Il billo di legno

Nella stessa vacanza ad Asiago che trascorremmo nella casa di Kezich, avevamo un bel caminetto e una legnaia piena di legna disposta in bell’ordine. Pare che se ne occupasse l’Erante, in assenza dei proprietari, ma solo quando non lo poteva vedere nessuno.

Una volta una di noi ci perse una lente a contatto, nella legnaia. Sembrava impossibile da ritrovare ma qualcuna ebbe l’idea di accendere i fari della Volkswagen posteggiata nel piazzalino, la lente brillò e la recuperammo.

A forza di prender legna per il caminetto a un certo punto trovammo un pezzo dalla forma particolare.

Lo battezzammo billo di legno e lo posizionammo a centro tavola. Fu eletto subito mascotte porta fortuna della nostra vacanza.

Un giorno il billo di legno sparì dal tavolo. Cominciammo a cercarlo e lo trovammo nel camino, pericolosamente vicino alle fiamme.

Riuscimmo a salvarlo per un pelo. 

Le indagini portarono velocemente ad individuare la responsabile del misfatto che si giustificò dicendo che in fondo era solo un pezzo di legno.

Da allora montammo dei turni di guardia per evitare che il billo di legno venisse bruciato.

Quando la nostra vacanza era giunta ormai alla fine arrivò il figlio del proprietario con un gruppo di amici che si sarebbero fermati dopo la nostra partenza.

Per la sera ci annunciarono che avrebbero preparato una cena per farci assaggiare un piatto speciale con una ricetta che sicuramente non conoscevamo, i canederli.

Ma certo che li conosciamo.

Di questi, ci spiegarono, ne bastano pochi a testa. Nessun essere umano riesce a mangiarne più di tre, quattro a esagerare. 

Durante la cena si resero conto che invece era possibilissimo mangiarne molti di più e glielo dimostrammo ben volentieri. Lo stesso accadde anche con le bottiglie di vino.

I ragazzi rimasero molto colpiti dalla nostra resistenza. Il giorno dopo a pranzo, una di noi preparò i pizzoccheri, con la ricetta tradizionale della Valtellina. 

I ragazzi rimasero ancora più colpiti e così ci guadagnammo la patente di montanare ad honorem.

Un po’ anche per il billo di legno, che continuava a troneggiare spavaldo a centro tavola.

Dovevamo solo ospitare quattro ragazze per trovare un pezzo così fra tutta quella legna, dissero loro.

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Lo skilift ad àncora

Una volta, parecchio tempo fa, andai a sciare con altre tre amiche ad Asiago. Stavamo nella casa di Tullio Kezich, che era stata prestata dal figlio ad una delle quattro. Era una casa bianca a tre piani con le porte e finestre di legno marrone scuro alla fine di una via dove ce ne erano altre tre, tutte uguali. In una ci viveva Mario Rigoni Stern, un’altra era di Ermanno Olmi. Nella terza, quella più vicina a noi, ci stava l’Erante, un tipo un po’ strano che, ci avevano avvisato, si muoveva di notte e guardava dalle finestre. L’Erante divenne ben presto il nostro incubo e allo stesso tempo l’occasione di mille risate.  

Un giorno ci apprestammo a fare una pista. 

  • C’è lo skilift ad àncora, ci avvisarono all’ufficio skipass.

La più esperta di noi disse, – va bene. 

Io dissi, – e che vuol dire?

Lei mi rispose, – tranquilla, più o meno è come quello normale.

Ad àncora, scoprii, voleva dire che andavamo su in coppia. Per prenderlo bene era meglio se i due sciatori erano più o meno della stessa altezza. Partirono per prime la più alta e la più bassa di noi, perché erano le sciatrici più esperte. Ci mostrarono come fare e andarono su. Le seguimmo a ruota, io e l’altra amica.    

Non facemmo in tempo a scollettare la prima balza che eravamo già a terra.

  • Spostatevi, fate passare, ci gridava l’addetto all’impianto perché non facessimo cascare anche quelli dietro. 

Tornammo alla partenza e ci riprovammo. Tre, quattro metri, e giù di nuovo per terra.

Riprovammo un bel po’  di volte, ma niente da fare. L’addetto allora ci spiegò il segreto, che era appoggiarsi all’àncora senza pesarci sopra. 

Il consiglio funzionò. Scollettammo almeno due o tre balze, ma alla quarta, eravamo di nuovo a terra. Stavolta a metà percorso, distanti dalla partenza e dall’arrivo. 

Però in mezzo alla neve brillava qualcosa. Mi avvicinai, era uno Zippo. Lo presi, almeno quelle cadute sarebbero state ripagate dal mitico accendino antivento. 

Scendemmo giù di nuovo passo passo, più o meno speranzose.

L’addetto all’impianto quando ci vide, invece, capì che non c’era più nessuna speranza e si decise a fare la salita con noi, accompagnandoci una per volta. 

All’arrivo c’erano le altre due amiche che ci aspettavano. 

Noi speravamo che nel frattempo avessero sciato ma loro credevano che da un momento all’altro saremmo arrivate e avevano deciso di aspettarci.

A tutti gli sciatori che arrivavano chiedevano se ci avevano visto.

Degli americani dissero, ridendo a crepapelle, che sì, ci avevano viste, ah ah ah, e che continuavamo a cadere giù, ah ah ah. 

Quando finalmente fummo tutte e quattro, facemmo quella pista ma poi ne scegliemmo un’altra, con un impianto di risalita alla nostra portata.

Però ci ridemmo per tutta la giornata.

Io, in più, avevo anche lo Zippo in tasca. 

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Capodanno in Garfagnana

Nel 1989, lo giuro, avevo un fidanzato. Un fidanzato serio, del tipo sposiamoci, facciamo quattro figli e andiamo a vivere in campagna. 

Nonostante tutto quel Capodanno mi ritrovai a passarlo da sola. 

Il giorno prima chiamai un’amica. Era incinta e anche lei avrebbe trascorso il Capodanno da sola.

  • Che fai domani sera? 
  • Niente. 
  • Vieni via con me? 
  • Dove andiamo? 
  • Boh, vediamo. Garfagnana? 
  • Ok, va bene.

Partimmo con la mia Polo bianca senza pensare al meteo e senza prenotare. Nell’autoradio una cassetta doppia di Gino Paoli con un po’ di Ricky Gianco.

Arrivammo nel primo borgo abitato che era già ora di cena. Il posto si chiamava Fornaci di Barga. Ci infilammo in un bar per fare qualche telefonata e cercare un posto in cui dormire. Non fu facile. Quando ormai temevamo di dover passare la notte in macchina, a rischio congelamento, trovammo una locanda con una camera libera. Era arredata come un vecchio ospedale, stanze bianche e letti singoli di ferro. 

La locandiera riuscì ad infilarci perfino nel veglione, in un circolo paesano, dove ricavarono un tavolino apposta per noi.

La mattina dopo partimmo per la montagna. Sulle strade strette la neve si era trasformata in ghiaccio. Ma in tempi in cui non sapevo nemmeno il significato di gomme invernali non sembrava un problema. Ci fermammo anche a giocare e a fare delle foto.

Indossavamo semplici cappotti di lana, maglioni e scarponcini. L’abbigliamento tecnico era ancora rincantucciato nel futuro. 

Salendo per tornanti e piccole gole arrivammo in un posto dal nome buffo, Fornovolasco. Per strada vedemmo diversi vasconi di pietra dove, scoprimmo poi, allevavano le trote. 

In cima c’era la Grotta del Vento, ma non c’era tempo per visitarla. Scegliemmo di andare a pranzo in un ristorantino. Era il primo dell’anno. Prendemmo una trota a testa e non credo di averne mai mangiate di così buone.  

Spendemmo una sciocchezza, tipo sedicimila lire in due. Anche il veglione e la stanza li avevamo pagati pochissimo. 

Poi nel pomeriggio ci rimettemmo in macchina per tornare a casa continuando ad ascoltare Gino Paoli e Ricky Franco.

La mia amica qualche mese dopo si sposò ed ebbe il bambino.

A me rimasero altri due capodanni da trascorrere col fidanzato.

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Lo stendino

Qualche tempo fa ospitammo una giovane coppia di francesi.

Arrivarono nel pomeriggio, mostrai loro casa e dintorni, poi li lasciai al loro riposo.

Dopo cena il tizio venne a chiamarmi. Era tutto agitato perché, mi disse, si erano chiusi fuori e le chiavi erano rimaste dentro.

– Nessun problema, dissi io. Ho la chiave di riserva.

Ma lui continuava a scuotere la testa.

In effetti la chiave non entrava nella serratura.

– Ma avete inserito la chiave all’interno?

– Sì.

– Nessun problema, dissi io. Entriamo dalla finestra della terrazza.

Il tipo scuoteva la testa.

La finestra della terrazza era chiusa dall’interno

.- Entriamo dalla finestra della cucina, anche se dovremo prendere una scala.

Niente da fare. Anche la finestra della cucina era chiusa dall’interno.

Il tizio continuava a scuotere la testa, mentre la sua compagna si aggirava tutto intorno con l’aria cupa di chi aveva subito un torto.

– Proviamo con la finestra della camera.

Chiusa.

– Quella del bagno?

Pure.

Cominciava a farsi tardi. Dove li mettevo quei due a quell’ora? Cercavo di sforzarmi di pensare a una soluzione senza farmi distrarre dal panico e dai pensieri molesti. Tipo quello sugli amanti della natura che si chiudono in casa per evitare che entrino triceratopi o anaconde giganti. Attraverso le zanzariere, magari.

– Potremmo cercare una sistemazione di emergenza per stanotte e domani mattina trovare una soluzione per aprire la porta.

– Ma abbiamo tutta la nostra roba chiusa dentro, anche le chiavi della macchina.

Esaurita ogni possibilità non rimaneva che un’ultima speranza.

I vigili del fuoco.

Arrivarono in poco tempo e si misero subito al lavoro. Ma non fu facile nemmeno per loro. Ebbero un bel daffare con la porta, difficile da forzare a causa di uno sbalzo del muro. Alla fine, quando anche loro stavano per arrendersi, finalmente si aprì.

A quel punto c’era solo da registrare i nostri dati e poi saremmo potuti andare tutti a dormire.

Dissi agli ospiti di stare tranquilli, che ci avrei pensato io.

I vigili mi seguirono sul mio terrazzino. Feci accomodare il capo partenza su una sedia intorno al tavolino di pietra su cui appoggiò i moduli da compilare.

Quel pomeriggio avevo fatto il bucato e c’erano i miei vestiti stesi. Allo stendino, una specie di torretta in metallo dell’Ikea, era appeso fra le altre cose un simil polipo di plastica da cui pendevano reggiseni e mutande.

Il vigile del fuoco si sedette e la sua testa fu immediatamente circondata dalla mia biancheria.

– Scusi, glielo sposto subito.

– Lasci stare, non c’è problema.

Fra gli altri pompieri, il tavolo e lo stendino non c’era proprio margine di manovra. Mi arresi.

Il vigile riempi il verbale d’intervento, impassibile, con la sua aureola di mutandine colorate.

Il giorno dopo dissi ai miei ospiti che per me non era successo niente e che si godessero i giorni di riposo in serenità. Purtroppo tennero per tutto il tempo un’aria fra il contrito e l’imbarazzato, che non so se per loro era naturale o se era dovuta al piccolo contrattempo.

Avessero visto il pompiere con la testa fra le mutande, gli sarebbe passata, peut-être.

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Il posto di blocco

Anche quella mattina uscii come al solito intorno alle 10 per andare al lavoro. Quella volta, a dire il vero, era un po’ più tardi. Tanto che, quando andai a salutare il mio cane Taro, un siberian husky bianco e rosso che avevo salvato da una serie di abbandoni, presi la ciotola della pappa e anziché portarla a casa la infilai nel portabagagli della macchina, una Polo Volkswagen bianca usata.

Poi attraversai la città per infilarmi sull’autopalio in direzione Siena, dove lavoravo nella redazione di un giornale. Sarei uscita dopo nemmeno mezz’ora all’Acquacalda, subito dopo il varco per Siena Nord, se nella piazzola prima della galleria una pattuglia della Guardia di Finanza non mi avesse mostrato la paletta intimandomi lo stop.

Misi la freccia a destra e fermai la macchina. 

“Patente e libretto” disse uno dei finanzieri avvicinandosi al finestrino.

Consegnai i documenti.

Mentre aspettavo che me li ridessero indietro con un “grazie, può andare”, uno dei finanzieri mi chiese di aprire il portabagagli.

Era armato e teneva una specie di mitra a tracolla, rivolto verso il basso.

Scesi dall’auto e lo aprii.

“E quella che cos’è?”

“È la ciotola del mio cane”.

“E perché la tiene nell’auto?”.

“L’avrei dovuta riportare a casa ma siccome stavo facendo tardi l’ho lasciata in macchina. Ci penserò stasera quando rientro”.

“Dove sta andando?”

“Al lavoro, sono una giornalista”.

“E dove abita?”

“A Colle Val d’Elsa”

“E ha un cane…”

“Si, certo”

“È sicura che quella sia la ciotola del cane?”

“Ma sì, ci mancherebbe. Quale sarebbe il problema, mi scusi?”.

“Lei non si preoccupi. Quindi lei di solito porta la ciotola del cane in macchina mentre va al lavoro?”

“No, in genere non lo faccio. Stamani mi ci è rimasta perché ero in ritardo…”

“Ma perché ha messo la ciotola nel portabagagli?”  

“Perché non avevo tempo di riportarla in casa, gliel’ho detto. Ero in ritardo”.

Non riuscivo a capire che cosa ci fosse di tanto importante in una ciotola in plastica rossa sporca.  

Continuarono a chiedermi più volte perché avessi quella ciotola e se fosse vero che avevo un cane. E ogni volta ripetevo la storia di Taro che stava nel recinto dietro al garage. Di ogni mattina che andavo a riprendere la ciotola nel recinto e la portavo in casa per sciacquarla cosi che fosse pronta per la pappa della sera. E di quella mattina che invece, essendo in ritardo, avevo cambiato la mia routine lasciando la ciotola in macchina.

L’avevo fatto apposta, era stata una dimenticanza? 

Cominciavo ad innervosirmi. Non solo non capivo il motivo di tanto interesse per una semplice ciotola da cane, non solo stavo rispondendo da un quarto d’ora alle stesse domande. Ma non coglievo la minima utilità in quell’interrogatorio. Senza contare che il mio ritardo stava ormai diventando esagerato e di lì a poco, sempre che mi avessero lasciato andare, avrei dovuto sorbirmi il sarcasmo del capo sulle mie abitudini mattutine. 

“Senta, se vuole telefonare in redazione possono confermarglielo loro che mi aspettano al lavoro” dissi nella speranza di uscire da quell’incubo. 

I Finanzieri si guardarono e alla fine uno di loro disse, “va bene, può andare”.

Schizzai al lavoro. Posteggiai l’auto e salii le scale esterne più trafelata del solito. 

Per giustificarmi del ritardo raccontai la storia assurda del posto di blocco.

“Avranno sospettato che portavi da mangiare nel nascondiglio di uno dei rapiti”, disse una collega.

In quegli anni, all’inizio dei ’90, la Toscana era ancora terra di nascondigli per le persone sequestrate dall’anonima sarda. 

All’improvviso tutto mi fu chiaro. 

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Maledetto cous cous

Un giorno la vicina mi chiese se potevo bagnare le sue piante mentre lei andava a Napoli a trovare la sua famiglia. In quel periodo vivevo in una vecchia casa cadente in pieno centro a Treviso, il cui affitto avevo ereditato dalla mia insegnante di inglese, Amanda. Il giorno in cui firmai il contratto in agenzia scoprimmo di essere nate lo stesso giorno mese e anno. 

Era un condominio multietnico. Sopra di me stava una famiglia di albanesi che scuotevano la tovaglia del pranzo facendomi trovare avanzi di cibo sul davanzale delle finestre. 

Sotto c’era una ragazza rumena, che stava con un italiano. Ogni tanto lei aveva qualcosa da ridire con gli inquilini di sopra, allora si metteva in strada e cominciava a urlare “albània” rivolta alle loro finestre.

Il tizio era tossico e spacciava, specialmente di notte, quando il suo appartamento era frequentato da personaggi di varie etnie che urlavano e sghignazzavano fino all’alba. 

A un certo punto, stremata dalle notti in bianco, decisi di trasferirmi. Un mese dopo il trasloco lui morì di overdose.

La vicina napoletana invece stava con un ragazzo magrebino. 

Mi disse che mi sarei potuta vedere con lui, visto che lei non c’era e lui si sentiva solo.

Feci un sorrisetto di circostanza ben convinta a limitare le mie attenzioni all’approvvigionamento idrico dei ficus.

In realtà, prima ancora che la fidanzata arrivasse in Campania il tizio mi aveva già invitato a cena a casa sua ad assaggiare il vero cous cous. Vegetariano, mi raccomando, gli dissi.

Ma così non è il vero cous cous, disse lui. Ci metto la carne. Vedrai, non ti pentirai.

La sera scendo a cena dal vicino. Mangiamo il cous cous, faccio finta di apprezzare. Poi, a una certa ora mi alzo e saluto.

No, ma dove vai? Ora ci fumiamo una cosa buona e poi puoi rimanere a dormire qui.

No, grazie. Davvero. 

Ma dai, dove vuoi andare? Resta qui con me, sono solo.

No no, scusa ma voglio tornare a casa. Ho delle cose da fare.

Ma io sono solo, avevo capito che mi facevi compagnia.

A fatica riuscii a sganciarmi dal tipo e a guadagnare l’ingresso a casa mia.

Ero incazzatissima. Non solo il cous cous non mi piace poi un granché ma avevo dovuto perfino fronteggiare le avance del fidanzato fedifrago della tipa a cui avrei dovuto bagnare le piante nei prossimi giorni.

Lui comunque continuò ad invitarmi, ma io non ci tornai più.

Quando la fidanzata rientrò da Napoli mi chiese come era andata. 

Rimasi un po’ sul vago, indecisa se rivelarle le intenzioni del tipo.

Mi ha detto che non sei voluta rimanere con lui, disse lei.

Eh, infatti. Non sapevo se dirtelo o no. Ci sono rimasta molto male.

Ma perché, scusa, che problema c’è?

Preferii non approfondire le loro ragioni. 

Ma da allora ho imparato almeno ad evitare il cous cous.   

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La saponetta viola

Un giorno la prof alle medie mi disse che mi doveva parlare a quattr’occhi.

  • Hai sentito quella tua compagna che cattivo odore che fa? 
  • No, non ho sentito niente.
  • Dovresti cercare di parlarle e spiegarle che dopo essere stati in bagno ci si lava.
  • Ma io…
  • Sì, capisci che se lo facessi io la metterei in imbarazzo. Invece credo che fra compagne sia più facile.

Non avevo la più pallida idea di come uscirne. 

Non mi andava di parlare con la compagna di una cosa del genere. 

Avevo dodici anni, non conoscevo diplomazia né delicatezza. Pensavo ai fatti miei, a divertirmi con gli amici. Un po’ anche a studiare. 

Però la prof mi aveva investito del compito, chissà perché proprio me, e in qualche modo avrei dovuto fare. 

A casa non pensai ad altro. Finché mi venne l’idea. 

La mattina dopo arrivai a scuola con una saponetta viola nella cartella.

Mi avvicinai alla compagna e le dissi, ciao, questa è per te.

Speravo che lei la prendesse, bon, e finita lì.

Invece mi disse, non la voglio, grazie.

  • Ma come no… l’ho portata proprio per te.
  • Ma non mi serve, a casa ce l’ho.
  • E’ un regalo, ti prego, la supplicai.

In ogni caso la compagna alla fine prese la saponetta viola, che appoggiò nello spazio sotto il banco. 

Poi ci fu l’intervallo. Colazione e caos, come al solito. 

I compagni cercavano qualcosa da calciare, una palla da lanciarsi l’un l’altro. 

Qualcuno vide la saponetta viola. 

Al suono della campanella, dopo che ci eravamo ben sfogati, ci rimettemmo seduti, ognuno al proprio banco. 

A terra erano rimasti, sparsi qua e là, dei trucioli viola. 

La questione, almeno, era chiusa. 

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Il colore dei desideri impossibili

Il mio primo Palio l’ho visto nell’estate fra la seconda e la terza media, dalle finestre di una casa in piazza del Campo.

Ci avevano invitato dei signori che avevamo conosciuto al mare nel mese di luglio.

La cosa ci aveva messo un po’ in ansia. Babbo e mamma pensavano a quale dono portare, io pensavo al figlio di quei signori.

Alla fine il regalo toccò proprio a lui.

Babbo disse, gli facciamo un disco? Ma che musica gli piacerà?

La scelta cadde su Rock’n Roll di John Lennon.

È un ragazzo così agitato, disse babbo.

Ogni volta che sento Stand by me ripenso a quel giorno.

Le finestre, grandi e altissime, erano tre. Una era stata riservata alla nostra famiglia. Per arrivare al davanzale c’erano delle panchette in legno. C’era anche un terrazzino, con le sedie come a teatro.

A mamma l’effetto palio non prese proprio bene. Si era fissata che io e Paola saremmo potute cadere di sotto da un momento all’altro ed era tutto un, stai attenta, non ti sporgere che cadi, e via così.

Io mi snervai, lasciai la finestra di famiglia e andai sul terrazzino, dove non c’era il posto per me.

Quel giorno successe qualcosa, però. Un acquazzone improvviso o una mossa troppo lunga, per cui il Palio fu rinviato al giorno dopo.

Il viaggio di ritorno fu tutto un commento sul figlio dei signori, che a babbo, evidentemente, al contrario di me, non piaceva per niente.

Si è comportato male. Non ha neanche ringraziato per il regalo, l’ha preso e l’ha messo lì.

Per me invece contavano solo gli occhi verdi e i riccioli neri.   

Il giorno dopo fu tutto più veloce. Il corteo storico era già stato fatto, finalmente ci sarebbe stata la corsa.

Tornai sul terrazzino, quello delle seggiole non era un problema perché si erano alzati tutti in piedi e urlavano con i fazzoletti colorati in mano. Una donna forsennata davanti a me agitava quello della Chiocciola, facendomelo sbattere sugli occhi.

Finì tutto prestissimo e fu quasi come se non avessi visto niente.

Il padrone di casa uscì correndo con in braccio un bandierone del Nicchio. Lo vedemmo sfilare insieme ai vincitori senza capire il perché. 

Qualcuno ci disse che anche se la sua contrada non correva, il Montone aveva rischiato di vincere. Così c’era da festeggiare, più che per la vittoria della Chiocciola, per la sconfitta della nemica. 

Quando la piazza cominciò a svuotarsi, salutammo e ci incamminammo verso la macchina. 

Babbo ce l’aveva col ragazzo. 

È strano, diceva. 

A me non piaceva che ne parlasse male, anche se era evidente che per lui nemmeno esistevo.

Però avevo il cuore che traboccava di amore e da qualche parte dovevo pur metterlo.

Il Nicchio.

Mi comprate il fazzoletto del Nicchio? Chiesi mentre passavamo davanti ai negozi di souvenir palieschi.

Ma che te ne fai, non ti serve a nulla.

Voglio il fazzoletto del Nicchio.

Non se ne parla, diceva babbo.

Mi impuntai, e da San Domenico a San Prospero continuai a ripetere la stessa frase. 

Scoppiai in lacrime ma non ci fu niente da fare.

Da allora il colore dei desideri impossibili per me è l’azzurro mare della bandiera del Nicchio, più ancora del verde di quegli occhi che già non c’erano nemmeno più. 

(foto Dreamstime)

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L’amica inaspettata

Sempre al solito corso di Estetica c’era una ragazza, Silvia si chiamava forse, un po’ più grande di noi.

Il modo di vestire, il rapporto diretto e confidenziale con i prof, il suo essere distante anni luce da noi, suscitavano, almeno in me, un sentimento di una certa avversione nei suoi confronti.

Lei però rideva e parlava con tutti, con il suo nasino a punta, il viso affilato e i capelli neri, che qualche volta portava raccolti.

Non ricordo come e quando avvenne, forse fu dopo la cosiddetta lezione che io e L. tenemmo agli studenti del corso di Estetica, ma in qualche modo diventai amica di Silvia.

Un giorno mi invitò ad andare a trovarla a casa sua. Così la mia iniziale avversione non tardò a tramutarsi in ammirazione.

Silvia abitava in un appartamento in piazza del Campo, una torretta dalle parti del Casato, la via da dove entrano i cavalli del Palio.

Non potevi non notarla, quella torretta con due finestroni come gli occhi di Titti il canarino, guardando il cerchio di case che affacciano sulla piazza, e non potevi non chiederti chi fosse tanto fortunato da vivere proprio lì.

Quel pomeriggio dunque suonai il campanello e salii le scale fino lassù. Non credo di essere stata sola. È più che possibile che con me ci fosse proprio L.

Silvia stava con un lettore di tedesco dell’università e da poco aveva avuto un bambino.

Guardavamo lo spettacolo della piazza dall’alto, pieni di meraviglia, mentre Silvia ci offriva il tè e ci raccontava della sua gravidanza.

Quando partorisci, disse, non è che senti male. Senti Il Dolore, una cosa assoluta che sai non proverai per niente altro al mondo. Ma quando vedi tuo figlio passa tutto ed è solo gioia.

Non ho mai avuto bambini, ma questa frase di Silvia mi è rimasta talmente stampata dentro, che credo di averla ripetuta almeno cinquanta volte ad altrettante amiche partorienti.

Del resto delle cose dette quel pomeriggio, invece, mi è rimasto un ricordo piuttosto vago.

Lei che preparava la tesi in Estetica con Olivetti, il marito imbarazzato dalla nostra presenza, il bambino con i riccioli biondi.

Non mi pare che ci sia stata una seconda volta nella torretta, o se c’è stata, la mia memoria la riassume in un unico pomeriggio.

Silvia l’avrò incontrata di nuovo fra i corridoi di via Fieravecchia e nel palazzo di Sant’Ansano, come capitava un po’ con tutti. E poi, come è capitato con molti conosciuti in quei tempi là, l’ho persa di vista.

Qualche tempo dopo chiesi notizie di lei, non ricordo a chi.

Ma come, non l’hai saputo? Mi dissero.

Silvia è morta.

Oddio, ma che cosa è successo?

Forse un intervento chirurgico riuscito male, forse un malore improvviso.

E il marito, e il figlio?

Chissà, saranno andati a stare in Germania.

E io ci penso ancora, e ho davanti agli occhi l’immagine di Silvia, sbiadita come quelle ombre, una volta persone, fissate sui muri dall’esplosione atomica.

Che non si sa abbastanza, di loro, e mai potremo saperne di più.

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Così parlammo di Zarathustra

Qualche giorno prima che L. riemergesse dal passato per riconsegnarmi il libro di Bilenchi con dedica autografa per babbo, da quello stesso passato era già riemerso un vecchio appunto.

È il brogliaccio di una lezione che tenemmo insieme, io e L., agli attoniti, e forse anche piuttosto disinteressati, studenti del corso di Estetica dell’università degli studi di Siena, facoltà di lettere e filosofia, corso di laurea in musica e spettacolo.

Anche noi due eravamo solo studenti, ma all’epoca era molto viva in me una facoltà che forse, noto con dispiacere, si è un po’ spenta con il tempo, insieme alla fisiologica diminuzione della memoria. La fissa con i collegamenti.

Per cui, ogni cosa che leggevo, che ascoltavo, ogni persona che conoscevo, qualsiasi cosa, doveva per forza avere un corrispettivo altrove. Non una copia, ci mancherebbe, ma una relazione. Un è come se. Dei punti di contatto che mi aiutassero a fare dei nodi nella sterminata rete della conoscenza possibile.

Una specie di mappa mentale, prima di sospettare che esistessero e fossero state addirittura codificate.

Quindi, dal momento che il programma di Estetica di quell’anno affrontava il tema del superuomo di Nietzche e, immagino, per storia della Musica moderna c’era da approfondire la musica estenuante di Wagner, io studiai Nietzsche e ascoltai Wagner pensando incessantemente ai punti di contatto tra i due.

Poi, mentre un pomeriggio studiavamo insieme, prospettati a L. la mia teoria, proponendogli di approfondirla e presentarla al prof in occasione dell’esame.

Il prof era Alberto Olivetti. Che ci disse, tutto molto bello e interessante. Ma ora facciamo l’esame con il programma stabilito, poi fissiamo una data così illustrerete a tutta la classe la vostra teoria.

Mi sembra di ricordare che la lezione non fu proprio un’apoteosi, ma non credo nemmeno che ci abbiamo proprio perso la faccia.

Riguardando la vecchia traccia intanto noto che sono sintetizzati sei punti, nemmeno troppo motivati, dal che intuisco che l’idea ce l’avevo proprio in testa e mi bastava giusto il la per tirarla fuori.

Le calligrafie sembrano essere due, abbastanza diverse l’una dall’altra. Una piccola con le lettere strette e in alcuni casi pendenti verso destra, che credo fosse quella di L., l’altra più larga e ariosa, che riconosco essere la mia.

Il titolo è un po’ debole, “Nietzsche e Wagner: un binomio?”, ma all’epoca la conoscenza delle regole della comunicazione era sicuramente sotto lo zero.

Ogni punto, quindi, riporta il numero di pagina del brano di Così parlò Zarathustra al quale ci riferiamo, e il minuto dell’opera di Wagner alla quale lo compariamo.

C’è il mormorio della foresta dal Sigfrido, le tre metamorfosi che riportan al duetto di Venere del Tannhauser, la liberazione dal tu devi con la cavalcata delle Valchirie, l’entrata degli Dei nel Walhalla, l’analogia per contrario sul tema della redenzione, con la morte e la successiva salvezza di Tannhauser. E infine, la danza del superuomo e la danza degli apprendisti dai Maestri cantori di Norimberga.

“Quello della redenzione, scrivevo, è un tema caratteristico di Wagner (Tannhauser redento da Dio), con il passaggio dal così fu al così volli che fosse, inteso come volontà. Un altro gradino verso la costruzione del superuomo”.

Forse, quando avrò un periodo un po’ più tranquillo e contemplativo, potrei mettermi a ricostruire questa teoria, anche se, a dirla tutta, pensare oggi a Nietzsche e Wagner, con la loro energia ridondante e per alcuni versi malsana, mi sembra già di per sé l’anticamera di un possente mal di testa.

Di tutto quello studio e di quelle teorie, oggi ricordo la coscienza della pazzia. Di Nietzsche che, ormai delirante, suona il pianoforte con tutto se stesso, perfino, come ci disse soavemente il prof, con il membro.

Di Wagner, la cui musica, caratterizzata da giri armonici incompleti, lascia aperti spiragli che creano un senso di incompiutezza e di ansia in chi ascolta.

Mi resta l’immagine degli elicotteri di Apocalypse now, con le mitragliate al ritmo della cavalcata wagneriana. Mi resta l’orrore dello stravolgimento di teorie romantiche, sicuramente esagerate ma probabilmente anche abbastanza innocue (ma chi può dirlo), a beneficio e consumo della filosofia hitleriana che, quella sì, avrebbe sconvolto il mondo e l’idea stessa dell’essere umano, oltre ogni limite.

Senza alcuna possibilità di redenzione.

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