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Je suis Marina Abramović

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Amo le cose che hanno un prima e un dopo e la mostra di Marina Abramović ce l’ha. Prima, sapevo che era un’artista di performance (perfòrmance) anche prima dell’imitazione di Virginia Raffaele. Sapevo di quella cosa al Guggenheim di New York, che in realtà era al Moma, in cui stava seduta su una sedia davanti a un tavolino, in silenzio, e il pubblico poteva sedersi sull’altra sedia e stare lì, fermo, a guardarla negli occhi. Avevo letto da qualche parte che una volta si era presentato il suo vecchio amore e co-performer che non vedeva da una vita e le si era seduto davanti. E lei aveva continuato la sua opera, ferma, senza muovere un muscolo, ma quelli che avevano assistito raccontavano che la forza dei loro sguardi aveva cambiato tutta l’aria lì intorno. Sapevo che era serba, che ogni tanto si esibiva nuda. Tutto qui. E poi risentivo la voce di Alessio. “Lei? L’adoro”.

Poi sono andata a vederla, a Palazzo Strozzi, e c’è stato anche il dopo. Perché durante la visita è successo qualcosa.

Ero con la mia amica Rossella e quella della mostra è stata anche l’occasione per rivedersi dopo un bel po’.

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Appena entrate la prima performance. Due ragazzi nudi, un ragazzo e una ragazza, l’uno davanti all’altra ai lati di una porta. L’opera originale, quella con Marina, al tempo aveva fatto scalpore. Era il 1977 e alla galleria di arte moderna di Bologna i visitatori dovevano passare in mezzo ai due artisti, Abramović e Ulay. Ne passarono 350, con fatica e imbarazzo, prima che intervenisse la polizia.

A Firenze nel 2018 nessuno scandalo. Solo un piccolo cartello che, lasciando liberi gli spettatori di scattare foto alle opere, chiede gentilmente di rispettare la privacy dei performer.

Marina Abramović non c’è, ci sono le foto e i video. Ma a poco a poco la sua presenza riempie le stanze.

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Nella terza saletta una proiezione su due schermi mostra il viaggio di Marina e Ulay sulla muraglia cinese. Partenze da estremità opposte, tre mesi di cammino in solitaria l’uno verso l’altra, per celebrare il loro addio. Una volta incontrati, lui avvolto in un abito blu elettrico, lei in rosso e nero, si sarebbero salutati per sempre.

Fra le lacrime di lei.

Per rivedersi, a sorpresa, quel giorno di chissà quanti anni dopo al Moma.

I due camminano nel deserto, da soli. Ogni tanto nell’inquadratura compare un nugolo di turisti, un uomo in bicicletta. Poi ritornano loro, Ulay blu elettrico, fra le macerie nelle sabbie del Gobi, e Marina in rosso e nero sulla muraglia.

L’effetto è ipnotico e non finiresti mai di guardarli, di contare i loro passi, di osservarli attraversare paesaggi immobili, di salire ripide scalinate e di arrancare in mezzo a sassi e rovine.

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Passi davanti alle foto di Marina, sperimenti sedie per meditare, panche su cui stendersi, pesanti scarpe di alabastro da indossare.

Nell’ultima sala la performance del Moma. In mezzo troneggia il tavolino quadrato in legno chiaro con le due sedie. Sulla parete le immagini proiettate dei volti. Quello di Marina, sulla destra, ripetuto all’infinito, sguardo partecipe e carico di empatia. Sulla sinistra quelli di chi si è seduto e l’ha guardata negli occhi, immobile e in silenzio, fino a svelare il proprio dolore. Qualcuno non trattiene le lacrime.

Marina osserva, immobile, i volti che le si parano davanti. Non mangia, non beve, non sgranchisce le gambe, non va in bagno. Quello è il suo lavoro, più forte di una religione, più serio di un funerale.

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Indossa un sontuoso abito lungo rosso lucido. Non solo si starebbe per ore a osservare i volti di chi le passa davanti. Ma anche quello di Marina, statua, dea, madre amorevole, amica, sorella.

Non so se avete mai provato a stare in silenzio davanti a una persona guardandola negli occhi. Per molti è impossibile. Chi ci riesce fa i conti con il proprio essere, accolto per una volta nella sua integrità e nella sua semplicità, senza gli alibi delle parole, dei gesti, di una possibilità di fuga.

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Si pensi a quali sarebbero le nostre reazioni per tentare di capire quello che fa Marina.

Ma che cosa fa, poi, Marina Abramović? Spinge le situazioni all’estremo, le esaspera per sfogliare il superfluo e arrivare all’essenza. E da lì far partire il suo messaggio, forte e definitivo. Una freccia dritta al cuore, contro la guerra, la violenza, le ipocrisie sociali. Opera d’arte lei stessa.

Il dopo è una riflessione. Un pensiero nuovo rispetto al prima. Abramovic lavora con il suo corpo come un pilota di formula uno con il suo bolide. Lo sottopone a prove di resistenza inimmaginabili. Il fuoco, il silenzio, il digiuno, il cammino, l’immobilità. Per ore, ore, ore.

Privazioni, costanza, rischio, forgiano la coscienza di Marina come uno scultore la sua statua. Il suo essere cresce, lievita, invade le stanze che ospitano la sua arte fino ad abbracciare ogni singolo visitatore.
Usciamo con una consapevolezza nuova sulla forza che possono avere un’idea, un gesto, un corpo.

Anche di una sola persona.

Il titolo della mostra è The Cleaner, l’addetto alle pulizie. Per la prima volta, si legge nel dépliant, un’artista donna è protagonista di un’esposizione a Palazzo Strozzi.

Marina Abramovic – The Cleaner

Palazzo Strozzi, Firenze

21 settembre 2018

20 gennaio 2019

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Se di notte una strega dai capelli rossi…

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Ho deciso, parto dalla fine. E quindi inizio dalla visita alla mostra “Arte e magia” a Palazzo Roverella, a Rovigo, che ha concluso la nostra due giorni in Polesine come esperti di comunicazione, ospiti di Confindustria Venezia Rovigo in un evento organizzato da Eurogiornalisti.

La raccolta di opere, curata da Francesco Parisi, comprende anche qualche lavoro di Klee, Kandinskij, Mondrian e Munch, ma più che sui grandi nomi l’esposizione corre sul filo del magico, dell’esoterico, dell’occulto. Opere crepuscolari, talvolta gotiche, di autori ai più sconosciuti, ma che hanno affrontato in vari tempi e in modi diversi questo tema.

La mostra inizia con l’invito al silenzio, espresso tramite alcune opere, sculture e dipinti. Si invita la ragione a far silenzio, mettendo da parte la razionalità per far posto al mistero; si invita lo spettatore a entrare in una dimensione raccolta, silenziosa, per poter assaporare quanto di magico queste opere sono in grado di offrire; si invita l’adepto, infine, a non rivelare quanto appreso durante i riti iniziatici.

Fra le opere, Un velo di Louis Welden Hawkins, Parsifal di Jean Delville, Il silenzio di Giorgio Kienerk.

Una sezione è dedicata all’architettura esoterica, all’arte di costruire templi che costituiscono dei veri e propri monumenti dedicati ai simboli cari all’esoterismo. Un’altra affronta il mistero dei Rosacroce, il movimento fondato da Joséphin Péladan (alias Sar-Mérodack), occultista, esteta e filosofo francese che lottò contro il realismo per restituire all’arte la sacralità che riteneva perduta. Fra gli altri, sono esposti, Il Manifesto per il primo Salon de la Rose+Croix di Carlos Schwabe, Studio per il Sar Péladan di Alexandre Séon e Fantasticheria nella notte di Alphonse Osbert.

La notte, con i suoi abitanti misteriosi, è il regno indiscusso della magia e dell’occulto. Ma il dipinto Tre donne e tre lupi di Eugène Grasset mostra un aspetto diverso di questo mondo che attrae ma che al tempo stesso suscita anche timore. Le tre donne, tutte streghe, sono terrorizzate. Fuggono volando, coperte appena di veli, con i lunghi capelli al vento, scoperte, braccate da chi dà loro la caccia.

Il cuore più oscuro della mostra è rappresentato dalle opere di Odilon Redon, Paul Ranson, Jean Delville, Albert von Keller e Felicien Rops, artisti specializzati nel raffigurare il Demonio e i suoi servitori, streghe e maghi. E’ qui che si realizza il percorso contrapposto all’Illuminismo, la fascinazione per l’alchimia, per diavoli, streghe, maghi e spettri, rafforzata in antitesi con l’affermazione del secolo dei Lumi.

La Circe di Louis Chalon, La fonte del male di George de Feure, La Notte di Valpurga (antica celebrazione pagana della primavera) di Fritz Roeber, raccontano tutto questo.

Gli appassionati di fantasmi e sedute spiritiche potranno apprezzare in particolar modo il tavolino di legno finemente intagliato di Thayaht, sul cui ripiano sono rappresentate le mani dei partecipanti alla seduta.   E’ in questa sezione che troviamo anche L’urna di Edvard Munch.

La luce che arriva dall’Oriente rischiara tutta questa oscurità con la ricerca di un mondo nuovo fatto di spiritualità e un misticismo che passa per dottrine come il buddismo ma anche attraverso lo yoga, il tantrismo indiano e gli animismi tribali di cui sono testimoni Frantisek Kupka, Jan Toorop e Sascha Schneider.

L’opera di Vasilij Kandinskij “Rosso in una forma appuntita” è la sintesi di una ricerca che si rifà agli archetipi, alle forme ancestrali, per manifestarsi in una rappresentazione sempre più rarefatta. Astratta. Così come accadrà a Paul Klee e a Johannes Itten. E a Piet Mondrian del quale in questa mostra possiamo ammirare un’opera paesaggistica, risalente al periodo precedente la sintesi astratta per cui oggi tutti lo conosciamo.

Nell’ultima sala si compie il salto estremo dalle credenze legate ai secoli più oscuri fino alle avanguardie del Novecento. Una nuova attenzione ai sensi interiori, l’affacciarsi delle dottrine psicanalitiche, la (ri)scoperta dell’aura, delle onde elettromagnetiche, sono gli ingredienti che caratterizzano le opere esposte, firmate da autori come Giacomo Balla, Frantisek, Mondrian e Romolo Romani.

La strega di Luis Ricardo Faléro è l’immagine scelta come simbolo della mostra. Una giovane in carne, secondo i dettami estetici in voga alla fine dell’Ottocento (l’opera è del 1882), con una chioma spettinata di capelli rossi (il colore generalmente attribuito alle streghe), imbraccia una scopa al contrario, volando in un cielo denso di nuvole e pipistrelli. Il disegno originale decora un tamburello. La posizione della scopa, nel tempo, non ha mancato di suscitare interpretazioni a sfondo erotico.

The  witch, by Luis Ricardo Falero

Noi, in ogni caso, ci facciamo la foto di gruppo davanti al grande manifesto stando ben attenti a non coprirne la protagonista.

La mostra, aperta tutti i giorni (feriali 9-19, sabato e festivi 9-20) chiude il 27 gennaio 2019.

(1 – continua)

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