Ercolino ci riprova

Dopo la prima fuga di Ercolino, rafforzai le misure di sicurezza per evitare nuovi imbarazzanti episodi. Ercolino però, assaporato il gusto dell’avventura, mordeva il freno. Alla fine avevamo raggiunto un compromesso. Quando tornavo dal lavoro, a sera inoltrata, Ercolino poteva fare un giro sul davanzale. Sempre che l’anziana vicina avesse chiuso la sua finestra.

Lo studiolo infatti aveva questa caratteristica: una finestra larga quanto la parete, molto alta, stile mansarda, che affacciava sui tetti. La vicina aveva una stanza gemella e il davanzale, largo un’ottantina di centimetri, era unico per entrambe. 

Quello era il giardino di Ercolino. Era lì che faceva due passi o stava seduto a guardare i tetti o ad ascoltare la musica e il rumore della gente, nelle sere di festa.

Per controllare la finestra della vicina dovevo salire su una sedia, appoggiare un piede sul mobile scrivania e sporgermi sulla sinistra.

Quella sera era chiusa e pensai che lo sarebbe rimasta, visto che erano ormai le dieci passate. 

Qualche tempo prima avevo chiesto all’anziana vicina se per favore poteva tenere chiusa quella finestra, almeno la sera. La sua casa, grandissima, aveva due terrazze spaziose e per arearla non le serviva sicuramente la finestrina della cameretta.

Rispose, come al solito, stizzita, che non poteva mica stare a pensare ai comodi miei, e poi per un gatto, che solo una pazza eccetera eccetera.

Ragion per cui mi sporgevo e controllavo.

Quella sera però Ercolino non rientrò.

Salii a controllare il davanzale e constatai, con raccapriccio, che la finestrella era dispettosamente aperta. 

Dio dei Gatti, ti prego. Fa’ che non debba andare ancora una volta a suonare alla vicina. Fai che Ercolino rientri da dove è uscito…

Pur di non presentarmi ancora una volta a quella porta, decisi di agire in modo diverso.  

Salii sulla sedia, appoggiai il piede sul mobile scrivania e mi arrampicai sul davanzale. Era largo abbastanza per starci distesa. Strisciando verso sinistra sarei arrivata alla finestra incriminata. Forse mi sarei potuta calare all’interno della cameretta gemella, prelevare Ercolino e tornare in casa senza dover disturbare nessuno. 

Mi armai di una pila e strisciai, tenendomi forte agli stipiti e sforzandomi di non pensare troppo al fatto che sulla destra avevo un vuoto di quattro piani.

In ogni caso, strisciando strisciando, arrivai davanti alla finestra. 

Ercolino era lì, seduto in mezzo alla stanza che mi guardava. E miagolava.

  • Ercolino, vieni, su, tesoro, fai il bravo…

Era facile. Bastava che facesse qualche passo, saltasse sul lettuccio e da lì sul davanzale della finestra. Ma Ercolino non si spostava di un centimetro. Se ne stava in mezzo alla stanza, nella sua posa elegantissima di gatto nero, con le due zampine appoggiate davanti, e mi guardava. Miagolava a modo suo, muovendo solo la bocca, come Salem di Sabrina vita da strega.

Considerai di calarmi all’interno ma, vedendo il lettuccio sotto la finestra, dubitai fortemente che sarei riuscita a tornare indietro. Inoltre, tutto quel movimento notturno, sospesa al quarto piano senza una ringhiera né una balaustra, cominciava a preoccuparmi un bel po’. 

Potevo immaginare i titoli di giornale, del mio giornale. 

Sfracellata in pieno centro – Precipita dal quarto piano mentre cerca di recuperare il gatto.

Insistetti ancora con Ercolino. Quando capii che non c’era niente da fare, strisciai all’indietro, piano piano, e rientrai in casa.

Ormai, purtroppo, sapevo che cosa dovevo fare. Aspettai l’ora giusta, intorno a mezzanotte, quando la vicina avrebbe spento il televisore e si sarebbe tolta le cuffie, e suonai.

Andò tutto come l’altra volta, eccetto per il fatto che Ercolino scelse di nascondersi nella camera della vicina anziché nello studiolo.

  • Oddio, aiuto. Un gatto nella mia camera! Lo faccia uscire, che paura…

Anche stavolta, dopo rincorse e inseguimenti, riuscii a prenderlo e a mettermelo in spalla. Mi raccomandai alla vicina di fare silenzio, per favore, per non spaventarlo, pur sapendo che non mi avrebbe ascoltato.

  • Ah, lui è spaventato? E allora io?

Ringraziai, mi scusai, salutai e corsi in casa dove mi chiusi la porta alle spalle e feci lo stesso con la finestra sui tetti. 

Il giorno dopo incaricai un amico di comprare delle listarelle di legno e un po’ di rete da pollaio per costruire una gabbia da fissare sul davanzale.

Fu questo il tributo da pagare per una sconsiderata libertà.

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Il Dna degli Etruschi e gli omicidi irrisolti

Nel 1993 lavoravo a Siena con altri colleghi in un giornale sperimentale.

In quello stesso anno l’università di Torino avviò un progetto per mappare il Dna degli etruschi. Gli studiosi, guidati da un docente di genetica umana, arrivarono anche da noi, a Murlo, uno dei paesi più isolati e per questo, con gli abitanti preservati da contaminazioni genetiche. 

La notizia era sicuramente originale e interessante e pubblicammo diversi articoli, grazie all’addetto stampa che comunicava gli sviluppi dell’iniziativa.

Una calda mattina di fine agosto, nella stanza principale del giornale, quella con il tavolone bianco al centro dove ci sedevamo a mangiare a pranzo le vaschette untuose di una vicina rosticceria, l’addetto stampa mi stava giusto parlando di come procedeva il progetto. 

Il suo sforzo era concentrato soprattutto sul farci capire l’importanza di quanto veniva fatto a Murlo (erano gli anni in cui gli scienziati portavano avanti il progetto internazionale Genoma Umano) per convincerci a destinargli maggiore spazio e una migliore posizione in pagina. 

Stavo discutendo con lui su come organizzare il lavoro per poter dare più visibilità al Dna degli etruschi, quando i due colleghi che erano nella stessa stanza cominciarono ad agitarsi.

  • Molla tutto e corri a Barberino, ci sono due morti bruciati collegati al mostro di Firenze.
  • Aspetta un attimo, vado subito, fammi prima finire con lui.
  • Ma secondo te, saranno più importanti i morti bruciati o questa cazzata del Dna degli etruschi?
  • Si possono seguire entrambi, tanto i morti non scappano.
  • Corri, che aspetti, sei ancora qui?
  • E poi Barberino è in provincia di Firenze…
  • Vaaaai!!!

L’addetto stampa era rimasto in silenzio mentre noi discutevamo alzando la voce. Non potei farci niente. Alla fine mi toccò mollare tutto, prendere la macchina e volare a Barberino.

Il lancio Ansa informava che nella notte una donna di trentun anni, Milva Malatesta, di Certaldo, e il figlioletto di tre, Mirko, erano morti carbonizzati all’interno di una Panda bianca in una scarpata a Poneta. Milva era stata l’amante di tal Francesco Vinci, un tizio che era finito nelle inchieste sul Mostro di Firenze, dalle quali sarebbe poi uscito con un’assoluzione.

Intanto però il gancio c’era e come giornalisti non potevamo lasciarcelo scappare.

Della scena del delitto non ricordo assolutamente niente, come se nemmeno ci fossi stata. Forse una strada sterrata, un bosco o una pineta, con un grande spiazzo polveroso dove si erano fermate le auto di inquirenti e giornalisti. Niente più.

Ad oggi non è stato ancora scoperto il colpevole di quel duplice omicidio. Pare che Milva, che fu strangolata, fosse già morta quando la Panda venne spinta nella scarpata e data alle fiamme (sul posto fu trovata una tanica con del sangue e una lunga scia di benzina). Il figlioletto invece morì bruciato vivo, probabilmente mentre dormiva sul seggiolino posteriore. 

L’anno scorso è stata riaperta l’inchiesta. Sembra che il Mostro di Firenze non c’entri proprio nulla. Potrebbe essersi trattato invece del solito femminicidio da parte di un uomo che avrebbe dovuto uscire con Milva quella sera, ma che poi ebbe un incidente con l’Ape e dopo essere stato al pronto soccorso tornò a casa. Ma i fatti non sarebbero stati così lineari, anzi.

L’indagine ha dei collegamenti anche con l’omicidio della taxista di Siena, di qualche anno dopo. 

A Murlo invece il Dna etrusco fu rintracciato nei geni di alcuni autoctoni. Il problema ora è quello di decidere se sposare la tesi di Erodoto, secondo il quale gli Etruschi arrivarono dalla Lidia, oggi Turchia Occidentale, o quella di Dionigi di Alicarnasso, che sostiene che la cultura etrusca nacque da popolazioni già insediate nell’area compresa fra Toscana, Lazio e Umbria. 

Se aveva ragione Erodoto, a Murlo dovrebbero essere a posto. 

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L’airone e il pollaio

Ai tempi del liceo, con la mia amica Sandra un giorno andammo a trovare nonna Armida. Nonna stava a Castiglioni nella casa sopra alla fabbrica di plastica. 

Arrivammo in motorino e suonammo il campanello. Non rispose nessuno. 

Prendemmo il viottolino per salire al campo e la chiamammo da lì, ma niente.

Ci fermammo vicino al pollaio e ci mettemmo ad osservare quel che c’era. Le galline che razzolavano nel loro recinto, un coniglio (conigliolo, in gergo toscano rurale) spellato appeso per le zampe posteriori. Il castro dei maiali, dove si era consumato uno dei grandi shock della mia infanzia. 

Un anno infatti nonna Armida prese un maialino che a me piaceva tantissimo. Lo battezzai Fernando, come il mio fidanzato dell’asilo, ed ero convinta che sarebbe stato con noi per sempre. Invece dopo un anno Fernando, che nel frattempo era diventato un maiale bellissimo, grande e grosso, sparì. Mi vennero date spiegazioni vaghe e imbarazzate, ma alla fine capii che tutte le mie richieste erano state inascoltate e Fernando era stato ammazzato. Soffri tantissimo per la perdita ma anche per il tradimento. E per la caduta di un’illusione.

Da quella volta, capito che i maialini di nonna erano destinati a finire in soffitta sotto forma di prosciutti e salami, badai bene di non affezionarmici più.

Ma il giorno che andai con la mia amica Sandra eravamo ormai grandi e dei maialini ci importava ben poco, anche se io in realtà non ho mai dimenticato la storia di Fernando.

Mentre stavamo lì sulla piaggia ad osservare le testimonianze della vita contadina di nonna, sentimmo un frullare di ali.

Alzammo gli occhi al cielo e vedemmo uno strano uccello, con le piume blu, che si era fermato su uno dei fili dell’elettricità.

  • Quello deve essere un airone cinerino, dissi io.
  • Ma guarda che meraviglia, commentò Sandra.
  • Che sorpresa -, continuai in preda allo stupore -. Non avevo la minima idea che la mi’ nonna tenesse anche gli aironi. Forse è di passaggio.
  • Oh, ce n’è un altro, disse Sandra indicando un secondo uccello che era andato a posarsi sullo stesso filo.
  • Ed è anche di colore diverso… questo è di un blu più scuro.
  • È diverso anche il disegno, guarda. Quell’altro ce l’ha di più sulle ali, questo sul collo…

Continuammo a fantasticare su questi strani uccelli per un po’. Poi, alzando gli occhi di nuovo, ne vedemmo uno con il piumaggio rosso.

  • Che strano… E quello di che specie sarà?

Mentre cercavamo di sciogliere quel mistero, ci raggiunse la voce di nonna.

  • Eh, quelli so’ i mi’ piccioni. M’è toccato a vernicialli sennò quello di sotto me li rubava. E diceva che eran sua. Allora gli ho dovuto passa’ una mano di colore per riconoscelli…

Di sicuro nonna non ha mai capito il perché delle nostre facce stralunate mentre lei parlava né lo scoppio delle nostre risate, subito dopo aver sentito la sua spiegazione. 

Lei era donna concreta e poco le importava delle nostre disquisizioni sugli aironi cinerini. 

C’era da pensare a salvare i piccioni dal vicino furbo, visto che anche quelli sarebbero dovuti finire nel piatto. 

Ma in quello giusto.      

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La prima fuga di Ercolino

Un giorno nella casa di Belluno vennero a togliere i radiatori. La mia prima preoccupazione fu per Ercolino, gatto pauroso e terrorizzato da ogni estraneo. Pensai di chiuderlo nella cucinetta, con cuccia, lettiera, acqua e croccantini, giusto per il pomeriggio.

Fra l’altro era l’unica stanza senza termosifoni, non ci sarebbe entrato nessuno.

Lasciai le consegne agli operai e tornai al lavoro. Quando la sera rientrai, Ercolino non era ad aspettarmi dietro la porta. Aprii l’anta scorrevole della cucina, ma niente. Non era nemmeno lì. 

Cercai in ogni stanza, negli armadi, nei cassettoni, ovunque avrebbe potuto nascondersi. Ma sapevo già che non c’era. Sentivo il vuoto della sua assenza.

Andai a cercarlo per le scale, suonai qualche campanello. Di Ercolino nemmeno l’ombra. 

Tornai su con l’angoscia nel cuore. Se fosse finito in strada, scappando impaurito dagli operai, se la sarebbe cavata? Non potevo nemmeno pensarci.

Nel silenzio, mi sembrò di sentire un miagolio.

  • Ercolino! Dove sei? 

Ancora un altro, flebile, lontanissimo.

Il miagolio veniva dalla sua stanzetta, cioè dallo studiolo e ripostiglio. Riaprii armadi e cassetti, dove avevo già guardato, ma ancora niente.

Eppure miagolava. Il suono sembrava venire da fuori ma in basso, come da dentro il muro. Mi affacciai alla finestra sui tetti, anche lì niente. 

Era rimasta un’unica possibilità. Chiedere all’anziana vicina, donna a me ostile e che odiava gli animali. 

Feci un respiro e suonai. Nessuna risposta. 

La signora dopo cena seguiva i talk show in tv con le cuffie. Finché non fossero finiti non mi avrebbe sentito. Rientrai in casa e cercai di distrarmi smangiucchiando qualcosa. 

Verso mezzanotte ripresi coraggio e suonai di nuovo. Alla fine sentii urlare.

  • Chi è?

Purtroppo ero io, la vicina che lei non sopportava. E per di più avevo perso il gatto. 

– Credo che sia entrato in casa sua.

– Qui non c’è nessun gatto – rispose lei -. Ci mancherebbe altro. Io ho paura degli animali. 

– Eppure ci deve essere, lo sento miagolare.

Ribadì che era impossibile ma si decise ad aprirmi la porta.

Mi scusai tantissimo mentre lei ripeteva che se ci fosse stato un gatto in casa se ne sarebbe accorta, tra l’altro quegli animali le facevano una gran paura. In quel mentre vidi una macchia nera spostarsi alla velocità della luce.

  • Eccolo. È entrato in quella stanza…
  • Secondo me se lo è immaginato. In ogni caso vada pure a vedere, ma sono sicura che non c’è nessun gatto.

Ercolino era proprio in quella stanza che purtroppo aveva una portafinestra. Aperta. 

Fuggì di nuovo. Lo seguii, con la signora che mi veniva dietro ripetendo che tanto era solo un frutto della mia fantasia.

  • Qui che c’è? le chiesi di fronte a una porticina socchiusa.
  • Un ripostiglio.
  • Posso entrare?
  • Faccia pure, tanto ormai…

Ercolino era là, fra sacchi di patate, agli e cipolle. Ma appena mi avvicinai scappò di nuovo. 

  • Là non ci arriva di sicuro, disse alle mie spalle la voce sarcastica della vecchietta.
  • Perché, che cosa c’è?
  • È un corridoio stretto che circonda la casa come un sotto tetto. Ma una persona non ci passa mica… Se è andato là non lo rivede mica più il suo gatto.

Ecco, ora che poteva prevederne la morte per stenti, il gatto era diventato reale anche per lei.

  • Signora, abbia pazienza. Faccio un salto a prendere i croccantini, torno subito. Le chiedo solo un piacere, se può stare distante. Quando lo avrò preso filerò in casa diretta, ma lei non dica niente, non si faccia sentire. È paurosissimo.
  • Ma come, mi lascia da sola in casa con un gatto?

Schizzai alla velocità della luce e tornai con il ciottolino dei croccantini. Entrai nel ripostiglio e lo appoggiai a terra, non troppo vicino alla porta ma nemmeno troppo lontano. Uscii.

  • Ha visto che non è venuto? 
  • Ora rientro. Può fare silenzio, per favore?

Entrai piano piano, Ercolino non aveva resistito al richiamo del croccantino, anche perché era tutto il giorno che non mangiava. Mi avvicinai lentamente e… lo acciuffai proprio mentre stava per fare un altro balzo.

  • Signora, vado – dissi bisbigliando -. Mi scusi tanto, buonanotte.
  • L’ha preso alla fine… Ah, ma quel gatto è enorme,  che paura. In casa mia non era mai entrato un animale prima d’ora…
  • Signora, per favore – sussurai -. Può stare zitta che lo impaurisce?

Se non lo avessi stretto forte, Ercolino sarebbe scappato di nuovo. Era terrorizzato. Sentivo le sue unghie conficcarsi nella mia spalla. 

La vicina invece era un fiume in piena. Mi seguiva blaterando a voce alta che ero una pazza, che solo una pazza poteva tenere in casa un gatto così, che lei sarebbe morta di paura, un gatto in casa sua, oddio!, chi l’aveva mai visto… 

Mi chiusi la porta alle spalle e, nel silenzio, liberai Ercolino. 

Ce l’avevamo fatta.

Il giorno dopo spedii un gran mazzo di fiori alla vicina, per scusarmi del disturbo. Sperai che il gesto potesse valere anche come segnale di pace.

Ma su queste cose, purtroppo, sono sempre stata un’illusa.

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La casa del minestrone

Quando decisi di trasferirmi a Treviso, tantissimi anni fa, presi in affitto un appartamentino in periferia in una villetta a due piani, circondata da un piccolo giardino. La proprietaria, una signora anziana, viveva al piano di sopra.

Quando mi presentai, la signora stava facendo le pulizie per il mio subentro. La casetta non era un granché, l’arredamento in stile tardo ottocento appesantiva non poco, ma aveva una luminosa porta finestra che dava sul giardino, dove la signora coltivava un piccolo orto.

Dal portoncino sul retro si accedeva a un piccolo ingresso su cui affacciava la porta a vetri di casa mia e da dove partivano le scale per salire di sopra. C’era anche una cucina economica sulla quale sobbolliva tutto il giorno una pentola di minestrone.

La signora era originaria di un paesino del Bellunese. Il capo mi disse, povera te. Io amo Belluno, ma solo perché d’estate fa fresco e non ci sono le zanzare.

La prima notte dormii malissimo. Il letto, un catafalco in legno massiccio, aveva la rete sfondata, a forma di arcobaleno rovesciato.

Mi spostai sul divano, in salotto. 

Alle otto sentii qualcuno che muoveva freneticamente la maniglia della porta. 

Saltai su.

  • Chi è?
  • Apra, apra subito la porta…

Era la proprietaria. Chissà che cosa era successo per agitarsi così.

  • Buongiorno, dissi.

Si infilò subito dentro.

  • Ma che modo è questo di chiudersi a chiave? Qui stiamo nella stessa casa… Se si chiude dentro e io poi ho bisogno di lei, come faccio?

Rimasi a bocca aperta, forse stavo avendo un incubo.

  • Non c’è bisogno di chiudere… – continuò imperterrita -. Avrà mica paura che le rubi qualcosa? 
  • No, ma che c’entra…

Mi mancavano le parole. Non mi sarei mai aspettata una situazione del genere.

  • Io l’ho presa anche per avere compagnia, sa?

Cercai di convincerla che la porta chiusa non aveva alcun significato secondario, se non quello di delimitare lo spazio del mio appartamento, di cui peraltro pagavo l’affitto.

L’episodio segnò sicuramente una prima distanza. Per me, che capii che non c’era niente di scontato e tutto andava conquistato. Per lei, che cominciò a guardarmi con sospetto.

In quel periodo non lavoravo fissa in redazione, ma avevo una collaborazione esterna. 

Non avevo orari e dovevo usare il telefono. I cellulari erano ancora rarissimi e molto costosi, per cui le chiesi se potevo mettere la linea giù da me.

  • Ho parlato con mio figlio e mi ha detto di no, che poi magari lei è una di quelle che vanno via senza pagare e le bollette restano a noi.
  • Mi spiace, allora devo andare via. Io ho bisogno del telefono per lavorare.
  • L’inquilino di prima, un bel ragazzo, tanto perbene sa, si era comprato il cellulare…
  • Per me ora è inutile, – le dissi, – perché non so ancora se resto a Treviso o mi trasferisco a New York.
  • Ecco, lo sapevo che non aveva il lavoro… Vede che anche lei è costretta a emigrare?

Al tempo non conoscevo ancora tutta la storia dei migranti veneti, per cui le sue parole mi rimbalzarono come l’uscita della solita donnina con la testa piena di pregiudizi. 

Alla fine, almeno per il telefono, riuscii a spuntarla, ma la mattina in cui dovevano arrivare i tecnici della Sip, lei li precedette per convincermi a rinunciare.

Intanto il brodo sobbolliva, riempiendo la casa di un odore appiccicoso e dolciastro.

Dopo qualche giorno sembrò che le cose si stessero pian piano sistemando. 

Continuavo a chiudere la mia porta a chiave e avevo attivato il telefono fisso. 

In tarda mattinata facevo un salto in centro, in redazione, per parlare con il capo e decidere gli articoli della giornata. Per il resto, lavoravo al telefono o andavo a qualche conferenza stampa con la mia macchinina, una Fiat 500 rossa nuova (negli anni ‘90) che mi aveva regalato babbo. 

Un giorno, mentre stavo aprendo il portoncino, la vecchietta sbucò da una parte del giardino apparendomi alle spalle all’improvviso. 

  • Allora non è vero che ha un lavoro… 
  • Scusi, ma che dice?
  • Io la vedo sa, che la mattina si alza tardi e non ha un orario…
  • Guardi, non c’entra niente. Collaboro con il giornale, scrivo da casa, non ho un orario fisso, ma questo non vuol dire che non lavoro.   
  • Mah, sarà. Io vorrei sapere che cosa fa lei davvero… 

D’un tratto capii che cosa immaginava e la cosa mi riempì di rabbia. 

Cercai un’altra sistemazione, che trovai in una casa più vicina al centro e senza i proprietari fra i piedi, e le comunicai che me ne andavo.

Credo che sia stato l’affitto più breve della mia vita. Quindici giorni.

La linea telefonica, che feci trasferire nella nuova casa, durò anche di meno.

L’odore del minestrone, invece, ogni volta che ripenso a quella casetta di periferia, mi pare di sentirlo ancora.

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L’autista impazzito

Una mattina di non molti anni fa salii su un pullman per andare a Firenze, da dove avrei preso un super treno per un appuntamento molto importante.

A Colle salì anche un gruppo di adulti, saranno stati dieci o quindici e facevano parte di una gita. 

Pretesero subito che l’autista scendesse per sistemare i loro bagagli nella bauliera ma lui si rifiutò.

Alla seconda curva del ponte dell’Armi si sentì un gran baccano. 

Lo sportello della bauliera di destra si era aperto e qualche valigia era volata in strada.

L’autista inchiodò e scese smadonnando a controllare. Quelli, che erano già su di giri per la storia della bauliera, o forse già da prima, cominciarono a questionare e non la finivano più. Pareva che si fossero studiato il regolamento prima di partire e dicevano che invece avrebbe dovuto fare in altro modo. L’autista disse se vi va bene è così sennò potete scendere, quelli, sempre col regolamento a memoria dicevano eh no, così non va bene.

L’autista ripartì e capimmo subito che non sarebbe stato un viaggio facile.

Il pullman prendeva le curve a tutta velocità, sbandando, quindi frenava e poi riaccelerava. 

Un incubo.

I gitanti intanto non perdevano occasione per fare battute a voce alta sull’autista e sul rispetto di quel benedetto regolamento. 

Cominciai a considerare se mi convenisse scendere a Poggibonsi e aspettare la corsa successiva, prima di volare giù da qualche viadotto, quando la ragazza seduta davanti a me disse la stessa cosa.

  • Io scendo a Poggibonsi. Se va avanti così, a Firenze ci arrivo con l’infarto.
  • Ci avevo pensato anche io. Purtroppo ho un treno che non posso perdere.

Provai a parlare con i passeggeri spiritosi.

  • Scusate, potreste evitare di peggiorare la situazione? Se volete proprio discuterci fatelo al capolinea. Ora cerchiamo di arrivare sani e salvi.

Non sembrarono assolutamente interessati alla mia richiesta. Però quelli seduti nella parte più avanti, dove ero anch’io, un po’ si calmarono. 

Non altrettanto quelli seduti più indietro che continuavano ad infierire sull’autista.

Non potevo certo dire che eravamo nelle mani di uno squilibrato, che poi magari quello mi sentiva e ci faceva volare tutti giù da un viadotto. Confidavo però sul fatto che, lasciato tranquillo, il suo lavoro di base lo avrebbe portato a termine. A quel punto, a motore spento, con i gitanti avrebbero potuto prendersi anche a cazzotti.

A me importava solo di scendere da quel bus alla fermata giusta e correre alla stazione a prendere il mio treno. Con la mia valigina verde acido che già si era risparmiata il volo sul ponte dell’Armi.

Alla fine arrivammo tutti interi al capolinea di Firenze.

Non appena il bus si fermò, l’autista scese e aprì la bauliera.

Io afferrai il mio trolley e schizzai verso la stazione alla velocità della luce.

Non so come andò a finire con i gitanti, se discussero, si presero a botte con l’autista o lo denunciarono ai sensi del regolamento.

Fatti loro.

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La badante molesta

Mi ero trasferita da pochi giorni nella casa in centro, sotto il campanile del duomo. Quella con la terrazza trompe l’oeil. La mattina uscivo di casa e andavo a piedi in tribunale. Rientravo più o meno per l’ora di pranzo, secondo i tempi dei processi e la pronuncia delle sentenze. Per prima cosa mi toglievo le scarpe, non le ho mai sopportate, poi mettevo l’acqua sul fuoco e preparavo un sughetto per la pasta. Il pomeriggio, poi, sarebbe trascorso tra le telefonate: quelle con la redazione per fare il punto sulle notizie e per le misure degli articoli, e quelle del giro di nera e con gli avvocati. 

Un giorno ero rientrata alle due ed ero molto stanca e affamata, quando suonò il campanello.

Chi poteva essere? Non aspettavo nessuno.

  • Chi è? 
  • Apra questa porta, – disse una voce roca dall’altra parte -. Apra subito.

Dallo spioncino vidi un volto di donna a me sconosciuto. Era pallida, aveva l’aria stralunata, i capelli in disordine.

  • Scusi, ma chi è lei? Che cosa vuole da me? 
  • Apra la porta e non faccia troppe domande. Ho delle cose da dirle.
  • Lei prima si presenti, io non la conosco.

La tipa si attaccò al campanello. Suonava, suonava, suonava senza mai smettere. Da impazzire.

  • La smetta per favore, se fa così non le aprirò mai.
  • E io continuo finché non mi apre.

Mi rifugiai in bagno per chiamare la polizia, dal momento che con quel suono continuo non si poteva nemmeno parlare. 

Quando l’agente della volante salì in casa era tornato tutto tranquillo. La tipa evidentemente si era stancata di suonare ed era andata via.

  • Chiedo scusa per il disturbo, ma mi ero preoccupata seriamente.
  • Nessun problema, disse il poliziotto -. Se succede di nuovo ci chiami pure. Siamo qui per questo.

In quel mentre suonò di nuovo il campanello, a lungo.

Il poliziotto mi disse di aprire la porta. Era sempre la stessa signora di prima.

  • Chi è lei? disse il poliziotto.
  • Sono la badante del prete di sotto, disse lei un po’ spaesata.
  • E che cosa vuole dalla signora?
  • Son venuta a protestare per i rumori.
  • Quali rumori?
  • Ah guardi, qui è un continuo. Da quando è arrivata lei non c’è più pace. Cammina tutto il giorno avanti e indietro con i tacchi, i bambini giocano e sbattono cose sul pavimento. E poi la notte si sentono voci di stranieri che parlano a voce alta.

Io ero rimasta ammutolita. Ma di che parlava quella donna?

  • Allora, disse il poliziotto. Mi pare che la signora sia in pantofole, quindi non cammina con i tacchi. Bambini ne ha?
  • No, dissi io.
  • E gli stranieri?
  • Non ne ho idea, io vivo sola. Non c’è nessun altro.
  • Ecco, vede? disse il poliziotto alla badante -. Lei abita qui?
  • No, ci lavoro.
  • Allora non spetta a lei nel caso protestare. Deve farlo il parroco.
  • Ma lui è malato. 
  • Se lo ritiene necessario, farà lui una telefonata in questura. Ma non può farlo lei al posto suo.
  • Allora io me ne vado… disse la donna, la cui rabbia era improvvisamente smontata.
  • Sì, certo. E ci pensi la prossima volta prima di accusare una persona, disse il poliziotto.
  • Ovviamente, aggiunse rivolgendosi a me, lei può sporgere querela. Ne ha tutto il diritto.

Per l’amor del cielo. Ci sarebbe mancata solo questa. 

Spoiler: ero arrivata da pochi giorni, ma me ne bastarono pochi di più per capire che i rumori di tacchi venivano dall’appartamento contiguo al mio, parte del quale (così come parte del mio), era sopra a quello del prete. Se fosse l’anziana inquilina a camminare con i tacchi avanti e indietro, o una delle figlie o una donna delle pulizie, non l’ho mai saputo.

I bambini che giocavano invece erano sicuramente i suoi nipoti.

Le voci straniere provenivano da un appartamento sotto al mio, contiguo a quello del prete, in cui abitavano sette o otto latinoamericani la cui presenza era testimoniata dall’odore di soffritto speziato che aleggiava verso le mie finestre fin dalle otto del mattino. 

Il loro appartamento dopo qualche tempo fu acquistato dalla scrittrice di gialli per ragazzi. Da quel momento la mattina presto dalla finestra arrivò soltanto la voce pacata del giornalista del notiziario di Radio Rai.    

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La nostra Elsa Maxwell

Non avevo la minima idea di chi fosse Elsa Maxwell, finché la mamma di un’amica dell’università non se ne uscì fuori con quella frase.

L’amica si stava per sposare e mi invitò a cena a casa sua, insieme ad altre ragazze e ragazzi che seguivano lo stesso nostro corso a Lettere. Doveva essere una specie di addio al nubilato, ma molto posato e con il futuro sposo.

La casa era un’antica villa toscana nelle campagne nei dintorni di Siena. Fummo accolti dalla madre, una signora elegante e cordiale e accompagnati nella sala da pranzo. 

Un saluto al padre, seduto a leggere in un salottino, quindi ci sedemmo intorno al tavolo.

La cena fu molto divertente. 

Quando tornai a casa, buttai giù una specie di cronaca giocosa della serata, presentando come notizie le stupidaggini di cui avevamo parlato tutta la sera. Battei il pezzo a macchina, feci le copie e il giorno dopo le distribuii ai convitati e alla nostra ospite. 

L’iniziativa ebbe molto successo. 

La mamma dell’amica disse che io ero la loro Elsa Maxwell e che si aspettavano che scrivessi qualcosa del genere anche al matrimonio.

Quando fui a casa chiesi chi fosse questa Elsa Maxwell.

La giornalista più pettegola di Hollywood, disse babbo. 

Lì per lì il paragone non mi piacque granché. Poi però cominciai a preoccuparmi seriamente.

Il pranzo del matrimonio si sarebbe tenuto in uno degli hotel più eleganti di Siena e ci sarebbero stati molti ospiti di riguardo, dal prefetto ad altre autorità cittadine.

Una cosa è scrivere una cronaca ironica e gossippara fra amici di università. Ma con quelle persone come avrei dovuto comportarmi? 

Mi sembrava una cosa del tutto fuori luogo. Ma nella famiglia della sposa la questione Elsa Maxwell sembrava assumere sempre più importanza, creando una sorta di aspettativa verso il gran giorno. 

Entrai in crisi. Pensai seriamente di inventarmi una scusa per non partecipare. Non era solo una questione di soggezione. Era anche che quello che per me era stato un divertissement in piena libertà, una cosa del tutto spontanea e per questo difficilmente ripetibile, si stava trasformando in un obbligo, quasi una pretesa.    

Il giorno X tutte le attenzioni erano concentrate sulla sposa. Ci fu la cerimonia religiosa, con il sì, lo scambio degli anelli e il lancio del riso. Poi ci spostammo verso il ristorante.

Nonostante le mille cose a cui aveva da pensare, la mamma della sposa mi presentò come la nostra Elsa Maxwell, promettendo ai suoi augusti invitati una cronaca piccante dell’evento.

Io glissai con un risolino imbarazzato e mi rifugiai al tavolo degli amici dell’università.

Dopo qualche tempo la frequentazione con la sposa e con gli altri, finiti gli studi, si andò allentando. 

La nostra Elsa Maxwell poté quindi tornare nell’ombra.

Chissà, se avessi scritto veramente, che cosa sarebbe accaduto alla mia futura carriera giornalistica. 

Io sarò anche pessimista, ma immagino niente di buono. 

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Il giro della Vernaccia

Una volta, tanti anni fa, il capo mi comunicò che il lunedì seguente, visto che ero di corta, sarei andata a San Gimignano ospite del sindaco. Lo disse come se non ci fosse niente da discutere. 

C’è anche da bere e da mangiare, aggiunse.

Incontrai il sindaco di prima mattina. Mi fece salire sull’auto blu e mi portò in giro spiegandomi San Gimignano. Per pranzo andammo in una grande azienda vinicola, una di quelle più all’avanguardia, con visita alla cantina.

Non ho mai saputo il motivo di questo tour, ma di sicuro c’era qualcosa da rimediare. Qualcuno, in alto, forse, aveva scritto qualcosa di non gradito. Della città? Della sua vocazione turistica? Dell’amministrazione comunale? Chissà. E allora, per placare una telefonata un po’ troppo accesa, era scattata la proposta. Raccontateci chi siete e che fate e noi lo scriveremo.

L’invito del sindaco, naturalmente, era diretto al capo. Solo se fosse arrivato uno importante, da Siena, si sarebbe potuto sanare l’offesa.

La sua presenza avrebbe testimoniato l’effettivo interesse del giornale e avrebbe trasformato un incidente diplomatico in un motivo di vanto per la città.

Invece mandarono me, l’ultima arrivata. Di Colle Val d’Elsa.

Riuscii a mantenere un’aria di impeccabile professionalità per tutta la durata della visita. Prendevo appunti mentre il sindaco mi mostrava le bellezze medievali, mi raccontava la storia delle torri e tutto il resto. Facevo finta di non conoscere quello che già conoscevo, e lui faceva finta di crederci.

Quando arrivammo all’azienda agricola, trovammo i proprietari fuori ad aspettarci con alcuni collaboratori. 

La segretaria era l’amica di un’amica che avevo conosciuto in una qualche occasione.

  • Ma ci hanno mandato la Pacini? Allora i fiori li posso togliere, tanto non servono. Ci avevano detto che arrivava un pezzo grosso del giornale disse.

Il pranzo fu ottimo ma non finiva più. Piatti toscani, pappardelle con un qualche sugo di anatra e via andare, dall’antipasto al dolce. E i vini, naturalmente.

In cantina mi fu illustrato ogni minimo passaggio della produzione della Vernaccia. L’azienda, per i tempi, era già molto tecnologica. Tini di acciaio con misurazione automatica della temperatura. Sistemi precisissimi per calcolare l’aggiunta degli elementi necessari alle varie fasi della vinificazione. Prendevo appunti su appunti.

La giornata poi fu veramente assurda. Una specie di recita inutile solo per ottenere un po’ di soddisfazione dalla stampa locale. Senza l’ospite d’onore. 

Quando finalmente potei liberarmi filai a casa, a godermi quel poco che restava del mio giorno libero.

Ero molto stanca e tutte quelle informazioni, quel parlare continuo con cui mi avevano bombardato fin dalla mattina, mi giravano a vuoto nella testa.  

In più non stavo affatto bene. Mi girava la testa, ero piena per il pranzo e per le chiacchiere. 

Mi stesi sul letto ma dopo poco dovetti alzarmi e correre in bagno, dove rividi, boccone dopo boccone, tutto quello che mi era stato servito. 

Non restava che andarsene a dormire e sperare che il giorno dopo andasse meglio.

Quando arrivai al lavoro il capo mi dette i parametri per l’articolo. Aveva tenuto in pagina un colonnino lungo. Niente di troppo visibile specialmente per il titolo, di un corpo piccolo e largo una sola colonna.

A quel punto fui io a rimanerci male. 

  • Almeno ti sei divertita? Mi chiese.
  • Per niente, gli dissi. E siccome sono stata male e alla fine era lavoro anche quello, segnami presente, così la corta la recupero un altro giorno, sennò non ce la faccio mica a riprendermi.

E così fu.

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Gli alberi e babbo

Da una parte del giardino di casa, volendo, si può scavalcare un cancelletto e prendere un viottolino che scende giù ai campi. Il sentiero va diretto all’ultimo pezzo di campo che abbiamo comprato, evitandoci di fare il giro lungo dal cancello. L’anno scorso, quando ancora non avevamo il nuovo campetto, ero scesa giù e avevo raccolto diversi rifiuti dalla piaggia. Vecchie bottiglie, pezzi di plastica, il sopra di una caffettiera di ceramica che ho trasformato in vasetto per fiori. Avevo notato anche che c’erano dei grossi tronchi di albero, tagliati e lasciati lì. 

Con mamma avevamo anche riso di quelli che ogni tanto vengono a darci una mano con la legna, tagliano gli alberi e poi magari li lasciano perché fa fatica portarli su. 

Poi con l’arrivo dell’estate, un giorno che c’era uno degli aiutanti, avevo proposto di andare giù insieme a recuperare questi ceppi. Ma a quel punto l’erba era cresciuta, il sentiero era impraticabile e ci stava anche di incontrare qualche vipera. 

Qualche settimana dopo lo abbiamo pulito, io con la falce, mamma con la zappa, un aiutante con il decespugliatore, e ora ci si passa che è una meraviglia. Ma i tronchi son rimasti giù.

L’altro giorno mi è tornata in mente quella faccenda della legna, dopo che mamma mi aveva detto che aveva già consumato tutta quella che avevo accatastato fuori dalla cucina.

Sono scesa nel pendio e ho cominciato a liberare i tronchi dalla vegetazione, soprattutto rovi, che li aveva avvolti. All’inizio ho usato le mie forbici da potatura, poi mi sono decisa ad andare giù, nel campetto dove vive Rosellina, a prendere la falce fienaia. 

Man mano che pulivo, spuntavano sempre più pezzi di legno. Rami piccoli, medi, tronchi grossi, già tagliati, da tagliare.

A un certo punto ho trovato un pezzo di corda, una cima bella resistente. Ho immaginato che fosse legata a uno dei tronchi con cui qualcuno aveva cercato di tirarlo su. Ho seguito il filo, continuando a tagliare rovi ed erbacce, e alla fine ho trovato il capo. La corda era legata intorno a un tronco di medie dimensioni, con i rami attaccati. Doveva essere un cipresso, c’erano ancora le coccole.

All’improvviso ho capito.

Quello era un lavoro di babbo. L’ultimo. E non è rimasto incompiuto per negligenza.

Successe un 7 novembre di tanti anni fa. Tredici anni fa. 

Babbo stava bene, faceva tutti i suoi lavori intorno casa, di cui, dopo una vita da maestro e negoziante, andava orgoglioso. Motosega, tagliaerba, zappa, accetta. Era instancabile, nonostante l’età.

Quel giorno era andato anche in Piano con il motorino a prendere il pane, come al solito. Poi, dopo pranzo, seduto sulla sua poltrona, l’urlo. 

Io non c’ero. Vivevo sempre a Belluno. 

Fu portato in ospedale con l’ambulanza. Dice mamma che al momento di salire aveva ancora la forza di scherzare con l’infermiera.

Poi ci fu l’intervento, la rianimazione, l’ospedale di comunità. Fino a quando, quasi un mese dopo, il 6 dicembre, mamma mi telefonò al lavoro. Ricordo la sua voce rotta e la botta al cuore.

Tiro la fune ma è ancora bloccata in mezzo ai rovi. Continuo a tagliare e a sfilare rametti cercando di mantenere l’equilibrio sul pendìo scivoloso. C’è un altro capo dello stesso tipo di corda. Porta a un albero ancora in piedi. È legata al tronco a doppia mandata. Riesco a sciogliere la prima. La seconda è ormai incistata nel tronco e coperta di borraccina. 

Sono sempre più convinta, babbo. Questo è proprio un lavoro tuo.

Chissà come ti avrà innervosito non averlo potuto finire. Magari avresti anche voluto dircelo, se ci fossi riuscito. Avremmo potuto farlo fare a qualcuno.

E invece son passati tredici anni e la tua legna è rimasta laggiù sul pendio a prendere l’acqua e ad asciugarsi al sole. 

Sai babbo, forse ora lo sai anche te, ma io credo che il bosco ti faccia pensare strane cose. Mentre seguo la corda che mi porta fino a te, al novembre di tredici anni fa, al primo dolore assoluto e insanabile della mia vita, io immagino che qui non ci sono capitata per caso.

Sì, lo so che non serve fare questi discorsi, che tanto noi che stiamo quaggiù non lo sapremo mai come funziona davvero. È solo che certe cose le pensi più perché ti fa bene pensarle. E poi non fai mica del male a nessuno.

Comunque, l’importante è che ora ho capito come fare. I tronchi li butto giù e poi li recupero con la macchina. Per quelli tagliati a metà si vedrà di farsi aiutare 

Te stai tranquillo, il tuo lavoro lo finisco io.

È una promessa.  

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