuto anche sul pannello luminoso. Niente, nessuno. Chiamano il successivo, il mio. Appoggio le mie buste sul banco e spiego all’impiegata il tipo di spedizione che mi serve. Manca un modulo da riempire, me lo porge. In quel mentre arriva un baldanzoso giovane, quello con il numero precedente. Ben svegliato, gli avrei detto io. Ora resti in attesa che finisco con la signora e poi sono da lei.
Ovviamente no.
L’impiegata comincia ad agitarsi, lascia sedia e postazione e si avvicina al baldo. “Mentre la signora riempie il modulo faccio con lei”.
Non ci posso credere. Io un modulo lo riempio in due secondi netti, che si crede?
Ovviamente non avevo fatto i conti con il fattore M, l’inesplicabile fattore M.
Lei come si chiama? Cinguetta l’impiegata. F… S… risponde il baldanzoso. Che inizia a spiegare quale problema lo ha portato fin lì. Ovviamente un caso complicato, di lunga trattazione e di difficile soluzione.
Osservo incredula l’impiegata che, niente affatto abbattuta da tanta complessità, corre avanti e indietro, scodinzolando, mentre consulta colleghi e direttore per giungere alla risoluzione del caso.
Io, che ormai ho riempito il mio modulo da cinque minuti buoni, osservo la scena sperando che qualcuno si ricordi di me. Povera illusa. Il fattore M non scatta con le signore di mezza età.
Lascio che l’impiegata scodinzoli un altro minuto e poi intervengo, ormai visibilmente alterata. Scusi, potrebbe finire la mia pratica, intanto? Almeno se ne chiude una. Poi può tornare a seguire l’altro caso.
Occorre grande fermezza per sventare il fattore M, e non è detto che funzioni.
Con me ha funzionato a metà. L’impiegata ha fatto la faccia scocciata di quando la mamma la chiamava per la merenda mentre lei era impegnata a giocare con gli amichetti.
Ha detto, scusa F., torno subito.
F., capito? Lo ha chiamato per nome, passando perfino al tu. Da non credere.
Poi, con fare ostentatamente diligente, ha effettuato le mie spedizioni, tre in tutto, sottolineandole ogni volta con la frase “e questa è spedita”, che ha pronunciato sotto il mio sguardo impassibile per ben tre volte. Ogni volta ha precisato anche il costo della singola spedizione, aspettando la mia approvazione. Il teatrino è proseguito fino in fondo, con il pagamento e l’ostentata conta del resto. Controlli. Mi fido, grazie. Poi finalmente, una volta che ho sgombrato il campo, ha potuto dedicarsi al suo F., un baldanzoso 25enne tanto bisognoso di cure e attenzioni.
Io sono uscita sicuramente molto più incazzata di quanto non lo fossi (non lo ero) quando sono entrata e con un senso di assoluta impotenza di fronte al fattore M.
Ma che dire, infine?
Boh, forse Towanda?

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