Nonna Armida e le mie lentiggini

Quando ero piccola mamma e babbo mi lasciavano spesso a casa di nonna Libe, in Colle alta. Paola invece andava da nonna Armida, a Castiglioni. 

Ogni volta che tornava a casa ce ne raccontava una. 

Un giorno, mentre nonna chiedeva di passarle il pennato, Paola si guardava intorno spaesata senza capire di che cosa stesse parlando.

  • Ma che c’andate a fa’ a scuola se un v’insegnano nulla, diceva allora nonna spazientita.

Un’altra volta nonna cercava una gallina che mancava alla sua conta. 

Paola le rispose soavemente:

  • L’ho vista passare, giocava a rincorrersi con il cane.

Anche a me ogni tanto mi toccava andare da nonna Armida, ma non ne ero mai troppo entusiasta. Sia perché nonna stava tutto il giorno a lavorare nel campo e a dar da mangiare agli animali, sia perché aveva un carattere brusco, brontolava sempre e non le andava mai bene niente.

Ogni tanto ci si divertiva anche, però. Come quando mi faceva salire su un fico con la scala e da sotto, mostrando il paniere, mi diceva. Bel bambino, mi allunghi un fichino con il tuo manino? 

Ma erano episodi abbastanza rari.

A un certo punto, per esempio, cominciò a prendersela con le mie lentiggini. Sembrava allora che trovare il modo di toglierle fosse diventato l’unico scopo della sua vita.

Chiedendo in giro aveva raccolto diversi metodi, tutti fantasiosi, per risolvere quello che lei riteneva essere un mio grosso problema.

Naturalmente si guardava bene dal consultarsi con gli altri familiari, tipo sua figlia che era anche la mia mamma, sapendo bene che l’avrebbero stoppata sul nascere.       

Forse non era nemmeno un comportamento del tutto ragionato. D’altra parte lei era così, una contadina furba che pensava sempre di farla franca quando gli altri non la vedevano.

Poi, quando zio e zia tornavano a casa e trovavano il frigorifero dipinto di rosa o il caminetto arancione, la brontolavano. Ma lei alla fine era sempre convinta che fossero gli altri a sbagliare e andava avanti per la sua strada.

Tra i rimedi che qualcuno le aveva suggerito per sbarazzarsi delle mie lentiggini ce n’era uno che garantivano come definitivo. La pipì di cavallo. 

Io le avevo detto che mi faceva schifo solo pensare di fare un bagno nella pipì di un cavallo, ma lei insisteva che per levare tutta quella semola (le mie lentiggini) bisognava farlo.

Io sinceramente non capivo che problema ci fosse con la mia pelle e intanto mi consolavo con il fatto che né la mia famiglia, né altri conoscenti, avessero dei cavalli a cui chiedere la preziosa donazione.

Purtroppo però all’epoca a Colle c’erano un bel po’ di cavalli nel campetto sotto alla piscina Olimpia. Nonna decise quindi che avrebbe chiesto a chi li badava di metterle da parte il miracoloso liquido.

Io ero divisa tra l’orribile sensazione che avrei dovuto sperimentare lavandomi con l’urina ippica e la speranza di veder sparire dalla mia pelle quelle inutili macchioline che, a furia di venire criticate da nonna, mi erano anche venute a noia.

In ogni caso ogni volta che mi toccava andare da nonna Armida avevo sempre il terrore che tirasse fuori un bottiglione di liquido giallo con il quale mi sarei dovuta lavare.  

Un giorno eravamo a casa da sole e lei arrivò in cucina con un barattolo bianco di crema per il corpo. Mi disse, vieni qui che te la passo sui bracci e sulla schiena. Questa vedrai che te la manda via la semola.

Insomma, alla fine non mi era andata troppo male. 

Crema contro pipì di cavallo. Non avrei potuto chiedere di meglio. 

Il pomeriggio trascorse con le solite cose. La merenda, i giornalini, la televisione.

Solo che ogni tanto arrivava nonna con quel barattolo tondo e bianco in mano, svitava il coperchio e mi spalmava ditate di crema di qua e di là.

La sera poi mamma mi venne a riprendere e sembrava come se non fosse successo niente.

Il giorno dopo invece arrivò la telefonata di zia Carla che svelò a mamma l’ultima trovata  di nonna Armida. 

Zia era fuori di sé. Quella crema gliel’aveva segnata un dermatologo e sicuramente non per eliminare le mie lentiggini. 

Mamma era fuori di sé. 

  • Che ti ha fatto nonna, ieri? mi disse precipitandosi su di me come un falco.
  • Boh, le solite cose…
  • Pensaci bene Simona. È vero che ti ha spalmato la crema di zia Carla?
  • Ah sì, mi voleva togliere le lentiggini. Meno male non aveva trovato la pipì di cavallo.

Tra mamma e zia era tutto un urlare: ora basta, Armida non può fare sempre di testa sua e via dicendo. 

Nonna credo che abbia fatto come sempre. Cioè, se l’è fatta entrare da un orecchio e uscire dall’altro. Per poi continuare a fare di testa sua.

Io ancora ringrazio per il pericolo scampato.

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Gastone (2)

Appena Gastone si trasferì stabilmente da noi, si resero necessari due passaggi: toilette e veterinario. 

Dopo il bagno Gastone non sembrava più lui. Gli era esplosa una quantità di pelo lungo, brillante e ondulato del tutto inimmaginabile. Fino ad allora il pelo sembrava corto, mi spiegò Mariagrazia, la toelettatrice di Spugna, perché era compresso in una specie di fango solidificato da chissà quanto.

Il veterinario invece sentenziò che Gastone doveva avere sui tre anni e mezzo ed era anche abbastanza sano. Di sicuro non aveva avuto una vita facile. Lo testimoniavano tutte quelle cicatrici sul muso e su altre parti del corpo e le isolette di peli bianchi che spuntavano nel manto fulvo. La cosa più impressionante però erano le unghie, consumate quasi del tutto, come se, disse il veterinario, avesse dovuto scavare chissà per quanto per fuggire da chissà dove.

Al canile, mentre riempivo i fogli per l’adozione, scoprii che a Gastone non era stato dato un nome, nemmeno provvisorio. Quando raccontai che a casa Gastone saliva sul muretto e abbaiava con una voce rauca e bassa scoprii anche che nessuno lo aveva sentito mai abbaiare in tutti i mesi che era rimasto chiuso in quella gabbia.

Poi ci fu il cambiamento di mamma. Lei che fino ad allora si era opposta con tutte le sue forze all’ingresso di Gastone in famiglia, all’improvviso ne diventò la principale sostenitrice, convinta com’era di essere la sua preferita perché gli preparava la pappa. 

Io lo avvisavo: Gastone non ti fidare, è lei quella che ti ha rimandato al canile e che non ti voleva a casa. 

Ma lui, ingenuo e pieno di riconoscenza, ci cascava sempre. 

Al primo calore di Vanessa, mamma si trasferì nel mio appartamento con Gastone, perché restassero separati. Ma non fu affatto facile. Così al calore successivo decisero di portare Gastone da me a Belluno.

In quel periodo vivevo in una porzione di palazzo Miari Fulcis in pieno centro. Con mamma decidemmo che lei avrebbe dormito al Centro Diocesano mentre Gastone sarebbe rimasto in casa con me. La prima sera però io avevo il turno di chiusura al giornale e sarei tornata dal lavoro dopo mezzanotte. Mamma invece doveva andare via prima che il Centro chiudesse verso le dieci e mezzo, undici. Così Gastone rimase a casa solo per un’oretta. Mamma pensò che si sarebbe annoiato e lasciò luce e tv accese per lui. Quando aprii la porta sentii dei rumori strani, come dei gemiti. In salotto c’era Gastone accucciato sul suo cuscino davanti alla tv che trasmetteva i programmi pornografici notturni. 

Quando mamma tornò in Toscana dovetti gestire da sola le necessità di Gastone. Al mattino, appena sveglia, lo portavo a fare la prima passeggiata del giorno. Per l’intervallo del pranzo mi preparavo un panino che mangiavo su una panchina. La sera poi, appena rientravo, si partiva con un’altra giratina. 

Per certi versi poteva sembrare impegnativo, però era anche divertente, oltre che salutare. Tra l’altro a Belluno, pur abitando in pieno centro storico, bastava attraversare piazza Duomo e prendere le scale dietro al Comune, per arrivare in campagna in pochi minuti, verso Castion o lungo il Piave. 

In poco tempo Gastone era diventato una vera attrazione in città e quando passavamo per il centro raccoglieva un sacco di complimenti, che lui accettava abbassando il testone e facendoselo accarezzare.

Un giorno con un’amica andammo a Erto e Casso, sopra la diga del Vajont, a fare un giro. Portammo anche Gastone. Aveva nevicato da poco e il terreno in pendenza lungo i tornanti era tutto bianco. Prima di arrivare al paese ci fermammo. Fu allora che Gastone scoprì la neve.

Cominciò a saltare eccitato lungo i pendii innevati, arrampicandosi e lasciandosi scivolare come un bambino sullo slittino. Sembrava impazzito, con quelle capriole e le sdrusciate di schiena. Peccato non avere un filmino di tutta quella gioia.

Poi arrivò il momento di riportare Gastone in Toscana e per Vanessa di subire un intervento di sterilizzazione.

Io continuavo a vivere a Belluno e i cani li vedevo quando tornavo a casa. Allora facevamo lunghe passeggiate per i campi e le colline circostanti. Vanessa conduceva con lo sguardo dritto davanti a sé e Gastone le girava intorno come un perfetto innamorato, saltellando mentre le zampe posteriori andavano una in qua e una in là.

Ogni tanto uno dei due, più spesso Vanessa, prendeva un forasacco e bisognava correre dal veterinario. Vanessa prese anche la leishmaniosi, dalla quale guarì miracolosamente tenuta su a forza di fettine di prosciutto cotto.

Gastone invece sembrava avere meno problemi. Finché non iniziò a stare male e ad avere difficoltà a muoversi. Babbo per portarlo fuori all’aria aperta aveva preparato una specie di zatterina con le ruote. Gastone ci si accucciava sopra e loro lo tiravano. 

Nessuno mai capì di che cosa soffrisse Gastone. 

Un mattino, verso Pasqua, mamma si alzò e lo trovò ormai morto. 

Aveva fatto tutto in silenzio, senza disturbare. Sempre grato com’era per la nuova vita che gli avevamo regalato.

(2-fine) 

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Gastone

Con Gastone funzionava così. Dopo che la mia amica mi aveva avvisato che al canile avevano questo setter irlandese bellissimo, ero andata a vederlo e mi ero subito innamorata.

Gastone stava in un recinto insieme ad altri cani. Era tutto rincantucciato in un catino di plastica azzurra da bucato e sembrava non accorgersi di niente. 

Era lì da tre mesi, da quando era stato catturato insieme ad altri due cani, mentre vagava nei boschi di Radicondoli.

Chiesi se potevo prendermene cura facendogli fare qualche giro intorno al canile.

Di portarlo a casa non se ne parlava. 

Mamma era stata chiara. C’era già Vanessa, che bastava e avanzava.

Mi fu dato il permesso. Così cominciai ad andare ogni tanto al canile.

Il volontario di turno entrava nella gabbia, metteva il guinzaglio al collo di Gastone e lo portava fuori. Io lo prendevo, uscivo dal canile e passeggiavo con lui nei campi. 

Lui camminava guardando dritto davanti a sé, chiuso in un mondo tutto suo. Non reagiva a niente, nemmeno alle carezze. 

La volta dopo mi portai dietro qualche biscotto. Gastone lo mangiò e continuò a guardare dritto davanti a sé. 

Una volta invece Gastone si girò quando lo chiamai per dargli il biscotto e mi guardò negli occhi. 

Fu un’emozione fortissima. Era un inizio.

Gastone cambiò subito il modo di camminare, si fece più sciolto e rilassato. Poco a poco cominciò anche a scodinzolare. 

Decisi che era arrivato il momento di portarlo a casa, anche solo dalla mattina alla sera.

Al canile furono d’accordo.

Lo feci salire sul posto del passeggero della spider rossa, raccomandandomi che stesse ben raggomitolato e senza alzare la testa. Andò bene.

Quando arrivammo a casa mamma disse che non voleva un altro cane e che avrei dovuto riportarlo subito al canile.

Gli preparai la pappa. Gastone mangiò tutto, poi cominciò a saltellare e a strusciare la testa sulla mia pancia.

  • È un segno di ringraziamento, disse mamma.

Scoppiai a piangere.

La sera lo riportai al canile. 

Questa storia andò avanti per un po’. Appena potevo andavo a prendere Gastone, lo facevo salire in macchina e lo portavo a casa per un giorno. 

Vanessa, l’altro setter irlandese che all’epoca aveva cinque anni, non sembrava affatto contenta di avere un amico. Temeva di perdere i suoi privilegi. Quando uscivamo non cedeva mai il passo a Gastone, col risultato che sbatacchiavano entrambi su un lato diverso della porta. Gastone correva per la gioia di uscire, Vanessa per non farsi superare. 

Gastone adorava Vanessa e quando lei si stendeva sul divano con posa aristocratica, lui si stendeva ai suoi piedi e la guardava di sotto in su, con lo sguardo implorante.

Babbo ormai aveva cambiato idea sul fatto di tenere un cane a casa. Appena tornati in campagna era contrario. Ma poi c’era stato Iadi, il pastore tedesco, dopo era arrivato Taro, il siberian husky, e ora Vanessa. Per lui avere anche Gastone non cambiava niente. Anzi.

Mamma invece continuava ad opporsi.

Quell’anno le vacanze di Pasqua, tra ponti e weekend, si allungarono fino al Primo Maggio. Gastone le passò tutte a casa con noi, senza mai tornare al canile.

Ormai, pensavo, è fatta. 

Invece mamma tornò alla carica e disse che lo dovevo riportare, prima che si abituasse e diventasse tutto troppo difficile.

Quando riconsegnai Gastone al canile, lo misero in una gabbia di decompressione, da solo, per farlo riabituare alla prigionia.

Lui rimase in piedi, un po’ traballante sulle zampe larghe, con lo sguardo fisso davanti a sé.

Io ero disperata. Tra le lacrime gli dicevo di stare tranquillo, che sarei tornata a prenderlo.

Lui aveva la bocca socchiusa con un filo di bava che scendeva giù.

Una volta a casa telefonai al canile per sentire come stava.

Era sempre come prima.

Babbo continuò a telefonare per tutto il giorno. Gastone, ci dicevano, era lì, in piedi nella gabbia, come pietrificato, con il filo di bava.

Il giorno dopo mi alzai presto e uscii. Non ci fu bisogno di dire a nessuno dove andavo e a fare che. 

(1 – continua)

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Il mio primo concerto rock

Il 23 maggio 1981 mancavano ancora centocinquanta giorni al compimento dei miei diciotto anni. Nonostante questo, babbo e mamma mi dettero il permesso di andare da sola a un concerto rock a Firenze. Non ricordo perché mi ero tanto fissata con i Clash, che credo nemmeno conoscevo all’epoca. Probabilmente ne avevo sentito parlare da quelli più grandi in piazza. O forse il concerto era pubblicizzato su Radio Centofiori, che ascoltavo tutti i pomeriggi dopo la scuola.

In ogni caso, nella settimana precedente all’evento persi completamente l’appetito. Ero felicissima di fare questa esperienza e felice anche che i miei non me l’avessero negata. Però di fatto la mia gioia fu sopraffatta da un’emozione fortissima, difficilmente definibile, che mi impediva di mangiare. Avevo lo stomaco chiuso.

Al concerto sarei andata con il Bighe, un ragazzo di due anni più grande, del quale i miei si fidavano. 

Il giorno fatidico, un sabato, partimmo da Colle sulla due cavalli verde del Bighe. 

Non facemmo in tempo ad arrivare sul Ponte dell’Armi che il Bighe stoppò la macchina. Sul bordo della strada c’era un tizio con un giubbotto di pelle nera che faceva l’autostop.

Io non mi sarei mai fermata.

Il Bighe invece lo conosceva. Venne fuori che il tizio andava a Firenze al concerto dei Clash. Salì con noi. Si chiamava Pise.  

Al concerto era stata riservata solo una curva dello stadio in Campo di Marte, dove diverse centinaia di scalmanati stavano tutti pigiati. Fu chiaro fin da subito che io, piccola com’ero, non avrei visto nulla se fossi rimasta con i piedi per terra. Non solo.

Avrei anche rischiato di rimanere schiacciata dalla folla che ondeggiava e saltava a un ritmo forsennato.

Il Bighe mi prese a cavalluccio. E lì, accucciata sulle sue spalle, rimasi per tutta la durata del concerto, mentre i fan tiravano sul palco lattine, bottigliette e chissà che.

Dopo quarant’anni si ricorda ancora la fatica di tenermi tutte quelle ore sulle spalle. Fortuna che lui era giovane e forte e io all’epoca pesavo solo quarantacinque chili. 

Quel concerto comunque fu uno schianto.

Davanti ai miei occhi di liceale colligiana diciassettenne, si aprì all’improvviso un mondo di punk, di musica forte, sgangherata, di cantanti ruvidi e chitarre dal suono distorto. 

Le prime note che sentimmo furono quelle del Buono il Brutto e il Cattivo, di Ennio Morricone. Poi esplose London Calling. Sul palco, dietro a Joe Strummer, Paul Simonon, Mick Jones e Nick Headon, scorrevano le immagini violente della rivoluzione sandinista, quella che in Nicaragua aveva destituito il presidente Anastasio Somoza.

Io non ne sapevo niente. Dopo il concerto però cominciai ad informarmi e a cercare di capirne di più.

Fu una serata piena di tante cose. Le ore passarono in un lampo, tra le immagini, la musica, i salti del pubblico. Io, al sicuro sulle spalle del Bighe, non rimasi schiacciata dalla folla e riuscii a non farmi colpire nemmeno da una lattina. Fu lui a dire il vero a scegliere di stare più dietro possibile.

Se ci fossimo avvicinati al palco sarebbe stato peggio.

Insomma, alla fine andò alla grande.

Anche perché poi come sarebbe dovuta andare? Eravamo giovani, negli anni Ottanta, e potevamo fare di tutto, bastava solo pensarlo. 

Al ritorno il Pise era ancora con noi. Dalle cose che disse del concerto, capii che era uno che di musica ci capiva. E infatti venne fuori che suonava la chitarra ed era anche parecchio bravo. 

Dopo il concerto e tutta quella gente strana, mi sembrò meno strano anche lui. E infatti da allora diventammo amici. 

Del Bighe invece ricordo un altro episodio, sempre legato a un concerto, che avvenne parecchi anni dopo la serata dei Clash.

Quella volta eravamo a Certaldo, forse all’Ypsilon, dove c’era un concertaccio punk. A un tratto cominciarono tutti a pogare violentemente e io, che non me l’aspettavo, fui spintonata di brutto. Schizzai come un proiettile contro una cassa sotto al palco senza riuscire a fermarmi. Mi bloccò il Bighe, che chissà come era proprio su quella traiettoria.

Così mi salvò dalla violenza punk per la seconda volta.

Dopo il concerto di Firenze finalmente mi passò l’agitazione e ricominciai a mangiare. Credo che all’epoca però non mi rendessi nemmeno conto che avevo partecipato ad un evento storico, non solo per l’esibizione di un gruppo strabiliante, ma anche perché eravamo all’inizio di un’epoca fantastica di musica, concerti e tutto il resto. 

Soprattutto, perché noi, chi più chi meno,  avevamo tutti vent’anni.

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La Mazda rossa

Nei primi mesi del Duemila comprai la macchina dei miei sogni. Era una cabrio rossa, con tettuccio nero e fari a palpebra, usata. Avevo trovato questa occasione grazie alla segnalazione di un’amica. 

In quel periodo però il lavoro vacillava e non avevo i soldi sufficienti. Mamma si rifiutò di prestarmeli, per lei si trattava di un acquisto del tutto inutile.

Babbo invece disse, ti aiuto io; ti capisco, avrei sempre voluto una macchinina così.

Così portai a casa la Mazda Mx5 1800 rossa fiammante e mentre babbo la guardava ammirato perdendosi nelle rifiniture, mamma sbraitava contro una figlia che viveva al di sopra delle sue possibilità. 

Quando andai dal rivenditore a concludere l’acquisto non la finiva più di congratularsi. 

  • Ora però la deve provare.

Io ero pietrificata. Era una macchina troppo bella per guidarla, avrei quasi preferito farmela trasportare fino a casa per avere tutto il tempo di conoscerla e imparare a guidarla.

Il signore prese le chiavi e si mise dietro al volante. Io, in preda all’emozione, mi sedetti al suo fianco.

Partì.

La concessionaria era già vicina alla campagna. Non ci volle niente ad infilarsi nelle strade secondarie che passavano in mezzo a campi e boschi. La giornata era bella, da poco si era in primavera e l’aria frizzava in mezzo alla natura nel pieno del risveglio.

Era bellissimo sentire il vento che scompigliava i capelli. 

Il tizio però guidava sempre più forte e io morivo dalla paura.

  • Va bene, va bene, ho visto. Ora rientriamo per favore.
  • Voglio insegnarle la guida sportiva. Una macchina così non si guida come tutte le altre. Vede? In curva si accelera. Sente come stanno attaccate alla strada le gomme? Questa macchina è un compasso.

E intanto accelerava e accelerava. E io sudavo freddo, anzi ghiacciato.

Può darsi che alla fine abbia accettato di guidare un po’ anch’io, ma sinceramente non credo, da come mi tremavano le gambe. Di sicuro però per tornare a casa dovetti mettermi dietro al volante.

Durante l’estate andai a lavorare a Pordenone. In macchina c’entrava poca roba, per cui dovetti spedirmi scatoloni di vestiti per posta.  

La tipa con cui coabitai per pochi mesi sembrava un po’ scocciata dalla mia macchina e non voleva darmi soddisfazione. 

  • Non è mica la prima volta che vedo una cabrio, sai. Un amico ha la Golf scoperta e ci sono salita un sacco di volte.

Io facevo finta di niente e la scarrozzavo di qua e di là. Finché cominciò a trovare la scusa del mal di testa. 

Poi capitò che al giornale mi dessero un intero weekend di festa e io, per non dover passare tutto il tempo con lei, andai alle terme di Montegrotto. Una mattina, uscendo dal posteggio, sentii un gran botto. Scesi subito per controllare se avevo sbattuto contro qualcosa, ma la parte posteriore della macchina era perfetta. Mi accorsi dopo che, facendo retromarcia, avevo sbattuto la parte anteriore destra contro un pilone. Un vero disastro.

Per fortuna di lì a poco sarei tornata a casa e avrei fatto rimettere a posto la carrozzeria. Nel frattempo feci di tutto perché la coinquilina non si accorgesse del danno, tanto per toglierle una possibilità di gioire sulle mie disgrazie. 

Nel periodo della Mazda, grazie sempre alla stessa amica, ci fu anche l’innamoramento con Gastone.

Un giorno mi chiamò, mentre faceva la volontaria al canile e mi disse che da loro c’era un setter irlandese bellissimo.

  • Devi venire a vederlo.

A casa avevamo già Vanessa, della stessa razza, per cui cominciai a cullare l’idea di prendere anche lui. Ipotesi alla quale mamma si oppose fermamente.

Gastone però cominciò a venire a casa ogni tanto. Lo facevo sistemare sul sedile del passeggero della Mazda e poi partivo, pregando dentro di me di non incontrare vigili carabinieri e simili e sperando che rimanesse giù accucciato senza alzare la testa.

Ci andò sempre bene.

Alla fine Gastone rimase a casa nostra e mamma ebbe da ridire per anche per il cane, oltre che per il fatto che io continuavo a vivere al di sopra delle mie possibilità.

Anche su questo facevo finta di nulla, salvo riderci con gli amici che mi prendevano in giro ripetendo la frase di mamma per scherzarci un po’ su.

Una volta con una collega partimmo da Firenze con la Mazda alla volta dei colli del Prosecco per organizzare un evento giornalistico. Lei era convinta che non ci saremmo mai entrate in due con i bagagli. Ma io legai il mio trolley al portapacchi fissato dietro e infilai la sua valigia nel bagagliaio. Rimaneva da sistemare la sua pelliccia, che rincantucciammo dietro i sedili.

Alla fine andò tutto bene anche quella volta.

Poi purtroppo arrivò il momento di dare via quella meraviglia di macchina. Già stando a casa mi era diventato abbastanza complicato gestire il trasporto di due cani grandi e ogni volta che andavamo dal veterinario dovevo chiedere in prestito la macchina a babbo o a mamma. 

Poi capitò che dovessi trasferirmi a Belluno per lavoro. A quel punto dovetti farmi forza e rinunciare alla cabrio a favore di una monovolume.

Prima di vendere la Mazda la mia amica Gigliola mi chiese se ci si facevano le foto insieme. 

Babbo fu ben lieto di farcele. E per fortuna, visto che oggi rappresentano un bel ricordo, utile anche per stemperare il rimpianto.

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Addio a Marco

Ciao, pur abitando a Bologna da quasi venti anni, leggo le cronache dei giornali della provincia di Belluno perché ci sono nato e ho frequentato il liceo. Sono non vedente, mi sono appassionato dalla presentazione del tuo libro, l’ho acquistato, lo farò incidere e anche i non vedenti lo potranno acquistare.

Era il 23 maggio 2018 quando lessi questo messaggio su Messenger. Lo scriveva Marco De Vallier, un ragazzo che fino ad allora non avevo mai conosciuto. Fui sorpresa ed onorata dalla sua attenzione nei confronti del mio lavoro. In quel periodo avevo presentato La Guerra di Pietro a Belluno, nella bellissima libreria Mondadori di via Mezzaterra, dalla Edda con la mia amica Michela Canova.

  • Tu eri presente? 
  • Purtroppo no, perché io abito e vivo a Bologna. Ti ho ascoltata su Radio Belluno e visto che cerco di leggere i giornali, dove tu eri protagonista, ho colto la tua intervista. Leggerò il libro anche perché penso che sia un delizioso racconto. Poi abbiamo amici in comune tra i quali Mirko Mezzacasa.

Continuammo a scriverci, ipotizzando un incontro a Bologna, per conoscersi e parlare della registrazione del libro. A me avrebbe fatto piacere inciderlo con la mia voce, così avrei mantenuto l’intonazione toscana della storia. Marco sognava di poter prestare la sua voce a un personaggio maschile. Magari proprio a Pietro, del quale avrebbe potuto leggere le lettere riportate nel volume.

Ci risentimmo un anno dopo, in luglio.

  • Ciao, scusa se non mi sono fatto sentire in questi mesi, ma ho cambiato lavoro e le cose da fare sono state tante. L’audiolibro è già stato realizzato dal centro internazionale del Libro Parlato di Feltre, che forse anche tu conosci, essendo stata per molti anni a Belluno. Tutti gli utenti iscritti lo potranno richiedere. Io lo ascolterò al più presto e poi, se ci terremo in contatto, ti farò sapere. 

Non ho più sentito Marco, ma la sua presenza discreta mi ha fatto compagnia in questi anni grazie a qualche segnale sui social.

Poi qualche settimana fa, in una torrida giornata di agosto, scorrendo la stampa bellunese on line, sono rimasta colpita da un titolo.

“Soffocato da un boccone al ristorante, muore il figlio dell’ex sindaco di Rocca”.

Sotto, l’articolo e la foto del profilo Facebook di Marco, che aveva 41 anni e tante cose ancora da dire e da fare.

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La pizza gigante di Giacomino

Quando andavamo al mare a Punta Ala, da piccine, due erano i momenti in cui si alzava il livello di felicità. Quando andavamo a Follonica e tornavamo con un mega vassoio di pizza al taglio e quando mangiavamo la pizza da Giacomino, a Castiglion della Pescaia, dopo aver comprato il pesce fresco al porto.

Punta Ala è a metà strada. Quando siamo al bivio con i grandi pini, se si gira a sinistra in dieci minuti si arriva a Follonica, a destra più o meno alla stessa distanza c’è Castiglioni.

La botteghina della pizza al taglio non aveva niente di speciale. Un bancone con la vetrina trasparente dietro alla quale il pizzaiolo scaricava le teglie con i diversi condimenti e la commessa velocemente le suddivideva in rettangoli di uguale dimensione. 

La pizza però era buonissima. Margherita, cipolle olive e tonno, patate e rosmarino, frutti di mare. Ogni volta volevamo prendere tutti i gusti che c’erano e non ci bastava mai.

La signora metteva i tagli su un grande vassoio di carta che poi avvolgeva con la carta plastificata. Lo portavamo via che era così tanto bollente che quando arrivavamo in campeggio la pizza era ancora calda.

Da Giacomino era tutto un altro discorso. La pizza si mangiava li, seduti al tavolo, nella grande sala con le pareti ricoperte di perlinato scuro e i tavolini in legno con le tovaglie a quadrettini bianchi e rossi come le trattorie italiane a Little Italy, New York.

Giacomino era un omino tondo di testa e di corpo, con l’espressione sempre accigliata. Stava tra la sala e la cucina, in piedi, con un grembiule annodato in vita, e come un vigile urbano dirigeva il traffico delle pizze. 

I camerieri correvano veloci con gli enormi piattoni delle pizze sulle braccia e li depositavano davanti al cliente giusto, sotto lo sguardo severo di Giacomino, senza sbagliare un colpo.

Giacomino era famoso per le pizze giganti e per la quattro stagioni divisa in quattro parti da un filo di pasta. Ogni quarto aveva il suo condimento distinto dagli altri tre. 

La pizza di Giacomino era finissima e croccante. La Margherita profumava di basilico. 

Io e Paola vivevamo nel sogno della pizza gigante ma babbo e mamma ci facevano prendere sempre quella normale, perché eravamo piccole e non saremmo mai riuscite a finirne una così grande. 

Ma alla fine giunse anche per noi il momento e ci ritrovammo ad aggredire quella pizza oceanica con coltello e forchetta, animate non solo dal gusto di quella delizia, ma anche dall’orgoglio di voler dimostrare che eravamo grandi anche noi, tanto grandi ormai da poter mangiare una pizza gigante da Giacomino. 

Un undici settembre di una decina di anni fa o giù di lì mi sono ritrovata a passare dal porto di Castiglioni e mi è venuta voglia di vedere se c’era sempre la pizzeria da Giacomino. Era sempre lì, sulla destra del porto, un po’ sfilata verso la passeggiata a mare. 

Non ho resistito. Sono entrata e mi sono seduta a un tavolo. 

Non riconoscevo niente, in tutto quel bianco, con le vetrate a mare. Il posto che da piccola mi pareva immenso, si era ristretto a una normale sala di ristorante. Era cambiato tutto, i tavoli, i colori. Non c’era più nemmeno Giacomino, col suo grembiule, a dirigere il traffico delle pizze.

Ho chiesto un antipasto e un primo di pesce. Mentre alla TV scorrevano le immagini per l’anniversario delle torri gemelle, ho ricevuto la telefonata di un collega. Mi informava che un amico comune, vittima di un incidente qualche mese prima, stentava a riprendersi e probabilmente c’era poco da sperare. 

In realtà anche se la sua storia è finita troppo presto e niente affatto bene, avrebbe avuto ancora diversi anni davanti a sé. 

Oggi la pizzeria da Giacomino la ricordo quasi più per quella brutta storia che per la sua fantastica pizza.

Segno che in certi ricordi del passato è sempre meglio non andare a mettere le mani. 

Foto di Igor Ovsyannykov da Pixabay

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Uno spauracchio a Pantelleria

Appena scesa a Pantelleria andai a ritirare la macchina a noleggio. Era una pandina bianca vecchio modello. La spesa era esigua e comprendeva anche una Vespa a cui dovetti rinunciare a malincuore. Il titolare mi disse che sarei potuta andare a prenderla quando volevo, per quella settimana era mia. Ma non lo feci.

Mi diressi verso Scauri. A un bivio mi aspettava il ragazzo dell’agenzia che mi accompagnò a casa. Salimmo una scaletta esterna di mattoni e cemento. 

  • Qui abito io, disse indicando una porta nascosta da una tenda scacciamosche in cordino.

In fondo c’era l’appartamento in cui avrei passato la settimana. Un salotto con le finestre sul mare colore del topazio e le tende che volavano con il vento, una piccola cucina, una camera da letto e un bagnetto con la doccia minuscola.

  • Oggi vieni a pranzo da noi, mamma ha fatto la caponata.

La vacanza iniziò con un’aria di famiglia e l’accoglienza siciliana, calorosa e avvolgente, ma mai opprimente. Nei giorni successivi, ogni volta che rientravo a casa, trovavo un vassoio coperto da un panno su un tavolinetto fuori dalla mia porta. Una volta c’erano dei dolci fritti, un’altra dei cannoli, o della pasta al forno, piatti di carne, pesce o verdura. Tutto buonissimo. 

La prima sera andai a mangiare una pizza al porto. Faceva ancora molto caldo, anche se era la fine di ottobre. Di turisti ce n’erano pochissimi e la maggior parte dei locali aveva già chiuso, ma quelli che rimanevano aperti erano sufficienti. 

Quando andai a comprare le sigarette feci amicizia con il tabaccaio. Una sera mi invitò a mangiare il vero pesce spada alla pantesca in un ristorante sul porto. 

Fuori dal locale c’erano degli anziani seduti sulle sedie, qualcuno con un bastone in mano. Lui salutò tutti e loro risposero con il sorriso furbo e gli occhi stretti di chi sa. 

Al tempo fumavo abbastanza per cui le mie visite dal tabaccaio erano piuttosto frequenti.  

Diventammo amici e lui si offrì di farmi da guida in una Pantelleria quasi deserta. Mi sentii molto fortunata. Di giorno giravo l’isola da sola sulla Pandina, andavo al lago Specchio di Venere, un cratere argilloso dove non si riesce a stare in piedi, e infatti appena ci entrai dentro battei una musata in avanti. Per fortuna sull’acqua. Un po’ seguivo i consigli del tabaccaio, un po’ giravo a caso, tanto ovunque andassi c’era qualcosa da scoprire. Solo una volta non ebbi il coraggio di raggiungere una spiaggia per la quale dovevo attraversare una lunga steppa rocciosa e deserta. 

Un giorno il tabaccaio mi portò a delle vecchie terme romane insieme a degli amici, dei signori di Roma habitué dell’isola. Erano delle vasche scavate nella pietra dentro una grotta, in cui stillava acqua con una qualche proprietà. Lì, sempre su indicazione del tabaccaio, raccolsi delle pietre pomice che si trovavano per terra un po’ ovunque. 

Fra i turisti romani c’era un anziano giornalista, che scoprii essere lo zio di un collega che veniva spesso agli eventi che organizzavamo nelle Crete con gli amici giornalisti di Siena. Con lui un giorno salimmo su una sorta di montagna in cima alla quale c’era una sauna naturale in mezzo alle rocce. Dall’alto vedevamo distese di vigneti a perdita d’occhio fino al mare, con le caratteristiche piantine basse. Di notte invece brillavano le luci della vendemmia nella tenuta Donnafugata. 

Il babbo del tabaccaio aveva certi affari in Tunisia, molto più vicina a Pantelleria rispetto alla Sicilia e spesso era via. Quando tornò  ci invitarono a cena nella casa sopra il tabacchino, me e l’anziano giornalista, a mangiare il cus cus come lo facevano loro, con il pesce. 

Se il figlio era un po’ rotondo e aveva l’aria placida, il padre era magrissimo e nervoso, aveva il fisico nodoso e gli occhi da falco. Mi trattava come se fossi roba sua.

La casa era un po’ scalcinata e denunciava la mancanza di un tocco femminile. 

Sembrava di essere dentro allo Straniero di Camus, con il caldo, l’Africa del Nord e un’umanità indifferente e vogliosa allo stesso tempo. 

Non tornai più a casa del tabaccaio e fui contenta di non rivedere il babbo in giro.

Con l’anziano giornalista invece, quando rientravamo al porto dai nostri giri diurni tra spiagge, mare e saune naturali, avevamo preso l’abitudine di fermarci in un bar pasticceria che faceva delle cassate da sogno.

La prima sera, quando cenai da sola al porto, avevo notato lungo la via un tipo curioso. Era alto, magro, con dei folti ricci neri, l’aria spiritata e vestito tutto di nero come un pipistrello.

Dopo un po’ me lo ritrovai al tavolo che mi parlava di cose che non mi interessavano e non se ne andava più. Tra un mezzo delirio e l’altro, mi raccontò che lavorava in ospedale ed era tecnico radiologo.

Alla fine riuscii a mollarlo.

Chiesi un po’ in giro e venni a sapere che era un tizio con dei problemi di vario tipo, tra cui alcune denunce da parte di pazienti con le quali aveva allungato le mani. Qualcuno mi disse che era stato sospeso dal lavoro, nonostante lui andasse in giro a raccontare che faceva questo e quello.

Nella mia settimana pantesca fui impegnata così anche a svicolare dagli agguati del tipo, che non mancava di seguirmi e farsi trovare magicamente nei posti in cui andavo.  

Un vero incubo. 

Una sera, mentre tornavo alla casetta di Scauri sulla Pandina bianca, me lo trovai in mezzo di strada dopo una curva, lui steso a terra e la sua motoretta poco più in là. Appena mi vide cominciò a farmi gesti e ad allungare le braccia come a chiedere aiuto. Feci una manovra repentina, lo scansai e proseguii per la mia strada, urlando nooo nooo.

Arrivai a casa, fermai la macchina in cortile e corsi su per le scale. Mi chiusi la porta alle spalle e finalmente mi sentii al sicuro. Per fortuna presto sarei partita e avrei lasciato lo spauracchio nero agli abitanti dell’isola. Che non è che si possa avere sempre e solo cose belle.

(2 – fine)

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Vacanza a Pantelleria

Il 17 ottobre 2001 sarei dovuta partire per Pantelleria con la mia amica L. e la sua bambina piccolina. Avevamo trovato un bellissimo dammuso nel centro dell’isola, arredato con stoffe etniche, dall’aspetto caldo e accogliente. Avremmo preso una macchina a noleggio e chi ci avrebbe fermato più. Lago di Venere, arco dell’Elefante, spiaggette e cale. Non ci saremmo perse niente. E poi c’erano da assaggiare i capperi, il Passito, il pescespada. Non stavo più nella pelle. Tra l’altro quell’anno, il 2001, avevo lavorato sei mesi di fila a Treviso, da aprile a settembre, mentre gennaio e febbraio li avevo trascorsi nella redazione di Belluno, resistendo per non restarci un mese in più come mi avevano chiesto, per poter tornare a casa, preparare le mie cose e organizzarmi per trovare un alloggio per quando mi sarei trasferita a Treviso. 

Un viaggetto ci voleva proprio.

Era stato un anno importante, già iniziato con una vacanza in Sicilia, turbata dalla telefonata del capo di Belluno che mi chiedeva di partire immediatamente per fare una sostituzione da loro. Ero arrivata da appena due giorni, me ne stavo tranquilla a contemplare la facciata del duomo di Noto semidistrutta dal terremoto e già mi rovinavano tutto il resto della settimana.

Mentre ero a Belluno, il 21 febbraio, ci fu la strage di Novi Ligure, con Erika e il fidanzatino Omar. I sei mesi a Treviso invece furono scanditi dal G8 di Genova, con la morte di Carlo Giuliani, la scomparsa quasi contemporanea di Indro Montanelli, l’invio di un libro esplosivo ai Benetton in segno di protesta per la vicenda delle terre degli indiani Mapuche, in Argentina. Poi ci fu l’11 settembre.

Dopodiché successe di tutto. L’8 ottobre il disastro aereo di Linate. Il 4 ottobre un missile ucraino abbatté un Tupolev della Siberia Airlines. Ci sarebbe poi stato il volo Crossair precipitato vicino a Zurigo il 24 novembre e l’American Airlines del 12 novembre che, partito dal Jfk di New York, si schiantò nel Queens. 

Insomma, pareva proprio che nel 2001 fosse meglio non volare. Infatti la mia amica insistette perché prendessimo un solo aereo da Roma a Pantelleria, evitando di volare fin da Firenze.

Qualche giorno prima di partire, lei però rinunciò alla vacanza, terrorizzata dai continui disastri aerei.

Io invece sarei andata lo stesso, anche da sola.

L’agenzia siciliana a quel punto mi sconsigliò il dammuso, dove sarei stata troppo isolata, e mi assegnò un appartamento vicino a quello dove abitava uno di loro. 

Il viaggio fu complesso. Non tanto da Santa Maria Novella alla stazione Termini, quanto, una volta scesa a Roma, per trovare il binario nove e tre quarti che mi avrebbe portato a Fiumicino, trascinandomi dietro il valigione della mia vacanza. E non era finita lì. C’era da fare una specie di traversata oceanica su chilometri e chilometri di nastri rotanti dalla fermata del treno fino al gate per Pantelleria.

Sempre con valigia al seguito. 

Dopo il check in, ricordo invece gli sguardi in cagnesco tra i passeggeri in attesa, tesi probabilmente a scoprire un terrorista in ciascuno di noi. Di sicuro invece eravamo tutti alquanto terrorizzati, visto che la navetta non arrivava e l’aereo sembrava non dovesse partire mai. Soprattutto ci intimoriva l’atteggiamento preoccupato del personale di terra, che correva da un punto all’altro con sguardo basso e senza offrire spiegazioni. Che ci fosse un qualche guasto tecnico in corso? O qualcuno avesse dimenticato di fare rifornimento? O magari ci fossero già i segnali di un possibile dirottamento o di una bomba a bordo? Intanto a noi passeggeri erano vietati forbicine, limette e qualsiasi oggetto atto ad offendere. Come flaconi di shampoo, bagnoschiuma e profumi, che avrebbero potuto celare liquidi esplosivi. Per me fu l’occasione per smaltire un po’ di campioncini di profumeria varia in bustine sigillate. 

Finalmente giunse il momento di partire. Durante il volo non fu possibile rilassarsi, per gli stessi motivi che sembravano turbarci tutti fin dalla sala d’attesa. Ma la traversata fu tranquilla, anche se dovevamo sorvolare Ustica, come aveva detto la mia amica nel terrore dei giorni precedenti. Forse facemmo anche un cambio a Trapani, ma non ne sono troppo sicura. 

Invece sono certa che la discesa velocissima e l’inchiodata dell’aereo su una delle piste più corte del mondo non mi fece né caldo né freddo. Recuperai la valigia e uscii nel caldo ottobrino di Pantelleria, apprezzando di aver rimesso di nuovo i piedi a terra. 

(1 – continua)

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Botte in birreria

All’inizio degli anni Ottanta a Colle aprì la prima birreria. Anzi un bistrot, alla francese, con sedie in ferro battuto e tavolini in marmo, pareti foderate in perlinato e qualche lunga panca in legno. Fino ad allora c’erano solo bar e discoteche dove passare le serate bevendo qualcosa in compagnia. 

Il Bistrot Bel Ami, in una delle due Coste e vicinissimo alla piazza, rappresentò una grandissima novità per tutta la zona. C’erano le birre alla spina e quelle in bottiglia e, volendo si poteva anche mangiare qualcosa. I proprietari, due fratelli fidanzati con due mie compagne di scuola delle elementari, preparavano dei piattini con wurstel alla piastra e mais o cuori di palma.

Una novità ancora più eclatante era rappresentata dal videoproiettore con maxischermo sul quale giravano i primi videoclip musicali che i fratelli acquistavano nei loro viaggi a Londra.

C’erano Kid Creole & The Coconuts, Michael Jackson con Thriller, David Bowie, Billy Idol nei suoi nastri di cuoio nero, Boy George con il suo trucco triste e i Culture Club, che cantavano Do you really want to hurt me e Karma Chameleon, Lionel Richie e All Night Long.

Io avevo appena iniziato a frequentare l’università e non vedevo l’ora di rendermi un po’ più indipendente, per non stare sempre a chiedere i soldi per la benzina o per uscire con gli amici. Chiesi ai due fratelli se potevo lavorare da loro e mi dissero di sì. 

Ero talmente felice che quasi non ci credevo.  

Così la mattina andavo a Siena a seguire le lezioni e la sera, quando mi chiamavano, soprattutto nel week end, facevo la cameriera in birreria. All’inizio prendevo solo le ordinazioni ai tavoli, passavo le comande, ritiravo i vassoi e sparecchiavo. Poi imparai a spinare la birra e a fare il caffè espresso con la macchina da bar. Un passo ulteriore in avanti fu quando mi fu data la possibilità di preparare quei deliziosi piattini con i wurstel e i contorni che mi mangiavo con gli occhi. E l’irish coffee, che si serviva in bicchieri rotondi a calice, riscaldando il whisky per farlo stare in fondo, versando sopra il caffè e coprendo con panna liquida. Il gioco di temperature e densità diverse permetteva di creare tre strati distinti che poi si fondevano in bocca con un effetto fantastico. 

Una delle prime sere al lavoro qualcuno mi chiese un glengrant e io non avevo idea di che cosa fosse. Uno dei fratelli mi spiegò che era un whisky e mi insegnò come versarlo e in quale bicchiere. Probabilmente di figure da incapace ne feci diverse altre, senza nemmeno accorgermene, ma è anche vero che in poco tempo imparai un sacco di cose di quel mondo riuscendo a gestire i clienti in scioltezza e divertendomi un sacco.

Poi pensai di proporre il tiramisù fatto da me. I fratelli, dopo averlo assaggiato, accettarono. Lo portavo su dei vassoi di porcellana decorata presi in casa dal servizio buono di mamma e se ne ricavavano dieci porzioni. Il dolce era molto richiesto e io raggranellavo qualche lira in più.

Le serate fluivano senza grossi problemi. Avevamo diversi clienti fissi, come un nipote con lo zio, molto più anziano di lui, che trascorrevano molte ore al tavolo. Erano loro a presentarsi così, ma io all’epoca figuriamoci se non ci credevo.

Ogni tanto c’era qualcuno che beveva un po’ troppo, ma niente di che. Una volta dovetti avvisare uno dei fratelli che stava succedendo qualcosa di strano dentro il micro bagno del locale. Era da un po’ che non si poteva entrare e in più si sentivano dei colpi provenire dall’interno. Lui andò a bussare e ne uscirono un ragazzo e una ragazza un po’ stralunati.   

Fra i clienti c’era anche un professore di filosofia dall’aspetto trasandato e con una certa attitudine al bere. Una sera il tizio piantò una grana. Eravamo ormai in orario di chiusura e ci apprestavamo a pulire e rimettere a posto.

Lui non voleva uscire. Se ne stava piantato al bancone e reclamava qualcosa da bere. Uno dei proprietari gli disse che non gli avrebbe dato più niente, che aveva già bevuto abbastanza e che se ne sarebbe dovuto andare perché si doveva chiudere il locale.

Ne venne fuori una discussione violenta alla quale assistetti del tutto incredula, incapace di immaginare che avrebbe potuto avere un esito ancora peggiore.

Il tipo non voleva saperne di andare via. I toni iniziarono a salire, nonostante alcuni clienti cercassero di calmarlo insieme al proprietario. Credo che qualcuno abbia tentato di prenderlo di peso e portarlo fuori, ma non ricordo molto bene. So solo che quell’uomo si rivoltò e con un’esplosione di rabbia cominciò a picchiare sul bancone e a spaccare tutto quello che trovava a portata di mano.

Era tardissimo, fuori non c’era nessuno. Io non sapevo che cosa fare. Uscii di corsa e arrivai in un baleno sotto la caserma dei carabinieri, in piazza. Suonai il campanello. Non rispose nessuno. Suonai e suonai ancora. Niente. Quando tornai in birreria, agitatissima e terrorizzata da quello che poteva essere successo nel frattempo, mi sembrava di esserci stata un secolo a suonare quel campanello.

Appena entrata vidi uno dei proprietari con la faccia piena di sangue dopo che il tizio gli aveva lanciato un bicchiere in faccia colpendolo sull’arcata sopracciliare. 

Il tempo, o forse il panico di quel momento, ha cancellato quello che accadde dopo. Posso immaginare che sia stata chiamata un’ambulanza o che il ferito sia stato accompagnato da qualcuno al pronto soccorso. Alla fine qualcuno riuscì anche ad avvisare i carabinieri. 

Ricordo solo che dissero che avevano sentito scampanellare ma che evidentemente non avevo avuto la pazienza di aspettare abbastanza perché quando erano scesi non avevano trovato nessuno.

In poco tempo il locale fu risistemato, il proprietario lavorò per qualche giorno con la benda sull’occhio, ma convenimmo tutti che alla fine gli era andata anche bene. Se ci fu una denuncia, un processo o qualcos’altro non lo so. Non sono mai stata chiamata a testimoniare. 

Metto quest’esperienza insieme a tutto quello che ho imparato in un periodo bellissimo, in cui la vita sembrava facile, divertente e piena di cose da scoprire. La lista è lunga, dal Glen Grant all’irish coffee, e ha anche una colonna sonora, My Male Curiosity di Kid Creole & The Coconuts, una canzone che ho continuato a canticchiare per decenni dentro di me, per scoprire solo da poco che anche lei arrivava da quei giorni lì.       

(foto di Marcelo Ikeda Tchelao da Pixabay)

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