La mia chitarra

Quando cominciai a frequentare le scuole medie decisi che avrei voluto imparare a suonare la chitarra. Mamma e babbo me ne comprarono una, così potei iniziare le lezioni dai Salesiani con Don Vanzetto.
Ormai ero grande e mi muovevo da sola, andando a piedi da Campolungo fino in Sant’Agostino. Sempre in Sant’Agostino, in un campetto di cemento circondato da muri giallognoli, giocavo a basket con altre ragazzine della mia età, allenate da Paolo Pratelli. Non ricordo chi fossero, a parte una che era stata alle elementari con me e con cui ci si litigava il ruolo di playmaker.
La stanzetta delle lezioni di chitarra affacciava sulla corte interna del seminario. Don Vanzetto sedeva alla mia destra e mi insegnava come tenere le dita sulle corde per formare gli accordi.
A me sembrava una magia. Pian piano uscivano i suoni e diventavano melodie.
La canzone del sole, di Battisti, era la rampa di lancio per gli aspiranti chitarristi. Sulla ripetizione infinita di la-mi-re-mi andava avanti tutto il pezzo. Ma intanto si imparava a cambiare gli accordi con la mano sinistra e a segnare il ritmo con la destra.
La chitarra mi appassionava molto più della pallacanestro, tanto che smisi di giocare ma continuai a suonare.
In quegli anni c’erano delle ragazze e dei ragazzi più grandi di me che si alternavano nel complesso della parrocchia. Si esibivano nelle manifestazioni che si tenevano al teatro di Sant’Agostino.
Tra i musicisti c’era una ragazza molto alta con un gran cesto di ricci neri che per me era un mito. La vedevo passare quando seguivo le mie lezioni. Più volte avevo assistito a serate in cui lei suonava. Bravissima, sicura di sé. Praticamente irraggiungibile.
La guardavo e avrei tanto voluto essere come lei, ma non avevo nemmeno il coraggio di rivolgerle la parola.
Un giorno, credo che mancasse qualcuno dei soliti, Don Vanzetto mi disse che quel sabato sarei salita io sul palco. A volte accadono cose cosi, anche se non te le aspetti. Avrei suonato la chitarra elettrica. Per l’occasione imparai Alla fiera dell’est di Branduardi.
Mi rivedo in pantaloni e maglietta bianchi, quasi una divisa, mentre suono in piedi con la chitarra a tracolla.
Al basso c’era la ragazza con i capelli ricci neri, con la quale avevo parlato durante le prove ed era stato più facile di quanto avessi immaginato.
Il gruppo della parrocchia aveva un nome che però non ricordo.
Stranamente non ho nemmeno una foto di quella esibizione, come se salire sul palco a tredici anni con una chitarra in braccio, fosse la cosa più normale del mondo.
A scuola poi, la prof di italiano mi chiese di suonare Giochi proibiti alla recita di fine anno. Sapevo che una delle ragazze più grandi la sapeva fare e le chiesi se poteva insegnarmela. Anche lei era una delle inarrivabili ma sorprendentemente mi disse di sì. Per qualche settimana andai a casa sua di pomeriggio a imparare i vari passaggi, finché non l’ebbi imparata tutta, accordi e arpeggio.
Al saggio di terza media il pezzo mi venne benissimo e continuai a suonarlo negli anni a venire. Finché, alla festa dei diciott’anni, per i quali babbo e mamma mi avevano regalato una chitarra nuova, non venne un gruppo di giovani delinquenti che spaccarono un bel po’ di cose, compreso il mio strumento nuovo.
Ma questa è decisamente un’altra storia.

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