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Il gattino siberiano

Qualche anno fa abbiamo cominciato a vedere un gatto nuovo, un altro, girellare nei campi sotto casa. Un giorno che ero andata giù con mamma per sistemare la pompa dell’acqua, abbiamo chiesto al rumeno se fosse suo.

Disse di no, che anche lui lo vedeva girare da un po’, che gli aveva dato dell’acqua e qualcosa da mangiare, ma non era suo.

Il gatto era bellissimo e molto dolce, si faceva avvicinare senza problemi e aveva un pelo di seta. Di sicuro aveva una famiglia da qualche parte.

In ogni caso, poco tempo dopo salì fino a casa nostra. Così toccò a me mettergli un ciottolino con l’acqua e un altro con il cibo e tenerlo alla larga dagli altri energumeni felini di casa. 

Fosse stato per me, l’avrei tenuto senza pensarci due volte. Mamma invece cominciò a martellarmi: questo gatto deve andare via, scrivi un appello per cercare i padroni, se non ci pensi te lo fo io ma lo metto nel bosco. E così via.

Qualcuno mi disse che in un certo ambulatorio veterinario c’era un appello per un gatto simile. Ci andai ed era vero. Cercavano proprio lui.

Un gatto siberiano.

Chiamai subito il numero indicato e, dalla descrizione che feci a un incredulo proprietario, sembrava proprio che fosse il gatto giusto. Poi misi giù e, come al solito in ritardo, pensai: azz, un gatto siberiano!

Uno di quei gatti che possono stare con gli allergici al pelo di gatto, uno di quei gatti che i figli di mia cugina vorrebbero comprare e per questo mettono da parte cinque euro su cinque euro per arrivare a mille.

Che bella sorpresa sarebbe stata per loro! 

Finita la telefonata tentai di rientrare in macchina, ma ero rimasta chiusa fuori. Era bastato che scendessi per guardare dentro all’ambulatorio lasciando dentro le chiavi che per qualche motivo erano scattate le chiusure automatiche. 

Meno male che avevo il telefono con me.

Richiamai il probabile proprietario del gatto e ci accordammo perché, dopo essere passato da casa mia a vedere se il micio era proprio il suo passasse nel posteggio del veterinario per aiutarmi a riaprire la macchina. 

Finalmente arrivò, su un grosso suv. Era un padre giovane con un bambino di sette-otto anni al fianco, con il gatto stretto in braccio.

Abitavano in un altro comune ma in linea d’aria la loro casa non era molto distante dalla nostra. Era più che plausibile che il gattino si fosse allontanato per qualche motivo e, solo attraversando alcuni campi, fosse arrivato direttamente fino da noi. 

I siberiani, mi disse il padre, in realtà erano due, entrambi cuccioli. Un giorno la famiglia era rientrata a casa e non li aveva più trovati.

Uno era ricomparso una settimana dopo, in un posto non molto lontano. L’altro invece, cioè il “nostro”, mancava ormai da una quindicina di giorni e avevano quasi del tutto perso la speranza di ritrovarlo.

Potevo immaginare la loro felicità. E la loro gratitudine, anche.

Mentre il babbo trafficava con la mia auto per riaprire lo sportello, mi avvicinai al bambino che teneva il gattino stretto in braccio. 

  • Fammelo salutare un’ultima volta, bello lui.
  • È di razza purissima, fu la risposta, abbastanza bizzarra, del bambino.

Mi feci dire il nome, un’inutile accozzaglia di lettere che mi sforzai di dimenticare subito.

Poi ci fu una metamorfosi. Il piccolo viso si trasformò in una maschera, i muscoli del collo e la mascella tutti tesi e la bocca contratta in un ghigno da grande.

  • Sono stati i vicini a portarlo via… lo so io, lo so, disse alzando il mento a rafforzare la sua accusa.

Non trovai alcuna parola con cui rispondergli.

Intanto il gattino si faceva accarezzare, morbido e rilassato. 

  • Ora però deve bere, ha sete. È tanto che non beve, disse ancora quel bimbo.
  • Come lo sai?, gli chiesi.
  • È fuori di casa da tanti giorni, ora deve bere e mangiare sennò muore.

Mi stavo innervosendo.

  • Ma guarda che a casa nostra ci sono altri gatti ed è pieno di ciotole di acqua e cibo, e lui ha mangiato e bevuto ogni volta che ha voluto. E anche quelli del campo di sotto che lo avevano visto prima di noi gli hanno dato da bere e da mangiare…, dissi con il tono metallico della rabbia trattenuta.
  • Ora devo chiudere il finestrino perché sennò scappa di nuovo, disse il nostro piccolo eroe, stringendo ancor più la povera bestiola a sé.

Ecco, se c’è una buona azione di cui mi sono pentita è questa. Anche se, a dire il vero, essendo cresciuta con la sindrome da Giovane Marmotta, di buone azioni di cui pentirmi ne ho collezionate un bel po’. In ogni caso sarebbe stato meglio telefonare ai bambini di casa e dire loro, ho trovato il gattino che cercate. Avrei avuto più soddisfazione. Probabilmente anche per il micio. E lo avrei chiamato Ivan, al posto di quel nome ridicolo da gatto di pezza.

Accanto al cartello del micio siberiano, nello studio veterinario, ce n’era un altro, di un gatto comune che si era perso, i cui proprietari promettevano una ricompensa per chi li avesse aiutati a ritrovarlo.

Il siberiano invece è stato riconsegnato gratis e senza un grazie, dopo essere stato accudito per giorni e pure con l’impegno della ricerca dei padroni.

La mia solita fortuna.

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Una pazza a giro per Venezia

Oggi, se vado a Venezia, mi perdo come un Pollicino senza sassolini. Ma c’è stato un tempo, una venticinquina di anni fa, che non era affatto così.

Al termine della mia prima sostituzione a Mestre un collega mi disse, e ora che programmi hai? Potresti visitare la Biennale d’Arte, ti accrediti gratis e puoi andarci tutti i giorni che vuoi.

Lo presi in parola.

Armata di una piantina della città, con il mio accredito in borsa, partivo ogni giorno in treno da Treviso, dove abitavo, per scendere alla stazione di Santa Lucia. L’estate stava per finire e la luce già pronta all’autunno rendeva a Venezia i suoi colori.

Iniziai dai Giardini della Biennale, poi passai alle mostre sparse tra chiese e palazzi. La mia vacanza artistica si arricchiva di giorno in giorno. Esaurite le esposizioni della Biennale, continuai a marciare per calli e campielli, visitando tutto il possibile.

Il collega mi aveva raccomandato di non perdermi le Scuole Grandi, San Rocco, San Marco, i Carmini. E poi ricordati, mi disse, del Tiziano in Santa Maria dei Frari.  

I primi giorni dovevo studiare la cartina abbastanza spesso. Quando i cartelli indicatori mancavano o non segnavano quello che cercavo io, mi fermavo, spianavo la pianta della città e cercavo di capirci qualcosa. 

Un giorno mi si avvicinò un tizio, grassottello con pancia, stempiato sul bianco-grigio, abbigliamento casual, chiedendomi se avessi bisogno di una mano. Anzi, attaccò direttamente con may I help you? Gli dissi dove volevo andare e lui mi suggerì di seguirlo, mi avrebbe mostrato lui la strada. 

Intanto cominciò con le domande, come mi chiamavo, da dove venivo, se volevo bere qualcosa.

No, grazie. Vado di fretta.

Ma a Venezia non bisogna avere fretta.

Purtroppo per lui all’epoca ero una ragazza che correva sempre, voleva fare più cose possibili e non si stancava mai. Per cui lo salutai e, anche se dovetti insistere ancora un po’,  finalmente riuscii a togliermelo di torno. 

Dopo un po’ quell’intricato labirinto di calli cominciò ad avere meno segreti per me. Avevo i miei punti di riferimento e potevo girare per tutta Venezia senza perdermi, da Castello a Cannaregio. Avevo imparato anche dove erano i ponti per attraversare il Canal Grande. 

Furono giorni intensi, pieni di arte, di spuntini ai bar dei musei, di lunghe camminate, di corse per non perdere il treno, di biscotti veneziani acquistati nei panifici.

Ogni mattina decidevo dove sarei andata quel giorno, ma il programma poteva anche cambiare, aggiungendo un monumento scoperto per caso o consigliato da qualcuno.

Ero famelica. Non avrei voluto perdermi niente di tutta quella bellezza. Venezia mi ossessionava con i suoi canali, le sue pietre e i tesori nascosti. Di tutte quelle visite fatte di corsa come un bulimico di arte, rimangono pochi ricordi affastellati l’uno sull’altro. Su tutti la mancata visita alle Gallerie dell’Accademia (per fortuna recuperata pochi anni fa) per gli orari incompatibili con i miei folli giri.

Ripensando a quei giorni in laguna, oltre a vedermi camminare sostenuta e decisa verso la mia mèta, esplodono come piccoli flash delle immagini isolate.

Una volta, mentre scendevo dal campanile della Basilica sull’isola di San Giorgio, un frate mi chiese se ero americana. A malincuore risposi di no, al tempo ero fissata con gli Stati Uniti, ma la domanda almeno mi mise di buonumore.

Quando uscii dalla casa museo di Peggy Guggenheim, che da allora è uno dei miei posti preferiti al mondo, scoprii che aveva fatto seppellire i suoi cani tibetani in giardino, dove riposa anche lei. 

Un altro giorno invece ero all’imbarco di piazza San Marco quando sentii qualcuno che diceva, may I help you? Mi girai e vidi il tizio, grassottello con pancia, stempiato sul bianco-grigio, abbigliamento casual, che tampinava un’altra turista.

Si vede che doveva essere proprio il suo mestiere. Chissà se gli rendeva, e come.

In ogni caso, non mi sforzai nemmeno di reprimere lo scoppio di risa e dentro di me ringraziai per essermene liberata in un attimo.

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Il verso della rana

La prima volta che montai a cavallo fu a Sibari, nel maneggio dietro al campeggio, durante le vacanze di seconda o terza liceo. L’istruttore faceva parte del gruppo degli amici della spiaggia così venne abbastanza facile accordarsi per delle lezioni che potemmo fissare, però, solo dopo aver superato la strenua opposizione di babbo, che sosteneva si trattasse di uno sport troppo costoso.

Al primo incontro l’istruttore mise le mani a cestino, mi disse di appoggiarci il piede destro e di infilare, alzandomi, il sinistro nella staffa. Sempre da sinistra, si sale, mi disse.

Poco prima mi aveva brontolato perché ero passata dietro ai cavalli. 

Non farlo mai più, disse. Per fortuna non ti è successo niente. Ma posso raccontarti di uno che passò dietro a un cavallo mentre portava una sella in braccio, e il calcio, oltre a sfondare la sella, lo fece volare per dieci metri.

Non avevo ancora iniziato e già avevo maturato il senso dello scampato pericolo.

In ogni caso, misi il piede sinistro nella prima staffa, sedetti sulla sella e infilai anche il destro. 

Poi fu la volta delle briglie, come si tengono e come si tirano per determinare la direzione del cavallo. Subito dopo, con il cavallo tenuto per una lunga corda, mi fecero girare in tondo, per prendere confidenza.  

Il cavallo andava al passo e io cominciavo a imparare come si stava in sella, come si dovevano usare i muscoli dell’interno coscia (qualche anno dopo qualcuno mi disse che si chiamavano muscoli della verginità e che si usavano solo per andare a cavallo. Oltre che per difendere la virtù, naturalmente). 

Poi l’istruttore disse, ora passiamo al trotto.

Fai il verso della rana.

Continuavamo a girare in tondo e il cavallo camminava tranquillo.

Continua con la rana, così parte il trotto. 

Niente.

Andammo avanti ancora un po’ con il fai la rana, perché il cavallo non parte? Poi l’istruttore mi chiese, mi fai vedere come lo fai il verso della rana?

E io: waaaa, waaa, come la rana dalla bocca larga.

Ma no, non è così, disse. Il verso si fa arrotolando la lingua verso il palato e schioccandola. Prova.

A quel punto il cavallo partì e io dovetti imparare la difficile arte di adattarmi al suo ritmo senza battere troppe culate. 

Qualche giorno dopo, ero stesa su una sdraio a leggere un libro e babbo mi disse, o che hai combinato lì didietro? Mi guardai le cosce e vidi che erano completamente nere. Un unico enorme livido. Evidentemente sul ritmo del trotto c’era da lavorare ancora un po’. 

Un giorno mi vennero a cercare in campeggio. 

Eugenio ha chiesto di te. È a letto con la febbre a quaranta. 

Ma che è successo?

È caduto da cavallo e si è rotto un braccio. Ha battuto anche la testa ma niente di grave.

A sedici anni il mio istinto infermieristico era abbastanza sommerso. Altri istinti invece, legati anche al fatto che Eugenio era il ragazzo più bello del mondo con quei due laghi verdi al posto degli occhi, mi fecero correre a casa sua, dove lo trovai a letto, in semi delirio, circondato da servitori adoranti. Le operazioni erano dirette dall’inflessibile mamma, quella che anni dopo mi avrebbe fatto il terzo grado al telefono, rifiutandosi di darmi il nuovo indirizzo del figlio.

Che ci facevo io lì? 

Ermengarda, è arrivata Ermengarda, disse Eugenio. Ermé, siedi sul letto e stai qui con me.

Già, in quella vacanza calabra a un certo punto cominciai ad essere chiamata Ermengarda dopo che qualcuno durante le presentazioni aveva detto stupito, noooo, ma davvero ti chiami Simona? Non ci posso credere. 

Infatti mi chiamo Ermengarda, dissi io. E da allora…

Eugenio era il figlio di un commerciante di un paese vicino. Ai ragazzi del gruppo non piaceva. Troppo bello, troppo ricco, troppo di tutto. Con le ragazze il discorso era diverso.

Gli chiesi della caduta. Ma insomma, come è successo? Anche perché lui era bravo, mica uno che faceva la rana dalla bocca larga.

C’era stato uno scarto improvviso del cavallo, uno stivale si era incastrato nella staffa e lui era finito giù per terra.

Mi dissero che chiedeva sempre di me, così tornai diverse volte a trovarlo. La mamma preparava il tè e controllava dalla porta.

Qualche tempo dopo fu lui a telefonarmi dicendomi che sarebbe venuto a Siena con la gita della scuola. Quella volta ci trovammo in piazza del Campo, a Fonte Gaia. Io ero con un’amica, facemmo un giro, bevemmo una Coca e poi lo riaccompagnammo al pullman. 

Non l’ho più rivisto. E non ho più avuto il suo numero di telefono.

Non credo che la mamma fosse preoccupata tanto per le ragazze che giravano intorno al figlio. Ho sempre avuto l’impressione che si trattasse di altro, qualcosa di molto serio. L’ho sentita troppo guardinga al telefono. Terrorizzata, forse.

Non bastava che fossi l’Ermengarda di un’estate, quella che il figlio voleva accanto a sé mentre era bloccato a letto per la caduta da cavallo. Per evitare certi pericoli, immagino, serve ben altro.  

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Un’estate a cavallo

Negli anni del liceo sognavo di lavorare d’estate in una stalla in Inghilterra per imparare a cavalcare. Babbo ne parlò con un suo amico che aveva un maneggio. Mi disse di non andare che mi avrebbero trattato come una schiava. Potevo semmai andare da lui sulle Colline Metallifere. Avrei aiutato nelle stalle, cavalcato e tutto quanto.

Nell’estate di quarta liceo babbo mi accompagnò all’hotel dell’amico dove sarei rimasta per un po’.

Mi fu assegnata una camera, cenai al tavolo con loro e andai a dormire. La mattina dopo l’appuntamento era alle stalle per le sei. Non stavo nella pelle.

La figlia, di qualche anno più grande di me, mi insegnò come si lavano i cavalli, bruschino e movimenti circolari. Imparai a distinguere il morso dal filetto, a mettere sella e briglie. Al cibo e al giaciglio ci pensava un inserviente, noi preparavamo i cavalli per le passeggiate. A Sibari avevo già imparato a fare il verso della rana per stimolare il cavallo e a non trovarmi mai dietro di lui. Nel caso si posizionasse rivolto col posteriore, avrei dovuto dargli una pacca sul fianco e dirgli “poggia, poggia”.

Il primo giorno facemmo un giro di un’oretta o poco più. Con il ritorno in stalla, dopo aver messo i cavalli nei box, c’era da sistemare i finimenti, da ungere il cuoio di selle e briglie, lavare morsi e filetti. 

Nel pomeriggio, tornata in hotel, mi buttai sul letto per digerire tutte quelle emozioni e la fatica.

A un certo punto fui svegliata dal telefono. La voce della nonna mi intimava di scendere subito, che mi stavano aspettando. Ma non è ancora l’ora di cena, dissi io.

Infatti devi venire giù ad aiutare, non penserai mica di passare tutto il tempo a dormire?

La nonna era la mamma del proprietario, una signora magra e pallida che gestiva la cucina e il ristorante con polso fermo e piglio dittatoriale. Era impossibile, oltre che sconsigliabile, non eseguire i suoi ordini.

Scesi ad aiutare. C’era da tagliare il pane e riempire i cestini, sistemare i tavoli, mettere le ampolle e cose del genere.

Per cena, disse la nonna orgogliosa, c’è l’acquacotta con l’uovo di anatra. Lei la faceva con l’ortica, una fetta di pane nero e sopra l’uovo, che aveva avuto eccezionalmente non so da chi. Per anni ho creduto che quella fosse l’unica versione dell’acquacotta.

Dopo aver servito ai tavoli e preparato i caffè, rigorosamente liofilizzati, potei finalmente crollare a letto, aspettando la sveglia, troppo vicina, per tornare nelle stalle e ricominciare la giornata al maneggio.

Fra i cavalli ce n’era uno nero, Arno, che aveva avuto qualche problema di salute e gli antibiotici, mi spiegò la figlia, lo avevano trasformato, rendendolo irritabile e imprevedibile. Fra gli ospiti di quel periodo c’era anche un tizio che si atteggiava a provetto cavallerizzo. Lui voleva sempre montare Arno. Andavamo in passeggiata, al passo, al trotto, e Arno impennava, saltava come in un rodeo. Il cavallerizzo si vantava di essere l’unico in grado di gestirlo ma, mentre gli altri lo guardavano ammirati, la figlia rimaneva seria. Secondo lei lo faceva apposta, di farlo scatenare, per fare il fenomeno, ed era molto preoccupata per il cavallo.

Un giorno partimmo per una gita in montagna. Dopo alcuni tornanti in salita ci fermammo in una radura erbosa per far pascolare i cavalli e riposarci un po’. Subito dopo, il paesaggio cambiava drasticamente. C’erano solo ripidi pendii lastricati di pietroni aguzzi. 

Mentre ero in groppa a Frida, la cavallina grigia che mi era stata assegnata, tutt’a un tratto mi sentii volare per aria e capitombolai a terra, sull’erba. Mi rialzai, per fortuna non mi ero fatta niente. Mentre i cavalli brucavano, Frida aveva avvicinato il muso al posteriore di Arno che le aveva sferrato un calcio. La cavallina si era impennata e io ero caduta. Tutto era successo in pochi secondi. 

Non bisogna mai rilassarsi quando si è a cavallo, nemmeno da fermi, mi dissero.

Risalii in sella e Frida partì al trotto. Non sulle salite, ma verso la stalla. La figlia mi rincorreva e mi spiegava come dovevo fare per gestire il cavallo. Io però, terrorizzata, ero completamente in sua balìa. Avevo davanti agli occhi i pietroni aguzzi su cui non ero precipitata solo per pochi metri e tremavo dalla paura.

Il cavallo lo sente, mi diceva, devi stare tranquilla. Eh, è un discorso…

Dai, dissi, proseguite voi. Io riporto il cavallo in stalla e sto in albergo.

Non è possibile, devi venire con noi. Non si fa così, i problemi vanno affrontati subito.

Alla fine, a forza di insistere, riuscii a far girare Frida e ad accodarmi al gruppo. 

Arrivammo alla mèta ma non mi godei affatto la passeggiata. 

A parte quando ci fermammo in una radura e il figlio ci raggiunse con il furgone con il pranzo, pane, pomodori e pecorino. Mai mangiato niente di più buono.  

Quando tornammo in albergo, però, telefonai a babbo e gli chiesi di venirmi a riprendere.

La stagione con i cavalli per me era chiusa. 

La notte cominciai ad avere un incubo, sempre lo stesso. Dormivo su una brandina in mezzo alla stalla, intorno a me i cavalli rivolti dalla parte di dietro. Il cerchio si stringeva e le loro zampe erano sempre più vicine, pronte a scalciare. Io gridavo: Poggia, poggia, poggia!

Ma la parolina magica non funzionava, loro si avvicinavano sempre di più e io mi svegliavo in un bagno di sudore.

Dal maneggio mi invitavano a tornare. Quel trauma doveva essere superato o mi sarebbe rimasto addosso per sempre. 

Dopo un po’ decisi di riprovare. 

Avevo imparato a stare sempre all’erta, una volta in sella, e non mi rilassavo mai, ma tutto sommato andò bene, perché trascorsi ancora dei bei giorni e ripresi contatto con i cavalli, superando il terrore che mi era entrato dentro.

Intanto erano cambiati gli ospiti. Il fenomeno era partito. C’erano una famiglia di Milano, babbo mamma e due figli piccoli, e una signora di mezza età, elegante e molto propensa alla conversazione. 

Era cambiato anche il mio cavallo di riferimento. Non più Frida, ma un bel sauro di cui non ricordo il nome.

Un giorno portammo gli ospiti a vedere il Palio di Siena. Entrammo in piazza del Campo dall’Onda, nella fiumana di persone di via Duprè, ultimo accesso prima della chiusura dei cancelli.

La piazza sembrava un calderone. Ogni tanto si apriva un varco tra la folla per far passare i soccorritori che portavano via qualcuno che si sentiva male. Finito il corteo storico, fu il momento della corsa, con le solite urla e i fazzoletti di contrada sventolati all’impazzata. Vinse il Leocorno.

Accanto a noi c’erano le citte della Chiocciola, che piangevano come fontane. La signora di mezza età cercò di consolarle, chiedendo loro che cosa fosse successo di tanto grave, ma non fu degnata di uno sguardo.

La mia permanenza al maneggio proseguiva in modo abbastanza tranquillo. Dopo la sveglia all’alba e la colazione, scendevo alle stalle. Andavamo per terreni impervi e le cavalcate erano quasi sempre al passo o al massimo al trotto. Quando il bosco si faceva più fitto dovevamo schiacciarci in avanti aderendo alla schiena del cavallo per non sbattere contro i rami.

Un giorno il giovane babbo della famigliola ci sbattè davvero contro un ramo e cadde a terra lussandosi una spalla. Quella volta la gita finì presto.

Una volta invece tutto d’un tratto, usciti da un sentiero alberato, ci trovammo di fronte a un grande prato pianeggiante. Fino ad allora non c’era mai stata l’occasione di andare al galoppo. La figlia mi disse, vai, è il momento.

Il cavallo partì come se non aspettasse altro. L’andatura spigolosa del trotto si smussò nell’onda dolce del galoppo. Volavamo insieme, io e il cavallo, come se quel campo non dovesse finire mai. 

Deve essere questo, credo, che si intende quando si parla di libertà.    

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Collotorto

Ho preso il mio primo gatto ancor prima di trasferirmi in campagna. Freeday era una gattina grigia tigrata che trovai alla Rocca di San Gimignano un giorno che ci ero andata da sola in motorino dopo un litigio con il mio ragazzo. Era così piccola da entrare nel bauletto di vimini che usavo come borsetta. Per tutto il viaggio miagolò a pieni polmoni col capino fuori ma alla fine arrivammo a casa sani e salvi. I primi mesi furono un po’ complicati. Ricordo che la mattina quando andavamo in cucina a fare colazione trovavamo sempre qualche nuovo disastro. Soprattutto barattoli rovesciati con il contenuto sparso ovunque. D’altra parte quelli non erano ancora tempi da gatto in casa. Il gatto era un animale da giardino o da campagna, infatti l’avevo preso proprio in vista della nuova casa. 

E poi non esisteva ancora il merchandising felino di oggi, non c’erano morbide cucce, lettiere coperte e sassolini di tutti i tipi, cibo variegato, negozi specializzati. I gattini si trasportavano nelle scatole da scarpe dopo averci fatto due buchi per farli respirare, per i bisogni c’era una cassettina in terrazza con la segatura e la pappa si comprava in barattoli grossi (da aprire con l’apriscatole) dai venditori di attrezzi per il giardinaggio.

Anche i croccantini dovevano ancora arrivare.

In ogni caso Freeday stava proprio bene.

Quando finalmente ci trasferimmo in campagna aveva già qualche mesetto, per cui appena arrivò la stagione giusta andò in calore. All’epoca non si usava nemmeno sterilizzarli, i gatti.

Una volta nati i gattini si cominciava con il passaparola fra i conoscenti, a volte si faceva pubblicare un trafiletto sul giornale.

Secondo il conteggio della mia sorella, Freeday di gattini ne avrebbe fatti cinquantaquattro in tutta la sua vita. Non so se nel conto rientra anche la cucciolata dei quattro che morirono, forse perché la mamma, ormai stremata, non ce la faceva più a nutrirli.

I gattini erano sempre diversi, secondo il padre del momento. Ogni tanto ne nasceva uno grigio fumo. Qualcuno ci aveva detto che era tipo certosino. Oltre al colore, si distingueva anche per il carattere, ancor più fiero e indipendente. A me sarebbe tanto piaciuto tenerne uno così, ma ogni volta, per ordine di mamma, dovevamo darli via tutti. I certosini andavano a ruba, ma alla fine anche gli altri trovavano sempre una nuova famiglia.

Freeday non sceglieva nemmeno sempre lo stesso posto per partorire. A volte andava nella legnaia, a volte nel garage. 

Una delle prime cucciolate venne alla luce nella parte esterna a nord della casa, sotto il poggio di tufo. Freeday si era sistemata dentro il guscio di un vecchio fornello a gas da campeggio appoggiato su un tavolino. Siccome il precedente inquilino ci aveva raccontato che intorno casa di notte giravano le volpi e una volta gli avevano mangiato tutti i gattini, prima di andare a dormire abbassavamo il coperchio per farli stare al sicuro.

Una mattina, andando a rialzare il coprifornello, mi accorsi di una testolina bianca e nera che ciondolava fuori. Sembrava un gattino decapitato. 

Urlai. Alzai il coperchio e controllai. Era vivo! Si muoveva, aveva il corpicino caldo. Gli era solo rimasto il collo completamente storto.

Ma chi era che aveva cercato di ucciderlo così?

Babbo, mortificato, ammise la sua colpa. Naturalmente non aveva cercato di uccidere nessun gatto.

Simona, disse, c’era buio e non avevo preso la pila, non ho visto che uno era rimasto mezzo fuori, ma non l’ho fatto apposta.

Insomma, venne fuori una mezza tragedia.

Però il gattino continuava a vivere come se non gli fosse successo niente. 

Nonostante il collo torto, giocava e saltava. Faceva esattamente tutto quello che facevano i fratellini.

Mamma cercò di sdrammatizzare scherzandoci su e siccome per ogni cosa che riguardava il gattino citava la locuzione latina obtorto collo, alla fine il micio fu battezzato Collotorto.

Quando i gattini ebbero l’età sufficiente per essere dati in adozione cominciarono a venire le persone a vederli.

Ovviamente Collotorto sarebbe rimasto con noi. Chi mai avrebbe voluto prendere un gattino così? E poi, sarebbe sopravvissuto ancora a lungo? Che vita lo aspettava?

Ci facevamo queste domande ogni giorno, mentre lui se ne faceva un baffo e continuava a crescere come gli altri.

I primi che si presentarono furono una ragazza col fidanzato. Non ricordo come ci avessero trovati, se avevano a che fare con gli alunni di mamma e babbo, se erano clienti del negozio di zio o se avevano letto l’appello sul giornale.

In ogni caso mostrammo loro con orgoglio i tre gattini sani, tutti bellissimi. Da una parte c’era anche Collotorto, di cui raccontammo la tragica sventura, ma dando per scontato che lui, poverino, fosse fuori dai giochi.

Ricordo che il momento della scelta si protrasse per un bel po’. La ragazza non riusciva a decidersi su quale gattino volesse prendere. E noi lì a decantare i pregi delle femmine e subito dopo quelli dei maschi, a tessere le lodi del mantello pezzato e poi di quello tigrato. 

Lei non diceva nulla, sembrava pensare ad altro. 

Alla fine puntò il dito verso uno dei gattini e disse: ho deciso, voglio quello.  

Era Collotorto.

(foto di Asvero Pacini)

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Storia triste della gatta bambina

La prima volta la vidi in un pomeriggio di sole d’inverno mentre tornavo a casa in macchina dal lavoro. Faceva spavento. Secca sfinita, piena di fango e con il musetto insanguinato. Eppure trotterellava, in salita, verso casa nostra.

Mi rammentai di quello che diceva mamma da qualche giorno. “Ce n’è un altro. Ora, oltre alla gattina bianca e nera ce n’è anche uno piccino a macchie rosse”. Era lui.

Non è che a casa nostra non amiamo i gatti. Anzi. Ne abbiamo otto e tutti, a parte Ercolino, sono arrivati da soli. 

Semplicemente vorremmo mettere fine a questo pellegrinaggio visto che la cura di questi animaletti, come è naturale, richiede tempo, attenzione e anche una certa spesa.

Il gattino nuovo moriva di fame. Si lanciava contro la porta finestra della cucina di sopra e miagolava fortissimo reclamando un po’ di cibo con le fauci spalancate. Gli altri gatti lo evitavano.

Quel giorno decisi di prendermene cura. Lo presi e provai a lavarlo passandolo in un catino di acqua calda. Lui inizialmente oppose resistenza. Protestava con quegli zampini secchi senza un filo di carne e le unghiette che si vedevano partire fin dal piedino, ma senza troppa convinzione. O forse senza troppa energia.

Fu allora che ci accorgemmo che era una femmina. E anche che quello sporco di cui era imbrattata dalle zampe in su non era fango. L’odore che emanava era impossibile ma pian piano, a forza di spugne e cencini, un po’ veniva via. 

Purtroppo si vide anche che era piena di pulci (il pelo ne era infarcito all’inverosimile) e infiammata e che la codina, secca come quella di un topolino, era tutta spellata per un bel pezzo nella parte interna.

Chissà da quanto tempo la bestiolina era in queste condizioni. Piena di diarrea, senza nemmeno il naturale istinto felino di mantenersi puliti. A vederla sembrava una cucciolotta.

Avrà avuto cinque-sei mesi, non di più. Intanto però il musino era tornato pulito, mostrando che quelle che sembravano ferite in realtà erano solo macchie e accumulo di sporco. 

La responsabile di una struttura per gatti mi suggerì di portarla a una veterinaria, che poi l’avrebbero presa loro. 

Finii di asciugarla. Era pur sempre inverno e non avrei mai voluto che l’umidità le avesse causato qualche problema.

La presi in braccio, avvolta in un asciugamano, e la passai delicatamente sotto il phon. Iniziò subito a fare le fusa anche se ogni tanto, forse quando mi avvicinavo un po’ troppo, tentava di scacciare quell’apparecchio con gli zampini. 

Il lavoro non era venuto proprio perfetto, ma la situazione era decisamente migliorata. Mentre la afferravo per portarla dal lavandino, dove le avevo dato le ultime passate di acqua, fra le mie braccia, mi venne in mente quella volta che mamma chiamò a casa un cuoco emiliano per farsi preparare il pollo in galantina. L’avrei chiamata Galantina, pensai.

Rimanemmo in attesa dalla veterinaria per un po’ mentre Galantina spezzava i primi cuori. Dopo il mio ora era il turno di una signora con un simpatico gatto bianco e nero dalla macchia a neo sul musetto. Misi la gabbietta di Galantina sul trespolo sotto alla sua e quella donna cominciò ad accarezzarla dalla retina. 

Questa avrà almeno cinque-sei mesi, disse. Poi scoprì che dalla mascella sinistra spuntava un dentino, come se uscisse dall’osso. Me ne ero accorta anch’io, pulendola, ma non avevo verificato più di tanto. Galantina si faceva accarezzare, felice, facendo le fusa come un trenino.

La veterinaria la sistemò dentro una super gabbia, con la copertina e la lettiera e le dette del cibo per problemi gastrici, sul quale lei si gettò a capo fitto.

Il giorno dopo seppi che stava bene e che gli esami Fiv e Felv erano negativi. Tirai un sospiro di sollievo.

La veterinaria aveva detto, è sana, questa deve solo mangiare, poi diventerà una gatta bellissima.

Sul libretto scrisse che si chiamava Capocchia, dal nome del posto dove era stata trovata. Io dissi che avrei voluto chiamarla Galantina. Va bene, si chiamerà Capocchia Galantina. 

Un nome tanto altisonante e assurdo da suscitare quantomeno un sorriso. 

Per giorni non ho saputo più niente di Capocchia Galantina. Ho pensato che la veterinaria e le volontarie fossero impegnate con tutti i loro animali e non avessero tempo di stare ad aggiornare me. Nessun problema, avrei chiesto più avanti.

Intanto, ne ero sicura, lei stava mangiando le sue pappe speciali e si impegnava per diventare sempre più bella e in carne.

Ieri ho saputo che Capocchia Galantina non c’è più. Non so bene come è andata. Mi hanno detto che in realtà era una gatta anziana. Ho immaginato la lunga vita terribile di questo esserino emaciato e sporco, rimpiangendo di non avergli potuto donare un tempo maggiore di cure e affetto.

Una volontaria mi ha detto che il fatto che non sia morta da sola è già qualcosa.

Sarà, ma io piango ancora per te, Capocchia Galantina, e per la tua piccola vita buttata via.   

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Che botta, Gattaccio!

Hey, Gattaccio, sì dico a te. A te con quel musone grosso e quelle zampotte lunghe, i muscoli belli tesi, il manto che pare un tappeto e quella coda mozza.

Che botta!

Eravamo rimasti a quasi due mesi fa che dovevamo andare dal veterinario e tu ti ribellasti e mi conciasti per le feste. E rimanemmo qualche tempo senza “parlarci”, noi due.

Proprio te, che da quando ti abbiamo soccorso sei diventato il gatto adesivo fuori dalla mia porta di casa. Per un po’ ti ho dato il cibo e l’acqua, quello sempre, ma il feeling fra noi era un po’ evaporato. Poi i graffi si sono richiusi e le ferite rimarginate e tutto è tornato come prima, con te che appena mi avvicino al muretto arrivi di corsa per strusciarti contro le mie gambe ma ti ritrai se cerco di toccarti io quando sei sotto al tavolo.

L’altro giorno ce l’abbiamo fatta. Siamo andati dal veterinario. Sono riuscita a distrarti, tu hai avuto fiducia, ti sei fatto prendere in braccio e ti ho infilato nel trasportino. Poi ti ho dovuto dare due perette di sedativo perché stavi abbaiando come un cane e non so come avremmo potuto resistere fino dal veterinario.

Appena saliti in macchina (ti ho messo nel bagagliaio, non fidandomi nemmeno del sedativo) hai scaricato riempiendo l’abitacolo di un odore nauseabondo che mi ha accompagnato per tutto il viaggio. Hai riempito dello stesso odore la sala di attesa finché non ho preso il lungo rotolo di carta e il disinfettante e ho cercato di ripulire tutto quel disastro.

Poi ti hanno visitato. A te che ciondolavi sedato come un carciofone, il vet (la vet in realtà), ha prelevato il sangue e ti ha fatto tutti gli accertamenti che in vita tua, quando eri un gattaccio libero e selvatico, nessuno si è mai sognato di farti. Fai sempre un certo effetto sai, se anche da sedato la vet ti ha coperto il musone con una mascherina che mi parevi Hannibal Lecter.

Però, però… Io credevo che sarebbe stato il giorno del tuo ingresso nella società censita dei gatti, che avresti avuto il tuo libretto, il tuo vaccino. E li hai avuti, certo.

Ma in quel giorno maledetto hai avuto anche qualcosa in più. Hai preso la patente di FIV e FELV e, ora che ti avevamo trovato e ci stavamo attaccando così a te, per tutti noi è stata proprio una bella botta.

Per te che cosa cambia? Saperlo, niente. Tu continuerai a fare la tua vita fino a quando la natura te lo permetterà. Noi potremo alleviarti questi anni che ti rimangono da vivere curandoti nel miglior modo possibile. Che in fondo del doman non v’è certezza per nessuno e la vita randagia alla fine presenta sempre il conto.

A proposito. Quanti anni hai? Secondo la vet fra cinque e dieci (che sarebbe come dire fra trentacinque e settanta), un bel range per un gatto.

Insomma, Gattaccio, è iniziato il riposo del guerriero. Speriamo che sia lungo e il più possibile senza dolore.

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La svolta buonista di Gattaccio

Era da un po’ che avrei voluto scrivere questa cosa. Oggi mi decido a farlo, finalmente, perché domani sarebbe troppo tardi.

Domani Gattaccio va dal veterinario come se fosse un gatto normale, e non quel malandrino patentato che è stato fino ad ora. Quindi faremo tutte le analisi, quelle che secondo l’altro vet, quello che gli ha tagliato la coda, erano inutili e dispendiose perché in fondo era solo un gatto selvatico.

E invece Gattaccio, contro ogni previsione (esclusa quella ormonale, ovvio), si è accasato e si avvia a diventare un gatto pericolosamente normale.

Il primo passo è stato quello di stabilirsi fisso nella piccola aia fuori da casa mia. Ma quello, abbiamo pensato tutti, era più un problema di reperimento cibo. Stando lì fuori Gattaccio poteva miagolare incessantemente ogni volta che mettevo il naso fuori e reclamare cosi la sua pappa a tutte le ore.

Però era sempre il solito gatto scontroso e ogni volta che mi avvicinavo per dargli un buffetto faceva dei salti all’indietro che pareva avesse mangiato una molla.

Poi ho notato che qualcosa era cambiato. Quando mi avvicinavo Gattaccio mi guardava e non si allontanava. Una volta è successo che dopo avergli dato da mangiare mi sia accucciata accanto a lui. E lui ha cominciato a strusciarsi contro le gambe della sedia avvicinandosi sempre più a me. Quando gli ho messo una mano sul capone non si è ritratto anzi, ha anche pigiato un po’ (chi ha un gatto capirà che cosa intendo). Incoraggiata, ho azzardato una carezza sotto il muso. E lui ci stava. Dopo un po’ l’ho addirittura preso in braccio.

E lì ho capito che qualcosa era definitivamente cambiato. Incredibile. Gattaccio faceva le fusa!

I miei gatti però non si fidano di lui. E Gattaccio ne soffre.

Ogni volta che Ercolino o Agatha entrano o escono di casa, attraversando il territorio da lui presidiato, si fa loro incontro pietendo spudoratamente delle attenzioni.

È un Gattaccio senza dignità, ma bisogna capirlo. È sicuramente la prima volta in vita sua che sente qualcosa come una carezza o un po’ di calore. Si vede che son cose che gli piacciono ma che allo stesso tempo non sa bene come affrontare.

Ercolino comunque lo picchia. Gli allunga delle zampate sul muso che Gattaccio incassa come un vecchio pugile ormai fuori dal ring.

Agatha gli soffia, invece.

Lui no. Lui continua a girar loro intorno, trotterellando su quelle zampette storte da calciatore, sperando di farsi degli amici gatti, anche lui.

Povero Gattaccio. L’isolamento selvatico in cui è vissuto finora gli ha fatto anche dimenticare le regole della sua specie. Quale gatto va in cerca di amicizia felina?

Gattaccio fa una tenerezza che nemmeno vi immaginate. Ora ha preso anche a strusciarsi alle persone. Almeno a me. Non bisogna chiedere con lui. Basta mettersi seduti sul muretto e far finta di far niente. Lui sulle prime scapperà poi, vedendovi fermi, si avvicinerà incuriosito e comincerà a strofinarsi alle vostre gambe. Lo farà a modo suo, con quella tenerezza brusca che ha imparato da poco, con movimenti a scatti e senza sinuosità felina. Poi voi, inteneriti, alzerete la mano per dargli una carezza su quel testone e lui, impaurito, ricordando qualcosa di brutto, scapperà. Per poi riavvicinarsi e ricominciare da capo.

Oggi è il suo ultimo giorno da clandestino. Domani avrà anche lui un documento di identità, un vaccino, un suo posto nel mondo.

Da quel Gattaccio che è.

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Tutto quello che avreste voluto sapere su Gattaccio ma…

Chiedo scusa. Questo è un post che avrei dovuto scrivere mesi fa, per aggiornare tutte le persone gentili che mi chiedevano notizie su Gattaccio. Lo faccio ora.

Ricapitolando, verso la fine di marzo questo gatto inselvatichito che girava per le campagne intorno casa nostra passando ogni tanto a reclamare un pasto, si è presentato con una coda scarnificata e quasi spezzata. A occhio, doveva essere rimasto imprigionato in una tagliola e si era fatto male cercando di fuggire, oppure un’anima buona (buona con tutti i distinguo del caso), lo aveva liberato in quanto non rappresentava la preda cercata.

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In ogni caso la situazione si presentava disperata. Gattaccio era un gatto assolutamente refrattario al contatto umano. Era impossibile, non dico acciuffarlo, ma anche solo fargli una piccola carezza. Il minimo contatto, o anche un semplice avvicinamento, lo facevano scappare con un balzo.

Chiesi consiglio tramite Facebook alle volontarie di un gattile della zona, i Cassiopei, che mi invitarono a prendermi cura di lui al più presto portandolo da un veterinario perché la ferita era veramente brutta e avrebbe potuto portare a infezioni e conseguenze nefaste per la vita del povero Gattaccio.

Mi indicarono il nome di una volontaria di un’altra associazione, A-mici miei, più vicina geograficamente, che appena contattata venne subito a casa mia con la gabbia trappola. Io ero sinceramente convinta che Gattaccio non ci sarebbe mai cascato. E invece, dopo alcune prove in cui mettevo il cibo all’interno ma senza azionare il meccanismo automatico di chiusura, trovai il prigioniero acquattato e silenzioso all’interno della gabbia di ferro.

Subito schizzai verso l’ambulatorio veterinario convenzionato consegnando il povero Gattaccio alla dottoressa che gli avrebbe non solo tagliato la coda ma, ahimè, anche la dotazione virile.

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Lo ripresi la mattina dopo con il posteriore alleggerito e ricucito e la raccomandazione da parte della vet di liberarlo subito e allo stesso tempo dargli l’antibiotico due volte al giorno.

Il primo pasto dopo l’intervento andò alla grande. Gattaccio, appena liberato, anziché rifugiarsi chissà dove, si piazzò al solito posto nella piccola aia fuori dalla mia porta e, oltre alla medicina, si sbafò ben quattro bustine di cibo umido che, detto fra noi, non aveva mai visto nemmeno da lontano, dal momento che fino ad allora gli erano riservati gli avanzi nostri e degli altri gatti oltre a qualcosa che riusciva a sgraffignare introducendosi in casa di soppiatto.

La sera però non si fece vedere e saltò quindi la seconda metà di antibiotico che gli sarebbe spettata. Tornò il giorno dopo, e ancora si prese medicina e pappa doppia o tripla, ma senza ritornare la sera. Successe la stessa cosa per altri tre giorni. Gattaccio si presentava la mattina, impaurito e dolorante, con tutto il didietro ricucito. Mangiava pappa e pasticca (ma quante ne ho buttate, preparate per lui nel caso si presentasse a sorpresa) e poi non si faceva vedere fino al giorno dopo.

Poi sparì per due giorni interi. Nel frattempo le mie notti procedevano in modo abbastanza insonne e agitato. A ogni minimo rumore mi alzavo e andavo a controllare se fosse arrivato Gattaccio per potergli dare la medicina come avrei dovuto fare per almeno sette giorni di fila, due volte al giorno. Invece eravamo completamente fuori regola. E io vivevo nell’angoscia che la ferita alla coda potesse suppurare e creare infezione.

Le volontarie poi mi avevano avvisato che, dopo il taglio della coda, avrebbero potuto presentarsi anche problemi nella minzione, aspetto che mi era però assolutamente impossibile verificare data la fuggevolezza del micio. E mi avevano anche spiegato che anziché lasciare Gattaccio libero dopo l’intervento sarebbe stato meglio tenerlo qualche giorno in una gabbia pollaio per potergli somministrare le cure con regolarità.

Ma ormai era andata così. Gattaccio, abituato a una vita libera e selvatica, continuava a fare quello che gli pareva seguendo soltanto il suo istinto. Tornò soltanto un’altra volta, dopo quei due giorni di assenza, mangiò, prese la medicina e sparì. Stavolta per molti più giorni.

Dio che angoscia. Non potevo credere che dopo aver fatto tanto per salvarlo dall’infezione alla coda, la convalescenza sbagliata avesse causato quello che non volevo nemmeno immaginare.

Gattaccio non veniva più. Né a mangiare, né per altro. Era semplicemente sparito.

Passarono i giorni e di Gattaccio nemmeno l’ombra.

Per chi non lo sapesse, l’anno scorso Gattaccio rimediò una ferita da guerra durante lo scontro con un suo simile. Aveva una sorta di cotoletta che gli pendeva dal collo dove risaltava una bella fetta di carne viva. Con i giorni la cotoletta diventò scura di polvere, peli e sangue, mentre la ferita pian piano si rimarginava. Alla fine la cotoletta cadde e Gattaccio ritornò praticamente come prima, solo con una medaglia incisa sulla pelle.

Era un gatto forte, se la sarebbe cavata anche stavolta. Ma allo stesso tempo non potevo sapere quante vite, oltre a quella a cui avevo assistito io, si fosse già giocato.
All’improvviso Gattaccio tornò a reclamare un po’ di cibo. Pareva stesse bene, era bello snello e con il corpicino sodo e muscoloso di sempre.

Qualcosa era cambiato in lui, però. Aveva perso l’aria un po’ guascona del gatto che non deve chiedere mai e aveva sviluppato, per contro, un miagolio lamentoso con cui mendicava cibo in continuazione. Insomma, mi era partito che era un bandito, un Ghino di Tacco, e mi tornava in versione reddito di cittadinanza.

Ora Gattaccio vive fisso sul mio terrazzino, mangia due volte al giorno cibo umido (il doppio rispetto ad Agatha e Ercolino) e una volta o più gli toccano anche i croccantini. Quando c’è stata la scossa forte di terremoto, qualche giorno fa, è arrivato subito dopo, all’una di notte e ha miagolato pretendendo la sua dose di cibo. Forse la paura gli aveva fatto venire una botta di fame nervosa.

Che triste fine che ti è toccata, caro povero Gattaccio.

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Gattaccio

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Probabilmente non ci crederete ma l’anno scorso ho passato l’estate con una cotoletta sul groppone. Tutta roba mia. Era un grumo di carne e pelo, frutto di uno scontro con uno di quei bulletti che ogni tanto trovo sul mio cammino. Quella volta però ne avevo buscate davvero tante.
Per fortuna avevo il mio posto segreto dove leccarmi le ferite perché non ero messo molto bene. Quel ceffo mi aveva conciato per le feste. Spero che anche lui si sia ricordato a lungo di quello che gli ho lasciato io. Intanto, però, dovette passare del tempo prima che mi rimettessi. Non avevo nessuno che mi portava da mangiare e se ogni tanto non fossi uscito in cerca di un topastro o un uccellino da mettere sotto ai denti, ora non sarei certo qui a raccontarvela.
Dopo un po’ le cose cominciarono ad andare meglio. I graffi non mi facevano più tanto male e potei ricominciare a girellare lontano dalla tana. Però mi era rimasta quella cotoletta penzoloni. E me la portavo dietro come una medaglia. Finché non l’ho persa.
Intanto ero diventato secco come uno stecco. I miei zamponi ormai erano un ricordo di tempi migliori, così come tutto il resto.
Fu allora che decisi che avrei stazionato un po’ di più intorno a quella casa dove c’era sempre qualcosa da mangiare. E soprattutto dove nessuno mi aveva mai tirato un calcio.
Farmi toccare no, quello non lo sopporto proprio, anche senza calci. Una di quelle che abitava lì, una volta, mentre ero tutto concentrato sul piatto, mi aveva messo il dito sulla fronte, piano piano. Feci un salto all’indietro che quasi rovesciavo tutto.
Non fatemi questi scherzi. Apprezzo la vostra ospitalità ma piano con le confidenze. Non è nel mio carattere.
La tipa del piano di sotto di solito mi lascia un piatto di sassolini scuri fuori dalla porta. Sono quasi come quelli che mangiano gli altri dentro alla casa. Lo so perché ogni tanto riesco a entrare e allora spazzolo tutto quello che trovo. In quelle occasioni perdo tutta il mio aplomb e mangio finché ce n’è. Anche perché appena qualcuno mi vede so che devo scappare, e di corsa.
La signora al piano di sopra invece mi tratta proprio bene. Lei deve essere una cuoca o qualcosa del genere perché cucina delle cose apposta per me. Prepara una ricetta che si chiama “avanzi”, ed è sempre una sorpresa. Ve lo dico, quei piatti sono un sogno. Bucce di formaggio riscaldate nel latte, grasselli di prosciutto, ritagli di roastbeef. Pezzi di pane intinti nell’olio del tonno. Non fatemici pensare. A volte fa delle cose perfino più sopraffine. Si chiamano con un nome un po’ difficile, qualcosa del tipo “andato a male”. La sento a volte che dice, questo è andato a male lo diamo a Gattaccio.
Non sempre riesco a mangiarlo però. Sarà che sono un gatto di strada, un gatto libero e senza padroni e a certe delizie nessuno mi ha mai abituato. Però apprezzo. Mi metto davanti al piatto facendo ciondolare il mio bel testone e strizzo gli occhi. Che poi è il mio modo di dire grazie.

Questo racconto è stato pubblicato in “Tutti gli animali dall’asino… al virus!”, autori vari, in collaborazione con Scuola Carver Livorno, edizioni Valigie Rosse 2018

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