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io canto da sola

stamani nevica. ma nevica sul serio.
i fiocchi cadono e attecchiscono a terra, sulla strada.
vado in piscina a piedi, in tenuta da montagna. come sempre, ma stavolta anche le scarpe

mentre cammino sulla neve cercando di non scivolare mi torna in mente una nevicata di tanti anni fa
ero ragazzina e la neve per me, in toscana, era sempre una sorpresa

ricordo che quel giorno stavo tornando a casa a piedi e dovevo attraversare un piccolo campo
era tutto bianco e silenzioso, ovattato

il mondo sembrava essersi fermato
mi venne voglia di cantare, come se fossi veramente sola
e, ricordo, saltellando sulla neve fresca del campetto prima di arrivare a casa, cantai a squarciagola
non ricordo che cosa cantai ma ricordo che provai una sensazione di libertà e felicità tanto che tornata a casa lo raccontai a mamma
e lei mi disse, pur attenta a non farmi rimanere male, che dovevo fare attenzione a quello che facevo fuori, che qualcuno avrebbe potuto non capire e pensare chissà che
non capii bene ciò che voleva dire
pensai a che cosa avrei pensato io se avessi visto qualcuno cantare nella neve

e che cosa avrei dovuto pensare?
boh?

però la frase mi è rimasta impressa dentro

poi c’è stato un periodo in cui gli amici mi chiedevano di cantare
mi ero imparata la carmen a memoria e alle feste c’era sempre qualcuno che la reclamava
l’habanera, ovviamente
ma anche près de remparts de seville o quella bellissima del ballo delle nacchere quando carmen seduce don josè che però deve rientrare al battaglione perché suona la ritirata e lei si incazza di brutto
vabbè, la so tutta a memoria praticamente

allora dicevo che c’erano delle feste, era il periodo dell’università, in cui cantavo come una star con i miei amici che mi chiedevano la carmen
cavolo, a ripensarci ora non mi pare nemmeno sia mai successo

comunque, abitavamo già in campagna, e quindi non era un problema
si cantava, si ascoltava la musica, si faceva ciò che ci pareva (con la paziente tolleranza dei miei)

qualche volta tornavo a casa in motorino
sulla strada in salita e a curve che il mio garelli (ecco, quando tutti avevano il ciao il sì o il bravo io avevo un orribile modello con il serbatoio sotto al sellino) affrontava di petto ogni tanto mi ritornava la voglia di cantare a squarciagola, come se fossi sola
intorno a me avevo solo la campagna, gli alberi, la strada in salita sotto alle ruote del motorino
e io cantavo
la carmen, per lo più
a volte anche qualche altra canzone

un giorno babbo mi disse che desiderio, il contadino che viveva nella casa prima della nostra, al curvone sulla salita dei pini, gli aveva detto: “sento la tu’ figliola che canta quando passa in motorino… bene, ci mette allegria in mezzo a tutti questi musoni”
meno male

anni dopo, a new york, tornavo a casa dalla discoteca sotto una nevicata
era mattino presto, tipo le 5
la discoteca era in centro, midtown, la casa downtown, zona torri gemelle, sei anni prima dell’11 settembre
per un tratto mi accompagnò un amico turco, poi proseguii da sola
era tutto così bello
la neve che cadeva sulle strade e sui tetti delle case di manhattan
ero così felice che non avevo nemmeno paura
mi sentivo intoccabile
però quella volta non cantai
non ad alta voce almeno

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il battesimo del ghiaione

deve essere stato proprio laggiù, sotto il pelmo, sulla sinistra

Forse è arrivato il momento di raccontare anche questo. Che fra l’altro mi sa che siamo nell’anniversario tondo tondo. Non sono certa che fosse luglio, ma credo di sì, di sicuro era il 1991. Quindi venti anni fa.
Con Lula si era deciso di andare una settimana in montagna. Venne anche la sua amica Giovanna di Roma. Partimmo dalla Toscana con la mia Polo bianca e una volta arrivate ci fermammo a un garnì in Val di Zoldo.
Avevo appena preso Taro, uno splendido siberian husky bianco e rosso, e non sapevo a chi lasciarlo in quei giorni visto che mamma aveva fatto un po’ di storie per tenerlo. Poi naturalmente rimase a casa e anzi, come al solito, anche loro, mamma e babbo, gli si affezionarono sempre di più.
Lula era il capogruppo, armata di cartine ed esperta di montagna, Giovanna le andava dietro e io seguivo loro due. Sinceramente, a parte l’ambiente e le cene nei ristoranti, al tempo non ero in grado di apprezzare molto di più.
Ricordo una volta che avevamo trovato una panchina affacciata sul vuoto davanti a un rifugio. loro guardavano il panorama giocando a riconoscere le varie cime e io ero un po’ scocciata perché al tempo pensavo che la montagna era montagna e non c’era poi tutta quella differenza fra l’una e l’altra.
Vabbè. La settimana passò fra sentieri su Pelmo, Pelmetto e Civetta e un’immancabile puntata a Cortina, con giro alle Cinque Torri e shopping in paese, in una giornata dal tempo incerto.
Ogni tanto passando sotto al Pelmo dalla parte del ghiaione Lula e Giovanna si fermavano a guardarlo e commentavano. “Quello non lo faremo mai… troppo difficile, ma guarda che bello però”.
Ovviamente non capivo il senso di una sola parola di quello che dicevano.
Poi arrivò quel giorno che facemmo un giro sul Pelmetto. A dire il vero, dell’andata non ricordo proprio niente. Passaggi nel verde, pascoli con le mucche, attraversamenti un po’ più ripidi sulla costa della montagna, tante croci con i nomi di morti, ma niente più.
Nel senso che non distinguo, nella memoria, i vari sentieri che percorremmo in quella vacanza. Per me erano tutti uguali, più o meno.
Quella volta, al ritorno, Lula disse: “Perché anziché rifare lo stesso sentiero dell’andata non cambiamo?”. Prese la cartina, ci mostrò che per arrivare da dove eravamo partite, il passo Staulanza, si poteva fare un altro percorso, ma sempre della stessa difficoltà di quello che avevamo fatto al mattino, cioè facile, come diceva la guida. Per me era esattamente lo stesso, facessero loro come volevano. dopo un’intera giornata di montagna mi premeva solo tornare al garnì, farmi una bella doccia bollente, cena e relax.
Andammo. Erano già le 18, ma secondo i calcoli in un’ora e mezzo saremmo arrivate alla macchina.
Non so quando avvenne, di preciso, ma a un certo punto ci ritrovammo a salire su un costone erboso in direzione un po’ troppo verticale. Non so dire se fosse proprio un sentiero, diciamo che i passaggi praticabili fra un masso e l’altro, andavano obbligatoriamente all’insù.
Attaccavi le mani alle zolle di erba e queste si staccavano perché la notte precedente era piovuto tanto e il terreno era ancora morbido.
“Lula, che dici, andiamo bene?”
“Sì sì, vai Simona. La cartina era chiara, vedrai che fra un po’ finisce e torniamo a camminare”.
Non finì. Anzi.
A un certo punto, girandomi indietro, ebbi la chiara percezione del vuoto sotto di me.
“Lula, io butto lo zaino. Sento che mi tira in fuori… tanto dentro ho solo la macchina fotografica e 50mila lire…”.
“No no, Simona, che butti (lo zaino era suo). Dammelo a me che te lo porto io per un po’”.
“Ma non si può tornare indietro?”.
“Ormai direi di no…”
Per la paura continuai a salire a velocità supersonica aspettando solo il momento in cui saremmo tornate a camminare su un sentiero un po’ più orizzontale.
“Meno male che avevi paura, sembri un leprotto” mi disse Lula.
Intanto Giovanna si stava sentendo male. Aveva le palpitazioni, le mancava l’aria. Superandole le vidi, una rannicchiata sotto a un masso, e l’altra, Lula ovviamente, con due zaini in spalla, che le faceva forza e coraggio.
Ovviamente non avevamo più un goccio d’acqua né un frutto né una barretta.
“Scusa Lula ma in montagna non girano sempre quegli uomini con i pantaloni verdi alla zuava e la camicia rossa a quadri? Vedrai che prima o poi ne incontriamo uno e ci accompagna giù”.
Non ne passò nemmeno uno.
Cioè, non passò proprio nessuno. E intanto si faceva sempre più sera. Ovviamente, essendo l’estate del ’91 non esistevano nemmeno i cellulari, o almeno noi non li avevamo.
Ad un certo punto il passaggio si spostava sulla nostra sinistra su una spanciatura di roccia sospesa nel vuoto attraversabile solo tenendosi saldamente appesi con le mani a una fune di ferro e puntando i piedi sul sasso.
Aiuto, ma che è ‘sta roba qua?
La feci e mi sembrò impossibile essere arrivata di là. La fece anche Giovanna, non so come. Alla fine, dopo averci fatte passare, arrivò anche Lula, ormai con tre zaini addosso. Due sulle spalle e uno sul davanti.
Giovanna andava lenta, si fermava ogni pochi passi e Lula la aspettava. Io andavo su come una scheggia, sempre per il solito discorso della paura.
Alla fine la salita finì. Mi trovai su un pianoro erboso bellissimo. una conca verde pianeggiante in mezzo alla roccia ricoperta di fiori bellissimi dalle stelle alpine, alle genziane, ad altri di tutti i colori. Un paradiso.
Sì, ma come uscirne? Le mie amiche non arrivavano. Provai a chiamarle ma non ebbi alcuna risposta. Ne girai i confini affacciandomi: roccia a strapiombo ovunque. Nemmeno pensare di ridiscendere da dove eravamo salite.
Laggiù in fondo c’era il ghiaione, quello famoso. Impensabile pure scendere da lì, lo avevano sempre detto anche loro che era troppo difficile no?
Mi sembrava che il tempo non passasse mai. Scrutavo l’orizzonte, magari nel frattempo passava un elicottero… niente. Non c’era un’anima in giro, né in terra né in cielo.
Alla fine, non saprei dire dopo quanto, arrivarono anche loro. E potemmo discutere sulla strategia da applicare per la discesa.
“L’unica è il ghiaione” dissero.
“Ma come, non era super difficile?”
“Vedi alternative?”
In effetti non ce n’erano. Ed erano già le otto passate…
Scendemmo su delle rocce che dal pianoro portavano al ghiaione e finalmente ci fummo sopra.
Prima un po’ timidamente, poi con sempre maggiore dimestichezza, cominciammo a scendere a slalom affondando il piede nei sassi e facendoci trascinare giù per un tratto, un piede dopo l’altro. Beh, alla fine era anche divertente.
Sarà che pur di andare verso il basso mi sarei anche messa a ruzzolare…
Ringraziai mentalmente, ma alcune volte mi sa anche a voce alta, i magnifici scarponi che reggevano le caviglie in modo fantastico.
Alla fine arrivammo giù al passo.
E ora dritte al rifugio, vai!
Chiuso.
Erano le nove e mezzo.
Oh cavolo… dai bussiamo.
Si affaccia un tizio scorbutico.
“Ma non vedete che siamo chiusi?”
Gli raccontammo che cosa ci era successo. Prima ci fece una bella lavata di capo, poi però gli mostrammo la cartina e convenne che l’indicazione della guida era assolutamente sbagliata, che il tipo cioè aveva indicato come facile, facilissimo, un sentiero che invece non lo era affatto.
Impietosito ci apparecchiò un tavolo, ci portò tre bottiglie d’acqua, una ciascuno, che bevemmo in un secondo.
“Vi dovete accontentare. C’è solo del minestrone di verdura” ci disse.
Evviva!!!!
Non avremmo desiderato altro. Anche perché quello fu il minestrone di verdura più buono di tutta la nostra vita.

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perché l’ho fatto

Ricordo perfettamente il momento in cui decisi di lanciarmi nel vuoto. E il motivo.
Era l’estate del ’92, agosto forse, ed ero a casa di un amico a Firenze. In quel periodo andavo spesso da lui, fermandomi a dormire sul divano in salotto.
Rosario era ricoverato all’ospedale di Careggi, così approfittavo dell’ospitalità del Rouge per andarlo a trovare.
In quella grande casa vicina alla stazione c’era sempre un viavai di gente, che si fermava a pranzo e a cena. Si organizzava sempre qualcosa, con la Cinese, Rossella, Rosanna e suo marito. E altri. Con Rosario, quando stava bene. C’era il cinema all’anfiteatro delle cascine, qualche concerto. O si rimaneva in casa a chiacchierare.

Era iniziato tutto con un piccolo intervento per un edema non ricordo dove. Operazione riuscita. Sapevo che la salute di Rosario era a rischio ma non avrei mai pensato che potesse andarsene così. E invece al primo intervento, dopo un periodo trascorso a casa, seguì un altro ricovero e poi un altro ancora. E non era mai del tutto chiaro quando sarebbe stato dimesso.
Il giorno che capii che non ci sarebbe stato più nulla da fare, ricordo, ero seduta sul divano del Rouge, in quella casa di Firenze. C’erano anche altre persone, gli amici di sempre, e si parlava di Rosario. Non ricordo la frase, la situazione, che cosa fu detto e da chi e perché tutto insieme capii.
So solo che quella consapevolezza che fino ad allora non avevo voluto nemmeno immaginare mi attraversò come una scarica elettrica. Mi sentii perduta, terrorizzata. Avrei voluto morire prima di affrontare quel dolore immenso che si annunciava in un giorno qualsiasi della calda estate fiorentina.
Non so spiegare perché mi venne questa idea di lanciarmi col paracadute. Cioè lo so, ma non può essere considerata una spiegazione logica. Il fatto è che di logico lì non c’era niente. Rosario stava per morire, se ne sarebbe andato, e io, che da 10 anni vivevo la sua amicizia come il dono più bello della mia vita, ero disperata. Tutto qui. Pensai che una paura più grande avrebbe in qualche modo esorcizzato quella già enorme per la sua scomparsa. Probabilmente fu solo per il fatto di aver sentito sempre parlare di paracadutismo in casa che la prima cosa che mi venne fu quella di lanciarmi.
Fatto sta che, non appena tornai a casa presi contatto con la sezione paracadutisti di Siena, quella fondata da babbo, e mi iscrissi al corso.
Fu un modo per pensare anche ad altro, per non essere inghiottita completamente da quel dolore continuo che portavo dentro vedendolo sempre più deperito, sempre più magro e sofferente.
Non furono solo i lanci poi a distrarmi, c’era anche la palestra, il duro allenamento fisico. Sembra una pazzia e sicuramente lo era ma per me fu la ricerca della salvezza. Oggi, ne sono sicura, avrei altri strumenti per affrontare una cosa del genere. Non che soffrirei meno. Anzi.
Ma allora ero così.

Rosario morì il 6 aprile del 1993, meno di un anno dopo da quel giorno a casa del Rouge.
Chi lo ha conosciuto sa che parlo di una persona immensa. Ancora oggi, dopo tutti questi anni, i suoi amici lo ricordano con l’amore di allora.
Sono convinta che quando in ospedale gli dissi che mi sarei lanciata col paracadute, lui capì benissimo il perché. Al tempo mi conosceva sicuramente meglio di quanto mi conoscessi io.
Ancora oggi ogni tanto, come ora, mi torna in mente un numero di telefono, 959238, il suo.
Rosario assomigliava un po’ a Linus di radio Deejay ma ancora non lo sapevo. Dopo, sentendolo ridere, avrei ritrovato Rosario in quella risata. Proprio uguale alla sua, da non credere.

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il primo lancio non si scorda mai

Poi mi son fermata a 12. Un po’ per superstizione, quella di non fare il 13esimo lancio, un po’ per il colpo di frusta conseguenza di un incidente stradale che aveva reso un po’ troppo doloroso praticare questo sport.
Sì perché poi io mica facevo la paracadutista leggiadra di quelle che si lanciano oltre i tremila volano in caduta libera e quando aprono l’ala planano nell’aria fino ad atterrare in punta di piedi… eh no.
Di militare c’ero andata. Ma c’era una ragione.
Comunque quella primavera, era il maggio del ’93, quando un camion mi venne addosso a tutta birra mentre ero ferma con l’auto davanti alle strisce per far attraversare una vecchietta fra l’antiporto e camollia (eh sì cavolo), si stava per cominciare il corso tcl. Che vorrà dire? Tecniche caduta libera? Può essere. Mi informerò, ma ora non è importante e non me lo ricordo proprio.
Qualche mese prima avevo preso il brevetto da paracadutista. Civile io, militari i materiali, paracadute e aerei.
Ovvio che c’entrava babbo. Lui si era sempre lanciato. Quante volte ce lo ha raccontato, il sacco di patate, i voli senza il paracadute d’emergenza e tutto il resto. E io sono cresciuta fra i campi di grano ad ampugnano nell’attesa che il mio babbo scendesse dal cielo.
Nel ’92 tutto d’un tratto avevo deciso di farlo anche io. Babbo invece aveva smesso da un po’. Non dissi niente in casa, memore della paura di mamma ogni volta che babbo partiva e delle scenate che faceva quando tornava a casa con qualche fasciatura.
Tanto ero ampiamente maggiorenne, li avrei messi di fronte al fatto compiuto.
Non disse niente nemmeno babbo che quell’anno aveva deciso di ritornare a lanciarsi. E sì che aveva 68 anni se non faccio male i conti.
Così ci ritrovammo in palestra, in caserma a siena, e facemmo la preparazione insieme. Lui a suo tempo istruttore e con una vita di lanci alle spalle e io che non l’avevo mai fatto.
Avviso, questa storia è un po’ lunga.
Comunque per farla breve, arrivammo al giorno del primo lancio. Una bellissima mattina di novembre col sole nel cielo e l’aria pulita. La notte prima ovviamente non avevo chiuso occhio ripassando mentalmente tutte le cause di mancata apertura del paracadute, le manovre da fare in caso di apertura parziale e via dicendo. Non era ancora accaduto il caso, o almeno noi non lo sapevamo ancora, di quella ragazza che a montichiari a brescia era scesa dritta come un fuso fino a terra. Il principale non si era aperto e lei non aveva fatto in tempo con l’emergenza. Questione di secondi, forse anche meno, in certi casi.
La mattina stabilita arriviamo ad ampugnano ed affrontiamo la trafila prima del lancio. Tutti in fila, in ordine di chiamata, controllo dei materiali, controllo dell’abbigliamento. Indossavo la tuta in acetato con scritto “paracadutisti siena” sulla schiena, non avevo ancora la splendida tuta arancione da protezione civile comprata al mercatino americano a livorno.
Eravamo lì nell’attesa dell’aereo in arrivo da pisa. Un g222. non so se era quello che chiamavano la bara volante o se fosse il c130. nell’esercito usano sempre questi nomi un po’ così forse per sdrammatizzare. Quando non ci danno dentro con le sigle. Che allora lì se non sei del giro ti prende solo un gran giramento di testa. Minimo. Dall’h24 in poi è tutto un acronimo, e solo loro sanno che vuol dire.
Il paracadute era un cmp55 (vado a memoria eh) e lo chiamavano la mamma o qualcosa del genere. Madre, forse. Boh.
Forse perché era il primo o quasi usato per i lanci militari e, per quanto datato, era sicuro ed affidabile proprio come la mamma.
a vederlo dal basso era una medusa, praticamente. Un tondo bianco con due corde dure a morire, non direzionabile, a meno di non staccarsi le braccia dalle spalle a forza di tirare di qua o di là.
L’esercito non lo usava più da un secolo allora lo davano a quelli dei corsi anpdi. (eccola là la sigla, tiè)
Avevamo passato mesi a farci i muscoli, a correre, a far flessioni, a tirarci su alla sbarra, a salire sulla fune e ad arrampicarci sui muri. E a imparare a cascare. Da tutte le direzioni possibili: otto, come la rosa dei venti.
Fate conto di saltare da un muro alto due metri ci dicevano. Ecco. Altro che quelli che atterrano in punta di piedi.
Anche l’abbigliamento era di stozzo, come dicono a siena.
A parte la meravigliosa tuta arancione che avrei usato negli ultimi lanci, un pezzo unico che si infilava dalle gambe e poi si chiudeva con una lunga cerniera, ai piedi avevamo gli anfibi militari originali fatti dal calzolaio della caserma di una misura più grande, per i calzettoni.
Una robina leggera e molto femminile, ma che almeno ti permettevano di marciare per chilometri, con il paracadute sulle spalle e quelle chilate di cuoio ai piedi, per rientrare alla base dopo che il vento ti aveva fatto scendere chissà dove.
Il tutto reso ancora più leggiadro dall’imbracatura stretta come una gabbia, che faceva assumere una posizione da bullo, col rinculo e a gambe larghe, con quelle due sacche appese una sulle spalle e l’altra sulla pancia.
Di un elegante colore verde militare, ovviamente.
Il presidente della sezione mi fa: “Te ti lanci per seconda, dopo babbo, cui abbiamo lasciato l’onore di lanciarsi per primo”.
In aereo invece ci trovammo davanti due ragazzetti, e noi finimmo al terzo e al quarto posto.
“Sono i figli di un generale…”
Ah ecco. Chi conosce l’ambiente capirà.
Comunque una volta pronti in piedi dentro a quell’aggeggio rumorosissimo, attaccato il gancio alla fune di acciaio, ci avviamo verso il portellone. Babbo si gira e mi dice: “Simona, ci si vede giù”. Sparendo nel vuoto.
Io, appena fuori dall’aereo vidi il cielo dappertutto. Sopra, sotto, di lato. Oddio, pensai. Aiuto.
Ma tempo qualche secondo e sentii come uno strattone, mi sembrò di risalire in alto e di rimanere lì, immobile, nel cielo.
Il campo di ampugnano è bellissimo, in mezzo alla campagna senese. Da lassù vedevi i campi a perdita d’occhio mentre l’orizzonte sfumava nel verde dei boschi. E quel cielo, di un azzurro assoluto, e tutti quei puntolini bianchi che scendevano giù piano piano.
Babbo mi chiamava. “simona, simona” sentivo gridare.
Boh? Forse avevo qualche problema al paracadute? No no era solo per salutare, mi disse dopo a tera.
A parte che se guardavi in su vedevi un puntolino bianco grande come un cappello e la cosa non ti tranquillizzava nemmeno un po’. Però stavi in aria, quello sì. Ed era una sensazione magnifica.
Durò poco. Una manciata di minuti. Poi mi preparai ad atterrare, puntai verso l’aeroporto attaccandomi con tutto il peso alle funi che reggevano il paracadute per direzionarlo almeno un po’. Funzionò. La caduta fu perfetta. Capriola anteriore laterale agevolata da un colpo di vento. Poi, appena in piedi, raccolta la vela e messa dentro allo zaino da cui era uscita, mi incamminai verso la base. La giornata sarebbe stata perfetta per farne un altro. Ma il regolamento lo impediva.
Gli altri due lanci necessari per il brevetto così si sarebbero fatti in un giorno diverso un mese dopo. Peccato.

Questa storia, una sera di qualche anno fa, seduta al tavolo di un’osteria a belluno, la raccontai a un ragazzo. Ricordo che ridemmo un sacco. Anche lui aveva fatto il paracadutista, oltre a un sacco di altre cose. Con noi c’era una comune amica che forse aveva portato apposta il discorso sull’argomento conoscendo le rispettive esperienze.
Quel ragazzo era simpatico, ma tanto, aveva i capelli lunghi, il sorriso aperto e gli occhi svegli.
In seguito l’ho ringraziata, l’amica, per avermelo fatto conoscere. Anche se lo incontrai solo quella volta.
Ora non sarà più possibile. E’ volato via insieme ad altri tre nell’estate di due anni fa.

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quella volta da inviata a Coverciano

Chissà perché stamani mi è tornata in mente quella volta che sono andata a Coverciano a intervistare i calciatori della Nazionale.
Era la primavera del 2002, a Firenze faceva un caldo della madonna, io avevo ancora la mia meravigliosaspiderrossacoltettuccioneroeifariapalpebra e non vivevo a Belluno, anche se mi sarei trasferita di lì a un mese.
Siccome lavoravo a Firenze mi chiamò un amico chiedendomi se potevo fare un salto a Coverciano per delle interviste che gli servivano nell’ambito di un ufficio stampa di qualche azienda. Il motivo per cui lo chiese a me, oltre al fatto che mi trovavo in loco (ah ah, Catarella!), è che a Coverciano entrano solo i giornalisti professionisti.
Andai intorno alle 2, scappottata sotto un sole rovente (i fiorentini sanno di che parlo), mi presentai all’ingresso, feci la registrazione e mi trovai di fronte a un bivio. In pratica entro una mezz’ora avrebbero sguinzagliato un pacchetto di cinque giocatori a sorpresa, intervistabili girando a destra, o il mitico Trap, nella stanza a sinistra.
Impensabile fare entrambe le cose, quindi optai decisamente per la sorpresa calciatori. Di calcio non ci capisco granché ma mi sembrò la decisione migliore. In più di un senso. Anche se, a dir la verità, non mi sarebbe dispiaciuto affatto sperimentare di persona lo strano eloquio di mister Trapattoni.

Fuori uno. Alex Del Piero! Minchia… Si parte alla grande! Ah, forse non ho detto, mi pare, che era il ritiro prima dei Mondiali della Corea del Sud. Una strage… ma ancora almeno non si sapeva.
Alex si siede sciolto su un tavolo, i giornalisti intorno premono, c’è la solita jungla di microfoni e telecamere, i fotografi scattano. Non ricordo le domande, ma mi sa che quello non era proprio un gran momento per lui, doveva riprendersi da qualche problema o qualcosa del genere. Comunque niente da dire. Carino, gentile, disponibile, pacato. Vabbè, lui. Del Piero.
Aspettai timorosa fino in fondo il mio turno, sperando che nel frattempo i colleghi sportivi si stufassero e abbandonassero il campo, e poi alla fine me ne uscii davanti a tutti con la mia domandina sugli investimenti in fatto di impianti sportivi. Strano, non si mise a ridere nessuno come invece avevo temuto. E Del Piero rispose tranquillamente come aveva fatto con tutti gli altri giornalisti.

Rinfrancata, mi misi a caccia degli altri. Ah, siccome in realtà di calcio non ne capisco niente se non per sentito dire, non avevo nemmeno idea, escluso Del Piero, di chi potessero essere gli altri.
“Oh, ce n’è uno con i capelli biondi a caschetto” dicevo al cellulare al mio amico, il committente.
“Come parla, napoletano?”
Aspetta che mi avvicino.
“Sì, mi pare di sì”.
“Allora è Fabio Cannavaro, vai…”
“Vado”.

“Ciao Fabio! Sono Simona Pacini, ti volevo chiedere che cosa ne pensi degli impianti sportivi per i giovani eccetera eccetera…”
Era da solo, alto più o meno come me. Lo dico per certo perché mi si stampò addosso. Ce l’avevo davanti a un centimetro con quell’aria da scugnizzo che poi non ti dava nemmeno troppo fastidio. Avercelo un po’ appiccicato, intendo.
Anche lui rispose, presi i miei appunti sul taccuino, scusa ti sposti un attimo, grazie ciao.

Non avevamo mica tutto il tempo che volevamo a disposizione. Bisognava correre per beccarli, intrufolarsi fra i colleghi più esperti, strappare la dichiarazione e andare alla ricerca di un altro. Il tempo stava per scadere.

A Coverciano entri in una specie di palazzo ma poi esci in un giardino molto grande, subito prima dei campi di allenamento. E le interviste le facevamo lì, all’aperto.

Ne vedo un altro accerchiato da giornalisti con i soliti microfoni, telecamere e taccuini. Non ho tempo di chiamare il mio amico. Mi butto, cerco di cogliere qualche particolare dalle domande degli altri. Qualcuno parla di Atalanta. Era un ragazzo bellissimo, alto e con gli occhi celesti.
“Sarà stato Cristiano Doni” fa il mio amico sentendo la descrizione. Boh, mai sentito prima.

Toh, Francesco Coco. Di questo non ricordo se lo conoscessi o no, ma mi pare strano. Me l’avrà detto il mio amico di sicuro.
Aspetto che due tizie finiscano di intervistarlo. Sono evidentemente infastidite dal fatto che io stia lì dietro sentendo le loro favolose domande ma non sanno che non ho alcuna intenzione di copiare la loro intervista. L’unica cosa che mi preme è non farmelo scappare. Ho detto che li intervisto tutti e cinque e cinque devono essere, oh!
Alla fine le tipe finiscono e dopo avermi incenerito con un’occhiata si allontanano e mi lasciano sola con lui. Gli faccio la mia domanda ma non mi pare che risponda a tono e mi viene la faccia un po’ stupita. Allora lui prende il mio blocchetto e ci scrive Camp Nou. E che cosa vuol dire scusa? Ah, è lo stadio di Barcellona dove ti piacerebbe tornare a giocare? Sì ma che c’entra scusa? Vabbè, pensava che gli avrei fatto anche io le domande come tutti gli altri. E invece no.

Sono vicina all’uscita, nel vialetto da cui si rientra nelle sale piene di frigoriferi straboccanti di bibite e con il tavolo del buffet, quando ne passa un altro di corsa. Questo lo conosco. E’ Pippo Inzaghi. Scusa, posso farti una domanda? Lo fermo afferrandolo per la maglia. Lui risponde tutto di fretta e poi riparte di corsa.
Ok, sono cinque. Fatto!
Non è andata nemmeno troppo male.
Mi fermo un attimo intorno a una fontana, o forse era un’aiuola, per ritemprarmi e risistemare gli appunti. C’è quella giornalista sportiva della Rai, come cavolo si chiamerà. Con lei c’è una tipa che le tiene il cagnolino, pare che siano inseparabili (con il cagnolino non con la tipa). Una non tanto simpatica con l’aria un po’ supponente. Infatti quando le dico, che carino!, accennando una carezza al cagnetto, mi fulmina con lo sguardo e non dice una parola. Manco risponde al saluto. Vabbè, pace.

Esco da Coverciano, risalgo sulla mia meravigliosa spider e torno a Firenze.
I mondiali del 2002 poi non andarono molto bene. Durarono poco, fino agli ottavi, ah già ci fu quella storia dell’arbitro disonesto. Ma quando li vidi, strana la vita, ormai ero già a Belluno.

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la casa di D’Annunzio

il giro sul lago di Garda mi ha fatto tornare in mente un episodio di qualche anno fa. era l’aprile del 2003, se non ricordo male.
da meno di un anno curavo una pagina settimanale sul Gazzettino di Belluno interamente dedicata agli alpini. nell’ambiente delle penne nere era diventato un piccolo caso, anche perché nessun altro quotidiano aveva mai fatto altrettanto

chiariamo, non era stata un’idea mia. diciamo che era una necessità del giornale e che fu affidata a me, in quanto come ultima arrivata non avevo un mio settore da seguire.

nell’aprile 2003 fui dunque invitata a intervenire all’annuale convegno itinerante della stampa alpina che quell’anno si teneva a Gardone Riviera, nel Vittoriale.
inutile dire, almeno per chi mi conosce, che dissi subito di no. alla fine mi convinsero, al giornale la cosa andava bene e quindi in un mattino di sole partii con la mia auto alla volta del lago di Garda.

per la strada il presidente degli alpini bellunesi mi chiamò diverse volte per chiedermi a che punto fossi.
“Mi raccomando, guarda di esserci per le tre, che il tuo intervento è fra i primi”. “Ok, tranquillo”.

“Simona, dove sei?” “A Riva, ormai sono arrivata (non era affatto vero, ma ancora non lo sapevo)”

“Appena ci sei vai al Grand Hotel, mangia qualcosa e sali al Vittoriale”

alla fine arrivai, seguii le loro indicazioni, precisissime. avevo perfino un cameriere dedicato che mi servì, in ritardo visto che gli altri erano già andati via, il mio pranzo personale, nonostante insistessi a dire basta così, grazie.

presi la cartellina con il testo del mio intervento e le raccolte delle pagine degli alpini uscite fino ad allora che avrei lasciato in dono, e salii le scalinate del Vittoriale

all’ingresso c’erano alcuni alpini che mi invitarono a mettere giacca e borsa nel guardaroba.
mi tenni la cartellina e loro mi dissero di lasciare anche quella.
“ma mi serve per l’intervento….” provai a protestare
“si si, tranquilla. c’è tempo per tutto” mi dissero

solo dopo, ripensandoci, capii che l’avevano detto con un’aria anche un po’ troppo condiscendente

fu però solo quando mi scortarono davanti all’ingresso della casa di D’Annunzio, dove c’erano altre donne in fila, che capii in un lampo che cosa era successo
mi avevano scambiato per una delle mogli degli alpini, magari, avranno pensato, anche un po’ fuori con la testa visto che era convinta di dover perfino parlare ad una riunione, e mi avevano accompagnato nel percorso riservato alle signore per intrattenerle mentre i mariti erano impegnati

appena realizzai questo pensiero giunse un’altra telefonata del presidente. “Simona, ma dove sei? sbrigati che fra poco tocca a te”
abbandonai la fila e di corsa tornai all’ingresso.
“datemi la cartella, per favore, che devo scappare”. probabilmente il mio tono non ammetteva repliche, perché non ce ne furono

con il telefono cellulare all’orecchio mi feci guidare nella sala dove tutti mi attendevano, quella con l’aereo appeso al soffitto
non riuscivano a capire perché ci avessi messo tanto ad arrivare. potei spiegare che cosa era successo solo dopo, quando la riunione finì

comunque, quando fu il mio turno feci il mio intervento, che ebbe anche un discreto successo

ero emozionatissima, cavolo, meno male che me l’ero scritto. in effetti, come mi fecero notare, era la prima volta in assoluto che in quel tipo di riunione ospitavano un intervento esterno, se poi si aggiunge il fatto che ero perfino una donna…
(questo per scusare i solerti alpini all’ingresso…)

fu una grande esperienza, tanto che ancora oggi me la ricordo nei dettagli.

l’unico rammarico è che non ho più visto la casa di D’Annunzio….

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sentimenti vintage

ieri sera, andando a dormire, mi son venuti in mente i giorni dell’Austerity. era l’inverno del ’73, qualcuno se lo ricorda? le strade erano vuote, le auto stavano ferme la domenica e gli altri giorni circolavano solo a targhe alterne.

ricordo anche che per un po’, almeno a casa mia funzionava così, chi aveva due auto quando le cambiava cercava di avere come ultima cifra della targa una pari e una dispari, così da essere pronti ad ogni evenienza.

l’Austerity durò solo pochi mesi. peccato. per noi bambini era una festa con quei lunghi pomeriggi passati sulle strade deserte a girare sui pattini o in bicicletta. 

il ricordo di certi momenti del passato ha un sapore tutto suo difficile da raccontare.

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