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Cronaca di una notte immaginaria

Alla fine, la storia della camera gelida di Venezia si è conclusa con un rimborso totale da parte di Airbnb, le scuse, sempre di Airbnb, per i disagi che ho dovuto sopportare, e l’erogazione di un buono spendibile con Airbnb entro un anno.
Io, a dire il vero, me l’ero anche messa via, ma quando da qualche parte on line mi è ricomparso un sunto del viaggio veneziano, ricordandomi che avevo soggiornato nella Private Deluxe Room di Yasia, che nel frattempo si era trasformato in un tal Mala, mi è sembrato veramente troppo.
Diciamo che il Deluxe, nel caos di quei giorni, lo avevo dimenticato. Rileggere quella parola, dopo l’esito di quel pernottamento, mi ha fatto anche ridere. Nell’occasione sono andata a rileggermi l’annuncio e ho visto che c’era scritto proprio “camera matrimoniale con colazione e bagno privato”. Dunque non l’avevo sognato sul momento.
Ora, almeno il bagno, seppur condiviso, c’era. Ma quando ho chiesto a Yasia-Mala della colazione, ricordo bene che lui mi aveva spiegato, in quel suo inglese preciso e fluente, come ci fossero tanti bar lungo la strada e che mi sarebbe bastato uscire per trovarne uno che facesse al caso mio.
Questo però, solo dopo aver ripetuto quelle quattro o cinque volte di fila le sue frasi standard: “city taxes three euro” e “check out at ten in the morning”.
Fra le recensioni della Private Deluxe Room ho visto finalmente apparire anche la mia. L’ennesima stroncatura fra tante che stranamente non avevo notato al momento della prenotazione. C’è da dire anche che a ben guardare, a ogni stroncatura corrisponde una recensione (firmata da utenti asiatici, vedi un po’ le coincidenze) che ne ribalta il concetto, esaltando la bellezza e la funzionalità di quella stanza e i suoi molteplici servizi.
A questo punto mi è sembrato opportuno far sapere direttamente ad Airbnb con che tipo di struttura avessero a che fare.
Da quando ho inviato la segnalazione si sono messe in moto diverse cose, tutte velocemente. Prima mi ha chiamato un ragazzo da Lisbona per conto di Airbnb spiegandomi la procedura da seguire se avessi voluto proseguire il mio ricorso, inizialmente chiedendo all’host il rimborso della spesa, in un secondo tempo, se questi non avesse accettato, sollecitando l’intervento diretto di Airbnb.
Poi, non appena ho cliccato sul link che mi è stato inviato, è successo che il sistema mi ha informato di come non fosse possibile effettuare alcun tipo di ricorso per quella prenotazione. Il perché mi è stato subito chiaro non appena ho ricevuto la notifica che Yasia-Mala l’aveva cancellata, con un tempismo perfetto.
A quel punto mi sono messa l’animo in pace pensando che ormai tutto fosse perduto. E invece no. Poco dopo mi è arrivato un messaggio di Airbnb che mi annunciava che, dal momento che “questo host non era reale e il nostro dipartimento di Sicurezza sta svolgendo le dovute verifiche”, per velocizzare la procedura mi avevano rimborsato il costo totale della prenotazione.
Poi è arrivato un secondo messaggio contenente un codice per un buono di 21 euro da spendere nel mio prossimo viaggio.
Che dire? Di sicuro che, per quanto sia piccola cosa, questo 2019 inizia molto meglio di come sia finito il 2018.
Ed è già un buon segno.

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La notte più fredda della mia vita

Quando entra in ballo, la mia immotivata fiducia nel mondo e nelle persone è difficile da tenere a bada.
Così ho prenotato. Una notte in centro storico a Venezia, a trentacinque euro o giù di lì.
Un’occasione. Già mi pregustavo l’ultimo giretto notturno fra le calli dopo la cena al ristorante. Il sonno ristoratore in quella bella stanzetta con le pareti tinteggiate di arancione come il piumino del letto. Colori, luce e il calore di un’antica casa veneziana.
Già mi immaginavo l’accoglienza di Yasia, sicuramente una studentessa universitaria che subaffittava una stanza per arrotondare le spese veneziane. Avremmo scambiato due chiacchiere in inglese, o magari perfino in italiano, facendo colazione la mattina dopo.
Il treno è arrivato in orario nel tardo pomeriggio. Le indicazioni per arrivare alla casa spiegavano dove prendere il battello o il taxi giusto. Io decido di non perdermi l’occasione di una camminata serale in una Venezia svuotata dai turisti.
Il primo problema è il trolley, una valigetta piccola e leggera con le ruote in plastica, troppo rumorose per le silenziose calli veneziane. Cerco di alternare il trascinamento, portandolo a mano per la maggior parte del tratto.
Secondo problema. Il mio ormai offuscato senso dell’orientamento che fu, reso ancora più appannato dal complicato labirinto veneziano.
Io so qual è la direzione da seguire, ma questo non mi impedisce di perdermi e di chiedere conseguentemente per una ventina di volte indicazioni per l’Accademia.
Intanto trascino il trolley per due metri e lo porto a mano per cento, sempre attenta, da orecchio sensibile quale sono, a non urtare altre orecchie sensibili.
L’umidità che sale dalla laguna, insieme al sudore dovuto alla fatica e al piumino, si gela sui capelli e sul viso.
Alla fine arrivo nella calle giusta. Mentre cerco di decifrare il complicato sistema della numerazione civica veneziana, un ragazzo indiano si affaccia da una porticina di legno.
“Sei Yasia?”
Pare di sì. Prima delusione.
Mi fa cenno di entrare. L’aria dell’angusto ingresso è satura dell’odore di lisoformio. Seconda delusione.
Armeggia fra dei fogli e mi chiede in un quasi inglese se sono Elena.
Addio camera subaffittata in appartamento di studente. Qui c’è una specie di residence, altroché. Terza delusione.
Saliamo una ripida scala di legno per arrivare alla camera. Una stanza stretta, gelida come l’esterno di un igloo.
Mi indica un piccolo radiatore elettrico che non riscalderebbe nemmeno un armadio, facendomi capire orgoglioso che è addirittura acceso. Quarta delusione. Se non ho perso il conto.
Mentre il tipo mi spiega come aprire la finestra e chiudere gli scuri, lo sguardo mi cade sulla lampadina orfana di plafoniera e sulla testata del letto in simil pelle bianco panna.
Quella che in foto appariva come una stanza accogliente e dai colori caldi, è oggettivamente un ammasso casuale di mobilia squallida. Come i poggia colonna traballanti colore noce al posto dei comodini, o la toelettina bianca in stile veneziano tarocco.
Il bagno? Ah, è fuori.
Ah, è in condivisione. Nell’annuncio c’era scritto privato, ma faglielo capire a questo. Tanto poi, per quel che vale.
Chi c’è nell’altra camera, un uomo o una donna?
City taxi, three euro.
No, no, guardi, non ne ho bisogno. Tanto mi muovo a piedi. Ma chi sono i vicini, female or male?
City tax, three euro.
Non ho bisogno del taxi grazie. Scandisco: woman or man?
City tax, three euro, ripete Yasia come una macchinetta.
Mi si apre improvviso un barlume. Ah, la tassa turistica. Certo, glieli do subito.
Sui vicini nulla è dato sapere.
Check out, at ten in the morning.
Certo, anche prima.
Check out, at ten in the morning.
È partito un altro disco.
Finalmente Yasia se ne va.
Rimango sola nella stanza gelida. Confido nel piumone arancione. E in quel cappottino di lana in più che oculatamente ho infilato in valigia all’ultimo minuto.
Cara Venezia, ora dovrei aver imparato come funzionano le cose su da voi.
La prossima volta prenoto direttamente al Danieli.

 

L'immagine può contenere: notte, cielo, spazio all'aperto e acqua

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Del viaggio e dei suoi fastidi

Ogni volta che devo prendere un treno perdo qualche anno di vita per i ritardi del pullman che mi porta a Firenze. Poi per fortuna, o perché recupera lungo il tragitto, o per il ritardo del treno, riesco a salire in tempo.
Oggi mi scocciava particolarmente perderlo poi perché ho un biglietto di prima classe acquistato un mesetto fa a prezzo stracciato.
Il treno è in perfetto orario. Siamo sulla banchina in attesa di salire. I passeggeri si accalcano dimenticando che all’apertura delle porte dovranno farsi da parte per fare scendere altri passeggeri.
Stavolta l’operazione si rivela più lunga del previsto. Per primo scende un uomo con un trolley, dopo averlo appoggiato a terra afferra una grossa valigia nera che qualcuno gli porge dall’interno. Poi è la volta di una bambina, dietro alla quale appaiono i piedini di un’altra piccola seduta su un passeggino. L’uomo l’afferra e la fa scendere, insieme alla donna coperta dal chador che tiene il passeggino.
Poi torna subito su per aiutare un’anziana dal passo incerto, con la fronte resa brillante da un velo intarsiato di piccole pietre.
Accanto a me, in piedi, un uomo di stazza con la pancia prominente e il fare arrogante si avvicina alla porta.
“Xè finio oea?”.
L’assistente al treno gli dice di aver pazienza. Scende ancora un anziano, poi è la volta di salire, per noi. Veloce come una lucertola una donna magra con la giacca attillata colore ramarro dribbla me e l’ingombrante passeggero riuscendo a salire per prima. Mi chiedo quale gara fosse in corso poi finalmente salgo anch’io. Non faccio in tempo ad individuare il mio posto, numero due sul vagone due, peraltro occupato da un ragazzo che lo lascia subito libero, che noto con delusione chi è il passeggero del numero uno.
Il panzone veneto, ovviamente. Un uomo dotato di una voce rimbombante e, purtroppo, di un telefono cellulare, che usa incessantemente da quando il treno è partito.
“Amore, ci vediamo domani. Buonanotte”.
Sono le quattro del pomeriggio.
Poi è la volta di qualcuno con cui discute animatamente. Sssht, faccio io. Abbassa un po’ la voce, ma dura poco.
Ora io a questo sarei tentata di fargli proprio una bella foto da fare vedere ai miei colleghi di su, che magari lo riconoscono.
Da quel che dice parrebbe un personaggio con un incarico politico. Parlava di qualcosa detto in consiglio. Ma potrebbe anche essere un imprenditore. Ora per esempio discute con un terzo interlocutore di come cambiare un documento senza farlo sapere a una tale e dei soldi che deve dare in contanti a qualcun altro.
“Bisogna capire se dirglielo… Io non son per le cose… preferisco parlare chiaro. Però abbiamo un rischio se parliamo chiaro”.
Bologna si è passata, ora devo solo concentrarmi forte forte perché scenda a Padova che io questo fino a Venezia Santa Lucia non lo reggo proprio.
È, ovviamente, l’unico di tutta la carrozza due che si fa sentire. Ed è seduto vicino a me.
Ovviamente.
Oh, numerosa famiglia araba, ma perché siete scesi a Firenze?

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Polesine – singolare, maschile

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Polésine s. m. [voce veneta: è il lat. mediev. pol(l)icinum “terra paludosa”, che è dal gr. biz. “che ha molti vuoti”, incrociato con pullus “molle”, cfr. ital. pollino “terreno paludoso”]

 

Rovigo, secondo giorno (ovvero la mattina prima della visita alla mostra Arte e magia)

Sveglia all’alba. L’appuntamento è per le 8.15 nella hall dell’albergo, pronti per partire. Stavolta la meta è la sede della Camera di Commercio, in centro. Una volta lì, ci divideranno in stanze diverse, secondo i Driver (Settore Ittico, Turismo e Parco del Delta del Po, Distretto Giostra del Polesine, Logistica: Territorio e Infrastrutture, Polo Universitario-Cittadella dell’Innovazione, Patrimonio Artistico e Culturale). Dopo le visite del giorno prima, abbiamo un’ora e mezzo per individuare nuove forme per comunicare il Polesine, uscendo dalle frasi fatte e dalle immagini sedimentate nell’immaginario collettivo.

Gli organizzatori (Confindustria VeneziaRovigo e Eurogiornalisti) ci hanno fornito un questionario suggerendoci un percorso lungo il quale muoversi per trovare le parole e le forme più adatte alla promozione di questo territorio.

Nel nostro gruppo arriva anche la referente del Settore Ittico per Confindustria, che si rivelerà una presenza preziosa per la discussione.

A che cosa saranno serviti i nostri pensieri, parole, suggerimenti, considerazioni, lo vedremo in futuro.

 

Per il momento vorrei soffermarmi su due aspetti di questo evento.

 

Invitare comunicatori da fuori a cui mostrare le bellezze di casa non è certo una novità. Iniziative del genere si chiamano educational e rappresentano una forma di investimento che aziende e territori compiono per pubblicizzare ciò che vogliono far conoscere tramite la produzione di articoli e servizi vari da parte dei giornalisti ospiti.

In questo caso però nella mail di invito era scritto chiaro: “Ai giornalisti non si chiede di produrre articoli, ma di mettere a disposizione esperienza e professionalità al fine di gettare le basi per promuovere in maniera diversa il racconto del Polesine”.

Un aspetto che mi è piaciuto molto e che mi ha convinto ad accettare subito. Mi pare un metodo intelligente anche perché permette di abbattere la distanza tra chi invita e l’ospite, tra chi spiega e mostra e chi apprende e vede. Che è sempre in qualche modo verticale.

Così invece siamo su un piano che tende all’orizzontale.

È come se ti dicessero: vieni che ti faccio vedere le nostre bellezze. Poi, ammetto (ed ammettere i propri limiti è sempre, a mio avviso, una grande forza) che non riesco a farle conoscere nel modo giusto e ti chiedo se tu, che le vedi con occhi nuovi, da esterno, che impasti a ciò che vedi la tua esperienza di comunicatore, puoi suggerirmi qualche idea per promuoverle al meglio.

Di sicuro un atteggiamento molto positivo che, se portato avanti con coraggio ed umiltà, potrà regalare un bel cambiamento e nuova freschezza a questa terra meravigliosa e ricca di tesori (più o meno) nascosti.

 

Per il secondo punto mi aiuto con un’immagine. Pensate ad una sala grande, con il soffitto vetrato a cupola su base rettangolare. Insomma, una meraviglia (anche se durante il convegno tanta bellezza ci è stata negata da un controsoffitto di tendaggi, probabilmente per questioni di acustica). La sala è piena di persone, qualcuna più attenta, altre meno. Ma non è questo il punto.

Sullo sfondo un lungo tavolo, con microfoni e bottigliette di acqua, al quale sono seduti i rappresentanti delle varie realtà associative che hanno partecipato al progetto. Confindustria, Camera di commercio, Eurogiornalisti. Man mano che i rappresentanti dei vari gruppi di comunicatori (sei, suddivisi per driver produttivi) finiscono il loro intervento, si siedono anche loro al lungo tavolo, occupandone le sedie vuote, subito identificati da un cartellino con il loro nome. Un’organizzazione perfetta, fino alla fine.

Poi, una volta che i singoli interventi sono terminati e si parte con un veloce talk show, alzate gli occhi e guardate quel tavolo. Ci sono sedute dieci persone, forse undici. Sono comunicatori, imprenditori, rappresentanti di categoria.

Riuscite a individuare il tratto che li accomuna?

A parte la fila di sfumature dal blu al grigio.

Sono tutti uomini.

 

Ora io mi chiedo come è possibile che non si sia pensato di far salire sul palco almeno una comunicatrice. Ma soprattutto mi domando quali siano le ragioni che hanno impedito questa scelta.

Purtroppo non sono riuscita a conoscere personalmente tutte le colleghe che hanno partecipato a questo evento. Ma sono sicura che ognuna di loro avrebbe potuto sostenere questo impegno. Solo un esempio, ho scoperto che c’era anche una influencer con oltre cinquantamila follower su Instagram. Penserei che sia una che ha capito qualcosa dei meccanismi misteriosi della comunicazione.

Poi magari mi sbaglio.

Ma usciamo pure dalla logica dei like e dei follower che, come ogni giornalista vecchio stampo sarà ben lieto di spiegarvi, non significano necessariamente bravura e qualità (almeno non nel senso in cui lo si intendeva prima delle nuove figure di comunicatori in rete).

Possibile che nemmeno nel mondo della carta stampata, dei blog, delle radio e delle tv ci fosse una comunicatrice degna di parlare a nome di colleghe e colleghi?

 

Ho il sospetto che questo interrogativo non si sia nemmeno posto e che si scelga automaticamente un referente maschile. Cioè, non è che si escludono le donne, semplicemente non si considerano da un certo punto in là.

Anche le associazioni che ci hanno ospitato, in fondo, mettono in scena lo stesso schema. Frotte di collaboratrici che accolgono, indirizzano, accompagnano, spiegano, organizzano, contattano, scrivono, telefonano. Poi, alla guida dell’ente, però, c’è sempre un uomo.

 

Premetto. Non intendo fare un intervento improntato al femminismo, alla donna a tutti i costi né tantomeno teso a rivendicare il ridicolo e offensivo ufficio delle quote rosa. Il mio sogno sarebbe quello di vedere considerate le persone come tali, per il loro valore intrinseco, al di là del sesso che rappresentano. (Oggi parlo di sogno, fino a qualche anno fa vivevo nell’illusione che già funzionasse così. Purtroppo no).

Un nome al femminile, su trenta giornalisti, poteva uscire. Anche solo per caso.

 

Ma che c’entra tutto questo, vi chiederete, con la promozione del territorio?

 

Credo che quello del riconoscimento femminile potrebbe essere un ulteriore aspetto su cui lavorare. Se è vero che ai cambiamenti interni, del nostro modo di pensare più profondo, del nostro essere, corrisponde il cambiamento del mondo che ci circonda, sicuramente anche questo sarà un passo in più che aiuterà questo fantastico territorio ad emergere.

Se noi rispecchiamo il mondo in cui viviamo e a un certo punto ci accorgiamo che è un mondo chiuso, spento, che non riesce a dialogare e a proporsi all’esterno come vorremmo, possiamo provare a cambiare questi aspetti dentro di noi.

Non sarà una donna seduta al tavolo dei relatori a determinare il cambiamento, ma la sua assenza potrebbe intanto aiutarci a capire dove possiamo migliorare.

(3-fine)

 

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Sorprendente Delta del Po, là dove crescono le ostriche

La barchetta scivola silenziosa sulle acque della laguna facendosi strada in un labirinto di canneti. Nemmeno la nostra guida riesce sempre a orientarsi. “Una volta a Capodanno ho accompagnato dei ragazzi a una festa. Al momento di ripartire era scesa la nebbia. Devo ammettere che ci ho messo almeno mezz’ora solo per capire come riportarli a casa”.

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E’ il Delta del Po, una serie di canali formati dai detriti e dalle sedimentazioni del fiume (ricordate, a scuola, la differenza fra delta e estuario?). Un’oasi naturale che a vederla, così, dalla parte delle acque, nel silenzio, riempie il cuore e gli occhi. Paradiso degli amanti dell’ambiente ma anche dei cacciatori, che si appostano nelle botti, e dei pescatori.

Faccio parte di un gruppo di comunicatori arrivati un po’ da tutta Italia (anche dalla Slovenia). Siamo stati invitati da Eurogiornalisti che sta promuovendo un format per la comunicazione in positivo dei territori meno conosciuti, o gravati da luoghi comuni duri da abbattere, come il Polesine “solo nebbia e zanzare”. L’ospitalità e l’organizzazione della due giorni è di Confindustria VeneziaRovigo. Hanno suddiviso le varie attività trainanti, i Driver, assegnandone ognuno ad un piccolo gruppo. A me è toccato quello ittico con annessa la gita in barca. Con noi ci sono anche i colleghi destinati al comparto turistico. Gli altri, giostra e settore pirotecnico, infrastrutture, patrimonio culturale, polo universitario-cittadella dell’innovazione, sono rimasti sulla terraferma. E, per una volta, ci hanno anche un po’ invidiato.

La giornata brilla di sole e all’inizio ci lamentiamo un po’ per le giacche che ci hanno chiesto di portare. Più avanti, completamente circondati dalle acque e bagnati dagli spruzzi del barchino, non ci lamenteremo più.

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La barca dal fondo piatto scivola sulle acque poco profonde dei canali. Ogni tanto su una briccola si avvistano un airone cinerino o un cormorano. Il cielo è pieno di gabbiani. Vicino ai canneti nuotano le famigliole di anatre. Siamo nella Sacca di Scardovari, un lago di acqua salmastra che si apre sull’Adriatico. Tutto intorno il Po, diviso in cinque rami, forma un territorio giovanissimo, di 400 anni, nato con il Taglio da parte della Serenissima. Il corso del fiume fu deviato a sud per evitare che le sue acque riempissero la laguna di Venezia. C’è il Po Grande (di Venezia), da cui si diramano il Po di Goro, il Po di Gnocca (o della Donzella), il Po di Maestra e il Po delle Tolle.

Qua si coltivano ovunque vongole e cozze, Lo chiamano l’oro del Delta. Le cozze hanno ottenuto anche la Dop. Ma il nostro viaggio prevede una meta che ha dell’incredibile. Più avanti ci attende Alessio, che ha avviato addirittura una coltivazione di ostriche. La perla del Delta.

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La vista dell’impianto ci strappa nuove esclamazioni di sorpresa. Sembra un’installazione della Biennale d’arte di Venezia. E invece, appese a quei fili o racchiuse nelle retine, ci sono centinaia e centinaia di ostriche. Un piccolo apparecchio eolico e uno fotovoltaico fanno muovere tutti quei fili riproducendo l’andamento delle maree. I molluschi vengono immersi e fatti emergere dalle acque secondo ritmi ben precisi. La Normandia è più vicina al Polesine di quanto possiamo immaginare.

Alessio Greguoldo ha intrapreso questa attività da sei anni. Ci ha investito tanto, in macchinari e in saperi, cercando di carpire tutti i segreti dei produttori di ostriche francesi. Oggi, dopo le inevitabili perdite e gli errori iniziali, lo 0.1 per cento delle sue ostriche va proprio in Francia. Il resto, rimane in Italia, distribuito nei ristoranti stellati.

Qualche numero: l’impianto è dotato di 1440 corde. Ogni filo ospita 90 ostriche che i grossisti vendono a 5 euro al pezzo. Alessio ha 5 dipendenti. Prevede di ampliare il capanno dove lavorano i molluschi (ogni ostrica passa dalle mani dell’uomo almeno 7 volte) e di realizzare 4 o 5 nuovi impianti entro il prossimo anno.

L’acqua salmastra della laguna ha già segnato un punto a suo favore. Qui – spiega Alessio – le ostriche completano la propria maturazione in 16 mesi, anziché nei 32 della Francia, perché qui l’acqua è più ricca. L’anno scorso dagli Scardovari uscivano mille ostriche a settimana. Oggi sono già tremila.

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Qualche fortunato assaggia alcune delle ostriche aperte da Alessio. Non servono parole. Bastano le espressioni sui loro visi.

Il tempo passa ed è tempo di tornare sulla terraferma. Il programma prevede una visita allo stabilimento New Sea di Rosolina, un’azienda di import export specializzata nella vendita all’ingrosso del pesce, con sessanta dipendenti e un listino di 400 prodotti fra fresco e lavorato. Indossiamo un camice celeste di carta e un cappellino, passiamo da un macchinario che ci disinfetta scarpe e mani et voilà, siamo dentro al magazzino. Lo spazio è enorme ma, essendo quasi alla fine della giornata, la maggior parte del pesce è stato già distribuito. Facciamo in tempo a gironzolare fra enormi pesci spada, casse di molluschi e crostacei, e pesci di tutti i tipi. Sulle pareti ci sono dei grossi cartelli con i nomi di varie nazioni. Il pesce arriva da tutto il mondo e per il mondo riparte, tre volte alla settimana. La metà del prodotto è distribuito in Italia, fra dettaglio e grande distribuzione. Il fatturato è di 30 milioni annui.

Finita la visita gettiamo il camice e ci teniamo il cappellino, insieme a un vago odore di pesce che ci accompagnerà per il resto della serata.

E’ ora di andare. Ma la giornata non è finita. Dopo un veloce passaggio in albergo, il Capital di Rovigo, è già ora di ripartire. Per la cena, stavolta, alla Trattoria Al Ponte, a Lusia, la trattoria del Polesine. E’ il momento di brindare con i nuovi amici e di rilassarsi un po’ dopo le corse della giornata.

Ma il lavoro non è finito. I tavoli infatti sono organizzati per Driver, così che possiamo cominciare a conoscerci fra colleghi e a organizzarci per la riunione della mattina dopo, quando produrremo le nostre idee per la promozione di questo sorprendente Polesine.

(2 – continua)

 

 

 

 

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Se di notte una strega dai capelli rossi…

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Ho deciso, parto dalla fine. E quindi inizio dalla visita alla mostra “Arte e magia” a Palazzo Roverella, a Rovigo, che ha concluso la nostra due giorni in Polesine come esperti di comunicazione, ospiti di Confindustria Venezia Rovigo in un evento organizzato da Eurogiornalisti.

La raccolta di opere, curata da Francesco Parisi, comprende anche qualche lavoro di Klee, Kandinskij, Mondrian e Munch, ma più che sui grandi nomi l’esposizione corre sul filo del magico, dell’esoterico, dell’occulto. Opere crepuscolari, talvolta gotiche, di autori ai più sconosciuti, ma che hanno affrontato in vari tempi e in modi diversi questo tema.

La mostra inizia con l’invito al silenzio, espresso tramite alcune opere, sculture e dipinti. Si invita la ragione a far silenzio, mettendo da parte la razionalità per far posto al mistero; si invita lo spettatore a entrare in una dimensione raccolta, silenziosa, per poter assaporare quanto di magico queste opere sono in grado di offrire; si invita l’adepto, infine, a non rivelare quanto appreso durante i riti iniziatici.

Fra le opere, Un velo di Louis Welden Hawkins, Parsifal di Jean Delville, Il silenzio di Giorgio Kienerk.

Una sezione è dedicata all’architettura esoterica, all’arte di costruire templi che costituiscono dei veri e propri monumenti dedicati ai simboli cari all’esoterismo. Un’altra affronta il mistero dei Rosacroce, il movimento fondato da Joséphin Péladan (alias Sar-Mérodack), occultista, esteta e filosofo francese che lottò contro il realismo per restituire all’arte la sacralità che riteneva perduta. Fra gli altri, sono esposti, Il Manifesto per il primo Salon de la Rose+Croix di Carlos Schwabe, Studio per il Sar Péladan di Alexandre Séon e Fantasticheria nella notte di Alphonse Osbert.

La notte, con i suoi abitanti misteriosi, è il regno indiscusso della magia e dell’occulto. Ma il dipinto Tre donne e tre lupi di Eugène Grasset mostra un aspetto diverso di questo mondo che attrae ma che al tempo stesso suscita anche timore. Le tre donne, tutte streghe, sono terrorizzate. Fuggono volando, coperte appena di veli, con i lunghi capelli al vento, scoperte, braccate da chi dà loro la caccia.

Il cuore più oscuro della mostra è rappresentato dalle opere di Odilon Redon, Paul Ranson, Jean Delville, Albert von Keller e Felicien Rops, artisti specializzati nel raffigurare il Demonio e i suoi servitori, streghe e maghi. E’ qui che si realizza il percorso contrapposto all’Illuminismo, la fascinazione per l’alchimia, per diavoli, streghe, maghi e spettri, rafforzata in antitesi con l’affermazione del secolo dei Lumi.

La Circe di Louis Chalon, La fonte del male di George de Feure, La Notte di Valpurga (antica celebrazione pagana della primavera) di Fritz Roeber, raccontano tutto questo.

Gli appassionati di fantasmi e sedute spiritiche potranno apprezzare in particolar modo il tavolino di legno finemente intagliato di Thayaht, sul cui ripiano sono rappresentate le mani dei partecipanti alla seduta.   E’ in questa sezione che troviamo anche L’urna di Edvard Munch.

La luce che arriva dall’Oriente rischiara tutta questa oscurità con la ricerca di un mondo nuovo fatto di spiritualità e un misticismo che passa per dottrine come il buddismo ma anche attraverso lo yoga, il tantrismo indiano e gli animismi tribali di cui sono testimoni Frantisek Kupka, Jan Toorop e Sascha Schneider.

L’opera di Vasilij Kandinskij “Rosso in una forma appuntita” è la sintesi di una ricerca che si rifà agli archetipi, alle forme ancestrali, per manifestarsi in una rappresentazione sempre più rarefatta. Astratta. Così come accadrà a Paul Klee e a Johannes Itten. E a Piet Mondrian del quale in questa mostra possiamo ammirare un’opera paesaggistica, risalente al periodo precedente la sintesi astratta per cui oggi tutti lo conosciamo.

Nell’ultima sala si compie il salto estremo dalle credenze legate ai secoli più oscuri fino alle avanguardie del Novecento. Una nuova attenzione ai sensi interiori, l’affacciarsi delle dottrine psicanalitiche, la (ri)scoperta dell’aura, delle onde elettromagnetiche, sono gli ingredienti che caratterizzano le opere esposte, firmate da autori come Giacomo Balla, Frantisek, Mondrian e Romolo Romani.

La strega di Luis Ricardo Faléro è l’immagine scelta come simbolo della mostra. Una giovane in carne, secondo i dettami estetici in voga alla fine dell’Ottocento (l’opera è del 1882), con una chioma spettinata di capelli rossi (il colore generalmente attribuito alle streghe), imbraccia una scopa al contrario, volando in un cielo denso di nuvole e pipistrelli. Il disegno originale decora un tamburello. La posizione della scopa, nel tempo, non ha mancato di suscitare interpretazioni a sfondo erotico.

The  witch, by Luis Ricardo Falero

Noi, in ogni caso, ci facciamo la foto di gruppo davanti al grande manifesto stando ben attenti a non coprirne la protagonista.

La mostra, aperta tutti i giorni (feriali 9-19, sabato e festivi 9-20) chiude il 27 gennaio 2019.

(1 – continua)

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Di quando quasi ci lasciai le penne

Se fosse successo per davvero non mi sarei accorta di nulla. Ora me ne starei lassù, felice, a volare in alto o chissà dove e avrei sicuramente qualche problemino di meno. Invece sono ancora qui. E siccome quello che è successo non è cosa da tutti i giorni, proverei anche a raccontarlo.

Venerdì 12 gennaio sono stata operata al naso. Ero in lista d’attesa da più di un anno, ormai pensavo che il mio nome si fosse autocancellato, quando sono stata chiamata. Dal chirurgo in persona. Mi ha chiesto se andava tutto bene e mi ha detto che l’operazione si sarebbe fatta il 12. Era il 3 gennaio. La pallina non era caduta nella settimana migliore, ma che vuoi farci. Ormai son diventata fatalista e prendo quello che viene quando viene.

C’era da ripristinare la respirazione, resa difficoltosa dalla deviazione del setto nasale. Poi, siccome trent’anni fa avevano provato a farmi lo stesso intervento, ma il medico di allora si trovava meglio con il trinciapolli che col bisturi, ci sarebbe stato anche da ricostruire ciò che allora era stato distrutto. Cioè tutto.

E siccome il pollaiolo di trent’anni fa non si era preoccupato nemmeno di lasciare un pezzettino di cartilagine, avrebbero dovuto recuperarne un po’ da qualche altra parte di me. Tipo dalle orecchie.

Non era un intervento semplice, il dottore me l’aveva anticipato, per cui si sarebbe fatta un’anestesia generale. É la prima volta? Sì. È allergica a dei farmaci? Non lo so, praticamente non ne uso. Ma finora, quando è capitato, non ho avuto problemi. Ma non ha mai fatto l’anestesia totale. Infatti.

Poi c’era la questione della folgorazione. Cioè di quando, più di dieci anni fa, rimasi attaccata a una lavastoviglie difettosa nella casa nuova in cui il salvavita non era stato regolato. Quando si dice tutte a me le fortune. Però son sempre qui a raccontarlo.

Questa storia della folgorazione l’hanno presa parecchio sul serio. Pensare che io me l’ero quasi dimenticata. Al pronto soccorso, all’epoca, mi dettero poca soddisfazione. Un elettrocardiogramma, lei ha il cuore di una bambina, e poi mi lasciarono su una sedia per due ore mentre le lacrime mi cadevano incessantemente per effetto dello shock. Poi, come faccio (quasi) con tutto, me la misi via. Invece da qualche mese questa cosa è tornata in auge e mi hanno fatto fare perfino una risonanza magnetica al cuore con contrasto. Mezz’ora chiusa in una bara di plastica. Roba che me la sogno ancora la notte.

Insomma, per farla breve, pare che l’anestesista della pre ospedalizzazione fosse tutta ringalluzzita da questa cosa e avesse avvisato i colleghi che avrebbe mandato loro una folgorata. Con la minuscola, spero. Non è una bella cosa, comunque. Specie se te la viene a raccontare sul lettino dopo che ti hanno detto che ci sei quasi rimasta.

Comunque fra esami e tutto il resto si arriva al giorno fatidico quando, alle prime luci dell’alba, vestita di una garza verde, mutande grigie e calzini rosa (senza dimenticare le ciabatte di piumino arancione) mi avvio verso la sala operatoria. C’è un’anestesista nuova. Una giovane ma bravissima, mi dice l’infermiera mentre spinge il lettino per i corridoi. Rispondo per la quindicesima volta alle stesse domande (operazioni? allergie? problemi di altro tipo?) prima di svanire nei fumi dell’etere.

Quando mi risveglio c’è ancora la stessa anestesista, quella giovanissima, davanti a me. Come sta? Bene, grazie. Sono avvolta in una coperta morbida e calda e non sento nemmeno un filo di dolore. Quasi non mi ricordo nemmeno perché sono qui. Ce la fa a sentirmi, le devo dire che cosa è successo. Certo. L’intervento è andato bene ma ad un certo punto il suo cuore ha rallentato e hanno dovuto sospendere tutto. Poi pero è ripartito da solo. Nella nebbia che avvolge ancora il mio cervello mi pare una bella notizia. Mi è piaciuto molto quel poi è ripartito da solo. Dalla faccia del medico però pare che non la pensi come me.

Mi riaddormento un po’, cullata dai progetti di vacanze degli infermieri e dai problemi dell’organizzazione dei turni. Danno un po’ fastidio a dire il vero ma sono anche tanto lontani. Io toglierei quella luce sparata e magari anche il soffio caldo sotto la coperta, che sto bollendo. Quando riapro gli occhi, non so che ore siano né quanto tempo sia passato, l’anestesista è sempre li che mi guarda con la faccia preoccupata. Questa faccenda del rallentamento l’ha proprio buttata a terra. Ora pare che siano tutti in ansia e che non mi possano mandare nella cameretta al maxillo. Aspettano che si liberi un posto in un altro reparto. Nessuno dice terapia intensiva. Magari mi aiuterebbe a capire. Invece alla fine, per mancanza di posti, vado a finire in una neurochirurgia, il posto più vicino alla intensiva in caso di emergenza.

Nel frattempo l’anestesista va a recuperare la mia mamma, ormai esausta, che ha trascorso la giornata da un reparto all’altro sperando invano di vedermi uscire, ancora incredula di aver rischiato di perdere una figlia per un banale intervento al naso. Mi porta la borsa con il telefono e la chiave dell’armadietto numero 12 dove è rinchiusa tutta la mia roba. Mi faccio fare una foto. Mi vedo, ho una faccia da autopsia. L’intervento, compresa l’ora di stop, è durato sette ore. Quando mi risveglio, la prima volta, sono le 15.10.

Trascorriamo qualche ora in una saletta della chirurgia nell’attesa che si liberi un letto per me. Quando finalmente mi portano via, piena di fili e attaccata a un monitor, sono già quasi le otto di sera. Il nuovo reparto è sotto il controllo di Madama Rosmerta colpita dalla Maledizione Imperius. Appena mi sono sistemata nel letto 31 con il mio video pieno di bip, quella comincia a girare per il reparto urlando che questa cosa non va bene. Che lei è da sola e deve pensare a tutto e non può stare a controllare il mio monitor. Che non vede nemmeno un familiare e toccherebbe a loro, semmai, fissare il monitor tutta la notte e chiamare in caso di emergenza.

A me però lei sembra solo una grande merda che ha sbagliato mestiere. Comunque chiedo a un’amica di Siena se può venire qualche ora in serata e quando lei mi dice di sì scoppio pure in lacrime. Insomma, non è stata proprio una giornata da gita in riva al lago. Il monitor fa bip bip a un ritmo cosi regolare da farti addormentare. Solo quando mi muovo un po’ suona un deng. Allora arriva di corsa Madama Rosmerta, che nel frattempo si è prodotta in una lamentazione bis con un dottore della maxillo passato al mio capezzale, per dare una controllatina.

Quando mi hanno scaricato dalla lettiga al letto, mi sovviene, Madama Rosmerta ha detto queste parole. Questa non c’è bisogno di prenderla di peso. Questa ci aiuta lei. Questa si è fatta la rinoplastica. Vero che ci aiuta lei? mentre io, ignuda come un pollo spennato, mi catapultavo sul materasso e registravo dentro di me il tono derisorio dell’infermiera stronza. Rinoplastica. Intanto qualcuno mi copriva con una vestina da ospedale infilandola a un braccio solo, visto che l’altro era annodato con i fili del monitor. Dal caldo mi ero sfilata i calzini rosa, qualcuno mi aveva consegnato una busta di plastica con le mutande grigie, mentre le ciabatte arancioni erano state incastrate sulla chiusura della borsa che una volta era blu. Ora era color linoleum dopo che mamma, ormai stremata, l’aveva trascinata da un corridoio all’altro dell’ospedale. Non avevo niente altro, a parte le mani piene di cannule per le flebo e la speranza di tornare al più presto al maxillo a recuperare la mia valigia. E me stessa.

Ma quel che contava prima di tutto era capire che scherzi aveva fatto il mio cuore e soprattutto se aveva intenzione di farne ancora. Poi c’era da capire anche da dove era stata presa la cartilagine per il naso. Mamma mi aveva controllato le orecchie. È proprio bravo questo dottore, non si vede più niente. La mia amica insinuava invece che me la avessero presa dalle costole. Ma non avevo addosso un solo segno a testimonianza del prelievo. Intanto il cuore camminava regolare e io mi sono fatta anche qualche ora di sonno al ritmo del bip bip.

La mattina dopo, quando l’infermiere ha detto a una tipa che dovevo esser trasferita in maxillo, non ce l’ho fatta a trattenermi. Evviva. Mi hanno staccato i fili, portato un bicchiere di latte e due fette biscottate e via. Ma alla fine, fra una cosa e l’altra si è fatto un po’ tardi per il pranzo, che avrei dovuto assumere in forma cremosa e fredda. Siccome è arrivata tardi – ha detto un’infermiera con tono accusatorio – è ancora caldo. Che importa, tanto fra mettersi il pigiama, sciacquarsi i denti, andare al bagno con le proprie gambe dopo aver fatto la conoscenza della terribile padella, il tempo passa e la minestra raffredda. Mangio di gusto dopo un giorno e mezzo di digiuno totale, poi mamma appoggia il vassoio sul carrello dei pasti. Chi ce l’ha messo questo? scatta la musona. Li ritiriamo noi. Cosi mi complica il lavoro. Ecco, a te invece affibbierei il nome di Pansy Parkinson, l’amichetta stronza di Draco Malfoy, il super viscido dei Serpeverde nonché nemico giurato di Harry Potter. Direi che ti si addice proprio.

Il medico che mi ha operato è bravissimo. Lo dicono tutti, pazienti e colleghi. È anche un bell’uomo, di colore, cosa che mi riempie di orgoglio, perché dà l’idea che un po’ di strada si è fatta anche qui. È di colore anche il suo assistente, che era in sala operatoria con lui, e che passa a sincerarsi delle mie condizioni. Sono tutti molto umani e gentili. Mi spiega un po’ meglio che cosa è successo quando ero sotto i ferri. Praticamente è arrivato il mondo, dalla cardiologa con l’ecografia agli anestesisti. Un consulto a naso aperto. E il cuore che saltellava per conto suo. Senta, ma le cartilagini poi da dove me le avete prese che non riesco a capire. Considerato che c’era stata già un’emergenza abbiamo preferito non aggiungere altro e ci siamo rivolti alla banca delle ossa. La cartilagine è un po’ meno morbida di quella prelevata sul momento, ma va bene lo stesso.

Ormai l’anestesia è passata. Sembro Rocky Balboa dopo l’incontro con Apollo Creed e, fra la mascherina e i bendaggi, affiora qualche tratto di Hannibal Lecter. Sono ancora rallentata e ci metto un poco a capire. Poi infine realizzo. Dopo trent’anni vissuti senza setto nasale da ora in poi c’avrò un naso bello sodo e pure ripieno.

Con le ossa di un morto.

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