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Le prime vacanze a Praia a Mare

Quando i nonni morirono cominciammo ad andare in vacanza in posti più lontani. Questo accadeva perché non c’era più bisogno che restassimo a disposizione in caso di emergenza. Un anno andammo in Calabria, a Praia a Mare, nella parte più a nord della regione. Il camping era una distesa di terra brulla con degli alberelli sparuti piantati da poco. Ma eravamo sul mare, davanti all’isola di Dino, che dicevano fosse degli Agnelli.

La strada per arrivare non finiva più. Per questo ci fermavamo sempre una notte a Baia Domizia, sia all’andata che al ritorno. Qui andavamo a mangiare le mozzarelle freschissime di bufala a dei baracchini vicini alla strada, attrezzati con tavoli e panche sotto i tendoni.  

Prima di cena andavo al solarium del campeggio, una distesa di sdraio su un prato verde vista mare, per fumare di nascosto.

Tirava sempre un forte vento che consumava la sigaretta e ne trasformava il sapore. Ma riuscivo sempre a godermi quel momento tutto per me.

Un giorno, quando eravamo a Praia a Mare, babbo ci fece salire in macchina di mattina presto e ci portò a fare un giro sulla Sila. Dopo i lunghi tornanti in mezzo ai boschi, a Camigliatello trovammo un caseificio. Ci fermammo a vedere che cosa c’era e comprammo un sacco di formaggi. Il mio preferito era un cartone come quelli del latte che conteneva delle mozzarelline affogate in una panna densa e acida. Il massimo poi, una volta tornata alla roulotte, era mangiarla con la nutella.

Una volta prendemmo un gozzo a noleggio e facemmo un giro tra le spiaggette dei dintorni. 

Ci fermammo all’Arcomagno, una spiaggia bellissima a cui si accedeva da un’apertura naturale a forma di arco nella roccia.  

A Praia a Mare le roulotte erano molto rade, divise solo da quegli alberelli sofferenti che dovevano ancora crescere. Poco distante dalla nostra, andando verso l’ingresso del camping, ci stava una famiglia del nord Italia con due bambini.

Quell’anno mi ero portata dietro la chitarra e ogni tanto suonavo nella veranda. Un giorno vidi che avevo un pubblico. I due bambini erano in piedi davanti alla nostra roulotte e mi guardavano incantati. Suonai ancora un po’, poi mi stufai, ma loro volevano che continuassi.

Continuarono a venire tutti i giorni. All’inizio il loro interesse mi risultava abbastanza piacevole, ma ben presto i due piccoletti cominciarono a venirmi a noia. Non riuscivo più a far niente senza ritrovarmeli tra i piedi. Quando mi lamentavo con mamma e babbo loro mi dicevano, ma che problema c’è, porta pazienza.

Nel campeggio però non c’erano ragazzi della mia età e quindi alla fine, qualunque cosa facessi, avevo sempre il codazzo dei due bambini.

  • Perché non suoni la chitarra? chiedevano di continuo.

Oppure: 

  • Che cos’hai sulla pelle?
  • Si chiamano lentiggini.
  • E perché te le sei fatte?
  • Non me le sono fatte, vengono da sé.
  • E allora perché… eccetera eccetera.

Io li invitavo ad andare nella loro roulotte e lasciarmi in pace, ma loro erano testardi come dei piccoli muli. 

Cominciai a studiare i loro tempi così da poterli seminare e rimanere da sola in spiaggia o al bar. Ma, anche se il giochetto funzionava, purtroppo non durava a lungo e dopo un po’ sentivo la vocina di uno dei due pronunciare l’inevitabile domanda.

  • E la chitarra? Perché non l’hai portata?

Quando la vacanza finì, il pensiero di non rivedere più i due piccoli assillanti bastò a consolarmi del dispiacere di salutare il mare e l’aria calda della Calabria.

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I miei Capodanni lontani

Quando ero piccola per l’ultimo dell’anno avevamo sempre degli ospiti. All’epoca abitavamo ancora in Campolungo, nella casa al secondo piano di una palazzina di tre con un corridoio e tante terrazze. 

Gli invitati erano amici di babbo e mamma, per lo più legati al mondo della scuola, ma non solo. L’avvocato Oreste Mattone Vezzi con la moglie Franca appartenevano alla schiera degli amici di gioventù di babbo. Con loro non ho ricordi particolari se non per il fatto che li guardavo con una certa soggezione di bambina, ammirandoli, specialmente la signora, che sfoggiava sempre mise di gran classe. 

La signorina Iser era la maestra di Paola e a lei si devono alcuni dei regali più belli che abbiamo mai ricevuto, dalla bambola Bettina, al pupazzo Giannino, alla Collina dei Conigli, uno dei libri che ho prestato non ricordo a chi, ma che ho ricomprato tanto mi aveva fatto stare con il fiato sospeso. 

La sera della cena l’aria si faceva frizzante e piena di aspettative. Ogni volta che suonava il campanello e babbo andava ad aprire era una festa. Per me era come essere al cinema. Gli ospiti entravano in casa portando con sè l’aria fredda di fuori mista al loro profumo.

Non c’erano altri bambini e i patti erano che mangiavamo e poi a letto. Ma io non volevo mai andare perché avevo paura di perdermi discorsi, risate e brindisi.

I figli li avevano solo i Mattone Vezzi e non li portavano. 

C’era la Direttrice, Anna Betti, con i suoi cappelli di velluto chiusi da uno spillone con la perla. C’era Robusto Solari, che più tardi diventò lui il Direttore. C’erano Mario Cappelli e Gioli, anche lui insegnante e più tardi Direttore dello stesso circolo didattico di Colle.

Il salotto della casa di Campolungo era arredato con i mobili in teak che andavano di moda negli anni Sessanta. C’era il tavolo che si allungava aprendolo a metà e facendo emergere una giunta dal centro. Le sedie erano foderate di una stoffa nera ruvida con delle piccole escrescenze bianche, così come il divano e le poltrone.

C’era un mobiletto lungo poggiato a terra dove si tenevano i serviti da apparecchiatura più eleganti e dei mobiletti appesi al muro con i bicchieri e i liquori. 

L’illuminazione era a parete, con dei lampadari in legno divisi in quadrati. Ogni quadrato poi o era vuoto o aveva la lampadina. Quelli con la lampada avevano una copertura di plastica bianca o nera per gli effetti di luce. 

Sotto il tavolino basso da fumo un tappeto giallo, alle pareti alcuni quadri e delle stampe giapponesi su delle specie di stuoie.

Mamma cucinava, babbo stappava le bottiglie, spalmava i crostini e aiutava ad apparecchiare.

I pezzi forti di quegli anni erano il vitel tonné e l’insalata russa. Una volta c’era il pollo in galantina. Quello me lo ricordo bene perché il giorno prima era venuto un cuoco a casa nostra a prepararlo. Si chiamava Imolo e nei miei ricordi di bambina doveva essere per forza emiliano come la città. Faceva il cuoco in un ristorante a Pancole nel periodo in cui mamma e una sua collega ci insegnavano .

Quel pomeriggio non mi allontanai nemmeno un minuto dalla cucina. Guardavo le mani di Imolo, vestito di bianco, che disossavano il pollo, preparavano il ripieno e infine riempivano la sacca di carne che poi veniva avvolta in un tovagliolo bianco e legato con lo spago prima di finire in pentola a bollire.

Io seguivo tutta la procedura senza perdermi un passaggio e chiedendo perché faceva questo e perché faceva quello. 

Imolo pensava di insegnare a mamma quella ricetta, ma dopo di lui in realtà nessuno ha mai più preparato il pollo in galantina, a casa nostra.

Alle cene di Capodanno si apparecchiava con la tovaglia di cotone rosso ricamata di bianco. I piatti, i bicchieri, i vassoi e le zuppiere erano quelli dei serviti del matrimonio di mamma e babbo. I bicchieri in cristallo erano molati, tutti sfaccettati, e lo spumante si beveva nelle coppe. 

Babbo nel pomeriggio sbucciava un ananas e lo tagliava a fette che adagiava in una insalatiera e ci versava sopra lo spumante. Qualche volta c’erano anche delle ciliegine sotto spirito.

Gioli portava uno dei suoi dolci capolavoro. La Direttrice ci regalava dei libri di mitologia greca e romana dopo aver saputo della mia passione per il mondo degli dei.

Mangiando e parlando si aspettava la mezzanotte per brindare e farsi gli auguri. Io però a quell’ora sarei dovuta già essere a letto da un bel po’. Paola andava a dormire senza fare storie. Io invece mi impuntavo, all’inizio chiedendo, per finire supplicando, che mi lasciassero stare ancora un po’ con i grandi.

Per agevolare il trasferimento in camera da letto, mamma ci vestiva già da notte per la cena ma evidentemente, almeno con me, lo stratagemma non funzionava.

Lo facevo anche per Natale e per la Befana, di non andare mai a dormire perché volevo vedere di persona chi veniva a portare i regali. Babbo era disperato perché non poteva andare a letto e doveva aspettare che io crollassi. Ma questo l’ho saputo solo molti anni dopo. 

In ogni caso anche alle cene di Capodanno a una certa ora ce la facevano e mi mettevano sotto le coperte, dopo che avevo salutato tutti con un bacino. 

La nostra camera era in fondo al corridoio, il salotto subito dopo la porta d’ingresso, sulla destra, e non aveva una porta come le altre stanze. Quella del salotto era a vetrata.

Così io, mentre mi credevano a letto, mi alzavo e mi avvicinavo quatta quatta. Poi mi nascondevo rimanendo accucciata tra il muro e la porta, per poter continuare ad ascoltare.

Pare che una volta, al momento dei saluti, mi abbiano trovata addormentata per terra.

Ma il mio obiettivo l’avevo raggiunto.      

(In foto: l’avvocato Oreste Mattone Vezzi e la moglie Franca, Simona con la bambola Bettina e, dietro, la signorina Iser)

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La Settimana del Vino

Un bel po’ di tempo fa ho lavorato in modo piuttosto intenso nel settore della comunicazione del vino. In particolare, insieme a un gruppo di colleghi, curavo l’ufficio stampa e l’organizzazione degli eventi per l’Enoteca italiana di Siena. 

Quando c’era la Settimana del Vino era tutta una cena di gala, una degustazione. Arrivavano giornalisti, produttori e altre persone legate al mondo del vino.

Al tempo fumavamo quasi tutti e non c’era ancora nessun divieto all’interno di ristoranti e spazi chiusi. 

Per cui a cena, tra una portata e l’altra, accendevamo le nostre sigarette suscitando evidente fastidio nei sommeliers, che provavano a istituire dei divieti sul momento.

Non c’è degustazione, dicevano, così non c’è degustazione.

Un giorno andammo a Montalcino da Biondi Santi dove portammo le telecamere della Rai per la cerimonia della ricolmatura delle vecchie bottiglie. Un rito quasi religioso. Ebbi modo di visitare le cantine e di conoscere il grande vecchio, Franco Biondi Santi, che al momento di salutarci volle regalarmi due bottiglie del suo Brunello. 

In quegli anni il vino italiano aveva già fatto passi da gigante e alcune bottiglie, molte delle quali toscane, figuravano nella classifica mondiale dei cento migliori vini redatta da Wine Spectator.

Quell’anno nella top ten c’era il Cepparello di Isole e Olena.

E tanti altri tra i restanti novanta.

Noi seguivamo i convegni, intervistavamo i vari personaggi e scrivevamo comunicati a nastro, spesso anche in piena notte, in macchina, sul mio portatile.

Un mercoledì sera non c’era niente in programma e io mi pregustavo una cenetta tranquilla a casa, una doccia calda e via a letto, quando ci chiamò il direttore dell’Enoteca e ci chiese di accompagnarlo a Mercatale dai Corsini. Cercai di sganciarmi, chiedendo a un collega di andare da solo, ma non ci fu verso. Ci toccò la cena di gala alla villa, con invitati importanti e chiacchierate in inglese e tutto quanto.

Tra gli ospiti c’erano anche due tizi, un uomo e una donna, arrivati da Londra. Lavoravano entrambi per Sotheby’s dove si occupavano delle vendite dei vini all’asta.

Nei giorni successivi sarebbero stati a Siena, all’Enoteca, per un convegno sul tema.

Intervistammo l’uomo, rigorosamente in inglese. Ci preparammo le domande e via. 

Io ho sempre avuto un certo timore a parlare con i londinesi. Avendo viaggiato soprattutto negli Stati Uniti mi trovo molto più a mio agio con gli americani, mentre gli inglesi, specialmente quelli di Londra, mi sembrano difficili da comprendere.

In ogni caso quella sera l’intervista filò liscia. 

Almeno fino a quando chiedemmo all’esperto di Sotheby’s quali fossero secondo lui i vini toscani su cui puntare. 

Sassicaia lo capimmo bene (anche perché in quegli anni non si parlava d’altro). A Tig-nanello ci arrivammo per istinto. Ma Montcivertcini, che lui indicava come un’azienda emergente di grande qualità, non riuscivamo proprio a catalogarla. 

Ci appuntammo tutto e, finita l’intervista, corremmo a fare le verifiche con un esperto di casa nostra. 

L’azienda misteriosa era Montevertine, di Radda in Chianti. E a guardare bene, la pronuncia, se fosse stata una parola inglese, era perfetta.

Da allora per noi è rimasta quella. Montcivertcini e Tig-nanello.

What else? 

(Foto di Rosemarie da Pixabay)

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Pressione bassa

Nella mia collezione giovanile di audiocassette c’era anche un preziosissimo album di Giorgio Gaber. Mi pare che si intitolasse Pressione bassa. Aveva una copertina bianca con dei disegni a inchiostro nero e conteneva L’illogica allegria e Il dilemma.

Fin da piccola ho sempre avuto una passione per le parole e per le storie che riuscivano a raccontare. Quanto ho insistito con nonna Libe perché mi insegnasse a leggere tutte quelle riviste e quei libri che giravano per casa. Mamma insegnava, stava dietro alla casa e a me e Paola e mi diceva di aver pazienza, che presto sarei andata a scuola. Ma io volevo leggere subito. Perché aspettare? Poi in prima elementare mi annoiavo e facevo gli esercizi anche per gli altri, così il maestro alla fine mi mandava fuori dalla classe. 

L’adolescenza l’ho passata a decifrare le canzoni di Guccini e De Andrè e degli altri cantautori. All’epoca non era facile trovare le parole. Non sempre venivano riportate sull’album e, anche nel caso ci fossero state, se ci scambiavamo le registrazioni rinunciavamo ai testi scritti.

Passavo le ore chiusa nella mia cameretta, col registratore e un quaderno, a scrivere le parole. Ascoltavo e andavo indietro per riascoltare finché la frase non era chiara. La scrivevo e andavo avanti. Poi finalmente potevo cantarla anch’io. Anche gli spartiti per la chitarra erano tutti scritti a mano, mentre imparavo a suonare. 

Scandagliare quei testi, resi ancor più significativi dalla musica che li accompagnava, era come studiare alla scuola, altrimenti inesistente, del nostro tempo. 

Quante volte mi sono chiesta chi fosse quel Bertoncelli che sparava cazzate e che gioia quando vidi un articolo con la sua firma e mi fu subito tutto chiaro.

Ogni canzone era un mondo da scoprire piano piano, entrando dalla porta della musica e aggirandosi poi tra le stanze delle parole. Il pensionato, il compleanno, vedi cara. 

Ad ogni ascolto coglievo un particolare in più, mi si apriva un nuovo significato. 

Qualche anno fa però mamma riuscì a sorprendermi quando, parlando di un tizio testadura con il quale ero arrabbiatissima, mi citò la frase “vedi cara è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già”. 

Se non hai capito già è tutto un mondo e chissà quanti altri ne ho lasciati indietro.

Poi c’era Giorgio Gaber. In quegli anni si vedeva spesso in televisione, naso aquilino, sorriso ironico e sguardo triste. Le canzoni che cantava in tv erano diverse da quelle che scoprii nel disco. Quelle in tv facevano ridere, le altre no. Le altre parlavano di sentimenti grandi, assoluti, ma in modo delicato. Erano intimiste, intelligenti, mai banali, facevano pensare. Nel dilemma c’è questa coppia che assiste alla fine del proprio amore scegliendo di morire. E te ascolti e riascolti perché ti pare impossibile, forse ho capito male, pensi, magari è solo una metafora. Certo, è una canzone.

Anche queste, come quelle di Guccini, dovevano essere ascoltate tante volte per entrare nella storia che raccontavano.

Ai tempi dell’università avevo un walkman dalle cuffiette di gomma piuma arancione, che mi portavo sempre nello zaino. Il walkman era un registratorino a pile delle dimensioni di un’agendina, praticamente una ventina di iPod messi insieme.

Gaber piaceva al gruppo di amici che frequentavo in quel periodo. Io mi estraniavo spesso, anche quando eravamo tutti insieme alla Costarella, per ascoltarlo. Ma capitava anche che dovessi passare il walkman a qualcuno di loro. 

Nel gruppo di Lettere c’erano Marta e Barbara, un ragazzo di Roma che mi chiamava a roscia e qualcun altro di Palermo che passava in Pantaneto, quando ancora si poteva, con la spider. O forse era quello di Roma, non so più. 

Una sera c’era Giorgio Gaber al teatro del Popolo, a Colle. Prendemmo i biglietti e andammo tutti insieme a sentirlo.

Marta disse che lo avremmo potuto invitare a mangiare con noi, a casa mia, dopo il concerto. Facemmo la spesa, pasta, pomodoro e vino. 

Finito lo spettacolo ci precipitammo nel camerino, dove lui stette a parlare con noi per un po’. Quando lo invitammo ero convinta che avrebbe detto sì. Invece disse che non era possibile. Gli sarebbe piaciuto tanto ma dovevamo capire che il meccanismo di uno spettacolo teatrale comprende tante persone, tempi già stabiliti e posti prenotati, anche per mangiare.

Ci dispiacque tanto. All’epoca, giovani come eravamo, capire certi meccanismi non era così scontato. Avevamo già pregustato di averlo con noi per il resto della serata, convinti che non avrebbe potuto dire di no all’offerta della nostra pastasciutta. Però fu davvero gentile e questo ce lo fece amare ancor più.

In ogni caso noi andammo a casa mia, buttammo la pasta e trascorremmo il resto della serata insieme, senza Giorgio Gaber ma come se ce ne fosse un pezzettino lì con noi. 

(Foto Pino D’Amico da Wikipedia)

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La mia chitarra

Quando cominciai a frequentare le scuole medie decisi che avrei voluto imparare a suonare la chitarra. Mamma e babbo me ne comprarono una, così potei iniziare le lezioni dai Salesiani con Don Vanzetto.
Ormai ero grande e mi muovevo da sola, andando a piedi da Campolungo fino in Sant’Agostino. Sempre in Sant’Agostino, in un campetto di cemento circondato da muri giallognoli, giocavo a basket con altre ragazzine della mia età, allenate da Paolo Pratelli. Non ricordo chi fossero, a parte una che era stata alle elementari con me e con cui ci si litigava il ruolo di playmaker.
La stanzetta delle lezioni di chitarra affacciava sulla corte interna del seminario. Don Vanzetto sedeva alla mia destra e mi insegnava come tenere le dita sulle corde per formare gli accordi.
A me sembrava una magia. Pian piano uscivano i suoni e diventavano melodie.
La canzone del sole, di Battisti, era la rampa di lancio per gli aspiranti chitarristi. Sulla ripetizione infinita di la-mi-re-mi andava avanti tutto il pezzo. Ma intanto si imparava a cambiare gli accordi con la mano sinistra e a segnare il ritmo con la destra.
La chitarra mi appassionava molto più della pallacanestro, tanto che smisi di giocare ma continuai a suonare.
In quegli anni c’erano delle ragazze e dei ragazzi più grandi di me che si alternavano nel complesso della parrocchia. Si esibivano nelle manifestazioni che si tenevano al teatro di Sant’Agostino.
Tra i musicisti c’era una ragazza molto alta con un gran cesto di ricci neri che per me era un mito. La vedevo passare quando seguivo le mie lezioni. Più volte avevo assistito a serate in cui lei suonava. Bravissima, sicura di sé. Praticamente irraggiungibile.
La guardavo e avrei tanto voluto essere come lei, ma non avevo nemmeno il coraggio di rivolgerle la parola.
Un giorno, credo che mancasse qualcuno dei soliti, Don Vanzetto mi disse che quel sabato sarei salita io sul palco. A volte accadono cose cosi, anche se non te le aspetti. Avrei suonato la chitarra elettrica. Per l’occasione imparai Alla fiera dell’est di Branduardi.
Mi rivedo in pantaloni e maglietta bianchi, quasi una divisa, mentre suono in piedi con la chitarra a tracolla.
Al basso c’era la ragazza con i capelli ricci neri, con la quale avevo parlato durante le prove ed era stato più facile di quanto avessi immaginato.
Il gruppo della parrocchia aveva un nome che però non ricordo.
Stranamente non ho nemmeno una foto di quella esibizione, come se salire sul palco a tredici anni con una chitarra in braccio, fosse la cosa più normale del mondo.
A scuola poi, la prof di italiano mi chiese di suonare Giochi proibiti alla recita di fine anno. Sapevo che una delle ragazze più grandi la sapeva fare e le chiesi se poteva insegnarmela. Anche lei era una delle inarrivabili ma sorprendentemente mi disse di sì. Per qualche settimana andai a casa sua di pomeriggio a imparare i vari passaggi, finché non l’ebbi imparata tutta, accordi e arpeggio.
Al saggio di terza media il pezzo mi venne benissimo e continuai a suonarlo negli anni a venire. Finché, alla festa dei diciott’anni, per i quali babbo e mamma mi avevano regalato una chitarra nuova, non venne un gruppo di giovani delinquenti che spaccarono un bel po’ di cose, compreso il mio strumento nuovo.
Ma questa è decisamente un’altra storia.

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Il regalo di Natale

Quando vivevo a Belluno, a un certo punto, cominciai a patire la mia condizione di toscana fuori regione. Stavo in Veneto e avrei voluto essere in Toscana, quando tornavo a casa in pochi giorni dovevo fare talmente tante cose fra le visite a più amici e parenti possibili che quando tornavo su mi sentivo quasi riavere.

Insomma, soffrivo di una sorta di schizofrenia geografica. In più, la situazione lavorativa molto pesante, anche dal punto di vista umano, mi portava ad idealizzare qualsiasi cosa al di fuori di quella provincia, ancor più se aveva l’acca aspirata.

In quel periodo cominciai a notare un’incredibile presenza toscana a Belluno, in special modo nei posti chiave delle istituzioni. Il presidente del tribunale era di Follonica, la presidente dell’Ordine degli Avvocati di Pistoia, il dirigente della Digos veniva da Figline Valdarno, il capitano dei Carabinieri di Cortina da Firenze. Poi avevamo un avvocato bellunese ma nato e cresciuto a Firenze, che aveva conservato con orgoglio la parlata toscana, un’altra avvocata fiorentina, sorella di un magistrato e zia del sindaco di Belluno. Il dirigente amministrativo della questura era di Siena. Poi c’ero io come giornalista di una testata e un collega di Livorno in quella concorrente. Non solo, a un certo punto scoprii anche che la mia anziana vicina di casa scrittrice di gialli per ragazzi, originaria dell’Umbria, aveva vissuto per quasi una vita a Siena. Poi c’era una coppia di medici pisani, un ex finanziere anch’egli di Pisa, un posturologo della Lucchesia, un informatore farmaceutico fiorentino, un artista, una lavoratrice della scuola di Piombino, il socio titolare di un bar del centro, che veniva da Grosseto, e la mia amica del cuore, nata a Belluno ma cresciuta a Lucca.

Con la mia passione per l’insiemistica decisi di raggruppare in un’associazione tutti i toscani che vivevano nel Bellunese. Venne fuori un bel gruppo. Ci ritrovavamo a cena per Natale, d’estate facevamo una festa all’aperto in montagna con la grigliata. Cucinavamo le nostre ricette, la ribollita, i crostini di fegatini. Una volta arrivarono dei tortelli maremmani direttamente da un pastificio di Grosseto. 

Il posturologo si offriva di fare le panzanelle, che scoprimmo essere pasta da pizza fritta, quelle che chiamiamo donzelle o zonzelle. 

Insomma a un certo punto si era più di sessanta. 

Un anno, uno degli anni orribili vissuti tra giornate di dieci ore minimo di lavoro serrato e continui mal di testa, per la cena di Natale dei toscani pensammo di fare un regalino a tutti i partecipanti. Una cosa piccola, giusto un pensierino. Ai tempi c’erano ancora i negozi tutto a un euro. Ce n’era uno anche in centro a Belluno. Con il mio amico barista, nonché segretario dell’associazione di cui io ero la presidente, andammo a cercare qualcosa.

Trovammo delle candeline rosse in piccoli contenitori dorati di varie forme, stella, conchiglia, albero di Natale. 

Alla cena furono consegnate come segnaposto ad ogni partecipante. Alla fine però ne avanzarono quasi dieci. 

Una sera, prima di partire per le vacanze in Toscana, mi ritrovai in redazione da sola per il turno di notte. 

In quel periodo il lavoro era particolarmente pesante e i rapporti con i colleghi molto dolorosi. Sembrava che una maledizione aleggiasse su quell’ufficio, distorcendo le intenzioni e i significati delle parole, complicando relazioni già difficili e appesantendo ancor più situazioni di per sé molto impegnative. 

Tutto questo mi faceva sentire triste e disperata perché io a quelle persone volevo bene. Ma questo non bastava a salvarmi dai malintesi né a rendere le mie giornate più serene. 

A un certo punto mi venne un’idea. Aprii il cassetto della scrivania dove avevo messo le candeline avanzate. Pensando al muro di incomprensioni e alle tante sofferenze inutili mi venne da piangere. Potevo anche evitare di rinchiudermi in bagno, come ero costretta a fare di solito, tanto in quella situazione non mi vedeva nessuno.

Con il sacchettino di carta in una mano e il sale delle lacrime sulle labbra, cominciai a girare da una scrivania all’altra, lasciando una candelina di Natale davanti a ogni computer. Fu una dichiarazione silenziosa ma piena di affetto.

A mezzanotte spensi le stampanti e i computer, girai la chiave nella porta e mi incamminai verso casa, pronta a partire la mattina dopo senza aver salutato nessuno. 

Qualche tempo dopo un collega indicandomi la candelina davanti al suo computer mi disse.

  • Di questa sai niente? È un mistero, ce le siamo ritrovate tutti e nessuno sa chi le abbia portate.

Io sorrisi ma non dissi nulla, nemmeno allora.          

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Nonna Armida e le mie lentiggini

Quando ero piccola mamma e babbo mi lasciavano spesso a casa di nonna Libe, in Colle alta. Paola invece andava da nonna Armida, a Castiglioni. 

Ogni volta che tornava a casa ce ne raccontava una. 

Un giorno, mentre nonna chiedeva di passarle il pennato, Paola si guardava intorno spaesata senza capire di che cosa stesse parlando.

  • Ma che c’andate a fa’ a scuola se un v’insegnano nulla, diceva allora nonna spazientita.

Un’altra volta nonna cercava una gallina che mancava alla sua conta. 

Paola le rispose soavemente:

  • L’ho vista passare, giocava a rincorrersi con il cane.

Anche a me ogni tanto mi toccava andare da nonna Armida, ma non ne ero mai troppo entusiasta. Sia perché nonna stava tutto il giorno a lavorare nel campo e a dar da mangiare agli animali, sia perché aveva un carattere brusco, brontolava sempre e non le andava mai bene niente.

Ogni tanto ci si divertiva anche, però. Come quando mi faceva salire su un fico con la scala e da sotto, mostrando il paniere, mi diceva. Bel bambino, mi allunghi un fichino con il tuo manino? 

Ma erano episodi abbastanza rari.

A un certo punto, per esempio, cominciò a prendersela con le mie lentiggini. Sembrava allora che trovare il modo di toglierle fosse diventato l’unico scopo della sua vita.

Chiedendo in giro aveva raccolto diversi metodi, tutti fantasiosi, per risolvere quello che lei riteneva essere un mio grosso problema.

Naturalmente si guardava bene dal consultarsi con gli altri familiari, tipo sua figlia che era anche la mia mamma, sapendo bene che l’avrebbero stoppata sul nascere.       

Forse non era nemmeno un comportamento del tutto ragionato. D’altra parte lei era così, una contadina furba che pensava sempre di farla franca quando gli altri non la vedevano.

Poi, quando zio e zia tornavano a casa e trovavano il frigorifero dipinto di rosa o il caminetto arancione, la brontolavano. Ma lei alla fine era sempre convinta che fossero gli altri a sbagliare e andava avanti per la sua strada.

Tra i rimedi che qualcuno le aveva suggerito per sbarazzarsi delle mie lentiggini ce n’era uno che garantivano come definitivo. La pipì di cavallo. 

Io le avevo detto che mi faceva schifo solo pensare di fare un bagno nella pipì di un cavallo, ma lei insisteva che per levare tutta quella semola (le mie lentiggini) bisognava farlo.

Io sinceramente non capivo che problema ci fosse con la mia pelle e intanto mi consolavo con il fatto che né la mia famiglia, né altri conoscenti, avessero dei cavalli a cui chiedere la preziosa donazione.

Purtroppo però all’epoca a Colle c’erano un bel po’ di cavalli nel campetto sotto alla piscina Olimpia. Nonna decise quindi che avrebbe chiesto a chi li badava di metterle da parte il miracoloso liquido.

Io ero divisa tra l’orribile sensazione che avrei dovuto sperimentare lavandomi con l’urina ippica e la speranza di veder sparire dalla mia pelle quelle inutili macchioline che, a furia di venire criticate da nonna, mi erano anche venute a noia.

In ogni caso ogni volta che mi toccava andare da nonna Armida avevo sempre il terrore che tirasse fuori un bottiglione di liquido giallo con il quale mi sarei dovuta lavare.  

Un giorno eravamo a casa da sole e lei arrivò in cucina con un barattolo bianco di crema per il corpo. Mi disse, vieni qui che te la passo sui bracci e sulla schiena. Questa vedrai che te la manda via la semola.

Insomma, alla fine non mi era andata troppo male. 

Crema contro pipì di cavallo. Non avrei potuto chiedere di meglio. 

Il pomeriggio trascorse con le solite cose. La merenda, i giornalini, la televisione.

Solo che ogni tanto arrivava nonna con quel barattolo tondo e bianco in mano, svitava il coperchio e mi spalmava ditate di crema di qua e di là.

La sera poi mamma mi venne a riprendere e sembrava come se non fosse successo niente.

Il giorno dopo invece arrivò la telefonata di zia Carla che svelò a mamma l’ultima trovata  di nonna Armida. 

Zia era fuori di sé. Quella crema gliel’aveva segnata un dermatologo e sicuramente non per eliminare le mie lentiggini. 

Mamma era fuori di sé. 

  • Che ti ha fatto nonna, ieri? mi disse precipitandosi su di me come un falco.
  • Boh, le solite cose…
  • Pensaci bene Simona. È vero che ti ha spalmato la crema di zia Carla?
  • Ah sì, mi voleva togliere le lentiggini. Meno male non aveva trovato la pipì di cavallo.

Tra mamma e zia era tutto un urlare: ora basta, Armida non può fare sempre di testa sua e via dicendo. 

Nonna credo che abbia fatto come sempre. Cioè, se l’è fatta entrare da un orecchio e uscire dall’altro. Per poi continuare a fare di testa sua.

Io ancora ringrazio per il pericolo scampato.

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La Mazda rossa

Nei primi mesi del Duemila comprai la macchina dei miei sogni. Era una cabrio rossa, con tettuccio nero e fari a palpebra, usata. Avevo trovato questa occasione grazie alla segnalazione di un’amica. 

In quel periodo però il lavoro vacillava e non avevo i soldi sufficienti. Mamma si rifiutò di prestarmeli, per lei si trattava di un acquisto del tutto inutile.

Babbo invece disse, ti aiuto io; ti capisco, avrei sempre voluto una macchinina così.

Così portai a casa la Mazda Mx5 1800 rossa fiammante e mentre babbo la guardava ammirato perdendosi nelle rifiniture, mamma sbraitava contro una figlia che viveva al di sopra delle sue possibilità. 

Quando andai dal rivenditore a concludere l’acquisto non la finiva più di congratularsi. 

  • Ora però la deve provare.

Io ero pietrificata. Era una macchina troppo bella per guidarla, avrei quasi preferito farmela trasportare fino a casa per avere tutto il tempo di conoscerla e imparare a guidarla.

Il signore prese le chiavi e si mise dietro al volante. Io, in preda all’emozione, mi sedetti al suo fianco.

Partì.

La concessionaria era già vicina alla campagna. Non ci volle niente ad infilarsi nelle strade secondarie che passavano in mezzo a campi e boschi. La giornata era bella, da poco si era in primavera e l’aria frizzava in mezzo alla natura nel pieno del risveglio.

Era bellissimo sentire il vento che scompigliava i capelli. 

Il tizio però guidava sempre più forte e io morivo dalla paura.

  • Va bene, va bene, ho visto. Ora rientriamo per favore.
  • Voglio insegnarle la guida sportiva. Una macchina così non si guida come tutte le altre. Vede? In curva si accelera. Sente come stanno attaccate alla strada le gomme? Questa macchina è un compasso.

E intanto accelerava e accelerava. E io sudavo freddo, anzi ghiacciato.

Può darsi che alla fine abbia accettato di guidare un po’ anch’io, ma sinceramente non credo, da come mi tremavano le gambe. Di sicuro però per tornare a casa dovetti mettermi dietro al volante.

Durante l’estate andai a lavorare a Pordenone. In macchina c’entrava poca roba, per cui dovetti spedirmi scatoloni di vestiti per posta.  

La tipa con cui coabitai per pochi mesi sembrava un po’ scocciata dalla mia macchina e non voleva darmi soddisfazione. 

  • Non è mica la prima volta che vedo una cabrio, sai. Un amico ha la Golf scoperta e ci sono salita un sacco di volte.

Io facevo finta di niente e la scarrozzavo di qua e di là. Finché cominciò a trovare la scusa del mal di testa. 

Poi capitò che al giornale mi dessero un intero weekend di festa e io, per non dover passare tutto il tempo con lei, andai alle terme di Montegrotto. Una mattina, uscendo dal posteggio, sentii un gran botto. Scesi subito per controllare se avevo sbattuto contro qualcosa, ma la parte posteriore della macchina era perfetta. Mi accorsi dopo che, facendo retromarcia, avevo sbattuto la parte anteriore destra contro un pilone. Un vero disastro.

Per fortuna di lì a poco sarei tornata a casa e avrei fatto rimettere a posto la carrozzeria. Nel frattempo feci di tutto perché la coinquilina non si accorgesse del danno, tanto per toglierle una possibilità di gioire sulle mie disgrazie. 

Nel periodo della Mazda, grazie sempre alla stessa amica, ci fu anche l’innamoramento con Gastone.

Un giorno mi chiamò, mentre faceva la volontaria al canile e mi disse che da loro c’era un setter irlandese bellissimo.

  • Devi venire a vederlo.

A casa avevamo già Vanessa, della stessa razza, per cui cominciai a cullare l’idea di prendere anche lui. Ipotesi alla quale mamma si oppose fermamente.

Gastone però cominciò a venire a casa ogni tanto. Lo facevo sistemare sul sedile del passeggero della Mazda e poi partivo, pregando dentro di me di non incontrare vigili carabinieri e simili e sperando che rimanesse giù accucciato senza alzare la testa.

Ci andò sempre bene.

Alla fine Gastone rimase a casa nostra e mamma ebbe da ridire per anche per il cane, oltre che per il fatto che io continuavo a vivere al di sopra delle mie possibilità.

Anche su questo facevo finta di nulla, salvo riderci con gli amici che mi prendevano in giro ripetendo la frase di mamma per scherzarci un po’ su.

Una volta con una collega partimmo da Firenze con la Mazda alla volta dei colli del Prosecco per organizzare un evento giornalistico. Lei era convinta che non ci saremmo mai entrate in due con i bagagli. Ma io legai il mio trolley al portapacchi fissato dietro e infilai la sua valigia nel bagagliaio. Rimaneva da sistemare la sua pelliccia, che rincantucciammo dietro i sedili.

Alla fine andò tutto bene anche quella volta.

Poi purtroppo arrivò il momento di dare via quella meraviglia di macchina. Già stando a casa mi era diventato abbastanza complicato gestire il trasporto di due cani grandi e ogni volta che andavamo dal veterinario dovevo chiedere in prestito la macchina a babbo o a mamma. 

Poi capitò che dovessi trasferirmi a Belluno per lavoro. A quel punto dovetti farmi forza e rinunciare alla cabrio a favore di una monovolume.

Prima di vendere la Mazda la mia amica Gigliola mi chiese se ci si facevano le foto insieme. 

Babbo fu ben lieto di farcele. E per fortuna, visto che oggi rappresentano un bel ricordo, utile anche per stemperare il rimpianto.

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Archiviato in diario minimo, la recherche du temps perdu

La pizza gigante di Giacomino

Quando andavamo al mare a Punta Ala, da piccine, due erano i momenti in cui si alzava il livello di felicità. Quando andavamo a Follonica e tornavamo con un mega vassoio di pizza al taglio e quando mangiavamo la pizza da Giacomino, a Castiglion della Pescaia, dopo aver comprato il pesce fresco al porto.

Punta Ala è a metà strada. Quando siamo al bivio con i grandi pini, se si gira a sinistra in dieci minuti si arriva a Follonica, a destra più o meno alla stessa distanza c’è Castiglioni.

La botteghina della pizza al taglio non aveva niente di speciale. Un bancone con la vetrina trasparente dietro alla quale il pizzaiolo scaricava le teglie con i diversi condimenti e la commessa velocemente le suddivideva in rettangoli di uguale dimensione. 

La pizza però era buonissima. Margherita, cipolle olive e tonno, patate e rosmarino, frutti di mare. Ogni volta volevamo prendere tutti i gusti che c’erano e non ci bastava mai.

La signora metteva i tagli su un grande vassoio di carta che poi avvolgeva con la carta plastificata. Lo portavamo via che era così tanto bollente che quando arrivavamo in campeggio la pizza era ancora calda.

Da Giacomino era tutto un altro discorso. La pizza si mangiava li, seduti al tavolo, nella grande sala con le pareti ricoperte di perlinato scuro e i tavolini in legno con le tovaglie a quadrettini bianchi e rossi come le trattorie italiane a Little Italy, New York.

Giacomino era un omino tondo di testa e di corpo, con l’espressione sempre accigliata. Stava tra la sala e la cucina, in piedi, con un grembiule annodato in vita, e come un vigile urbano dirigeva il traffico delle pizze. 

I camerieri correvano veloci con gli enormi piattoni delle pizze sulle braccia e li depositavano davanti al cliente giusto, sotto lo sguardo severo di Giacomino, senza sbagliare un colpo.

Giacomino era famoso per le pizze giganti e per la quattro stagioni divisa in quattro parti da un filo di pasta. Ogni quarto aveva il suo condimento distinto dagli altri tre. 

La pizza di Giacomino era finissima e croccante. La Margherita profumava di basilico. 

Io e Paola vivevamo nel sogno della pizza gigante ma babbo e mamma ci facevano prendere sempre quella normale, perché eravamo piccole e non saremmo mai riuscite a finirne una così grande. 

Ma alla fine giunse anche per noi il momento e ci ritrovammo ad aggredire quella pizza oceanica con coltello e forchetta, animate non solo dal gusto di quella delizia, ma anche dall’orgoglio di voler dimostrare che eravamo grandi anche noi, tanto grandi ormai da poter mangiare una pizza gigante da Giacomino. 

Un undici settembre di una decina di anni fa o giù di lì mi sono ritrovata a passare dal porto di Castiglioni e mi è venuta voglia di vedere se c’era sempre la pizzeria da Giacomino. Era sempre lì, sulla destra del porto, un po’ sfilata verso la passeggiata a mare. 

Non ho resistito. Sono entrata e mi sono seduta a un tavolo. 

Non riconoscevo niente, in tutto quel bianco, con le vetrate a mare. Il posto che da piccola mi pareva immenso, si era ristretto a una normale sala di ristorante. Era cambiato tutto, i tavoli, i colori. Non c’era più nemmeno Giacomino, col suo grembiule, a dirigere il traffico delle pizze.

Ho chiesto un antipasto e un primo di pesce. Mentre alla TV scorrevano le immagini per l’anniversario delle torri gemelle, ho ricevuto la telefonata di un collega. Mi informava che un amico comune, vittima di un incidente qualche mese prima, stentava a riprendersi e probabilmente c’era poco da sperare. 

In realtà anche se la sua storia è finita troppo presto e niente affatto bene, avrebbe avuto ancora diversi anni davanti a sé. 

Oggi la pizzeria da Giacomino la ricordo quasi più per quella brutta storia che per la sua fantastica pizza.

Segno che in certi ricordi del passato è sempre meglio non andare a mettere le mani. 

Foto di Igor Ovsyannykov da Pixabay

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Vacanza a Pantelleria

Il 17 ottobre 2001 sarei dovuta partire per Pantelleria con la mia amica L. e la sua bambina piccolina. Avevamo trovato un bellissimo dammuso nel centro dell’isola, arredato con stoffe etniche, dall’aspetto caldo e accogliente. Avremmo preso una macchina a noleggio e chi ci avrebbe fermato più. Lago di Venere, arco dell’Elefante, spiaggette e cale. Non ci saremmo perse niente. E poi c’erano da assaggiare i capperi, il Passito, il pescespada. Non stavo più nella pelle. Tra l’altro quell’anno, il 2001, avevo lavorato sei mesi di fila a Treviso, da aprile a settembre, mentre gennaio e febbraio li avevo trascorsi nella redazione di Belluno, resistendo per non restarci un mese in più come mi avevano chiesto, per poter tornare a casa, preparare le mie cose e organizzarmi per trovare un alloggio per quando mi sarei trasferita a Treviso. 

Un viaggetto ci voleva proprio.

Era stato un anno importante, già iniziato con una vacanza in Sicilia, turbata dalla telefonata del capo di Belluno che mi chiedeva di partire immediatamente per fare una sostituzione da loro. Ero arrivata da appena due giorni, me ne stavo tranquilla a contemplare la facciata del duomo di Noto semidistrutta dal terremoto e già mi rovinavano tutto il resto della settimana.

Mentre ero a Belluno, il 21 febbraio, ci fu la strage di Novi Ligure, con Erika e il fidanzatino Omar. I sei mesi a Treviso invece furono scanditi dal G8 di Genova, con la morte di Carlo Giuliani, la scomparsa quasi contemporanea di Indro Montanelli, l’invio di un libro esplosivo ai Benetton in segno di protesta per la vicenda delle terre degli indiani Mapuche, in Argentina. Poi ci fu l’11 settembre.

Dopodiché successe di tutto. L’8 ottobre il disastro aereo di Linate. Il 4 ottobre un missile ucraino abbatté un Tupolev della Siberia Airlines. Ci sarebbe poi stato il volo Crossair precipitato vicino a Zurigo il 24 novembre e l’American Airlines del 12 novembre che, partito dal Jfk di New York, si schiantò nel Queens. 

Insomma, pareva proprio che nel 2001 fosse meglio non volare. Infatti la mia amica insistette perché prendessimo un solo aereo da Roma a Pantelleria, evitando di volare fin da Firenze.

Qualche giorno prima di partire, lei però rinunciò alla vacanza, terrorizzata dai continui disastri aerei.

Io invece sarei andata lo stesso, anche da sola.

L’agenzia siciliana a quel punto mi sconsigliò il dammuso, dove sarei stata troppo isolata, e mi assegnò un appartamento vicino a quello dove abitava uno di loro. 

Il viaggio fu complesso. Non tanto da Santa Maria Novella alla stazione Termini, quanto, una volta scesa a Roma, per trovare il binario nove e tre quarti che mi avrebbe portato a Fiumicino, trascinandomi dietro il valigione della mia vacanza. E non era finita lì. C’era da fare una specie di traversata oceanica su chilometri e chilometri di nastri rotanti dalla fermata del treno fino al gate per Pantelleria.

Sempre con valigia al seguito. 

Dopo il check in, ricordo invece gli sguardi in cagnesco tra i passeggeri in attesa, tesi probabilmente a scoprire un terrorista in ciascuno di noi. Di sicuro invece eravamo tutti alquanto terrorizzati, visto che la navetta non arrivava e l’aereo sembrava non dovesse partire mai. Soprattutto ci intimoriva l’atteggiamento preoccupato del personale di terra, che correva da un punto all’altro con sguardo basso e senza offrire spiegazioni. Che ci fosse un qualche guasto tecnico in corso? O qualcuno avesse dimenticato di fare rifornimento? O magari ci fossero già i segnali di un possibile dirottamento o di una bomba a bordo? Intanto a noi passeggeri erano vietati forbicine, limette e qualsiasi oggetto atto ad offendere. Come flaconi di shampoo, bagnoschiuma e profumi, che avrebbero potuto celare liquidi esplosivi. Per me fu l’occasione per smaltire un po’ di campioncini di profumeria varia in bustine sigillate. 

Finalmente giunse il momento di partire. Durante il volo non fu possibile rilassarsi, per gli stessi motivi che sembravano turbarci tutti fin dalla sala d’attesa. Ma la traversata fu tranquilla, anche se dovevamo sorvolare Ustica, come aveva detto la mia amica nel terrore dei giorni precedenti. Forse facemmo anche un cambio a Trapani, ma non ne sono troppo sicura. 

Invece sono certa che la discesa velocissima e l’inchiodata dell’aereo su una delle piste più corte del mondo non mi fece né caldo né freddo. Recuperai la valigia e uscii nel caldo ottobrino di Pantelleria, apprezzando di aver rimesso di nuovo i piedi a terra. 

(1 – continua)

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