Il 22 dicembre dello scorso anno se ne è andata Franca. L’ho saputo molto tempo dopo, quasi per caso, e sono rimasta male di non averlo saputo prima. Sono rimasta male anche per non averla potuta salutare come avrebbe meritato. Ma era un periodo impegnato, in cui ogni giorno mi ripromettevo che l’avrei chiamata, una volta finito questo, una volta passato quell’altro.
Fino al terribile giorno di agosto in cui Franca si sentì male. Continuavo a informarmi delle sue condizioni e a sperare. Ma non c’è stato niente da fare.
Quattro mesi dopo, Franca non c’era più.
L’avevo conosciuta al mio rientro in Toscana, una decina di anni fa, notandola per i suoi interventi sempre puntuali e mai banali alle presentazioni dei libri cui mi capitava di assistere. Mi chiedevo chi fosse quella signora con i capelli bianchi, minuta, dall’eloquio impeccabile.
Era Franca Salvetti, e avrei dovuto conoscerla o quantomeno riconoscerla, visto che era la zia di una mia compagna delle medie e del liceo di cui ho sempre frequentato la casa. Ma Franca era stata fuori, anche lei, aveva studiato all’estero, aveva insegnato e si era stabilita in Liguria, con il marito. Una volta vedova, era tornata a Colle.
Quando le chiesi se mi aiutava a riguardare alcuni articoli in inglese per una collaborazione che mi era stata offerta in quel periodo, ne fu ben contenta. E mai ha voluto nulla. Le inviavo i miei scritti in email e lei mi richiamava o mi scriveva, segnalando gli errori o i modi di dire più corretti.
I suoi occhi cominciavano già a farle degli scherzi, per cui spesso il computer per lei non era del tutto accessibile. Ma non si è mai tirata indietro.
Seppi dalla nipote che la sua attività per il bene degli altri era instancabile e mai esibita. Tra le altre cose venni a sapere che incontrava le donne musulmane alla moschea e le assisteva nelle difficoltà che potevano avere in una nazione straniera. Mi sarebbe piaciuto accompagnarla e imparare da lei.
Curava anche il programma di una associazione che offriva corsi e conferenze su varie materie e argomenti, l’Università dell’Età Libera della Valdelsa.
Mi chiese se volessi tenere qualche corso, ma io ero piuttosto incerta. Insistette. Proposi qualche argomento su cui pensavo di poter dire qualcosa, Pasolini, su cui avevo fatto la tesi di laurea. “No no, – disse lei senza indugi -, di Pasolini ne parla già un’altra. Te potresti fare Visconti e il neorealismo”.
Vero, in effetti la mia laurea in musica e spettacolo e tutta la filmografia di Luchino Visconti studiata a Siena con Lino Micciché, da qualche parte doveva aver sedimentato. Le dissi di sì e mi rimisi a studiare.
Non sono in grado di dire se il mio corso sia stato apprezzato e se abbia esaudito le aspettative di chi mi aveva dato l’incarico. Ricordo soltanto che a un certo punto una tizia disse che non avrebbe più partecipato alle lezioni perché doveva star dietro ai nipoti.
Si capiva che era una scusa, peraltro pronunciata pure in maniera educata, per cui pazienza. Insomma, ci sta.
L’anno successivo però non fui richiamata. Anzi, quando ci sentimmo con Franca lei mi disse che non l’aveva fatto perché era sicura che ormai stessi facendo supplenze a scuola e quindi non voleva disturbarmi. Ammetto che mi offesi, pensando che sarebbe stato meglio se me lo avesse chiesto anziché darlo per scontato.
Ci sono delle cose però, che capisci solo dopo tanto tanto tempo. A me, almeno, succede così. E proprio in questi giorni, riscontrando l’odio politico e i continui attacchi (peraltro mai in modo del tutto diretto) espressi sui social da una determinata persona (proprio quella che aveva scoperto all’improvviso di avere dei nipoti) nei miei confronti, ho creduto di capire che cosa fosse successo, quasi una decina di anni fa.
Sicuramente parlando di Visconti che, nonostante la famiglia nobile da cui discendeva, era comunista, avrò puntato l’attenzione sulla considerazione e il rispetto che lui aveva per gli umili, gli ultimi. Magari ci avrò messo anche del mio, non ne ho idea. E chi se lo ricorda? Tra l’altro all’epoca nemmeno mi occupavo di politica. In ogni caso questo deve aver estremamente indignato la “nonnina” in questione, che avrà protestato con chi di dovere contro il mio corso, facendo sì che mi venisse cancellata la collaborazione. Ovvio che lo immagino io che sia andata così, ma non posso saperlo. Penso di aver capito che Franca cercò di imbastire una scusa per non farmi sapere che avevo ricevuto delle critiche.
Allora ne fui stizzita, perché avrei preferito che parlasse più chiaramente. Oggi la ringrazio per l’atto di gentilezza che ebbe allora nei miei confronti.
Un giorno con Franca, passammo insieme una giornata bellissima. La organizzai io, a sorpresa, per ringraziarla della sua generosità. Una domenica mattina passai a prenderla dopo la messa senza dirle dove saremmo andate.
Prima tappa, le Caldane. Desideravo che potesse vedere uno dei posti più belli di Colle, godendosi il fresco e la vista delle acque scintillanti nelle vasche etrusco-romane. Fu estasiata. Era da tantissimo che non ci andava e, non guidando più, non osava chiedere a qualcuno di accompagnarla.
Ci trovammo anche un suo nipote, e mio ex compagno di scuola, con cui si mise a parlare.
Poi andammo a pranzo. La portai al Cavolo a Merenda, dove avremmo mangiato praticamente nell’orto con i prodotti coltivati sul posto. Fu contenta, stupita e grata e non voleva accettare che pagassi io. Ma, glielo avevo detto, era un regalo, come avrei potuto fare altrimenti?
Questo ricordo, insieme a tanti altri che ho di lei, continua a scaldarmi il cuore. Anche se ancora oggi gli occhi mi si riempiono di lacrime, ogni volta che la penso.

