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Storia triste della gatta bambina

La prima volta la vidi in un pomeriggio di sole d’inverno mentre tornavo a casa in macchina dal lavoro. Faceva spavento. Secca sfinita, piena di fango e con il musetto insanguinato. Eppure trotterellava, in salita, verso casa nostra.

Mi rammentai di quello che diceva mamma da qualche giorno. “Ce n’è un altro. Ora, oltre alla gattina bianca e nera ce n’è anche uno piccino a macchie rosse”. Era lui.

Non è che a casa nostra non amiamo i gatti. Anzi. Ne abbiamo otto e tutti, a parte Ercolino, sono arrivati da soli. 

Semplicemente vorremmo mettere fine a questo pellegrinaggio visto che la cura di questi animaletti, come è naturale, richiede tempo, attenzione e anche una certa spesa.

Il gattino nuovo moriva di fame. Si lanciava contro la porta finestra della cucina di sopra e miagolava fortissimo reclamando un po’ di cibo con le fauci spalancate. Gli altri gatti lo evitavano.

Quel giorno decisi di prendermene cura. Lo presi e provai a lavarlo passandolo in un catino di acqua calda. Lui inizialmente oppose resistenza. Protestava con quegli zampini secchi senza un filo di carne e le unghiette che si vedevano partire fin dal piedino, ma senza troppa convinzione. O forse senza troppa energia.

Fu allora che ci accorgemmo che era una femmina. E anche che quello sporco di cui era imbrattata dalle zampe in su non era fango. L’odore che emanava era impossibile ma pian piano, a forza di spugne e cencini, un po’ veniva via. 

Purtroppo si vide anche che era piena di pulci (il pelo ne era infarcito all’inverosimile) e infiammata e che la codina, secca come quella di un topolino, era tutta spellata per un bel pezzo nella parte interna.

Chissà da quanto tempo la bestiolina era in queste condizioni. Piena di diarrea, senza nemmeno il naturale istinto felino di mantenersi puliti. A vederla sembrava una cucciolotta.

Avrà avuto cinque-sei mesi, non di più. Intanto però il musino era tornato pulito, mostrando che quelle che sembravano ferite in realtà erano solo macchie e accumulo di sporco. 

La responsabile di una struttura per gatti mi suggerì di portarla a una veterinaria, che poi l’avrebbero presa loro. 

Finii di asciugarla. Era pur sempre inverno e non avrei mai voluto che l’umidità le avesse causato qualche problema.

La presi in braccio, avvolta in un asciugamano, e la passai delicatamente sotto il phon. Iniziò subito a fare le fusa anche se ogni tanto, forse quando mi avvicinavo un po’ troppo, tentava di scacciare quell’apparecchio con gli zampini. 

Il lavoro non era venuto proprio perfetto, ma la situazione era decisamente migliorata. Mentre la afferravo per portarla dal lavandino, dove le avevo dato le ultime passate di acqua, fra le mie braccia, mi venne in mente quella volta che mamma chiamò a casa un cuoco emiliano per farsi preparare il pollo in galantina. L’avrei chiamata Galantina, pensai.

Rimanemmo in attesa dalla veterinaria per un po’ mentre Galantina spezzava i primi cuori. Dopo il mio ora era il turno di una signora con un simpatico gatto bianco e nero dalla macchia a neo sul musetto. Misi la gabbietta di Galantina sul trespolo sotto alla sua e quella donna cominciò ad accarezzarla dalla retina. 

Questa avrà almeno cinque-sei mesi, disse. Poi scoprì che dalla mascella sinistra spuntava un dentino, come se uscisse dall’osso. Me ne ero accorta anch’io, pulendola, ma non avevo verificato più di tanto. Galantina si faceva accarezzare, felice, facendo le fusa come un trenino.

La veterinaria la sistemò dentro una super gabbia, con la copertina e la lettiera e le dette del cibo per problemi gastrici, sul quale lei si gettò a capo fitto.

Il giorno dopo seppi che stava bene e che gli esami Fiv e Felv erano negativi. Tirai un sospiro di sollievo.

La veterinaria aveva detto, è sana, questa deve solo mangiare, poi diventerà una gatta bellissima.

Sul libretto scrisse che si chiamava Capocchia, dal nome del posto dove era stata trovata. Io dissi che avrei voluto chiamarla Galantina. Va bene, si chiamerà Capocchia Galantina. 

Un nome tanto altisonante e assurdo da suscitare quantomeno un sorriso. 

Per giorni non ho saputo più niente di Capocchia Galantina. Ho pensato che la veterinaria e le volontarie fossero impegnate con tutti i loro animali e non avessero tempo di stare ad aggiornare me. Nessun problema, avrei chiesto più avanti.

Intanto, ne ero sicura, lei stava mangiando le sue pappe speciali e si impegnava per diventare sempre più bella e in carne.

Ieri ho saputo che Capocchia Galantina non c’è più. Non so bene come è andata. Mi hanno detto che in realtà era una gatta anziana. Ho immaginato la lunga vita terribile di questo esserino emaciato e sporco, rimpiangendo di non avergli potuto donare un tempo maggiore di cure e affetto.

Una volontaria mi ha detto che il fatto che non sia morta da sola è già qualcosa.

Sarà, ma io piango ancora per te, Capocchia Galantina, e per la tua piccola vita buttata via.   

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Gattaccio

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Probabilmente non ci crederete ma l’anno scorso ho passato l’estate con una cotoletta sul groppone. Tutta roba mia. Era un grumo di carne e pelo, frutto di uno scontro con uno di quei bulletti che ogni tanto trovo sul mio cammino. Quella volta però ne avevo buscate davvero tante.
Per fortuna avevo il mio posto segreto dove leccarmi le ferite perché non ero messo molto bene. Quel ceffo mi aveva conciato per le feste. Spero che anche lui si sia ricordato a lungo di quello che gli ho lasciato io. Intanto, però, dovette passare del tempo prima che mi rimettessi. Non avevo nessuno che mi portava da mangiare e se ogni tanto non fossi uscito in cerca di un topastro o un uccellino da mettere sotto ai denti, ora non sarei certo qui a raccontarvela.
Dopo un po’ le cose cominciarono ad andare meglio. I graffi non mi facevano più tanto male e potei ricominciare a girellare lontano dalla tana. Però mi era rimasta quella cotoletta penzoloni. E me la portavo dietro come una medaglia. Finché non l’ho persa.
Intanto ero diventato secco come uno stecco. I miei zamponi ormai erano un ricordo di tempi migliori, così come tutto il resto.
Fu allora che decisi che avrei stazionato un po’ di più intorno a quella casa dove c’era sempre qualcosa da mangiare. E soprattutto dove nessuno mi aveva mai tirato un calcio.
Farmi toccare no, quello non lo sopporto proprio, anche senza calci. Una di quelle che abitava lì, una volta, mentre ero tutto concentrato sul piatto, mi aveva messo il dito sulla fronte, piano piano. Feci un salto all’indietro che quasi rovesciavo tutto.
Non fatemi questi scherzi. Apprezzo la vostra ospitalità ma piano con le confidenze. Non è nel mio carattere.
La tipa del piano di sotto di solito mi lascia un piatto di sassolini scuri fuori dalla porta. Sono quasi come quelli che mangiano gli altri dentro alla casa. Lo so perché ogni tanto riesco a entrare e allora spazzolo tutto quello che trovo. In quelle occasioni perdo tutta il mio aplomb e mangio finché ce n’è. Anche perché appena qualcuno mi vede so che devo scappare, e di corsa.
La signora al piano di sopra invece mi tratta proprio bene. Lei deve essere una cuoca o qualcosa del genere perché cucina delle cose apposta per me. Prepara una ricetta che si chiama “avanzi”, ed è sempre una sorpresa. Ve lo dico, quei piatti sono un sogno. Bucce di formaggio riscaldate nel latte, grasselli di prosciutto, ritagli di roastbeef. Pezzi di pane intinti nell’olio del tonno. Non fatemici pensare. A volte fa delle cose perfino più sopraffine. Si chiamano con un nome un po’ difficile, qualcosa del tipo “andato a male”. La sento a volte che dice, questo è andato a male lo diamo a Gattaccio.
Non sempre riesco a mangiarlo però. Sarà che sono un gatto di strada, un gatto libero e senza padroni e a certe delizie nessuno mi ha mai abituato. Però apprezzo. Mi metto davanti al piatto facendo ciondolare il mio bel testone e strizzo gli occhi. Che poi è il mio modo di dire grazie.

Questo racconto è stato pubblicato in “Tutti gli animali dall’asino… al virus!”, autori vari, in collaborazione con Scuola Carver Livorno, edizioni Valigie Rosse 2018

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