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La pizza gigante di Giacomino

Quando andavamo al mare a Punta Ala, da piccine, due erano i momenti in cui si alzava il livello di felicità. Quando andavamo a Follonica e tornavamo con un mega vassoio di pizza al taglio e quando mangiavamo la pizza da Giacomino, a Castiglion della Pescaia, dopo aver comprato il pesce fresco al porto.

Punta Ala è a metà strada. Quando siamo al bivio con i grandi pini, se si gira a sinistra in dieci minuti si arriva a Follonica, a destra più o meno alla stessa distanza c’è Castiglioni.

La botteghina della pizza al taglio non aveva niente di speciale. Un bancone con la vetrina trasparente dietro alla quale il pizzaiolo scaricava le teglie con i diversi condimenti e la commessa velocemente le suddivideva in rettangoli di uguale dimensione. 

La pizza però era buonissima. Margherita, cipolle olive e tonno, patate e rosmarino, frutti di mare. Ogni volta volevamo prendere tutti i gusti che c’erano e non ci bastava mai.

La signora metteva i tagli su un grande vassoio di carta che poi avvolgeva con la carta plastificata. Lo portavamo via che era così tanto bollente che quando arrivavamo in campeggio la pizza era ancora calda.

Da Giacomino era tutto un altro discorso. La pizza si mangiava li, seduti al tavolo, nella grande sala con le pareti ricoperte di perlinato scuro e i tavolini in legno con le tovaglie a quadrettini bianchi e rossi come le trattorie italiane a Little Italy, New York.

Giacomino era un omino tondo di testa e di corpo, con l’espressione sempre accigliata. Stava tra la sala e la cucina, in piedi, con un grembiule annodato in vita, e come un vigile urbano dirigeva il traffico delle pizze. 

I camerieri correvano veloci con gli enormi piattoni delle pizze sulle braccia e li depositavano davanti al cliente giusto, sotto lo sguardo severo di Giacomino, senza sbagliare un colpo.

Giacomino era famoso per le pizze giganti e per la quattro stagioni divisa in quattro parti da un filo di pasta. Ogni quarto aveva il suo condimento distinto dagli altri tre. 

La pizza di Giacomino era finissima e croccante. La Margherita profumava di basilico. 

Io e Paola vivevamo nel sogno della pizza gigante ma babbo e mamma ci facevano prendere sempre quella normale, perché eravamo piccole e non saremmo mai riuscite a finirne una così grande. 

Ma alla fine giunse anche per noi il momento e ci ritrovammo ad aggredire quella pizza oceanica con coltello e forchetta, animate non solo dal gusto di quella delizia, ma anche dall’orgoglio di voler dimostrare che eravamo grandi anche noi, tanto grandi ormai da poter mangiare una pizza gigante da Giacomino. 

Un undici settembre di una decina di anni fa o giù di lì mi sono ritrovata a passare dal porto di Castiglioni e mi è venuta voglia di vedere se c’era sempre la pizzeria da Giacomino. Era sempre lì, sulla destra del porto, un po’ sfilata verso la passeggiata a mare. 

Non ho resistito. Sono entrata e mi sono seduta a un tavolo. 

Non riconoscevo niente, in tutto quel bianco, con le vetrate a mare. Il posto che da piccola mi pareva immenso, si era ristretto a una normale sala di ristorante. Era cambiato tutto, i tavoli, i colori. Non c’era più nemmeno Giacomino, col suo grembiule, a dirigere il traffico delle pizze.

Ho chiesto un antipasto e un primo di pesce. Mentre alla TV scorrevano le immagini per l’anniversario delle torri gemelle, ho ricevuto la telefonata di un collega. Mi informava che un amico comune, vittima di un incidente qualche mese prima, stentava a riprendersi e probabilmente c’era poco da sperare. 

In realtà anche se la sua storia è finita troppo presto e niente affatto bene, avrebbe avuto ancora diversi anni davanti a sé. 

Oggi la pizzeria da Giacomino la ricordo quasi più per quella brutta storia che per la sua fantastica pizza.

Segno che in certi ricordi del passato è sempre meglio non andare a mettere le mani. 

Foto di Igor Ovsyannykov da Pixabay

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Vacanza a Pantelleria

Il 17 ottobre 2001 sarei dovuta partire per Pantelleria con la mia amica L. e la sua bambina piccolina. Avevamo trovato un bellissimo dammuso nel centro dell’isola, arredato con stoffe etniche, dall’aspetto caldo e accogliente. Avremmo preso una macchina a noleggio e chi ci avrebbe fermato più. Lago di Venere, arco dell’Elefante, spiaggette e cale. Non ci saremmo perse niente. E poi c’erano da assaggiare i capperi, il Passito, il pescespada. Non stavo più nella pelle. Tra l’altro quell’anno, il 2001, avevo lavorato sei mesi di fila a Treviso, da aprile a settembre, mentre gennaio e febbraio li avevo trascorsi nella redazione di Belluno, resistendo per non restarci un mese in più come mi avevano chiesto, per poter tornare a casa, preparare le mie cose e organizzarmi per trovare un alloggio per quando mi sarei trasferita a Treviso. 

Un viaggetto ci voleva proprio.

Era stato un anno importante, già iniziato con una vacanza in Sicilia, turbata dalla telefonata del capo di Belluno che mi chiedeva di partire immediatamente per fare una sostituzione da loro. Ero arrivata da appena due giorni, me ne stavo tranquilla a contemplare la facciata del duomo di Noto semidistrutta dal terremoto e già mi rovinavano tutto il resto della settimana.

Mentre ero a Belluno, il 21 febbraio, ci fu la strage di Novi Ligure, con Erika e il fidanzatino Omar. I sei mesi a Treviso invece furono scanditi dal G8 di Genova, con la morte di Carlo Giuliani, la scomparsa quasi contemporanea di Indro Montanelli, l’invio di un libro esplosivo ai Benetton in segno di protesta per la vicenda delle terre degli indiani Mapuche, in Argentina. Poi ci fu l’11 settembre.

Dopodiché successe di tutto. L’8 ottobre il disastro aereo di Linate. Il 4 ottobre un missile ucraino abbatté un Tupolev della Siberia Airlines. Ci sarebbe poi stato il volo Crossair precipitato vicino a Zurigo il 24 novembre e l’American Airlines del 12 novembre che, partito dal Jfk di New York, si schiantò nel Queens. 

Insomma, pareva proprio che nel 2001 fosse meglio non volare. Infatti la mia amica insistette perché prendessimo un solo aereo da Roma a Pantelleria, evitando di volare fin da Firenze.

Qualche giorno prima di partire, lei però rinunciò alla vacanza, terrorizzata dai continui disastri aerei.

Io invece sarei andata lo stesso, anche da sola.

L’agenzia siciliana a quel punto mi sconsigliò il dammuso, dove sarei stata troppo isolata, e mi assegnò un appartamento vicino a quello dove abitava uno di loro. 

Il viaggio fu complesso. Non tanto da Santa Maria Novella alla stazione Termini, quanto, una volta scesa a Roma, per trovare il binario nove e tre quarti che mi avrebbe portato a Fiumicino, trascinandomi dietro il valigione della mia vacanza. E non era finita lì. C’era da fare una specie di traversata oceanica su chilometri e chilometri di nastri rotanti dalla fermata del treno fino al gate per Pantelleria.

Sempre con valigia al seguito. 

Dopo il check in, ricordo invece gli sguardi in cagnesco tra i passeggeri in attesa, tesi probabilmente a scoprire un terrorista in ciascuno di noi. Di sicuro invece eravamo tutti alquanto terrorizzati, visto che la navetta non arrivava e l’aereo sembrava non dovesse partire mai. Soprattutto ci intimoriva l’atteggiamento preoccupato del personale di terra, che correva da un punto all’altro con sguardo basso e senza offrire spiegazioni. Che ci fosse un qualche guasto tecnico in corso? O qualcuno avesse dimenticato di fare rifornimento? O magari ci fossero già i segnali di un possibile dirottamento o di una bomba a bordo? Intanto a noi passeggeri erano vietati forbicine, limette e qualsiasi oggetto atto ad offendere. Come flaconi di shampoo, bagnoschiuma e profumi, che avrebbero potuto celare liquidi esplosivi. Per me fu l’occasione per smaltire un po’ di campioncini di profumeria varia in bustine sigillate. 

Finalmente giunse il momento di partire. Durante il volo non fu possibile rilassarsi, per gli stessi motivi che sembravano turbarci tutti fin dalla sala d’attesa. Ma la traversata fu tranquilla, anche se dovevamo sorvolare Ustica, come aveva detto la mia amica nel terrore dei giorni precedenti. Forse facemmo anche un cambio a Trapani, ma non ne sono troppo sicura. 

Invece sono certa che la discesa velocissima e l’inchiodata dell’aereo su una delle piste più corte del mondo non mi fece né caldo né freddo. Recuperai la valigia e uscii nel caldo ottobrino di Pantelleria, apprezzando di aver rimesso di nuovo i piedi a terra. 

(1 – continua)

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Botte in birreria

All’inizio degli anni Ottanta a Colle aprì la prima birreria. Anzi un bistrot, alla francese, con sedie in ferro battuto e tavolini in marmo, pareti foderate in perlinato e qualche lunga panca in legno. Fino ad allora c’erano solo bar e discoteche dove passare le serate bevendo qualcosa in compagnia. 

Il Bistrot Bel Ami, in una delle due Coste e vicinissimo alla piazza, rappresentò una grandissima novità per tutta la zona. C’erano le birre alla spina e quelle in bottiglia e, volendo si poteva anche mangiare qualcosa. I proprietari, due fratelli fidanzati con due mie compagne di scuola delle elementari, preparavano dei piattini con wurstel alla piastra e mais o cuori di palma.

Una novità ancora più eclatante era rappresentata dal videoproiettore con maxischermo sul quale giravano i primi videoclip musicali che i fratelli acquistavano nei loro viaggi a Londra.

C’erano Kid Creole & The Coconuts, Michael Jackson con Thriller, David Bowie, Billy Idol nei suoi nastri di cuoio nero, Boy George con il suo trucco triste e i Culture Club, che cantavano Do you really want to hurt me e Karma Chameleon, Lionel Richie e All Night Long.

Io avevo appena iniziato a frequentare l’università e non vedevo l’ora di rendermi un po’ più indipendente, per non stare sempre a chiedere i soldi per la benzina o per uscire con gli amici. Chiesi ai due fratelli se potevo lavorare da loro e mi dissero di sì. 

Ero talmente felice che quasi non ci credevo.  

Così la mattina andavo a Siena a seguire le lezioni e la sera, quando mi chiamavano, soprattutto nel week end, facevo la cameriera in birreria. All’inizio prendevo solo le ordinazioni ai tavoli, passavo le comande, ritiravo i vassoi e sparecchiavo. Poi imparai a spinare la birra e a fare il caffè espresso con la macchina da bar. Un passo ulteriore in avanti fu quando mi fu data la possibilità di preparare quei deliziosi piattini con i wurstel e i contorni che mi mangiavo con gli occhi. E l’irish coffee, che si serviva in bicchieri rotondi a calice, riscaldando il whisky per farlo stare in fondo, versando sopra il caffè e coprendo con panna liquida. Il gioco di temperature e densità diverse permetteva di creare tre strati distinti che poi si fondevano in bocca con un effetto fantastico. 

Una delle prime sere al lavoro qualcuno mi chiese un glengrant e io non avevo idea di che cosa fosse. Uno dei fratelli mi spiegò che era un whisky e mi insegnò come versarlo e in quale bicchiere. Probabilmente di figure da incapace ne feci diverse altre, senza nemmeno accorgermene, ma è anche vero che in poco tempo imparai un sacco di cose di quel mondo riuscendo a gestire i clienti in scioltezza e divertendomi un sacco.

Poi pensai di proporre il tiramisù fatto da me. I fratelli, dopo averlo assaggiato, accettarono. Lo portavo su dei vassoi di porcellana decorata presi in casa dal servizio buono di mamma e se ne ricavavano dieci porzioni. Il dolce era molto richiesto e io raggranellavo qualche lira in più.

Le serate fluivano senza grossi problemi. Avevamo diversi clienti fissi, come un nipote con lo zio, molto più anziano di lui, che trascorrevano molte ore al tavolo. Erano loro a presentarsi così, ma io all’epoca figuriamoci se non ci credevo.

Ogni tanto c’era qualcuno che beveva un po’ troppo, ma niente di che. Una volta dovetti avvisare uno dei fratelli che stava succedendo qualcosa di strano dentro il micro bagno del locale. Era da un po’ che non si poteva entrare e in più si sentivano dei colpi provenire dall’interno. Lui andò a bussare e ne uscirono un ragazzo e una ragazza un po’ stralunati.   

Fra i clienti c’era anche un professore di filosofia dall’aspetto trasandato e con una certa attitudine al bere. Una sera il tizio piantò una grana. Eravamo ormai in orario di chiusura e ci apprestavamo a pulire e rimettere a posto.

Lui non voleva uscire. Se ne stava piantato al bancone e reclamava qualcosa da bere. Uno dei proprietari gli disse che non gli avrebbe dato più niente, che aveva già bevuto abbastanza e che se ne sarebbe dovuto andare perché si doveva chiudere il locale.

Ne venne fuori una discussione violenta alla quale assistetti del tutto incredula, incapace di immaginare che avrebbe potuto avere un esito ancora peggiore.

Il tipo non voleva saperne di andare via. I toni iniziarono a salire, nonostante alcuni clienti cercassero di calmarlo insieme al proprietario. Credo che qualcuno abbia tentato di prenderlo di peso e portarlo fuori, ma non ricordo molto bene. So solo che quell’uomo si rivoltò e con un’esplosione di rabbia cominciò a picchiare sul bancone e a spaccare tutto quello che trovava a portata di mano.

Era tardissimo, fuori non c’era nessuno. Io non sapevo che cosa fare. Uscii di corsa e arrivai in un baleno sotto la caserma dei carabinieri, in piazza. Suonai il campanello. Non rispose nessuno. Suonai e suonai ancora. Niente. Quando tornai in birreria, agitatissima e terrorizzata da quello che poteva essere successo nel frattempo, mi sembrava di esserci stata un secolo a suonare quel campanello.

Appena entrata vidi uno dei proprietari con la faccia piena di sangue dopo che il tizio gli aveva lanciato un bicchiere in faccia colpendolo sull’arcata sopracciliare. 

Il tempo, o forse il panico di quel momento, ha cancellato quello che accadde dopo. Posso immaginare che sia stata chiamata un’ambulanza o che il ferito sia stato accompagnato da qualcuno al pronto soccorso. Alla fine qualcuno riuscì anche ad avvisare i carabinieri. 

Ricordo solo che dissero che avevano sentito scampanellare ma che evidentemente non avevo avuto la pazienza di aspettare abbastanza perché quando erano scesi non avevano trovato nessuno.

In poco tempo il locale fu risistemato, il proprietario lavorò per qualche giorno con la benda sull’occhio, ma convenimmo tutti che alla fine gli era andata anche bene. Se ci fu una denuncia, un processo o qualcos’altro non lo so. Non sono mai stata chiamata a testimoniare. 

Metto quest’esperienza insieme a tutto quello che ho imparato in un periodo bellissimo, in cui la vita sembrava facile, divertente e piena di cose da scoprire. La lista è lunga, dal Glen Grant all’irish coffee, e ha anche una colonna sonora, My Male Curiosity di Kid Creole & The Coconuts, una canzone che ho continuato a canticchiare per decenni dentro di me, per scoprire solo da poco che anche lei arrivava da quei giorni lì.       

(foto di Marcelo Ikeda Tchelao da Pixabay)

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A pesca con babbo

Ai tempi in cui andavamo al mare in campeggio a un certo punto a zio venne l’idea di pescare con le reti. Avevamo già la barca. Furono comprate le reti. 

D’estate funzionava così: a luglio partivamo noi con la roulotte, prendevamo posto e montavamo la veranda. In un altro momento babbo o zio portavano la barca che poi stava in una piccola rimessa sulla spiaggia.

Ad agosto ci davamo il cambio con la famiglia di zio, che sarebbe tornata a casa con la roulotte alla fine delle vacanze.

Con la barca io già mi divertivo a fare sci nautico. Ero diventata bravissima, sia in linea che nello slalom e non cadevo mai, nonostante gli scherzetti di babbo che frenava il motoscafo apposta, perché ero terrorizzata dalle meduse. 

Un giorno nel mare davanti a Cala Violina c’era babbo che insegnava lo sci ai figli dei nostri amici. Io li guardavo, seduta sul motoscafo, incredula per il fatto che nessuno di loro riuscisse ad uscire dall’acqua alzandosi in piedi. 

A un certo punto mi spazientii e dissi, babbo, ora provo io. 

Mi fece provare, sicuro che non ce l’avrei mai fatta. Invece partii subito. Da allora babbo fece sciare solo me che tanto con gli altri era inutile.

Quando era il tempo giusto per buttare le reti, babbo usciva la sera al tramonto da solo. 

La mattina dopo invece ci alzavamo in piena notte, io e lui, e alle quattro eravamo già in barca. Io mi preparavo dei panini al latte con la Nutella per fare colazione in mare. Babbo pane e affettato. 

La sabbia a quell’ora era fresca e tutta liscia. La barca era pronta, sul bagnasciuga, bastava dare solo una piccola spinta. Quando arrivavamo nel punto giusto, babbo spengeva il motore e buttava l’ancora.

Il mare era piatto e trasparente. Si sentiva solo qualche urlo di gabbiano e lo sciabordio leggero delle onde contro la barca.

Se c’erano dei pesci si vedeva già prima ancora di tirar su le reti, perché facevano dei riflessi d’argento. 

Avevamo un metodo. Babbo tirava le reti e io le passavo, stando attenta che non si attorcigliassero. Man mano che recuperavamo i pesci la rete finiva sul pavimento della barca, sempre ben ripiegata. 

Per lo più prendevamo dei pescetti di poco conto, adatti per la frittura. Ma ogni tanto capitava anche qualche triglia, con le branchie lunghe e le scaglie rosse.

Il terrore dei pescatori erano i cetrioli di mare, una specie di cilindro rigido, con qualche spina qua e là, che rimaneva impigliato nelle maglie e rischiava di romperle. 

I cetrioli, quando c’erano, erano affar mio.

Babbo smetteva di tirare, mi passava il coltellino e io mi mettevo li, paziente, a districare quel coso, facendo attenzione a non rovinare la rete. Poi, una volta liberato, lo ributtavamo in acqua, con schifo e fastidio, il più lontano possibile dalle reti. 

Qualcuno sosteneva che i cetrioli di mare, chiamati anche cazzi di mare (ma di nascosto da noi bambini), erano buonissimi. Ma se li aprivi, sotto la scorza dura e spinosa rivelavano una sostanza fluida e appiccicosa.

Meglio buttarli. 

Quando avevamo la nostra rete tutta bella ripiegata e il secchio pieno di pesci, potevamo finalmente fare colazione. 

Per me non c’era niente di più buono dei miei panini al latte con la Nutella, che ancora oggi me li sogno la notte. 

Intanto il sole era già alto e si era fatta l’ora di tornare. 

Scendevamo in spiaggia con il nostro bottino e passavamo orgogliosi tra i bagnanti, che si sporgevano curiosi di vedere che cosa avessimo preso. 

A me restavano solo due cose da fare. Recuperare un po’ di sonno e andare ai lavandini a pulire il pesce. Mamma poi l’avrebbe cucinato. Se quel giorno c’erano le triglie babbo avrebbe fatto la maionese per accompagnarle dopo averle lessate. 

P

Ai tempi in cui andavamo al mare in campeggio a un certo punto a zio venne l’idea di pescare con le reti. Avevamo già la barca. Furono comprate le reti. 

D’estate funzionava così: a luglio partivamo noi con la roulotte, prendevamo posto e montavamo la veranda. In un altro momento babbo o zio portavano la barca che poi stava in una piccola rimessa sulla spiaggia.

Ad agosto ci davamo il cambio con la famiglia di zio, che sarebbe tornata a casa con la roulotte alla fine delle vacanze.

Con la barca io già mi divertivo a fare sci nautico. Ero diventata bravissima, sia in linea che nello slalom e non cadevo mai, nonostante gli scherzetti di babbo che frenava il motoscafo apposta, perché ero terrorizzata dalle meduse. 

Un giorno nel mare davanti a Cala Violina c’era babbo che insegnava lo sci ai figli dei nostri amici. Io li guardavo, seduta sul motoscafo, incredula per il fatto che nessuno di loro riuscisse ad uscire dall’acqua alzandosi in piedi. 

A un certo punto mi spazientii e dissi, babbo, ora provo io. 

Mi fece provare, sicuro che non ce l’avrei mai fatta. Invece partii subito. Da allora babbo fece sciare solo me che tanto con gli altri era inutile.

Quando era il tempo giusto per buttare le reti, babbo usciva la sera al tramonto da solo. 

La mattina dopo invece ci alzavamo in piena notte, io e lui, e alle quattro eravamo già in barca. Io mi preparavo dei panini al latte con la Nutella per fare colazione in mare. Babbo pane e affettato. 

La sabbia a quell’ora era fresca e tutta liscia. La barca era pronta, sul bagnasciuga, bastava dare solo una piccola spinta. Quando arrivavamo nel punto giusto, babbo spengeva il motore e buttava l’ancora.

Il mare era piatto e trasparente. Si sentiva solo qualche urlo di gabbiano e lo sciabordio leggero delle onde contro la barca.

Se c’erano dei pesci si vedeva già prima ancora di tirar su le reti, perché facevano dei riflessi d’argento. 

Avevamo un metodo. Babbo tirava le reti e io le passavo, stando attenta che non si attorcigliassero. Man mano che recuperavamo i pesci la rete finiva sul pavimento della barca, sempre ben ripiegata. 

Per lo più prendevamo dei pescetti di poco conto, adatti per la frittura. Ma ogni tanto capitava anche qualche triglia, con le branchie lunghe e le scaglie rosse.

Il terrore dei pescatori erano i cetrioli di mare, una specie di cilindro rigido, con qualche spina qua e là, che rimaneva impigliato nelle maglie e rischiava di romperle. 

I cetrioli, quando c’erano, erano affar mio.

Babbo smetteva di tirare, mi passava il coltellino e io mi mettevo li, paziente, a districare quel coso, facendo attenzione a non rovinare la rete. Poi, una volta liberato, lo ributtavamo in acqua, con schifo e fastidio, il più lontano possibile dalle reti. 

Qualcuno sosteneva che i cetrioli di mare, chiamati anche cazzi di mare (ma di nascosto da noi bambini), erano buonissimi. Ma se li aprivi, sotto la scorza dura e spinosa rivelavano una sostanza fluida e appiccicosa.

Meglio buttarli. 

Quando avevamo la nostra rete tutta bella ripiegata e il secchio pieno di pesci, potevamo finalmente fare colazione. 

Per me non c’era niente di più buono dei miei panini al latte con la Nutella, che ancora oggi me li sogno la notte. 

Intanto il sole era già alto e si era fatta l’ora di tornare. 

Scendevamo in spiaggia con il nostro bottino e passavamo orgogliosi tra i bagnanti, che si sporgevano curiosi di vedere che cosa avessimo preso. 

A me restavano solo due cose da fare. Recuperare un po’ di sonno e andare ai lavandini a pulire il pesce. Mamma poi l’avrebbe cucinato. Se quel giorno c’erano le triglie babbo avrebbe fatto la maionese per accompagnarle dopo averle lessate. 

Per me invece l’avventura del pesce finiva li. Non riuscivo proprio a mangiarlo, anzi non potevo nemmeno sentirne l’odore. 

Avrei osato assaggiarlo solo a ventidue anni, in una cena tra amici con pesce di tutti i tipi e da allora lo avrei apprezzato. 

Nonostante questo, le mie estati da piccola pescatrice con i momenti trascorsi con babbo, rimangono tra i ricordi più belli.

er me invece l’avventura del pesce finiva li. Non riuscivo proprio a mangiarlo, anzi non potevo nemmeno sentirne l’odore. 

Avrei osato assaggiarlo solo a ventidue anni, in una cena tra amici con pesce di tutti i tipi e da allora lo avrei apprezzato. 

Nonostante questo, le mie estati da piccola pescatrice con i momenti trascorsi con babbo, rimangono tra i ricordi più belli.

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La casa dei nonni

Il colore della casa dei nonni era il verdino e il giallino dei mobili alla veneziana della camera dove dormivo io. A casa di nonna si dormiva bene, c’era un silenzio buono, anche se la finestra dava sulla strada. La mia sveglia era il giornale radio che nonno ascoltava tutte le mattine mentre si faceva la barba con schiuma e pennello. 

C’era anche tanta luce. Il comodino accanto al mio letto era foderato all’interno da un mosaico di specchietti e quando aprivi lo sportellino era tutto uno sbrilluccichio.

In quella stanza nonna teneva i lavori, tovaglie e lenzuola di lino o cotone che dava da ricamare a certe donne.

Per entrare nelle grazie di nonna bisognava avere un certo garbino. Essere precise, puntuali, lavorare di fino e non tirare via. Il ricamo non mente.

Chi aveva quel garbino poteva contare sempre su nuovi lavori. Altrimenti c’era poco da fare.

Io quel garbino non ce l’avevo e infatti lavoravo ai ferri. Nonna insisteva per insegnarmi l’uncinetto ma io non ne volevo sapere.

  • Fammi vedere come tieni in mano l’aghetto, diceva, prima di disperarsi.

Quando c’ero io a pranzo si mangiava il coniglio in umido e le patate arrosto. Non volevo nient’altro. 

Con la famiglia riunita invece nonna il coniglio lo faceva in dolce e forte, con il cioccolato e i pinoli. Per me era un tradimento e non l’ho nemmeno mai voluto assaggiare.

Nello stanzino subito a destra rispetto alla porta d’ingresso c’era la dispensa, un antro scuro pieno di scaffali coperti da barattoli misteriosi. In un grosso recipiente di vetro con il tappo a chiusura ermetica c’era un miele chiaro e pastoso, che si grattava con il cucchiaino. Lo portava direttamente un apicoltore ed era considerato una cosa preziosa da maneggiare con cura. Per mangiarlo ci voleva il permesso di nonno, ma mai più di un cucchiaio alla volta.

Il prosciutto e il salame si “partivano”, che voleva dire tagliare. 

  • Chi la parte una fetta di salame?
  • Prendi il prosciutto, è stato appena partito.

I barattoli si marimettevano (si aprivano per la prima volta) o si principiavano. 

  • Prendi la marmellata già marimessa.
  • Il sugo è stato bell’e principiato.

Sopra all’acquaio era appesa una sacchettina di cotone bianco lavorato all’uncinetto dove nonna faceva scolare l’insalata. A un chiodo della parete era invece attaccato il battimosche, una lunga paletta con manico di metallo e testa di gomma traforata con cui nonna abbatteva gli insetti senza alcuna pietà.

Per prendere l’acqua si apriva la cannella dell’acquaio e le cose cascavano per terra, dove si dava il cencio. Se nella pasta non c’era abbastanza sale si diceva che era sciocca.

Nonno ci teneva che io diventassi una brava pittrice, nonostante non avessi mai manifestato alcuna dote per il disegno. Mi diceva, fai quel panorama. E io copiavo dalla finestra la distesa dei campi, il grande ippocastano sulla sinistra, il ruderino all’orizzonte. 

  • O fammi vedere come li colori…

Poi si arrabbiava perché i campi erano verdi, il cielo azzurro e il rudere marrone.

  • Un artista dipinge le cose come le vede lui, diverse da come appaiono a tutti. Il cielo può essere anche rosa, i campi azzurri.

Ma non ero un’artista e non riuscivo a immaginare un campo con l’erba rosa o celeste.

A casa dei nonni però c’era una cosa meravigliosa, il grande libro degli animali. Non mi stancavo mai di chiedere a nonna di guardarlo insieme, una pagina dopo l’altra, e ogni volta era una festa.

I miei animali preferiti erano Gianni, il barbagianni, e i pinguini che si tenevano per mano.

Quando si arrivava a quella pagina impazzivo di felicità e volevo anche io prendere tutti per mano come facevano loro.

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I conigli di Taro

Alla fine dell’inverno del 1991 a casa nostra arrivò Taro, un siberian husky bianco rosso dagli occhi color dell’ambra. Arrivò perché nessuno lo voleva e perché io me ne ero innamorata a prima vista. In quel periodo i siberian erano cani di gran moda e in molti li compravano, oltre che per sfoggiarli per strada, anche per partecipare a mostre e competizioni canine. 

Taro aveva due difetti, la coda gli era cresciuta un po’ pendente da un lato e un testicolo non gli era sceso al posto giusto. Così fu scartato da chi lo aveva comprato. Attraverso giri che non sto a raccontare arrivò a Vallecapocchi, dove io lo portai, convinta di non poter vivere senza di lui, mentre mamma non voleva assolutamente tenerlo. Con il voto di babbo la bilancia virò decisamente verso l’adozione di Taro. 

Visto che il cane aveva una folta pelliccia e cercava il fresco, babbo gli costruì un recinto accanto al fienile dove lui scavava buche sempre più profonde. Una volta fece venire alla luce addirittura una conchiglia fossile di madreperla. 

Taro aveva anche tanto bisogno di correre ma allo stesso tempo, a causa del suo spirito indipendente e dei geni ereditati in linea diretta dal lupo, non poteva essere lasciato libero.

Mi consigliarono quindi di comprare un apparecchio di metallo fatto apposta per collegare il cane alla bicicletta senza sbilanciamenti reciproci. Cominciammo quindi a fare lunghe passeggiate, io e Taro, con la mia mountain bike.

Verso la metà di giugno avevo l’orale dell’esame da giornalista professionista. Quando non lavoravo in redazione, studiavo. Poi per svuotare la mente andavo in passeggiata con Taro. Un giorno eravamo per la strada delle Lellere, dove non c’era ancora nulla se non terre incolte. Mi fermai per qualche ragione e sganciai la pettorina di Taro dall’apparecchio che lo legava alla bici. Prima che potessi chiudere il moschettone del guinzaglio Taro era sparito. Lo chiamai urlando sempre più forte, feci dei giri in bici alla disperata, ma niente. Si era dissolto nella vegetazione selvaggia dove io, con i miei pantaloncini e le scarpette da ginnastica, non potevo nemmeno sognarmi di entrare.

Tornai a casa distrutta, ero sicura che non avrei più rivisto Taro. E tutto per un attimo di distrazione.

Feci denuncia di smarrimento dai vigili, la sera con babbo girammo in macchina dietro alle Lellere fino a tardi sperando di vederlo, ma niente. 

Anche mamma era molto preoccupata, ma più per me che per Taro. Temeva infatti che in preda all’angoscia avrei mandato all’aria l’esame da giornalista. 

La mattina dopo babbo rispose al telefono. Poi mi disse: l’hanno trovato.

È vivo? Fu il mio unico pensiero.

Lui sì, disse babbo.

Scoprimmo che Taro aveva fatto poca strada. Dalle Lellere era risalito fino al Paradiso dove era stato attratto dalle gabbie dei conigli di una famiglia di contadini. Con il suo musetto era riuscito ad aprirle una ad una e ad uccidere tutti i conigli, con un morso sul collo, ma senza mangiarli.

Poi si era steso a riposare sull’aia dove l’aveva trovato il padrone di casa di prima mattina. 

Babbo pensava già a fare i conti di quanto avremmo dovuto rimborsare per ogni coniglio. Per fortuna avevamo l’assicurazione. 

Io non vedevo l’ora di riabbracciare il mio Taro.

Babbo andò a prenderlo con la macchina. Quando tornò ci disse che quei contadini avevano voluto sapere di preciso chi fosse e, una volta capito di chi era figlio, gli avevano fatto una grande festa. Nonno Corrado era stato il capo dell’anagrafe comunale in un tempo in cui la maggior parte delle persone era analfabeta. Per lui era normale aiutare chi gli si rivolgeva per scrivere una lettera o leggere un documento. 

Per queste persone, invece, avere un punto di riferimento onesto e disinteressato significava tantissimo, anche per essere sicure di non venire raggirate. 

Anche il contadino di Taro era tra questi e per lui la perdita dei conigli non era niente in confronto a quello che aveva ricevuto tanti anni prima.   

Babbo insistette ma loro dicevano che non volevano niente. Fu invitato ad entrare in casa a bere vino e mangiare salame e alla fine tornò a casa con il fuggitivo. 

Noi decidemmo comunque di fare un regalo a quella famiglia, una bottiglia di liquore, in segno di gratitudine e riconoscenza, ma fu veramente difficile fargliela accettare.

Oggi ripenso a quelle persone e rimpiango tutto un mondo che abbiamo perso.

Non so se la fortuna di averlo conosciuto basta a consolarmi. 

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Archiviato in diario minimo, storie di gatti e altri animali

I Mondiali dell’82

L’11 luglio del 1982 invitai alcune amiche del liceo a vedere la finale del mondiale. Mamma e babbo erano andati a vederla dai nostri nuovi vicini e avevamo la casa tutta per noi. Ci eravamo trasferiti in campagna da pochi mesi e io ero nel pieno dell’esame di maturità. Fatti gli scritti, aspettavo l’orale, il 18 luglio. La mattina dopo il concerto dei Rolling Stones a Napoli. 

Con le amiche avevamo deciso di fare pizza e birra. Non ricordo perché ma a cena arrivarono anche due ragazzi di Poggibonsi. Guardammo la partita mentre mangiavamo seduti al tavolone del salotto. 

Nel pomeriggio i Rolling avevano suonato a Torino e Mick Jagger, il mio Mick Jagger, quello che campeggiava in un manifesto in bianco e nero a tutta parete nella mia cameretta minuscola, avvolto in una bandiera tricolore aveva gridato al pubblico che avremmo vinto 3 a 1. 

Incredibilmente la partita con la Germania Ovest finì proprio così, anche se in quel momento non era la cosa più importante. Importava urlare come pazze ad ogni gol, ad ognuno un po’ di più e alla fine gioire per la vittoria, che anche se il calcio non lo segui sempre, quando vinci un mondiale la festa la fai eccome. 

Allora non sapevamo che stavamo vivendo un pezzo di storia, un momento che nessuno avrebbe dimenticato mai più. I gol di Rossi, Tardelli e Altobelli, il presidente Pertini che esulta dagli spalti. L’urlo di Tardelli. Nando Martellini e il suo Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo.

Urlammo, cantammo e ballammo, felici ed eccitate per questa nostra serata da grandi.

I due ragazzi a un certo punto andarono sull’aia e cominciarono a discutere in modo piuttosto acceso. Non so se avevano bevuto un po’ troppo, forse avevano iniziato già prima di venire da noi. In ogni caso la discussione andò peggiorando finché uno dei due afferrò dal muretto dei vasi di terracotta pieni dei fiori di Loriana e li gettò addosso all’altro. I vasi caddero a terra, spaccandosi, con i fiori sparpagliati dappertutto.

E così anche questa festa era andata in vacca. Lì per lì, non fui in grado di prevedere il dramma che si sarebbe scatenato in casa. Pensai che si sarebbero comprati dei nuovi vasi, avremmo recuperato la terra e i fiori e tutto sarebbe tornato a posto.

Non fu così.

Mamma diventò una furia. 

Io non sapevo come affrontare la situazione. D’altra parte che cosa avevo fatto di male? Erano stati quelli là. Che ci potevo fare? 

Mi chiusi in camera a chiave e mi rifiutai di mangiare per due giorni, autoinfliggendomi una punizione che non mi avrebbe dato nessun altro.

Di là dalla porta mamma insisteva. 

  • Chi è stato? Ho il diritto di sapere chi è stato.

Alla fine le dissi i nomi dei due, pensando che sarebbe finita lì.  

Ma neanche per idea. Lei si armò di elenco telefonico e individuò il nome della famiglia del lanciatore, numero e indirizzo. E ci andò.

Quando tornò a casa sembrava che andasse un po’ meglio. Aveva parlato con il fratello maggiore che si era scusato e l’aveva tranquillizzata. Credo che le avesse offerto anche un risarcimento, che lei rifiutò. Non era una questione di soldi. Era il gesto, inutile e incomprensibile, che l’aveva ferita. Niente poteva offenderla di più che colpire i suoi amati fiori.

Ho scoperto però che l’affronto non è passato con gli anni. E ho capito che dovrò smettere di ricordarglielo, quell’episodio, visto che la fa star male ancora oggi.

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Polizia segreta

Quando vivevo a Treviso viaggiavo spesso in treno per tornare a casa. C’era un comodissimo Intercity Firenze-Udine, mi pare si chiamasse la Freccia del Piave, che mi evitava di dover cambiare a Mestre. Quando arrivavo salivo su un pullman che mi portava fino in piazza Arnolfo. Se arrivavo tardi, la sera, quando di bus non ce n’erano più, veniva a prendermi babbo. Poi ripartivo da Colle con la Sita la mattina presto.  

Del viaggio in treno apprezzo soprattutto la possibilità di estraniarsi dal mondo circostante, stando sprofondati in poltrona a leggere, cullati dal rassicurante tran tran.

Vivo la maleducazione altrui come un’intrusione nel mio piccolo mondo a misura di sedile. Ricordo il tratto Firenze-Bologna con una vistosa signora in tailleur rosso impegnata ad esibire i propri impegni di carriera parlando ininterrottamente a voce altissima, armata di computer e cellulare. O il Padova-Firenze sul seggiolino accanto ad un’artista che si vantava spudoratamente al telefono del successo della propria mostra, salvo abbassare drasticamente il volume della voce durante la chiamata del figlio, al quale chiedeva la stessa cortesia, dal momento che era in treno e non poteva parlare. E il politico veneto, chiacchierone, fanfarone e debordante, sulla tratta Bologna-Venezia. 

In genere preferisco non dare confidenza agli altri passeggeri, sperando di essere lasciata in pace a mia volta. A meno che non si tratti di persone come la giapponesina sul Firenze-Venezia che, per ringraziarmi di averle dato un’indicazione, rovistò in borsa fino a trovare un piccolo cadeau, un bloc notes in carta di riso con lapis, per me. Una gentilezza che cercai di contraccambiare con due biscottini al cioccolato di una confezione, ahimé, già aperta.  

Per il resto, sorrisi, grazie, buongiorno e buonasera.

Un giorno salii sul Firenze-Udine che mi portava a Treviso armata di un trolley abbastanza pesante. Il treno era pieno e avrei dovuto appoggiare la valigia sulla retina che un tempo sovrastava i sedili. Un signore gentile si offrì di aiutarmi, prendendo il trolley di peso e appoggiandolo sull’apposito sostegno. 

Capitò che ci scambiassimo alcune frasi, soprattutto verso la fine del viaggio quando si alzò per tirar giù il mio trolley, poco prima dell’arrivo alla stazione di Treviso, dove sarebbe sceso anche lui. 

Mi chiese che cosa facessi e, saputo che lavoravo in quel giornale, cominciò a citare i nomi di tutti i colleghi che conosceva. Collaborava con Tizio, ma anche con Caio. Sempronio lo vedeva sempre allo stadio quando era in servizio d’ordine.

Venne fuori che faceva il poliziotto.

Negli ultimi minuti che trascorremmo insieme in quel vagone, prima che il treno si fermasse a Treviso, continuò a parlare dei miei colleghi. Disse che glieli avrei dovuti salutare tutti, ci teneva proprio.

Aspettai che si presentasse, che mi dicesse da parte di chi avrei dovuto porgere i saluti. Visto che non lo faceva, glielo chiesi io.

  • Mi scusi ma non posso dirle il mio nome. Capirà, con il lavoro che faccio preferisco rimanere in incognito.

I colleghi però, quando riferii loro di questo strano incontro, capirono subito di chi si trattava. 

Foto di TheToonCompany da Pixabay

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Sa dirmi dov’è l’Appia Antica?

Non ricordo il momento esatto, ma di sicuro, quando ho iniziato a fare l’imitazione dei miei genitori ero solo una ragazzina.  

Senza saperlo, feci come fanno gli imitatori veri. Presi una loro caratteristica e la amplificai, trasformandola nel lato dominante. Loro sapevano di non essere proprio così, ma sono sempre stati al gioco. 

Il risultato fu che mamma diventò una signora svagata ma allo stesso tempo sicura delle proprie affermazioni, che parlava come la Signorina Snob con la voce dell’orso Yoghi del parco di Yellowstone. Di babbo invece misi in risalto l’irascibilità, spesso compressa, che si esprimeva con grugniti e grattate di gola.

Le voci servivano per scopi diversi. Per stemperare momenti di tensione, per prenderli in giro bonariamente e per raccontare episodi di cui erano protagonisti interpretandoli. Come accadeva con i nostri animali, mi bastava intonare una frase con quella voce e già era chiaro che non ero io che parlavo, ma babbo o mamma.

Babbo si lamentava spesso che mamma esprimesse i propri concetti con locuzioni infinite e complicati giri di parole. A lui, per farsi capire, spesso bastava un colpo di tosse dal tono giusto. 

A un certo punto iniziammo ad andare al mare d’estate nel sud Italia. Partivamo la mattina, con l’Alfetta nera e la roulotte, e verso l’ora di pranzo eravamo ai Castelli Romani. Qui babbo aveva individuato una trattoria che faceva dei galletti buonissimi. Ne mangiavamo uno a testa, anche io e Paola, che ne andavamo matte. Lui in più ordinava anche un fiaschetto di Frascati.

Un giorno, dopo essere ripartiti dai Castelli, babbo non riusciva a ritrovare la strada per proseguire verso sud.

Avremmo dovuto percorrere l’Appia Antica ma ogni volta ci ritrovavamo sulla via sbagliata. Mamma avrebbe dovuto fare il navigatore, controllando la cartina e dando indicazioni. Ma non sempre funzionava. In ogni caso se c’era da chiedere indicazioni, toccava a lei, dal momento che sedeva sul lato del passeggero.

  • Asvero, accosta che chiedo a quel signore.

Mentre apriva il finestrino a manovella, cercava di attirare l’attenzione dell’uomo, un tizio sbracato in ciabatte e pantaloni corti, dal ventre prominente, che la guardava con aria interrogativa.

  • Signore, mi scusi se la disturbo. Dal momento che dobbiamo andare verso sud, avremmo bisogno di trovare l’Appia antica. Lei saprebbe indicarci come raggiungerla, per favore? 

Mentre mamma parlava, babbo soffriva. Per cercare di non mostrare la propria insofferenza, stringeva i pugni e li batteva sul volante, scuotendo la testa al ritmo della metrica del poema di mamma, mentre diceva sottovoce, troppo lunga, troppo lunga. 

Noi, dietro, trattenevamo il fiato.

Il signore ascoltò tutta la tiritera di mamma senza battere ciglio. Poi, non appena lei ebbe finito di parlare, disse.

  • Ci stai sopra.

E questo fu tutto.

A quel punto mamma, incredula, avrebbe voluto chiedere se avesse capito bene e se quella fosse veramente l’Appia antica, ma babbo aveva già fatto fare un balzo in avanti alla macchina senza aspettare un secondo di più. 

Da allora la storia dell’Appia Antica è entrata a pieno titolo negli episodi di famiglia da citare in casi analoghi o da ricordare semplicemente per farsi una risata. 

Interpretata sempre con le voci giuste, naturalmente.

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My first time in New York, alone

La prima volta che andai a New York ricevetti  un sacco di raccomandazioni. La più importante era, una volta scesa al Jfk, passato il controllo passaporti e ritirati i bagagli, di andare dritta al punto da cui partivano i taxi gialli. Mettermi pazientemente in fila e per nessun motivo, ripeto, nessun motivo, farmi abbindolare da uno dei tanti tassisti abusivi che avrebbero cercato di agganciarmi. 

Ti allettano con i prezzi bassi ma non puoi sapere se quando arrivi a destinazione ti chiedono più soldi. E a quel punto che fai? Non hai nemmeno un ente a cui fare reclamo. Paghi e basta. 

In quegli anni tra l’altro New York stava appena iniziando a perdere l’immagine di città in mano al crimine che l’aveva accompagnata per tutti gli Ottanta, grazie al sindaco Rudy Giuliani e alla sua tolleranza zero, per cui non c’era molto da scherzare. 

Prima di partire poi, avevo fatto un giro in libreria, la Canova di Treviso dove abitavo all’epoca, e avevo trovato un libro che mi aveva catturato subito, New York per donne sole, dove l’autrice diceva che si poteva girare tranquillamente per la città pur stando attente ad alcuni accorgimenti, tipo non farsi riconoscere come turiste dispiegando la mappa della città in mezzo alla strada, non mostrare rotoli di banconote ad ogni apertura di portafoglio e dare sempre l’idea di essere in attesa di qualcuno. Poi infilava un capitolo con gli indirizzi a cui rivolgersi in caso di stupro, spiegando le numerose probabilità che potesse succedere.

Rovinandomi tutte le notti prima del viaggio.

In ogni caso, l’ultima mezz’ora in aereo la passai esercitando il mio inglese mentre chiedevo a tutti i passeggeri se volessero condividere un taxi con me.

Quando arrivai al ritiro bagagli non avevo ancora trovato nessuno. 

Mi incamminai verso l’uscita con i miei valigioni sul carrello e tentai un’ultima volta con una ragazza alta e con i lunghi capelli biondi. 

Perché no, disse.

Si chiamava Helen ed era sudafricana. 

Prima ancora di uscire dalle porte scorrevoli un tizio si precipitò verso di noi, proponendoci un taxi per Manhattan a quaranta dollari. 

Helen disse, va bene, ignorando la lunga fila di passeggeri in attesa sulla destra, al terminale dei taxi gialli.

E fu così che la prima raccomandazione svanì come una bolla di sapone.

Salimmo su un’anonima macchina bianca guidata da un pakistano e partimmo alla volta della grande città.

Helen studiava moda, viveva nel fashion district e sarebbe scesa prima di me, lasciandomi da sola per l’ultimo tratto di strada. Era già passata la mezzanotte. 

La prima volta che vidi lo skyline mi sembrò di guardare un film alla TV.

Quando arrivammo downtown, intorno all’una, la ragazza che mi avrebbe ospitato in bed&breakfast mi stava aspettando. Il tassista fu gentile, si preoccupò di parlarci al citofono e portò le mie valige fino al portone e non mi chiese nessun dollaro in più di quanto pattuito. 

Anche la ragazza del b&b era stupita di non vedere un taxi giallo ma io non ero in grado di spiegarle alcunché. 

Lei invece iniziò a parlare e non smetteva mai. Salimmo a casa in ascensore, mi mostrò la mia camera, il bagno, il divano dove dormiva lei, in salotto.

Oh, dissi, avrei potuto dormire io qui, senza problemi.

No. Tu paghi, disse, tu dormi nel letto.

In cucina aprì il frigorifero gigante e mi mostrò quale fosse il mio ripiano. 

Mi disse che mi spettava la colazione ma per il resto avrei dovuto arrangiarmi. Tanto c’era un negozio di coreani a ogni angolo, aperto ventiquattro ore su ventiquattro, non avrei avuto problemi a fare la spesa in qualsiasi momento.

Poi aprì lo sportello del congelatore e tirò fuori un enorme pene di plastica trasparente ripieno di un liquido blu. Capii che voleva che lo vedessi prima di trovarlo da sola e pensare chissà che. Mi spiegò lei quello che avrei dovuto pensare ma non capii una sola parola. Tra l’altro avevo un sonno che non stavo in piedi e sinceramente non mi importava niente del suo enorme pene blu.

Feci una risata e le feci capire che andava bene così mentre lei si affannava nella sua spiegazione. 

Finalmente andai a letto, un bel lettone alto con due materassi e quattro cuscini dove si dormiva da dio. Nonostante tutto quella notte non chiusi occhio tra l’eccitazione di essere a New York e il jet lag. Per fortuna il giorno dopo era domenica, così avrei potuto riposarmi un po’. Stetti in quella casa quasi un mese, ma presa dalla città e da tutti i miei impegni con la scuola e gli amici, dimenticai del tutto il grande pene blu.

Man mano che il mio inglese progrediva avrei potuto azzardare anche un dialogo più impegnativo con la mia padrona di casa. 

In realtà andò proprio così. Ma il mistero del grande pene blu non fu chiarito mai più.

Foto di Ryan McGuire da Pixabay

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