Il giro della Vernaccia

Una volta, tanti anni fa, il capo mi comunicò che il lunedì seguente, visto che ero di corta, sarei andata a San Gimignano ospite del sindaco. Lo disse come se non ci fosse niente da discutere. 

C’è anche da bere e da mangiare, aggiunse.

Incontrai il sindaco di prima mattina. Mi fece salire sull’auto blu e mi portò in giro spiegandomi San Gimignano. Per pranzo andammo in una grande azienda vinicola, una di quelle più all’avanguardia, con visita alla cantina.

Non ho mai saputo il motivo di questo tour, ma di sicuro c’era qualcosa da rimediare. Qualcuno, in alto, forse, aveva scritto qualcosa di non gradito. Della città? Della sua vocazione turistica? Dell’amministrazione comunale? Chissà. E allora, per placare una telefonata un po’ troppo accesa, era scattata la proposta. Raccontateci chi siete e che fate e noi lo scriveremo.

L’invito del sindaco, naturalmente, era diretto al capo. Solo se fosse arrivato uno importante, da Siena, si sarebbe potuto sanare l’offesa.

La sua presenza avrebbe testimoniato l’effettivo interesse del giornale e avrebbe trasformato un incidente diplomatico in un motivo di vanto per la città.

Invece mandarono me, l’ultima arrivata. Di Colle Val d’Elsa.

Riuscii a mantenere un’aria di impeccabile professionalità per tutta la durata della visita. Prendevo appunti mentre il sindaco mi mostrava le bellezze medievali, mi raccontava la storia delle torri e tutto il resto. Facevo finta di non conoscere quello che già conoscevo, e lui faceva finta di crederci.

Quando arrivammo all’azienda agricola, trovammo i proprietari fuori ad aspettarci con alcuni collaboratori. 

La segretaria era l’amica di un’amica che avevo conosciuto in una qualche occasione.

  • Ma ci hanno mandato la Pacini? Allora i fiori li posso togliere, tanto non servono. Ci avevano detto che arrivava un pezzo grosso del giornale disse.

Il pranzo fu ottimo ma non finiva più. Piatti toscani, pappardelle con un qualche sugo di anatra e via andare, dall’antipasto al dolce. E i vini, naturalmente.

In cantina mi fu illustrato ogni minimo passaggio della produzione della Vernaccia. L’azienda, per i tempi, era già molto tecnologica. Tini di acciaio con misurazione automatica della temperatura. Sistemi precisissimi per calcolare l’aggiunta degli elementi necessari alle varie fasi della vinificazione. Prendevo appunti su appunti.

La giornata poi fu veramente assurda. Una specie di recita inutile solo per ottenere un po’ di soddisfazione dalla stampa locale. Senza l’ospite d’onore. 

Quando finalmente potei liberarmi filai a casa, a godermi quel poco che restava del mio giorno libero.

Ero molto stanca e tutte quelle informazioni, quel parlare continuo con cui mi avevano bombardato fin dalla mattina, mi giravano a vuoto nella testa.  

In più non stavo affatto bene. Mi girava la testa, ero piena per il pranzo e per le chiacchiere. 

Mi stesi sul letto ma dopo poco dovetti alzarmi e correre in bagno, dove rividi, boccone dopo boccone, tutto quello che mi era stato servito. 

Non restava che andarsene a dormire e sperare che il giorno dopo andasse meglio.

Quando arrivai al lavoro il capo mi dette i parametri per l’articolo. Aveva tenuto in pagina un colonnino lungo. Niente di troppo visibile specialmente per il titolo, di un corpo piccolo e largo una sola colonna.

A quel punto fui io a rimanerci male. 

  • Almeno ti sei divertita? Mi chiese.
  • Per niente, gli dissi. E siccome sono stata male e alla fine era lavoro anche quello, segnami presente, così la corta la recupero un altro giorno, sennò non ce la faccio mica a riprendermi.

E così fu.

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Gli alberi e babbo

Da una parte del giardino di casa, volendo, si può scavalcare un cancelletto e prendere un viottolino che scende giù ai campi. Il sentiero va diretto all’ultimo pezzo di campo che abbiamo comprato, evitandoci di fare il giro lungo dal cancello. L’anno scorso, quando ancora non avevamo il nuovo campetto, ero scesa giù e avevo raccolto diversi rifiuti dalla piaggia. Vecchie bottiglie, pezzi di plastica, il sopra di una caffettiera di ceramica che ho trasformato in vasetto per fiori. Avevo notato anche che c’erano dei grossi tronchi di albero, tagliati e lasciati lì. 

Con mamma avevamo anche riso di quelli che ogni tanto vengono a darci una mano con la legna, tagliano gli alberi e poi magari li lasciano perché fa fatica portarli su. 

Poi con l’arrivo dell’estate, un giorno che c’era uno degli aiutanti, avevo proposto di andare giù insieme a recuperare questi ceppi. Ma a quel punto l’erba era cresciuta, il sentiero era impraticabile e ci stava anche di incontrare qualche vipera. 

Qualche settimana dopo lo abbiamo pulito, io con la falce, mamma con la zappa, un aiutante con il decespugliatore, e ora ci si passa che è una meraviglia. Ma i tronchi son rimasti giù.

L’altro giorno mi è tornata in mente quella faccenda della legna, dopo che mamma mi aveva detto che aveva già consumato tutta quella che avevo accatastato fuori dalla cucina.

Sono scesa nel pendio e ho cominciato a liberare i tronchi dalla vegetazione, soprattutto rovi, che li aveva avvolti. All’inizio ho usato le mie forbici da potatura, poi mi sono decisa ad andare giù, nel campetto dove vive Rosellina, a prendere la falce fienaia. 

Man mano che pulivo, spuntavano sempre più pezzi di legno. Rami piccoli, medi, tronchi grossi, già tagliati, da tagliare.

A un certo punto ho trovato un pezzo di corda, una cima bella resistente. Ho immaginato che fosse legata a uno dei tronchi con cui qualcuno aveva cercato di tirarlo su. Ho seguito il filo, continuando a tagliare rovi ed erbacce, e alla fine ho trovato il capo. La corda era legata intorno a un tronco di medie dimensioni, con i rami attaccati. Doveva essere un cipresso, c’erano ancora le coccole.

All’improvviso ho capito.

Quello era un lavoro di babbo. L’ultimo. E non è rimasto incompiuto per negligenza.

Successe un 7 novembre di tanti anni fa. Tredici anni fa. 

Babbo stava bene, faceva tutti i suoi lavori intorno casa, di cui, dopo una vita da maestro e negoziante, andava orgoglioso. Motosega, tagliaerba, zappa, accetta. Era instancabile, nonostante l’età.

Quel giorno era andato anche in Piano con il motorino a prendere il pane, come al solito. Poi, dopo pranzo, seduto sulla sua poltrona, l’urlo. 

Io non c’ero. Vivevo sempre a Belluno. 

Fu portato in ospedale con l’ambulanza. Dice mamma che al momento di salire aveva ancora la forza di scherzare con l’infermiera.

Poi ci fu l’intervento, la rianimazione, l’ospedale di comunità. Fino a quando, quasi un mese dopo, il 6 dicembre, mamma mi telefonò al lavoro. Ricordo la sua voce rotta e la botta al cuore.

Tiro la fune ma è ancora bloccata in mezzo ai rovi. Continuo a tagliare e a sfilare rametti cercando di mantenere l’equilibrio sul pendìo scivoloso. C’è un altro capo dello stesso tipo di corda. Porta a un albero ancora in piedi. È legata al tronco a doppia mandata. Riesco a sciogliere la prima. La seconda è ormai incistata nel tronco e coperta di borraccina. 

Sono sempre più convinta, babbo. Questo è proprio un lavoro tuo.

Chissà come ti avrà innervosito non averlo potuto finire. Magari avresti anche voluto dircelo, se ci fossi riuscito. Avremmo potuto farlo fare a qualcuno.

E invece son passati tredici anni e la tua legna è rimasta laggiù sul pendio a prendere l’acqua e ad asciugarsi al sole. 

Sai babbo, forse ora lo sai anche te, ma io credo che il bosco ti faccia pensare strane cose. Mentre seguo la corda che mi porta fino a te, al novembre di tredici anni fa, al primo dolore assoluto e insanabile della mia vita, io immagino che qui non ci sono capitata per caso.

Sì, lo so che non serve fare questi discorsi, che tanto noi che stiamo quaggiù non lo sapremo mai come funziona davvero. È solo che certe cose le pensi più perché ti fa bene pensarle. E poi non fai mica del male a nessuno.

Comunque, l’importante è che ora ho capito come fare. I tronchi li butto giù e poi li recupero con la macchina. Per quelli tagliati a metà si vedrà di farsi aiutare 

Te stai tranquillo, il tuo lavoro lo finisco io.

È una promessa.  

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Che cosa rimane

Tantissimi anni fa, ero ancora corrispondente al giornale, a Colle successe un incidente terribile. Un bambino rimase schiacciato sotto il pulmino del prete che lo stava accompagnando, insieme ad altri, al catechismo.

Pare che i bambini stessero giocando, o forse litigando, quando il piccolo cadde giù dal pulmino, quasi sicuramente spinto, durante una sosta in una via del centro. I bambini stettero zitti, il sacerdote non si accorse di niente e, durante la manovra per ripartire, il piccolo rimase schiacciato sotto una ruota.

Io di questa storia non ricordo altro. Non ricordo i nomi, né della vittima né del sacerdote, non ricordo che ci sia stato un processo e come, nel caso, sia andato a finire.

Quel pomeriggio mi chiamarono dalla redazione dicendomi di correre in ospedale dove avevano portato il bambino. All’epoca l’ospedale era il San Lorenzo.

Nel grande ingresso bianco dal soffitto alto c’erano diversi ragazzi della parrocchia, tutti in attesa di un cenno, di una parola di speranza. Poco più avanti sulla destra, prima della scalinata grande, c’era la cabina con il telefono, uno di quegli stanzini bui, puzzolenti di fumo vecchio e di chiuso, con gli elenchi del telefono appesi con la catenella.

Da lì mi tenevo in contatto con la redazione.

Il bambino non ce la fece.  

Fu una notizia sconvolgente, sia per l’età della vittima, per le modalità dell’incidente e per il fatto che a guidare il pulmino fosse un prete. Poi c’era l’altra parte, quella inquietante che riguardava i bambini. Che cosa era successo in quel pulmino? I bambini avevano spinto il compagno, facendolo cadere sulla strada, o era stato solo un incidente, l’esito assurdo di uno stupido gioco? Ma allora perché, quando il prete era risalito sul furgone, nessuno di loro aveva detto niente, nessuno aveva detto che il piccolo era caduto per farlo risalire su?

Il giornale cavalcò la storia fino a quando fu possibile, come è logico che fosse, sentendo una volta questo e una volta quello. Ma alla fine rimasero sempre gli stessi dubbi su come fosse andata veramente. Non mi pare che l’indagine abbia approfondito granché, anche perché, essendo coinvolti tutti bambini piccoli, sarebbero stati comunque non perseguibili. 

Ma potrei anche ricordare male.

Un giorno invece al capo venne in mente una di quelle idee che speri sempre non vengano rifilate a te.

Il bambino era un alunno delle elementari e andava a scuola in via XXV Aprile. All’epoca il direttore era un nostro amico di famiglia, un omone studioso, uno storico, un signore, come si diceva, vecchio stampo.

Il capo volle che gli chiedessi se avrebbe intitolato la scuola al bambino. Era una specie di suggerimento, ma se fosse stato raccolto sarebbe diventato anche una vittoria del giornale. 

Il direttore della scuola mi rispose di no, che non ce n’era motivo. Era vero che il piccolo studiava lì, ma l’incidente era avvenuto fuori dall’orario scolastico e non c’entrava niente con il fatto che si trattasse di un alunno. 

No, insisti. 

Digli che la vicenda ha scosso tutti e che lui ci farebbe una gran bella figura a intitolare la scuola al bambino.

Il direttore, per fortuna, non cadde nella trappola. 

A me invece rimase un imbarazzo, quasi un senso di vergogna, che risento ancora oggi che lui, quel direttore, non c’è più.

Mi è rimasta anche una curiosità, una cosa che mi chiedo sempre dopo che accadono fatti così. 

Che cosa ha lasciato la morte di quel bambino? Come sono cambiate le vite di tutti. Dei genitori, del parroco, dei bambini che erano nel pulmino. Di quello che l’ha spinto giù e di quelli che sono stati zitti.

Perché questa è una cosa difficile da mandar via, da qualche parte rispunta sempre.

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Vertigini

A un certo punto della vita mi è capitato di sentire una vertigine fortissima. Fu quando capii che un amico carissimo, il più caro, se ne sarebbe andato per sempre.

Fu per contrastare quella vertigine che decisi di fare la paracadutista.

Non era un’idea nata dal nulla. Babbo era sempre stato parà, fin dalla guerra e poi dopo, quando partiva la domenica mattina presto e tornava per pranzo, a volte anche con un braccio rotto o un pezzetto di lingua penzoloni. Fin da bambina ero stata sui campi di lancio a guardare il cielo da dove sarebbe sceso babbo con la sua vela bianca o di tanti colori. 

Una volta, da piccolissima, un amico mi scansò all’ultimo secondo dal punto in cui atterrò un paracadutista. 

Babbo era istruttore di volo. Fu dando indicazioni agli allievi che una volta toccò terra senza accorgersene, mentre ancora parlava, tagliandosi la lingua fra i denti.

La domenica dopo i lanci si andava sempre a mangiare con gli altri parà, a casa di qualcuno o al ristorante. A volte ci si ritrovava anche al mare, d’estate.

Mamma viveva col fiato sospeso e quando babbo smise di lanciarsi, fu un gran sollievo per lei.

Per questo decisi di non dire niente a casa, almeno fino al momento del primo lancio. Avrei evitato a mamma qualche mese di preoccupazioni.

Mi iscrissi al corso per civili ma nella sezione degli ex militari, che era stata fondata proprio da babbo. 

La sede era in via dei Pispini ma la preparazione si faceva alla caserma El Alamein (che dopo si è chiamata 186° Reggimento e ora è intitolata a Roberto Bandini), in piazza d’Armi.

La prima sera ci trovai anche babbo. 

Bah, o che ci sei anche te? mi disse.

Anche lui aveva deciso di ricominciare, nonostante l’età, e anche lui l’aveva fatto senza dir niente in casa.

Il mio battesimo avvenne con cinque chilometri di corsa a freddo. Poi ci fu tutto il resto. Per qualche mese andammo due volte a settimana in caserma, seguimmo le lezioni teoriche e facemmo la preparazione atletica. Poi giunse il momento del primo lancio.

Il giorno fissato, ad Ampugnano, il cielo era d’un azzurro denso come un tubetto di tempera a olio.

Dopo mille preparativi, controlli e ripassi, fummo pronti a salire sull’aereo, un rumorosissimo G222 arrivato dall’aeroporto militare di Pisa. 

Il presidente della sezione ci disse che a babbo sarebbe stato riservato il primo posto di lancio, in segno di riconoscenza e gratitudine. Io lo avrei seguito subito dopo.

In realtà quando ci disposero per salire sull’aereo ci accorgemmo che eravamo terzo e quarta. I primi posti erano andati a due ragazzetti sì e no ventenni, arrivati da Roma, figli di qualche militare dall’alto grado.

Pazienza.

Quando arrivò il momento di buttarci, attaccato il moschettone al cavo di acciaio, tutti in fila in piedi verso il portellone d’uscita, babbo si girò e mi disse.

Simona, ci si vede giù.

L’uscita nell’aria fu come prendere uno schiaffo ma ben presto, non appena il paracadute si aprì, sembrava quasi di star fermi. Mi beavo della bellezza di quel cielo limpido in cui stavo volando, e dei quadrettini di terra verde e ocra ai miei piedi.

Babbo era poco più avanti.

Simonaaa! urlava.

E io, che c’è, babbo? Che c’ho, una pera?

Al corso ci avevano insegnato ad osservare attentamente il paracadute appena aperto per verificare che avesse la forma tonda e non presentasse storture o strozzature dovute ad un parziale dipanamento del cordame. 

Io guardavo in su e vedevo un puntino bianco piccolissimo. Mi sembrava di essere appesa a una tazza capovolta. 

La pera si sarebbe verificata se la parte alta del paracadute fosse rimasta strozzata dalle corde. Ma così non fu.

Poi fu subito tempo di atterrare. La terra cominciò ad avvicinarsi sempre più veloce, tirai con tutte le mie forze le corde per avvicinarmi il più possibile alla pista. Poi, aiutata dal vento a capire verso quale direzione dovessi fare la capriola per attutire la caduta, atterrai. 

Era durato pochissimo.

Babbo, che volevi quando s’era in aria, c’era qualcosa che non andava?

No, ti volevo solo salutare.

Ecco. Arrivammo da mamma camminando sugli anfibi come due astronauti sulla luna, con il casco, il paracadute in spalla e stretti nelle nostre imbracature.

Lei vedendoci si sentì riavere e sperò che quello stress, ora addirittura raddoppiato con la figlia oltre al marito, finisse il più presto possibile.

Ma non sarebbe stato così.

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La notte del fuoco

Una notte babbo e mamma furono svegliati da un clacson suonato a lungo sotto la loro camera. Abitavamo ancora in Campolungo e la stanza affacciava proprio sulla strada.

Aprirono gli occhi e videro la terrazza in fiamme. 

Bambine, sveglia, c’è il fuoco, il fuoco…

Mamma ci svegliò urlando.

Io e Paola non avevamo sentito niente. La nostra camera era dall’altra parte, verso i campi. 

Intanto il fuoco aveva fatto scoppiare i vetri e bruciato le tende. 

Uno schianto e cadde anche il travertino. 

Sulla terrazza c’era il serbatoio del kerosene, un bidone di ferro appoggiato su un rialzo. Il bidone era coperto, ma il livello di sicurezza era piuttosto scarso. D’altra parte, chi poteva immaginare che sulla terrazza di una camera da letto, in una tranquilla palazzina di tre piani, si scatenasse un incendio?

Corremmo sul pianerottolo con i nostri pigiamini. 

Babbo era in mutande. Mamma urlava, si agitava e ci spingeva.

Ma trovò il tempo di dirgli. 

Asvero, mettiti qualcosa per piacere.

Inascoltata.

In poco tempo gli altri inquilini uscirono dai loro appartamenti, chi in pigiama, chi in camicia da notte. 

Io dissi, bisogna chiamare i pompieri, e rientrai in casa. Il telefono era proprio nell’ingresso, su un mobiletto a sinistra. Mamma urlava, esci di casa Simona, vieni via.

I pompieri non riuscivano a capire dove fosse Campolungo. 

Babbo, sempre in mutande, intanto aveva organizzato una catena di portatori d’acqua. I vicini riempivano pentole e secchi e li depositavano all’ingresso di casa nostra. Babbo li prendeva e faceva avanti e indietro con la camera.

Alla fine l’incendio fu spento.

Dopo, arrivarono anche i pompieri, che avevano sbagliato strada.

I vicini poterono tornare a dormire e mamma e babbo si arrangiarono fra lo studio e il salotto.

Il giorno dopo saltammo tutti la scuola (mamma e babbo insegnavano). C’era da riprendersi dalla nottata e da fare la conta dei danni.

Il bilancio non fu poi così tragico. A parte la porta finestra della terrazza, completamente andata, come la cornice in travertino. I mobili della stanza e il letto si erano salvati. C’era soltanto da togliere la spessa patina nera lasciata dal fumo. 

Il serbatoio di kerosene non era stato toccato dalle fiamme e questo bastò per gridare al miracolo. 

Dopo scoprimmo che i vestiti negli armadi erano pieni di fuliggine e puzzavano di bruciato. 

Io mi portai dietro per diversi giorni dei puntini neri che non se ne volevano andare dalla faccia. A scuola, io ero in terza media Paola in prima, alcuni prof dissero che l’incendio non era una scusa valida per rimanere a casa.

Come era andata, lo sapevamo bene.

Mamma aveva dimenticato la termocoperta accesa dopo il riposino pomeridiano. Un cuscino che ci era rimasto appoggiato aveva soffocato il calore, provocando surriscaldamento e odore di bruciato. Coperta e cuscino finirono sulla terrazza, visto che fuori faceva un bel freddino. Purtroppo tirava anche vento e fu probabilmente a causa delle raffiche che da quella specie di incendio latente si svilupparono le fiamme, facendo bruciare la coperta e scoppiare l’allarme.

Alla fine, nonostante tutto, andò abbastanza bene e anche questo episodio entrò a far parte delle leggende di famiglia.

Credo che da allora però i vicini abbiano cominciato a pregare seriamente perché ci trasferissimo al più presto.

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Vendemmia e rabbia

Se fosse un film probabilmente vedremmo le forbici volare in alto al rallentatore sullo sfondo del cielo azzurro. Un raggio di sole brilla sulla lama che rotea nell’aria.

Scorcio sui vigneti, paesaggio autunnale, uomini e donne che vendemmiano.

L’immagine improvvisamente accelera, la forza di gravità attira le forbici facendole cadere.

Poi avremmo sentito un urlo, e sarebbe il secondo ma ancora non lo sappiamo, e in primo piano sarebbe apparso un volto deformato dalla rabbia.

Quando ero al liceo alcuni compagni iniziavano la scuola qualche giorno più tardi per finire la vendemmia. Avrei tanto voluto farla anch’io, ma babbo e mamma erano irremovibili.

Se è il momento di andare a scuola, si va a scuola.

Una volta all’università, con gli orari meno stretti, potei finalmente partecipare anche io alla vendemmia.

Il  momento più bello era al mattino presto, quando si camminava nella vigna ancora fradicia di rugiada respirando l’aria piena dell’odore pungente delle foglie di vite e della terra umida.

Poi arrivavano i trattori con le ceste e tutti noi, indossati i guanti e sfoderate le forbici, ci si disponeva nei filari per cogliere l’uva.

A metà mattina il sole cominciava a farsi sentire. Ma il lavoro più duro era quello dall’una in poi, quando alla calura del meriggio si aggiungeva la fatica del dopo pranzo e tirare fino alle cinque era tutto in salita. 

Per poter vendemmiare era fondamentale conoscere un fattore. Non era facile trovare un posto e chi ce l’aveva lo teneva stretto, conservandolo di anno in anno. 

Babbo ne conosceva uno, così alla fine fui presa anch’io.  

Anche qualcuna delle mie amiche vendemmiava, ma in aziende diverse. In quella dove mi ritrovai non conoscevo quasi nessuno, a parte una vicina, più grande di me, di quando si stava in Campolungo. 

Una mattina ero lì che tagliavo le ciocche d’uva e le buttavo in un paniere a mezzo con un tipo anziano con gli occhiali, quando mi sento afferrare da dietro e due mani mi stringono i seni. 

Urlo. 

Avvicino le braccia al corpo per difendermi.

Mi divincolo da quella stretta.

Fuggo. 

Mi rifugio nel capanno magazzino che faceva da mensa e spogliatoio.

Mi manca l’aria, respiro a malapena. 

TremoLa pelle mi formicola tutta del fastidio di quel tocco che mi scuoierei.Decido di andare a casa.

Mi raggiunge la vicina insieme ad altre due donne.

Cercano di calmarmi e di farmi ragionare.

Non andare. Se vai via ora perdi il lavoro.

Non dirlo al fattore. Se lo dici al fattore perdi il lavoro e poi non ti richiama più.

Ero piena di rabbia e decisa a far valere le mie ragioni.

A forza di parlare, le tre donne riuscirono a convincermi che nessuno si sarebbe preoccupato né scandalizzato per quello che mi era successo.

Sì, il tizio era stato un idiota e il gesto indubbiamente fastidioso. Ma son cose che accadono e una fa meglio a girare la testa dall’altra parte e andare avanti.

Tanto valeva che tornassi nella vigna e continuassi a raccogliere l’uva fino alla fine della vendemmia.

Cupa, in silenzio, tornai al mio filare e cercai le forbici che erano volate chissà dove.

Guarda che mi hai combinato, mi esce anche il sangue.

Il vicino di vendemmia, un tizio altrimenti silenzioso e apparentemente pacato, mi parlava aggressivo mostrandomi l’avambraccio. 

Non capivo.

Che cosa è successo?

Mi hai tagliato con le tue forbici, guarda qua. Il tipo continua ad accusarmi e ad indicare un graffietto sulla pelle.

Ma scusi, ha visto invece che cosa è successo a me? E poi non l’ho mica fatto apposta, le forbici son volate.

Eh, intanto a me m’hai tagliato il braccio. 

Ero attonita, mi sembrava di sognare.

Quello mi stava gettando addosso tutta la sua rabbia per un graffio sul braccio. Di fronte a quel taglietto però il gesto che avevo subìto, una cosa che la legge italiana oggi considera una violenza sessuale, scompariva, si volatilizzava. 

Uno scherzo, una manifestazione di simpatia, un gioco. 

Qualcosa per cui girarsi dall’altra parte e andare avanti.

Nulla. 

Credo di aver finito i miei giorni di vendemmia. O forse no. 

Non ricordo quello che c’è stato dopo.

A parte il buio.

E la rabbia.

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La casa del macellaio

La prima estate che lavorai a Rovigo mi ritrovai ad abitare in una casa di campagna lungo il Canal Bianco. La signora dell’agenzia mi avvisò che la sistemazione era un po’ particolare, ma le condizioni e il prezzo, per tre mesi, erano perfetti.

In che senso particolare, chiesi.

Per esempio ha il bagno in camera, mi disse la signora.

Va bene. Non c’è problema.

Ovviamente non avevo capito che il bagno era veramente in camera, senza una parete a separare il letto e i sanitari. La cucina, per fortuna, era in una stanza a sé.

Pensai che i proprietari non avessero fatto in tempo a finire la ristrutturazione e che in seguito avrebbero rimediato. Invece no.

Mi fu detto che quella era la filosofia del padrone di casa e che su quel punto non si discuteva.

Il bagno stava in camera. Letto, comodino e water.

Dal momento che ero da sola e che il tempo di permanenza sarebbe stato breve, non ritenni quella bizzarria un vero problema. 

Il mio appartamento con bagno in camera era in una casa colonica nella quale abitavano anche i proprietari. Per raggiungerlo dovevo attraversare una sorta di veranda aperta dove loro cucinavano e mangiavano. Lui friggeva pesce a ogni ora. Uscivo di casa al mattino per andare al lavoro e lui già friggeva. 

La signora stava seduta su una poltrona di vimini e quando qualcosa le piaceva diceva: “spetacolo”.  

Fra la casa e la strada che costeggiava il canale c’era una fitta siepe di carpini fra i quali ogni tanto spuntava un alberello che faceva dei piccoli frutti rossastri.

Che cosa sono, chiesi alla signora.

Quelli? Amoi.

Non ci fu verso di capire che cosa fossero quegli àmoi (àmoli) a parte il fatto che si mettevano sotto alcol come le ciliegie.

Ora so che sono le susine selvatiche che maturano ogni estate lungo la nostra strada, qui in Toscana.

In quella casa io occupavo una parte del sottotetto, una mansarda con le travi di legno sul soffitto spiovente. Grazie a questa conformazione potei studiare con mamma un complicato gioco di tendaggi che, applicati sulle travi con chiodi e puntine, mi permise di realizzare una specie di bagno “berbero”, guadagnando un’illusoria intimità.

Un giorno mi venne a trovare una coppia di amici. La ragazza fece uscire di casa me e il fidanzato prima di convincersi ad andare in bagno, nonostante le tende. Ma anche con quelle e in completa solitudine, mi confessò, non si era sentita affatto a suo agio.

Una volta andai a curiosare nella parte del sottotetto ancora da ristrutturare, aprendo una porta proibita in fondo al mio appartamento, come la moglie di Barbablù. I lavori erano ancora indietro, ma in ogni camera da letto erano già stati installati water e lavandino.

Il proprietario era un ex macellaio e aveva decorato tutta la casa con i vecchi attrezzi da lavoro. C’erano ganci in metallo, alcuni veramente enormi, appesi un po’ a tutte le pareti, dentro e fuori, oltre a qualche stadera e qualche coltellaccio qua e là. 

Nell’insieme l’effetto era piuttosto inquietante.

Una sera vennero dei colleghi a cena. Su loro richiesta avevo preparato ribollita e salsa di fegatini. Mangiammo tutti insieme nell’aia, con i proprietari e con i quattro allievi ufficiali che occupavano un micro appartamento a piano terra con i letti a castello. L’ex macellaio continuò a friggere il suo pesce, la signora assaggiò, di malavoglia, anche i piatti toscani. 

Gli avanzi finirono nel grande frigorifero della veranda.

Il giorno dopo i militari me li chiesero per la cena.

Non li ho, dissi, sono nel frigorifero della signora.

Ma noi non li abbiamo visti.

Chiedemmo alla signora, che ci disse un po’ scocciata che li aveva buttati via perché non si fidava mica, lei, a mangiarli anche il giorno dopo.

I ragazzi ci rimasero male ma fu offerto loro in cambio del pesce fritto, che almen l’era stato fato alòra.

Ci rimasi male anch’io, ma era inutile discutere.

Avevo capito bene che non si poteva andare contro la legge del bagno in camera né contro quella del pesce fritto.

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Il barista-imbianchino

Quando stavamo in Campolungo a un certo punto mamma e babbo decisero di imbiancare la casa. Mamma scelse di fare le stanze colorate: verde la nostra camera, carta da zucchero lo studio e il bagno, salmone il salotto e il corridoio. 

L’imbianchino fu consigliato a babbo dagli amici di Borgo. O forse fu lui stesso a proporsi. Faceva il barista in Santa Caterina e aveva bisogno di arrotondare. 

Babbo disse, certo che così si prende a scatola chiusa, ma tutti dicevano che era tanto un bravo ragazzo.

Fu così che Pietro divenne il nostro imbianchino. Ai miei occhi di bambina Pietro sembrava già vecchio. Bassetto e tarchiato, aveva la testa rettangolare e una linea stretta al posto della bocca. Per cappello un foglio di giornale piegato a barchetta e una pioggia di zeta quando parlava. 

Però arrivava in moto e con un giubbotto di pelle nera.

Mamma aveva comprato diverse boccettine di plastica colorate e all’inizio il lavoro fu quello di trovare il tono e la concentrazione giusta per la tinta. 

Quando era al bar poi Pietro chiacchierava di noi.

Allora, come va a casa di Asvero? gli chiedevano.

Troppe suppellettili, troppe suppellettili, si lamentava.

Le parole uscivano come schioppettate dalla bocca stretta.

Gli amici poi lo riferivano a babbo e a cena ci divertivamo a fare il verso a Pietro. 

Quando si trattò di preparare la tinta per il salotto e il corridoio, Pietro si dovette adeguare alle richieste di mamma.

Poi si sfogava con i clienti del bar.

Tutto aranzone, fanno tutto aranzone. Non hanno gusto, niente gusto.

In salotto c’era un mobile pensile con i bicchieri regalati a babbo e mamma per il matrimonio. Il servizio Napoleon da brandy, le coppe alla veneziana, ogni bicchiere di un colore diverso e i fregi d’oro, con una coppa più grande. I cristalli da whisky, quelli da vino. Nello scompartimento centrale c’erano i liquori. Aperol, J&B, Strega, sambuca, Stock 84, il vermouth Martini, il gin Beefeater. 

Dopo aver dipinto la stanza tutta aranzone Pietro riappese il pensile e disse a mamma che poteva rimetterci dentro bottiglie e bicchieri. 

Senza tasselli? Disse mamma. È sicuro che quei chiodi reggono?

Signora, tranquilla. Può dormire fra due guanzali. 

La mattina dopo, appena sveglia, babbo mi chiese se durante la notte avevo sentito niente.

No, perché?

Beata te che c’hai il sonno pesante. Vai in salotto a vedere che è successo…

Il pensile era a terra in mezzo a un oceano di vetri rotti e una brodaglia alcolica e appiccicosa. Non si salvò nulla.

Meno male potevamo dormire fra due guanzali, disse mamma. 

Ripulimmo tutto e buttammo via i cocci. 

Per fortuna il mobiletto, in robustissimo tek, si era salvato, a parte una piccola sfaldatura nel legno sul davanti e gli sportelli in vetro che erano andati in frantumi. 

Prima ho sentito un botto, bum, diceva babbo, e subito dopo un altro, sbram. 

Il pensile, abbastanza lungo, era caduto infatti prima da un lato e subito dopo dall’altro.

E nel mezzo il tintinnio dei vetri. 

Non ricordo come andò a finire con Pietro ma so che da allora la storia del tutto aranzone e può dormire fra due guanzali è entrata a far parte delle leggende di famiglia e ancora oggi, a distanza di anni e anni, continuiamo a riderci su.

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La moka di Alex Nannini

Un anno fui invitata a pranzo da Alex Nannini con altri giornalisti nella casa di Belriguardo. Era l’occasione per lanciare il suo marchio di caffè con l’apertura di alcuni negozi, da quello di Firenze a uno perfino a Giacarta. 

Venni via con un regalino, una moka gialla griffata Caffè Nannini, due tazzine e una confezione di caffè. 

Il caffè all’epoca lo bevevo americano, per cui la moka non la usavo. Così anche in famiglia dove l’unico che beveva caffè, ma liofilizzato, era babbo.

D’estate risalii nel profondo Nordest per un altro contratto di lavoro in una città dove non ero mai stata prima di allora. Un’amica mi suggerì di coabitare con una tipa che lei conosceva e che stava da sola in una bella casa in centro. Il fidanzato disse, ma no dai, non può trovarsi bene con una persona così. Ma l’amica spiegò che la tipa aveva intenzione di passare l’estate in Australia per cui per la maggior parte del tempo sarei rimasta sola.

Alla fine ebbe ragione il fidanzato dell’amica. Credo che mi salvai solo per gli orari di lavoro, come al solito molto lunghi. 

Con la tipa non era facile parlare. Le chiedevo quanto dovessi darle di contributo casa e lei non diceva niente. Faceva giusto un risolino. Alla domanda ma te quando parti per l’Australia, rispondeva in maniera vaga. Non mi disse nemmeno che da un giorno all’altro la mia camerina sarebbe stata distrutta da alcuni lavori di ristrutturazione e io sarei finita a dormire in salotto senza un posto dove tenere le mie cose. Intanto a causa della polvere fui costretta a tenere le mie valige tra la macchina e il terrazzo per un mese. Avevo comprato anche diversi vestiti nuovi che rimasero nel sacchetto del negozio, nel bagagliaio dell’auto, finché alla fine dell’estate non ritornai in Toscana.

La tipa beveva molto caffè e lo faceva con la moka. Pensai di regalarle quella che mi aveva dato Alex Nannini, credendo di farle un piacere. Era così carina, smaltata di un giallo pallido. 

Un giorno la sentii al telefono che parlava di me ridacchiando perché ero una che riciclava i regali.

Normalmente, quando rientravo la sera stanca dopo il lavoro, trovavo la casa piena di gente. Lei mi esibiva come l’amica toscana e ci teneva che pronunciassi le parole come facciamo noi.

Ero diventata la sua scimmietta per gli ospiti e non potevo nemmeno salutare e andare a letto, perché non avevo più una camera. Dovevo aspettare che fossero andati via tutti.

Alla fine, dopo tante risposte vaghe, la tipa mi confessò che il progetto Australia era più complesso di quanto avesse creduto e che non era facile trovare una sistemazione economica per alcuni mesi.  

Te la trovo io, le dissi.

Scrissi qualche email ai contatti australiani dell’associazione scambio casa di cui facevo parte e in pochi giorni rispose una psicologa che la avrebbe ospitata gratuitamente per tutto il tempo che voleva senza pretendere nemmeno lo scambio in Italia. Non era stato difficile.

Finalmente partì e io potei rilassarmi un po’ nelle ultime settimane che mi rimanevano.

Prima di andare via la tipa mi disse che per ogni problema avrei potuto rivolgermi a un suo amico fidato, quasi un fratello, che sarebbe passato comunque ad annaffiare le piante.

Disse anche che avrei potuto dormire nella sua camera, anziché nel salotto, come ero costretta a fare dopo l’abbattimento dei muri. Era pur sempre un passo avanti, anche se arrivava nel momento sbagliato dal momento che non avrei più trovato gli ospiti serali al mio ritorno a casa.

Quando finalmente finii il lavoro e potei partire mi organizzai per lasciare la casa in ordine e la biancheria pulita. La mattina feci il bucato e tesi le lenzuola sul terrazzo. Il piumone lo avevo già portato in lavanderia, dovevo solo passare a ritirarlo. La bici la avrei messa in cantina come mi aveva mostrato la tipa un po’ di tempo prima.

Il caso volle che la mia partenza cadesse proprio nel giorno del santo patrono della città per cui trovai la lavanderia chiusa e non potei ritirare il piumone. Accadde anche che mi persi nel labirinto degli scantinati e fui costretta a lasciare la bici nel corridoio del condominio sbagliato, riuscendo a malapena a ritrovare l’uscita. Provai a suonare qualche campanello per rientrare ma nessuno mi aprì il portone. 

Nessun problema, pensai. Tanto lei sarebbe tornata dopo qualche settimana, nel frattempo l’amico fidato quasi un fratello avrebbe risolto tutto. 

Gli scrissi un messaggio chiedendogli se poteva pensare lui a stendere le lenzuola, ritirare il piumone e rintracciare la bici rimettendola nel condominio giusto. Certo, tranquilla, penso a tutto io, rispose.

Poi, sistemate le mie cose in Toscana, partii per San Francisco con un amico.

Fu lì che scoprii che la tipa mi aveva scritto un’email. Solo vedere il suo nome mi riportò a galla il gelo e il disagio vissuti quell’estate da lei, per cui chiesi all’amico se per favore la leggeva lui.

Ti odia, mi disse.

Alla fine venne fuori che l’amico fidato quasi un fratello non aveva fatto assolutamente niente di quello che gli avevo chiesto di fare. Per cui la tipa era tornata a casa e aveva trovato le lenzuola tutte avvolte ai fili dello stenditoio in terrazza a causa di un mezzo tornado. In più era rimasta senza bici e piumone, che aveva dovuto rintracciare da sola.

Dispiaciuta per questa catena di contrattempi le spedii un assegno di mezzo milione di lire come risarcimento, ma qualche tempo dopo me lo ritrovai nella posta senza nemmeno un biglietto.

Meglio così.

Rimpiango solo di averle lasciato la moka di Alex Nannini.

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La strada dei ricordi perduti

Andando avanti lungo la Cassia, dopo aver girato per Pian del Lago, un altro ricordo mi tiene inchiodata a quello stesso periodo di trent’anni fa.  

Una domenica mattina in redazione arrivò la notizia che quattro ragazzini non erano rientrati a casa dalla discoteca. 

I genitori avevano percorso la strada avanti e indietro più volte, temendo che fosse successo un incidente, ma non avevano visto la macchina da nessuna parte. 

Anche i poliziotti si erano convinti che quei ragazzi avessero preso una direzione diversa, magari per fare un giro lungo chissà dove o forse per scappare di casa e vivere qualche giorno di libertà in qualche posto lontano.

A Bologna, per esempio, dove venne fuori che uno dei quattro avesse dei contatti.

Sulla macchina c’erano tre ragazzine, due delle quali sorelle, e un ragazzo, l’unico maggiorenne, che era alla guida. 

Man mano che passavano le ore e dei ragazzi nessuno sapeva niente (erano tempi senza internet e cellulari), si facevano strada tante ipotesi.

Alla fine anche in redazione parve prevalere quella della fuga. Tantopiù che il ragazzo sembrava essere un po’ particolare, disse qualcuno che lo conosceva. Bravo eh, niente da dire. Ma magari aveva delle tendenze diverse. E quindi, chi meglio di lui avrebbe potuto convincere le ragazzine a seguirlo nei suoi giri alternativi, o magari addirittura obbligarle, con la scusa che la macchina era la sua? 

O forse avevano fatto solo finta di andare in discoteca ma si erano preparati, tutti d’accordo, per fuggire altrove. O magari erano andati veramente in discoteca, dove diverse persone in effetti li avevano visti, con l’idea di continuare la serata in qualche posto più stimolante, con l’aiuto di qualche sostanza. 

Gli elementi per costruire storie fantasiose c’erano tutti. La discoteca, il sabato sera, il presunto uso di sostanze stupefacenti, le misteriose inclinazioni del ragazzo, la supposta ingenuità delle ragazze. Una fiera dei luoghi comuni in cui purtroppo chi si occupa di cronaca, ma anche gli stessi inquirenti, talvolta tende a sguazzare un po’ troppo. 

La domenica si chiuse con un enorme punto interrogativo. Ma intanto le ricerche erano state avviate e qualcosa sarebbe venuto fuori, prima o poi. 

La mattina dopo, lunedì, un artigiano si recò al lavoro sul suo camioncino alle prime luci dell’alba, quando i campi e le strade erano ancora velati dall’umidità della notte.

Il signore era ben sveglio e attento alla guida. Giunto in prossimità di una curva che butta sulla destra, notò sul manto stradale i segni del passaggio di un’auto resi evidenti dalla rugiada. La cosa gli apparve strana perché il percorso di quelle ruote sembrava andare direttamente dall’altra parte, come se il conducente non avesse visto la curva e avesse continuato andando a diritto, senza nemmeno frenare.

L’artigiano fermò il suo furgoncino sul lato della strada, scese e andò a dare un’occhiata. 

Le impronte degli pneumatici si interrompevano sul ciglio. Sotto, c’era il greto del fiume, una sorta di antro spettrale invaso dalla vegetazione. Laggiù, sotto di qualche metro, c’era un’utilitaria sospesa con il muso in picchiata, trattenuta dalle piante. 

L’uomo chiamò subito la polizia. L’auto fu recuperata. Purtroppo, nonostante il fitto strato di vegetazione che aveva attutito la caduta, i quattro ragazzi erano tutti morti.

Il mistero alla fine era stato svelato e la realtà, purtroppo, si era dimostrata più semplice, quasi banale, rispetto alle insinuanti ipotesi della domenica.

Io non ho mai smesso di chiedermi, come facemmo tutti allora, quando quei ragazzi fossero morti e se, trovandoli prima, avrebbero potuto essere salvati.

Oggi in quel punto, dopo tanto tempo, qualcuno mette ancora un mazzo di fiori.    

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