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La scoperta delle patate al prezzemolo

Una volta in un’estate fra una classe e l’altra delle scuole medie mi ritrovai a partecipare al campo scuola della parrocchia. L’invito mi arrivò da un’amica di Colle Alta, visto che in quel periodo frequentavo spesso il gruppo di Santa Caterina.

Te vieni, vero Simona?

E io, entusiasta: siii!

Salvo cadere nel panico due giorni prima di partire, quando realizzai che sarei stata da sola, senza la mia camera e le mie piccole certezze, per la prima volta nella vita.

Fu dura, ma alla fine ce la fecero a convincermi ad andare. Misi però una clausola, che se non mi fossi trovata bene avrei fatto una telefonata a casa e loro sarebbero venuti a riprendermi prima della fine del campo.

Probabilmente la clausola la dimenticai nemmeno cinque minuti dopo aver messo piede a Pernina, una pieve romanica sulla Montagnola Senese dove avremmo trascorso una settimana di campo scuola.

Fu lì che imparai le prime regole del vivere in comunità. I pranzi e le cene alle lunghe tavolate, i tabelloni con i compiti da eseguire giorno per giorno, secondo il colore assegnato.

Lì c’erano le mie amiche, quelle che frequentavo a scuola o in parrocchia, gli amici, ma anche tanti ragazzi che non conoscevo. Venivano da Poggibonsi e perfino da San Gimignano.

C’erano gli animatori, che si prendevano cura di noi e del nostro tempo, guidandoci nelle diverse attività. Ricordo Luca e Francesca, fratello e sorella. Lui suonava la chitarra e aveva gli occhi azzurri, lei entusiasta e piena di calore.

Ci sedevamo sull’erba e ascoltavamo Luca cantare.

“Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura, ve lo rivelan gli occhi e le battute della gente”. Oppure: “Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole”. E ancora: “Son morto che ero bambino, son morto con altri cento”.

Io ascoltavo le parole, assaporandole una ad una. Sentivo le storie senza capirle fino in fondo. Ma si era aperto un mondo nuovo e negli anni successivi lo avrei esplorato da sola, con l’ascolto ossessivo di De André e Guccini e la compagnia della mia chitarra.

“Ce la fai quella del nano che ha il cuore troppo vicino al buco del culo?”

Quella frase l’avevamo imparata bene e ci divertivamo a calcare le parole, cantandola insieme a Luca, nell’illusione di essere liberi, trasgressivi e di sentirci così anche un po’ più grandi.

La prima notte non riuscivamo a dormire. Eravamo eccitate per tutte le novità e continuavamo a scherzare e a ridere da un letto a castello all’altro. Nella nostra camerata dormiva una delle responsabili, quella che si occupava della cucina. Ci intimò diverse volte di stare zitte ma noi ridevamo ancor di più. 

A un certo punto lei si alzò, accese la luce e ci ordinò di metterci un maglione, le scarpe e di seguirla fuori.  

Ci portò a camminare nel bosco, armata di una lampada a pile. Vietato parlare. Un fiato, una sola risata, anche repressa, e la passeggiata forzata sarebbe proseguita ancora più a lungo.

Già sembrava non finire più. Avevamo freddo, eravamo anche un po’ impaurite. Ma chi se l’aspettava un tiro del genere? Noi volevamo solo parlare e ridere un po’ fra di noi.

Alla fine tornammo a letto, distrutte.

Lei poi un po’ si pentì di quella punizione e, smessi temporaneamente i panni della capò, ci spiegò con voce piagnucolante che l’aveva fatto perché era stanchissima, stava tutto il giorno in cucina a preparare da mangiare per noi e la notte doveva dormire.

Voleva anche suscitare la nostra empatia, la stronza. 

In ogni caso la cosa non si ripeté. Mi pare di ricordare, fra l’altro, che l’uscita notturna non sia stata particolarmente apprezzata dal parroco e dagli altri animatori.   

Ma non ci mettemmo molto a dimenticare l’episodio e a continuare la nostra vacanza di studio e preghiera come se non fosse successo nulla. O quasi.

L’ultima sera si accese un gran fuoco in mezzo al prato e ci sedemmo tutti intorno. 

“O vediamo chi è il primo a crollare”, disse Luca.

“In che senso?”. chiesi.

“Aspetta e stai a vedere”.

E iniziò a cantare: “È l’ora dell’addio fratelli, è l’ora di partir…”.

La prima a crollare fui proprio io, che scoppiai in un pianto a dirotto, non appena realizzai che dal giorno dopo sarei tornata a casa, lasciando quella vita di comunità in cui mi ero sentita così bene.

Francesca mi abbracciò, commossa anche lei. Poi uno ad uno cominciarono a piangere anche gli altri. 

Il giorno dopo era domenica e sarebbero venute le famiglie a prenderci. Avremmo pranzato tutti insieme per l’ultima volta.

I tavoli furono apparecchiati nel cortile, disposti a quadrato.

Fra le varie portate c’era anche il piatto forte della stronza della passeggiata notturna: patate lesse con aglio, olio e prezzemolo.

A mamma piacquero molto, tanto che ce le propina ancora oggi. A me non è che mi facciano impazzire, sarà che mi ricordano vagamente la tipa. O il sapore di quella notte da lupi.

Però devo mettere anche quelle nella lista delle cose imparate in quei giorni, in quella vacanza in cui senza saperlo cominciavo a diventare davvero un po’ più grande.    

(foto da Casa Giulia b&b, Sovicille)

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Un cocktail per Ria

Quando ero piccola passavo diverso tempo in Colle Alta da nonna Libe e nonno Corrado. All’epoca stavano in un appartamento all’ultimo piano di un condominio in via Volterrana, davanti a Vestrola. Si erano trasferiti da quando nonno era andato in pensione. Prima, quando era il responsabile dell’ufficio anagrafe, vivevano nel palazzo comunale, in via del Campana, dove si narra sia stata fatta la festa per il mio battesimo. Ma di questo non ho memoria.

Con nonna si andava spesso a fare qualche giratina in Borgo. Si entrava dalla Porta Nuova e si scendeva giù, verso piazza Baios, passando davanti all’ospedale e all’asilo della signorina Torsoli. 

Spesso in questo tratto incontravamo Ria insieme alla sua mamma Rosa. La vedevamo trotterellare con l’aria svagata, volgendo la testa di qua e di là, mentre salutava tutti con la mano. 

Per me incontrare Ria era una festa. Mi metteva una grande allegria. 

Ria era una donna bambina. Sdentata, con i capelli corti tagliati alla basta sia, aveva la leggerezza di chi non conosce la propria triste condizione. Per me, bambina, era una compagna di giochi e di risate. Non vedevo differenze.

Una volta seppi che Ria veniva presa in giro dai ragazzi di Borgo.

“Ma perché, nonna?”. C’ero rimasta malissimo e non capivo come potesse accadere una cosa simile.

Nonna aveva difficoltà a spiegarmi come stavano le cose. Liquidò la faccenda con uno sbrigativo, “sai la gente è cattiva quando ci si mette”. 

Ci capii ancora meno e continuai a rimuginare su quello che succedeva a Ria.

Che poi a dirla tutta, pensavo, se avessero proprio dovuto dar noia a qualcuno potevano darla alla mamma Rosa, che era sempre seria e con lo sguardo corrucciato. Ria invece era l’immagine della gioia. 

Avrebbero dovuto passare molti anni ancora prima che potessi capire com’era Ria e quello che succedeva alle persone come lei.

Nel frattempo sono cresciuta e ho vissuto altrove, perdendo di vista le strade di Borgo e le persone che ci si potevano incontrare.

Diversi anni fa all’interno dei bastioni della Porta Nuova è stato realizzato un locale, una sorta di bar con musica e aperitivi in terrazza. 

Una sera ci sono andata per bere qualcosa con un amico. Scorrendo il menù l’occhio si fermò sul nome di un cocktail: Rya.

Mi pareva che anche i nomi degli altri longdrink fossero legati a posti e personaggi della Colle vecchia per cui, quando arrivò la cameriera, una ragazza mora con la divisa bianca e nera, non potei non farle la domanda.

“Lei è sicuramente troppo giovane per averla conosciuta – le dissi – ma sa per caso se questo cocktail si chiama Rya come omaggio a una persona che viveva in questo bastione tanto tempo fa?”.

“I nostri cocktail sono tutti originali e creati dal nostro barman. Se ne desidera uno fuori dalla lista possiamo farlo fare secondo le sue indicazioni”, rispose lei con tono professionale e distaccato.

“No, non è questo che le chiedevo. Intendevo dire se è possibile sapere perché gli è stato dato questo nome…”

“Le ripeto, i nostri cocktail sono tutti originali…” eccetera eccetera.

Guardai il mio amico con tanto di occhi. Lui scosse impercettibilmente la testa per farmi segno di chiuderla là. Captai il messaggio. Che altro avrei potuto fare?

“Mi porti una tisana, grazie”.     

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Il billo di legno

Nella stessa vacanza ad Asiago che trascorremmo nella casa di Kezich, avevamo un bel caminetto e una legnaia piena di legna disposta in bell’ordine. Pare che se ne occupasse l’Erante, in assenza dei proprietari, ma solo quando non lo poteva vedere nessuno.

Una volta una di noi ci perse una lente a contatto, nella legnaia. Sembrava impossibile da ritrovare ma qualcuna ebbe l’idea di accendere i fari della Volkswagen posteggiata nel piazzalino, la lente brillò e la recuperammo.

A forza di prender legna per il caminetto a un certo punto trovammo un pezzo dalla forma particolare.

Lo battezzammo billo di legno e lo posizionammo a centro tavola. Fu eletto subito mascotte porta fortuna della nostra vacanza.

Un giorno il billo di legno sparì dal tavolo. Cominciammo a cercarlo e lo trovammo nel camino, pericolosamente vicino alle fiamme.

Riuscimmo a salvarlo per un pelo. 

Le indagini portarono velocemente ad individuare la responsabile del misfatto che si giustificò dicendo che in fondo era solo un pezzo di legno.

Da allora montammo dei turni di guardia per evitare che il billo di legno venisse bruciato.

Quando la nostra vacanza era giunta ormai alla fine arrivò il figlio del proprietario con un gruppo di amici che si sarebbero fermati dopo la nostra partenza.

Per la sera ci annunciarono che avrebbero preparato una cena per farci assaggiare un piatto speciale con una ricetta che sicuramente non conoscevamo, i canederli.

Ma certo che li conosciamo.

Di questi, ci spiegarono, ne bastano pochi a testa. Nessun essere umano riesce a mangiarne più di tre, quattro a esagerare. 

Durante la cena si resero conto che invece era possibilissimo mangiarne molti di più e glielo dimostrammo ben volentieri. Lo stesso accadde anche con le bottiglie di vino.

I ragazzi rimasero molto colpiti dalla nostra resistenza. Il giorno dopo a pranzo, una di noi preparò i pizzoccheri, con la ricetta tradizionale della Valtellina. 

I ragazzi rimasero ancora più colpiti e così ci guadagnammo la patente di montanare ad honorem.

Un po’ anche per il billo di legno, che continuava a troneggiare spavaldo a centro tavola.

Dovevamo solo ospitare quattro ragazze per trovare un pezzo così fra tutta quella legna, dissero loro.

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Lo skilift ad àncora

Una volta, parecchio tempo fa, andai a sciare con altre tre amiche ad Asiago. Stavamo nella casa di Tullio Kezich, che era stata prestata dal figlio ad una delle quattro. Era una casa bianca a tre piani con le porte e finestre di legno marrone scuro alla fine di una via dove ce ne erano altre tre, tutte uguali. In una ci viveva Mario Rigoni Stern, un’altra era di Ermanno Olmi. Nella terza, quella più vicina a noi, ci stava l’Erante, un tipo un po’ strano che, ci avevano avvisato, si muoveva di notte e guardava dalle finestre. L’Erante divenne ben presto il nostro incubo e allo stesso tempo l’occasione di mille risate.  

Un giorno ci apprestammo a fare una pista. 

  • C’è lo skilift ad àncora, ci avvisarono all’ufficio skipass.

La più esperta di noi disse, – va bene. 

Io dissi, – e che vuol dire?

Lei mi rispose, – tranquilla, più o meno è come quello normale.

Ad àncora, scoprii, voleva dire che andavamo su in coppia. Per prenderlo bene era meglio se i due sciatori erano più o meno della stessa altezza. Partirono per prime la più alta e la più bassa di noi, perché erano le sciatrici più esperte. Ci mostrarono come fare e andarono su. Le seguimmo a ruota, io e l’altra amica.    

Non facemmo in tempo a scollettare la prima balza che eravamo già a terra.

  • Spostatevi, fate passare, ci gridava l’addetto all’impianto perché non facessimo cascare anche quelli dietro. 

Tornammo alla partenza e ci riprovammo. Tre, quattro metri, e giù di nuovo per terra.

Riprovammo un bel po’  di volte, ma niente da fare. L’addetto allora ci spiegò il segreto, che era appoggiarsi all’àncora senza pesarci sopra. 

Il consiglio funzionò. Scollettammo almeno due o tre balze, ma alla quarta, eravamo di nuovo a terra. Stavolta a metà percorso, distanti dalla partenza e dall’arrivo. 

Però in mezzo alla neve brillava qualcosa. Mi avvicinai, era uno Zippo. Lo presi, almeno quelle cadute sarebbero state ripagate dal mitico accendino antivento. 

Scendemmo giù di nuovo passo passo, più o meno speranzose.

L’addetto all’impianto quando ci vide, invece, capì che non c’era più nessuna speranza e si decise a fare la salita con noi, accompagnandoci una per volta. 

All’arrivo c’erano le altre due amiche che ci aspettavano. 

Noi speravamo che nel frattempo avessero sciato ma loro credevano che da un momento all’altro saremmo arrivate e avevano deciso di aspettarci.

A tutti gli sciatori che arrivavano chiedevano se ci avevano visto.

Degli americani dissero, ridendo a crepapelle, che sì, ci avevano viste, ah ah ah, e che continuavamo a cadere giù, ah ah ah. 

Quando finalmente fummo tutte e quattro, facemmo quella pista ma poi ne scegliemmo un’altra, con un impianto di risalita alla nostra portata.

Però ci ridemmo per tutta la giornata.

Io, in più, avevo anche lo Zippo in tasca. 

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Maledetto cous cous

Un giorno la vicina mi chiese se potevo bagnare le sue piante mentre lei andava a Napoli a trovare la sua famiglia. In quel periodo vivevo in una vecchia casa cadente in pieno centro a Treviso, il cui affitto avevo ereditato dalla mia insegnante di inglese, Amanda. Il giorno in cui firmai il contratto in agenzia scoprimmo di essere nate lo stesso giorno mese e anno. 

Era un condominio multietnico. Sopra di me stava una famiglia di albanesi che scuotevano la tovaglia del pranzo facendomi trovare avanzi di cibo sul davanzale delle finestre. 

Sotto c’era una ragazza rumena, che stava con un italiano. Ogni tanto lei aveva qualcosa da ridire con gli inquilini di sopra, allora si metteva in strada e cominciava a urlare “albània” rivolta alle loro finestre.

Il tizio era tossico e spacciava, specialmente di notte, quando il suo appartamento era frequentato da personaggi di varie etnie che urlavano e sghignazzavano fino all’alba. 

A un certo punto, stremata dalle notti in bianco, decisi di trasferirmi. Un mese dopo il trasloco lui morì di overdose.

La vicina napoletana invece stava con un ragazzo magrebino. 

Mi disse che mi sarei potuta vedere con lui, visto che lei non c’era e lui si sentiva solo.

Feci un sorrisetto di circostanza ben convinta a limitare le mie attenzioni all’approvvigionamento idrico dei ficus.

In realtà, prima ancora che la fidanzata arrivasse in Campania il tizio mi aveva già invitato a cena a casa sua ad assaggiare il vero cous cous. Vegetariano, mi raccomando, gli dissi.

Ma così non è il vero cous cous, disse lui. Ci metto la carne. Vedrai, non ti pentirai.

La sera scendo a cena dal vicino. Mangiamo il cous cous, faccio finta di apprezzare. Poi, a una certa ora mi alzo e saluto.

No, ma dove vai? Ora ci fumiamo una cosa buona e poi puoi rimanere a dormire qui.

No, grazie. Davvero. 

Ma dai, dove vuoi andare? Resta qui con me, sono solo.

No no, scusa ma voglio tornare a casa. Ho delle cose da fare.

Ma io sono solo, avevo capito che mi facevi compagnia.

A fatica riuscii a sganciarmi dal tipo e a guadagnare l’ingresso a casa mia.

Ero incazzatissima. Non solo il cous cous non mi piace poi un granché ma avevo dovuto perfino fronteggiare le avance del fidanzato fedifrago della tipa a cui avrei dovuto bagnare le piante nei prossimi giorni.

Lui comunque continuò ad invitarmi, ma io non ci tornai più.

Quando la fidanzata rientrò da Napoli mi chiese come era andata. 

Rimasi un po’ sul vago, indecisa se rivelarle le intenzioni del tipo.

Mi ha detto che non sei voluta rimanere con lui, disse lei.

Eh, infatti. Non sapevo se dirtelo o no. Ci sono rimasta molto male.

Ma perché, scusa, che problema c’è?

Preferii non approfondire le loro ragioni. 

Ma da allora ho imparato almeno ad evitare il cous cous.   

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La saponetta viola

Un giorno la prof alle medie mi disse che mi doveva parlare a quattr’occhi.

  • Hai sentito quella tua compagna che cattivo odore che fa? 
  • No, non ho sentito niente.
  • Dovresti cercare di parlarle e spiegarle che dopo essere stati in bagno ci si lava.
  • Ma io…
  • Sì, capisci che se lo facessi io la metterei in imbarazzo. Invece credo che fra compagne sia più facile.

Non avevo la più pallida idea di come uscirne. 

Non mi andava di parlare con la compagna di una cosa del genere. 

Avevo dodici anni, non conoscevo diplomazia né delicatezza. Pensavo ai fatti miei, a divertirmi con gli amici. Un po’ anche a studiare. 

Però la prof mi aveva investito del compito, chissà perché proprio me, e in qualche modo avrei dovuto fare. 

A casa non pensai ad altro. Finché mi venne l’idea. 

La mattina dopo arrivai a scuola con una saponetta viola nella cartella.

Mi avvicinai alla compagna e le dissi, ciao, questa è per te.

Speravo che lei la prendesse, bon, e finita lì.

Invece mi disse, non la voglio, grazie.

  • Ma come no… l’ho portata proprio per te.
  • Ma non mi serve, a casa ce l’ho.
  • E’ un regalo, ti prego, la supplicai.

In ogni caso la compagna alla fine prese la saponetta viola, che appoggiò nello spazio sotto il banco. 

Poi ci fu l’intervallo. Colazione e caos, come al solito. 

I compagni cercavano qualcosa da calciare, una palla da lanciarsi l’un l’altro. 

Qualcuno vide la saponetta viola. 

Al suono della campanella, dopo che ci eravamo ben sfogati, ci rimettemmo seduti, ognuno al proprio banco. 

A terra erano rimasti, sparsi qua e là, dei trucioli viola. 

La questione, almeno, era chiusa. 

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Il colore dei desideri impossibili

Il mio primo Palio l’ho visto nell’estate fra la seconda e la terza media, dalle finestre di una casa in piazza del Campo.

Ci avevano invitato dei signori che avevamo conosciuto al mare nel mese di luglio.

La cosa ci aveva messo un po’ in ansia. Babbo e mamma pensavano a quale dono portare, io pensavo al figlio di quei signori.

Alla fine il regalo toccò proprio a lui.

Babbo disse, gli facciamo un disco? Ma che musica gli piacerà?

La scelta cadde su Rock’n Roll di John Lennon.

È un ragazzo così agitato, disse babbo.

Ogni volta che sento Stand by me ripenso a quel giorno.

Le finestre, grandi e altissime, erano tre. Una era stata riservata alla nostra famiglia. Per arrivare al davanzale c’erano delle panchette in legno. C’era anche un terrazzino, con le sedie come a teatro.

A mamma l’effetto palio non prese proprio bene. Si era fissata che io e Paola saremmo potute cadere di sotto da un momento all’altro ed era tutto un, stai attenta, non ti sporgere che cadi, e via così.

Io mi snervai, lasciai la finestra di famiglia e andai sul terrazzino, dove non c’era il posto per me.

Quel giorno successe qualcosa, però. Un acquazzone improvviso o una mossa troppo lunga, per cui il Palio fu rinviato al giorno dopo.

Il viaggio di ritorno fu tutto un commento sul figlio dei signori, che a babbo, evidentemente, al contrario di me, non piaceva per niente.

Si è comportato male. Non ha neanche ringraziato per il regalo, l’ha preso e l’ha messo lì.

Per me invece contavano solo gli occhi verdi e i riccioli neri.   

Il giorno dopo fu tutto più veloce. Il corteo storico era già stato fatto, finalmente ci sarebbe stata la corsa.

Tornai sul terrazzino, quello delle seggiole non era un problema perché si erano alzati tutti in piedi e urlavano con i fazzoletti colorati in mano. Una donna forsennata davanti a me agitava quello della Chiocciola, facendomelo sbattere sugli occhi.

Finì tutto prestissimo e fu quasi come se non avessi visto niente.

Il padrone di casa uscì correndo con in braccio un bandierone del Nicchio. Lo vedemmo sfilare insieme ai vincitori senza capire il perché. 

Qualcuno ci disse che anche se la sua contrada non correva, il Montone aveva rischiato di vincere. Così c’era da festeggiare, più che per la vittoria della Chiocciola, per la sconfitta della nemica. 

Quando la piazza cominciò a svuotarsi, salutammo e ci incamminammo verso la macchina. 

Babbo ce l’aveva col ragazzo. 

È strano, diceva. 

A me non piaceva che ne parlasse male, anche se era evidente che per lui nemmeno esistevo.

Però avevo il cuore che traboccava di amore e da qualche parte dovevo pur metterlo.

Il Nicchio.

Mi comprate il fazzoletto del Nicchio? Chiesi mentre passavamo davanti ai negozi di souvenir palieschi.

Ma che te ne fai, non ti serve a nulla.

Voglio il fazzoletto del Nicchio.

Non se ne parla, diceva babbo.

Mi impuntai, e da San Domenico a San Prospero continuai a ripetere la stessa frase. 

Scoppiai in lacrime ma non ci fu niente da fare.

Da allora il colore dei desideri impossibili per me è l’azzurro mare della bandiera del Nicchio, più ancora del verde di quegli occhi che già non c’erano nemmeno più. 

(foto Dreamstime)

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Così parlammo di Zarathustra

Qualche giorno prima che L. riemergesse dal passato per riconsegnarmi il libro di Bilenchi con dedica autografa per babbo, da quello stesso passato era già riemerso un vecchio appunto.

È il brogliaccio di una lezione che tenemmo insieme, io e L., agli attoniti, e forse anche piuttosto disinteressati, studenti del corso di Estetica dell’università degli studi di Siena, facoltà di lettere e filosofia, corso di laurea in musica e spettacolo.

Anche noi due eravamo solo studenti, ma all’epoca era molto viva in me una facoltà che forse, noto con dispiacere, si è un po’ spenta con il tempo, insieme alla fisiologica diminuzione della memoria. La fissa con i collegamenti.

Per cui, ogni cosa che leggevo, che ascoltavo, ogni persona che conoscevo, qualsiasi cosa, doveva per forza avere un corrispettivo altrove. Non una copia, ci mancherebbe, ma una relazione. Un è come se. Dei punti di contatto che mi aiutassero a fare dei nodi nella sterminata rete della conoscenza possibile.

Una specie di mappa mentale, prima di sospettare che esistessero e fossero state addirittura codificate.

Quindi, dal momento che il programma di Estetica di quell’anno affrontava il tema del superuomo di Nietzche e, immagino, per storia della Musica moderna c’era da approfondire la musica estenuante di Wagner, io studiai Nietzsche e ascoltai Wagner pensando incessantemente ai punti di contatto tra i due.

Poi, mentre un pomeriggio studiavamo insieme, prospettati a L. la mia teoria, proponendogli di approfondirla e presentarla al prof in occasione dell’esame.

Il prof era Alberto Olivetti. Che ci disse, tutto molto bello e interessante. Ma ora facciamo l’esame con il programma stabilito, poi fissiamo una data così illustrerete a tutta la classe la vostra teoria.

Mi sembra di ricordare che la lezione non fu proprio un’apoteosi, ma non credo nemmeno che ci abbiamo proprio perso la faccia.

Riguardando la vecchia traccia intanto noto che sono sintetizzati sei punti, nemmeno troppo motivati, dal che intuisco che l’idea ce l’avevo proprio in testa e mi bastava giusto il la per tirarla fuori.

Le calligrafie sembrano essere due, abbastanza diverse l’una dall’altra. Una piccola con le lettere strette e in alcuni casi pendenti verso destra, che credo fosse quella di L., l’altra più larga e ariosa, che riconosco essere la mia.

Il titolo è un po’ debole, “Nietzsche e Wagner: un binomio?”, ma all’epoca la conoscenza delle regole della comunicazione era sicuramente sotto lo zero.

Ogni punto, quindi, riporta il numero di pagina del brano di Così parlò Zarathustra al quale ci riferiamo, e il minuto dell’opera di Wagner alla quale lo compariamo.

C’è il mormorio della foresta dal Sigfrido, le tre metamorfosi che riportan al duetto di Venere del Tannhauser, la liberazione dal tu devi con la cavalcata delle Valchirie, l’entrata degli Dei nel Walhalla, l’analogia per contrario sul tema della redenzione, con la morte e la successiva salvezza di Tannhauser. E infine, la danza del superuomo e la danza degli apprendisti dai Maestri cantori di Norimberga.

“Quello della redenzione, scrivevo, è un tema caratteristico di Wagner (Tannhauser redento da Dio), con il passaggio dal così fu al così volli che fosse, inteso come volontà. Un altro gradino verso la costruzione del superuomo”.

Forse, quando avrò un periodo un po’ più tranquillo e contemplativo, potrei mettermi a ricostruire questa teoria, anche se, a dirla tutta, pensare oggi a Nietzsche e Wagner, con la loro energia ridondante e per alcuni versi malsana, mi sembra già di per sé l’anticamera di un possente mal di testa.

Di tutto quello studio e di quelle teorie, oggi ricordo la coscienza della pazzia. Di Nietzsche che, ormai delirante, suona il pianoforte con tutto se stesso, perfino, come ci disse soavemente il prof, con il membro.

Di Wagner, la cui musica, caratterizzata da giri armonici incompleti, lascia aperti spiragli che creano un senso di incompiutezza e di ansia in chi ascolta.

Mi resta l’immagine degli elicotteri di Apocalypse now, con le mitragliate al ritmo della cavalcata wagneriana. Mi resta l’orrore dello stravolgimento di teorie romantiche, sicuramente esagerate ma probabilmente anche abbastanza innocue (ma chi può dirlo), a beneficio e consumo della filosofia hitleriana che, quella sì, avrebbe sconvolto il mondo e l’idea stessa dell’essere umano, oltre ogni limite.

Senza alcuna possibilità di redenzione.

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A Clockword Orange, il segreto del meccanismo

Sono andata allo spettacolo di Firenza Guidi a Fucecchio invitata dal mio amico Walter che voleva che condividessi con lei un mio piccolo progetto.
In pratica avrei dovuto assistere alla rappresentazione per poter poi “rubare” uno, due minuti alla regista, alla fine della rappresentazione, prima dell’ultima replica.
Walter mi aveva parlato di Firenza Guidi come di un genio del teatro e in effetti, leggendo il suo curriculum, non ci sono dubbi che lo sia.
Sapere che fa grandi cose però non rende l’idea come assistere di persona alle grandi cose che fa.
Molte sono fatte all’estero. A Fucecchio però Firenza Guidi ogni anno propone Elan Frantoio, un laboratorio teatrale in cui mette in scena un suo soggetto con artisti provenienti da tutto il mondo per poi proporlo in tre serate, in cui continua a perfezionare lo spettacolo, al pubblico.
Quest’anno il soggetto era basato sul testo di Anthony Burgess A Clockwork Orange, Arancia Meccanica, del 1962, e sull’omonimo film di Stanley Kubrick, uscito dieci anni dopo.
Ricorderete la storia. Una banda di giovani annoiati cerca il brivido nell’Ultra violenza esprimendosi con un gergo giovanile molto particolare. Dopo una lunga serie di stupri e omicidi, il loro capo, Alex, si sottoporrà a un programma di rieducazione, la cura Ludovico.
La rilettura della Guidi, Clockwork, offre molti spunti originali.
Vado un po’ a caso.
Il ruolo delle donne, che sono vittime ma anche carnefici. Sarà una band femminile a uccidere lo Scrittore, riproponendo lo stesso comportamento dei maschi.
La rappresentazione. Arricchita da artisti circensi, fumi colorati, richiami a molteplici espressività e culture diverse, amplifica il messaggio (recitato anche nella lingua madre dei singoli attori) e allarga le potenzialità per piacere a diversi tipi di spettatori.
La scena. In movimento, con il pubblico che segue gli attori attraverso il parco Corsini e le zone intorno alla torre. Cambia la percezione dello spazio spettatore-attore, facendo entrare il pubblico nella scena e viceversa.
Il messaggio. Guidi mutua da Burgess e da Kubrick la riflessione che intende stimolare.
“Un essere umano che sceglie il male, si chiede il “drugo” Alex, è forse in qualche modo migliore di un essere umano a cui è stato imposto il bene?
Con Alex ci chiediamo: è meglio scegliere il male o fare il bene perché imposto dalla società? Perché alla fine è questo il meccanismo, il Clockwork, che investe i personaggi, pedine di un gioco violento e micidiale creato da autorità, da potenti che stanno più in alto che ridono e si fanno beffe di tutti loro.
Qual è la vera libertà di scelta, come salvare il libero arbitrio?”
Dopo la meraviglia e lo stupore suscitati dalla rappresentazione, in cui decine di artisti ballano e cantano, esibendosi in numeri acrobatici al cerchio o sospesi nel vuoto, rimane questo spunto su cui, accantonata la visione dei corpi atletici, dei costumi ispirati a Kubrick, con un pizzico di The Rocky Horror Picture Show, accantonate le musiche che sottolineano la rappresentazione, accantonata la freschezza degli attori e la loro energia, accantonata la passione della regista che guida il pubblico attento e divertito attraverso i meandri del parco fucecchiese, accantonato tutto questo, rimane appunto il messaggio su cui riflettere e trarre, in modo meno netto possibile (perché si sa, il bene e il male non sono temi da scartare come un pacchetto di patatine), le nostre conclusioni.
(E sì, alla fine ce l’ho fatta anche a “rubare” quel minuto)

1 settembre 2019

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Quei tweet di Civati per Silvia Romano

Ogni giorno, aprivo Twitter e mettevo un cuoricino al pensiero quotidiano di Pippo Civati. Ogni giorno, ogni santissimo giorno che Dio mette in terra, Civati scriveva il suo augurio per la liberazione di Silvia Romano. Ci fosse la crisi di governo, imperversasse il coronavirus, qualunque fosse la notizia del giorno, il suo primo tweet era per Silvia. I miei primi cuori sono stati del tipo, vabbè mettiamolo, ci mancherebbe altro che volessi che non fosse liberata. Non serve a nulla, né il mio cuore, né tanto meno il suo tweet. Ma nemmeno costa nulla. Poi, man mano che i giorni passavano, ero sempre più contenta che continuasse a ricordarsi di lei senza saltare un solo giorno. E continuavo a mettere il mio cuore. Pian piano mi sono resa conto che il gesto di mettere il cuore cambiava. Non era più un gesto meccanico, ogni volta che vedevo il pensiero di Giuseppe Civati per Silvia Romano libera, con la conta dei giorni da quando era stata rapita, ho cominciato a pensare a come poteva sentirsi. Alla sua famiglia. C’è stato il Natale della sua famiglia senza di lei (e notate, per favore notate, come si comportano, come si esprimono i genitori di queste persone. Come quelli di Silvia, quelli di Giulio Regeni e di altre persone che come loro subiscono eventi inimmaginabili). Ogni mio like, ogni mio cuore, mentre aumentavano i giorni di prigionia, si arricchiva di pensieri. Come starà, a che cosa penserà. Sarà ancora viva. Qualche settimana fa hanno detto che lo era, sospiro di sollievo. Con chi passerà i suoi giorni, le sue notti, che cosa mangerà, e se si sente male la cureranno. E le mestruazioni? E i mal di pancia, di testa, di tutto quello a cui un normale essere umano può aver male già vivendo al comodo calduccio della sua casa circondato dai suoi affetti. L’avranno picchiata, l’avranno stuprata, l’avranno costretta a fare qualcosa di orribile, l’avranno torturata? Ogni giorno, dopo il like a Pippo Civati, mi sentivo più vicina a Silvia. La mia empatia cresceva, diventavo un essere umano migliore. Da protagonista di un fatto di cronaca Silvia prendeva i contorni di una persona in carne e ossa, avrebbe potuto essere un’amica, un’ex compagna di scuola. Un essere umano con i suoi bisogni, le sue paure, le sue fragilità. Ho provato a pensarmi al suo posto. Un pensiero insostenibile. Pian pianU, un microscopico pezzettino della cura quotidiana che coltivo per i miei familiari, per i miei gatti, per le persone a cui voglio bene, per le cose che amo, era destinato anche a lei. Non mi ha tolto nulla. Anzi, se posso dire, mi ha dato molto. Non posso dire che ogni giorno pensassi a Silvia, ma sicuramente ci ho pensato, e ci ho pensato molto più che se non avessi letto quotidianamente il tweet inesorabile di Civati. Per questo ieri alla bellissima notizia della sua liberazione il secondo pensiero è andato a lui, a questo uomo che non conosco, che non seguo politicamente, di cui non so quasi niente. E mi sono commossa due volte. Perché, ora si sa, Silvia è stata forte, i nostri servizi sono stati eccezionali, ma anche il suo è stato un gesto eroico nella sua affettuosa impegnata inesorabile umanità.

https://www.huffingtonpost.it/entry/ogni-giorno-tutti-i-giorni-ho-pensato-a-lei_it_5eb6d9a5c5b64711c0c8c3ad?fbclid=IwAR2bKe3W3Nf_G0ri98JxgtyCwUr5JHrQXsdrG2cddCEBdUi8VUAXt_KEEPc

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