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Destroy, destroyed

Ieri sera ho presentato un libro di Giovanni Maccari a Casole e oggi sono distrutta. Niente a che vedere col libro o con Giovanni, ci mancherebbe. Solo il fatto che il tempo passa, per me le cose da fare aumentano (mamma, la casa, i gatti, qualche incarico da assolvere e tanti tanti problemi da risolvere) e mi stanco tanto a fare tutto. La cosa buffa è che, come succede nella vita (almeno a me), quando hai tempo ed energia, certe cose non ti capitano nemmeno a pagare. Poi, una volta che te ne staresti lì bella tranquilla davanti al caminetto con un plaid sulle ginocchia e il gatto che ronfa, ti piovono tutte insieme sulla testa. E non puoi dire di no, perché è una cosa che ti piace e che avresti sempre voluto fare. E se ora sei stanca, ti dà fastidio camminare duecento metri (in salita), il nervo sciatico si lamenta e il fiato si accorcia, pazienza. Tipo quando mi hanno chiamato a presentare Nadia Terranova, che meno male che alla fine è stata rimandata di un mese, perché ho studiato come per un esame all’università.

Giovanni, invece, avrebbe dovuto prendermi meno tempo. Perché lo conosco, anche se non troppo, perché è di Colle e ci siamo sempre visti a giro qua e là, perché ho letto quel libro (“Vita con gli animali”) e durante una presentazione a Colle (in cui ero tra il pubblico) mi ero preparata un sacco di appunti e di domande. Però l’impegno rimane e il giorno dopo, cioè oggi, anche oggi, mi sento stanca, spossata e dolorante come se avessi compiuto chissà quale impresa.

Mettiamoci poi che nel pomeriggio avevo dovuto montare gli scalini della piscina, che domani arrivano i turisti, e mi sono tagliuzzata tutti i diti a forza di girar viti e premere e spostare (che già la domenica mattina l’avevo passata in mezzo all’acido muriatico per togliere il calcare dal metallo). Già che c’ero, prima di arrivare al garage, ho tolto la parietaria dai vasi di cactus di mamma, così mi sono riempita mani e braccia di spine. E, cosa più importante, abbiamo un grosso problema con l’acqua (coltivato ormai da mesi) dopo che abbiamo affidato una serie di importanti lavori a qualcuno che millantava un’esperienza che non aveva. Quindi, dopo aver subito nove allagamenti notturni e diurni in casa per improvvisa rottura dei giunti dei tubi, adesso siamo finalmente arrivati al top (almeno lo spero), con lo scoppio di una tubatura sotterranea, l’acqua che affiora sulla strada e la pompa che va a tutta come un cavallo imbizzarrito. Motivo per cui, aspettando che la persona giusta risolva questo pasticcio, ogni giorno devo andare a spengere e riaccendere la pompa più o meno ogni due ore, sempre con il mio contapassi appeso al collo, così, per ottimizzare. In casa riempiamo bacinelle d’acqua e quando finisce vado a rimettere il pulsante in su. Di continuo, anche la notte, prima di andare a dormire e la mattina appena sveglia. E domani arrivano i turisti.

Con tutte queste complicazioni e l’overdose di carico mentale che ne deriva, ieri sera ho fatto una domanda che non è uscita benissimo. Non so in quanti ci hanno fatto caso, ma il fatto che più mi disturba è di averci fatto caso io, solo dopo averla pronunciata però. E Giovanni, anche, che ha dovuto rispondere. E probabilmente anche qualche membro della famiglia Maccari, visto che le gradinate erano piene di parenti di diverso ordine e grado.

Insomma, volendo sapere come riusciva lui a scrivere con tanta precisione e il giusto distacco quando si trattava di descrivere i suoi genitori, è uscita (vorrei poter dire in modo autonomo, senza il mio permesso) la frasetta “senza distruggerli”. Giovanni ha detto che non c’era niente da distruggere ma solo da ricordare nel modo giusto delle persone che non c’erano più.

Poi abbiamo parlato di altro, dopo ci sono stati i saluti, il viaggio di ritorno con la mia amica, la pastasciutta serale e il film con mamma e avrei potuto anche dimenticare.

Invece no. Appena la mia mente ha un raro momento di vuoto, tac… quelle due parole ci si infilano e mi risuonano in testa. “Senza distruggerli”.

Ovvio che lì per lì avrei voluto intervenire mentre Giovanni parlava e spiegarmi meglio. Scusa, non intendevo… Volevo dire… Ma non l’ho fatto, impegnata com’ero a rimirare quel capolavoro dal di dentro.

Cerco di riflettere. Se ti chiedo come fai a descrivere i tuoi genitori in modo reale ma “senza distruggerli”, si può pensare che io sottintenda che siano state delle persone orribili e che in realtà la domanda è come fai a indorare la pillola. Oddio… mi sa che ho detto anche questo… Aiuto!

Meglio che mi spieghi, prima di combinare qualche altro guaio. Nella maggior parte delle famiglie (tutte le famiglie felici si somigliano eccetera) raccontare in un libro certe espressioni, certi caratteri genitoriali, potrebbe risultare fastidioso. Si potrebbe dire che vìola l’intimità familiare o che potrebbe mostrare aspetti che preferiremmo rimanessero tra le mura di casa.

La letteratura però ha bisogno di verità, di autenticità, non di stereotipi o frasi fatte. Per cui, con tutto l’affetto del mondo, anche se il babbo era iracondo e la famiglia doveva allearsi per nascondere ciò che lo avrebbe fatto arrabbiare, è proprio questo che è giusto raccontare. E raccontarlo bene, con le giuste parole e la giusta distanza (anche se ne rimani pur sempre il figlio) è il passaggio necessario per farlo.

Anni fa rimasi colpita da Edna O’Brien che in un romanzo raccontava di come, quando tornava nel villaggio di Tuamgraney, doveva vedersela con i suoi familiari e con la gente del posto. Erano tutti arrabbiati con lei, la accusavano di sfruttarli quando scriveva e parlava di loro.

Nel mio piccolo ricordo la telefonata indignata di un’amica di famiglia quando lesse su un social un mio scritto in cui raccontavo come mamma bruciasse ogni cosa che metteva sui fornelli (perché poi andava a fare altro) e che la domanda ricorrente, in famiglia, era: “Che hai bruciato oggi?”. Lei sosteneva che la mia mamma fosse una donna fantastica (ed è vero) e non meritasse di essere trattata così.

Ma quella era una cosa su cui noi ridevamo e non parlava di come è veramente mamma, solo di un aspetto della nostra vita quotidiana. Però è difficile, sempre.

Ecco, avevo in mente una cosa del genere, quando ho fatto la domanda. Non è facile parlare di quello che ti è più vicino senza causare scontenti, o far arrabbiare qualcuno. Mia sorella, per esempio, mi aveva proibito di scrivere di lei e questo, insieme a tante altre cose, mi impedisce di farlo.

Una cosa la so. Non lo farei sicuramente per “distruggerla”. Ma il problema, dentro di me, rimane. Per questo chiedo come fanno gli altri, quando ne ho la possibilità.

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Prove estreme di avvicinamento (5)

Hai l’appartamento libero? mi chiede un’amica.

Mi serve per qualche giorno mentre faccio dei lavori in casa…

No, è occupato. Sto ospitando un Caso Umano.

In quel momento la situazione era ancora accettabile, per quanto complessa e piuttosto faticosa.

La tipa della conchiglia sbriciolata era entrata in una bolla paranoica in cui si vedeva circondata da truffatori. Ovunque si girasse c’erano persone pronte ad approfittarsi di lei. Ormai lo sport di casa era svicolarla. Ma anche quello era diventato difficilissimo. Se uscivo in auto, quando rientravo, sgusciava veloce fuori casa e mi chiamava. Non facevo in tempo a scendere dall’auto che l’avevo addosso insieme ai suoi problemi, alle sue richieste, ai suoi pensieri ossessivi.

Era diventato tutto molto complicato. Cominciai a sentirmi prigioniera nella mia stessa casa. Ogni volta che sarei voluta uscire, anche solo per fare due passi, temevo di ritrovarmi impigliata nella rete delle sue paranoie.

Andavo alla fontanina e era subito lì.

“Vieni a prendere un caffè?”.

Inutile ripeterle che non lo bevevo. Una volta aveva una macchina che faceva un espresso favoloso, la volta dopo c’era la cicoria.

Una sera uscii per un impegno di lavoro.

Ah beh, se è per lavoro… Commentò, come se avesse scoperto la mia ultima balla.

Un’altra volta uscii a cena senza dirle niente e il giorno dopo la trovai contrita e sfuggente. Come se stesse covando qualcosa.

Mi sentivo quasi in dovere di giustificare quello che facevo, nella speranza, inutile, di alleggerire la tensione che la tipa aveva portato con sé.

Succedeva anche a mamma. Anche lei, ogni volta che la tipa iniziava la monotona solfa dei suoi problemi, puntualizzava la particolarità della situazione che in realtà stavamo vivendo noi. Ma non ci sentiva. E il muro dei suoi problemi continuava a crescere sempre più alto.

In quel momento, però, quando la chiamavo Caso Umano, la mia voce era ancora carica di affetto verso quella strana tipa, mentre mi ritrovavo a vivere con orgoglio quanto stavo facendo per lei, e anche con una certa ironia per l’assurda situazione che si era venuta a creare.

Il livello era questo: la tipa era problematica, ma aveva incontrato noi, persone generose. E, come è sempre usato in casa nostra, su tutto il resto ci avremmo fatto delle gran belle risate.

Ora però c’era una piccola emergenza. C’era da trovare una casa per pochi giorni per l’amica. Una casa per due persone con due cani.

Purtroppo, come ebbi modo di scoprire dopo una lunga lista di telefonate, le vie degli amici sono finite e nessuno ha un appartamento superfluo da mettere a disposizione per qualche giorno. Gli agriturismo, siamo a marzo, sono ancora chiusi. Rimangono gli hotel.

Il Caso Umano, molto partecipe, dice che potrebbero tranquillamente stare da lei. Anzi, precisa che lei non ha nessun problema a spostarsi in cucina per dormire sul divano e che è disposta a lasciare l’intera camera alla famiglia canina.

Anche io, in realtà, potrei dare loro il mio appartamento e trasferirmi di sopra da mamma. Devo però tenere conto dei gatti che si ritroverebbero non solo la casa invasa dai cani ma perderebbero anche i loro punti di riferimento.

Fu allora che il Caso Umano superò sé stesso.

Dì loro che vengano pure nella casetta, non ho alcun problema a dargliela. E io mi trasferisco da te. Penso sia la soluzione migliore.

Mamma, incredibilmente, disse: Stai a vedere che anche lei, una volta tanto, riesce a pensarne una giusta.

(5)

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La conchiglia sbriciolata (1)

Eravamo appena entrate nell’aia, passato il cancellino di ferro, io stavo già aprendo la porta quando sentii chiedere. 

  • Che bella, ma è vera?

Feci qualche passo indietro.

  • Che cosa?
  • La conchiglia, disse, indicando un piccolo fossile che teneva tra le dita. 
  • Certo che è vera. Vedi lì sul tavolo c’è tutto un mucchio di sassi e conchiglie che raccolgo qui intorno e che devo ancora decidere dove mettere.
  • Anche lì stanno bene, disse lei.

Era venuta per vedere la casetta dove l’avrei ospitata nell’attesa che trovasse una sistemazione. Aveva avuto problemi con l’agenzia con cui aveva quasi concluso l’acquisto di una casa in centro e mi aveva detto che aveva bisogno di un po’ di tempo per fare la prossima scelta in tranquillità, senza fretta.

Qui, le avevo detto, puoi stare per qualche settimana. Sarai tranquilla, non dovrai pensare a nulla se non a rilassarti in mezzo alla natura prima di compiere il prossimo passo.

Quanto mi sbagliavo.

Ci sono delle cose che valgono come segnali premonitori di quello che potrebbe accadere in seguito. Ma è raro che qualcuno si tiri indietro quando li vede, facendo vincere la superstizione sulla solida razionalità.

I segnali, dicevo.  

Prima di tutto la strada. La strada per arrivare a casa nostra non è facilissima. Oggi meno di prima, poiché le persone sono abituate al Gps e prestano meno attenzione alle indicazioni.

Inviai le istruzioni su whatsapp alla tipa, una vegana del nord. Lei era a piedi, bastava che seguisse i suggerimenti, vai avanti fino a lì, gira a destra di là. Cose semplici.

La prima indicazione la toppò subito, passando oltre l’edificio indicato. Mi arrivò una foto sul telefono, indicava dove era. No no, risposi, devi girare prima, a sinistra, dove sono gli alberi.

Indossai le mie scarpe da montagna e le andai incontro. Così, pensai, intanto faccio due passi. 

Passata la prima curva, dopo aver fatto la salita da cui si vede tutta la strada, non c’era nessuno. 

Ma come era possibile? 

La chiamai.

  • Sto arrivando, – disse – ero andata a sinistra dopo l’albero. 

Ah, ecco. Quindi era finita in mezzo ai campi. 

Sarà stata attratta da qualche capriolo. Chissà.

Tornammo indietro ognuna sui suoi passi e ci incrociammo alle pozzanghere. C’è un punto, lì, dove qualche anno prima risultò esserci stato l’epicentro di una scossa di terremoto. Lì il terreno avalla qualunque cosa ci venga buttata, sassi, ghiaia, detriti, e rimangono sempre delle buche. In quei giorni pioveva spesso e si erano formate le due solite lunghe pozze d’acqua.

Lei, notai, indossava degli stivaletti di cuoio marrone con le stringhe, alla francese. 

Mi guardò e disse: 

  • Ma dove vai con quelle scarpe? Stai attenta che rischi di scivolare…
  • Veramente sono delle Salomon da montagna, dissi. Guarda che grip… e alzai il piede destro per mostrarle la suola.

Sembrò poco convinta, ma lanciò uno sguardo compiaciuto sui suoi stivaletti da città, come se fossero l’unica scelta possibile per un viottolo infangato in aperta campagna.

Quando arrivammo a casa, sulla soglia, disse che si sarebbe tolta gli stivaletti.

  • Non vorrei sporcare. 
  • Ci mancherebbe…, dissi, poi ci metti tre ore per riallacciarti le stringhe.

Accettò la mia proposta di due sacchetti di plastica da legare ai piedi, come un poliziotto della scientifica sulla scena del crimine.

  • Questa casa è bellissima, disse.

Salimmo da mamma, lei sempre con i sacchetti ai piedi, io scalza. 

Le dissi: ora puoi toglierli.

E lei, no no, preferisco non sporcare. Non ti preoccupare, sono abituata.

A mamma disse che la casetta dove sarebbe stata per qualche settimana, era il suo posto ideale. 

  • Ci starei tutta la vita, la comprerei.

Lei disse qualcosa su bere un caffè, vidi mamma girarsi dall’altra parte con aria indifferente. 

Andiamo giù, che te lo faccio io, dissi, cogliendo il messaggio.

Mamma poi mi ringrazierà per non averle tenuto l’ospite d’intorno.

Dopo aver bevuto il caffè, disse: ora vado. 

  • Bene, così puoi toglierti quei cosi dai piedi…

Nei prossimi giorni avremmo definito il suo ingresso nella casetta, intanto doveva chiarire la situazione con l’agenzia.

  • Ho tanta paura che non mi restituiscano la caparra, disse, mentre eravamo sul vialetto.
  • Però sono molto felice di averti conosciuta e di venire a stare qui. Sono sicura che ci starò benissimo. 
  • Sai, continuò, le cose non succedono a caso e io ho sentito subito che questo posto mi stava aspettando.

Aprii il cancello con il telecomando per farla uscire e mi diressi verso casa. 

Arrivata alla porta, mi venne di tornare indietro di qualche passo, fino al tavolino in pietra sull’aia. 

Qualcosa aveva attirato la mia attenzione. Non capii subito cosa.

Poi cercai di non dare troppa importanza al campanellino che cominciava a suonare nella mia testa.

Dove c’era la piccola conchiglia fossile, quella che la tipa voleva sapere se fosse stata vera, ora c’era un mucchietto di detriti calcarei. 

Come se qualcuno l’avesse sbriciolata tra le dita.

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Liebster award… sono stata nominata!

Calma Simoncina, calma
unn’è successo nulla

oddio, devo ammettere che il messaggio di Laura, di http://naturamentebio.wordpress.com, che mi comunicava di avermi segnalato al Liebster Award, mi ha fatto piacere
anche perché è buffo questo mondo dei blog
te leggi saltellando qua e là, nella speranza di trovarne uno  interessante (a me piacciono quelli che vanno sul personale, i diari veri insomma, ironici o seri non importa, e anche quelli di cucina, mentre non sopporto proprio i blog che commentano le notizie di cronaca o quelli che fanno pubblicità a vestiti e cosmetici)
quando ne trovi uno leggi avidamente, apprezzi le foto, ti immagini chi c’è dietro a quei racconti ma in realtà non lo sai, non c’è un vero scambio diretto
non ci si conosce, a parte qualche raro caso
ma è un po’ come guardare dalla finestra nelle case altrui senza che l’occupante sappia che tu sei là dietro, anche se è stato lui, in fondo, a lasciare aperte le imposte
insomma, ora non vorrei far proprio la figura del voyeur (anche perché dovrei definirmi voyeuse e non mi garba)

Il mio mondo ideale sarebbe con i blog di tutte le mie amiche sparse per il mondo

La mattina aprirei le loro finestre, darei loro il buongiorno, una sbirciatina e via

E loro farebbero lo stesso con me, ovvio

Anche gli amici maschi, ovvio

Vabbe’, torniamo a noi

Allora, che è successo?
Laura (che non conosco, ma della quale seguo il blog che ritengo interessante, ben scritto e che fa anche ridere) mi segnala di avermi nominato in questo contest

Vado a vedere sulla sua bacheca, e anche un po’ a giro su internet, e scopro che il Liebster Award sarebbe “una consuetudine in voga da qualche tempo (nata forse in Germania) per far conoscere blog giovani e con un numero ancora limitato di followers; una sorta di passaparola, una catena di Sant’Antonio senza fini di spamming ma con l’obiettivo di aiutare i piccoli blog a conquistare nuovi fan”

Le regole sono queste :

1) ringraziare chi ci ha conferito il premio, rinviando con un link al suo blog;

2) scegliere 5 blog con meno di 200 lettori a cui assegnare il premio e lasciare un commento sui loro blog per informarli della “nomination”;

3) condividere con i lettori 11 cose di sé che non sono ancora note.

******

Allora io mi prendo delle libertà

Siccome su altri post ho visto che di blog se ne dovevano segnalare 11 io sto nel mezzo e ne segnalo sette

Qualcuno è di amiche, altri di persone assolutamente sconosciute

cito

http://lagiulina.blogspot.it

Schietta e ironica, divertente. È da un po’ che non ci scrive, ma magari le torna la voglia

http://gelateriesconsacrate.blogspot.it/

Coraggiosa, profonda, vera. Anche questo sembra un po’ abbandonato da qualche mese. Speriamo, va’

https://ilcasononesiste.wordpress.com/

Scoperto per caso, ehm,  va bene che posso dire? È andata così. .. bei racconti con parole e immagini

https://valewanda.wordpress.com/

Non conosco nemmeno questa blogger ma i suoi post mi son piaciuti

http://cobrizoperla.blogspot.it/

Ho conosciuto prima il blog,  e dopo, mooooolto dopo, lei. E merita, credetemi

https://raffaellasarracino.wordpress.com/

Anche lei è da un po’ che non scrive. Peccato. Anche perché se non ricordo male questo blog glielo ho fatto aprire io 🙂

http://blog.libero.it/surfinia09/

Che dire di lei? La mia maestra invisibile di blog. Quella che commenta ogni post, dà un riscontro a qualsiasi cosa scriva, anche quando non te lo aspetti proprio. Insomma, lei c’è sempre

(Ne aggiungerei un altro, in corner.  Scusate se mi allargo, ma anche questo fa morir dal ridere ed è pure intelligente. Lei, cioè,  la blogger http://tuttoquestoalicenonlosa.wordpress.com)

Ecco qua

Fatte le mie belle segnalazioni, e ora dovrò ricordarmi di avvisarle una a una (toh, son tutte donne….) potrei anche essere incappata in qualche gaffe…

Chi mi dice che questi blog non abbiano più di 200 followers?  Eh, chi me lo dice?

Per dire, ci sarebbe stato anche Http://memoriediunavagina.wordpress.com. ma lei ne avrà migliaia di fan. Credo

Vabbe’

Come segnalazioni e ringraziamenti ci siamo

(Scusate, scusate, vorrei segnalarne altri due. Che ci posso fare?

http://pedrinicantastorie.wordpress.com

Questo è un ragazzo, ha scritto un post sulla morte del suo gatto che ci ha fatto piangere tutte come fontane

http://la stanza del traduttore.com

Autori vari, i traduttori descrivono la stanza in cui lavorano. Bello. Molto)

Così alla fine ne ho segnalati undici e chi s’è visto s’è visto

Ora veniamo alla parte più difficile

11 cose che non si sanno di me

(Non interesserà a nessuno, ma è un gioco via)

1 – Il primo di ogni mese pago l’affitto di casa e corro in edicola a comprare Julia,  il fumetto

2 – dopo una vita a sognare di trasferirmi a new York ora sogno parigi (son sogni, appunto)

3 – non sopporto il rumore inutile, gratuito, la gente che parla a voce alta, la musica invadente

4 –  vivo nel disordine pensando ogni giorno, domani metto a posto

5 – mangerei sempre cioccolata al latte se non ci fosse la maledizione del mal di testa

6 – ho un sacco di idee (nuove)e pian piano le realizzo, anche

7 – amo le vacanze natura, odio gli alberghi e i ristoranti degli alberghi

8 – il mio sogno più sogno, più di new York e parigi, è trasferirmi alle Hawaii

9 –  ho un trascorso adolescenziale di salame, cioccolata e brufoli

10 – fare le valigie, all’andata,  mi distrugge

11 – mi aspetto sempre delle sorprese. Belle, ovvio. E qualche volte arrivano

Come questa

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di blog in blog

Sgranocchio una tavoletta di cioccolato al latte con le mandorle che e’ una delizia mentre scrivo sul blackberry. Il computer, come accade sempre quando ne ho maggior bisogno, oggi non va. E allora sfogo la necessita’ di scrivere che mi e’ presa oggi, insieme alla voglia di cioccolato, sul telefonino. Benedetto sia il blackberry.

Ci pensavo in questi giorni e ne parlavo anche poccon le mandorleo fa con un’amica su quanto in questo periodo mi piaccia leggere i blog. Anche lei pensava la stessa cosa.
Ce ne sono di bellissimi. Quelli fotografici, per lo più di ragazzi americani, sono super.
Ma quel che più mi piace a dire il vero e’ leggere i post delle persone che conosco ed entrare nella loro vita silenziosamente dalla finestra che loro stessi hanno scelto di tenere aperta.
Non e’ un atteggiamento morboso il mio, di questo sono più che certa. Anzi, a volte mi stupisco di quanta sincerita’ e intimita’ mettano in ballo alcune blogger. E mi chiedo se anche io saprei fare lo stesso.
Come Sonia, in gelateriesconsacrate.blogspot.com, che con poetica leggerezza e in terza persona racconta incontri e amori calpestando terreni più o meno tabu’.
O come Giorgia, nel suo Glog (giorgiasegato.tumblr.com). Lei scrive a mano e posta il foglio fotografato. Leggendo i suoi sfoghi familiari, le vicende della sua vita, le sue parole piene di amore e sofferenza confesso che ho pianto.
Poi c’e’ il blog di Giulia (lagiulina.blogspot.com) incrociata un giorno per caso su facebook e mai conosciuta di persona. Ora a dire il vero ci si scrive in privato e chissa’ magari ci si incontrera’ anche prima o poi. Anche se ultimamente scrive poco devo dire che il suo blog mi ha fatto fare delle risate esagerate. Proprio divertente
Raffaella ha aperto il suo blog (raffaellasarracino.wordpress.com) su mio input per cui quello me lo sento un po’ mio. E mi piacerebbe anche che scrivesse di più, anche se riconosco che non e’ sempre facile avere un argomento da condividere con gli altri

e comunque, si diceva prima anche con la mia amica, uno dei “problemi” di certe blogger è che partono a razzo con una raffica di post da urlo e ti fanno venire la voglia di leggerle. poi basta, stop.
e te rimani lì, continui a visitare la home page, e niente…

Il fatto e’ che il blog e’ bello leggerlo quando lo scrive una persona che conosci perche’ ci trovi dentro la sua vita, i suoi pensieri, e spesso e’ anche un modo per vedere aspetti altrimenti invisibili. O per rimanere in contatto in modo un po’ più profondo rispetto a un sms saltuario o a un’amicizia su facebook.

A me piacerebbe tanto che le mie amiche più strette, e anche i miei amici (sì lo so, parlo sempre al femminile) avessero un blog su cui seguire l’evoluzione delle loro vite. O se non altro, delle loro giornate
Quello che loro fanno con me, insomma

I miei blog preferiti li ho messi sul blogroll di questa pagina in basso a destra. Il primo e’ stato animali e dintorni di Paola (blog.libero.it/surfinia09) che mi ha beccato fin da subito, quando io sono partita con il profumo dello zenzero, seguendomi e incoraggiandomi nei primi incerti passi sul web.
Il padre di tutti i blog pero’, non dimentichiamolo, e’ Carlo.
Probabilmente ne avra’ aperti anche prima che esistessero veramente o comunque gia’ ai tempi in cui a quelli come me la parola blog oltre a causare un lieve giramento di testa richiamava alla mente soprattutto la rubrica di raitre.
Che poi era… Come? Blob?
Ecco, gia’ dimenticata quella parola, cancellata quasi…
Potere dell’on line che avanza
Ricordo una sfilza di pensieri letti su un suo blog nell’anno orribilis della sua vita. Conoscevo le situazioni che raccontava, ma non i pensieri che ci stavano dietro e che lui coraggiosamente riversava in frasi toccanti che mi si sono incise nel cuore.

Ivana ha aperto il blog di tikal ma per il negozio (www.tikalincensi.com). Figurarsi se scrive qualcosa di se’… 🙂
Roberta scrive le sue ricette su cucinaconrob.wordpress.com ma qualche piccola nota personale ci scappa sempre anche se appena appena accennata.
Tramite lei ho conosciuto il sito di un’altra blogger, noolyta, (www.noolyta.com) una giovane cineasta lombarda che mi e’ sembrata molto interessante.
Anche io alla fine ho aperto un altro blog, per le ricette (lacucinadisimona.wordpress.com) sviluppando quella che era soltanto una pagina con tutti i suoi limiti. Oltre alle ricette mi piacerebbe scriverci anche una specie di diario delle cene e dei pranzi con gli amici.

Un giorno mi sono messa a sfogliare i blog a caso. Oddio! Ecco, proprio questa parola doveva venirmi… Non ci si puo’ immaginare quanti siti di carattere religioso ci siano. Un’infinita’… Parrocchie, pellegrinaggi, simil santoni, catechisti via web, anime pie che rispondono alle domande di chi ha problemi… Mah? Quelli dico la verita’ fanno una tristezza…

Invece altri blog carini sono quelli di moda. Vedere raptus & rose (www.blog.raptusandrose.com) e da li’ rimanda ad altri molto ganzi, anche stranieri, per chi e’ interessato all’argomento.
Fra i siti di cucina c’e’ the weekly spoon, o qualcosa del genere, ma anche altri che becco a caso qua e la’ su wordpress non sono male. Per lo più in lingua inglese, come quelli fotografici o come quelli più comici.
Uno, l’altro giorno, dava consigli su come comportarsi nel caso gli alieni fossero scesi sulla terra…
Un’altra tipa commentava in modo buffo i regali di Natale che riceveva solitamente dai parenti (in particolar modo dalla suocera)

Per tornare sul fronte gastronomico, che in questo periodo e’ un argomento che va molto, c’e’ anche la tizia che cucina con gli avanzi. Ma non quelli del pasto, gli scarti degli alimenti (www.ecocucina.org). Tipo le barbe dei porri, le bucce delle mele e di altra frutta e verdura. Letta ma mai sperimentata. Fra l’altro ha scritto pure un ricettario per cucinare in lavastoviglie tanto per utilizzare il vapore che andrebbe sprecato solo per i lavaggi

Poi c’e’ cobrizo (cobrizoperla.blogspot.com). Una bellunese, fra l’altro. Cuoca e artista. Di queste non scrivo gli indirizzi (ecco invece ora ho rimediato) perche’ non me li ricordo e devo recuperarli dal computer quando smettera’ di fare le bizze…
Chi dimentico? Sicuramente qualcuno…
Ma nel caso lo aggiungero’ prossimamente, anche nel caso che le mie amiche si decidano ad aprire un blog (ma ci spero poco) e quindi debba aggiornare la lista…
Intanto, come dire, e’ finita anche la cioccolata…

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