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Un vecchio incidente

C’è un punto, sulla strada vecchia tra Colle e Poggibonsi, dove il pensiero si fa scuro. È un punto tra la sede dei pullman e il nuovo ospedale. Ogni volta che ci passo so che lì è successa una cosa terribile, ma il ricordo è impreciso e vago.

Non c’è nemmeno una lapide, un mazzo di fiori. Niente. 

Fu qualcuno a dirmelo, forse ne parlavano i miei, non so. 

C’era una macchina piena di ragazzi. Andavano forte, scherzavano, forse bevevano. 

Il gioco, forse, prevedeva di aprire lo sportello in curva.

Una sfida al destino. Forse l’avevano già fatto, forse era una cosa che usava fare per divertirsi a provare un brivido in più.

Quella volta una ragazza morì. Cadde dalla macchina e battè la testa sull’asfalto.

Quando ero piccola, e anche per un po’ di anni dopo, la cronaca erano solo i grandi avvenimenti, quelli di cui parlava il telegiornale, cose che interessavano tutta l’Italia. Un incidente tra Colle e Poggibonsi non rientrava tra queste. E la cronaca locale, sui giornali, era ancora di là da venire.

Io non lo so chi fosse questa ragazza. Era più grande di me, non so nemmeno se la conoscevo, anche solo di vista. 

Ricordo che all’epoca rimasi sconvolta. Non solo non capivo il perché di un gioco così, ma la vaghezza delle notizie, la mancanza di una cronaca precisa e dettagliata, mi lasciava un senso di ansia e di paura indefinito, che però si allargava fino a comprendere altre cose, altri pericoli, altri giochi. Era come se d’un tratto tutti potessero morire facendo una cosa semplice, sciocca. 

Il fatto dello sportello aperto non era sicuro. Era preceduto da parole come sembra, pare. 

Quindi non si sapeva per certo. E allora, che cosa era accaduto veramente? Qual era il motivo per cui una ragazza era morta?

Poi c’era il potere dell’immaginazione. Quello per cui delle parole dette in un certo modo, con frasi smozzicate e parti eluse, nella mia mente diventavano un film realistico per cui quell’incidente riuscivo a vederlo come se fossi stata lì.

Lo vedo anche oggi, ogni volta che passo di lì. 

Vedo una macchina rossa, di un rosso stinto, opaco, come erano i colori delle macchine negli anni Settanta. E vedo la testa di una ragazza, capelli lunghi e mossi, castani con le punte bionde, che sbatte sull’asfalto. 

Poi penso agli altri. A come saranno rimasti quando hanno visto che cosa era successo, come era finito il loro gioco. E non riesco a pensare, come faccio sempre, come saranno state le loro vite da allora in poi. Che cosa è cambiato in quel momento. Se hanno capito, se hanno negato, se hanno covato una rabbia profonda o un profondo senso di impotenza.

Non so nemmeno immaginare quante cose si possano provare quando vedi succedere una cosa così. E se poi se lo sono dimenticato, anche a forza, perché non è facile viverci con una cosa così, o se la rivivono sempre, quando passano di lì ma anche in altri momenti, e non ne parlano mai.

Chissà, magari è anche per questo che ho voluto fare la giornalista. Per sapere le cose che succedevano e come succedevano, per vincere quel senso oscuro che ti gira dentro quando le cose non le capisci e non puoi pensare che quella cosa, in quel modo, tu non la farai mai, perché ora lo sai.

Foto di NeiFo da Pixabay

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A ogni morte di papa

L’estate fra la seconda e la terza liceo fu quella della morte dei due papi. 

Girellavamo in motorino, con la mia amica Sandra, io sull’orribile Garelli rosso con il serbatoio sotto al sellino che babbo aveva avuto in regalo tramite il negozio, lei con un elegante Ciao Piaggio di colore blu. Girellavamo in un agosto assolato, nell’assolata via 25 Aprile, la strada che collegava la mia casa di Campolungo alla sua casa sopra Spugna, e ci inventavamo delle frasi con i modi di dire sui papi.  

Era la prima volta nella nostra vita che un papa moriva e già eravamo giunte a un traguardo. A ogni morte di papa. Non era questo che voleva dire quel luogo comune, sentito tante volte senza alcun riferimento concreto? Ecco, ora il riferimento c’era. E ancora.

Morto un papa se ne fa un altro. 

E infatti, dopo la morte di Paolo VI, avvenuta il 6 agosto 1978, venti giorni dopo fu eletto un nuovo papa. Albino Luciani, il 26 dello stesso mese, divenne Giovanni Paolo I. 

Noi continuammo a vivere la nostra torrida estate, fra giratine in motorino e interi pomeriggi passati in cucina a pasticciare. Fino a quando, poco più di un mese dopo, i telegiornali passarono un’altra incredibile notizia. 

Il 28 settembre, dopo trentatré giorni di Pontificato, era morto anche l’altro papa, quello dall’aspetto dolce e mite. 

Le frasi di rito mostrarono subito la loro assurdità. Che cosa voleva dire, dunque, a ogni morte di papa? Si intendeva un periodo lunghissimo o appena un mese e qualche giorno? E per il detto morto un papa se ne fa un altro? Non rischiava di diventare un’attività un po’ troppo frequente, rispetto ai ritmi ben più cadenzati del passato?

Andavamo in motorino e ridevamo. Per noi, all’epoca totalmente sprovviste di un minimo senso della tragedia, quelle frasi diventarono subito inutili. Se non come spunto per inventarci delle battute. A ogni morte di papa diventò un modo di dire per qualcosa che si faceva spesso. Per non parlare di morto un papa se ne fa un altro. E un altro, e un altro ancora.

Diversi anni dopo mi ritrovai a fare una breve sostituzione nella redazione di Belluno per il giornale per cui lavoravo. Ne avevo già girate diverse, di redazioni, da Treviso a Rovigo fino a Pordenone, ma quell’angolo di mondo sperduto in mezzo alle montagne mi mancava. 

Ancora non potevo nemmeno immaginare che in seguito ci avrei trascorso quasi quindici anni della mia vita.

Non ricordo il motivo per cui il capo decise di inviare proprio me, appena arrivata dalla Toscana, a Canale d’Agordo, il paese di Albino Luciani.

Forse era il fatto che pareva fossero riemerse da qualche parte le vecchie pagelle di quando andava a scuola. Io quindi sarei dovuta andare in cerca di questi preziosi documenti, in un paese sconosciuto, in un posto in cui non conoscevo nessuno. Fare tutto in un pomeriggio, tornare in redazione e scrivere l’articolo.

Niente di strano per un giornalista. Nei momenti più belli il nostro lavoro funziona proprio così. Ed è tutto adrenalina. 

Il capo mi disse di chiamare il fotografo e andare insieme a lui. Chiamai il vecchio titolare, come da indicazioni, che al telefono biascicò qualche parola in un dialetto per me incomprensibile. Con un po’ di sforzo e di scocciate, da parte sua, ripetizioni, potei capire qualcosa riguardo a un figlio. 

  • Ah, allora vai con Luca. Mi spiegarono in redazione.

Luca era appunto il figlio di Bepi Zanfron, il fotografo ufficiale del giornale famoso per essere stato il primo ad arrivare sui luoghi della tragedia del Vajont.

Salii sulla sua macchina e partimmo alla volta di Canale, dove arrivammo dopo quasi un’ora e mezzo di strada tortuosa tra boschi, centraline elettriche e costoni di roccia.

Il paese era deserto. 

Suonammo il campanello della parrocchia. Il parroco ci accolse, senza troppo trasporto, disse poche frasi di circostanza e ci lasciò di fatto a bocca asciutta.

  • È possibile vedere queste pagelle?

Naturalmente non le aveva certo la parrocchia, eccetera eccetera…

Provammo con il Comune, ovvero il Municipio, come dicono da quelle parti. 

Chiuso.

In giro non c’era anima viva. 

Luca disse, diamo un occhio alla sua vecchia casa. Magari troviamo qualcuno che ne sa qualcosa. Ci spostammo un po’ verso la montagna, dove c’erano delle case bianche con gli infissi in legno scuro, ma non ci fu niente da fare.

Nemmeno il corrispondente del posto ci poteva aiutare. Lui aveva passato la notizia, ma poi era dovuto andare via per impegni personali.

Ero demoralizzata e non sapevo proprio che cosa fare.  

Non esisteva che tornassi in redazione a mani vuote. E in effetti qualcosina si poteva sempre scrivere, condendo la notizia con un po’ di colore, il luogo deserto, la casa sul crinale, le frasi vuote del sacerdote. 

Ma quale notizia?

Mentre facevamo, sconsolati, un ultimo giro nella piazza principale, vedemmo passare un’anziana signora. Chiediamo a lei, disse Luca.

E io, ma che vuoi che ci dica?

In realtà qualcosa ci disse. 

Era stata la maestra di Albino Luciani, come di tutti i bambini della valle, tanti anni prima, e lo ricordava come un bambino serio e studioso. 

Che voti aveva in pagella? chiese Luca, andando al sodo.

I voti non li ricordava ma poteva dire quali erano i suoi punti di forza e le materie a lui più congeniali.

D’altra parte, secondo un altro modo di dire, anche il papa fu scolaro.

In ogni caso avevamo la notizia.

Facemmo ancora la strada piena di curve per rientrare a Belluno e tornammo in redazione cantando vittoria. 

Solo noi sapevamo quanto ci era costato quel risultato.

Ma se i latini dicevano che la fortuna aiuta gli audaci (e, aggiungerei, anche i caparbi) qualche motivo ci sarà pur stato.

(foto da Wikipedia.org)

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Quando la Nannini cantò all’Elba

Il 14 agosto 1991 Gianna Nannini cantava all’isola d’Elba. Il 13 agosto dello stesso anno alle dieci e mezzo io, Rosario, Alessandra e Raffaella ci imbarcavamo con la mia Polo bianca su un traghetto Toremar a Piombino, destinazione Porto Azzurro, dove si sarebbe tenuto il concerto. 

Fra i bagagli c’era anche la tendina igloo nuova di pacca a due posti che ci aveva prestato Lula, che ancora oggi si chiede come abbiamo fatto a starci dentro tutti e quattro. 

Rosario conosceva un ragazzo che gestiva un campeggio sull’isola. Ci saremmo fermati lì.

Il concerto era stato preceduto da una serie di fraintendimenti che mi indicavano come l’addetta stampa di Gianna Nannini, per cui avevo ricevuto una serie di telefonate con richiesta di notizie e materiale. Mentre mi impegnavo a spiegare che ero una semplice giornalista che avrebbe seguito a sua volta il concerto, colui che aveva probabilmente generato il malinteso, mi diceva, ma fregatene, che te ne importa? Gli mandi due righe e fai come se fossi l’addetta stampa, no? 

Per la prevendita inviai io il fax per tutti dal giornale alla Only Music di Bruno Galeotti, Empoli.  I biglietti dello Scandalo Tour costavano trentunomila lire. 

Pochi mesi prima, a maggio, l’Università di Siena aveva organizzato il progetto Cantar toscano, a cui aveva partecipato anche la Gianna. Per l’occasione ci furono un’esibizione e una conferenza stampa. Seguii entrambi gli appuntamenti per il giornale.

In conferenza stampa c’era un gruppetto di fan agguerrite che seguivano la Nannini in giro per tutta l’Italia e anche fuori. Alla fine, tanta era stata l’insistenza, le avevano fatte entrare anche se non avevano niente a che fare con giornali e tv. Gianna le conosceva tutte per nome.

Da quel momento le conobbi anche io, per cui quando ci incontrammo a mezzogiorno al Centro sportivo di Porto Azzurro, prima dell’apertura dei cancelli, ci salutammo e le presentai al gruppo. 

Parlammo di Siena, del Palio e di tutto il resto, visto che in quel campo ci passammo diverse ore, sotto il sole d’agosto, nell’attesa del concerto.

A un certo punto una delle fan più accanite, una ragazza magra all’osso, con i capelli biondi corti, vestita tutta di jeans, chiese a Raffaella, l’unica di Siena fra noi, se poteva parlarle dopo il concerto. Le dette appuntamento ai bagni, almeno ci sarebbe stato meno casino.  

Lei non poteva saperlo, ma in quel preciso istante la serata della mia amica fu rovinata. Cominciò a chiedermi, ma che vorrà, ti prego vieni con me. E io, ma che problema c’è, scusa. Non lo so che cosa vuole chiedermi, magari è solo una scusa per. Per cosa? Dài, che hai capito.

I bagni del centro sportivo erano una struttura periferica allo spazio destinato al concerto, situata in una zona piuttosto buia e isolata.

Dopo l’esibizione seguii la mia amica e mi appostai fuori dalla costruzione ad aspettarla, pronta ad intervenire alla prima richiesta di aiuto.

Dopo pochi minuti, uscirono entrambe. La tipa era rimasta colpita quando aveva scoperto che la mia amica era dell’Oca, come la Gianna, e voleva sapere come poteva farsi battezzare anche lei in contrada. 

Tutto qui.

Passato il momento critico, pensammo a rilassarci. Ritrovammo gli altri due per andare a cena. Cercammo di scoprire dove andasse la Nannini con il suo staff. E grazie alle fan non avemmo problemi a finire per caso proprio nello stesso ristorante. 

Lei fu abbastanza gentile. Si fece scattare delle foto e ci autografò i panama bianchi che avevamo comprato a una bancarella nel pomeriggio.

Il giorno dopo era Ferragosto e noi prendemmo il traghetto da Porto Azzurro poco prima delle tre. Il sedici c’era il Palio e avrei dovuto lavorare al giornale.

Oggi Rosario e Alessandra non ci sono più. Ma non ho mai pensato in tutta la mia vita di poter dimenticare un solo secondo del tempo che ho avuto la fortuna di trascorrere in loro compagnia.

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Mamma e le avventure nella neve

Quando mamma iniziò a insegnare, verso la fine degli anni ‘50, le toccarono incarichi in varie zone della provincia, mai troppo vicini a casa. A Palazzetto, a scuola non avevano nemmeno il telefono. Le comunicazioni dal plesso centrale di Chiusdino arrivavano al bar del paese. Da lì qualcuno correva alla scuola ad avvisare la maestra, che lasciava i bambini da soli e andava a rispondere. Le circolari del direttore venivano consegnate in macchina dal segretario. Mamma aspettava lungo la strada e quando passava prendeva il foglio al volo, come nel Far West all’attesa della diligenza.

All’epoca le auto non erano come oggi. Non c’erano nemmeno le cinture di sicurezza, figurarsi le gomme da neve e altre facilitazioni, tipo servosterzo o servofreno.

Una volta, mentre faceva un periodo di supplenza in una scuola di campagna dalle parti di San Gimignano, nevicò. 

Mamma lasciò la macchina a Pietrafitta e si avviò a piedi lungo la strada che portava alla salita sterrata fino alla scuolina.  

Peccato che quando arrivò, la trovò chiusa, senza che nessuno la avesse avvertita di niente. Fece presente la cosa alla direttrice che richiamò la bidella per non aver aperto l’edificio.

Questa si arrabbiò tantissimo e se la rifece con mamma. Che le disse, ma scusi, lei doveva essere in servizio. Le era stato forse comunicato da qualcuno di non aprire la scuola?

In ogni caso, evidentemente da quelle parti funzionava così. Perché quel giorno, con la neve, a scuola c’era soltanto lei e nemmeno uno dei ragazzi.

Quando entrò di ruolo le toccò il posto a Rapolano. Mamma andava con la sua macchina e portava un’altra insegnante di Poggibonsi. Un giorno nevicò. A quell’epoca era già sposata con babbo ed eravamo nate noi. Al momento di partire l’automobile aveva un qualche problema, forse non aveva le catene, così gliela prestò una vicina.

Fecero tutta la strada senza incontrare anima viva, nemmeno sulla Siena-Bettolle. 

Arrivate alla meta mamma frenò e la macchina andò in testacoda, ma non successe niente di grave. Però la scuola era chiusa. 

Chiamarono la custode perché aprisse la porta. A quel punto arrivarono anche le altre maestre, che erano tutte del posto. I ragazzi invece c’erano già. Da allora a mamma e all’altra insegnante di Poggibonsi furono riservati gli sguardi in cagnesco delle colleghe.

C’era un altro motivo per cui le colleghe ce l’avevano con mamma. 

Essendoci la possibilità di richiedere il doposcuola, lei lo fece e il direttore le disse di sì.

Era un’occasione per i ragazzi, visto che in zona non c’era nulla. Però lo faceva solo la classe di mamma perché le altre maestre preferivano arrabbiarsi con lei per la novità, anziché provare a cambiare qualcosa anche loro. 

Ce l’avevano anche con la maestra che faceva il doposcuola, un’insegnante molto brava.

Mamma la mise in guardia. Mi raccomando, controllali bene i ragazzi, che non succeda nulla, perché lo sai come sono qui. Sono conformisti e tutto quello che è nuovo non gli va bene. Bisogna andare in conformità a quello che hanno sempre fatto. 

Quando tornammo a stare in campagna mamma si appassionò ai lavori in mezzo alla natura. Non stava mai ferma, nemmeno con la neve. Una volta scivolò e sbattè forte a terra. Non si ruppe niente, ma aveva talmente tanti dolori che dovette appoggiarsi alle stampelle per un bel po’, con babbo che le faceva da chaperon e la portava a fare la spesa e tutto il resto.

La volta di Rapolano era una delle ultime in giro per la provincia. Da lì a poco mamma avrebbe scambiato la sede di lavoro con babbo, più vicina, per occuparsi di me e mia sorella. Il giorno che nevicò, quando finalmente tornò a casa, vide babbo sulla terrazza che mi teneva stretta in braccio e guardava all’orizzonte, come le mogli dei pescatori sulla scogliera davanti al mare in tempesta. Sembrava un povero vedovo abbandonato nel grande oceano delle difficoltà. Con figli a carico.

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La Gran Risa e il colpo di testa

Tanti anni fa andai in una qualche valle di montagna con la mia amica e la solita coppia di amici romani. Un giorno ci venne a trovare un amico da una città del nord e per l’occasione decidemmo di andare a sciare in Val Badia. 

Salimmo tutti sul furgone della mia amica e partimmo.

Per strada ci fermammo davanti a un tabacchino per comprare le sigarette. Scesi io. 

Al momento di risalire, tutta contenta, presi la rincorsa e con un gran salto mi apprestai a infilarmi dal portellone laterale.

Loro sentirono un gran botto. Io un male cane. 

Ragazzi, che craniata.

Rimbalzai all’indietro, ma ce la feci a non cadere.

Dentro al furgone ci fu un silenzio di alcuni, lunghissimi secondi. Poi cominciarono a preoccuparsi per me.

Le stelline ancora brillavano nel mio cranio, ma avevo un orgoglio da difendere.

Poi, mai avrei voluto rovinare la gita a tutti gli altri.

Per cui dissi che stavo bene e che non era successo nulla.

Mi misi a sedere al mio posto e ripartimmo.

Dopo pochi minuti il ragazzo romano chiese alla mia amica di fermarsi. Prese una busta di plastica, scese dal furgone e la riempì di neve a manciate dal ciglio della strada. 

Mi disse, tienitelo sulla testa.

Come Paperino.

In ogni caso, alla fine, non avevo detto proprio una bugia. Nonostante la botta e soprattutto il rinculo sulla cervicale, stavo abbastanza bene e ce la feci a trascorrere una giornata tranquilla sugli sci. 

L’amico del nord ci faceva ridere. Le sue frasi forti erano “al di fuori delle rotte commerciali” e “fa figo e non impegna”, pronunciate con accento bauscia e applicate un po’ a tutto, secondo l’occorrenza. 

Da allora cominciammo ad usarle anche noi, le volte che avevamo voglia di ridere un po’.

L’amico del nord si prese particolarmente cura di me e mi dette diverse dritte interessanti per sciare, attività per la quale, nonostante i reiterati tentativi, non sono in realtà molto portata. Fu grazie a lui se, almeno per quel giorno, mi si chiarì il mistero del peso a monte e di quello a valle, ma soprattutto fu grazie a lui se, almeno per quel giorno, vinsi il terrore delle piste difficili, ghiacciate e all’ombra. 

Io lo seguii fiduciosa mentre la mia amica sciava volteggiando di pista in pista come suo solito. Dei romani, invece, avevamo perso traccia.

Dopo che mi fui decisa a scendere con una certa scioltezza, pur senza esagerare, mi informò che quella era una pista nera.

Come sarebbe a dire nera? 

Sì, è la più difficile ma anche la più bella. È la preferita di Alberto Tomba.

Così quando torni a casa ai tuoi amici potrai dire di aver fatto la Gran Risa.

In realtà non è che quella cosa fosse al centro dei miei pensieri e poi a Colle Val d’Elsa chi avrei mai potuto impressionare. 

In ogni caso quella piccola avventura contribuì a gonfiarmi un po’. 

La racconto adesso, in ricordo di quella storica craniata.

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L’asilo delle suore

Da piccola sono andata all’asilo dalle suore. Si iniziava a tre anni ma mi iscrissero anche se ne avevo solo due, facendo un’eccezione per mamma che lavorava e non ce la faceva a star dietro a due bambine. Il nido ancora non esisteva. 

L’ingresso fu un trauma. Piangevo a squarciagola nel mio passeggino, terrorizzata da quel luogo sconosciuto. Mi salvò la presenza di Fernando, un altro bambino nelle stesse condizioni, che da allora diventò il mio fidanzato e il cui nome fu dato al maialino di nonna Armida.

Dopo però mi trovai benissimo. C’era una suora fantastica. Grazie a lei, superai l’ansia dell’abbandono. Con lei mi sentivo come a casa, fra le cose che conoscevo. 

All’asilo c’era la mensa. Portavamo il secondo e la frutta da casa in un panierino di plastica rosa rigida traforata (celeste per i bambini), mentre il primo lo servivano le suore. Pastasciutta al pomodoro o minestrone di verdure. Nel panierino invece portavamo scatolette di tonno, stracchino, una mela.

Dopo pranzo si faceva un sonnellino su delle brandine in una stanza oscurata.

Un giorno la suorina buona ci disse che sarebbe andata via, in Cile, in Perù, in una missione e non l’avremmo più rivista. Ma non dovevamo preoccuparci, saremmo rimasti con tutte le altre suore.

Una banda di stronze.

Fu uno dei primi grandi dolori della mia vita. Perché, perché doveva andare via proprio lei?

Babbo cercava di spiegarmi, sono cose che succedono.

Con la partenza della suorina l’asilo diventò un posto peggiore.

Quando era il momento di andare in bagno, tutte in fila, capitava che nell’attesa ci sedessimo per terra.

Non ci si siede per terra – diceva allora la suora di turno – perché se ci si siede per terra le formiche ci entrano da un buchino, camminano dentro di noi tutto su, lungo le gambe, la pancia, le braccia, fino alla testa e ci mangiano il cervello.

Quale buchino?

Ma soprattutto, quali formiche? Eravamo in un bagno, mica in mezzo al prato.

All’asilo c’era una bambina che ci graffiava tutte. La chiamavamo col suo nome seguito dall’appellativo Graffiona. Ancora oggi, se capita di parlare di lei, viene naturale chiamarla così. 

Intorno all’asilo c’era un giardino recintato dove andavamo a giocare. 

A un certo punto, intorno ai trent’anni, mi resi conto che avevo un incubo ricorrente. Nel sogno tornavo bambina, all’asilo dalle suore. Andavamo tutti fuori a giocare, nel giardino, dove si apriva sempre un enorme cratere di sassi e fango. Pian piano ci scivolavo dentro e non riuscivo più a risalire. Urlavo ma nessuno mi aiutava.

Ogni notte.

Poi mi svegliavo di colpo, sudata e con il cuore che batteva a mille.

Con il tempo è passato anche l’incubo. Ma non ho mai capito che cosa volesse dire.

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Un colpo di pistola

Quando lavoravo al giornale a Siena tornavo a casa sempre molto tardi. Una sera, saranno state le dieci e mezzo, ero già uscita dall’Autopalio quando una macchina mi si incollò dietro sparandomi addosso gli abbaglianti. Rallentai per farmi sorpassare, ma una volta davanti cominciò a rallentare anche lei. Così fu per me la volta di abbagliare e stare incollata dietro.

Il giochetto proseguì fino alle curve dei Cappuccini. Nel tratto successivo l’altra macchina mi superò per l’ultima volta. All’altezza della Badia, appena passata la Calp, dal finestrino del guidatore spuntò un braccio. 

La mano impugnava una pistola. Si inclinò leggermente all’indietro, nella mia direzione, e sparò.

Non successe niente, ma quello sparo mi deflagrò in testa.

Fui pervasa da scosse di terrore. Pensai, se ora mi fermo e quello scende sono finita.

Cercando di restare lucida, anche se tremavo come un tossico in crisi di astinenza, decisi di seguire quell’auto rimanendole incollata dietro.

In questo modo impedivo al guidatore di fermarsi, perché mi avrebbe avuto addosso. Se avesse voluto sparare di nuovo, la traiettoria sarebbe stata sempre falsata dall’uso della mano sinistra piegata all’indietro mentre l’altra era impegnata nella guida. 

Guidai per le curve sotto alla villa del Bottai cercando di memorizzare la targa. Passai il ponte di Spugna e attraversai piazza Arnolfo ripetendola ad alta voce, poi via dei Botroni e il passaggio a livello per andare in Vallibona. La macchina era sempre davanti a me. Continuavo a ripetere i numeri della targa, certa che non me li sarei dimenticati mai più.

Subito dopo il distributore la macchina svoltò a destra senza mettere la freccia. 

Temetti un’imboscata. Pensai, ora questo mi attira in una strada senza uscita. E anche, stai a vedere che mi fa andare avanti così poi mi insegue con la sua pistola.      

Per fortuna poche decine di metri dopo c’era il bivio per casa mia. Lo presi più in fretta possibile, sperando che il tipo, se avesse mai avuto intenzione di seguirmi, non facesse in tempo a vedere la direzione che avevo preso. 

Salii per le strade sterrate e finalmente arrivai a casa. A quanto pareva nessuno mi aveva seguito.

Ripetendomi mentalmente la targa corsi da babbo e mamma per raccontare che cosa mi era successo. Purtroppo, mentre parlavo in preda all’agitazione, me la dimenticai. 

Non del tutto, però. Mi ricordavo le prime tre cifre. Inutile starci a pensare. Sentirmi finalmente al sicuro dopo quella botta di adrenalina mi aveva fatto piombare addosso tutta la stanchezza del mondo.

Il giorno dopo i colleghi mi consigliarono di segnalare il fatto alle forze dell’ordine. Niente di più facile visto che seguivo la cronaca nera e chiamavo polizia e carabinieri almeno tre volte al giorno. I miei dubbi erano solo sul fatto che alla fine non era successo niente.

In ogni caso riferii quello che mi ricordavo, il modello di macchina, il colore e i primi tre numeri della targa. Oltre al percorso di quella sera. 

Qualcuno mi disse, sarà stato un ragazzo che voleva fare lo spiritoso con una ragazza. Altri invece mi fecero un po’ di domande su che cosa avessi visto e sentito al momento dello sparo. Quel braccio che esce dal finestrino insieme alla pistola è un’immagine cristallizzata, come una fotografia. Lo rivedo ogni volta.

Dissi di aver visto una lucina esplodere dalla canna, ma non ricordavo il rumore dello sparo. Il terrore si era divorato tutti i particolari. 

Dopo qualche tempo mi comunicarono che il caso era risolto. 

Il ragazzo che aveva sparato era un rappresentante che teneva una pistola a salve in macchina per sentirsi più sicuro durante i viaggi. 

Lo conoscevo. Eravamo all’asilo insieme ed allora era un bambino che mi piaceva.

La sua mamma era stata a scuola con la mia. La vedemmo un giorno e ci trattò freddamente. Capimmo solo dopo il perché. 

Io non sporsi denuncia e non ho idea di che cosa gli abbiano contestato né se l’abbiano fatto. 

Sperai che almeno tutto questo gli servisse da lezione.

Qualche mese più tardi ne parlai con gli amici del corso di paracadutismo. Un poliziotto mi disse, ma eri te quella della pistola? Siamo stati un giorno intero sulla strada della Badia a cercare il bossolo e non l’abbiamo mai trovato.

Rideva, ma lo disse anche un po’ come se fosse stata tutta una perdita di tempo.

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Che cosa rimane

Tantissimi anni fa, ero ancora corrispondente al giornale, a Colle successe un incidente terribile. Un bambino rimase schiacciato sotto il pulmino del prete che lo stava accompagnando, insieme ad altri, al catechismo.

Pare che i bambini stessero giocando, o forse litigando, quando il piccolo cadde giù dal pulmino, quasi sicuramente spinto, durante una sosta in una via del centro. I bambini stettero zitti, il sacerdote non si accorse di niente e, durante la manovra per ripartire, il piccolo rimase schiacciato sotto una ruota.

Io di questa storia non ricordo altro. Non ricordo i nomi, né della vittima né del sacerdote, non ricordo che ci sia stato un processo e come, nel caso, sia andato a finire.

Quel pomeriggio mi chiamarono dalla redazione dicendomi di correre in ospedale dove avevano portato il bambino. All’epoca l’ospedale era il San Lorenzo.

Nel grande ingresso bianco dal soffitto alto c’erano diversi ragazzi della parrocchia, tutti in attesa di un cenno, di una parola di speranza. Poco più avanti sulla destra, prima della scalinata grande, c’era la cabina con il telefono, uno di quegli stanzini bui, puzzolenti di fumo vecchio e di chiuso, con gli elenchi del telefono appesi con la catenella.

Da lì mi tenevo in contatto con la redazione.

Il bambino non ce la fece.  

Fu una notizia sconvolgente, sia per l’età della vittima, per le modalità dell’incidente e per il fatto che a guidare il pulmino fosse un prete. Poi c’era l’altra parte, quella inquietante che riguardava i bambini. Che cosa era successo in quel pulmino? I bambini avevano spinto il compagno, facendolo cadere sulla strada, o era stato solo un incidente, l’esito assurdo di uno stupido gioco? Ma allora perché, quando il prete era risalito sul furgone, nessuno di loro aveva detto niente, nessuno aveva detto che il piccolo era caduto per farlo risalire su?

Il giornale cavalcò la storia fino a quando fu possibile, come è logico che fosse, sentendo una volta questo e una volta quello. Ma alla fine rimasero sempre gli stessi dubbi su come fosse andata veramente. Non mi pare che l’indagine abbia approfondito granché, anche perché, essendo coinvolti tutti bambini piccoli, sarebbero stati comunque non perseguibili. 

Ma potrei anche ricordare male.

Un giorno invece al capo venne in mente una di quelle idee che speri sempre non vengano rifilate a te.

Il bambino era un alunno delle elementari e andava a scuola in via XXV Aprile. All’epoca il direttore era un nostro amico di famiglia, un omone studioso, uno storico, un signore, come si diceva, vecchio stampo.

Il capo volle che gli chiedessi se avrebbe intitolato la scuola al bambino. Era una specie di suggerimento, ma se fosse stato raccolto sarebbe diventato anche una vittoria del giornale. 

Il direttore della scuola mi rispose di no, che non ce n’era motivo. Era vero che il piccolo studiava lì, ma l’incidente era avvenuto fuori dall’orario scolastico e non c’entrava niente con il fatto che si trattasse di un alunno. 

No, insisti. 

Digli che la vicenda ha scosso tutti e che lui ci farebbe una gran bella figura a intitolare la scuola al bambino.

Il direttore, per fortuna, non cadde nella trappola. 

A me invece rimase un imbarazzo, quasi un senso di vergogna, che risento ancora oggi che lui, quel direttore, non c’è più.

Mi è rimasta anche una curiosità, una cosa che mi chiedo sempre dopo che accadono fatti così. 

Che cosa ha lasciato la morte di quel bambino? Come sono cambiate le vite di tutti. Dei genitori, del parroco, dei bambini che erano nel pulmino. Di quello che l’ha spinto giù e di quelli che sono stati zitti.

Perché questa è una cosa difficile da mandar via, da qualche parte rispunta sempre.

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L’Atala verde

Da ragazzetta avevo un’Atala verde. Era venuta dopo la Fausto Coppi Italia, non so di quale marca, sulla quale avevo imparato a stare in equilibrio, prima con le ruotine poi senza. 

L’Atala era una biciclettina tipo Graziella, solo più piccola.

D’estate si portava con noi al mare, in campeggio.

Il campeggio era molto grande, in una pineta vicina alla spiaggia, e le piazzole erano separate dalla macchia mediterranea, oltre che dai pini. Pini altissimi.

Era un posto molto silenzioso, non fosse stato per le cicale e per qualche annuncio dagli altoparlanti.

Quell’anno lo stavano allargando, il campeggio. Erano state ricavate delle piazzole nella parte più in fondo, quella più selvaggia, con molto più verde rispetto alle altre e, anche se i servizi igienici erano ancora in costruzione, scegliemmo di stare nella zona nuova.

Muoversi nel campeggio non era difficile. Una volta individuati i viali principali e tenuto presente dove erano la direzione, l’ingresso e lo spaccio (che era il supermarket), bastava ricordare il nome della stradina dove avevamo messo la roulotte ed era fatta.

Un giorno andai a fare la spesa con mamma in bicicletta, lei sulla sua Graziella da grande, io sulla mia Atala verde. 

Al ritorno io pedalavo un po’ indietro, mentre mamma apriva la strada davanti. I viali del campeggio erano tranquilli, quasi deserti. Trovammo giusto un gruppo di sei o sette tedeschi, tutti belli grossi, che marciavano nella nostra stessa direzione portando una specie di barella sulle spalle, piena di taniche di acqua, dandosi il ritmo mentre cantavano. 

Mamma li superò e girò a destra, nella stradina subito dopo, quella dove, tre o quattro piazzole più avanti, si trovava la nostra roulotte.

Io mi affrettai a seguirla ma mi trovai a girare quando ero ormai all’altezza dei tedeschi.

Sterzai e il pedale destro sfiorò uno degli enormi polpacci teutonici.

“Scusi” dissi, continuando a pedalare.

Ma mi trovai improvvisamente a terra. Qualcuno aveva dato una spinta alla bici facendomi cadere e ora quegli omoni enormi, c’era anche una donna, anche lei molto grossa, fra loro, mi si avvicinavano urlando parole incomprensibili.

Erano rossi in volto, avevano gli occhi fuori dalle orbite e la bocca distorta per la rabbia. Il ferito mi mostrava il polpaccio, indicando il segno lasciato dal pedale.

Un graffietto.

“Scusate, non l’ho fatto apposta”

Continuavano a venirmi addosso, mi spintonavano urlando.

Ero terrorizzata. Non capivo che cosa stava succedendo e perché. Non riuscivo a respirare. Ripetevo scusate scusate non l’ho fatto apposta ma la mia preghiera non funzionava con loro.

Mamma non c’era già più e sicuramente non si era accorta di niente. Io ero piccola e sola nelle mani di quei giganti che ribollivano per l’onta del mio graffietto.

Anche la donna mi urlava addosso.

Ogni volta che cercavo di alzarmi mi ributtavano giù. A forza di arretrare mi ritrovai vicina alla casetta dei servizi ancora in costruzione. Tutto intorno c’era il fossetto per le tubature.

I tizi mi presero per le spalle e mi buttarono lì dentro. 

Ebbi paura che mi ci volessero seppellire, in mezzo a tutta quella terra.
Poi, se Dio vuole, continuando ad urlare e a inveire, si rimisero in marcia con la loro acqua sulle spalle. 

Non appena furono scomparsi recuperai la mia Atala verde e, con il viso sporco di terra e lacrime, cominciai a pedalare come una forsennata.

Quando arrivai alla piazzola, babbo e mamma dissero, ah eccoti. Ci chiedevamo quanto ci avresti messo ad arrivare.

Piangendo, raccontai quello che mi era successo. 

Babbo andò a riferire tutto in direzione.

Il giorno dopo gli dissero che non era possibile rintracciare quel gruppo, che secondo loro era partito al mattino presto. Certo, come no. Immagino che riempissero le taniche per portarsi l’acqua in Germania.

Babbo commentò che probabilmente prima di mettersi contro dei turisti tedeschi, pur sempre i migliori clienti (all’epoca avevano i marchi), sarebbero passati sopra a qualunque cosa.

L’episodio rimase sospeso, irrisolto, senza alcuna giustizia e senza una scusa, se non le mie da bambina terrorizzata.

Il mio battesimo di fuoco con la prepotenza di certi adulti.   

E con il lato assurdo della vita.   

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Un giro di breakdance

ln un certo periodo della mia vita, tanti anni fa, ho fatto cose del tipo buttarmi da un aereo con un paracadute sulle spalle. L’ho fatto solo dodici volte, però. In quello stesso periodo mi capitò anche di comprare una moto, un vecchio Canguro Morini 350 cc. enduro. 

Oddio, erano più le volte che non partiva e quando facevo benzina non la potevo spengere per evitare che non si riaccendesse e a parte il fatto che pesava come una balenottera azzurra, era una bella moto e ci feci diversi giri divertenti.

In ogni caso a un certo punto decisi che non mi serviva più.  

Ero già tornata a casa dopo aver lavorato alcuni mesi a Treviso quando mi chiamò un amico di lassù chiedendomi se avessi ancora la moto. Sì, ce l’ho.

Se sei sempre decisa a venderla allora la comprerei io.

Va bene. Come ci si organizza?

Vengo a trovarti con un amico, arriviamo in treno a Firenze, poi ci fermiamo da te per la notte e il giorno dopo torniamo a casa in moto.

Per me è ok, contenti voi.

Il giorno stabilito andai a Firenze a prenderli insieme a un’amica.

Già che eravamo lì andammo a fare un giro della città. Chiamai anche un’altra amica di Firenze, che ci raggiunse in serata. Lei invitò un altro amico e alla fine andammo tutti a cena da qualche parte.

Dopo cena gli amici fiorentini insistettero perché si andasse in discoteca. Ci facemmo convincere, nonostante il viaggio impegnativo che aspettava i due trevigiani la mattina dopo.

Ci portarono in un locale tipo vecchia cantina con gli archi di pietre e mattoni. Ballammo, bevemmo, le solite cose che si fanno in disco.

A un certo punto vidi l’amico della moto che si contorceva a terra a pancia in su come un Gregor Samsa appena svegliato. Gli altri gli si avvicinavano per assistere alla sua performance di breakdance ma io, per non sembrare una provincialotta, una che queste cose non l’ha mai viste, preferii allontanarmi, dopo averlo degnato appena di un’occhiata distratta.

Andai a parlare con gli amici fiorentini, quando arrivò l’amica con cui ero andata a Firenze, tutta trafelata.

L’amico di Treviso sta male, perde sangue, credo che dovremmo portarlo in ospedale.

Ma che dici? Le risposi io. L’ho appena visto che ballava la breakdance.

Non ballava la breakdance, disse lei, era caduto a terra e si contorceva dal dolore.

Ah.

Ma che cosa è successo?

Era successo che il ragazzo, alto com’era, non si era reso conto delle effettive misure degli archi in mattoni e ci aveva battuto una craniata epocale.

Lo portammo al pronto soccorso di un ospedale vicino, dove gli ricucirono la ferita sulla tempia.

A quel punto la giornata poteva considerarsi finita. Tornammo a casa.

La mattina dopo, nonostante tutto, i due amici partirono di buon’ora alla volta di Treviso su quel vecchio catorcio.

E arrivarono pure sani e salvi. 

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