Andrea Scanzi l’ho conosciuto a Colle il 6 settembre 2015. Ero tornata a casa per qualche giorno e vidi che in piazza c’era uno spettacolo su De Andrè con Giulio Casale. Con i colleghi di Treviso si scherzava e il nome di Giulio rimbalzava sempre in qualche discorso, come battuta, quando volevano prendermi in giro come quella che lo aveva addirittura intervistato.

In ogni caso non potevo perdermelo, per Casale e per De André. Il palco era stato montato in piazza, sotto all’orologio. Quando iniziò lo spettacolo cominciai a vedere un tizio inquadrato nei telefoni di tutte le ragazze. Era quello sul palco, insieme a Giulio Casale. Cioè Andrea Scanzi. Solo che io fino a quel momento non avevo la minima idea di chi fosse. Fui costretta a cercarlo su Google. Andrea parlava, spiegava De Andrè, Giulio cantava.

Alla fine fece un pezzo esageratamente rock, saltando e scatenandosi con la chitarra, che non riuscii assolutamente a riconoscere.

“Quello era un pezzo tuo?” gli chiesi quando andai a salutarlo.

“Ma no, era Preghiera in Gennaio di De André…”

Io non lo so se ancora oggi, risentendolo, lo riconoscerei. Non so nemmeno se Giulio abbia ancora l’energia che aveva dieci anni fa, ma può anche essere.

Sono andata a rileggere l’intervista che gli feci nell’agosto del 2001 dove mi raccontava che nel suo gruppo, gli Estra, stavano molto attenti all’alimentazione, erano tutti vegani e prediligevano le alghe.

Però bevevano vino. Altrimenti l’intervista sarebbe saltata perché mi ero inventata di invitare i musicisti Al Fogher, una specie di enoteca in centro a Treviso, dove ci mettevamo a un tavolo con una bottiglia. Arrivavo che di loro non sapevo niente e li scoprivo pian piano parlando un po’ di tutto.

Con gli Estra feci una figura orribile, anzi più di una nella stessa serata. Lui, Giulio, era tutto una citazione (come il suo chitarrista, Abe) e io al tempo, ignorante come una capra, non capivo di chi stesse parlando. Meglio glissare sui nomi, che peraltro oggi ricordo (e conosco) perfettamente.

Mi vergognerei troppo.

Nella serata colligiana però conobbi anche Scanzi.

Finito il concerto andai verso una stanza dove avevo visto correre Casale, credo dove è oggi la Pro Loco. Incrociai Garrincha: “Posso andare a salutarlo?”

“Chiedilo a lui”.

“Ciao Giulio, non so se ricordi, sono la giornalista che…”. Non mi fece nemmeno finire la frase, disse che si ricordava benissimo di me. Spero non perché ero stata una capra ignorante. O forse sì, perché poi gli chiesi anche di quel pezzo che aveva fatto alla fine e io non avevo riconosciuto.

Avrà pensato che non c’era speranza. Però fu simpatico lo stesso.

Tornando indietro, sotto le Logge, c’era Scanzi. Mi fermai a salutare anche lui e mi presentai come collega, raccontandogli dell’intervista che avevo fatto quasi quindici anni prima a Casale.

“Ah ecco, vi ho visto parlare, si capiva che vi conoscevate già”.

Ricordo un bellissimo sorriso.

Nemmeno a farlo apposta, due settimane dopo lo rividi a PordenoneLegge, che presentava un libro scritto da una collega del Fatto Quotidiano, Silvia Truzzi.

Giulio non l’ho più rivisto, ma sono andata a ricercare l’intervista e devo dire che venne fuori un bel lavoro. Il capo mi aveva incaricato di scrivere una pagina intera ogni volta con un artista o un gruppo diverso.

Il primo fu Ricky Bizzarro, che aveva scritto una canzone che si chiamava Piòva, parlava in dialetto e prima di scrivere l’articolo stetti fino alle 2 di notte con un collaboratore del giornale a cercare di capire che cavolo mi aveva detto. Venne bene anche quello.

Poi intervistai un terzo, di cui non ricordo il nome. Ricordo solo che si lamentava a nastro, per lui non andava bene niente, la vita era una tragedia, e che avrei preferito svenire e scivolare sotto il tavolo per risvegliarmi solo quando se ne fosse andato. Non riuscii a ricavarne una sola frase di senso compiuto.

Poi trovai il numero di Tolo Marton e cercai di fissare con lui. Non riuscii a farlo, forse in quel periodo era all’estero.

Poi ci fu l’11 settembre, poi finì il mio tempo a Treviso.

Qualche giorno dopo gli attentati alle Torri Gemelle però sul giornale concorrente, in prima pagina, uscì un’intervista all’artista lamentoso. Denunciava non ricordo bene quale problema della categoria dei musicisti, forse i super controlli antiterrorismo che dovevano subire negli aeroporti.

Invidiai un po’, ammetto, la giornalista che era riuscita a ricavarne ben più di una frase di senso compiuto scrivendo addirittura un articolo da richiamo in prima.

La foto è di Marilena Di Giantomasso

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