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Gattaccio

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Probabilmente non ci crederete ma l’anno scorso ho passato l’estate con una cotoletta sul groppone. Tutta roba mia. Era un grumo di carne e pelo, frutto di uno scontro con uno di quei bulletti che ogni tanto trovo sul mio cammino. Quella volta però ne avevo buscate davvero tante.
Per fortuna avevo il mio posto segreto dove leccarmi le ferite perché non ero messo molto bene. Quel ceffo mi aveva conciato per le feste. Spero che anche lui si sia ricordato a lungo di quello che gli ho lasciato io. Intanto, però, dovette passare del tempo prima che mi rimettessi. Non avevo nessuno che mi portava da mangiare e se ogni tanto non fossi uscito in cerca di un topastro o un uccellino da mettere sotto ai denti, ora non sarei certo qui a raccontarvela.
Dopo un po’ le cose cominciarono ad andare meglio. I graffi non mi facevano più tanto male e potei ricominciare a girellare lontano dalla tana. Però mi era rimasta quella cotoletta penzoloni. E me la portavo dietro come una medaglia. Finché non l’ho persa.
Intanto ero diventato secco come uno stecco. I miei zamponi ormai erano un ricordo di tempi migliori, così come tutto il resto.
Fu allora che decisi che avrei stazionato un po’ di più intorno a quella casa dove c’era sempre qualcosa da mangiare. E soprattutto dove nessuno mi aveva mai tirato un calcio.
Farmi toccare no, quello non lo sopporto proprio, anche senza calci. Una di quelle che abitava lì, una volta, mentre ero tutto concentrato sul piatto, mi aveva messo il dito sulla fronte, piano piano. Feci un salto all’indietro che quasi rovesciavo tutto.
Non fatemi questi scherzi. Apprezzo la vostra ospitalità ma piano con le confidenze. Non è nel mio carattere.
La tipa del piano di sotto di solito mi lascia un piatto di sassolini scuri fuori dalla porta. Sono quasi come quelli che mangiano gli altri dentro alla casa. Lo so perché ogni tanto riesco a entrare e allora spazzolo tutto quello che trovo. In quelle occasioni perdo tutta il mio aplomb e mangio finché ce n’è. Anche perché appena qualcuno mi vede so che devo scappare, e di corsa.
La signora al piano di sopra invece mi tratta proprio bene. Lei deve essere una cuoca o qualcosa del genere perché cucina delle cose apposta per me. Prepara una ricetta che si chiama “avanzi”, ed è sempre una sorpresa. Ve lo dico, quei piatti sono un sogno. Bucce di formaggio riscaldate nel latte, grasselli di prosciutto, ritagli di roastbeef. Pezzi di pane intinti nell’olio del tonno. Non fatemici pensare. A volte fa delle cose perfino più sopraffine. Si chiamano con un nome un po’ difficile, qualcosa del tipo “andato a male”. La sento a volte che dice, questo è andato a male lo diamo a Gattaccio.
Non sempre riesco a mangiarlo però. Sarà che sono un gatto di strada, un gatto libero e senza padroni e a certe delizie nessuno mi ha mai abituato. Però apprezzo. Mi metto davanti al piatto facendo ciondolare il mio bel testone e strizzo gli occhi. Che poi è il mio modo di dire grazie.

Questo racconto è stato pubblicato in “Tutti gli animali dall’asino… al virus!”, autori vari, in collaborazione con Scuola Carver Livorno, edizioni Valigie Rosse 2018

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Il motosegaiolo (homo motus segantibus)

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Il motosegaiolo è un primate e come tale è dotato di cinque dita per zampa, compreso un pollice opponibile (due, considerato il numero di zampe superiori) che risulta essenziale per poter impugnare la cosiddetta motosega.
La motosega nell’antichità era un attrezzo che veniva usato dall’homo boschivus per tagliare gli alberi.
Il motosegaiolo, esemplare da riferire alle forme meno evolute della specie, grazie all’utilizzo ripetitivo del mezzo ha sviluppato una particolare caratteristica.
La motosega si è infatti cementata con la parte inferiore della zampa, trasformandosi in una appendice naturale che lo differenzia da tutti gli altri primati.
Il motosegaiolo ha nel tempo abbandonato l’habitat naturale boschivo per trasferirsi nelle città. Ma non ha mai dimenticato le sue amate campagne dove si trasferisce per brevi periodi, in genere durante i week end, per poter dare sfogo alla sua motosegaiolità.
Sarebbe errato sostenere che il motosegaiolo in questo caso rifugga i centri abitati. Anzi, la vicinanza dello spazio rurale scelto per la propria attività a un numero imprecisato di abitazioni occupate da esemplari di homo tranquillus, risulta molto importante.
Sebbene gli esperti siano propensi a definire quella del motosegaiolo un’attività da compiere al riparo degli sguardi altrui (con l’unica eccezione della compagnia di altri suoi simili motosegaioli) è dimostrato scientificamente come, se questa si verifica entro il raggio uditivo degli abitanti della zona prescelta, risulta sicuramente più soddisfacente per il motosegaiolo.
Questo trae la maggiore soddisfazione dalle attività eseguite in particolari orari del giorno, in genere al mattino molto presto o subito dopo pranzo, quando l’homo tranquillus ama appisolarsi. Sembra indifferibile peraltro, per il motosegaiolo, la scelta di giorni festivi o prefestivi per eseguire la propria performance.
Osservando la tipologia dell’attività del motosegaiolo si nota inoltre che questa viene sempre effettuata per periodi prolungati e che il primate in questione ci profonde sempre molta energia, così da rendere il suo richiamo motosegaiolo ben udibile per tutta la campagna circostante.
Su chi sia il destinatario di tale richiamo gli scienziati sono discordi.
Ancora oggi è inoltre aperta la discussione sul fatto che il motosegaiolo vada o meno in letargo. Gli scienziati americani sostengono di sì, parzialmente contraddetti sul punto dai colleghi cinesi che hanno osservato più volte delle sortite invernali da parte di alcuni motosegaioli. Va detto, a difesa delle teorie letargiste, che ciò è avvenuto, a quanto rilevato, sempre in concomitanza con l’uscita estemporanea di alcuni raggi di sole, rientrati i quali si sarebbero dileguati anche i motosegaioli.
Un aspetto al centro delle leggende che si sono propagate nel corso dei secoli su questi primati, ma che risulta ancora privo di basi scientifiche, è quello che vuole il motosegaiolo impegnato con i suoi simili in gare di lunghezza della propria motosega. Là dove chi ce l’ha più lunga (pare che in alcuni casi si saggi anche la consistenza della stessa) apparirebbe agli occhi degli altri motosegaioli un modello verso cui tendere.
La lunghezza e la consistenza della motosega potrebbero dunque essere i requisiti alla base delle differenti posizioni gerarchiche esistenti all’interno della comunità dei motosegaioli.
Questa curiosità potrebbe rimanere però senza risposta, almeno in tempi brevi, a causa delle difficoltà degli scienziati a studiare il fenomeno durante il suo manifestarsi. Il forte rumore emesso dai motosegaioli in amore avrebbe già causato gravi danni alla salute dei ricercatori, costretti ad una vicinanza forzata e prolungata, tanto che questi sarebbero diventati più propensi ad osservare i motosegaioli in fase di riposo, ritenuta tuttavia quella più inutile da parte della scienza.
Auspichiamo che la comunità scientifica possa trovare al più presto una soluzione a questo problema così da poter studiare e conoscere in tutti i suoi aspetti, anche quelli più misteriosi, la vita e le abitudini del motosegaiolo.

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Il mio primo gatto: una storia rock

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Il mio primo gatto era una femmina grigia tigrata e si chiamava Freeday. Ah, Giorno Libero, dicevano tutti. Salvo poi aggiungere: ma perché? Qualcun altro azzardava. Ah, Venerdì. Ma non si pronuncia fraidei? No, no, spiegavo io, che all’epoca ero ancora paziente e simpatica, si chiama proprio così. Fridei.

Al tempo avevo diciotto anni e stavo con un ragazzo con cui ogni tanto capitava di discutere e stare un po’ lontani. Un giorno capitò e io, presa dalla tristezza della solitudine, inforcai il mio motorino, un orribile Garelli rosso con il serbatoio sotto al sellino, e mi lanciai alla volta di San Gimignano. Sola, triste e abbandonata. A diciassette anni e mezzo.

Mollai il motorino da qualche parte e mi arrampicai sulla Rocca in cerca di silenzio per meditare sul senso della vita.

Fu lì che, in mezzo alle erbacce e alle pietre medievali, vidi traballare sulle zampette un gattino minuscolo, grigio tigrato. Miagolava disperato. Sembrava essere anche lui in cerca di qualcosa. Forse più di un po’ di latte che del senso della vita.

In quel momento non avevo niente per lui, però una cosa la feci. Lo presi in collo e lo accarezzai. Poi lo infilai nella mia borsa di vimini a forma di bauletto (la moda spesso fa brutti scherzi) e me ne tornai a casa. Ricordo il viaggio da Sangi a Colle, diciotto chilometri traballanti, con quella testolina che spuntava dalla borsa appoggiata sulle mie ginocchia. Riuscii a sopportare i suoi miagolii disperati per tutto quel tempo e finalmente arrivai a casa.

Non stavamo ancora in campagna ma ci saremmo trasferiti a breve. Fu proprio quello il motivo che mi spinse a prendere un gattino, fino a quel momento cosa assolutamente vietata da babbo e mamma. Quando lo videro non posso dire che fecero proprio una festa, però furono abbastanza tolleranti.

Poi, non appena facemmo pace, lo feci vedere al mio ragazzo. C’era anche da mettergli un nome. Cominciammo a pensarci su. Rocca, proposi io. Per ricordare il posto dove era stato preso.

Bocciato.

In quel periodo ascoltavamo ripetutamente una cassetta registrata. “Three days, three days of peace and music” urlava lo speaker aprendo la tre giorni di Woodstock.

Ora, non so bene come dirlo, ma bisogna mettersi anche nei panni di chi viveva in quell’epoca, i primi anni Ottanta. L’inglese era una lingua che veniva insegnata a malapena a scuola, la maggior parte delle sezioni erano di francese e i genitori che volevano iscrivere i propri figli a inglese alle medie dovevano accamparsi fuori fin dalle 4 del mattino.

I dischi erano in vinile, le cassette tarocche dei grandi classici del rock venivano custodite come gioielli rari, avevamo in casa i telefoni con la rotella guardati a vista dai genitori (qualcuno ci metteva anche il famoso lucchetto). Insomma, non sapevamo niente di niente anche se ci provavamo con tutti noi stessi.

“Perché non lo chiami frideis, come dice qui?” disse lui riavvolgendo il nastro fino all’urlo dello speaker.

“Ma che vorrà dire? Venerdì non è fraidei?” dissi io, che ero stata costretta da mamma a seguire alcuni corsi di inglese e sapevo dire open the window e the cat is on the table.

Riascoltammo le parole distorte dall’eco degli amplificatori con il sottofondo delle chitarre elettriche. “Three days…”

“Ok, dice freedays, il resto non importa”. Non importa nemmeno spiegare che confondemmo la th fricativa inglese con una banale effe italiana.

Bene, lo chiamo Freedays allora, decisi. Dopo qualche giorno però tolsi la s, che era decisamente di troppo. Freeday.

E così oltre a un gatto ora avevo anche una storia da raccontare a tutti quelli che mi chiedevano perché un nome così.

 

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Una vera figura di m…

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“Ecco lo sapevo… succede sempre così quando siamo in uno spazio chiuso”.

Mi giro istintivamente a guardare chi è che ha parlato a voce così alta e vedo un tipo con un alano al guinzaglio. Un uomo giovane, un ragazzo cresciuto.

Li avevo visti entrare, lui e una donna, giovane anche lei, e il cane, un cucciolone di alano color champagne.

Li avevo visti poi dirigersi in una corsia dove una commessa, della quale anche io ero in cerca, si era precipitata a servirli. “Come posso aiutarvi?”.

Poi avevo distolto la mia attenzione da quel gruppetto rivolgendola alla ragazza alla cassa, nell’attesa che si liberasse da un cliente.

“Avete lampade così?” le chiedo, mostrandole la grossa lampadina rossa che tengo in mano. Mi guarda con aria perplessa e allarga le braccia. Come a dire, ma questo è un negozio per animali.

“Sì, lo so – dico – ma credo che venga utilizzata proprio per riscaldare uccelli tropicali, iguana, cose così, per questo lo chiedo a voi”.

“Aspetta, che mi informo” e prendendo la lampada si dirige verso la corsia di prima.

Sbircio in quella direzione, mentre il tipo con l’alano parla al suo cane facendo finta di brontolarlo.

“Ma che cosa hai combinato, eh? Possibile che mi fai fare sempre di queste figure?”.

Quello che vedo, nell’agitazione generale, è veramente impressionante.

A terra c’è una specie di ciambella senza buco dello stesso colore dell’alano che l’ha prodotta, champagne, e anche delle stesse dimensioni, in proporzione.

Intorno, la proprietaria del cane che la guarda pietrificata, mentre la commessa che non vedeva l’ora di aiutarli si dà da fare correndo avanti e indietro con in mano un grosso rotolo di carta, una bottiglia di alcol e una enorme busta di plastica.

Il tipo con il cane si tiene invece a distanza di sicurezza, alternando le frasi di scusa verso la commessa alle inutili brontolature al cane.

La commessa, con l’aria di volerci infilare lui, il proprietario del cane, nella busta enorme, dopo averlo cosparso dello stesso materiale della ciambella, ripete, a denti stretti, sempre brandendo il rotolo di carta: “Si figuri, non c’è problema. Sono cose che succedono”.

Nel frattempo l’aria del negozio si fa irrespirabile. L’odore della ciambella si diffonde sempre più velocemente, nonostante le corsie divisorie.

La mia commessa mi comunica che loro non tengono questo tipo di lampade. Dal momento che sono qui, però, decido di comprare la crema al malto per i miei gatti.

Afferro il tubetto e mi precipito alla cassa, senza respirare.

L’ondata maleodorante sta invadendo ogni angolo del negozio. La commessa del rotolo di carta spalanca la porta di ingresso, nel disperato tentativo di far uscire quell’odore tremendo, mentre fuori si prepara la tempesta del secolo, con pioggia e raffiche di vento.

Il tipo sta sempre lì, impalato, con il cane al guinzaglio. Ogni volta che la commessa gli passa davanti, mormora un’improbabile frase di scuse alla quale nemmeno lei risponde più.

Immagino che la sua donna in questo momento sia alle prese con quella enorme ciambella, il rotolo di carta, l’alcol e la busta di plastica. Ma se non se ne preoccupa lui, non vedo perché dovrei farlo io.

Trattenendo il respiro, pago ed esco di corsa, sotto l’acqua, dove posso finalmente tornare a inspirare aria.

Accanto alla porta aperta c’è la commessa del rotolo di carta. Mi pare che anche lei ne approfitti per respirare. E forse anche per recitare dentro di sé qualche litania impronunciabile.

Se qualcuno dovesse chiederle come è andata la giornata, immagino già quale potrebbe essere la sua risposta.

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Decreto vaccini: i giornalisti del Miao fra le prime vittime

Sono almeno due i giornalisti del Miao sottoposti a vaccino obbligatorio dopo l’entrata in vigore del decreto ministeriale. L’imposizione sanitaria è stata accolta con grande malessere dai professionisti interessati. Per il momento, a quanto ci risulta, a dover seguire tutta la trafila delle vaccinazioni sono stati solo il direttore responsabile della testata Ercolino e l’inviata speciale Agatha.
L’intervento è stato eseguito nel corso di una visita aziendale a sorpresa.
In seguito all’increscioso fatto è stato pubblicato un durissimo editoriale del direttore.
“Se non siamo liberi di scegliere se essere vaccinati o no, come possiamo ritenerci liberi di riportare obiettivamente le notizie e di esporre le nostre opinioni?” ha scritto, fra l’altro, Ercolino.
Il direttore ha inviato lettere di fuoco anche all’Ordine dei giornalisti e alla Federazione della stampa denunciando quello che è apparso come “un vero e proprio attacco alla libertà di stampa, perpetrato subdolamente ai danni di chi ogni giorno combatte perché sia rispettato il diritto di cronaca”.

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Le fervide proteste del direttore non sembrano però del tutto condivise dall’inviata speciale, Agatha, la quale ha invece ritenuto utile esser vaccinata a causa dei molteplici rischi che quotidianamente affronta proprio a causa dell’attività professionale. Nel momento in cui le è stato inoculato il siero si sono registrate tuttavia delle critiche, quantomeno sui modi con i quali è stata condotta la campagna.

Sulla vicenda non si esprimono gli altri componenti della redazione del Miao, la segretaria di redazione Miciona, l’addetta alla cronaca Musetta, il giornalista sportivo Ercole e la cronista di nera e giudiziaria Gattaccina, avallando dunque quanto sostenuto dal loro direttore responsabile.

“Il blitz della forza sanitaria ai danni della redazione del Miao – si legge infine in una nota diffusa da Ercolino – costituisce un grave esempio di discriminazione in quanto siamo certi che lo stesso provvedimento non verrà mai preso nei confronti del concorrente Gattaccio, redattore e direttore della testata L’Unghiata, a causa del suo stato di clandestinità”.
“Su questo – ha concluso Ercolino – sono pronto a scommettere la mia razione mensile di croccantini e quella dei miei colleghi”.

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Il Miao, una nuova testata nel panorama dell’editoria

La comunità felina di Vallecapocchi avrà presto il proprio giornale. Si tratta del quotidiano “Il Miao”, che verrà stampato a colori su carta oleata e avrà anche un proprio sito internet.
Direttore responsabile della testata sarà Ercolino, giornalista professionista di comprovata esperienza. Ercolino ha dato prova più volte di avere anche una eccellente capacità di gestire il gruppo dei propri collaboratori, tutti professionisti raccolti dalle redazioni più titolate. Il suo carattere forte e deciso lo porta ad affrontare con la giusta dose di energia anche le interferenze esterne, pur senza dimenticare l’importanza della mediazione e della diplomazia, qualità importantissime per ottenere gli auspicati risultati.

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Inviata speciale: Agatha, professionista giovane ma intraprendente con una spiccata predisposizione a lavorare anche nelle ore notturne, così da poter cogliere le notizie di sorpresa e farle sue. La disponibilità a muoversi e a percorrere lunghe distanze senza curarsi delle condizioni della trasferta ne fa una perfetta inviata di guerra, all’occorrenza.

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Segretaria di redazione: Di carattere schivo ma non per questo meno capace Miciona è stata scelta dall’editore per ricoprire il delicato ruolo. Sarà il frontcat dell’ufficio, quello addetto ai rapporti con il pubblico, pronta all’occorrenza a coordinare i giornalisti, naturalmente su input del direttore responsabile.

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Sport: Agile e scattante, sempre pronto a seguire squadre e atleti ovunque li portino le trasferte di campionato, Ettore, ne siamo convinti, saprà redigere affascinanti reportage sportivi senza dimenticare di aggiungere quelle note di colore che li renderanno fruibili da qualsiasi tipo di lettore. La sua spiccata tendenza al brontolio rappresenta quel valore aggiunto che lo farà sicuramente entrare più facilmente in sintonia con allenatori, giocatori e presidenti di squadra.

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Cronaca: al centro della redazione ci sarà Musetta che, con il suo fondamentale apporto, coordinerà le notizie provenienti dalle istituzioni e dalle associazioni. Il suo carattere calmo e riflessivo la rendono la perfetta testa di punta per le interviste ai grandi personaggi del nostro tempo.

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Cronaca nera e giudiziaria: Entrambi gli importanti settori saranno curati da Gattaccina, l’ultima arrivata ma non per questo meno intraprendente e capace degli altri colleghi. La sua capacità di essere sempre presente senza dare troppo nell’occhio la rendono la professionista ideale per battere questure, caserme dei carabinieri e tribunali ottenendo informazioni riservate e irraggiungibili ai più.

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Il Miao non sarà l’unica testata ad affrontare la piazza cittadina. Si troverà infatti a combattere con l’accanita concorrenza di un altro quotidiano, “L’unghiata”, scritto e diretto integralmente da Gattaccio, giornalista poliedrico conosciuto per la sua tempestività e aggressività. Recenti notizie che lo davano debilitato da una misteriosa malattia sembrerebbero smentite dalle sue ultime apparizioni in pubblico. Gattaccio, professionista dal carattere solitario, si è mostrato ultimamente con una forma che, per quanto lontana da quella in cui eravamo abituati a vederlo, appariva quantunque migliorata. Gattaccio, da inguaribile guascone, non accenna nemmeno a nascondere le ferite che ancora devastano il suo corpo e che avevano fatto temere per il suo stato di salute se non addirittura per la sua stessa vita.

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Salutiamo le due nuove testate con grande gioia confidando che l’entusiasmo e le capacità di tutti i giornalisti, nessuno escluso, portino notevoli contributi alla diffusione delle notizie e alla pluralità di opinioni, aspetti di cui la nostra società ha sempre un gran bisogno.
Concludendo auguriamo buon lavoro ai redattori del Miao e dell’Unghiata aspettando di leggerli presto in edicola e on line.

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Quasi un requiem per Gattaccio

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Ogni volta che mi appresto a scrivere un requiem per lui, ricompare puntuale in cerca di cibo. Come se non fosse mai scomparso, si siede compito sul tavolo di pietra fuori dalla porta, a volte miagola debolmente, a volte osserva paziente la finestra sicuro che prima o poi uscirò con un piattino di delizie per felini.
Gattaccio è irriconoscibile. Da gatto grosso e forte, il terrore di tutti gli altri gatti di casa, si è trasformato in un gattuccio smagrito e spelacchiato. Come se non bastasse, esibisce delle ferite di guerra su collo, collottola e torace, là dove, fino a qualche giorno fa, c’erano dei ponfi pieni di pus.
Gattaccio è probabilmente il padre dei nostri gattini. Lo crediamo perché ha cominciato a girare intorno a casa nostra più o meno nello stesso periodo in cui è arrivata Miciona incinta. Gattaccio poi, bianco con mantello tigrato marrone, ha vaghe somiglianze con ognuno dei suoi figli, o presunti tali: Ettore ha il mantello marrone tigrato, Musetta ha lo stesso disegno del padre (putativo) ma in grigio, Agatha chiude gli occhi in segno di gratitudine proprio come fa lui.
Insomma, che sia il padre o no, alla fine a noi importa poco. Lo abbiamo adottato fin da subito, dandogli da mangiare ogni volta che lo vedevamo girellare intorno casa. In questo modo credevamo di tenerlo buono e di evitare che ingaggiasse lotte per il cibo con tutti gli altri. Forse qualche volta abbiamo provato a scacciarlo e in un’occasione io ho drasticamente eliminato ogni consegna di cibo, ma alla fine ci siamo ricascate.
Io avrei voluto sterilizzarlo, vaccinarlo, farlo visitare. Ma lui non si è mai lasciato avvicinare. Rare volte, mentre era davanti al suo bel ciottolino stracolmo di cibo, sono riuscita a sfiorare la sua fronte con un dito. Ma immediatamente lui si è ritratto per avvicinarsi di nuovo alla ciotola solo dopo che io mi fossi allontanata.
Speravo che lo avrei addomesticato prima o poi. Quando gli parlavo e lui stringeva gli occhi sembrava che ci capissimo, in fondo.

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