Archivi categoria: diario minimo

La vertigine della torre

Per parecchi anni Bologna è stata la mia città preferita. Quando facevo le elementari un giorno babbo mi disse che mi avrebbe portato a Bologna. Lui ci andava abbastanza spesso per questioni legate al paracadutismo, per rinnovare il brevetto di istruttore di volo. Per me era un viaggio inaspettato e fantastico, come andare sulla luna. Camminavamo e io guardavo tutto con occhi avidi e stupiti, parchi, portici, e mi sembrava di non avere mai visto niente di tanto bello. Fu così che me ne innamorai.

La mattina, appena arrivati, andammo in un ufficio militare, poi a pranzo in una bettola del centro sotto il livello della strada. La signora della trattoria ci fece sedere a un tavolo libero per due. Mangiammo tortellini al ragù e braciola di maiale. Pagammo una cifra ridicola. Dopo, tornata a casa, mi divertivo a raccontare quanto e vedere le facce incredule della gente.

Mi sentivo così grande. Ero da sola con babbo, a Bologna. Non potevo immaginare niente di più emozionante. Più tardi salimmo sulla Torre degli Asinelli. Mamma che paura. Babbo era così, il pericolo lo divertiva e ancor più si divertiva a impaurire gli altri. Come quando si penzolava dalla torre di Pisa con mamma che lo guardava terrorizzata da sotto.

Sugli Asinelli c’erano tante scale da salire ma il peggio arrivò quasi in cima quando le scale diventarono di legno con lo spazio vuoto fra un gradino e l’altro. Cominciarono a tremarmi le gambe e mi sedetti su uno scalino, incapace di continuare sia a salire che a scendere. Babbo cercava di incoraggiarmi. Vieni strullina, che ormai ci siamo. Alla fine ce la feci e arrivai alle finestrelle strette sulla cima da cui si vedeva tutta Bologna. Ma non mi godei tanto quella vista, pensavo già a come avrei fatto per tornare giù. 

In ogni caso per me Bologna, da allora, si trasformò nella città dei sogni. Mancavano parecchi anni alla bomba della Stazione e la città era ancora una vecchia signora dai fianchi un po’ molli.

Crebbi con Guccini e Dalla, e Bologna era sempre lì. Avrei voluto studiare al Dams, ma poi mi accontentai di fare musica e spettacolo a Siena. Quando ci fu il delitto di Francesca Alinovi rimasi sconvolta. Come poteva accadere una cosa così terribile nel posto più bello del mondo?  

Ricordo ancora la telefonata a casa di Barbara, la mia amica di Milano che avevo conosciuto a Sibari, che in quei giorni era tornata in treno da sola passando per Bologna. Il suo babbo mi disse, tranquilla, è andato tutto bene.

Ai tempi dell’università una mia amica si trasferì a Bologna per lavoro. Andai spesso a trovarla, fermandomi qualche giorno a casa sua. Una sera c’era la cerimonia del premio Pasolini. L’aveva vinto un ragazzo che studiava a Siena e che conoscevo di vista. Fu Gianni Scalia, il mio prof di letteratura italiana, ad invitarmi. Era con lui che avevo chiesto di fare la tesi proprio su Pasolini. Alla fine della serata parlai un po’ con Laura Betti e poi, con Scalia e la mia amica, ci fermammo in piazza Maggiore a bere qualcosa. Fu lì che Scalia mi suggerì di approfondire uno degli aspetti dell’attività pasoliniana meno trattati, quello della sua collaborazione a Vie Nuove, settimanale del Partito Comunista.  

Fu in quei giorni che decisi di salire ancora una volta sulla torre degli Asinelli, per riappacificarmi con l’esperienza vissuta da bambina. Non fu una passeggiata, ma almeno la vidi con occhi da grande.

E alla fine passò anche quella.

(foto tratta dal sito della ProLoco Emilia Romagna)

Lascia un commento

Archiviato in diario minimo

Maledetta mortadella

Di quella volta che mi chiesero un panino con la mortadella ricordo soprattutto il battito accelerato del mio cuore. E quella mortadella enorme, pesante, che mi scivolò dalle braccia nel banco frigo. Era estate, studiavo all’università e lavoravo in una birreria, nonostante il parere contrario di mamma e babbo che temevano restassi indietro con gli esami.

Avevo già notato gli occhi azzurri di quel ragazzo con i ricci castani, ma non mi ero mai ritrovata da sola con lui. E invece quella sera ero di là, nella stanza dei panini, anziché al solito bancone.

Mi fai un panino con la mortadella?

Non passò molto tempo che mi trasferii da lui. 

Abitava in una casa in campagna ancora più isolata di quella in cui vivevo con i miei. Lui di giorno lavorava, usciva la mattina presto e rientrava il pomeriggio.

Io la sera lavoravo in birreria e nel tempo libero studiavo. A settembre avrei dovuto dare l’esame di latino.

Mi mettevo fuori, seduta al tavolino, e facevo le versioni, leggevo, prendevo appunti. Era passato un po’ di tempo da quando il latino era la mia materia preferita e le traduzioni mi venivano così, quasi da sole.

Capitava che studiassi anche quando lui tornava a casa. Allora mi chiedeva di smettere e di stare con lui. Dopo un po’ però dovevo rimettermi a studiare, altrimenti non ce l’avrei mai fatta.

Lui allora si lamentava molto. Mi diceva che studiavo troppo e che non sapevo godermi la vita.

Mi diceva frasi del tipo, Simona, essi te stessa.  

Una volta passò a trovarmi un amico, mentre ero fuori che studiavo e si fermò per fare due chiacchiere.

La sera glielo raccontai e lui si arrabbiò. Per lui hai interrotto lo studio, per me invece no. Quanto conto io per te, mi chiedeva, a che posto sono nella tua vita?

In che senso, scusa?

Nel senso che te prima pensi allo studio, al lavoro, agli amici, alla famiglia e poi vengo io.

E io, che ne sapevo io allora io che ognuno è diverso e ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi, ognuno col suo viaggio, ognuno a rincorrere i suoi guai e che forse non ci incontreremo mai.

Che ne sapevo io di come certi fiumi scorrono tranquilli e maestosi, altri più impetuosi, ma arrivano sempre al mare, mentre certi altri si disperdono in tanti rivoli fino a morire o partono rivolo e piano piano, affluente dopo affluente, crescono e alla fine arrivano al mare anche loro.

Niente ne sapevo.

L’unica cosa che sapevo era che quella casetta di campagna era sempre più una gabbia vuota e il verde degli alberi tutto intorno aveva perso le sue sfumature.

Arrivò il giorno dell’esame e, naturalmente, feci una prova deludente.

Mi dispiace rovinarle la media, disse il professore, ma non posso darle più di un diciannove.

Rifiutai.

Quindi tornai alla casetta del nostro amore, feci le valigie e me ne andai. 

Naturalmente non finì lì. Ci furono telefonate accorate, recriminazioni, insinuazioni, il rifiuto di restituirmi alcuni oggetti e altre cose simili.

Però rimasi a casa mia e non rividi più il ragazzo dagli occhi azzurri, se non una sera che ero al cinema con le amiche, per restituirgli le chiavi. 

Qualche mese dopo riprovai con l’esame di latino. 

Quella volta andò decisamente meglio. 

Maledetta mortadella.

2 commenti

Archiviato in diario minimo

La camicia bianca

Per un breve periodo della mia vita è capitato che acquistassi abiti costosi e accessori di marca. Poi non più.

In ogni caso ogni tanto avevo un capo che amavo in modo particolare, al di là che lo avessi pagato un botto o sette euro al mercato. Tipo una camicia bianca di cotone elasticizzato con qualche galetta al collo, in cui mi sentivo bene a prescindere.

Una decina di anni fa capitò che vincessi un premio giornalistico. Avrei potuto essere felicissima, e lo ero, ma ero anche molto preoccupata per la presenza di una persona, fra i miei colleghi, che sapevo ne avrebbe sofferto molto e non avrebbe mancato di farmelo sapere. Era già successo in un’altra occasione simile.

Ora si dà il caso che quella persona fosse assente per un periodo abbastanza lungo per cui ritenni che per quella volta forse avrei potuto anche star tranquilla. Andai alla cerimonia della consegna, una cosa strepitosa sull’isola di Mazzorbo, nella laguna veneziana. Riconoscimento, intervento, ringraziamenti, doni. Fra questi anche un enorme mazzo di fiori, una montagna di gigli bianchi.

Quando tornai a casa, a notte inoltrata (ci sarebbe anche una storia legata all’andata, con gomma forata e auto presa in prestito al volo), mi fu subito chiaro che in casa con quel mazzo non avrei potuto convivere.

Dovevo scegliere. O io o lui.

La mattina dopo lo portai al lavoro sistemandolo su una cassettiera a torretta vicina alla mia scrivania in un ambiente molto più grande del mio appartamento.

Per una settimana o più il mazzo di fiori fece bella mostra di sé sulla cassettiera a colonna, con tutti i suoi profumi e colori.

Finché un lunedì quella persona rientrò.

Non ricordo quale occasione di litigio escogitò quel giorno, ma non dimentico la frase che a un certo punto urlò, puntandomi il dito addosso.

“Tu e i tuoi fiori di m…, ci ha rotto i c…  qui non possiamo nemmeno respirare”. Con la chiosa, a noi dei tuoi premi non importa un c…. di nulla.

Vabbè, ormai anche i gigli il loro tempo lo avevano fatto, potevano lasciare il vaso. Mi alzai cercando di mantenere una certa flemma, afferrai il mazzo e lo portai in bagno per gettarlo nel secchio. 

Purtroppo quel giorno indossavo la mia amata camicia bianca da quattro soldi che, nell’operazione, si macchiò indelebilmente di polline sulle maniche.

Dopo vari tentativi falliti, cercai una tintoria che togliesse quelle tracce gialle.

Purtroppo, per un motivo o per l’altro, nessuna sembrava disposta ad eseguire quel particolare intervento. Finché ne trovai una che si disse disponibile.

Già al telefono, mentre esponevo il problema, mi sentii la regina Elisabetta. La lavandaia mi trattava con un misto di deferenza e un tocco di affettuosa complicità. 

Accettai senza batter ciglio la cifra che mi propose per la smacchiatura, di gran lunga superiore al costo della camicia. Consegnai il capo accolta dalle guardie a cavallo e il tappeto rosso, infine il giorno stabilito mi presentai trionfalmente in lavanderia per il ritiro. 

Che brutto momento! Di colpo non ero più la regina Elisabetta, ma nemmeno l’ultimo dei suoi stallieri.     

La lavandaia mi allungò con malagrazia la camicia impacchettata nel nylon dicendomi con aria di sfida e malcelato disprezzo.

“Questo è tutto quello che ho potuto fare… che poi io pensavo che la camicia fosse almeno di un certo valore”.

Come mio solito ci misi un po’ a capire che cosa intendesse dire. Ma a quel punto avevo già pagato, preso la camicia ed ero uscita dal negozio.

Anche stavolta avevo conosciuto un bel personaggio. 

Mi sono chiesta per anni che film si fosse fatta nella sua testa su quella camicia col polline e di come io, ahimé, glielo avessi infranto. 

Lascia un commento

Archiviato in diario minimo

La notte delle gomme squarciate

Questa è una storia vecchia come il cucco, la storia di quattro amiche che un giorno d’estate di tanti, ma tanti anni fa, decidono di andare a Siena per trascorrere la serata in un locale.

Prendemmo la macchina, la mia, e andammo..

Al tempo si poteva ancora entrare liberamente in Camollia, girare verso il Campansi e cercare un posteggio lungo quella strada. Noi lo trovammo, e non ci pareva vero.

Mi pare di ricordare che passammo una serata divertente, tra chiacchiere e bicchieri, finché si fece l’ora di tornare a casa.

Tornammo alla macchina e cercammo di ripartire, ma c’era qualcosa che non andava. Le ruote non rispondevano al volante.

Scendemmo a dare un’occhiata e capimmo il perché.

Ci avevano squarciato due gomme.

Il motivo era scritto in un foglietto lasciato sul parabrezza. Avevamo posteggiato davanti a un passo carrabile.

Il messaggio però era più secco seppur infarcito di qualche parolaccia.

E ora, che si fa?

Decidemmo di tornare al locale, magari qualcuno avrebbe potuto aiutarci.

La città era deserta, la mezzanotte era passata da un bel po’. 

Di chiamare a casa, a quell’ora, non se ne parlava. Non sapevamo proprio come fare.

Nemmeno al locale sapevano come avremmo potuto fare se non aspettare la mattina dopo per chiamare qualcuno che ci aggiustasse le gomme. 

Se ne avessero squarciata una, ci avrebbero potuto aiutare con la ruota di scorta, ma con due gomme squarciate era tutto inutile.

La titolare del locale disse che magari l’architetto ci avrebbe potuto ospitare per la notte. 

L’architetto era un avventore abituale e solitario. Probabilmente non si sarebbe mai sognato di fare una proposta del genere, ma a quel punto lo avevano incastrato.

E così andammo a casa sua, un bell’appartamento in pieno centro.

Di dormire non se ne parlava, dove poteva avere spazio per sistemare quattro ragazze, un architetto solitario? Per cui trascorremmo la notte a chiacchierare con il povero architetto.

La situazione era talmente assurda che ne passammo una buona parte a ridere come pazze.

Alla fine si fece giorno, chiamai a casa e babbo ci venne in soccorso.

Eravamo stanchissime e non vedevamo l’ora di stenderci in un letto. Ma avevamo avuto la nostra avventura e alla fine, a parte la spesa delle gomme, non ci era costata nemmeno troppo. Perfino i nostri genitori non si erano accorti che non eravamo rientrate. 

Oggi sarebbe andata in tutt’altro modo, con i telefoni cellulari e i servizi h24, ma questa è una storia vecchia come il cucco e non poteva che andare così.

(Foto da immobiliare.it. Grazie Immo!)

Lascia un commento

Archiviato in diario minimo

Lo scherzetto di Gastone

La prima casa in cui ho vissuto a Belluno era un appartamento ricavato in un palazzo nobiliare in centro. Aveva il giardino, alti soffitti, il parquet a mosaico, un lungo corridoio e due stanzone, una a sinistra, camera e salotto, e una a destra, la cucina. Dalla cucina si entrava, attraverso un maestoso portone di legno a vetri, nello sgabuzzino, da cui si accedeva al bagnetto. 

Il conte mi aveva detto, quando ero andata a vederlo, non so se le piacerà, sa, è venuto un po’ strano. Pensi, io ci sono cresciuto in questa casa e oggi ne ho ricavato diciotto appartamenti.

Il bagno aveva delle finestrine orizzontali in alto che non si aprivano ma si affacciavano sul corridoio di uno studio legale.

Una volta capitò che Vanessa, uno dei miei due setter irlandesi, fosse in calore e mamma mi chiese di tenere Gastone a Belluno per qualche mese. 

Fu un periodo un po’ faticoso ma bellissimo. Io lavoravo tutto il giorno e Gastone se ne stava chiuso nell’appartamento. Però uscivamo in ogni ritaglio di tempo, la mattina presto, la sera tardi, a pranzo mi preparavo un panino e lo mangiavo passeggiando con lui.

Una domenica che avevo il giorno libero, con un’amica, decidemmo di andare a pranzo in un agriturismo. Avremmo portato anche Gastone.

La mattina mi feci la doccia e mi lavai i capelli. Era una giornata bellissima e io ero indecisa se asciugarli col phon o andare al sole in giardino. 

A un certo punto sentii un gran trambusto e la porta del bagno si chiuse con uno schianto. Gastone doveva aver fatto cadere qualcosa. 

Cercai di uscire per vedere che cosa ma la porta non si apriva. Spingevo ma niente, c’era qualcosa dietro che la bloccava. Da uno spiraglio di pochi centimetri provai a rimuovere l’ostacolo con un braccio, ma non ci riusciii. 

Potevo solo vedere Gastone che mi guardava scodinzolando.

Mi rassegnai a passare l’ora successiva in bagno, nel frattempo avrei potuto lasciare che i capelli asciugassero, poi sarebbe passata l’amica, che aveva una copia delle chiavi, e mi avrebbe liberato.

Il telefono era rimasto fuori dalla stanza, non c’era una finestra alla quale affacciarmi per chiedere aiuto a qualcuno, lo studio legale era chiuso. 

Non avevo molte possibilità.

Aspettai e aspettai, ma della mia amica nemmeno l’ombra.

Dal rintocco delle campane capii che ormai l’ora di pranzo era arrivata. Perché lei no?

Cominciai a perdere la speranza. Avrei trascorso tutta la domenica, il mio unico giorno libero, chiusa in un bagno di due metri per due senza poter mangiare, senza poter accudire il cane, aspettando il lunedì mattina nella speranza che qualcuno mi liberasse?

Aiuto!

Cominciai a gridare. Prima con tutto il fiato che avevo in gola, poi sempre con meno convinzione. Ormai era chiaro che ero rimasta l’unica in tutto il palazzo a trascorrere quella domenica di sole in casa.

Ero affranta. Ogni tanto mi imponevo di alzare la testa e gridare aiuto al nulla.

A un tratto però sentii una voce. 

Chi sei? Dove sei?

Il mio vicino del piano di sopra… 

Sono Simona, sono bloccata in bagno.

Fortuna che c’erano le finestre della cucina aperte, almeno sentiva qualcosa.

Come posso fare per entrare in casa?

Vai dalla mia amica, lei ha le chiavi.  

Aspettai ancora, ma stavolta era diverso.

Finalmente entrarono in casa, il vicino e l’amica, e mi liberarono. 

Era successo che il tenditoio appoggiato alla parete era caduto, forse per un movimento di Gastone o chissà che, andando a chiudere la porta del bagno. Nello stesso tempo era caduto dalla direzione opposta anche un piccolo scaleo che era andato ad incastrarsi con il tenditoio. Un intreccio inestricabile.

Gastone assistette alle operazioni di liberazione con la sua aria felice, saltellando e offrendo il capo per qualche carezza.

Quando tutto fu a posto ormai era un po’ tardi. Ringraziai il vicino. Che fortuna che quel giorno non avesse seguito la famiglia in montagna. Poi con l’amica decidemmo di andare a pranzo lo stesso. Trovammo un agriturismo che ci avrebbe accolte anche a quell’ora, noi e Gastone, e partimmo, decise a rimettere a posto quella domenica partita con il piede decisamente storto.

Ma tu poi perché non sei venuta a chiamarmi? Le chiesi.

Aveva litigato col fidanzato e aveva deciso di rimettersi a letto, dove, mi disse, avrebbe voluto passare il resto della giornata.

Senza la presenza provvidenziale del vicino in quel bagno ci avrei passato anche la notte.

Però con i capelli asciuttissimi.

Lascia un commento

Archiviato in diario minimo, non classificati

La notte dell’acqua

Quando da Treviso mi trasferii a Rovigo, sempre per lo stesso giornale, ogni tanto tornavo su, nel giorno libero, per passare un po’ di tempo con i vecchi amici. Poi rimanevo a dormire e la mattina dopo ripartivo per rientrare al lavoro.

In quel periodo gli amici erano perlopiù inglesi e americani che avevo conosciuto grazie al corso di inglese che avevo fatto prima di andare a New York.

Amanda era la mia insegnante, poi c’era Meredith, che ogni tanto la sostituiva, poi Inge, Claudia, mezza italiana, una piccolina bionda che diceva sempre definitely di cui non ricordo il nome e un ragazzo. Intorno a loro gravitavano anche alcuni amici italiani. Roberto, il fidanzato di Amanda, Roberto il fidanzato di Meredith, Livio e altri. 

Facevamo sempre un sacco di cose insieme. Cene in pizzeria o nella casa di questo o di quello, feste. Ricordo un pic nic in montagna e una gita in baita nel Feltrino. Un periodo d’oro per il mio inglese.

Più volte mi hanno anche invitato a parlare di giornalismo in inglese alla International School di Treviso in cui alcune di loro insegnavano.

Quando ero subentrata nella casa bohemien di Amanda, in via Bonifacio, lei si era trasferita in un bell’appartamento al quarto piano di un palazzo ancora più in centro. Per me era sempre disponibile la camera degli ospiti, anche se in casa non c’era nessuno. 

Amanda mi lasciava le chiavi da qualche parte e io andavo.

Una sera tornai verso mezzanotte. Era una di quelle volte che Amanda non c’era.

Non appena uscii dall’ascensore mi resi conto che c’era qualcosa di strano. Nel silenzio della notte sentivo distintamente, troppo distintamente, sgocciolare dell’acqua.

Guardai a terra. Un rivolo si avvicinava verso di me, scivolando dalle scale. Alzai gli occhi. Altra acqua a cascata su dal quinto piano.

Salii le scale di corsa. Il pianerottolo del quinto era un lago. L’acqua usciva da sotto la porta dell’appartamento sulla sinistra. Suonai il campanello, nessuna risposta.

Scesi giù, entrai in casa e telefonai ai vigili del fuoco.

Ma c’è qualcuno in casa? mi chiesero.

Non lo so, io ho suonato ma non mi ha risposto nessuno.

Dopo pochi minuti sentii avvicinarsi le sirene e il cielo cominciò a riempirsi di luci blu. Mi affacciai alla finestra. La strada era piena di mezzi di soccorso. 

I vigili del fuoco avrebbero cercato di risolvere il problema dell’acqua, ma per entrare nell’abitazione forzando la porta c’era bisogno della presenza dei carabinieri. L’ambulanza del Suem, infine, avrebbe garantito il soccorso sanitario nel caso nell’appartamento qualcuno si fosse sentito male. 

Anche i pompieri provarono a suonare il campanello più volte, senza ottenere risposta. Intanto l’acqua scendeva e scendeva, guadagnando poco a poco i piani più bassi.

Temevo il momento in cui, terminato l’intervento, i vigili sarebbero scesi al mio piano, mi avrebbero chiesto i documenti per la registrazione della richiesta di intervento, e mi avrebbero informato del decesso dell’inquilino del quinto piano.

Suonò il campanello. Erano i vigili.

Dissero che alla fine ce l’avevano fatta a svegliare il signore, un anziano, che dormiva della grossa e non aveva sentito niente, né il ripetuto suono del campanello, né tutto il trambusto nel condominio.

Dissero che si era scusato perché la sera prima quando era andato a dormire aveva dimenticato il rubinetto aperto in cucina. Non avrebbe mai immaginato di poter causare un disastro del genere.

Tirai un sospiro di sollievo, diedi i miei dati ai pompieri e augurai loro la buonanotte.

La mattina dopo, prima di lasciare la casa, scrissi ad Amanda una lunga lettera per raccontarle che cos’era successo. In inglese, naturalmente.

La lasciai sul tavolo per quando fosse tornata.

Qualche giorno dopo mi telefonò. Disse che non aveva mai riso tanto in vita sua come quando aveva letto il resoconto di quel flood.

La presi come una promozione. 

Lascia un commento

Archiviato in diario minimo

Al Cuor

Arrivai a Treviso il 21 giugno 1994. Il vice direttore del quotidiano dove avrei iniziato a lavorare il giorno dopo mi aveva detto al telefono, è una piccola città sopra a Venezia, niente a che vedere con la bellezza di Siena, ma anche noi ci difendiamo.

Mamma mi volle accompagnare così, disse, mentre io andavo a conoscere i colleghi in redazione, lei mi avrebbe aiutato a trovare un posto dove stare.

Per quella notte avremmo dormito in albergo, poi qualcosa avrei trovato. 

Cercai il nome Treviso sulla cartina del Veneto. In effetti era poco più a nord di Venezia. In autostrada però il nome non appariva mai. O Venezia, o Belluno.

In ogni caso riuscimmo ad arrivare.

Era una bella giornata di sole. La redazione era in un palazzo bianco affacciato sul Sile. Conobbi i colleghi, i segretari e la responsabile del personale. Riempiti i fogli necessari, salutai. Ci saremmo rivisti la mattina dopo.

  • Dove ti fermi stanotte? mi chiese un collega.
  • In un albergo, risposi.  
  • Hai prenotato? Credo che sia un problema trovare un posto libero…
  • No, l’ho saputo solo ieri che sarei partita.

Mamma mi raggiunse trafelata.

  • Simona, lo sai che non c’è un solo posto libero in tutti gli alberghi di Treviso?
  • Ma come è possibile?

Venne fuori che proprio in quei giorni in città c’era il concorso internazionale Toti Dal Monte e ogni camera era prenotata da mesi da musicisti e cantanti arrivati da tutto il mondo.

  • E ora, che si fa?

Un collega si offrì di cedermi la sua casa per quella notte, lui si sarebbe spostato da un’amica. 

Ma tornò mamma, tutta esultante.

  • Ho trovato l’ultima camera libera.
  • Ah, benissimo. Meno male.
  • Quindi, dove andate? chiesero i colleghi.
  • In un albergo vicino alla stazione, disse mamma.
  • Ah, probabilmente è il Cuor. 

Notai le espressioni farsi un po’ più serie e alcuni sopraccigli alzati, ma sul momento non ci feci granché caso, tanto ero sollevata dal non dover ricorrere alla generosità del collega, che mi aveva lasciato piacevolmente stupita, tanto più che non mi conosceva nemmeno, ma allo stesso tempo mi imbarazzava un po’.

L’albergo aveva l’aspetto un po’ cadente. All’interno corridoi stretti poco illuminati coperti di tappeti a fiori consunti. L’aria era stantia e puzzava di fumo vecchio. 

Non ci preoccupammo troppo, contente come eravamo di aver trovato l’ultima camera disponibile in tutta Treviso.

Andammo a mangiare una pizza in piazza dei Signori, già un po’ innamorate di quella città piccola, pulita ed elegante dove le persone sembravano tutte gentili.

Chiesi una pizza al radicchio di Treviso, già che ero lì. La cameriera mi guardò stranita.

  • Ma giugno non è tempo di radicchio!

Che cosa strana, pensai. E passai ad altro. 

Solo in seguito scoprii che il radicchio tardivo di Treviso è un ortaggio invernale e deve superare una procedura di preparazione molto lunga e complessa prima di finire sul mercato.

Dopo la pizza facemmo due passi, quindi andammo in albergo, Al Cuor, dove crollammo appena toccato il letto.

Nel cuore della notte fummo svegliate da delle urla molto vicine. Sbatterono delle porte nel corridoio, si sentirono delle voci, una maschile e una femminile, che gridavano rabbiose. 

Mamma si affacciò a controllare se qualcuno avesse bisogno di aiuto e il tizio le disse di farsi gli affari suoi.

Tornammo a dormire. Io mi sarei dimenticata anche questo sgradevole episodio notturno, non mamma che la mattina dopo fece le proprie rimostranze alla reception, cioè al tizio triste seduto al bancone all’ingresso.

  • Non so che dirle. Io non ho sentito niente, fu la sua lapidaria risposta.

Una volta in redazione lo raccontai ai colleghi. Allora mi fu chiaro perché la sera prima avessero sollevato i sopraccigli. C’entravano le signorine che passeggiavano intorno alla stazione e che usavano il Cuor come base per i loro appuntamenti.

  • E stasera dove dormi? mi chiesero.
  • Torno lì, è sempre l’unico posto disponibile.
  • Non se ne parla nemmeno. Ti do le chiavi di casa mia, puoi stare lì finché non trovi una sistemazione migliore, disse il solito collega.

Stavolta accettai l’offerta molto volentieri. 

Mamma prese il treno per tornare a casa, finalmente più tranquilla.

Anzi, a Cuor leggero.

Lascia un commento

Archiviato in diario minimo

Capodanno in Garfagnana

Nel 1989, lo giuro, avevo un fidanzato. Un fidanzato serio, del tipo sposiamoci, facciamo quattro figli e andiamo a vivere in campagna. 

Nonostante tutto quel Capodanno mi ritrovai a passarlo da sola. 

Il giorno prima chiamai un’amica. Era incinta e anche lei avrebbe trascorso il Capodanno da sola.

  • Che fai domani sera? 
  • Niente. 
  • Vieni via con me? 
  • Dove andiamo? 
  • Boh, vediamo. Garfagnana? 
  • Ok, va bene.

Partimmo con la mia Polo bianca senza pensare al meteo e senza prenotare. Nell’autoradio una cassetta doppia di Gino Paoli con un po’ di Ricky Gianco.

Arrivammo nel primo borgo abitato che era già ora di cena. Il posto si chiamava Fornaci di Barga. Ci infilammo in un bar per fare qualche telefonata e cercare un posto in cui dormire. Non fu facile. Quando ormai temevamo di dover passare la notte in macchina, a rischio congelamento, trovammo una locanda con una camera libera. Era arredata come un vecchio ospedale, stanze bianche e letti singoli di ferro. 

La locandiera riuscì ad infilarci perfino nel veglione, in un circolo paesano, dove ricavarono un tavolino apposta per noi.

La mattina dopo partimmo per la montagna. Sulle strade strette la neve si era trasformata in ghiaccio. Ma in tempi in cui non sapevo nemmeno il significato di gomme invernali non sembrava un problema. Ci fermammo anche a giocare e a fare delle foto.

Indossavamo semplici cappotti di lana, maglioni e scarponcini. L’abbigliamento tecnico era ancora rincantucciato nel futuro. 

Salendo per tornanti e piccole gole arrivammo in un posto dal nome buffo, Fornovolasco. Per strada vedemmo diversi vasconi di pietra dove, scoprimmo poi, allevavano le trote. 

In cima c’era la Grotta del Vento, ma non c’era tempo per visitarla. Scegliemmo di andare a pranzo in un ristorantino. Era il primo dell’anno. Prendemmo una trota a testa e non credo di averne mai mangiate di così buone.  

Spendemmo una sciocchezza, tipo sedicimila lire in due. Anche il veglione e la stanza li avevamo pagati pochissimo. 

Poi nel pomeriggio ci rimettemmo in macchina per tornare a casa continuando ad ascoltare Gino Paoli e Ricky Franco.

La mia amica qualche mese dopo si sposò ed ebbe il bambino.

A me rimasero altri due capodanni da trascorrere col fidanzato.

Lascia un commento

Archiviato in diario minimo

Lo stendino

Qualche tempo fa ospitammo una giovane coppia di francesi.

Arrivarono nel pomeriggio, mostrai loro casa e dintorni, poi li lasciai al loro riposo.

Dopo cena il tizio venne a chiamarmi. Era tutto agitato perché, mi disse, si erano chiusi fuori e le chiavi erano rimaste dentro.

– Nessun problema, dissi io. Ho la chiave di riserva.

Ma lui continuava a scuotere la testa.

In effetti la chiave non entrava nella serratura.

– Ma avete inserito la chiave all’interno?

– Sì.

– Nessun problema, dissi io. Entriamo dalla finestra della terrazza.

Il tipo scuoteva la testa.

La finestra della terrazza era chiusa dall’interno

.- Entriamo dalla finestra della cucina, anche se dovremo prendere una scala.

Niente da fare. Anche la finestra della cucina era chiusa dall’interno.

Il tizio continuava a scuotere la testa, mentre la sua compagna si aggirava tutto intorno con l’aria cupa di chi aveva subito un torto.

– Proviamo con la finestra della camera.

Chiusa.

– Quella del bagno?

Pure.

Cominciava a farsi tardi. Dove li mettevo quei due a quell’ora? Cercavo di sforzarmi di pensare a una soluzione senza farmi distrarre dal panico e dai pensieri molesti. Tipo quello sugli amanti della natura che si chiudono in casa per evitare che entrino triceratopi o anaconde giganti. Attraverso le zanzariere, magari.

– Potremmo cercare una sistemazione di emergenza per stanotte e domani mattina trovare una soluzione per aprire la porta.

– Ma abbiamo tutta la nostra roba chiusa dentro, anche le chiavi della macchina.

Esaurita ogni possibilità non rimaneva che un’ultima speranza.

I vigili del fuoco.

Arrivarono in poco tempo e si misero subito al lavoro. Ma non fu facile nemmeno per loro. Ebbero un bel daffare con la porta, difficile da forzare a causa di uno sbalzo del muro. Alla fine, quando anche loro stavano per arrendersi, finalmente si aprì.

A quel punto c’era solo da registrare i nostri dati e poi saremmo potuti andare tutti a dormire.

Dissi agli ospiti di stare tranquilli, che ci avrei pensato io.

I vigili mi seguirono sul mio terrazzino. Feci accomodare il capo partenza su una sedia intorno al tavolino di pietra su cui appoggiò i moduli da compilare.

Quel pomeriggio avevo fatto il bucato e c’erano i miei vestiti stesi. Allo stendino, una specie di torretta in metallo dell’Ikea, era appeso fra le altre cose un simil polipo di plastica da cui pendevano reggiseni e mutande.

Il vigile del fuoco si sedette e la sua testa fu immediatamente circondata dalla mia biancheria.

– Scusi, glielo sposto subito.

– Lasci stare, non c’è problema.

Fra gli altri pompieri, il tavolo e lo stendino non c’era proprio margine di manovra. Mi arresi.

Il vigile riempi il verbale d’intervento, impassibile, con la sua aureola di mutandine colorate.

Il giorno dopo dissi ai miei ospiti che per me non era successo niente e che si godessero i giorni di riposo in serenità. Purtroppo tennero per tutto il tempo un’aria fra il contrito e l’imbarazzato, che non so se per loro era naturale o se era dovuta al piccolo contrattempo.

Avessero visto il pompiere con la testa fra le mutande, gli sarebbe passata, peut-être.

Lascia un commento

Archiviato in diario minimo

La caffettiera a fiorellini rosa

“Me la ricordo perfettamente” dice la zia di A. guardando la foto della caffettiera di ceramica a fiorellini rosa che le ha inviato il nipote sul telefonino.

La zia di A., con sorelle (tra cui la mamma di A.), fratelli, genitori e nonni, è cresciuta nella casa colonica dove da quarant’anni mi sono trasferita io con la mia famiglia. E infatti è proprio nella scarpata dietro al pozzo, quella che scende giù verso il campo, che ho trovato la caffettiera.  

La famiglia lasciò la casa nel 1976, dopo la morte del patriarca, quindi la mezza moka risale agli anni precedenti. Soddisfatta della notizia, ma non appagata, vorrei sapere ancora chi la usava e come, quando facevano il caffè e chi lo beveva e chi no.

Penso alla vecchia caffettiera come a un improbabile cavallo di Troia che mi permetta di entrare, non vista, nelle stesse stanze che oggi per me sono quotidiane ma che allora erano vissute da altri.

La casa fu poi ristrutturata da un imprenditore nel 1978 e per pochi anni ci visse in affitto un magistrato con la moglie. Poi la pretura di Colle fu chiusa e anche il giudice si trasferì a Poggibonsi.

Erano i primi anni Ottanta, io frequentavo la quinta liceo e preparai la maturità cullata dal rumore del trattore che andava avanti e indietro nel campo sotto alla finestra di camera mia.

Ricordo quando babbo ci portò a vederla. A me sembrava impossibile che potessimo andare ad abitare in un posto così.

La casa era grandissima e isolata. Ci si arrivava percorrendo una strada sterrata tutta curve e salite. Avrei potuto organizzare feste, invitare amici, avere un sacco di spazio tutto per me.

La mia sorella invece rimase delusa. “Me la immaginavo almeno la metà della Reggia di Caserta” disse, tanto per stemperare gli entusiasmi.

I vicini di Campolungo, dove abitavamo prima, si divertirono a sparlare del nostro trasferimento, raccontandosi l’un l’altro di come fossimo caduti in basso. Secondo loro eravamo andati a finire in una catapecchia semidiroccata in mezzo ai boschi. In quegli anni c’era il mito della città e la campagna era degli sfigati che ancora non ce l’avevano fatta a fuggire. Figurarsi chi andava a infilarcisi apposta.

Poi c’era anche l’eterno sport del godere di fronte alla disfatta altrui, fingendo una pena che mascherava una soddisfazione un po’ perversa e qualche volta dava anche l’opportunità di pronunciare frasi del tipo, io l’avevo detto, che ti aspettavi?

Per rimettere le cose a posto venne a trovarci il Verdiani che, constatate di persona le condizioni della nostra nuova casa, tornò in Campolungo autoinvestendosi del compito di dire a tutti la verità.

Poi sono successe molte cose, che ora non starò a dire. 

Sono diventata amica di A., senza sapere che la sua mamma viveva qui, e ogni tanto gli chiedo qualcosa della casa di quei tempi, dove facevano l’orto, dove stavano gli animali.

A loro ha portato fortuna, se si considera il destino luminoso di A. e di suo fratello.  

Non sarà possibile sapere il momento preciso in cui la caffettiera di ceramica a fiorellini rosa è finita nella scarpata. Ma se si fanno bene i conti, la signora dovrebbe aver collezionato almeno una cinquantina di anni. 

E come è giusto che sia, ha ancora tutto il tempo che vuole, davanti a sé. 

Lascia un commento

Archiviato in diario minimo