La notte del fagiano

L’ultimo tratto di strada per arrivare a casa passa attraverso due costruzioni, quella altissima coperta di grigio dove stiamo noi e quella bassa dipinta di bianco. La grande casa dei contadini, due piani sopra la stalla, e gli annessi agricoli diventati casetta per gli ospiti.

In mezzo, un passaggio sterrato largo due metri e mezzo tre, una fila di vasi di aspidistra, un canaletto di scolo subito sotto al muro. 

L’altra notte in quello spazio delimitato da due muri, uno spazio tra due case che non avevo mai pensato prima come chiuso, è rimasto intrappolato un fagiano. È successo dopo la mezzanotte.

Prima si è sentito un gran tonfo. Forse si era posato sul tavolo della terrazza facendo rimbombare la plastica. Quindi, a una serie di rumori confusi, si è pian piano sostituito un chioccolio metallico. Dalla finestra non riuscivo a capire che cosa stesse accadendo. Potevo intuire che sotto ci fosse un animale, qualcosa di grosso che si muoveva. Ma non ero in grado di vedere che animale fosse né che cosa stesse succedendo. 

Prendo il telefono e una torcia e, indossato un paio di ciabatte, esco.

La prima cosa che vedo sono due gatti dall’espressione imbambolata: la mia Agathina, una vera jena capace di uccidere senza pentimento qualsiasi essere vivente le si pari innanzi nel raro momento in cui non è appisolata sui cuscini, e Felix, un altro clandestino arrivato chissà da dove, tozzo e bellissimo con il musetto bianco con un pallino nero di lato alla Cindy Crawford.

Se ne stavano entrambi sulla parte alta del vialetto, guardando con curiosità mista a una sorta di menefreghismo. Quando sono arrivata io, con i miei armamentari luminosi, mi hanno pure guardato con aria interrogativa.

Guardando in giù, proprio davanti alla porta della casetta, ho visto questo volatile. Piume marroncine a coprire un bel corpo rotondo, collare verde azzurro, capo piccolo e occhietti fissi, pareva che aspettasse qualcuno che stava su uno dei vasi di aspidistra. Forse la compagna era in difficoltà?

Riuscivo a vedere solo una macchia chiara che si stagliava contro il muro bianco, ma non capivo come fosse possibile che un uccello di quelle dimensioni potesse sostenersi su un mucchio di foglie.

In quel momento l’animale si è alzato in volo, ma ha sbattuto contro il muro di casa e forse anche contro la finestra, tornando giù.

Ho pensato che stesse male, che avesse un’ala ferita. Mi sono avvicinata piano piano, senza fare rumore.

Ho acceso la torcia e ho puntato il cellulare per fare una foto.

In quel momento il volatile si è alzato di nuovo in volo. Stavolta verso di me. È stato un attimo. Le ali, nel chiarore delle lampadine notturne, mi sono sembrate larghissime, sbattendo producevano un rumore sordo ma molto forte.

Volava basso. Ho urlato. Ho scartato a sinistra, salito i due scalini della terrazza e mi sono rifugiata in un angolo, dopo essermi liberata delle due fonti di luce, la torcia e il telefono gettandole dalla parte opposta.

Da quello che avevo potuto vedere sembrava una grossa quaglia o un fagiano, soprattutto per il collare verde azzurro. Ma quando ha spiccato il volo venendo nella mia direzione ho visto fin troppo bene due zampotti artigliati da paura. Che fosse un rapace? Un gheppio, un allocco…

Nel frattempo era tornato il silenzio, a parte mamma che, ormai sveglia, gridava alla finestra “che succede?”.

I gatti se ne stavano a distanza di sicurezza. Curiosi ma guardinghi. Mica scemi, loro.

Io mi sono fatta coraggio, ho recuperato torcia e telefono e ho illuminato la stradina. L’animale si era accucciato nel canaletto di scolo sotto al muro della casa grande. Ho sperato che non si muovesse, almeno finché passavo per rientrare.

È rimasto lì.

Sono andata a letto, la mattina dopo avrei dovuto alzarmi prestissimo. Ero sicura che avrei trovato l’animale ormai senza vita, ma non avrei potuto occuparmi di lui fino al pomeriggio, quando sarei rientrata.

Alle 5 sono uscita, per controllare.

Ho sentito subito un grosso sbattere di ali. Il fagiano, non c’è dubbio che fosse un fagiano dopo i controlli on line, mi è volato quasi davanti, ha fatto come per appoggiarsi al muretto ma è riuscito ad andare oltre, sbattendo un po’ contro i rami del cipresso. E poi è volato via.

Non l’ho più visto. Posso pensare che fosse malato e che sia andato a morire più in là.

Oppure che si sia salvato.

Su uno zerbino lasciato ad asciugare al sole ho poi ritrovato una piuma marroncina e un piccolo escremento nero. Uniche testimonianze del suo passaggio, visto che la foto poi non l’ho fatta.

La sera, mentre sbatteva contro il muro e la finestra tentando goffamente di tornare a volare, ho pensato che fosse un uccello del malaugurio, vista la preoccupazione che covavo per quanto sarebbe successo il giorno dopo.

Ma al momento in cui, all’alba, si è alzato in volo ed è riuscito ad allontanarsi con le sue forze, mi son sentita più leggera anche io. Sollevata, quasi. Ho pensato, no, via, andrà sicuramente tutto bene.

E così è stato.

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Destroy, destroyed

Ieri sera ho presentato un libro di Giovanni Maccari a Casole e oggi sono distrutta. Niente a che vedere col libro o con Giovanni, ci mancherebbe. Solo il fatto che il tempo passa, per me le cose da fare aumentano (mamma, la casa, i gatti, qualche incarico da assolvere e tanti tanti problemi da risolvere) e mi stanco tanto a fare tutto. La cosa buffa è che, come succede nella vita (almeno a me), quando hai tempo ed energia, certe cose non ti capitano nemmeno a pagare. Poi, una volta che te ne staresti lì bella tranquilla davanti al caminetto con un plaid sulle ginocchia e il gatto che ronfa, ti piovono tutte insieme sulla testa. E non puoi dire di no, perché è una cosa che ti piace e che avresti sempre voluto fare. E se ora sei stanca, ti dà fastidio camminare duecento metri (in salita), il nervo sciatico si lamenta e il fiato si accorcia, pazienza. Tipo quando mi hanno chiamato a presentare Nadia Terranova, che meno male che alla fine è stata rimandata di un mese, perché ho studiato come per un esame all’università.

Giovanni, invece, avrebbe dovuto prendermi meno tempo. Perché lo conosco, anche se non troppo, perché è di Colle e ci siamo sempre visti a giro qua e là, perché ho letto quel libro (“Vita con gli animali”) e durante una presentazione a Colle (in cui ero tra il pubblico) mi ero preparata un sacco di appunti e di domande. Però l’impegno rimane e il giorno dopo, cioè oggi, anche oggi, mi sento stanca, spossata e dolorante come se avessi compiuto chissà quale impresa.

Mettiamoci poi che nel pomeriggio avevo dovuto montare gli scalini della piscina, che domani arrivano i turisti, e mi sono tagliuzzata tutti i diti a forza di girar viti e premere e spostare (che già la domenica mattina l’avevo passata in mezzo all’acido muriatico per togliere il calcare dal metallo). Già che c’ero, prima di arrivare al garage, ho tolto la parietaria dai vasi di cactus di mamma, così mi sono riempita mani e braccia di spine. E, cosa più importante, abbiamo un grosso problema con l’acqua (coltivato ormai da mesi) dopo che abbiamo affidato una serie di importanti lavori a qualcuno che millantava un’esperienza che non aveva. Quindi, dopo aver subito nove allagamenti notturni e diurni in casa per improvvisa rottura dei giunti dei tubi, adesso siamo finalmente arrivati al top (almeno lo spero), con lo scoppio di una tubatura sotterranea, l’acqua che affiora sulla strada e la pompa che va a tutta come un cavallo imbizzarrito. Motivo per cui, aspettando che la persona giusta risolva questo pasticcio, ogni giorno devo andare a spengere e riaccendere la pompa più o meno ogni due ore, sempre con il mio contapassi appeso al collo, così, per ottimizzare. In casa riempiamo bacinelle d’acqua e quando finisce vado a rimettere il pulsante in su. Di continuo, anche la notte, prima di andare a dormire e la mattina appena sveglia. E domani arrivano i turisti.

Con tutte queste complicazioni e l’overdose di carico mentale che ne deriva, ieri sera ho fatto una domanda che non è uscita benissimo. Non so in quanti ci hanno fatto caso, ma il fatto che più mi disturba è di averci fatto caso io, solo dopo averla pronunciata però. E Giovanni, anche, che ha dovuto rispondere. E probabilmente anche qualche membro della famiglia Maccari, visto che le gradinate erano piene di parenti di diverso ordine e grado.

Insomma, volendo sapere come riusciva lui a scrivere con tanta precisione e il giusto distacco quando si trattava di descrivere i suoi genitori, è uscita (vorrei poter dire in modo autonomo, senza il mio permesso) la frasetta “senza distruggerli”. Giovanni ha detto che non c’era niente da distruggere ma solo da ricordare nel modo giusto delle persone che non c’erano più.

Poi abbiamo parlato di altro, dopo ci sono stati i saluti, il viaggio di ritorno con la mia amica, la pastasciutta serale e il film con mamma e avrei potuto anche dimenticare.

Invece no. Appena la mia mente ha un raro momento di vuoto, tac… quelle due parole ci si infilano e mi risuonano in testa. “Senza distruggerli”.

Ovvio che lì per lì avrei voluto intervenire mentre Giovanni parlava e spiegarmi meglio. Scusa, non intendevo… Volevo dire… Ma non l’ho fatto, impegnata com’ero a rimirare quel capolavoro dal di dentro.

Cerco di riflettere. Se ti chiedo come fai a descrivere i tuoi genitori in modo reale ma “senza distruggerli”, si può pensare che io sottintenda che siano state delle persone orribili e che in realtà la domanda è come fai a indorare la pillola. Oddio… mi sa che ho detto anche questo… Aiuto!

Meglio che mi spieghi, prima di combinare qualche altro guaio. Nella maggior parte delle famiglie (tutte le famiglie felici si somigliano eccetera) raccontare in un libro certe espressioni, certi caratteri genitoriali, potrebbe risultare fastidioso. Si potrebbe dire che vìola l’intimità familiare o che potrebbe mostrare aspetti che preferiremmo rimanessero tra le mura di casa.

La letteratura però ha bisogno di verità, di autenticità, non di stereotipi o frasi fatte. Per cui, con tutto l’affetto del mondo, anche se il babbo era iracondo e la famiglia doveva allearsi per nascondere ciò che lo avrebbe fatto arrabbiare, è proprio questo che è giusto raccontare. E raccontarlo bene, con le giuste parole e la giusta distanza (anche se ne rimani pur sempre il figlio) è il passaggio necessario per farlo.

Anni fa rimasi colpita da Edna O’Brien che in un romanzo raccontava di come, quando tornava nel villaggio di Tuamgraney, doveva vedersela con i suoi familiari e con la gente del posto. Erano tutti arrabbiati con lei, la accusavano di sfruttarli quando scriveva e parlava di loro.

Nel mio piccolo ricordo la telefonata indignata di un’amica di famiglia quando lesse su un social un mio scritto in cui raccontavo come mamma bruciasse ogni cosa che metteva sui fornelli (perché poi andava a fare altro) e che la domanda ricorrente, in famiglia, era: “Che hai bruciato oggi?”. Lei sosteneva che la mia mamma fosse una donna fantastica (ed è vero) e non meritasse di essere trattata così.

Ma quella era una cosa su cui noi ridevamo e non parlava di come è veramente mamma, solo di un aspetto della nostra vita quotidiana. Però è difficile, sempre.

Ecco, avevo in mente una cosa del genere, quando ho fatto la domanda. Non è facile parlare di quello che ti è più vicino senza causare scontenti, o far arrabbiare qualcuno. Mia sorella, per esempio, mi aveva proibito di scrivere di lei e questo, insieme a tante altre cose, mi impedisce di farlo.

Una cosa la so. Non lo farei sicuramente per “distruggerla”. Ma il problema, dentro di me, rimane. Per questo chiedo come fanno gli altri, quando ne ho la possibilità.

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Addio, Franca

Il 22 dicembre dello scorso anno se ne è andata Franca. L’ho saputo molto tempo dopo, quasi per caso, e sono rimasta male di non averlo saputo prima. Sono rimasta male anche per non averla potuta salutare come avrebbe meritato. Ma era un periodo impegnato, in cui ogni giorno mi ripromettevo che l’avrei chiamata, una volta finito questo, una volta passato quell’altro.

Fino al terribile giorno di agosto in cui Franca si sentì male. Continuavo a informarmi delle sue condizioni e a sperare. Ma non c’è stato niente da fare.

Quattro mesi dopo, Franca non c’era più.

L’avevo conosciuta al mio rientro in Toscana, una decina di anni fa, notandola per i suoi interventi sempre puntuali e mai banali alle presentazioni dei libri cui mi capitava di assistere. Mi chiedevo chi fosse quella signora con i capelli bianchi, minuta, dall’eloquio impeccabile.

Era Franca Salvetti, e avrei dovuto conoscerla o quantomeno riconoscerla, visto che era la zia di una mia compagna delle medie e del liceo di cui ho sempre frequentato la casa. Ma Franca era stata fuori, anche lei, aveva studiato all’estero, aveva insegnato e si era stabilita in Liguria, con il marito. Una volta vedova, era tornata a Colle.

Quando le chiesi se mi aiutava a riguardare alcuni articoli in inglese per una collaborazione che mi era stata offerta in quel periodo, ne fu ben contenta. E mai ha voluto nulla. Le inviavo i miei scritti in email e lei mi richiamava o mi scriveva, segnalando gli errori o i modi di dire più corretti.

I suoi occhi cominciavano già a farle degli scherzi, per cui spesso il computer per lei non era del tutto accessibile. Ma non si è mai tirata indietro.

Seppi dalla nipote che la sua attività per il bene degli altri era instancabile e mai esibita. Tra le altre cose venni a sapere che incontrava le donne musulmane alla moschea e le assisteva nelle difficoltà che potevano avere in una nazione straniera. Mi sarebbe piaciuto accompagnarla e imparare da lei.

Curava anche il programma di una associazione che offriva corsi e conferenze su varie materie e argomenti, l’Università dell’Età Libera della Valdelsa.

Mi chiese se volessi tenere qualche corso, ma io ero piuttosto incerta. Insistette. Proposi qualche argomento su cui pensavo di poter dire qualcosa, Pasolini, su cui avevo fatto la tesi di laurea. “No no, – disse lei senza indugi -, di Pasolini ne parla già un’altra. Te potresti fare Visconti e il neorealismo”.

Vero, in effetti la mia laurea in musica e spettacolo e tutta la filmografia di Luchino Visconti studiata a Siena con Lino Micciché, da qualche parte doveva aver sedimentato. Le dissi di sì e mi rimisi a studiare.

Non sono in grado di dire se il mio corso sia stato apprezzato e se abbia esaudito le aspettative di chi mi aveva dato l’incarico. Ricordo soltanto che a un certo punto una tizia disse che non avrebbe più partecipato alle lezioni perché doveva star dietro ai nipoti.

Si capiva che era una scusa, peraltro pronunciata pure in maniera educata, per cui pazienza. Insomma, ci sta. 

L’anno successivo però non fui richiamata. Anzi, quando ci sentimmo con Franca lei mi disse che non l’aveva fatto perché era sicura che ormai stessi facendo supplenze a scuola e quindi non voleva disturbarmi. Ammetto che mi offesi, pensando che sarebbe stato meglio se me lo avesse chiesto anziché darlo per scontato.

Ci sono delle cose però, che capisci solo dopo tanto tanto tempo. A me, almeno, succede così. E proprio in questi giorni, riscontrando l’odio politico e i continui attacchi (peraltro mai in modo del tutto diretto) espressi sui social da una determinata persona (proprio quella che aveva scoperto all’improvviso di avere dei nipoti) nei miei confronti, ho creduto di capire che cosa fosse successo, quasi una decina di anni fa.

Sicuramente parlando di Visconti che, nonostante la famiglia nobile da cui discendeva, era comunista, avrò puntato l’attenzione sulla considerazione e il rispetto che lui aveva per gli umili, gli ultimi. Magari ci avrò messo anche del mio, non ne ho idea. E chi se lo ricorda? Tra l’altro all’epoca nemmeno mi occupavo di politica. In ogni caso questo deve aver estremamente indignato la “nonnina” in questione, che avrà protestato con chi di dovere contro il mio corso, facendo sì che mi venisse cancellata la collaborazione. Ovvio che lo immagino io che sia andata così, ma non posso saperlo. Penso di aver capito che Franca cercò di imbastire una scusa per non farmi sapere che avevo ricevuto delle critiche.

Allora ne fui stizzita, perché avrei preferito che parlasse più chiaramente. Oggi la ringrazio per l’atto di gentilezza che ebbe allora nei miei confronti.  

Un giorno con Franca, passammo insieme una giornata bellissima. La organizzai io, a sorpresa, per ringraziarla della sua generosità. Una domenica mattina passai a prenderla dopo la messa senza dirle dove saremmo andate.

Prima tappa, le Caldane. Desideravo che potesse vedere uno dei posti più belli di Colle, godendosi il fresco e la vista delle acque scintillanti nelle vasche etrusco-romane. Fu estasiata. Era da tantissimo che non ci andava e, non guidando più, non osava chiedere a qualcuno di accompagnarla.

Ci trovammo anche un suo nipote, e mio ex compagno di scuola, con cui si mise a parlare.

Poi andammo a pranzo. La portai al Cavolo a Merenda, dove avremmo mangiato praticamente nell’orto con i prodotti coltivati sul posto. Fu contenta, stupita e grata e non voleva accettare che pagassi io. Ma, glielo avevo detto, era un regalo, come avrei potuto fare altrimenti?

Questo ricordo, insieme a tanti altri che ho di lei, continua a scaldarmi il cuore. Anche se ancora oggi gli occhi mi si riempiono di lacrime, ogni volta che la penso.

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Processo per stupro (1979)

“Processo per stupro” è un film del 1979 realizzato da sei giovani programmiste, filmaker e registe: Loredana Rotondo, Rony Daopulo, Paola De Martis, Annabella Miscuglio, Maria Grazia Belmonti, Anna Carini. Fu il primo documentario su un processo per stupro mandato in onda dalla RAI, si trattava del processo per gli stupri di Nettuno. Ebbe una vastissima eco nell’opinione pubblica relativamente al dibattito sulla legge contro la violenza sessuale.

È stato Domenico Ponticelli, capogruppo di Colle per Vannetti Sindaco e avvocato, a ricordare l’arringa di Tina Lagostena Bassi, avvocata e politica scomparsa nel 2008, nel corso del processo per uno stupro di gruppo avvenuto a Latina nel 1978, lo stesso su cui fu girato il documentario poi trasmesso dalla Rai.

Nell’ultimo consiglio comunale si discuteva sull’Ordine del Giorno presentato dal centrosinistra con la consigliera Pd Agnese Vannetti. Il consiglio era chiamato a esprimersi in merito alla legge sulla violenza sessuale attualmente in discussione al Senato e in particolare sulla proposta di Giulia Bongiorno di sostituire il concetto di “consenso libero e attuale” (che ha ottenuto la votazione unanime alla Camera) e che recepisce in pieno il principio già espresso nella convenzione di Istanbul, con quello di “contro la volontà”, spostando l’attenzione dal consenso al dissenso.

Si sono ascoltati molti interventi di varia rilevanza, durante il Consiglio comunale, su cui si può tranquillamente soprassedere, anche per una forma di rispetto nei confronti di chi li ha pronunciati (tra cui alcune amministratrici).

Un intervento invece che ha colpito molte e molti tra chi ha seguito la discussione è stato quello di Pietro Nencini, anch’egli avvocato, come Ponticelli, e consigliere comunale della lista Su per Colle, che siede però tra i banchi della maggioranza.

Nencini ha ringraziato il collega per avergli ricordato il famoso processo del 1978 dimostrando di conoscerne sia le fasi processuali sia il modo in cui si svolsero i fatti. E questo gli ha permesso di fare un intervento chiaro e ben argomentato che ha ricevuto molti apprezzamenti per la chiarezza e per la serietà con cui è stato esposto, segno di un sentire sincero, anziché di una posizione ideologizzata e superficiale come purtroppo si è sentito esprimere in altri casi.

Alla fine Nencini è stato tra i pochissimi esponenti della maggioranza che ha votato a favore dell’ordine del giorno (insieme al sindaco e al collega di lista Alberto Galgani) permettendo che venisse approvato.

Vorrei sottolineare questo momento importante della discussione pubblica, che potrebbe essere rimasto nascosto ai più, data la lunghezza del consiglio in questione.

Ringrazio anche io Domenico Ponticelli per aver ricordato a tutti il famoso processo del 1978 a cui ha fatto seguito il documentario oggi visibile liberamente da chiunque lo desideri su RaiPlay.

Ritengo fondamentale vederlo (e lo farò anche io che, sinceramente, non lo conoscevo) per apprezzare il lungo cammino fatto in Italia su questo tema.

Evidenzio la posizione cronologica del caso in questione: il 1978, ricordando che fino al 1981 in Italia è rimasto in vigore il reato di “delitto d’onore” e che la prima legge seria sulla violenza sessuale, nella quale il reato da offesa contro la morale pubblica è stato riconosciuto come delitto contro la persona, è del 1996.

La strada è ancora lunga. Apprezziamo chi contribuisce con la propria mattonella a rafforzare il percorso e a indirizzarlo nel modo più corretto.

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Il vizio e la violenza

Sono stata vittima fin dal liceo del vizio di alcuni uomini, allora forse poteva chiamarsi così, oggi è violenza, violenza sessuale, di arrivare a toccarti il seno insinuando le mani sotto le ascelle, da dietro.

Al liceo lo scoprimmo durante una gita, parlo per me e per le mie compagne di classe, quando anziché lasciarci tranquille in fondo al pullman a cantare la Canzone del sole o qualcosa dei Beatles, un professore venne a sedersi in mezzo a noi. Ricordo anche chi era la compagna di classe. Il professore ci teneva con le braccia e le sue mani si insinuavano sotto le nostre ascelle, la mia sinistra, la destra della mia amica, cercando di farsi strada fino al seno.

Noi eravamo imbarazzate, imbarazzatissime.

Non conoscevamo la violenza, il sopruso, o magari lo conoscevamo anche ma l’avevamo rinchiuso in un cassetto.

Non potevamo nemmeno immaginare che un professore facesse qualcosa di sbagliato.

Non era un professore tanto considerato. Era uno che faceva ridere.

Ci guardavamo di sguincio, io e lei, e facevamo le facce strane con gli occhi di fuori, per far capire l’una all’altra che stava accadendo qualcosa di strano.

Stringevamo forte le braccia al torso, ci muovevamo a scatti, assecondando ogni buca, ogni curva del bus, per allontanare quel tocco sgradito, invadente, offensivo.

La strada era lunga, andavamo su al nord. Io avrò avuto quindici, sedici anni (sarà stato il 1979, il 1980) e non ho dimenticato niente. Certe cose non le dimentichi mai.

Poi è successo di nuovo.

Ero all’università e facevo la vendemmia. Mentre tagliavo tranquilla le ciocche di uva un tizio mi arrivò da dietro all’improvviso, infilò le mani sotto le mie braccia e mi strinse i seni.

Urlai e feci un balzo, le forbici volarono in alto e ricaddero sul braccio di un vicino di filare.

Scappai, mi rifugiai nel fienile dove mangiavamo a pranzo, decisa ad andarmene.

Mi raggiunsero delle colleghe, per chiedere che cosa fosse successo. Mi consigliarono di tornare a lavorare e di stare zitta, il fattore non avrebbe capito e mi avrebbe mandato via.

Mi lasciai convincere, ma ero piena di rabbia.

Al filare ricevetti le rimostranze del vicino, un anziano con gli occhialoni da vista, che mi mostrò il taglietto sul braccio.

Embè? Con quello che è successo a me…

No, non ci fu verso. La vittima era lui e io magari se potevo stare più attenta la prossima volta.

Non bastava la violenza di quel gesto, pure questa…

Oggi c’è un nome preciso: vittimizzazione secondaria. Cioè, non solo sei già vittima per il gesto che hai subito, ma ci si mette pure qualcun altro a darti la colpa o ad accusarti di altro, tipo l’anziano con gli occhialoni.

Non è finita. Ero ancora all’università, forse uno o due anni dopo (tra il 1982 e il 1986) ed ero a casa mia a preparare una riunione nel seminterrato. Stavo facendo spazio, spostavo la grossa scrivania di nonno sotto la finestra, quando successe la stessa odiosa cosa. Qualcuno mi infilò le mani sotto le braccia, da dietro, e mi toccò i seni. Urlai e mi incazzai di brutto con il tipo. Dissi che per me la serata era finita e casa mia non era più disponibile. Fui convinta da un caro amico a non buttare tutto in vacca. Dovevano arrivare diverse persone, sarebbe stato un problema. E poi lui, quello lì, magari non l’aveva fatto neanche con intenzioni cattive…

No no, certo, tutti pieni di amore, di rispetto e considerazione.

Che rabbia!

Ho scritto gli anni in cui sono accaduti questi fatti consapevole che i tempi non aiutavano. Nel 1981 in Italia fu abolito il delitto d’onore come attenuante per i femminicidi familiari.

Nel 1996 la violenza sessuale fu riconosciuta come delitto contro la libertà personale e non più contro la moralità e il buon costume.

Erano anni, quelli, in cui le violenze, le invasioni dei corpi altrui, fossero donne, bambine, ragazzine (di entrambi i sessi), non venivano riconosciute dalla società. Erano cose che potevano accadere ma su cui dovevi mantenere il riserbo, perché tutto si sarebbe rivoltato contro di te. D’altra parte chi può venire abusata, violentata, toccata se non una poco di buono, una persona con problemi, alla quale dopo rimarrà impresso il marchio a fuoco, limitandola socialmente e professionalmente. L’uomo no. Lui, al massimo, non è riuscito a fermarsi in tempo.

Meglio stare zitte.

Oggi siamo nel 2026, le leggi ci sono e c’è tanta più consapevolezza. Le donne cominciano a saper riconoscere discriminazioni, violenze e soprusi e una donna che ne rimane vittima non ha niente di cui doversi vergognare. Semmai è l’uomo, che ancora si comporta come un animale, un uomo primitivo, a doverlo fare.

Eppure qualche giorno fa è successo di nuovo.

Ero a un incontro pubblico, pieno di persone. Alla fine quando tutti erano in piedi ho sentito di nuovo la stessa orribile sensazione. Mi sono sfilata da quelle mani alla velocità della luce e mi sono girata giusto il tempo di vedere chi fosse stato.

Poi ne ho parlato con qualcuno e ancora una volta mi è stato consigliato di stare zitta. Anzi, di più. Magari, mi è stato detto, hai frainteso il gesto, che voleva essere solo un apprezzamento nei tuoi confronti. 

(La frase è stata scelta e pubblicata nel volume #quellavoltache. Storia di molestie” – Manifestolibri 2018, con le testimonianze raccolte dopo che la scrittrice Giulia Blasi nel 2017 lanciò l’hashtag in parallelo allo statunitense #metoo)

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Una storia da dimenticare (ma anche da ricordare) – (Fine)

Che la borsa valeva 1200 euro me lo disse dopo, al momento del rinfaccio. Prima l’avevo presa come un semplice regalo, forse un po’ esagerato, fuori tempo. Una cosa di cui non c’era bisogno. La casa gliela avevo offerta per altri motivi.

Lei però, la Tipa della Conchiglia Sbriciolata, voleva manifestare la propria gratitudine. E sentirsi importante. Di questo me ne accorsi quando, dopo aver scaricato tutti i suoi valigioni dal furgone, averli sistemati nel soppalco sopra al bagno, aver messo altri scatoloni nel garage, quando era ormai buio pesto ed eravamo stanche, ognuna della propria giornata, lei disse: e il mio regalo, non lo apri?

Entrai nella casetta con lei, che si sedette sul divano. Scartai il pacco e venne fuori questa borsa, di un grande marchio, ma della linea più economica. Manifestai tutto quello che si aspettava, stupore, gioia, soddisfazione, gratitudine. Ma non le bastava. Voleva di più. 

Ti piace davvero? Le dissi che avevo molti amici che lavoravano con le grandi firme e mi sembrò di sentirla che tratteneva il fiato, finché non dissi che non mi avevano mai regalato niente. Sembrò sollevata. La sua borsa, almeno, non aveva rivali.

La sera del concerto con le amiche avrei voluto indossarla, nel caso ci fosse stata anche lei, ma poi non venne e il cambio borsa è sempre un evento impegnativo.

Poi, ora posso dirlo, non era il mio genere.

Alla signora dell’agenzia gliene ho regalata una ancora più bella, disse un giorno. Quella vale 1600 euro. 

Sul momento sentii una punta di invidia. Ma di che parlava?

La “mia” borsa, on line, la davano scontata a 70 euro. 

Mi aveva raccontato che ai tempi d’oro, su al nord, c’era un fidanzato che lavorava per questo marchio e le faceva un sacco di regali. Lei però amava esibire distacco dai beni del mondo, per cui tutta questa roba era costretta a portarsela dietro ma non la usava, se non per fare regali. 

A me erano già stati consegnati due contenitori portadolci in plastica, ma quando se ne sarebbe andata, le sarebbe piaciuto lasciare le batterie da cucina a me e la mega tv smart alla mia mamma. Tutte cose inutili per la vita ascetica che aveva scelto di fare, diceva, tra consulenze da personal coach (aiuto!), un massaggio e una lezione di yoga.

Venne a prendere la sua roba il penultimo giorno del mese. Non comunicò l’orario, ma arrivò come già all’andata, all’ora di cena, dopo qualche messaggio in cui annuncia che si stava organizzando, che ci avrebbe fatto sapere. Che lei aveva le sue cose da fare, non era una perdigiorno.

E noi dovevamo stare sulle spine.

Precisò che, dal momento che aveva usufruito della casetta solo dieci giorni, cioè il tempo in cui ci aveva materialmente dormito, non avrebbe pagato niente più oltre a quei due piccoli acconti che ci aveva già dato. Che ovviamente non coprivano nemmeno il consumo di elettricità. E così aveva trovato il modo di tenere bloccato un appartamento e un garage senza sganciare una lira. Chiese indietro i regali e disse tante cattiverie, ma talmente tante, grosse e inutili, che sarebbe meglio dimenticare tutto.

Ripeté che l’agenzia aveva tentato di truffarla e che aveva provato ad approfittarsi di lei, che era una persona sola che girava con quello che aveva. E lo stesso avevamo fatto noi, che pensavamo di approfittarci economicamente di questa povera crista dandole una casa “al nero”, così come facevamo con i turisti, avendo trovato noi il modo di spennarli. 

Tutte queste amenità sono contenute in alcuni video che ho girato con il telefono in modo esplicito mentre lei portava via la sua roba con calma esasperante e pronunciando le sue massime sul mondo.

Nei suoi venti giorni di assenza avevo avuto modo di preoccuparmi molto e di dormire poco, con il pensiero che, essendo lei in possesso del telecomando per il cancello, avesse potuto organizzare qualche dispetto nelle ore notturne, arrivando all’improvviso o chissà che.

L’instabilità mentale che avevo percepito, insieme all’attaccamento morboso a soldi e oggetti, mi agitavano un po’ perché non era prevedibile quali azioni avrebbe potuto mettere in atto. 

Tra l’altro dopo il famoso scambio in chat, vistasi scoperta, aveva tirato fuori un’aggressività e una cattiveria che la rendevano ancor più una mina vagante.

Quando arrivò, la prima cosa che le chiesi fu di restituirmi chiavi e telecomando. Lei si rifiutò. La rincorsi in casa intimandole di darmele. Lei mi attirò davanti alla telecamerina dicendo, o prendile. Aveva quei capelli lunghi che chiedevano soltanto di essere tirati, come aveva fatto proprio in quei giorni un politico con una giornalista. Presi la sua roba e iniziai a gettarla in mezzo alla strada, valigie e sacchetti, purché se ne andasse prima possibile. 

La situazione era strana. Era arrivata a piedi perché, diceva, il tipo col furgone non riusciva a fare la salita. Presi la macchina e vidi che era così. Lo aiutai e ce la fece a salire. 

Tutta la faccenda si svolse con la Tipa che urlava accuse irripetibili con una voce da bambina dispettosa e io che la prendevo in giro. Mamma dalla finestra interveniva a correggere le sue bugie. Il ragazzo del furgone ripeteva: spero solo di finire presto e tornare a casa. 

La Tipa perse un po’ della sua boria quando fu costretta a rovistare dentro un vaso di aspidistra in cerca di una copia di chiavi che aveva nascosto prima di partire. 

Ma quando fu il momento di lasciare la casa, appoggiata a quell’orribile fornelletto a gas, al posto del piano cottura più adeguato a una come lei, posando uno sguardo sprezzante tutto intorno, disse: In tutta la mia vita non sono mai stata costretta a vivere in un posto così. 

E se ne uscì a testa alta, con il naso all’insù, indossando uno dei suoi ridicoli cappellini, accompagnata dai miei applausi.

E anche questa, come aveva previsto mamma, era finita.

(Fine)

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Nel caos più assoluto (7)

Se l’importanza di una storia si giudica dal finale, allora quella della Tipa della Conchiglia Sbriciolata è stata veramente una Grande Storia. 

Non potrò mai dimenticare l’immagine di lei, in piedi, con l’abat jour bianco a forma di otto sotto il braccio e il filo elettrico che cadeva giù, appoggiata con nonchalance a quell’orribile fornelletto a gas, novella Sarah Bernhardt impegnata nell’ultimo atto dello spettacolo.

Fenomenale.

Alla fine andò così. Dopo lo scambio in chat sul senso della raccolta differenziata e le condizioni terribili in cui io l’avevo costretta a vivere, le dissi: Senti, finiamola qui. Te te ne vai il prima possibile e con me hai chiuso. Da ora in avanti parlerai solo con la mia mamma, e mi dispiace sinceramente per lei, ma io non posso avere a che fare con una persona come te, specialmente dopo essermi fatta in quattro per aiutarti a superare il momento.

Aspetta un attimo, pensai, il momento… 

Non è che sei te che li crei ad hoc questi “momenti” per approfittare delle persone, utilizzare quello che ti fa comodo e poi andar via con una scusa?

Un po’ come quella di Victor Victoria, che per mangiare a sbafo nei ristoranti teneva uno scarafaggio in tasca da mettere nel piatto al momento giusto.

Mamma continuava a dire: “Povera cara, a me fa una compassione che non riesco proprio ad avercela con lei… È così sprovveduta… Non sembra una persona adatta ad andare in giro da sola nel mondo”. “Però – aggiungeva subito dopo – qualcosa deve saperlo fare, altrimenti non sarebbe arrivata fin qui”.

Per la famosa casa la Tipa aveva versato una caparra per poi disdire tutto al momento di firmare il contratto. 

C’era un tubo rotto, volevano fregarmi. 

Da me si era rotto il tubo del bidet, ma lo avevo fatto riparare troppo presto. Per cui aveva dovuto trovare altre magagne.

Non ho intenzione di darti una lira per un posto del genere!, aveva urlato portandosi via i valigioni.

Durante la sua assenza mi misi a sistemare la casetta, certa che non sarebbe più rientrata, se non per riprendere i bagagli. Non era facile con tutta quella roba in mezzo. Le sue caffettiere erano tutte piene. Pensai, è come quello che cambia la macchina quando c’è da svuotare il posacenere. Le lavai. Anche la mia caffettiera americana era sporchissima. La caraffa di vetro e la base elettrica, completamente incrostata. Un pentolino per bollire l’acqua era incatramato all’interno con una roba nera e densa.

Sull’acquaio un bel po’ di piatti e pentole rovesciate, messi ad asciugare. Li controllai uno a uno. Uno schifo. Tazze macchiate di tè, sugo e unto sulle pentole, pezzetti di cibo su posate e scodelle. Rilavai tutto. Anche il frigorifero era coperto da uno strato denso e appiccicoso, scuro, che si era infilato nella maniglia incavata sopra allo sportello. Dentro, roba rossa appiccicata dappertutto. Staccai la presa, lo portai fuori e detti una prima passata con la sistola. 

Sotto il frigo, altra roba rossa ormai essiccata. 

Ecco una tazzina da caffè rotta, andò a fare compagnia al bicchiere di cristallo da vino rosso in frantumi emerso dall’immondizia.

Il letto sembrava una “cuccia”, aggrovigliato e mai rifatto. 

Lascia stare, ho la mia biancheria, uso quella, mi aveva detto. 

Ma dal mucchio uscivano solo lenzuola e coperte della casa. 

Saltando da un valigione all’altro liberai il letto anche dal topper nuovo di pacca, per poter mettere tutto a lavare.

Sul tavolo della cucina c’era un libro di grammatica inglese dall’aspetto familiare. Lo aprii. C’era scritto il nome di mamma. Ma fin dove cavolo era andata a frugare? 

C’erano anche il maglioncino d’angora e il libriccino che le avevo regalato. Li presi e li portai via. La borsa di paglia non la vidi, pazienza. 

Le amiche mi dicevano di stare in guardia perché la tipa era evidentemente un’approfittatrice e una truffatrice. Loro non avevano dubbi. Io iniziavo a crederci solo allora. 

Facevo fatica ad accettare che qualcuno pensasse di introdursi nella vita di due donne sole, colpite da un lutto devastante, per il proprio tornaconto. 

Come non potevo credere che quella lampada bianca in plastica a forma di otto potesse essere una telecamera. 

Che dovevo fare? Qui c’era tutta la mia roba!, urlò la Tipa quando le chiesi il perché. 

Il senso di tradimento, la fiducia data a chi non la meritava, l’invasione dei miei spazi, della mia casa, della mia vita. Non credevo fosse possibile stare ancora peggio di quanto già stavo.      

Mi dispiaceva ancor più aver messo mamma in questa situazione. Ma lei diceva, vedrai che prima o poi finirà anche questa.

Intanto però la Tipa era sparita, lasciando la casa piena della sua paccottiglia.

Forse avrei dovuto aprire i valigioni, ho pensato dopo, o avrei dovuto portarli in garage, dove c’erano altre scatole piene dei suoi ammennicoli. Fatto sta che, per oltre due settimane, nell’attesa di sue notizie, la casetta non è stata agibile, invasa com’era da tutta quella roba. 

Non potevo pulire, non potevo fare la conta dei danni.

Passai dall’agenzia immobiliare che le aveva “venduto” la famosa casa. Quella dei titolari che, secondo lei, avevano cercato di truffarla. 

La storia che mi raccontarono era incredibilmente simile alla mia.  

Si era presentata con quegli occhioni, – mi dissero – sola e sperduta come un gattino bagnato, si poteva non aiutarla?  

Così le avevano aperto le porte dell’agenzia a tarda sera, perché potesse arrivare con i suoi valigioni, l’avevano aiutata a scaricare e le avevano custodito tutto finché non entrò nell’appartamento. 

E in segno di gratitudine, la Tipa continuava a urlare che la volevano truffare. In compenso, però, tutti gli agenti immobiliari della zona furono avvisati di tenerla alla larga nel caso si presentasse.

Non è ancora finita. C’è da parlare del capitolo regali e della sua fantastica uscita di scena.

(7)

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Quando il bubbone scoppiò (6)

Per fortuna non se ne fece di niente. Nel senso che non ci fu bisogno che il Caso Umano mettesse a disposizione il “suo” appartamento per la famiglia canina, né tantomeno fu necessario che si trasferisse da me per qualche giorno.

Non riesco nemmeno a immaginare quali sarebbero potuti essere gli effetti di una soluzione del genere.

La vita procedette tranquilla, si fa per dire, nell’attesa che il Caso Umano trovasse finalmente una sistemazione, più o meno definitiva, che le permettesse di lasciare libera la casetta.

Ormai speravamo che quel giorno si avvicinasse più in fretta possibile. 

Dopo la mia serata a teatro con le amiche il Caso Umano, ovvero la Tipa della Conchiglia Sbriciolata, aveva in programma di assentarsi per qualche giorno.

La sera prima della partenza, mossa da un pericoloso spirito di compassione, bussai alla sua porta. In mano avevo una borsa di paglia foderata di tessuto bordeaux, che a sua volta conteneva un maglioncino d’angora dello stesso colore e una copia di un libriccino scritto da me.

Lei era una che faceva molti regali. Mi pareva giusto ricambiare.  

Ma soprattutto ero dispiaciuta per il suo disagio. Il fatto che io continuassi a trascorrere le giornate portando avanti il mio lavoro, pensando a mamma, alla casa, ai miei interessi, anziché metterla al centro del mondo, riusciva addirittura a scatenarmi dei sensi di colpa, per quanto cercassi di oppormi con tutta me stessa. Per questo decisi di fare un passo in avanti, nella speranza che si potesse creare un certo equilibrio, anche solo per affrontare il tempo che avrebbe trascorso ancora lì.

Il bubbone scoppiò il giorno dopo, una mattina di metà marzo, dopo un temporale da tregenda. Per colpa di un sacchetto di spazzatura.

Intorno alle 8 ricevetti un messaggio dal Caso Umano che mi informava di aver lasciato il sacchetto della spazzatura davanti casa perché, muovendosi a piedi e con una valigia, data la pioggia fortissima, non ce la faceva a portarlo con sé.

Che problema c’è? risposi. Ci penso io.

Poi però, quando andai a prenderlo successe questo. Tirai su una busta e mi si rovesciò tutto a terra. Il “sacchetto” consisteva in un accumulo di sei o sette buste per l’immondizia contenenti ogni genere di rifiuto, dall’umido alla plastica, al vetro, tutto mischiato, tutte aperte. 

Le scrissi un messaggio cercando di stare più neutra possibile. 

Lei cominciò subito a giustificarsi. 

Sai che non sapevo come differenziare? Infatti te lo avrei voluto chiedere.     

Naturalmente ne avevamo parlato, tanto che lei mi aveva detto di avere la propria tessera per i cassonetti al che io ripresi quella che lascio a disposizione degli ospiti. Poi, che vuoi chiedere? Per differenziare non ci vuole una scienza. Specialmente se in casa ti ritrovi una serie di contenitori con le etichette carta, plastica e vetro, oltre al bidoncino dell’umido. Più il normale secchio per l’indifferenziato, naturalmente.  

Purtroppo ebbi la conferma, un’altra, che probabilmente non capiva e sicuramente non ascoltava. Però si stizzì molto e, ritenendo di essere stata ripresa su una cosa di cui non aveva colpa, cominciò a buttarmi addosso tutto quello che riteneva non andasse nell’appartamento “dove era costretta a stare”. Un tubo del bidet rotto (segnalato la sera tardi e riparato la mattina dopo), una doccia che non funzionava perché, essendo protetta solo da una tenda, la prima volta che l’aveva usata aveva allagato il bagno, lo scarico della lavatrice nel water. Gli insetti. Un fornelletto a gas invece del piano cottura.

Nell’appartamento per il quale le avevo chiesto una cifra simbolica, messo a sua disposizione nello spazio di un giorno e per il tempo che le serviva, una settimana, cinque o sei, rinunciando se necessario anche agli affitti di Pasqua, e senza chiedere anticipi, caparre o altro.

Ero senza parole.  

Però cominciai ad arrabbiarmi. Le dissi che la trovavo offensiva, oltre che ingiusta. E lei cominciò a cancellare tutti i messaggi in chat. 

Quella mattina feci due cose. Indossai un paio di guanti in lattice e cercai di differenziare la sua immondizia, per quanto era possibile. Poi le dissi chiaramente quello che pensavo di lei e che il mio unico errore era stato quello di aiutarla in modo disinteressato.

Fra tutte le stupidaggini che aveva scritto, c’era qualcosa che mi aveva colpito più di tutto il resto. Lo scarico della lavatrice nel water. Chi può considerare un problema una cosa del genere? Specialmente in una casa di passaggio. 

Presi la chiave di scorta e andai a dare un’occhiata. Riuscii ad arrivare fino in bagno, dove l’occhio cadde sulla seggetta del water, spaccata, ancora appoggiata sopra al tubo di scarico della lavatrice. Cioè, veramente credeva di doverlo lasciare lì per sempre e non soltanto quando azionava la macchina? Omiodio.

Purtroppo vidi anche in che condizioni erano la doccia, il lavandino, il famoso bidet con il tubo che perdeva. Macchie dense e scure, capelli ovunque, bustine aperte di cosmetici gettate qua e là. Asciugamani completamente fradici buttati a terra…

In camera? Il disastro. Quando era arrivata aveva chiesto un posto dove poter tenere i suoi valigioni e il ragazzo che le aveva fatto il trasloco si era arrampicato sulla scala fino a un soppalco. In quel momento scoprii che lei se li era riportati giù uno per uno, saturando ogni spazio vuoto della stanza. Tra il letto e la parete nord aveva messo anche lo stendino, aperto e carico di panni. Sul tavolinetto un megatelevisore, una copia della Bhagavadgītā, vestiti ovunque, biancheria, fermagli per capelli.  

Ebbi una visione. Lei, triste e solitaria, seduta sul letto con l’unico conforto di quei valigioni stretti tutti intorno. E io che pensavo potesse starsene serena almeno per un po’. 

Non era cosa da lei. 

Dall’armadio a muro, lasciato aperto, vidi spuntare una specie di lampadina da notte, due sfere di plastica bianca l’una sull’altra, come un otto, e un piccolo schermo nero stondato sulla parte superiore. 

Non ci feci troppo caso, mentre scattavo qualche foto di tutto quel disastro.

(6)

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Prove estreme di avvicinamento (5)

Hai l’appartamento libero? mi chiede un’amica.

Mi serve per qualche giorno mentre faccio dei lavori in casa…

No, è occupato. Sto ospitando un Caso Umano.

In quel momento la situazione era ancora accettabile, per quanto complessa e piuttosto faticosa.

La tipa della conchiglia sbriciolata era entrata in una bolla paranoica in cui si vedeva circondata da truffatori. Ovunque si girasse c’erano persone pronte ad approfittarsi di lei. Ormai lo sport di casa era svicolarla. Ma anche quello era diventato difficilissimo. Se uscivo in auto, quando rientravo, sgusciava veloce fuori casa e mi chiamava. Non facevo in tempo a scendere dall’auto che l’avevo addosso insieme ai suoi problemi, alle sue richieste, ai suoi pensieri ossessivi.

Era diventato tutto molto complicato. Cominciai a sentirmi prigioniera nella mia stessa casa. Ogni volta che sarei voluta uscire, anche solo per fare due passi, temevo di ritrovarmi impigliata nella rete delle sue paranoie.

Andavo alla fontanina e era subito lì.

“Vieni a prendere un caffè?”.

Inutile ripeterle che non lo bevevo. Una volta aveva una macchina che faceva un espresso favoloso, la volta dopo c’era la cicoria.

Una sera uscii per un impegno di lavoro.

Ah beh, se è per lavoro… Commentò, come se avesse scoperto la mia ultima balla.

Un’altra volta uscii a cena senza dirle niente e il giorno dopo la trovai contrita e sfuggente. Come se stesse covando qualcosa.

Mi sentivo quasi in dovere di giustificare quello che facevo, nella speranza, inutile, di alleggerire la tensione che la tipa aveva portato con sé.

Succedeva anche a mamma. Anche lei, ogni volta che la tipa iniziava la monotona solfa dei suoi problemi, puntualizzava la particolarità della situazione che in realtà stavamo vivendo noi. Ma non ci sentiva. E il muro dei suoi problemi continuava a crescere sempre più alto.

In quel momento, però, quando la chiamavo Caso Umano, la mia voce era ancora carica di affetto verso quella strana tipa, mentre mi ritrovavo a vivere con orgoglio quanto stavo facendo per lei, e anche con una certa ironia per l’assurda situazione che si era venuta a creare.

Il livello era questo: la tipa era problematica, ma aveva incontrato noi, persone generose. E, come è sempre usato in casa nostra, su tutto il resto ci avremmo fatto delle gran belle risate.

Ora però c’era una piccola emergenza. C’era da trovare una casa per pochi giorni per l’amica. Una casa per due persone con due cani.

Purtroppo, come ebbi modo di scoprire dopo una lunga lista di telefonate, le vie degli amici sono finite e nessuno ha un appartamento superfluo da mettere a disposizione per qualche giorno. Gli agriturismo, siamo a marzo, sono ancora chiusi. Rimangono gli hotel.

Il Caso Umano, molto partecipe, dice che potrebbero tranquillamente stare da lei. Anzi, precisa che lei non ha nessun problema a spostarsi in cucina per dormire sul divano e che è disposta a lasciare l’intera camera alla famiglia canina.

Anche io, in realtà, potrei dare loro il mio appartamento e trasferirmi di sopra da mamma. Devo però tenere conto dei gatti che si ritroverebbero non solo la casa invasa dai cani ma perderebbero anche i loro punti di riferimento.

Fu allora che il Caso Umano superò sé stesso.

Dì loro che vengano pure nella casetta, non ho alcun problema a dargliela. E io mi trasferisco da te. Penso sia la soluzione migliore.

Mamma, incredibilmente, disse: Stai a vedere che anche lei, una volta tanto, riesce a pensarne una giusta.

(5)

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“Una faccia da psicopatica” (4)

Sono in un bistrot con due amiche. Ognuna di noi ha davanti un piatto, ognuna diverso, ma tutte con lo stesso bicchierone di birra.

Una è appena tornata da un superviaggio, oltreoceano e con intenti umanitari, e io avrei molta voglia di sentire il suo racconto. L’altra sta per partire per una nazione tra l’Asia e l’Europa.

Mangiamo un boccone veloce prima di andare a teatro per un concerto.

Il discorso cade sulla nuova amica (la tipa della conchiglia sbriciolata).

Quella sera ci sarebbe dovuta essere anche lei.

Lei che ripeteva di amare la musica, che senza musica non avrebbe potuto vivere.

Invece, dopo aver aderito subito alla mia proposta, qualche giorno prima, quando le ho ricordato l’appuntamento è diventata vaga.

Oddio, devo vedere… Ho da fare un po’ di cose mie… Ti faccio sapere…

Il giorno stesso, non avendo saputo più niente, le comunico che sarei partita alle sette e che avremmo mangiato in un bistrot.

Vai pure, dice, preferisco sistemare alcune cose mie, devo prepararmi per il viaggio di dopodomani.

Mi sembra di percepire che qualcosa non quadra, ma pazienza. D’altra parte già nei giorni precedenti la nuova amica, che vive nella casetta da una decina di giorni, di stranezze ce ne ha mostrate un bel po’.

In ogni caso, per me è la prima uscita con le amiche dopo i giorni del dolore, e non mi faccio turbare più di tanto.

Poi, una volta al bistrot, il discorso cade su di lei.

Le amiche chiedono, come ci siamo conosciute, com’è, che fa.

Tra l’altro ho anche alcune foto.

No, non alcune. Una intera collezione poiché la tipa a ogni passo che fa si scatta un selfie e me lo manda.

Tutti primi piani. Primo piano della tipa a teatro che assiste al balletto, primo piano della tipa sulla terrazza di casa mia (in realtà è affacciata alla finestra della cucina, ma come vedremo, per lei dire le cose che non corrispondono alla realtà, minime o importanti che siano, non sembra essere un problema). E ancora. La tipa che mangia in un ristorante vegano, la tipa accanto a un manifesto di un qualche corso yoga.

La tipa. Punto.

Che faccia da psicopatica! Dice R.

Ma dai… è un po’ particolare, questo è vero… Dico io.

No no, dammi retta – R. insiste – Questa è proprio psicopatica. Guardala bene…

Intanto L., l’altra amica, se la rideva, continuando a mangiare polpettine di melanzana.

Senti, io ti dico una cosa. Questa è pericolosa, si vede dalla faccia. Levatela di torno prima possibile…

R. è decisamente categorica.

Durante il concerto mi arriva un messaggio.

Sai, ho fatto bene a non venire. Domani sera vado via presto per dormire da un’amica e prendere il treno la mattina all’alba. Sarà per un’altra volta. Magari organizziamo qualcosa da sole, io e te.

Sì, magari.

Credetti di capire una cosa. Che l’idea di trascorrere una serata con le mie amiche la metteva a disagio.

Anche se non capivo ancora bene il perché, tutto quello che faceva cominciava a far sentire molto a disagio me.

Il giorno dopo, vedendo che all’ora che aveva detto di dover andare era sempre in casa, le chiesi se non usciva.

No, parto domani mattina prestissimo. Non è necessario che vada a disturbare la mia amica. Tanto ho trovato uno che mi dà un passaggio a quell’ora…

Sembrava un po’ strano. Tutti lei li trovava quelli pronti a ogni ora del giorno e della notte a dar passaggi per qua e per là.

La sensazione di disagio aumentava. Non capivo bene che cosa volesse dire né che cosa volesse fare. Da quando era arrivata a casa mia alternava momenti (apparentemente) di affetto e di preoccupante dipendenza da me e da quello che le offrivo, ad altri in cui sembrava offesa e risentita nei miei confronti.

Un giorno, entrando nel mio appartamento, senti una canzone alla radio e scoppiò improvvisamente a piangere, buttandosi tra le mie braccia.

Rimase lì per qualche secondo, io non dissi niente. Poi mi chiese scusa, disse che non se la sentiva di parlare, e finì lì.

Intanto i problemi che riguardavano la sua vita lievitavano come l’impasto di una pizza gigante, sovrastando tutto il resto.

Quando la incrociavo non parlava d’altro, rovesciandomi addosso situazioni che sembrava dovessi risolverle io.

Tolsi le chiavi dalla mia porta esterna, per impedirle di piombare dentro a ogni ora senza avvisare né chiedere permesso. Seppi poi che la stessa cosa la faceva anche con mamma. Con la scusa di portarle dei regalini, una tazza, due frittelle, apriva la porta e entrava.

Lascia stare – diceva mamma – non dirle niente. Tanto tra poco, si spera, se ne va.

Intanto però avevo smesso di chiamarla nuova amica, quando parlavo di lei.

Ora era diventata il Caso Umano.

(4)

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