La casa del macellaio

La prima estate che lavorai a Rovigo mi ritrovai ad abitare in una casa di campagna lungo il Canal Bianco. La signora dell’agenzia mi avvisò che la sistemazione era un po’ particolare, ma le condizioni e il prezzo, per tre mesi, erano perfetti.

In che senso particolare, chiesi.

Per esempio ha il bagno in camera, mi disse la signora.

Va bene. Non c’è problema.

Ovviamente non avevo capito che il bagno era veramente in camera, senza una parete a separare il letto e i sanitari. La cucina, per fortuna, era in una stanza a sé.

Pensai che i proprietari non avessero fatto in tempo a finire la ristrutturazione e che in seguito avrebbero rimediato. Invece no.

Mi fu detto che quella era la filosofia del padrone di casa e che su quel punto non si discuteva.

Il bagno stava in camera. Letto, comodino e water.

Dal momento che ero da sola e che il tempo di permanenza sarebbe stato breve, non ritenni quella bizzarria un vero problema. 

Il mio appartamento con bagno in camera era in una casa colonica nella quale abitavano anche i proprietari. Per raggiungerlo dovevo attraversare una sorta di veranda aperta dove loro cucinavano e mangiavano. Lui friggeva pesce a ogni ora. Uscivo di casa al mattino per andare al lavoro e lui già friggeva. 

La signora stava seduta su una poltrona di vimini e quando qualcosa le piaceva diceva: “spetacolo”.  

Fra la casa e la strada che costeggiava il canale c’era una fitta siepe di carpini fra i quali ogni tanto spuntava un alberello che faceva dei piccoli frutti rossastri.

Che cosa sono, chiesi alla signora.

Quelli? Amoi.

Non ci fu verso di capire che cosa fossero quegli àmoi (àmoli) a parte il fatto che si mettevano sotto alcol come le ciliegie.

Ora so che sono le susine selvatiche che maturano ogni estate lungo la nostra strada, qui in Toscana.

In quella casa io occupavo una parte del sottotetto, una mansarda con le travi di legno sul soffitto spiovente. Grazie a questa conformazione potei studiare con mamma un complicato gioco di tendaggi che, applicati sulle travi con chiodi e puntine, mi permise di realizzare una specie di bagno “berbero”, guadagnando un’illusoria intimità.

Un giorno mi venne a trovare una coppia di amici. La ragazza fece uscire di casa me e il fidanzato prima di convincersi ad andare in bagno, nonostante le tende. Ma anche con quelle e in completa solitudine, mi confessò, non si era sentita affatto a suo agio.

Una volta andai a curiosare nella parte del sottotetto ancora da ristrutturare, aprendo una porta proibita in fondo al mio appartamento, come la moglie di Barbablù. I lavori erano ancora indietro, ma in ogni camera da letto erano già stati installati water e lavandino.

Il proprietario era un ex macellaio e aveva decorato tutta la casa con i vecchi attrezzi da lavoro. C’erano ganci in metallo, alcuni veramente enormi, appesi un po’ a tutte le pareti, dentro e fuori, oltre a qualche stadera e qualche coltellaccio qua e là. 

Nell’insieme l’effetto era piuttosto inquietante.

Una sera vennero dei colleghi a cena. Su loro richiesta avevo preparato ribollita e salsa di fegatini. Mangiammo tutti insieme nell’aia, con i proprietari e con i quattro allievi ufficiali che occupavano un micro appartamento a piano terra con i letti a castello. L’ex macellaio continuò a friggere il suo pesce, la signora assaggiò, di malavoglia, anche i piatti toscani. 

Gli avanzi finirono nel grande frigorifero della veranda.

Il giorno dopo i militari me li chiesero per la cena.

Non li ho, dissi, sono nel frigorifero della signora.

Ma noi non li abbiamo visti.

Chiedemmo alla signora, che ci disse un po’ scocciata che li aveva buttati via perché non si fidava mica, lei, a mangiarli anche il giorno dopo.

I ragazzi ci rimasero male ma fu offerto loro in cambio del pesce fritto, che almen l’era stato fato alòra.

Ci rimasi male anch’io, ma era inutile discutere.

Avevo capito bene che non si poteva andare contro la legge del bagno in camera né contro quella del pesce fritto.

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Il barista-imbianchino

Quando stavamo in Campolungo a un certo punto mamma e babbo decisero di imbiancare la casa. Mamma scelse di fare le stanze colorate: verde la nostra camera, carta da zucchero lo studio e il bagno, salmone il salotto e il corridoio. 

L’imbianchino fu consigliato a babbo dagli amici di Borgo. O forse fu lui stesso a proporsi. Faceva il barista in Santa Caterina e aveva bisogno di arrotondare. 

Babbo disse, certo che così si prende a scatola chiusa, ma tutti dicevano che era tanto un bravo ragazzo.

Fu così che Pietro divenne il nostro imbianchino. Ai miei occhi di bambina Pietro sembrava già vecchio. Bassetto e tarchiato, aveva la testa rettangolare e una linea stretta al posto della bocca. Per cappello un foglio di giornale piegato a barchetta e una pioggia di zeta quando parlava. 

Però arrivava in moto e con un giubbotto di pelle nera.

Mamma aveva comprato diverse boccettine di plastica colorate e all’inizio il lavoro fu quello di trovare il tono e la concentrazione giusta per la tinta. 

Quando era al bar poi Pietro chiacchierava di noi.

Allora, come va a casa di Asvero? gli chiedevano.

Troppe suppellettili, troppe suppellettili, si lamentava.

Le parole uscivano come schioppettate dalla bocca stretta.

Gli amici poi lo riferivano a babbo e a cena ci divertivamo a fare il verso a Pietro. 

Quando si trattò di preparare la tinta per il salotto e il corridoio, Pietro si dovette adeguare alle richieste di mamma.

Poi si sfogava con i clienti del bar.

Tutto aranzone, fanno tutto aranzone. Non hanno gusto, niente gusto.

In salotto c’era un mobile pensile con i bicchieri regalati a babbo e mamma per il matrimonio. Il servizio Napoleon da brandy, le coppe alla veneziana, ogni bicchiere di un colore diverso e i fregi d’oro, con una coppa più grande. I cristalli da whisky, quelli da vino. Nello scompartimento centrale c’erano i liquori. Aperol, J&B, Strega, sambuca, Stock 84, il vermouth Martini, il gin Beefeater. 

Dopo aver dipinto la stanza tutta aranzone Pietro riappese il pensile e disse a mamma che poteva rimetterci dentro bottiglie e bicchieri. 

Senza tasselli? Disse mamma. È sicuro che quei chiodi reggono?

Signora, tranquilla. Può dormire fra due guanzali. 

La mattina dopo, appena sveglia, babbo mi chiese se durante la notte avevo sentito niente.

No, perché?

Beata te che c’hai il sonno pesante. Vai in salotto a vedere che è successo…

Il pensile era a terra in mezzo a un oceano di vetri rotti e una brodaglia alcolica e appiccicosa. Non si salvò nulla.

Meno male potevamo dormire fra due guanzali, disse mamma. 

Ripulimmo tutto e buttammo via i cocci. 

Per fortuna il mobiletto, in robustissimo tek, si era salvato, a parte una piccola sfaldatura nel legno sul davanti e gli sportelli in vetro che erano andati in frantumi. 

Prima ho sentito un botto, bum, diceva babbo, e subito dopo un altro, sbram. 

Il pensile, abbastanza lungo, era caduto infatti prima da un lato e subito dopo dall’altro.

E nel mezzo il tintinnio dei vetri. 

Non ricordo come andò a finire con Pietro ma so che da allora la storia del tutto aranzone e può dormire fra due guanzali è entrata a far parte delle leggende di famiglia e ancora oggi, a distanza di anni e anni, continuiamo a riderci su.

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La moka di Alex Nannini

Un anno fui invitata a pranzo da Alex Nannini con altri giornalisti nella casa di Belriguardo. Era l’occasione per lanciare il suo marchio di caffè con l’apertura di alcuni negozi, da quello di Firenze a uno perfino a Giacarta. 

Venni via con un regalino, una moka gialla griffata Caffè Nannini, due tazzine e una confezione di caffè. 

Il caffè all’epoca lo bevevo americano, per cui la moka non la usavo. Così anche in famiglia dove l’unico che beveva caffè, ma liofilizzato, era babbo.

D’estate risalii nel profondo Nordest per un altro contratto di lavoro in una città dove non ero mai stata prima di allora. Un’amica mi suggerì di coabitare con una tipa che lei conosceva e che stava da sola in una bella casa in centro. Il fidanzato disse, ma no dai, non può trovarsi bene con una persona così. Ma l’amica spiegò che la tipa aveva intenzione di passare l’estate in Australia per cui per la maggior parte del tempo sarei rimasta sola.

Alla fine ebbe ragione il fidanzato dell’amica. Credo che mi salvai solo per gli orari di lavoro, come al solito molto lunghi. 

Con la tipa non era facile parlare. Le chiedevo quanto dovessi darle di contributo casa e lei non diceva niente. Faceva giusto un risolino. Alla domanda ma te quando parti per l’Australia, rispondeva in maniera vaga. Non mi disse nemmeno che da un giorno all’altro la mia camerina sarebbe stata distrutta da alcuni lavori di ristrutturazione e io sarei finita a dormire in salotto senza un posto dove tenere le mie cose. Intanto a causa della polvere fui costretta a tenere le mie valige tra la macchina e il terrazzo per un mese. Avevo comprato anche diversi vestiti nuovi che rimasero nel sacchetto del negozio, nel bagagliaio dell’auto, finché alla fine dell’estate non ritornai in Toscana.

La tipa beveva molto caffè e lo faceva con la moka. Pensai di regalarle quella che mi aveva dato Alex Nannini, credendo di farle un piacere. Era così carina, smaltata di un giallo pallido. 

Un giorno la sentii al telefono che parlava di me ridacchiando perché ero una che riciclava i regali.

Normalmente, quando rientravo la sera stanca dopo il lavoro, trovavo la casa piena di gente. Lei mi esibiva come l’amica toscana e ci teneva che pronunciassi le parole come facciamo noi.

Ero diventata la sua scimmietta per gli ospiti e non potevo nemmeno salutare e andare a letto, perché non avevo più una camera. Dovevo aspettare che fossero andati via tutti.

Alla fine, dopo tante risposte vaghe, la tipa mi confessò che il progetto Australia era più complesso di quanto avesse creduto e che non era facile trovare una sistemazione economica per alcuni mesi.  

Te la trovo io, le dissi.

Scrissi qualche email ai contatti australiani dell’associazione scambio casa di cui facevo parte e in pochi giorni rispose una psicologa che la avrebbe ospitata gratuitamente per tutto il tempo che voleva senza pretendere nemmeno lo scambio in Italia. Non era stato difficile.

Finalmente partì e io potei rilassarmi un po’ nelle ultime settimane che mi rimanevano.

Prima di andare via la tipa mi disse che per ogni problema avrei potuto rivolgermi a un suo amico fidato, quasi un fratello, che sarebbe passato comunque ad annaffiare le piante.

Disse anche che avrei potuto dormire nella sua camera, anziché nel salotto, come ero costretta a fare dopo l’abbattimento dei muri. Era pur sempre un passo avanti, anche se arrivava nel momento sbagliato dal momento che non avrei più trovato gli ospiti serali al mio ritorno a casa.

Quando finalmente finii il lavoro e potei partire mi organizzai per lasciare la casa in ordine e la biancheria pulita. La mattina feci il bucato e tesi le lenzuola sul terrazzo. Il piumone lo avevo già portato in lavanderia, dovevo solo passare a ritirarlo. La bici la avrei messa in cantina come mi aveva mostrato la tipa un po’ di tempo prima.

Il caso volle che la mia partenza cadesse proprio nel giorno del santo patrono della città per cui trovai la lavanderia chiusa e non potei ritirare il piumone. Accadde anche che mi persi nel labirinto degli scantinati e fui costretta a lasciare la bici nel corridoio del condominio sbagliato, riuscendo a malapena a ritrovare l’uscita. Provai a suonare qualche campanello per rientrare ma nessuno mi aprì il portone. 

Nessun problema, pensai. Tanto lei sarebbe tornata dopo qualche settimana, nel frattempo l’amico fidato quasi un fratello avrebbe risolto tutto. 

Gli scrissi un messaggio chiedendogli se poteva pensare lui a stendere le lenzuola, ritirare il piumone e rintracciare la bici rimettendola nel condominio giusto. Certo, tranquilla, penso a tutto io, rispose.

Poi, sistemate le mie cose in Toscana, partii per San Francisco con un amico.

Fu lì che scoprii che la tipa mi aveva scritto un’email. Solo vedere il suo nome mi riportò a galla il gelo e il disagio vissuti quell’estate da lei, per cui chiesi all’amico se per favore la leggeva lui.

Ti odia, mi disse.

Alla fine venne fuori che l’amico fidato quasi un fratello non aveva fatto assolutamente niente di quello che gli avevo chiesto di fare. Per cui la tipa era tornata a casa e aveva trovato le lenzuola tutte avvolte ai fili dello stenditoio in terrazza a causa di un mezzo tornado. In più era rimasta senza bici e piumone, che aveva dovuto rintracciare da sola.

Dispiaciuta per questa catena di contrattempi le spedii un assegno di mezzo milione di lire come risarcimento, ma qualche tempo dopo me lo ritrovai nella posta senza nemmeno un biglietto.

Meglio così.

Rimpiango solo di averle lasciato la moka di Alex Nannini.

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La strada dei ricordi perduti

Andando avanti lungo la Cassia, dopo aver girato per Pian del Lago, un altro ricordo mi tiene inchiodata a quello stesso periodo di trent’anni fa.  

Una domenica mattina in redazione arrivò la notizia che quattro ragazzini non erano rientrati a casa dalla discoteca. 

I genitori avevano percorso la strada avanti e indietro più volte, temendo che fosse successo un incidente, ma non avevano visto la macchina da nessuna parte. 

Anche i poliziotti si erano convinti che quei ragazzi avessero preso una direzione diversa, magari per fare un giro lungo chissà dove o forse per scappare di casa e vivere qualche giorno di libertà in qualche posto lontano.

A Bologna, per esempio, dove venne fuori che uno dei quattro avesse dei contatti.

Sulla macchina c’erano tre ragazzine, due delle quali sorelle, e un ragazzo, l’unico maggiorenne, che era alla guida. 

Man mano che passavano le ore e dei ragazzi nessuno sapeva niente (erano tempi senza internet e cellulari), si facevano strada tante ipotesi.

Alla fine anche in redazione parve prevalere quella della fuga. Tantopiù che il ragazzo sembrava essere un po’ particolare, disse qualcuno che lo conosceva. Bravo eh, niente da dire. Ma magari aveva delle tendenze diverse. E quindi, chi meglio di lui avrebbe potuto convincere le ragazzine a seguirlo nei suoi giri alternativi, o magari addirittura obbligarle, con la scusa che la macchina era la sua? 

O forse avevano fatto solo finta di andare in discoteca ma si erano preparati, tutti d’accordo, per fuggire altrove. O magari erano andati veramente in discoteca, dove diverse persone in effetti li avevano visti, con l’idea di continuare la serata in qualche posto più stimolante, con l’aiuto di qualche sostanza. 

Gli elementi per costruire storie fantasiose c’erano tutti. La discoteca, il sabato sera, il presunto uso di sostanze stupefacenti, le misteriose inclinazioni del ragazzo, la supposta ingenuità delle ragazze. Una fiera dei luoghi comuni in cui purtroppo chi si occupa di cronaca, ma anche gli stessi inquirenti, talvolta tende a sguazzare un po’ troppo. 

La domenica si chiuse con un enorme punto interrogativo. Ma intanto le ricerche erano state avviate e qualcosa sarebbe venuto fuori, prima o poi. 

La mattina dopo, lunedì, un artigiano si recò al lavoro sul suo camioncino alle prime luci dell’alba, quando i campi e le strade erano ancora velati dall’umidità della notte.

Il signore era ben sveglio e attento alla guida. Giunto in prossimità di una curva che butta sulla destra, notò sul manto stradale i segni del passaggio di un’auto resi evidenti dalla rugiada. La cosa gli apparve strana perché il percorso di quelle ruote sembrava andare direttamente dall’altra parte, come se il conducente non avesse visto la curva e avesse continuato andando a diritto, senza nemmeno frenare.

L’artigiano fermò il suo furgoncino sul lato della strada, scese e andò a dare un’occhiata. 

Le impronte degli pneumatici si interrompevano sul ciglio. Sotto, c’era il greto del fiume, una sorta di antro spettrale invaso dalla vegetazione. Laggiù, sotto di qualche metro, c’era un’utilitaria sospesa con il muso in picchiata, trattenuta dalle piante. 

L’uomo chiamò subito la polizia. L’auto fu recuperata. Purtroppo, nonostante il fitto strato di vegetazione che aveva attutito la caduta, i quattro ragazzi erano tutti morti.

Il mistero alla fine era stato svelato e la realtà, purtroppo, si era dimostrata più semplice, quasi banale, rispetto alle insinuanti ipotesi della domenica.

Io non ho mai smesso di chiedermi, come facemmo tutti allora, quando quei ragazzi fossero morti e se, trovandoli prima, avrebbero potuto essere salvati.

Oggi in quel punto, dopo tanto tempo, qualcuno mette ancora un mazzo di fiori.    

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L’incidente sulla vecchia Cassia

È successo più di trent’anni fa, ma appena ho fatto quella curva, il paesaggio intorno rimasto immutato, mi sono ritrovata di colpo a rivivere quel giorno terribile.

Il giorno del mio primo incidente mortale. 

Il capo disse che era l’ora che cominciassi anche io a seguire la nera, mi sarebbe servito per l’esame da professionista, e quella era l’occasione giusta. Un frontale sulla Cassia poco prima di Monteriggioni, venendo da Siena. Più o meno all’altezza della discarica abusiva di copertoni.

Partii. I due ragazzi venivano da Colle, più tardi avrei saputo anche i nomi, ma per fortuna, pensai, non li conoscevo. Il cassettino dell’auto, vicino all’accendisigari, era pieno di un liquido rosso. Sangue, come il rosso che era ovunque, sui sedili, dappertutto.

Presi i dati dai carabinieri, com’era successo, quando, la direzione delle auto coinvolte. Nel frattempo era arrivato anche il fotografo. Dopo un po’, come gli altri colleghi, tornai in redazione.

Dalle scrivanie fioccavano consigli. Fai così, non dimenticarti di citare il tale. Precisa che sono intervenuti i carabinieri. E i vigili del fuoco.

Intanto c’era da scoprire chi fossero i due e da trovare anche le foto.

La ragazza lavorava in un negozio di frutta e verdura, il ragazzo era un aiutante. Arrivarono le “testine”, come si dice in gergo giornalistico. Il nome della ragazza non mi diceva molto ma il viso sì. 

Una telefonata dietro l’altra riuscii a capire chi era.  

Era successo poche settimane prima. Una sera uscii, era già buio, e andai nel nuovo negozio di frutta e verdura in piazza Nuova, quello grande. 

Quando arrivai a pagare la ragazza mi disse, te non sei di Colle, vero? 

E io, certo che lo sono. Perché?

Perché sei diversa, mi disse, non ho visto nessuno come te fino ad ora.

Non so a che cosa si riferisse, di preciso. Ma ricordo perfettamente come ero vestita. Un lungo cappotto marrone di panno e un basco, sempre marrone, con una piuma, regalo di compleanno dei miei amici. 

Il commento di quella ragazza mi rese felice, mi fece sentire internazionale, una cittadina del mondo come avrei voluto essere, e tornai a casa con il cuore più leggero.      

Era terribile che fosse andata a finire così.

Qualche giorno dopo sentii un collega che rispondeva al telefono e faceva il mio nome. Oddio, ora che c’era?

Anche se me lo sarei dovuto aspettare con tutte le telefonate di protesta che ricevevano gli altri per ogni articolo di nera che scrivevano.

Il collega diceva, io la ringrazio a nome del giornale, ma di solito queste cose non si fanno.

Posso dirlo alla collega, a voce, ma niente più.

Ero tutta orecchi ma non riuscivo a capire che cosa stesse succedendo.

Messo giù il telefono, mi spiegò.

Era un parente della ragazza, mi disse. Voleva far pubblicare un articolo per ringraziarti per come l’avevi descritta bene. Per loro leggere il tuo articolo è stata una consolazione nel dolore e volevano farlo sapere a tutti.

Era vero. Non avevo sentito nemmeno io una cosa del genere prima di allora. Una punta di orgoglio si insinuò nella tristezza che la telefonata mi aveva risvegliato e la conservai nel cuore, insieme a tutto il resto. 

Dice, continuò il collega, che se non si può scrivere l’articolo, avrebbero piacere che tu passassi da uno dei loro negozi perché si vorrebbero sdebitare.

Non lo feci, come mio solito. Sarebbe stato troppo imbarazzante andare a riscuotere un merito sulla morte della ragazza. 

Parecchio tempo dopo però, mi capitò di passare per comprare qualcosa. C’erano due ragazze, le sorelle. E allora glielo dissi, chi ero.

Fu una piccola festa. Anche loro mi dissero la stessa cosa che mi aveva riferito il collega. 

Conserviamo il tuo articolo perché con le tue parole ce l’hai fatta rivivere.

Finì tutto con un abbraccio, qualche lacrima ricacciata indietro e un enorme sacchetto di aglio e peperoncino essiccati (al tempo si usava) che mi vollero regalare.

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Il motoscafo

Il giorno che doveva arrivare il motoscafo eravamo tutti in spiaggia ad aspettare. Io, con mamma e Paola, e zia con il mio cugino. Babbo e zio si erano fatti accompagnare in macchina a Follonica per arrivare a Punta Ala via mare.

Alle elementari e alle medie le vacanze estive le passavamo in campeggio in una roulotte che avevamo a mezzo con zio. A luglio partivamo noi, prendevamo posto nella piazzola, montavamo la veranda e il cucinino, e rimanevamo tutto il mese. Ad agosto arrivava zio, con la zia e il mio cugino, e ci davamo il cambio.

Quell’anno fu deciso di comprare un motoscafo. 

Era una grossa novità. Babbo e zio presero la patente nautica in un qualche lago del Settentrione. 

Babbo diventò amico di Amedeo Duca d’Aosta che frequentava il corso insieme a lui e che gli disse, Asvero, chiamami per qualsiasi cosa dovessi avere bisogno. 

La barca era una specie di grossa vasca da bagno in vetroresina, piatta, bianca dentro e gialla fuori, con due panche in legno in orizzontale e un paio di sci d’acqua in dotazione con cui mi sarei divertita negli anni a venire.

Il giorno che doveva arrivare il motoscafo cominciò come una bella giornata di sole, ma il tempo virò ben presto con il cielo che si faceva sempre più grigio e le onde del mare che si alzavano spinte dal vento.

Noi, seduti in spiaggia, aspettavamo fiduciosi di vedere comparire la barca all’orizzonte.

Il tempo passava però e non si vedeva niente. Cominciava anche a fare freddino. Mamma e zia dissero che forse sarebbe stato meglio prenderlo un altro giorno, il motoscafo. Ma restavamo lì ad aspettare e nessuno si muoveva.    

Aspettavamo. Aspettavamo la barca, qualsiasi cosa. Una telefonata, una notizia. 

Perché piangi, mamma?

Perché mi è entrata la sabbia negli occhi. 

A un tratto era diventato tutto grigio, il cielo, il mare e dentro di me.

Stavamo lì, in spiaggia, a guardare il mare, e aspettavamo.

Non ricordo se fu mamma o zia, ma qualcuno andò in direzione per fare una telefonata al venditore del motoscafo. Disse che erano partiti da un bel po’.

Ma noi non li vedevamo arrivare, mentre il mare si trasformava in un ammasso di onde scure e cadde anche qualche goccia di pioggia.

Eravamo sospesi, incapaci di muoverci o fare alcunché se non aspettare.

Aspettare e sperare.

D’un tratto, nel mare plumbeo si stagliò una macchiolina gialla.

Erano loro o volevamo solo che lo fossero?

La macchiolina, in effetti, si avvicinava a riva nella nostra direzione.

Almeno quando riuscivamo a vederla, dietro alla muraglia delle onde che si alzavano dense. 

Sono loro, gridò mamma, seguita subito da zia.

Ma eravamo sicuri? Non riuscivamo quasi a crederci.

A noi bambini bastò un attimo per cancellare la nebbia dal cuore.

Erano loro. Arrivati alla boa scesero dalla barca e con l’acqua alla coscia la tirarono fino a riva con una cima. Erano completamente fradici.

Babbo cominciò il racconto, buttandola sul ridere. Erano partiti da Follonica con il sole ed erano sicuri che ce l’avrebbero fatta prima che peggiorasse. Ma non era stato così. Il mare aveva cominciato a muoversi sempre di più, il vento soffiava contro, ed era difficile procedere in direzione lineare.

Babbo disse che la tentazione per chiunque sarebbe stata quella di seguire le onde. Invece no, le onde andavano affrontate e spezzate di prua. Anche questa era una lezione appresa al corso con il Duca d’Aosta.

Qualcuno arrivò perfino dalla direzione del campeggio ad accoglierli, insieme al bagnino, tutti preoccupati.

Qualcuno disse, mare forza sei. Eh, in certi punti anche di più, disse qualcun altro.  

Non avevo mai sentito quell’espressione, prima di allora, ma nei giorni successivi divenne familiare, insieme a parole come cima e mezzo marinaio.

La barca fu issata a riva e spinta nella rimessa accanto al barrino. Babbo e zio andarono a cambiarsi. Non era rimasto niente di asciutto, nemmeno un fazzoletto. 

Babbo indossava un costume da bagno nero con un taschino interno dove teneva i soldi.

Quando tornammo alla roulotte, al filo dei panni c’erano stesi anche dei fogli da mille lire, la carta di identità e la patente nautica, fissati con le mollette da bucato.  

Rimasi incantata a guardarli, come si fa con i titoli di coda di un film che ci ha fatto stare con il fiato sospeso.

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Il gattino siberiano

Qualche anno fa abbiamo cominciato a vedere un gatto nuovo, un altro, girellare nei campi sotto casa. Un giorno che ero andata giù con mamma per sistemare la pompa dell’acqua, abbiamo chiesto al rumeno se fosse suo.

Disse di no, che anche lui lo vedeva girare da un po’, che gli aveva dato dell’acqua e qualcosa da mangiare, ma non era suo.

Il gatto era bellissimo e molto dolce, si faceva avvicinare senza problemi e aveva un pelo di seta. Di sicuro aveva una famiglia da qualche parte.

In ogni caso, poco tempo dopo salì fino a casa nostra. Così toccò a me mettergli un ciottolino con l’acqua e un altro con il cibo e tenerlo alla larga dagli altri energumeni felini di casa. 

Fosse stato per me, l’avrei tenuto senza pensarci due volte. Mamma invece cominciò a martellarmi: questo gatto deve andare via, scrivi un appello per cercare i padroni, se non ci pensi te lo fo io ma lo metto nel bosco. E così via.

Qualcuno mi disse che in un certo ambulatorio veterinario c’era un appello per un gatto simile. Ci andai ed era vero. Cercavano proprio lui.

Un gatto siberiano.

Chiamai subito il numero indicato e, dalla descrizione che feci a un incredulo proprietario, sembrava proprio che fosse il gatto giusto. Poi misi giù e, come al solito in ritardo, pensai: azz, un gatto siberiano!

Uno di quei gatti che possono stare con gli allergici al pelo di gatto, uno di quei gatti che i figli di mia cugina vorrebbero comprare e per questo mettono da parte cinque euro su cinque euro per arrivare a mille.

Che bella sorpresa sarebbe stata per loro! 

Finita la telefonata tentai di rientrare in macchina, ma ero rimasta chiusa fuori. Era bastato che scendessi per guardare dentro all’ambulatorio lasciando dentro le chiavi che per qualche motivo erano scattate le chiusure automatiche. 

Meno male che avevo il telefono con me.

Richiamai il probabile proprietario del gatto e ci accordammo perché, dopo essere passato da casa mia a vedere se il micio era proprio il suo passasse nel posteggio del veterinario per aiutarmi a riaprire la macchina. 

Finalmente arrivò, su un grosso suv. Era un padre giovane con un bambino di sette-otto anni al fianco, con il gatto stretto in braccio.

Abitavano in un altro comune ma in linea d’aria la loro casa non era molto distante dalla nostra. Era più che plausibile che il gattino si fosse allontanato per qualche motivo e, solo attraversando alcuni campi, fosse arrivato direttamente fino da noi. 

I siberiani, mi disse il padre, in realtà erano due, entrambi cuccioli. Un giorno la famiglia era rientrata a casa e non li aveva più trovati.

Uno era ricomparso una settimana dopo, in un posto non molto lontano. L’altro invece, cioè il “nostro”, mancava ormai da una quindicina di giorni e avevano quasi del tutto perso la speranza di ritrovarlo.

Potevo immaginare la loro felicità. E la loro gratitudine, anche.

Mentre il babbo trafficava con la mia auto per riaprire lo sportello, mi avvicinai al bambino che teneva il gattino stretto in braccio. 

  • Fammelo salutare un’ultima volta, bello lui.
  • È di razza purissima, fu la risposta, abbastanza bizzarra, del bambino.

Mi feci dire il nome, un’inutile accozzaglia di lettere che mi sforzai di dimenticare subito.

Poi ci fu una metamorfosi. Il piccolo viso si trasformò in una maschera, i muscoli del collo e la mascella tutti tesi e la bocca contratta in un ghigno da grande.

  • Sono stati i vicini a portarlo via… lo so io, lo so, disse alzando il mento a rafforzare la sua accusa.

Non trovai alcuna parola con cui rispondergli.

Intanto il gattino si faceva accarezzare, morbido e rilassato. 

  • Ora però deve bere, ha sete. È tanto che non beve, disse ancora quel bimbo.
  • Come lo sai?, gli chiesi.
  • È fuori di casa da tanti giorni, ora deve bere e mangiare sennò muore.

Mi stavo innervosendo.

  • Ma guarda che a casa nostra ci sono altri gatti ed è pieno di ciotole di acqua e cibo, e lui ha mangiato e bevuto ogni volta che ha voluto. E anche quelli del campo di sotto che lo avevano visto prima di noi gli hanno dato da bere e da mangiare…, dissi con il tono metallico della rabbia trattenuta.
  • Ora devo chiudere il finestrino perché sennò scappa di nuovo, disse il nostro piccolo eroe, stringendo ancor più la povera bestiola a sé.

Ecco, se c’è una buona azione di cui mi sono pentita è questa. Anche se, a dire il vero, essendo cresciuta con la sindrome da Giovane Marmotta, di buone azioni di cui pentirmi ne ho collezionate un bel po’. In ogni caso sarebbe stato meglio telefonare ai bambini di casa e dire loro, ho trovato il gattino che cercate. Avrei avuto più soddisfazione. Probabilmente anche per il micio. E lo avrei chiamato Ivan, al posto di quel nome ridicolo da gatto di pezza.

Accanto al cartello del micio siberiano, nello studio veterinario, ce n’era un altro, di un gatto comune che si era perso, i cui proprietari promettevano una ricompensa per chi li avesse aiutati a ritrovarlo.

Il siberiano invece è stato riconsegnato gratis e senza un grazie, dopo essere stato accudito per giorni e pure con l’impegno della ricerca dei padroni.

La mia solita fortuna.

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Il Tarallo d’Oro

Un inverno, tanti anni fa, andammo a sciare sul Plan de Corones. Partimmo con il furgone della mia amica, io, lei e una coppia di amici romani. Avevamo prenotato due camere in un garnì di Riscone. Quando arrivammo, io e la mia amica scegliemmo la prima che ci fu mostrata, con gli armadi dipinti alla tirolese sul verdino con i fiori colorati. Ho saputo in seguito che l’altra coppia c’era rimasta male e che quella camera sarebbe piaciuta a loro.

La mattina facevamo le solite colazioni pantagrueliche da montagna, ingurgitando tutto quello che era possibile prima di scoppiare: latte e cereali, yogurt, marmellata di mirtilli, krapfen. Poi ci servivamo al tavolo dei salati e preparavamo dei panini con formaggi e affettati che nascondevamo nello zaino per mangiarli a pranzo.

Quindi ci dividevamo, io e la mia amica agli impianti di risalita, l’altra coppia agli anelli di fondo.

Non sono mai stata una grande sciatrice, in ogni caso quell’anno prendemmo anche un maestro. Uno io, che ero più scarsa, e uno la mia amica, molto più brava.

C’era un’ovovia, o qualcosa del genere, che portava a San Vigilio di Marebbe e attraversava il paese sovrastandolo dall’alto. Ma anche per gli impianti di risalita non ho mai avuto una particolare passione.

In ogni caso la vacanza andava avanti. La sera, dopo cena, ci sedevamo ai tavoli dell’albergo e giocavamo a nomi, cose, città. Una sera ci fu una discussione con il ragazzo della coppia per una parola che avevo scritto io. Fra le categorie avevamo messo anche feste e manifestazioni. Era uscita la T e io avevo giocato il Tarallo d’Oro.

  • E questo che sarebbe? disse lui.
  • E io: una manifestazione pugliese.
  • Secondo me non esiste, io non ne ho mai sentito parlare.
  • Vabbè, che c’entra. Vuoi che in Puglia non ci sia un Tarallo d’Oro da qualche parte?
  • Ah, ma te la sei inventata. Non la conosci nemmeno te.
  • No, ma è possibile che ci sia.
  • Eh, ma così non vale… Ognuno allora può inventarsi qualsiasi cosa.  

Insomma, alla fine venimmo a patti, probabilmente avrò rinunciato al punto o me lo avranno assegnato per mettere pace, ma quella questione del tarallo rimase lì, ferma, sospesa a mezz’aria, mal digerita.

Un pomeriggio di cattivo tempo andammo a Brunico a pattinare sul ghiaccio. La ragazza della coppia, che pronunciava Brunìco con l’accento sulla i, a un certo punto cadde e si fece male a un polso. Proprio quella mattina avevo detto alla mia amica che cominciavo a sopportarli sempre meno. E se vogliamo dirla tutta mi riferiscono che lei cadde dopo che io mi ero girata verso di lei per commentare qualcosa della pista. 

Il marito la portò al pronto soccorso, alla fine si era proprio rotta il polso e ritornò con l’ingessatura. Però era contenta perché non aveva mai visto un ospedale così bello pulito e organizzato come quello di Brunìco e lei che veniva da Roma non aveva trovato le file al pronto soccorso e gli infermieri erano gentili e l’avevano visitata subito e bene e tutto quanto e se le fosse successo a Roma a quest’ora sarebbe stata ancora lì. 

Insomma, alla fine questo piccolo incidente separò un po’ di più le nostre strade perché mentre noi andavamo a sciare, loro si facevano dei giri nei posti vicini in cerca di occasioni vintage nei negozi di articoli sportivi.

Un giorno tornarono entusiasti per aver trovato una salopette blu di tessuto elastico impermeabilizzato con una stella alpina di filo sulla bretella. 

La lontananza del giorno allo stesso tempo rendeva più accettabile la frequentazione della sera. Io poi ero dispiaciuta in quanto mi sentivo anche un po’ responsabile di quanto era accaduto, fosse solo per il desiderio che avevo espresso. Quindi mi sforzai di essere un po’ più accomodante.

Un pomeriggio, verso la fine della vacanza, facemmo un giro a Brunico per scegliere qualcosa da portare a casa. Girammo per le strade del centro, visitammo i panifici, i negozi con i prodotti caratteristici, comprammo pretzel e speck.

A un certo punto, alzando gli occhi, vidi un’insegna in ferro battuto. C’era scritto: Il Tarallo d’Oro. Era una specie di alberghetto, piccolo e ben curato, come tutto in quello zone.

Non potevo credere ai miei occhi.

Riuscii a recuperare un po’ di fiato per urlare: guardate lassù! E scoppiare a ridere.

L’amico prese atto della cosa, ma volle comunque puntualizzare che non si trattava di una manifestazione e non eravamo nemmeno in Puglia.

Però era sicuramente un segno. Qualcuno osa forse pensare di no? 

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Una pazza a giro per Venezia

Oggi, se vado a Venezia, mi perdo come un Pollicino senza sassolini. Ma c’è stato un tempo, una venticinquina di anni fa, che non era affatto così.

Al termine della mia prima sostituzione a Mestre un collega mi disse, e ora che programmi hai? Potresti visitare la Biennale d’Arte, ti accrediti gratis e puoi andarci tutti i giorni che vuoi.

Lo presi in parola.

Armata di una piantina della città, con il mio accredito in borsa, partivo ogni giorno in treno da Treviso, dove abitavo, per scendere alla stazione di Santa Lucia. L’estate stava per finire e la luce già pronta all’autunno rendeva a Venezia i suoi colori.

Iniziai dai Giardini della Biennale, poi passai alle mostre sparse tra chiese e palazzi. La mia vacanza artistica si arricchiva di giorno in giorno. Esaurite le esposizioni della Biennale, continuai a marciare per calli e campielli, visitando tutto il possibile.

Il collega mi aveva raccomandato di non perdermi le Scuole Grandi, San Rocco, San Marco, i Carmini. E poi ricordati, mi disse, del Tiziano in Santa Maria dei Frari.  

I primi giorni dovevo studiare la cartina abbastanza spesso. Quando i cartelli indicatori mancavano o non segnavano quello che cercavo io, mi fermavo, spianavo la pianta della città e cercavo di capirci qualcosa. 

Un giorno mi si avvicinò un tizio, grassottello con pancia, stempiato sul bianco-grigio, abbigliamento casual, chiedendomi se avessi bisogno di una mano. Anzi, attaccò direttamente con may I help you? Gli dissi dove volevo andare e lui mi suggerì di seguirlo, mi avrebbe mostrato lui la strada. 

Intanto cominciò con le domande, come mi chiamavo, da dove venivo, se volevo bere qualcosa.

No, grazie. Vado di fretta.

Ma a Venezia non bisogna avere fretta.

Purtroppo per lui all’epoca ero una ragazza che correva sempre, voleva fare più cose possibili e non si stancava mai. Per cui lo salutai e, anche se dovetti insistere ancora un po’,  finalmente riuscii a togliermelo di torno. 

Dopo un po’ quell’intricato labirinto di calli cominciò ad avere meno segreti per me. Avevo i miei punti di riferimento e potevo girare per tutta Venezia senza perdermi, da Castello a Cannaregio. Avevo imparato anche dove erano i ponti per attraversare il Canal Grande. 

Furono giorni intensi, pieni di arte, di spuntini ai bar dei musei, di lunghe camminate, di corse per non perdere il treno, di biscotti veneziani acquistati nei panifici.

Ogni mattina decidevo dove sarei andata quel giorno, ma il programma poteva anche cambiare, aggiungendo un monumento scoperto per caso o consigliato da qualcuno.

Ero famelica. Non avrei voluto perdermi niente di tutta quella bellezza. Venezia mi ossessionava con i suoi canali, le sue pietre e i tesori nascosti. Di tutte quelle visite fatte di corsa come un bulimico di arte, rimangono pochi ricordi affastellati l’uno sull’altro. Su tutti la mancata visita alle Gallerie dell’Accademia (per fortuna recuperata pochi anni fa) per gli orari incompatibili con i miei folli giri.

Ripensando a quei giorni in laguna, oltre a vedermi camminare sostenuta e decisa verso la mia mèta, esplodono come piccoli flash delle immagini isolate.

Una volta, mentre scendevo dal campanile della Basilica sull’isola di San Giorgio, un frate mi chiese se ero americana. A malincuore risposi di no, al tempo ero fissata con gli Stati Uniti, ma la domanda almeno mi mise di buonumore.

Quando uscii dalla casa museo di Peggy Guggenheim, che da allora è uno dei miei posti preferiti al mondo, scoprii che aveva fatto seppellire i suoi cani tibetani in giardino, dove riposa anche lei. 

Un altro giorno invece ero all’imbarco di piazza San Marco quando sentii qualcuno che diceva, may I help you? Mi girai e vidi il tizio, grassottello con pancia, stempiato sul bianco-grigio, abbigliamento casual, che tampinava un’altra turista.

Si vede che doveva essere proprio il suo mestiere. Chissà se gli rendeva, e come.

In ogni caso, non mi sforzai nemmeno di reprimere lo scoppio di risa e dentro di me ringraziai per essermene liberata in un attimo.

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Il verso della rana

La prima volta che montai a cavallo fu a Sibari, nel maneggio dietro al campeggio, durante le vacanze di seconda o terza liceo. L’istruttore faceva parte del gruppo degli amici della spiaggia così venne abbastanza facile accordarsi per delle lezioni che potemmo fissare, però, solo dopo aver superato la strenua opposizione di babbo, che sosteneva si trattasse di uno sport troppo costoso.

Al primo incontro l’istruttore mise le mani a cestino, mi disse di appoggiarci il piede destro e di infilare, alzandomi, il sinistro nella staffa. Sempre da sinistra, si sale, mi disse.

Poco prima mi aveva brontolato perché ero passata dietro ai cavalli. 

Non farlo mai più, disse. Per fortuna non ti è successo niente. Ma posso raccontarti di uno che passò dietro a un cavallo mentre portava una sella in braccio, e il calcio, oltre a sfondare la sella, lo fece volare per dieci metri.

Non avevo ancora iniziato e già avevo maturato il senso dello scampato pericolo.

In ogni caso, misi il piede sinistro nella prima staffa, sedetti sulla sella e infilai anche il destro. 

Poi fu la volta delle briglie, come si tengono e come si tirano per determinare la direzione del cavallo. Subito dopo, con il cavallo tenuto per una lunga corda, mi fecero girare in tondo, per prendere confidenza.  

Il cavallo andava al passo e io cominciavo a imparare come si stava in sella, come si dovevano usare i muscoli dell’interno coscia (qualche anno dopo qualcuno mi disse che si chiamavano muscoli della verginità e che si usavano solo per andare a cavallo. Oltre che per difendere la virtù, naturalmente). 

Poi l’istruttore disse, ora passiamo al trotto.

Fai il verso della rana.

Continuavamo a girare in tondo e il cavallo camminava tranquillo.

Continua con la rana, così parte il trotto. 

Niente.

Andammo avanti ancora un po’ con il fai la rana, perché il cavallo non parte? Poi l’istruttore mi chiese, mi fai vedere come lo fai il verso della rana?

E io: waaaa, waaa, come la rana dalla bocca larga.

Ma no, non è così, disse. Il verso si fa arrotolando la lingua verso il palato e schioccandola. Prova.

A quel punto il cavallo partì e io dovetti imparare la difficile arte di adattarmi al suo ritmo senza battere troppe culate. 

Qualche giorno dopo, ero stesa su una sdraio a leggere un libro e babbo mi disse, o che hai combinato lì didietro? Mi guardai le cosce e vidi che erano completamente nere. Un unico enorme livido. Evidentemente sul ritmo del trotto c’era da lavorare ancora un po’. 

Un giorno mi vennero a cercare in campeggio. 

Eugenio ha chiesto di te. È a letto con la febbre a quaranta. 

Ma che è successo?

È caduto da cavallo e si è rotto un braccio. Ha battuto anche la testa ma niente di grave.

A sedici anni il mio istinto infermieristico era abbastanza sommerso. Altri istinti invece, legati anche al fatto che Eugenio era il ragazzo più bello del mondo con quei due laghi verdi al posto degli occhi, mi fecero correre a casa sua, dove lo trovai a letto, in semi delirio, circondato da servitori adoranti. Le operazioni erano dirette dall’inflessibile mamma, quella che anni dopo mi avrebbe fatto il terzo grado al telefono, rifiutandosi di darmi il nuovo indirizzo del figlio.

Che ci facevo io lì? 

Ermengarda, è arrivata Ermengarda, disse Eugenio. Ermé, siedi sul letto e stai qui con me.

Già, in quella vacanza calabra a un certo punto cominciai ad essere chiamata Ermengarda dopo che qualcuno durante le presentazioni aveva detto stupito, noooo, ma davvero ti chiami Simona? Non ci posso credere. 

Infatti mi chiamo Ermengarda, dissi io. E da allora…

Eugenio era il figlio di un commerciante di un paese vicino. Ai ragazzi del gruppo non piaceva. Troppo bello, troppo ricco, troppo di tutto. Con le ragazze il discorso era diverso.

Gli chiesi della caduta. Ma insomma, come è successo? Anche perché lui era bravo, mica uno che faceva la rana dalla bocca larga.

C’era stato uno scarto improvviso del cavallo, uno stivale si era incastrato nella staffa e lui era finito giù per terra.

Mi dissero che chiedeva sempre di me, così tornai diverse volte a trovarlo. La mamma preparava il tè e controllava dalla porta.

Qualche tempo dopo fu lui a telefonarmi dicendomi che sarebbe venuto a Siena con la gita della scuola. Quella volta ci trovammo in piazza del Campo, a Fonte Gaia. Io ero con un’amica, facemmo un giro, bevemmo una Coca e poi lo riaccompagnammo al pullman. 

Non l’ho più rivisto. E non ho più avuto il suo numero di telefono.

Non credo che la mamma fosse preoccupata tanto per le ragazze che giravano intorno al figlio. Ho sempre avuto l’impressione che si trattasse di altro, qualcosa di molto serio. L’ho sentita troppo guardinga al telefono. Terrorizzata, forse.

Non bastava che fossi l’Ermengarda di un’estate, quella che il figlio voleva accanto a sé mentre era bloccato a letto per la caduta da cavallo. Per evitare certi pericoli, immagino, serve ben altro.  

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