Uno spauracchio a Pantelleria

Appena scesa a Pantelleria andai a ritirare la macchina a noleggio. Era una pandina bianca vecchio modello. La spesa era esigua e comprendeva anche una Vespa a cui dovetti rinunciare a malincuore. Il titolare mi disse che sarei potuta andare a prenderla quando volevo, per quella settimana era mia. Ma non lo feci.

Mi diressi verso Scauri. A un bivio mi aspettava il ragazzo dell’agenzia che mi accompagnò a casa. Salimmo una scaletta esterna di mattoni e cemento. 

  • Qui abito io, disse indicando una porta nascosta da una tenda scacciamosche in cordino.

In fondo c’era l’appartamento in cui avrei passato la settimana. Un salotto con le finestre sul mare colore del topazio e le tende che volavano con il vento, una piccola cucina, una camera da letto e un bagnetto con la doccia minuscola.

  • Oggi vieni a pranzo da noi, mamma ha fatto la caponata.

La vacanza iniziò con un’aria di famiglia e l’accoglienza siciliana, calorosa e avvolgente, ma mai opprimente. Nei giorni successivi, ogni volta che rientravo a casa, trovavo un vassoio coperto da un panno su un tavolinetto fuori dalla mia porta. Una volta c’erano dei dolci fritti, un’altra dei cannoli, o della pasta al forno, piatti di carne, pesce o verdura. Tutto buonissimo. 

La prima sera andai a mangiare una pizza al porto. Faceva ancora molto caldo, anche se era la fine di ottobre. Di turisti ce n’erano pochissimi e la maggior parte dei locali aveva già chiuso, ma quelli che rimanevano aperti erano sufficienti. 

Quando andai a comprare le sigarette feci amicizia con il tabaccaio. Una sera mi invitò a mangiare il vero pesce spada alla pantesca in un ristorante sul porto. 

Fuori dal locale c’erano degli anziani seduti sulle sedie, qualcuno con un bastone in mano. Lui salutò tutti e loro risposero con il sorriso furbo e gli occhi stretti di chi sa. 

Al tempo fumavo abbastanza per cui le mie visite dal tabaccaio erano piuttosto frequenti.  

Diventammo amici e lui si offrì di farmi da guida in una Pantelleria quasi deserta. Mi sentii molto fortunata. Di giorno giravo l’isola da sola sulla Pandina, andavo al lago Specchio di Venere, un cratere argilloso dove non si riesce a stare in piedi, e infatti appena ci entrai dentro battei una musata in avanti. Per fortuna sull’acqua. Un po’ seguivo i consigli del tabaccaio, un po’ giravo a caso, tanto ovunque andassi c’era qualcosa da scoprire. Solo una volta non ebbi il coraggio di raggiungere una spiaggia per la quale dovevo attraversare una lunga steppa rocciosa e deserta. 

Un giorno il tabaccaio mi portò a delle vecchie terme romane insieme a degli amici, dei signori di Roma habitué dell’isola. Erano delle vasche scavate nella pietra dentro una grotta, in cui stillava acqua con una qualche proprietà. Lì, sempre su indicazione del tabaccaio, raccolsi delle pietre pomice che si trovavano per terra un po’ ovunque. 

Fra i turisti romani c’era un anziano giornalista, che scoprii essere lo zio di un collega che veniva spesso agli eventi che organizzavamo nelle Crete con gli amici giornalisti di Siena. Con lui un giorno salimmo su una sorta di montagna in cima alla quale c’era una sauna naturale in mezzo alle rocce. Dall’alto vedevamo distese di vigneti a perdita d’occhio fino al mare, con le caratteristiche piantine basse. Di notte invece brillavano le luci della vendemmia nella tenuta Donnafugata. 

Il babbo del tabaccaio aveva certi affari in Tunisia, molto più vicina a Pantelleria rispetto alla Sicilia e spesso era via. Quando tornò  ci invitarono a cena nella casa sopra il tabacchino, me e l’anziano giornalista, a mangiare il cus cus come lo facevano loro, con il pesce. 

Se il figlio era un po’ rotondo e aveva l’aria placida, il padre era magrissimo e nervoso, aveva il fisico nodoso e gli occhi da falco. Mi trattava come se fossi roba sua.

La casa era un po’ scalcinata e denunciava la mancanza di un tocco femminile. 

Sembrava di essere dentro allo Straniero di Camus, con il caldo, l’Africa del Nord e un’umanità indifferente e vogliosa allo stesso tempo. 

Non tornai più a casa del tabaccaio e fui contenta di non rivedere il babbo in giro.

Con l’anziano giornalista invece, quando rientravamo al porto dai nostri giri diurni tra spiagge, mare e saune naturali, avevamo preso l’abitudine di fermarci in un bar pasticceria che faceva delle cassate da sogno.

La prima sera, quando cenai da sola al porto, avevo notato lungo la via un tipo curioso. Era alto, magro, con dei folti ricci neri, l’aria spiritata e vestito tutto di nero come un pipistrello.

Dopo un po’ me lo ritrovai al tavolo che mi parlava di cose che non mi interessavano e non se ne andava più. Tra un mezzo delirio e l’altro, mi raccontò che lavorava in ospedale ed era tecnico radiologo.

Alla fine riuscii a mollarlo.

Chiesi un po’ in giro e venni a sapere che era un tizio con dei problemi di vario tipo, tra cui alcune denunce da parte di pazienti con le quali aveva allungato le mani. Qualcuno mi disse che era stato sospeso dal lavoro, nonostante lui andasse in giro a raccontare che faceva questo e quello.

Nella mia settimana pantesca fui impegnata così anche a svicolare dagli agguati del tipo, che non mancava di seguirmi e farsi trovare magicamente nei posti in cui andavo.  

Un vero incubo. 

Una sera, mentre tornavo alla casetta di Scauri sulla Pandina bianca, me lo trovai in mezzo di strada dopo una curva, lui steso a terra e la sua motoretta poco più in là. Appena mi vide cominciò a farmi gesti e ad allungare le braccia come a chiedere aiuto. Feci una manovra repentina, lo scansai e proseguii per la mia strada, urlando nooo nooo.

Arrivai a casa, fermai la macchina in cortile e corsi su per le scale. Mi chiusi la porta alle spalle e finalmente mi sentii al sicuro. Per fortuna presto sarei partita e avrei lasciato lo spauracchio nero agli abitanti dell’isola. Che non è che si possa avere sempre e solo cose belle.

(2 – fine)

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