Il fascino incompreso di Black Out

Intorno ai diciott’anni avevo un fidanzato, un ragazzo insomma, con il quale stetti, mi pare, per diverso tempo. A un certo punto lui dovette allontanarsi per un po’, forse per il servizio militare, e io mi predisposi all’attesa del suo ritorno. All’epoca, ricordo, coltivavo idee piuttosto romantiche del tipo “farò in modo che non ti perda niente del tempo che viviamo separati”. Per questo comprai un quadernino su cui scrivere il mio diario quotidiano, a lui dedicato, così che al ritorno potesse rivivere quei giorni idealmente insieme a me.   

Oggi questa roba fa contorcere le budella, ma chiedo pietà, erano gli anni Ottanta e io non avevo nemmeno vent’anni. 

Non ricordo l’aspetto del quadernino né la maggior parte delle cose che ci scrissi, probabilmente un mare di eventi quotidiani conditi da banalità. Ricordo però che la saga della fidanzata solitaria si apriva col testo di una canzone di Guccini. Black out.

“La luce è andata ancora via ma la stufa è accesa e così sia, a casa mia tu dormirai e quali sogni sognerai”. Il ritmo era molto allegro, cosa abbastanza rara nel canzoniere di Guccini, e il testo era incredibilmente leggero. Era una canzone minore, tant’è che non la conosce quasi nessuno, e di sicuro nessuno si metterebbe a chiederla a un concerto, ma a me piaceva. 

Poi c’erano diversi fatti di cui tener conto. Primo, che all’epoca i dischi non invecchiavano e non c’era tutta la produzione musicale di oggi. Negli anni Ottanta campavamo tranquillamente con il repertorio di De Andrè, Guccini, Dalla e De Gregori, di cui io assorbivo famelicamente ogni parola e ogni nota, cercando poi di suonarla con la chitarra. Della musica straniera ci bastavano i grandi del rock dagli anni Settanta in poi, e prima ancora c’erano stati i Beatles e i Rolling Stones. 

In realtà erano tanti i musicisti che ascoltavo, la Vanoni, poi Gianna Nannini, Battisti, Venditti, Finardi, a un certo punto scoprii Lena Biolcati grazie a un disco uscito chissà da dove. E poi nel mio periodo jazz, tutte le voci femminili, da Ella Fitzgerald a Billie Holiday e Nina Simone.     

Vivevamo di musica e uno dei miei sogni era quello di avere un vero stereo a casa e un’autoradio in macchina (ai tempi era un casino, costavano molto e le rubavano di continuo). 

A scuola, al liceo, tra amiche ci passavamo i diari e scrivevamo pensieri e facevamo disegnini sulle pagine. A volte ci attaccavamo degli adesivi, Holly Hobbie o i Peanuts. A Poggibonsi c’era un negozietto (Fulgenzi?) che aveva un po’ di questi gadget, ma quando andavamo a Firenze (con la Sita) il vero paradiso era da Calamai, vicino alla stazione.

Se compravi il disco, potevi trovare all’interno le parole delle canzoni scritte in corpo 3, praticamente illeggibili anche con gli occhi di una diciottenne. Se ti facevi duplicare la cassetta invece ti dovevi arrangiare. Io volevo capire le parole delle canzoni per cui ascoltavo ogni frase un’infinità di volte, avviando e bloccando il registratore, e rimandandolo indietro, per trascrivere tutto. 

Quando quel fidanzato tornò, gli regalai il quadernino ma non ricordo chissà quali salti di gioia. Poi però, dopo che ci eravamo lasciati per un po’, la sua mamma mi disse che un pomeriggio lo aveva trovato addormentato sul letto con il mio quadernino in mano. Per lei, che tifava per me, era un segnale di speranza. 

In ogni caso, tra tira e molla, tradimenti e perfino, una volta, un ceffone preso in piazza davanti a tutti, a un certo punto quella storia, per fortuna, finì. 

Non finì mai invece l’amore per Guccini né la voglia di ascoltare, insieme a tutte le altre sue canzoni, la mia Black out.

Il 17 giugno 1987 ero a Siena, al Palasport, con un gruppo di amici, per un suo concerto. In genere andavamo diverso tempo prima e stavamo seduti sul parquet a chiacchierare con qualche birra e un panino. 

Io speravo tanto che avrebbe fatto Black out, visto che era uscita pochi anni prima, nel 1981, in Metropolis, ma il concerto andava avanti e lui cantava sempre qualcos’altro. Così cominciai a chiederla ad alta voce.

Black out, urlavo da sola. Black out.

Il palazzetto era pieno di ragazzi che volevano Primavera di Praga. La scena era questa, una marea umana in jeans e scarponi che col vocione batteva come un tamburo col pugno alzato pri-ma-ve-ra-di-pra-ga-pri-ma-ve-ra-di-pra-ga-pri-ma-ve-ra-di-pra-ga. E io che continuavo imperterrita e solitaria con Black out, mentre la mia voce veniva assorbita da quell’urlo compatto.

Un amico proprio in questi giorni mi ha detto che era una scena ridicola e che io ero seduta sulle spalle di qualcuno, forse proprio le sue, per farmi vedere meglio. 

Forse sì, lo era, altrimenti non avremmo continuato a ricordarla e riderne per quarant’anni. Lo era soprattutto per il contrasto tra Primavera di Praga, che porta in sé la denuncia della tirannia sovietica e il sacrificio di Jan Palach per la libertà perduta, e la leggerezza di Black out, unica canzone di Guccini senza un filo di tristezza, che in fondo racconta di due persone che rimangono in casa al buio e parlano tutta la notte. 

In questi giorni la sto riascoltando. È incredibilmente veloce e ritmata. Vorrei cantarla ma è quasi impossibile, sembra uno scioglilingua. 

Però ripenso anche a quel quadernino per il fidanzato di allora con il testo di Black out trascritto da me con l’aiuto del registratore. 

Cercandolo on line, esce una frase “con questa luna che spaccherà in due le mie risate e le ombre tue, i miei cavalli ed i miei fanti, il tuo Hesse sordo ed i tuoi canti”.

Sarei proprio curiosa di vedere come tradussi all’epoca “il tuo Hesse sordo”, che perfino oggi non riesco a spiegarmi. 

Oggi, se potessi, lo alzerei anche io il pugno e griderei Primavera di Praga.

Anche se ormai, però, non lo fa più nessuno. 

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