La copertina di Linus

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Salgo sull’autobus che mi porta all’università. Oggi darò un esame, un esame vero (non come quelli a quiz per i 24 cfu, voglio dire), un orale davanti al professore.

La materia è ostica, linguistica generale. Da settimane studio morfi, morfemi, lessemi, fonemi, sintagmi e diagrammi ad albero. E’ la prima volta che affronto l’argomento e rischio seriamente di affogare nel mare delle formule e delle regole dei vari livelli di analisi. Fonetica, fonologia, sintassi, morfologia.

Sui fonemi mi sono preparata bene, mi sono fatta anche uno schemino che cerco di mandare a memoria mentre esercito la pronuncia delle consonanti: occlusive, fricative, affricate, palatali, velari, nasali. Tutto il resto, il riassunto dei libri di testo, è schematizzato nel quadernone giallo spento che utilizzo per il ripasso.

Ieri sera, prima di andare a letto, ho preparato la borsa. Ci ho messo anche i testi originali (per un dubbio dell’ultim’ora). Lo schemino dei fonemi è in cima alla pila. E il quadernone degli appunti.

L’autobus ritarda di mezz’ora, dovrò correre per arrivare all’università, perdendo la mezz’ora di vantaggio che credevo di avere.

Mi siedo nelle file davanti e apro la borsa. Tento un primo ripasso, per allentare un po’ questa tensione che mi attanaglia senza requie. Ieri ho fatto altro. Un giorno di decompressione ci vuole. Ma oggi è già l’ora di tornare sui libri.

Cerco il quaderno, il quadernone dalla copertina giallo tiepido con su scritto linguistica generale a pennarello. Non c’è. Sposto la nascita delle parole, scartabello fra fonetica e morfologia, rovescio l’analisi della sintassi. Niente da fare.

Mi assale il panico. I miei appunti, sistemati in fila, con tutti gli schemi. Sulla prima pagina le definizioni secche di fonema, morfema, lessema. Non è possibile.

Mi rifugio nella memorizzazione dei fonemi, mentre cerco di rallentare il respiro.

Impossibile tornare indietro, non farei in tempo. Non posso nemmeno chiedere a qualcuno. Non saprei nemmeno spiegare dove si trovi quel quaderno, visto che doveva essere qui.

Respiro e cerco di rimanere concentrata. Non sarà un quaderno a far saltare tutto. Oh, semmai nel caso ci riprovo la volta dopo. Ma non è una strada percorribile. Il programma degli esami, concentrati tutti nel secondo semestre, è fitto. Fra cinque giorni ne ho già un altro.

Cammino senza distrarmi, attraverso Siena schivando turisti e studenti, e finalmente arrivo davanti all’aula dove si terrà l’esame. E’ pieno di ragazzi seduti per terra che ripassano, bevono Estathe e mangiano patatine. Io sono sola. Almeno ai 24 cfu avevo un’amica che dava l’esame insieme a me. Qui niente. I ragazzi mi ignorano, non faccio parte del loro orizzonte. Afferro una sedia libera e mi siedo, è anche rotta. Controllo ancora una volta la borsa, sono convinta che prima o poi il quadernone giallo tiepido uscirà da qualche parte come per miracolo. E invece niente.

Invio qualche messaggio. Reprimo la voglia di scrivere agli amici del quaderno scomparso. In questo momento la scelta è fra cedere al lamento, alla ricerca di compatimento o tenere alta la volontà di andare avanti senza distrazioni. Scelgo la seconda.

Esce la prof, fa l’appello. Divide gli esaminandi in gruppi. A me tocca nel pomeriggio. “Ce la faccio a tornare a casa a prendere il quaderno”, penso subito. Ma un rapido calcolo con i dati incrociati su distanze, mezzi pubblici e temperature esterne, mi dice che no, non è una buona idea.

Sono costretta ad affrontare quel vuoto, a confrontarmi con l’assenza del quadernone, ancora di salvezza nel mare magnum delle formule linguistiche. La mia copertina di Linus.

Trovo un tavolo libero al quarto piano, prendo una bottiglietta d’acqua e uno snack alle macchinette, apro uno dei libri e inizio il ripasso. La dimenticanza del quaderno, ma come è potuto succedere, rischia di farmi cadere nello sconforto.

Mi sforzo di far sì che ciò non accada. E’ solo un gioco della mente, ce la posso fare.

Ormai ho studiato, tanto, ho scritto, ripetuto, appuntato. Quello che so, so. Non sarà certo il quaderno a risolvere la situazione. Però mi manca, dio se mi manca. E’ una questione di sicurezza, come il bastone per uno zoppo anche se ha ripreso a camminare senza. Il telefonino in borsa anche se non devi chiamare, la bottiglia d’acqua anche se non hai sete. Ma intanto ce l’hai.

Ho lo stomaco chiuso. Sbocconcello meccanicamente dei cracker, bevo un po’ d’acqua. Decido di saltare il pranzo. Non solo non ho fame, ma rischierei anche di far tardi. La prof ha detto dall’una e mezzo. Anche se ho altri studenti davanti a me. E poi non credo che mi mancheranno le forze, dovessimo andare avanti nel pomeriggio, mi sostengono i nervi. Nel caso, mangio dopo. Se sarò ancora viva.

Strano questo senso di panico assoluto che mi avvolge. Dopo tutti gli esami che ho dato (sì, ok, decenni fa), e le prove ben peggiori che ho dovuto affrontare in questi ultimi anni, non riesco a capire che cosa mi incuta tutta questa paura. Mi sento come davanti a un baratro, costretta a fare un salto nel vuoto per arrivare di là. Mi dico, razionalmente, che tutto questo è esagerato. Ma la pancia non sente ragioni.

Cambio idea. Vado a mangiare. Devo distrarmi. Un piatto di riso bianco (ci manca solo un mal di testa da intolleranze alimentari) e un po’ d’acqua fresca. All’una e mezzo sono già davanti alla porta. I ragazzi sono molti meno. Qualcuno ha già fatto l’esame al mattino, altri torneranno domani. “Ricomincia alle due” dicono le due ragazze sedute al tavolo. Si alzano e vanno a prendere un caffè. Con loro c’è un ragazzo barbuto, uno dei primi esaminati, che continua a dire, afferrandosi la barba, “capisci? queste sono le basi dell’italiano?”. Da come lo dice pare che non sia andata proprio bene. Mi trattengo dal chiedere.

Intorno ci sono altri giovani, seduti per terra. Continuano a ripassare, a ridere, a bere bibite. Un ragazzo di colore che avevo salutato per gentilezza passandogli davanti in corridoio si siede vicino a me. Lo ammiro pensando che sosterrà anche lui il mio stesso difficile esame.

Ore 13.50, esce la prof. “Linguistica generale?”. “Sì”. Rispondo solo io. “E gli altri?”. “Non so, dico, erano qua. Devono essere andati al bar, pensavano che riprendesse alle due”. “Se intanto vuole entrare lei”.

Mi parli del morfema. Dio, il quaderno. La definizione era scritta là, sulla prima pagina, l’avessi potuta riguardare. Io che sono allergica alle definizioni, non c’è niente da fare, non mi rimangono. Provo a dire qualcosa, ma ho già deciso che non ce la farò mai. Senza il mio quaderno.

La prof mi stimola con le sue domande e arrivo a definire il morfema, i suoi utilizzi e tutte le variazioni a cui può andare incontro. Sembra soddisfatta. Non me ne rendo conto subito, ma intanto succede qualcosa. Succede che non penso più al quaderno. Che le risposte alle domande sono dentro di me, non su quelle pagine a quadrettoni. Che tutto quello che ho studiato è lì che freme per uscire. Snocciolo fonemi come se contassi da 1 a 10.

“Ah sì, questo lo sa benissimo, si capisce. Passiamo ad altro”. No, mi ascolti ancora, vorrei dirle, con quanto me li sono studiati. Mi chieda la regola delle affricate, mi faccia parlare di laterali e occlusive, di bilabiali e dentali. Quello schema a colori, che a casa sembrava impossibile da memorizzare, adesso sta lì fisso nella mia mente, come se non avessi visto altro in vita mia.

La prof dice “purtroppo posso darle solo un 28”. E io, che pensavo a un 22, dico “va bene”. Va benissimo, anzi. “Sa, io ammiro tanto le persone come lei, che tornano a studiare. So bene anch’io che, mi scusi se glielo dico, per quelli come noi, la memoria ormai non è più quella di prima” (ma che dice? lei è molto più giovane di me). “Ma ho visto che ha ottime capacità di ragionamento e questo è molto importante”. “Beh sì, dico io, devo ringraziare lo studio del latino alle medie e al liceo. Credo di coglierne i frutti ancora oggi”.

Solo una volta fuori realizzo che la prof intendeva dire non posso darle trenta. Mentre io, nel mio stupido accesso di incertezza, partivo da diciotto e a quel traguardo non ci pensavo nemmeno.

Tornata a casa scopro che il quadernone giallo tiepido era rimasto sulla scrivania, accanto al computer. Ma non ne rimpiango più la mancanza. E’ servita anche quella. Fosse solo per capire che non c’era bisogno di alcuna copertina.

Tutto considerato, credo che sia andata bene così. Anzi, meglio.

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il canto del frigorifero

Hai presente il rumore della tempesta sul mare, del risucchio del vento e del rifrangersi delle onde? Se quel rumore dovessi sentirlo a casa mia, non ti devi preoccupare, è solo il frigorifero.

Arrivò qui alcuni anni fa e fu una conquista. Faceva parte della nuova cucina, la prima che avessi mai avuto, una cucina vera, intendo, non quell’ammucchiata di elementi che era stata fino ad allora. Mi correggo. La nuova cucina, quella fatta da artigiani su misura e con il legno massello bianco crema, la lasciai senza frigorifero. Loro lo volevano incassato e io non avrei voluto farlo soffocare nel legno massello. Il capo di quegli artigiani mi disse, offeso: “allora al frigorifero ci deve pensare da sola”.

Fu così che andai a scegliere il mio primo frigorifero, nuovo e libero.

“Questo è perfetto – disse la commessa – pensi che me lo sono preso anch’io”. La scelta fu facile. Era economico, le misure erano quelle giuste, lo aveva preso pure la commessa. Solo lo sportello si apriva da sinistra verso destra e a me sarebbe servito il contrario. Ma non me ne curai.

Fin dalla prima notte lo sentii. All’inizio pensai di aver lasciato una porta aperta e che una tempesta, misteriosamente scatenata all’esterno, premesse per entrare in casa. Controllai. Era tutto chiuso e fuori non c’era nemmeno un temporale.

Capii allora che era lui, il frigorifero, a fare tutto quel rumore. Mi venne subito la voglia di riportarlo al negozio e di dire a quella commessa “bella fregatura mi ha fatto prendere”. Non lo feci.

Ora vengono gli amici a casa e dicono. Ah, è il frigorifero. Ma come fai a resistere con questo rumore? Qualcuno si mette addirittura a sibilare per fargli il verso.

Io che amo il silenzio e mi inquieta anche solo il suono di una motosega nella campagna, quel rumore non lo sento più.

Ma ogni tanto mi addormento con il suono del vento e sogno di saltare sulle onde del mare delle Hawaii.

 

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lettera non d’amore

Probabilmente avresti preferito un’auto diversa da quell’Alfa rosso Alfa così vistosa ed eccentrica. E impegnativa. Prendi il fatto delle catene. Quelle ruote proprio non le tollerano. E così, ogni primavera, c’è da cambiare le gomme. Metti quelle estive, leggere, fresche, quelle adatte per correre fino in spiaggia e tuffarsi nel blu. Sì, anche tante altre cose ci si possono fare, certo. Ma a me piace ricordare quella. Sono le ruote per partire dopo aver caricato tenda, zaino e via. Quelle delle notti in pineta, del canto delle cicale e dei gabbiani. Quelle che non hai bisogno di tutto il resto. Quelle che durano sempre troppo poco e che arriva subito l’autunno ed è già tempo di montare le altre, quelle da neve.

Pesanti. Fanno venire freddo solo a vederle. Però anche quelle hanno il loro perché. A me fanno venire in mente il camino acceso, un piumone caldo, un libro, un gatto addormentato. E te.

L’autunno è troppo più lungo della primavera e l’inverno dura anni rispetto all’estate, c’è poco da fare. Ma anche loro finiscono. E siamo punto e a capo. Porta l’auto dal meccanico, cambia le gomme, lascia che l’estate entri di nuovo in te. Dici che noia star sempre lì a cambiarle. Ma dimmi un po’, avresti forse preferito la costrizione di un paio di catene? E non pensi a tutte le stagioni che ti saresti perso?

Mesi lunghi e uguali l’uno all’altro, con il sole o con il gelo. Invece, guarda, se apri la finestra te ne accorgi, l’estate è finita e l’autunno è arrivato. Come lo so? Facile. E’ tempo di tornare in officina. Ecco qua. Queste sono le chiavi. Ormai lo sai bene come funziona. Stavolta però ricordati di chiedere al gommista per quanto tempo ancora potranno andare avanti, prima di doverli ricomprare, quei benedetti pneumatici.

 

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L’inesplicabile fattore M

Sono alla Posta, in coda con il mio numerino. Da uno sportello chiamano un numero a voce alta, che appare ovviamente ripetuto anche sul pannello luminoso. Niente, nessuno. Chiamano il successivo, il mio. Appoggio le mie buste sul banco e spiego all’impiegata il tipo di spedizione che mi serve. Manca un modulo da riempire, me lo porge. In quel mentre arriva un baldanzoso giovane, quello con il numero precedente. Ben svegliato, gli avrei detto io. Ora resti in attesa che finisco con la signora e poi sono da lei.
Ovviamente no.
L’impiegata comincia ad agitarsi, lascia sedia e postazione e si avvicina al baldo. “Mentre la signora riempie il modulo faccio con lei”.
Non ci posso credere. Io un modulo lo riempio in due secondi netti, che si crede?
Ovviamente non avevo fatto i conti con il fattore M, l’inesplicabile fattore M.
Lei come si chiama? Cinguetta l’impiegata. F… S… risponde il baldanzoso. Che inizia a spiegare quale problema lo ha portato fin lì. Ovviamente un caso complicato, di lunga trattazione e di difficile soluzione.
Osservo incredula l’impiegata che, niente affatto abbattuta da tanta complessità, corre avanti e indietro, scodinzolando, mentre consulta colleghi e direttore per giungere alla risoluzione del caso.
Io, che ormai ho riempito il mio modulo da cinque minuti buoni, osservo la scena sperando che qualcuno si ricordi di me. Povera illusa. Il fattore M non scatta con le signore di mezza età.
Lascio che l’impiegata scodinzoli un altro minuto e poi intervengo, ormai visibilmente alterata. Scusi, potrebbe finire la mia pratica, intanto? Almeno se ne chiude una. Poi può tornare a seguire l’altro caso.
Occorre grande fermezza per sventare il fattore M, e non è detto che funzioni.
Con me ha funzionato a metà. L’impiegata ha fatto la faccia scocciata di quando la mamma la chiamava per la merenda mentre lei era impegnata a giocare con gli amichetti.
Ha detto, scusa F., torno subito.
F., capito? Lo ha chiamato per nome, passando perfino al tu. Da non credere.
Poi, con fare ostentatamente diligente, ha effettuato le mie spedizioni, tre in tutto, sottolineandole ogni volta con la frase “e questa è spedita”, che ha pronunciato sotto il mio sguardo impassibile per ben tre volte. Ogni volta ha precisato anche il costo della singola spedizione, aspettando la mia approvazione. Il teatrino è proseguito fino in fondo, con il pagamento e l’ostentata conta del resto. Controlli. Mi fido, grazie. Poi finalmente, una volta che ho sgombrato il campo, ha potuto dedicarsi al suo F., un baldanzoso 25enne tanto bisognoso di cure e attenzioni.
Io sono uscita sicuramente molto più incazzata di quanto non lo fossi (non lo ero) quando sono entrata e con un senso di assoluta impotenza di fronte al fattore M.
Ma che dire, infine?
Boh, forse Towanda?

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Un sabato di ordinaria follia

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Da giorni la radio, i giornali e la tv annunciavano l’arrivo di un freddo glaciale. Siberiano. Qualcosa a cui quella gente non era più abituata, tutta presa com’era tra l’idea del riscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento delle maree. Da qualche parte aveva già cominciato a nevicare. A quote basse, che sulle montagne non faceva notizia.
Si respirava un senso di impotente attesa nei confronti del tempo ma misto a una rabbia strisciante, un mostro a più teste che premeva per uscire allo scoperto.
Di lì a poco ci sarebbero state le elezioni per il nuovo governo. I rappresentanti dei partiti urlavano dagli schermi delle tv, davanti a conduttrici con labbra rifatte e capelli immobili. Ognuno, nello sforzo di far prevalere la propria voce, urlava più forte, per sovrastare le altre. Poi c’erano le promesse, grottesche promesse fatte da probabili governanti di un paese allo sbando. Non era come in tutte le altre elezioni. Stavolta si urlava forte davvero. L’aria era elettrica e i cittadini, surriscaldati dalle frasi sui social, vivevano come il pubblico davanti ai gladiatori nell’arena. La violenza dilagava lenta ma continua come un’ondata di fango. Ormai si era perso il senso della comunità con cui quella nazione si era fatta forza e si era ricostruita dopo essere stata distrutta.

La mattina del sabato la gente si riversava nei supermercati della città. Faceva lunghe file al posteggio suonando il clacson e insultando gli automobilisti in coda, colpevoli di ostruire il passaggio delle loro vetture. Litigavano appena si liberava un posto, urlavano e inveivano contro il malcapitato di turno.
Due donne litigavano per un carrello vuoto. “Lo lasci, è mio” gridava una voce stridula. Un uomo, seduto nella sua utilitaria, inveiva contro quello che gli aveva soffiato il posto sotto il naso.
Occorreva farsi forza, prima di affrontare il momento della spesa.
All’interno del negozio le cose non erano granché diverse. Ognuno guidava il proprio carrello stracolmo cozzando contro friabili anche di anziani tremolanti, sfiorando le fragili teste di bambini nei loro passeggini, spingendo gli altri carrelli. Le corsie erano ostruite da carrelli stracolmi abbandonati per andare in cerca dell’acqua minerale o di un formaggio al banco degli affettati.
Uomini e donne portavano in volto l’ansia stupefatta di chi vede il proprio mondo minacciato da qualcosa di irriconoscibile. L’espressione pronta a virare in un ghigno non appena si trovava a contatto con un proprio simile. Era quello il nemico più facile da combattere, in mancanza di altri.
Fra lo scampanellio delle casse e gli annunci degli altoparlanti che invitavano i proprietari a recuperare i propri carrelli, l’aria friggeva di una tensione che si faceva sempre più palpabile.

Non si sorrideva più. Se qualcuno si fosse preso a botte c’è da scommettere che nessuno se ne sarebbe stupito.

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Di quando quasi ci lasciai le penne

Se fosse successo per davvero non mi sarei accorta di nulla. Ora me ne starei lassù, felice, a volare in alto o chissà dove e avrei sicuramente qualche problemino di meno. Invece sono ancora qui. E siccome quello che è successo non è cosa da tutti i giorni, proverei anche a raccontarlo.

Venerdì 12 gennaio sono stata operata al naso. Ero in lista d’attesa da più di un anno, ormai pensavo che il mio nome si fosse autocancellato, quando sono stata chiamata. Dal chirurgo in persona. Mi ha chiesto se andava tutto bene e mi ha detto che l’operazione si sarebbe fatta il 12. Era il 3 gennaio. La pallina non era caduta nella settimana migliore, ma che vuoi farci. Ormai son diventata fatalista e prendo quello che viene quando viene.

C’era da ripristinare la respirazione, resa difficoltosa dalla deviazione del setto nasale. Poi, siccome trent’anni fa avevano provato a farmi lo stesso intervento, ma il medico di allora si trovava meglio con il trinciapolli che col bisturi, ci sarebbe stato anche da ricostruire ciò che allora era stato distrutto. Cioè tutto.

E siccome il pollaiolo di trent’anni fa non si era preoccupato nemmeno di lasciare un pezzettino di cartilagine, avrebbero dovuto recuperarne un po’ da qualche altra parte di me. Tipo dalle orecchie.

Non era un intervento semplice, il dottore me l’aveva anticipato, per cui si sarebbe fatta un’anestesia generale. É la prima volta? Sì. È allergica a dei farmaci? Non lo so, praticamente non ne uso. Ma finora, quando è capitato, non ho avuto problemi. Ma non ha mai fatto l’anestesia totale. Infatti.

Poi c’era la questione della folgorazione. Cioè di quando, più di dieci anni fa, rimasi attaccata a una lavastoviglie difettosa nella casa nuova in cui il salvavita non era stato regolato. Quando si dice tutte a me le fortune. Però son sempre qui a raccontarlo.

Questa storia della folgorazione l’hanno presa parecchio sul serio. Pensare che io me l’ero quasi dimenticata. Al pronto soccorso, all’epoca, mi dettero poca soddisfazione. Un elettrocardiogramma, lei ha il cuore di una bambina, e poi mi lasciarono su una sedia per due ore mentre le lacrime mi cadevano incessantemente per effetto dello shock. Poi, come faccio (quasi) con tutto, me la misi via. Invece da qualche mese questa cosa è tornata in auge e mi hanno fatto fare perfino una risonanza magnetica al cuore con contrasto. Mezz’ora chiusa in una bara di plastica. Roba che me la sogno ancora la notte.

Insomma, per farla breve, pare che l’anestesista della pre ospedalizzazione fosse tutta ringalluzzita da questa cosa e avesse avvisato i colleghi che avrebbe mandato loro una folgorata. Con la minuscola, spero. Non è una bella cosa, comunque. Specie se te la viene a raccontare sul lettino dopo che ti hanno detto che ci sei quasi rimasta.

Comunque fra esami e tutto il resto si arriva al giorno fatidico quando, alle prime luci dell’alba, vestita di una garza verde, mutande grigie e calzini rosa (senza dimenticare le ciabatte di piumino arancione) mi avvio verso la sala operatoria. C’è un’anestesista nuova. Una giovane ma bravissima, mi dice l’infermiera mentre spinge il lettino per i corridoi. Rispondo per la quindicesima volta alle stesse domande (operazioni? allergie? problemi di altro tipo?) prima di svanire nei fumi dell’etere.

Quando mi risveglio c’è ancora la stessa anestesista, quella giovanissima, davanti a me. Come sta? Bene, grazie. Sono avvolta in una coperta morbida e calda e non sento nemmeno un filo di dolore. Quasi non mi ricordo nemmeno perché sono qui. Ce la fa a sentirmi, le devo dire che cosa è successo. Certo. L’intervento è andato bene ma ad un certo punto il suo cuore ha rallentato e hanno dovuto sospendere tutto. Poi pero è ripartito da solo. Nella nebbia che avvolge ancora il mio cervello mi pare una bella notizia. Mi è piaciuto molto quel poi è ripartito da solo. Dalla faccia del medico però pare che non la pensi come me.

Mi riaddormento un po’, cullata dai progetti di vacanze degli infermieri e dai problemi dell’organizzazione dei turni. Danno un po’ fastidio a dire il vero ma sono anche tanto lontani. Io toglierei quella luce sparata e magari anche il soffio caldo sotto la coperta, che sto bollendo. Quando riapro gli occhi, non so che ore siano né quanto tempo sia passato, l’anestesista è sempre li che mi guarda con la faccia preoccupata. Questa faccenda del rallentamento l’ha proprio buttata a terra. Ora pare che siano tutti in ansia e che non mi possano mandare nella cameretta al maxillo. Aspettano che si liberi un posto in un altro reparto. Nessuno dice terapia intensiva. Magari mi aiuterebbe a capire. Invece alla fine, per mancanza di posti, vado a finire in una neurochirurgia, il posto più vicino alla intensiva in caso di emergenza.

Nel frattempo l’anestesista va a recuperare la mia mamma, ormai esausta, che ha trascorso la giornata da un reparto all’altro sperando invano di vedermi uscire, ancora incredula di aver rischiato di perdere una figlia per un banale intervento al naso. Mi porta la borsa con il telefono e la chiave dell’armadietto numero 12 dove è rinchiusa tutta la mia roba. Mi faccio fare una foto. Mi vedo, ho una faccia da autopsia. L’intervento, compresa l’ora di stop, è durato sette ore. Quando mi risveglio, la prima volta, sono le 15.10.

Trascorriamo qualche ora in una saletta della chirurgia nell’attesa che si liberi un letto per me. Quando finalmente mi portano via, piena di fili e attaccata a un monitor, sono già quasi le otto di sera. Il nuovo reparto è sotto il controllo di Madama Rosmerta colpita dalla Maledizione Imperius. Appena mi sono sistemata nel letto 31 con il mio video pieno di bip, quella comincia a girare per il reparto urlando che questa cosa non va bene. Che lei è da sola e deve pensare a tutto e non può stare a controllare il mio monitor. Che non vede nemmeno un familiare e toccherebbe a loro, semmai, fissare il monitor tutta la notte e chiamare in caso di emergenza.

A me però lei sembra solo una grande merda che ha sbagliato mestiere. Comunque chiedo a un’amica di Siena se può venire qualche ora in serata e quando lei mi dice di sì scoppio pure in lacrime. Insomma, non è stata proprio una giornata da gita in riva al lago. Il monitor fa bip bip a un ritmo cosi regolare da farti addormentare. Solo quando mi muovo un po’ suona un deng. Allora arriva di corsa Madama Rosmerta, che nel frattempo si è prodotta in una lamentazione bis con un dottore della maxillo passato al mio capezzale, per dare una controllatina.

Quando mi hanno scaricato dalla lettiga al letto, mi sovviene, Madama Rosmerta ha detto queste parole. Questa non c’è bisogno di prenderla di peso. Questa ci aiuta lei. Questa si è fatta la rinoplastica. Vero che ci aiuta lei? mentre io, ignuda come un pollo spennato, mi catapultavo sul materasso e registravo dentro di me il tono derisorio dell’infermiera stronza. Rinoplastica. Intanto qualcuno mi copriva con una vestina da ospedale infilandola a un braccio solo, visto che l’altro era annodato con i fili del monitor. Dal caldo mi ero sfilata i calzini rosa, qualcuno mi aveva consegnato una busta di plastica con le mutande grigie, mentre le ciabatte arancioni erano state incastrate sulla chiusura della borsa che una volta era blu. Ora era color linoleum dopo che mamma, ormai stremata, l’aveva trascinata da un corridoio all’altro dell’ospedale. Non avevo niente altro, a parte le mani piene di cannule per le flebo e la speranza di tornare al più presto al maxillo a recuperare la mia valigia. E me stessa.

Ma quel che contava prima di tutto era capire che scherzi aveva fatto il mio cuore e soprattutto se aveva intenzione di farne ancora. Poi c’era da capire anche da dove era stata presa la cartilagine per il naso. Mamma mi aveva controllato le orecchie. È proprio bravo questo dottore, non si vede più niente. La mia amica insinuava invece che me la avessero presa dalle costole. Ma non avevo addosso un solo segno a testimonianza del prelievo. Intanto il cuore camminava regolare e io mi sono fatta anche qualche ora di sonno al ritmo del bip bip.

La mattina dopo, quando l’infermiere ha detto a una tipa che dovevo esser trasferita in maxillo, non ce l’ho fatta a trattenermi. Evviva. Mi hanno staccato i fili, portato un bicchiere di latte e due fette biscottate e via. Ma alla fine, fra una cosa e l’altra si è fatto un po’ tardi per il pranzo, che avrei dovuto assumere in forma cremosa e fredda. Siccome è arrivata tardi – ha detto un’infermiera con tono accusatorio – è ancora caldo. Che importa, tanto fra mettersi il pigiama, sciacquarsi i denti, andare al bagno con le proprie gambe dopo aver fatto la conoscenza della terribile padella, il tempo passa e la minestra raffredda. Mangio di gusto dopo un giorno e mezzo di digiuno totale, poi mamma appoggia il vassoio sul carrello dei pasti. Chi ce l’ha messo questo? scatta la musona. Li ritiriamo noi. Cosi mi complica il lavoro. Ecco, a te invece affibbierei il nome di Pansy Parkinson, l’amichetta stronza di Draco Malfoy, il super viscido dei Serpeverde nonché nemico giurato di Harry Potter. Direi che ti si addice proprio.

Il medico che mi ha operato è bravissimo. Lo dicono tutti, pazienti e colleghi. È anche un bell’uomo, di colore, cosa che mi riempie di orgoglio, perché dà l’idea che un po’ di strada si è fatta anche qui. È di colore anche il suo assistente, che era in sala operatoria con lui, e che passa a sincerarsi delle mie condizioni. Sono tutti molto umani e gentili. Mi spiega un po’ meglio che cosa è successo quando ero sotto i ferri. Praticamente è arrivato il mondo, dalla cardiologa con l’ecografia agli anestesisti. Un consulto a naso aperto. E il cuore che saltellava per conto suo. Senta, ma le cartilagini poi da dove me le avete prese che non riesco a capire. Considerato che c’era stata già un’emergenza abbiamo preferito non aggiungere altro e ci siamo rivolti alla banca delle ossa. La cartilagine è un po’ meno morbida di quella prelevata sul momento, ma va bene lo stesso.

Ormai l’anestesia è passata. Sembro Rocky Balboa dopo l’incontro con Apollo Creed e, fra la mascherina e i bendaggi, affiora qualche tratto di Hannibal Lecter. Sono ancora rallentata e ci metto un poco a capire. Poi infine realizzo. Dopo trent’anni vissuti senza setto nasale da ora in poi c’avrò un naso bello sodo e pure ripieno.

Con le ossa di un morto.

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Decreto vaccini: i giornalisti del Miao fra le prime vittime

Sono almeno due i giornalisti del Miao sottoposti a vaccino obbligatorio dopo l’entrata in vigore del decreto ministeriale. L’imposizione sanitaria è stata accolta con grande malessere dai professionisti interessati. Per il momento, a quanto ci risulta, a dover seguire tutta la trafila delle vaccinazioni sono stati solo il direttore responsabile della testata Ercolino e l’inviata speciale Agatha.
L’intervento è stato eseguito nel corso di una visita aziendale a sorpresa.
In seguito all’increscioso fatto è stato pubblicato un durissimo editoriale del direttore.
“Se non siamo liberi di scegliere se essere vaccinati o no, come possiamo ritenerci liberi di riportare obiettivamente le notizie e di esporre le nostre opinioni?” ha scritto, fra l’altro, Ercolino.
Il direttore ha inviato lettere di fuoco anche all’Ordine dei giornalisti e alla Federazione della stampa denunciando quello che è apparso come “un vero e proprio attacco alla libertà di stampa, perpetrato subdolamente ai danni di chi ogni giorno combatte perché sia rispettato il diritto di cronaca”.

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Le fervide proteste del direttore non sembrano però del tutto condivise dall’inviata speciale, Agatha, la quale ha invece ritenuto utile esser vaccinata a causa dei molteplici rischi che quotidianamente affronta proprio a causa dell’attività professionale. Nel momento in cui le è stato inoculato il siero si sono registrate tuttavia delle critiche, quantomeno sui modi con i quali è stata condotta la campagna.

Sulla vicenda non si esprimono gli altri componenti della redazione del Miao, la segretaria di redazione Miciona, l’addetta alla cronaca Musetta, il giornalista sportivo Ercole e la cronista di nera e giudiziaria Gattaccina, avallando dunque quanto sostenuto dal loro direttore responsabile.

“Il blitz della forza sanitaria ai danni della redazione del Miao – si legge infine in una nota diffusa da Ercolino – costituisce un grave esempio di discriminazione in quanto siamo certi che lo stesso provvedimento non verrà mai preso nei confronti del concorrente Gattaccio, redattore e direttore della testata L’Unghiata, a causa del suo stato di clandestinità”.
“Su questo – ha concluso Ercolino – sono pronto a scommettere la mia razione mensile di croccantini e quella dei miei colleghi”.

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