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Cronaca di una notte immaginaria

Alla fine, la storia della camera gelida di Venezia si è conclusa con un rimborso totale da parte di Airbnb, le scuse, sempre di Airbnb, per i disagi che ho dovuto sopportare, e l’erogazione di un buono spendibile con Airbnb entro un anno.
Io, a dire il vero, me l’ero anche messa via, ma quando da qualche parte on line mi è ricomparso un sunto del viaggio veneziano, ricordandomi che avevo soggiornato nella Private Deluxe Room di Yasia, che nel frattempo si era trasformato in un tal Mala, mi è sembrato veramente troppo.
Diciamo che il Deluxe, nel caos di quei giorni, lo avevo dimenticato. Rileggere quella parola, dopo l’esito di quel pernottamento, mi ha fatto anche ridere. Nell’occasione sono andata a rileggermi l’annuncio e ho visto che c’era scritto proprio “camera matrimoniale con colazione e bagno privato”. Dunque non l’avevo sognato sul momento.
Ora, almeno il bagno, seppur condiviso, c’era. Ma quando ho chiesto a Yasia-Mala della colazione, ricordo bene che lui mi aveva spiegato, in quel suo inglese preciso e fluente, come ci fossero tanti bar lungo la strada e che mi sarebbe bastato uscire per trovarne uno che facesse al caso mio.
Questo però, solo dopo aver ripetuto quelle quattro o cinque volte di fila le sue frasi standard: “city taxes three euro” e “check out at ten in the morning”.
Fra le recensioni della Private Deluxe Room ho visto finalmente apparire anche la mia. L’ennesima stroncatura fra tante che stranamente non avevo notato al momento della prenotazione. C’è da dire anche che a ben guardare, a ogni stroncatura corrisponde una recensione (firmata da utenti asiatici, vedi un po’ le coincidenze) che ne ribalta il concetto, esaltando la bellezza e la funzionalità di quella stanza e i suoi molteplici servizi.
A questo punto mi è sembrato opportuno far sapere direttamente ad Airbnb con che tipo di struttura avessero a che fare.
Da quando ho inviato la segnalazione si sono messe in moto diverse cose, tutte velocemente. Prima mi ha chiamato un ragazzo da Lisbona per conto di Airbnb spiegandomi la procedura da seguire se avessi voluto proseguire il mio ricorso, inizialmente chiedendo all’host il rimborso della spesa, in un secondo tempo, se questi non avesse accettato, sollecitando l’intervento diretto di Airbnb.
Poi, non appena ho cliccato sul link che mi è stato inviato, è successo che il sistema mi ha informato di come non fosse possibile effettuare alcun tipo di ricorso per quella prenotazione. Il perché mi è stato subito chiaro non appena ho ricevuto la notifica che Yasia-Mala l’aveva cancellata, con un tempismo perfetto.
A quel punto mi sono messa l’animo in pace pensando che ormai tutto fosse perduto. E invece no. Poco dopo mi è arrivato un messaggio di Airbnb che mi annunciava che, dal momento che “questo host non era reale e il nostro dipartimento di Sicurezza sta svolgendo le dovute verifiche”, per velocizzare la procedura mi avevano rimborsato il costo totale della prenotazione.
Poi è arrivato un secondo messaggio contenente un codice per un buono di 21 euro da spendere nel mio prossimo viaggio.
Che dire? Di sicuro che, per quanto sia piccola cosa, questo 2019 inizia molto meglio di come sia finito il 2018.
Ed è già un buon segno.

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La notte più fredda della mia vita

Quando entra in ballo, la mia immotivata fiducia nel mondo e nelle persone è difficile da tenere a bada.
Così ho prenotato. Una notte in centro storico a Venezia, a trentacinque euro o giù di lì.
Un’occasione. Già mi pregustavo l’ultimo giretto notturno fra le calli dopo la cena al ristorante. Il sonno ristoratore in quella bella stanzetta con le pareti tinteggiate di arancione come il piumino del letto. Colori, luce e il calore di un’antica casa veneziana.
Già mi immaginavo l’accoglienza di Yasia, sicuramente una studentessa universitaria che subaffittava una stanza per arrotondare le spese veneziane. Avremmo scambiato due chiacchiere in inglese, o magari perfino in italiano, facendo colazione la mattina dopo.
Il treno è arrivato in orario nel tardo pomeriggio. Le indicazioni per arrivare alla casa spiegavano dove prendere il battello o il taxi giusto. Io decido di non perdermi l’occasione di una camminata serale in una Venezia svuotata dai turisti.
Il primo problema è il trolley, una valigetta piccola e leggera con le ruote in plastica, troppo rumorose per le silenziose calli veneziane. Cerco di alternare il trascinamento, portandolo a mano per la maggior parte del tratto.
Secondo problema. Il mio ormai offuscato senso dell’orientamento che fu, reso ancora più appannato dal complicato labirinto veneziano.
Io so qual è la direzione da seguire, ma questo non mi impedisce di perdermi e di chiedere conseguentemente per una ventina di volte indicazioni per l’Accademia.
Intanto trascino il trolley per due metri e lo porto a mano per cento, sempre attenta, da orecchio sensibile quale sono, a non urtare altre orecchie sensibili.
L’umidità che sale dalla laguna, insieme al sudore dovuto alla fatica e al piumino, si gela sui capelli e sul viso.
Alla fine arrivo nella calle giusta. Mentre cerco di decifrare il complicato sistema della numerazione civica veneziana, un ragazzo indiano si affaccia da una porticina di legno.
“Sei Yasia?”
Pare di sì. Prima delusione.
Mi fa cenno di entrare. L’aria dell’angusto ingresso è satura dell’odore di lisoformio. Seconda delusione.
Armeggia fra dei fogli e mi chiede in un quasi inglese se sono Elena.
Addio camera subaffittata in appartamento di studente. Qui c’è una specie di residence, altroché. Terza delusione.
Saliamo una ripida scala di legno per arrivare alla camera. Una stanza stretta, gelida come l’esterno di un igloo.
Mi indica un piccolo radiatore elettrico che non riscalderebbe nemmeno un armadio, facendomi capire orgoglioso che è addirittura acceso. Quarta delusione. Se non ho perso il conto.
Mentre il tipo mi spiega come aprire la finestra e chiudere gli scuri, lo sguardo mi cade sulla lampadina orfana di plafoniera e sulla testata del letto in simil pelle bianco panna.
Quella che in foto appariva come una stanza accogliente e dai colori caldi, è oggettivamente un ammasso casuale di mobilia squallida. Come i poggia colonna traballanti colore noce al posto dei comodini, o la toelettina bianca in stile veneziano tarocco.
Il bagno? Ah, è fuori.
Ah, è in condivisione. Nell’annuncio c’era scritto privato, ma faglielo capire a questo. Tanto poi, per quel che vale.
Chi c’è nell’altra camera, un uomo o una donna?
City taxi, three euro.
No, no, guardi, non ne ho bisogno. Tanto mi muovo a piedi. Ma chi sono i vicini, female or male?
City tax, three euro.
Non ho bisogno del taxi grazie. Scandisco: woman or man?
City tax, three euro, ripete Yasia come una macchinetta.
Mi si apre improvviso un barlume. Ah, la tassa turistica. Certo, glieli do subito.
Sui vicini nulla è dato sapere.
Check out, at ten in the morning.
Certo, anche prima.
Check out, at ten in the morning.
È partito un altro disco.
Finalmente Yasia se ne va.
Rimango sola nella stanza gelida. Confido nel piumone arancione. E in quel cappottino di lana in più che oculatamente ho infilato in valigia all’ultimo minuto.
Cara Venezia, ora dovrei aver imparato come funzionano le cose su da voi.
La prossima volta prenoto direttamente al Danieli.

 

L'immagine può contenere: notte, cielo, spazio all'aperto e acqua

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Del viaggio e dei suoi fastidi

Ogni volta che devo prendere un treno perdo qualche anno di vita per i ritardi del pullman che mi porta a Firenze. Poi per fortuna, o perché recupera lungo il tragitto, o per il ritardo del treno, riesco a salire in tempo.
Oggi mi scocciava particolarmente perderlo poi perché ho un biglietto di prima classe acquistato un mesetto fa a prezzo stracciato.
Il treno è in perfetto orario. Siamo sulla banchina in attesa di salire. I passeggeri si accalcano dimenticando che all’apertura delle porte dovranno farsi da parte per fare scendere altri passeggeri.
Stavolta l’operazione si rivela più lunga del previsto. Per primo scende un uomo con un trolley, dopo averlo appoggiato a terra afferra una grossa valigia nera che qualcuno gli porge dall’interno. Poi è la volta di una bambina, dietro alla quale appaiono i piedini di un’altra piccola seduta su un passeggino. L’uomo l’afferra e la fa scendere, insieme alla donna coperta dal chador che tiene il passeggino.
Poi torna subito su per aiutare un’anziana dal passo incerto, con la fronte resa brillante da un velo intarsiato di piccole pietre.
Accanto a me, in piedi, un uomo di stazza con la pancia prominente e il fare arrogante si avvicina alla porta.
“Xè finio oea?”.
L’assistente al treno gli dice di aver pazienza. Scende ancora un anziano, poi è la volta di salire, per noi. Veloce come una lucertola una donna magra con la giacca attillata colore ramarro dribbla me e l’ingombrante passeggero riuscendo a salire per prima. Mi chiedo quale gara fosse in corso poi finalmente salgo anch’io. Non faccio in tempo ad individuare il mio posto, numero due sul vagone due, peraltro occupato da un ragazzo che lo lascia subito libero, che noto con delusione chi è il passeggero del numero uno.
Il panzone veneto, ovviamente. Un uomo dotato di una voce rimbombante e, purtroppo, di un telefono cellulare, che usa incessantemente da quando il treno è partito.
“Amore, ci vediamo domani. Buonanotte”.
Sono le quattro del pomeriggio.
Poi è la volta di qualcuno con cui discute animatamente. Sssht, faccio io. Abbassa un po’ la voce, ma dura poco.
Ora io a questo sarei tentata di fargli proprio una bella foto da fare vedere ai miei colleghi di su, che magari lo riconoscono.
Da quel che dice parrebbe un personaggio con un incarico politico. Parlava di qualcosa detto in consiglio. Ma potrebbe anche essere un imprenditore. Ora per esempio discute con un terzo interlocutore di come cambiare un documento senza farlo sapere a una tale e dei soldi che deve dare in contanti a qualcun altro.
“Bisogna capire se dirglielo… Io non son per le cose… preferisco parlare chiaro. Però abbiamo un rischio se parliamo chiaro”.
Bologna si è passata, ora devo solo concentrarmi forte forte perché scenda a Padova che io questo fino a Venezia Santa Lucia non lo reggo proprio.
È, ovviamente, l’unico di tutta la carrozza due che si fa sentire. Ed è seduto vicino a me.
Ovviamente.
Oh, numerosa famiglia araba, ma perché siete scesi a Firenze?

sdr

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Viva l’Ungheria

Rientro in autostrada dopo la sosta in autogrill.
Ormai mancano solo 150 chilometri.
Margherita guarda i gatti, e i gatti guardano nel sole.
“Se non succede niente sarò a casa per le otto e mezzo” le dico al telefono.
All’inizio non capisco perché tanto buio. Che all’improvviso si sia spenta l’autostrada o il mondo che mi circonda. E invece no, son saltati i fari. Gli anabbaglianti. Cavolo.
Ormai sono in ballo. Chissà se le luci dietro funzionano.
Mi prende il terrore di non essere vista.  Metto le quattro frecce e vado avanti.
Il prossimo autogrill, ho visto il cartello, è fra 26 chilometri.
Ogni tanto sparo gli abbaglianti, ma solo ogni tanto.
Oh ecco l’area di servizio. Quasi inutile visto che c’è sciopero dei benzinai,  proprio oggi, fino alle 22.
Alla cassa però c’è qualcuno.
“Scusi mi sono saltate le luci dei fari. Voi le cambiate?”
“No”, risponde la signorina.
“Perché è sciopero?”.
“No, perché è troppo complicato”.
“Ah”.

Chiamo l’assistenza Alfa Romeo. Ma loro possono solo mandarmi il carro attrezzi, non risolvermi il problema. Per stavolta evito di discutere sul concetto di assistenza.

“Scusate – vado verso due camionisti che fumano nel parcheggio loro riservato – siete italiani?”
“No, hungarian”.
Forse puoi parlare tedesco, dice uno pressappoco.
No, english? Faccio io.
Okay. Un po’.
Spiego la faccenda degli anabbaglianti e loro mi chiedono se ho le lampade di ricambio.
Ribalto la macchina, sposto le valigie, ma ovvio che no.
Loro si avvicinano con una cassettina degli attrezzi e mi fanno cenno di aprire il cofano.
Sono la mia unica speranza.
Armeggiano per un po’ con i cacciaviti fino a smontare il faro. Un salto nel camion e spuntano due lampadine di ricambio.  Non ho parole.
In compenso io sfoggio una collezione niente male di torce di tutte le dimensioni.
“Mini” dice il più grosso fra i due, chiedendomi quella piccolina.
Mentre si muovono intorno alla mia macchina, accendono i fari, li spengono, aprono la portiera,  la chiudono, io li osservo chiedendomi se mi sono messa in un pasticcio ancor più grande.

Decido di no. Poi staremo a vedere.
I due, avranno trent’anni,  hanno facce larghe e fisico tozzo. Indossano abiti in stile militare,  mimetico il piccoletto, verde a tinta unita l’altro. Questo fuma la pipa e mentre assiste il compagno con la torcia diffonde nell’aria un buon odore di tabacco.
Ci capiamo a gesti. Qualche parola ogni tanto.
“Contatto”. “Kaputt “.
Parlano fitto fra sé nella loro lingua.
La lampadina di destra si accende. Evviva.
Mettono anche l’altra. Non succede niente.
Oddio ti prego non farmi stare tutta la notte al buio in un autogrill.

Non capisco. Mi preoccupo un po’ ma non so bene che fare.
“Sinistra destra” dice quello con la pipa facendo il gesto con le mani.
Hanno invertito. Tolgono le lampadine e le rimettono ognuna nel fanale opposto.
In meno di un’ora gli anabbaglianti si accendono. È tutto a posto.
“Home. .. house. .. control…”.
Ho capito sì. Meglio far controllare quando torno a casa. Due luci che saltano insieme non è normale.
Mettono a posto le ultime viti, chiudono il cofano e raccolgono la loro cassetta soddisfatti.
Ringrazio e do al più piccolo, quello mimetico, un foglio da 50.
Avevo solo quel taglio nel portafoglio, se si esclude una banconota da 10.
Lui rimane lì con i soldi in mano e con la faccia mi fa segno che son troppi.
Troppo complicato spiegargli che se non avessi trovato loro il giochetto mi sarebbe costato sicuramente di più.
Me la cavo con un internazionale thank you.
E poi butto là un “viva l’Ungheria”.
Loro alzano il braccio in segno d’intesa e di saluto e se ne tornano verso il loro camion.
Viva l’Ungheria, ma davvero.

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una vacanza speciale – tutte le cose belle finiscono (6)

ritorno   Capisco che la vacanza è finita quando Lula si rimette i gioielli che in questi giorni non aveva mai indossato. Sono solo ninnoli africani, niente di prezioso, ma il gesto indica che ci stiamo preparando a rientrare nella civiltà dopo i giorni passati a dormire per terra in mezzo agli eucalipti. Finché stavamo a Capraia, fra il campeggio, le calette sul mare,  la passeggiata centrale, non c’era bisogno di niente. Un paio di pantaloni qualsiasi, una maglietta e un golfino. Niente trucco, niente inganno Fuori da qua sappiamo che è diverso. E il gioiello, pregiato o di bigiotteria,  funziona un po’ da scudo. Anche se solo simbolico. L’ultima mattina a Capraia proviamo a fare un giro in barca Ma soffia il maestrale “Mai successo a luglio” commenta Marco, il proprietario del campeggio Impossibile uscire, troppo pericoloso pur stando vicini all’isola rischieremmo di venire sbattuti contro le rocce Non importa, lo faremo un’altra volta Passiamo le ultime ore prima dell’arrivo del traghetto sulla “spiaggetta” di sassi e cemento vicino al porto. Il vento è fortissimo ed è difficile leggere e tenere il cappello in testa All’ombrellone in spiaggia abbiamo già rinunciato accampamentoe L’ultimo pranzo lo facciamo al ristorante del campeggio, una sorta di self service, negozio di alimentari e bazar Prendiamo verdure cotte e insalate miste e poi diamo fondo alla nostra cambusa svuotando una lattina di lenticchie e accompagnando tutto con le immancabili gallette di riso La scelta gastronomica è legata alle mie intolleranze alimentari La vacanza è scivolata anche sulle nostre cene e i nostri pranzi cotti al fornellino da campo Ceci, lenticchie, fagioli in scatola, come Zio Paperone ai tempi del Klondike Una volta abbiamo cotto anche gli spaghettini di fagioli mung comprati allo spaccio dell’isola E per condimento, oltre all’olio al sale speziato e al pepe, il finocchietto selvatico di capraia E a volte anche qualche erba meno conosciuta (e subito sputata) cactus Per colazione latte di capra (a lunga conservazione in confezioni da mezzo litro, giusto per due, vista la mancanza del frigorifero) e biscotti senza glutine Lula mi ha accompagnato condividendo i miei stessi pasti Per me è stato un gesto di amicizia eccezionale Poi lei ha detto anche anche che non era mai stata così bene, anche fisicamente, in vacanza, e questo mi ha consolato per le sue privazioni Ma intanto abbiamo provato che si può fare E questo è stato un altro passo avanti verso la libertà Nel pomeriggio, raccolti i nostri bagagli al camping e dopo aver pagato, saliamo sul traghetto per Livorno Il viaggio con il sole ad occidente è pieno di colori nuovi Lungo il tragitto salutiamo la Gorgona ripromettendoci di visitarla appena possibile   gorgona   Dopo due ore approdiamo al porto Poco fuori ci sono due ragazze sedute su una panchina all’ombra dove ci fermiamo con zaini e valige Chiediamo loro di farci una foto ricordo “Da dove arrivate?” Glielo spieghiamo “Che bello! Quindi organizzano gite per Pianosa e Capraia?” No, decisamente no. Non le organizza proprio nessuno Ci siamo organizzate tutto da sole Ed è stato proprio ganzo Alla fine è filato tutto liscio come l’olio Sulla strada del ritorno ci fermiamo a mangiare una fetta di cecina Poi, arrivate a casa, scarichiamo le borse E allora si, che è finito Ma io questa vacanza, ne sono sicura, non me la dimenticherò mai bagagli

 (6 – fine)

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una vacanza speciale – l’isola delle capre, alfin (5)

viaggio

 

La vera vacanza on the road comincia quando posteggiamo l’auto al porto di Livorno, ai piloti, e ci dirigiamo verso il traghetto della Toremar con una quantità di bagagli da far paura a un gruppo di sherpa
da ora in avanti ci saremo solo noi e le nostre gambe
ognuna ha il suo zaino, poi c’è un grosso trolley con la tenda, i sacchi a pelo e il fornello; la sacca con il cibo vegano e senza glutine e un piccolo ombrellone da spiaggia (che non rimarrà mai fermo causa vento)

la sera prima, tornate da Pianosa, abbiamo recuperato l’auto posteggiata sull’Aurelia a San Vincenzo, e siamo andate a Livorno dove avevo prenotato una matrimoniale a 57 euro in pieno centro (più un euro di tassa turistica)
(Medusa affittacamere, via Grande 87, Livorno, telefono 347 792 3599)

la doccia e il letto ci volevano proprio, la cena la facciamo in camera con i nostri ciottolini
poi piombiamo in un sonno ristoratore, pronte a svegliarci il giorno dopo, domenica, all’alba, per sistemare i bagagli, raggiungere il porto, lasciare l’auto e partire poi cariche e stracariche alla volta del traghetto (Toremar,  Livorno-Capraia, andata e ritorno in alta stagione, circa 40 euro a testa)

sistemiamo i valigioni nella plancia della nave
e saliamo
fra i passeggeri c’è una signora con un uccellino in gabbia
è uno storno, ci spiega, lo ha raccolto affamato e dolorante, lo ha curato e cresciuto e l’uccellino ormai non sa più stare solo

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la mattinata è grigia, possiamo stare anche sul ponte (parlo per me ovviamente è per la mia “ossessione” da protezione 50)

c’è un bel po’ di gente
anche una coppia gay con un simpatico cagnolino
Con Lula avevamo scommesso che sull’isola ci avremmo fatto amicizia, ma non li abbiamo più incrociati

Il traghetto entra nel porto di Capraia e dall’alto ci accoglie un concerto di beee beeeee

“Ecco le capre”

Saranno cinque o sei, o forse qualcuna in piu

Scopriremo poi che le capre di Capraia sono tutte li e che nessuno le alleva sull’isola

Fino a pochi anni fa era diverso ma poi l’allevatore è morto e le sue capre sono state portate via con il traghetto

Eccetto un gruppetto di ribelli che sono riuscite a darsi alla macchia

Da allora, ogni volta che arriva il traghetto, le caprette rimaste si affacciano sul promontorio sulla destra del porto e salutano i nuovi arrivati

caprecapraia

Chissà se il loro è un canto di nostalgia per le compagne perdute

o vogliono semplicemente far vedere che loro ce l’hanno fatta

Nessuno sa quante siano in realtà, cinque, sette, dieci

Vivono allo stato brado nelle zone più impervie dell’isola e sicuramente si riproducono

Con Lula ci inventiamo il gioco del “riportare le capre a Capraia”

Ogni volta che ci sta stretto il lavoro, il nostro mondo, ci scherziamo su, facendo progetti nemmeno troppo impossibili

Potremmo recuperare la vecchia struttura, ripopolare capraia (pare che alla Gorgona l’allevamento funzioni), produrre formaggi caprini con i profumi dell’isola

 

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Il finocchietto selvatico, per esempio, che qui ha un profumo fortissimo e tutto suo

Al momento quello delle capre rimane solo uno dei tanti sogni nel cassetto

Ma non si sa mai

Chissa che una volta o l’altra non facciamo come Marco, il proprietario del campeggio Le Sughere (0586 905066, isola di Capraia, Livorno) che ha lasciato tutto, a Prato o a Firenze non ricordo, per stabilirsi qui

Il campeggio per certi versi sembra rimasto agli anni Settanta. La stagione, quando arriviamo a luglio inoltrato, è aperta da poco, ma si respira  un’aria come di abbandono

roulotte disabitate quasi ovunque, verande cadenti in attesa di un proprietario che le rianimi

Non ci vuole molto a decidere che questo aspetto un po’ sgarrupato ci fa piacere il posto ancor di più

Anzi, ci aiuta a farci entrare nello spirito dell’isola

vita tranquilla, pieno relax

Stile casual

Come viene viene

In piena libertà

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Capraia è famosa anche per le meduse. Nel negozietto di souvenir nella parte alta dell’isola vendono un liquido verde a base di elementi naturali (ovvio) da spalmarsi sulla ferita in caso di contatto

Noi facciamo il bagno ma senza nessun incontro indesiderato. Io comunque sott’acqua non ci vado senza gli occhialetti da piscina: prima scandaglio ben bene l’area e poi nuoto

Siamo state fortunate comunque. Io mi aspettavo di vedere i classici ombrelli gelatinosi bianchi con il contorno viola

L’ultimo giorno, dal traghetto, subito prima della partenza invece abbiamo visto che le terribili meduse di Capraia erano piccole e marroncine. Quasi invisibili, insomma, fino a quando non ti ci scontri

Pericolo scampato

A qualcuno sembrerà impossibile ma c’è anche chi dice  che quando la conosci, quest’isola,  non puoi più farne a meno

La commessa di un negozietto di souvenir del paese in alto (Capraia è attraversata da una strada di nemmeno un chilometro che dal porto sale al paese. Stop. C’è una navetta che passa ogni dieci minuti ma anche a piedi non ci metti niente) dopo aver lavorato per una stagione in un bar dell’isola ha scelto di trasferirsi qui

Gli abitanti, fuori dalla stagione turistica, sono un centinaio

per chi soffre di claustrofobia o per i tipi super social forse e un po’ troppo

A Capraia non arrivano giornali. E anche questo potrebbe aiutare nella scelta

Anche la copertura internet e quella telefonica non sono proprio al top

Ma rientrano nelle attrattive dell’isola,  un buen retiro dove chi vuole disintossicarsi dalla frenesia della vita moderna può farlo davvero

Non tutto è perfetto nemmeno qui, sia chiaro

E infatti poco fuori del porto c’è il solito locale sfigato che si fa notare sparando musica a palla a tutte le ore del giorno

Fortuna che al campeggio dove avevamo montato il nostro accampamento si sentiva solo in lontananza

Anche se io avrei preferito limitarmi al canto degli uccelli

 

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 (5 – continua)

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una vacanza speciale – lasciatemi qui, per favore (4)

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Il traghetto Aquavision parte alle 8.30 dal porto di San Vincenzo
Mi metto in fila per fare il biglietto (34 euro piu 8 di ingresso al parco) mentre Lula fa un salto alla Coop a comprare un po’ di frutta fresca
Sono attrezzata contro il sole, ohibò, come una turista tedesca
cappello di paglia, spolverino di lino bianco, ombrellino e crema solare 50 schermo totale
a Pianosa non ci sono molti alberi
è un’isola brulla e assolata
e come se non bastasse, ci spiegherà la guida durante la passeggiata, non ci piove mai, proprio a causa della morfologia piatta (pochi metri sul livello del mare) che non offre appiglio alle correnti

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La prenotazione per la visita a Pianosa è stata fatta diverse settimane prima. Abbiamo scelto sabato 18 luglio (2014) così ci saremmo arrivate nel primo giorno di vacanza e poi saremmo state libere di andare a Capraia dove saremmo rimaste per qualche giorno in pace
le due isole non sono collegate

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sul traghetto ci presentiamo alle guide. nessuno può entrare nell’isola dell’ex carcere senza la loro mediazione.

Il viaggio dura due ore e mezzo
un po’ guardiamo dal finestrino, un po’ saliamo sul ponte
anche se il sole comincia a farsi sentire

 

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la barca è pienissima
c’è gente di tutti i tipi

nella fermata a Marina di Campo, isola d’Elba, salgono altri visitatori
ormai ci siamo quasi
sulla linea dell’orizzonte si vede già la striscia scura di Pianosa
sono le 11 passate quando attracchiamo nel porto

scendiamo e cerchiamo il nostro gruppo, quello della passeggiata per l’isola
poi ci sono quelli del giro in bici, in carrozza, con la canoa
il sole batte forte
facciamo un salto al bar ristorante per lasciare lo zaino e rinfrescarci in bagno prima dell’escursione

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a Pianosa ci saranno 40 gradi. deve essere veramente l’unica località italiana battuta dal sole in un’estate piovosa e freddina come quella del 2014
io sembro la protagonista di un giallo di Agatha Christie, quello della tipa grassa e imbacuccata che assisteva agli scavi archeologici nel deserto
non bastassero il cappello di paglia a larghe tese, gli occhiali da sole e lo spolverino bianco, apro anche l’ombrellino per parare il sole
una bambina mi indica al padre che la porta a cavalcioni sulle spalle
lo avrei fatto anche io, nei suoi panni

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la calura è insopportabile
la testa mi scoppia
ogni tanto ci fermiamo in cerca di un po’ d’ombra
ma incrociamo degli alberi alti solo in due punti del nostro cammino
per il resto è tutta terra, macchia mediterranea, e stradine polverose

la guida ci parla anche degli animali e delle piante (qui, per esempio, non esistono le vipere) che vivono a Pianosa, oltre che della storia dell’isola e del carcere per la quale è famosa

vietato allontanarsi da soli oltre il muro del carcere, in pratica su tutta l’isola, eccetto il paesino e l’area del ristorante bar negozio di souvenir che ora è anche albergo

le camere sono dieci e tutte di colore diverso
dicono che la sera qui, senza visitatori e senza luce, esclusa quella di luna e stelle, sia un’esperienza unica
(chi vuol fermarsi a dormire prenoti chiamando Filippo al 366 4863363)

i detenuti di Porto Azzurro, dall’isola d’Elba, vengono mandati qui a lavorare
li vediamo passare sulle biciclette o a piedi con gli attrezzi in mano
vanghe rastrelli
continuano a coltivare questa terra che un tempo, nemmeno troppi anni fa, fu un esempio eccezionale di produttività

 

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poi, dopo le stragi di Falcone e Borsellino, quando i normali detenuti furono sostituiti dai mafiosi in regime di 41 bis, cambiò tutto

la passeggiata finisce che son già passate le due
ma non ci pensiamo nemmeno a mangiare e ci tuffiamo in acqua
nella spiaggetta di cala Giovanna, l’unica aperta al pubblico

l’acqua è fantastica
inforchiamo le maschere e cominciamo a osservare i fondali salutando i pesci trasparenti e colorati che nuotano insieme a noi

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alle 17 ripartiremo con il traghetto per cui dopo il bagno arriva anche l’ora del pranzo
ci sistemiamo sulle panchine di legno con i tavoli da pic nic nell’area a pineta e apriamo i nostri zaini
per tirar fuori il pranzo al sacco
compriamo mezzo litro di acqua a testa per riempire il thermos
al bar è quasi finita ed è solo sabato
la tipa è disperata
i pancali non arriveranno prima di lunedì e domani, domenica, si prevede l’assalto di altri 300 turisti

(ecco qui apro una piccola parentesi. racconto a Lula che la signora dice “pancali” ah ah… ma lei non ride. si dice proprio così. e io che mi ero fatta convincere dai veneti che sostengono che si dica bancali, incredibile! in realtà, ho controllato, vanno bene entrambe le versioni)

tornando all’acqua

ci penseranno loro
noi domani saremo già a Capraia

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torniamo a San Vincenzo giocando a burraco in traghetto
io sono cotta e strabollita dal sole
stavolta vince Lula
e siamo pari

(4 – continua)

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