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macarons, mon amour

macarons

Mi sono innamorata di questi dolcetti piccoli e colorati. Si chiamano macarons e sono delle meringhette ripiene di una cremetta più o meno morbida (la ganache) caratteristiche di Parigi.
Sara’ che Parigi e’ una citta’ dove ancora non sono mai stata e ogni simbolo che la rappresenta mi da’ l’illusione di esserci un po’ più vicina, ma in questo periodo mi stavo proprio appassionando ai macarons.
Li ho cercati su internet e ho trovato la ricetta. E’ complicatissima e di lunga realizzazione. Basti dire che l’ingrediente base e’ la chiara d’uovo invecchiata per tre giorni.
Insomma, stavo proprio cominciando ad accarezzare l’idea di cimentarmi nella preparazione dei macarons.
La lunghezza della preparazione non era un deterrente, anzi.
Le cose un po’ complicate e che richiedono tempo ti costringono a concentrarti, a ritagliarti spazi ben precisi, a non mischiare attivita’ nel caos e nella fretta, a spengere il telefono e a ignorare la tv. Quasi come una meditazione…

Il primo dubbio non ha riguardato la lunghezza della preparazione. Ma lho pensato: che ci faccio poi con tutti quei tuorli?
Zabaione, crema pasticcera, ce n’e’… Volendo anche mangiarli, poi…

Vabbe’, in qualche modo questo si risolve
L’idea gia’ mi suscitava un senso di relax misto a una lieve euforia.
Tre giorni di invecchiamento degli albumi, fuori dal frigo, la preparazione dei macarons, quella delle ganache. La scelta dei gusti, dei colori, degli abbinamenti.
Cacao, vaniglia, pistacchio, fragola, limone, caffè’
Belli, bellissimi!

Non essendo mai stata a Parigi pero’ non avevo idea di quale fosse il sapore di questi benedetti macarons

Tre giorni fa, prendendo un caffè’ con un amico in un bar di Belluno che non conoscevo, li ho visti far capolino nella vetrina dei pasticcini
Piccoli, tondi, colorati: bianchi, gialli, marroni, rosa…
Eccoli la’! Non ho potuto resistere!
“Me li da’ tutti?”
Beh, erano appena 6 o 7…

La cosa mi ha riempito di entusiasmo. Non solo li avevo visti proprio in un periodo in cui me ne stavo interessando, ma li avevo potuti anche assaggiare…
E che buoni!
Duretti, croccantini, molto meno friabili delle nostre meringhe…
E quella ganache, che bella parola eh!?
Mi fa venire in mente il ganascino, il pizzicotto affettuoso sulla guancia…

Oggi, passando di nuovo vicino a quel bar, non ho resistito. Sono entrata pensando di comprare tutti i macarons che c’erano
Li ho contati, erano 12

“Me li dai tutti?”
“Perche’?”, chiede il barista con aria fra lo stupito e l’annoiato
“Perche’ mi piacciono”
Sbuffando
“Ne sei convinta?”
“Certo”
“Non ce la faccio, non li sopporto”
“Ma che dici? Sono buonissimi…”
“No no, non ci credo. Guarda, non li posso nemmeno vedere…”
“Ma dai, sono i macarons di Parigi”
“Lo so, ma a Belluno non vanno. Non li vuole nessuno”
“C’e’ qualcosa che dovrei sapere?”
(Male che vada, ho pensato, son vecchi di uno o due giorni, non di più, gli altri li avevo gia’ presi io)
Aria scocciata
“Quanti ne vuoi?”
“Tutti”
“Ma sei proprio sicura? Non vuoi qualcos’altro?”
“Certo, ma che problema c’e’? Se non li vuole nessuno li prendo io no? non sei contento?”
“Guarda, non posso nemmeno guardarli, mi fanno incazzare… Sono brutti”
“Non e’ vero, sono bellissimi. comunque dammeli cosi’ non li vedi più”
Li mette in un sacchetto
“Quanti saranno stati?”
“Io ne avevo contati dodici”
“Non posso venderteli, non so nemmeno quanto costano”
“Spara una cifra…”
“Non ne ho idea, guarda”
“L’altro giorno con due caffè’ e 6 o 7 macarons abbiamo pagato 4 euro e mezzo”
“Chi c’era, una bionda?”
“No, una ragazza mora…”
“Magrissima con la faccia tutta rinseccolita…”
E fa la bocca a culo di gaddrina come direbbe montalbano
“No no. Era una ragazza carina, sorridente”
“E’ mia moglie”
“Ah, bene…”
“Fammi pensare, quanti hai detto che erano?”
“Io ne ho contati 12, ricontali…”
Scuote la testa
Batte uno scontrino e lo butta sconsolato sul bancone
“Quanto ti do?”
Zitto
Leggo: 5 euro
Gli do una banconota da 20
“Aiutami, ti prego…”
capisco che non ha il resto
Ho le monete, ecco qua
“Brava. Vuol dire che ti chiamero’ macarons”
“Bene, lo prendero’ come un augurio per andare a Parigi”

Beh, non e’ stato facile ma alla fine ce l’ho fatta

Vive les macarons!
Vive Paris!
Vive la France!

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il sapore dei libri

Mi piace leggere. E’ un piacere che coltivo fin da quando ero bambina. Ogni libro e’ una piccola avventura.
Leggere, per me, vuol dire entrare nel mondo costruito dall’autore. Viaggiare nei posti scelti da lui, ascoltare i suoi personaggi parlare, partecipare, passivamente si’, alla storia che lui racconta.
Se e’ bella succede subito, di entrare nel suo mondo. A volte ci vuole un po’ di più. E non e’ detto, allora, che il libro non sia bello. E’ che ci mette magari solo un po’ di più a ingranare, a prenderti.
A volte non succede mai e allora il libro finisce sullo scaffale prima del tempo. E a volte ci rimane.

A volte no. L’anno scorso, per dire, due amiche in due situazioni diverse mi hanno consigliato di leggere libri che avevo gia’ tentato di affrontare senza riuscirci. Tutti e due abbandonati senza appello dopo poche pagine.
La versione di Barney, era il 2001, perche’ mi faceva girare letteralmente la testa. Troppo caotico.
Una banda di idioti, 1998, perche’ era prolisso, ma tanto prolisso. Questo l’avevo anche regalato a un’amica dopo aver letto la fantastica recensione che lo salutava come un capolavoro sfuggito solo per caso all’oblio.
E nemmeno lei era riuscita ad andare avanti.

Poi arrivano queste due amiche.
Una, un mattino in tribunale, mi consiglia di leggere Barney. “Impossibile – dico io – ho gia’ provato e non lo reggo”.
L’altra a una cena. Parlavamo di libri, dell’Eleganza del riccio, ricordo. E lei fa: “il libro più bello di sempre e’ Una banda di idioti. Da morir dal ridere”.
E anche li’ ribadisco la mia incapacita’ di leggerlo, nonostante la buona volonta’.

Comunque, alla prima occasione, tornata a casa in toscana, sfilo i due libri dallo scaffale e ci riprovo.
Ecco: mangiati. Letteralmente. Da non credersi.

Barney e’ volato in cinque giorni. Lettura senza sosta. Praticamente uno di quei libri che una volta iniziato te lo porti sempre con te. Ci fai colazione, te lo leggi in piscina, al mare, prima di andare a dormire, appena sveglia. Ovunque.
E in quei giorni vivi fra Montreal e Parigi, insieme a lui, seguendolo fino allo chalet al lago. Non puoi farci niente, ti prende.

E l’altro pure. Una banda di idioti. All’inizio un po’ pesante, diciamola tutta. Ma dopo un po’ di pagine anche quello non lo lasci più, fino alla fine. Non ricordo la citta’ dove era ambientato. Ma i posti un po’ sgangherati, come i protagonisti, se ci ripenso, me li rivedo.

Con Barney mi e’ presa poi come una febbre. ho letto tutto quello che lo riguardava, dagli articoli del Foglio al libro scritto da un giornalista che era stato in Canada nei luoghi citati da Mordecai Richler. Ho visto anche il film e, tanto per rimettere un po’ di cose al loro posto, ho riletto il libro dopo cinque mesi.
Notevole.

Per dire, ora, che ho appena letto un poliziesco di un autore italiano, Les Italiens, ho ancora la Parigi che descrive lui davanti agli occhi con i quai, i bateaux mouche e la Seine.

E poi per ogni libro ci sono i personaggi. Quando sono riusciti e ti toccano, ti lasciano sempre qualcosa di loro.
Per un po’ di giorni, finche’ non decido di entrare in un’altra avventura, quelli del libro appena finito continuano a farmi compagnia, in silenzio. Fanno capolino nei pensieri, me li rivedo cosi’ come me li sono immaginati leggendoli.
Un po’ come succede con gli amici lontani. Ci sono sempre anche quando non ci sono.

Questo, per me, e’ il buon sapore che lasciano i libri.

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