Incontro sulla Quinta Avenue

Camminavo con Luana sulla Quinta Avenue quando ad un semaforo vicino a Central Park sentimmo, Simona.

Io non mi girai. Luana invece al secondo Simona disse, cercano te. 

Si, figurati.

Simona, ancora.

Alla fine mi volto verso la voce e vedo M., un’amica del nordest. 

Si era fermata un giorno a New York per fare un giro nei musei. Poi sarebbe partita per il Messico dove l’aspettava il fidanzato.

Noi eravamo state al Guggenheim, lei arrivava dal Metropolitan. 

Mangiammo qualcosa insieme. Fu un bell’incontro. 

Ora anche io potevo vantare una di quelle coincidenze che sembravano succedere solo a babbo. Come quando, una volta che era in un ristorante a Pattaya, sentì chiamare Asvero. 

In quel caso si trovò di fronte proprio il cassiere che gli aveva cambiato la valuta per la Thailandia.

M. l’avevo conosciuta al giornale. Lei scriveva dal suo paese del nordest e io la chiamavo per mettere i suoi pezzi in pagina. In quella redazione li chiamavano tòcchi.

Xè rivà el tòco de Cióza? Che starebbe per Chioggia.

Una sera con un collega giornalista oggi piuttosto conosciuto, a cui allora affittavo una stanza di casa mia, andammo nel paese di M. a mangiare una pizza speciale con lei e altri suoi amici. Un viaggio lunghissimo che sembrava non finire mai. 

Della pizza invece non ricordo.

Anni dopo, nel mio girovagare, un’estate che lavoravo più a nordest del solito, andai a trovare M. a casa diverse volte.

Nel frattempo aveva avuto un bambino, un putto biondo che aveva fatto innamorare perfino me.

In quel periodo avevo una macchina cabrio, una Mazda X5 rossa con tettuccio nero e fari a palpebra di cui andavo molto orgogliosa. 

Il bimbo era piccolo ma la macchina sembrava che gli piacesse molto, così dissi, lo porto a fare un giro qui intorno.

M. disse forse è meglio di no, magari è pericoloso. E io, ma scherzi? Facciamo un giro breve e fra cinque minuti siamo qui.

Misi il bimbo sul sedile della macchina scappottata, feci un giro per uno, due chilometri, e tornai da M. 

Quella fu l’ultima volta che la vidi e che ci parlai.

Io continuai a cercarla ma lei non rispose più alle mie telefonate.

Solo anni dopo, ripensando alla successione degli eventi, ho ricostruito quella che potrebbe essere stata la causa della sua chiusura.

Sul momento non collegai il silenzio che venne dopo con l’episodio del bambino.

All’epoca vivevo le amicizie in modo tanto assoluto e viscerale che potrei non aver notato il suo disappunto. O non dargli il giusto peso. 

Consideravo, piuttosto infantilmente, ogni persona amica come una stella del mio cielo e non potevo concepire dissidi o malintesi che non si potessero chiarire e risolvere.

E poi c’era quell’incontro inaspettato a New York che, almeno per me, dava alla nostra amicizia un suggello speciale.

Chissà. Forse la ragione era un’altra. 

Una di quelle che non saprò mai.  

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Mestruazioni

Un tempo in Campolungo, dove la Gora era ancora scoperta, girando a destra si trovava la bottega delle donnine, due sorelle che vendevano fili, calze e bottoni. Mamma ci diceva, mi andate a prendere un filo da imbastire dalle donnine? 

Lì, se si era abbastanza grandi, si potevano comprare anche le mutandine igieniche.

La prima mestruazione l’ho avuta alle scuole medie, non ricordo l’anno. Me ne accorsi per caso andando al bagno, e pensai, ormai la tengo e vedo poi quando sono a casa.

Di questo sangue che usciva ne avevo sentito parlare dalle ragazzine più grandi, nei pomeriggi sedute sul muretto a cercare di capirci qualcosa. Tutto era sempre molto misterioso e confuso e soprattutto non c’entrava niente con l’altro mondo, quello dei babbi e delle mamme, con i quali di queste cose non si parlava.

Quando mamma tentò di spiegarmi io feci finta di non saperne niente. Misi su una faccia stupita, non volevo che ci rimanesse male.

In ogni caso nessuno mi aveva detto la cosa più importante. Che non c’era nulla da tenere. Mi avevano parlato degli assorbenti, ma probabilmente pensai che fosse una cosa in più, per sicurezza.

Negli anni del liceo con la mia famiglia andavamo al mare al sud. Un’estate andammo in Calabria, a Sibari. C’erano un sacco di ragazzi e si stava tutti insieme al bar, in spiaggia e la sera in discoteca. Roberta era la più bella, un po’ Carly Simon un po’ Jane Birkin. Veniva da San Giovanni, vicino a Milano. Diventammo amiche.    

Roberta aveva elaborato un sistema per parlare di cose legate ai ragazzi senza farsi capire dai grandi. Una scala complicata di numeri e parole che sembravano altro.

La cosa più semplice era che chi aveva le mestruazioni “cantava”, come in quella pubblicità in cui una tipa gorgheggiava tutta felice perché aveva le ali.

Così se una ragazza non faceva il bagno le chiedevano, oggi canti? 

Non ero ancora abbastanza grande per leggere Porci con le ali, che mamma aveva foderato con una carta da pacchi bianca per tenercelo nascosto e perché “la nostra vita sessuale non rischiasse di venirne distorta”.

La mela e il serpente di Armanda Guiducci però non era foderato. C’era questa donna in copertina con le gambe nude dalla coscia in giù e l’aria pensierosa e un po’ triste. 

Lo lessi prima di una vacanza in Calabria e scoprii le superstizioni che ancora resistevano al sud nei confronti delle donne mestruate.

Un giorno andammo in un paesino a fare la spesa e a me mancavano gli assorbenti.

Impressionata da quanto avevo letto, pensai di entrare nella bottega che vendeva generi alimentari e tutto il resto, controllare in silenzio gli scaffali e trovare l’oggetto misterioso. Mi chiesi se fosse il caso di rischiare con gli assorbenti interni o se avrei fatto meglio a comprare quelli normali.

Una volta dentro, mamma si girò verso di me e disse a voce alta, te non dovevi comprare gli assorbenti? Chiedi se hanno quelli che vuoi. 

Diventai viola, abbassai lo sguardo e le dissi a mezza voce, zitta, te non lo sai che ne pensano qui di queste cose.

Non ricordo in realtà alcuna reazione, fra la gente del posto. Ricordo solo la mia rabbia sorda. Nonostante mi reputassi di ampie vedute, una che si è sempre rifiutata di chiamare le mestruazioni con qualsiasi altro nome, avevo fatto un’orrenda figura da bigotta, incastrata malamente nel mio libro femminista.

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L’infinita storia dei cavi telefonici

Cronache amene di vita campagnola. O cronache campagnole di vita amena. Fate voi.
Dunque, fra febbraio e marzo festeggeremo un anno dai Cavi del Telefono a Terra Senza che Nessuno sia Venuto a Sistemarli Nonostante le Mille Chiamate.
A dire il vero il titolo della festa non è del tutto corretto perché una volta sono intervenuti senza trovarci, un’altra volta ci hanno trovato ma i pali erano marci ed era pericoloso salirci sopra, un’altra volta sono venuti a ricollegare un cavo che un uccellino ci aveva tagliato con il becco. E poi ci hanno telefonato un sacco di volte, dalla compagnia telefonica, per avvertirci che quel giorno sarebbero venuti a terminare l’intervento. E anche se alla fine non si è visto nessuno, almeno un po’ ci siamo sentiti considerati, ecco.
Qualche giorno fa, tornando dalla visita in ospedale per il piede, ho visto che i cavi erano di nuovo abbastanza giù. Non proprio a terra come questa estate ma abbastanza in basso perché un uccellino potesse tagliarli di nuovo con il becco. Ah ah ah, il becco. Ecco, lo so che non è da me ma stavolta la battuta triviale mi pare che ci stia bene.
Dunque, ho pazientato un po’, ho reimparato a poggiare il piede a terra, ho fatto due esercizi di fisio e poi ho passato tutta la notte, questa, a pensare come risolvere il problema. Stamani ho detto a mamma, vienimi a tenere la scala, che andiamo.
E sì, lo sappiamo che i pali sono marci e non ci dovremmo salire, per la nostra incolumità ovvio, ma se nessuno viene, nessuno risponde, insomma qualcuno ci dovrà pur pensare a ritirare un po’ in su quei benedetti fili.
Ora non la sto a fare lunga, s’è preso la scala, delle corde, le forbici, i guanti, dei bastoni lunghi con il gancio e siamo andate. S’è fatto proprio un bel lavoro, son contenta. Mi spiace un po’ per l’uccellino ma insomma, se proprio vuol tagliare troverà qualche altra cosa per il suo becco.
Poi proverò anche a chiedere il milleunesimo intervento, ma mi stressa meno fare da sola.
A un certo punto son tornata a casa di corsa perché mi ero dimenticata una cosa. Ho visto che c’era una confezione di acqua lasciata in strada, ho pensato la porto dentro, anzi no, lo fo dopo.
Poi finito tutto, siamo tornate su. Mamma con la macchina piena di legna e io a piedi con la scala. Davanti casa ho sentito mamma che diceva, accidenti c’era l’acqua, non l’avevo vista.
La confezione era orrendamente sfigurata, essendo rimasta incastrata sotto una ruota dell’auto. Ci sono volute più manovre per disincastrarla e poi subito dopo la corsa a cercare di salvare quello che si poteva.
E insomma, io mi cruccio sempre perché vorrei fare la scrittrice ma non ho mai un cavolo di fantasia. Però alla fine mi dico, con tutto quello che ci succede ci mancherebbe solo la fantasia. Anche.
E comunque ormai posso dichiarare guarito il piede.

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La chiave del gas

Nei miei anni vagabondi ho sempre avuto cucine con la bombola del gas, come a casa in Toscana peraltro. Credo di avere imparato a cambiarla alle medie quando d’estate sostituivo la commessa del negozio di zio alle prenotazioni del gas. Ricordo ancora quell’angolino infrattato in fondo a destra, le schede di cartoncino, il telefono grigio a rotella. L’uomo che portava le bombole a me sembrava vecchissimo e lento. Ma avevo gli occhi di una tredicenne. Quando non avevo chiamate seguivo il tennis in TV, erano gli anni di Panatta, Pietrangeli, Lea Pericoli, John Loyd e altri di cui mi sfugge il nome, tipo lo svedese che si sposò Loredana Bertè.
Quando non c’era la Coppa Davis giocavo con un computer, quello di zio era un negozio di elettrodomestici, sarà stato fra i primi ad averlo, credo, a quella specie di tennis, con i rettangoli bianchi su schermo grigio che muovevi avanti e indietro per parare il cerchio luminoso della pallina.
Il negozio era già nella vecchia sede delle poste, la stessa dove è ora. Dietro però c’era ancora la trattoria di Virio il cacciatore dove la mattina facevano colazione con le acciughe sotto pesto e un gotto di vino rosso. Qualche anno dopo, ormai al liceo, ci si sarebbero passati anche diversi pomeriggi a bere bicchierini di aleatico da poche lire.
Ma quello che più di ogni altra cosa mi è rimasto di Virio è l’odore che dalla sua cucina entrava in negozio, fin dalla mattina. Refoli di soffritti, minestroni e trippe che si sono impressi in modo indelebile nella mia memoria olfattiva. Risento quell’odore e più che rivedere la trattoria, rivedo l’uomo che portava il gas e lo associo a quel sentore persistente di minestrone. Rivedo il suo sguardo bovino, la sua tuta azzurra striata di macchie nere, la postura fiacca e risento il soffritto di Virio.
Tutto questo però poco c’entra con quello che avevo in mente quando ho iniziato a scrivere il post. La bombola del gas. Quando stavo a Belluno finiva sempre a Pasqua, a Natale o a Ferragosto. Una o due volte ho chiesto al tizio del gas se me ne mandava due di bombole, così non rimanevo senza.
Si è sempre rifiutato.
“Eh, ma poi non la sa mica mettere lei da sola…”

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Il mistero del ritiro del Giarre

E poi c’era quella storia del Giarre. Che cos’è il Giarre, chiesi al capo che mi diceva di controllare se fosse già arrivato.
Sostituivo un collega allo sport e mi muovevo fra quelle pagine come in una giornata di nebbia fitta sulle Langhe, cioè in un posto che non conosco in condizioni avverse e ostili.
Però ero una giornalista praticante e dovevo fare un po’ di tutto. Provare a fare tutto. Imparare a fare tutto. E tutto comprendeva anche lo sport.
Non ricordo chi fu l’anima buona, fra i colleghi, che mi spiegò che il Giarre era una squadra di calcio siciliana che veniva a fare il ritiro estivo in provincia di Siena, sull’Amiata mi pare.
All’epoca lo sport era una questione da uomini. Non che oggi sia tanto diverso, ma un po’ di meno probabilmente sì. In ogni caso c’era sempre un qualcosa di strano quando mi toccava farlo, un po’ per la mia insicurezza, un po’ per le battute, inevitabili, dei colleghi. Un po’ anche perché al capo piaceva mettere gli altri in difficoltà e vedere come se la cavavano.
Al tempo la scuola di giornalismo funzionava così e c’era solo questa. Forse giusto la Luiss, inarrivabile, a Roma.
L’estate successiva mi toccò sostituire il collega dello sport in ferie, per un periodo abbastanza lungo. Spettava a me organizzare le pagine, tenere d’occhio gli appuntamenti, coordinare i collaboratori. D’estate lo sport non era come nel resto dell’anno. Con i campionati fermi c’era da pensare a come riempire le pagine. Interviste, squadre in ritiro, calcio mercato.
La mattina divoravo la Gazzetta dello Sport e gli altri giornali della mazzetta sportiva che mi trovavo sul tavolo.
Cercavo qualsiasi cosa mi potesse servire, la ritagliavo e l’attaccavo sulla bacheca di sughero alle mie spalle.
Un giorno il capo, con l’aria di prendermi un po’ per il culo, disse. Son sicuro che il Giarre è già arrivato e te lo sei lasciato sfuggire.
E io. No, quest’anno il Giarre non viene da noi.
E te come fai a saperlo?
È scritto qui.
Sulla bacheca di sughero alle mie spalle era incollato un rettangolo di carta rosa con tutti i ritiri delle squadre che ci potevano interessare.
Da un qualche angolo della redazione qualcuno esclamò, con una certa soddisfazione, brava.

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Più che un sogno, un incubo

In questo periodo scrivo poco perché scrivere è ricordare (anche) e ora mi viene meglio dimenticare.
Però il sogno di stanotte provo a fissarlo.
Premetto. È da un po’ che faccio bei sogni, pieni di bella gente, di situazioni stimolanti. Solo che al mattino sfuma tutto. Qualche volta rimane una traccia, come una bava di lumaca, che si ricollega a pensieri e fatti pur restando irraggiungibile nella sua dimensione onirica.
Orbene. Stanotte io ho sognato Trump.
Non solo ho sognato Trump, ma egli era il mio ortopedico che, per curarmi la frattura del piede, mi faceva tagliare una fetta di osso alla caviglia. Un medaglione osseo, sì.
Solo che io non ero mica molto convinta che la cosa funzionasse, per cui c’era tutto un movimento che mi portava di qua e di là per cercare di fare guarire questo piede.
Che guariva. Miracolosamente.
Cioè, la caviglia risarciva ma mi rimaneva il medaglione in mano e che ci potevo fare se non rimetterlo al suo posto?
Allora, in un momento non c’era verso di farlo perché la pelle e tutto il resto si erano richiusi e per inserire l’osso avrei dovuto tagliare.
In un altro momento il processo di cicatrizzazione non era ancora terminato e io facevo in tempo ad inserire la fettina di osso come il prosciutto in un panino.
A un certo punto son finita pure nel mio ultimo posto di lavoro, dove accomodavano tutto, e mi aiutavano a risistemare il piede.
Trump però si incazzava.
Mi chiedo perché mi sia rimasto in mente questo coso qua anziché quelle belle avventure che mi facevano sentire più leggera per tutto il resto della giornata.
Ma così è.

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La bambina impertinente

Ogni tanto mi torna in mente quella bambina in braccio al babbo che a Pianosa mi indicava insistentemente con il dito.
Avrei voglia di sapere chi era e scoprire oggi, dopo sei anni, se ha patito dei traumi o chissà che.
Avremmo passato un giorno sull’isola piana e, in quell’estate arroventata io mi preparavo a passeggiare per almeno due ore su un terreno brullo e assolato. E con il divieto assoluto della dermatologa, dopo un serio intervento alla pelle, di prendere anche una lontana idea di un raggio di sole.
Mi preparai coscienziosamente.
Abito bianco di lino sbracciato, spolverino bianco di cotone leggero con manica a tre quarti. Cappello di paglia a larghe tese e, per finire, ombrellino dorato come una qualsiasi turista giapponese.
Se si considera che era un periodo che stavo da cani, che ero gonfia, grassa, non mi potevo muovere più di un bradipo senza essere colpita da dolori muscolari e atroci mal di testa, che potevo vantare l’espressione di un nasello bollito, tutta quella vestizione (che comprendeva anche altri elementi che ora non ricordo) non doveva produrre proprio un bell’effetto.
Io mi vedevo come la protagonista di un giallo di Agatha Christie, la terribile archeologa che viene uccisa in uno scavo in Iraq (o in Siria o forse Iran/Persia), strabordante e bardata all’inverosimile per difendersi dai colpi infidi del sole mediorientale.
La bimba era piccola e sicuramente mancante di riferimenti letterari. Forse giusto qualche cartone animato.
Mi indicò insistentemente col dito mentre eravamo in gruppo con la guida preparandoci alla partenza e il padre subito la distrasse.
Non ho idea di quale spiegazione possa averle dato del fenomeno che le stava davanti.
Immagino però l’innocente boccuccia pronunciare un’innocua frasetta.
Del tipo, papà papà, guarda! C’è Peppa Pig…

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Cose che capitano solo a me/1

Autogrill sul Grande Raccordo Anulare, sabato 10 ottobre intorno alle due.
Panino e birretta.
Chiedo al commesso che mi porge il vassoietto se può aprirmi la birra.

  • Certo, dice. Stappa e lascia il tappino sul ripiano.
    Io che non voglio perdermi nemmeno una bollicina, rimetto il tappo a pressione e ci appoggio sopra il bicchiere di plastica per portare tutto al tavolo.
    Sento un rumorino strano. Ploff. Ma non capisco da dove viene.
    Ah, ecco la mia birra senza più il tappo. Guardo un po’ in giro, Ma non lo vedo.
  • Mi scusi, dico al commesso. È sparito il tappo, non vorrei che fosse caduto fra i panini…
  • Sì sì, lo so. L’ho preso in testa.
  • Ma come…
  • Ero chinato in basso e mi è rimbalzato sul capo. Poi è caduto per terra. Per questo l’ho buttato via.
    Io. – Mi scusi. Ovviamente non volevo…
    Lui.- Non si preoccupi. Non le ho detto niente perché non avevo capito da dove arrivava.
    E sorrideva pure.
    Oltre ad avere la testa liscia.

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Di quando sono nata e di altre omonimie

Quando sono nata nonno Corrado voleva mettermi il nome di una santa. Rita era il suo preferito. Erano gli anni in cui imperversava Rita Pavone e io ero nata pel di carota. Mi mancava solo che mi chiamassero Rita.

Mamma era indecisa fra Monica e Simona. Monica fu scartato perché, essendo toscani, avrei patito per sempre un nome con la c aspirata. Simona invece non poneva di questi problemi. Poi, sempre secondo mamma, l’abbinamento con il cognome era armonioso. Stesso numero di sillabe. Simona Pacini aveva la musicalità di un Simone Martini. E, volendo cercare nell’archivio dei santi potevamo citare Simone detto Pietro, su questa pietra fonderò la mia chiesa e via dicendo. Così anche nonno era accontentato. 

A me piace chiamarmi Simona Pacini. Sono molto affezionata al mio nome. Peccato solo che non sia unico. Infatti ho un sacco di omonime. Una, che non conosco, proprio a Colle Val d’Elsa. Così ogni volta che ho a che fare con un ufficio pubblico devo snocciolare la data di nascita per distinguermi dall’altra. Mi piace molto anche la mia data di nascita, ma questa è un’altra storia.

Il fatto è che ci sono diverse Simona Pacini sparse in varie province della Toscana e in qualche modo la loro esistenza riesce a influenzare, seppur minimamente, anche la mia.

Dopo aver pubblicato il mio libro ho scoperto che un’altra Simona Pacini ha pubblicato una raccolta di poesie.

Un giorno ho ricevuto un’email da uno studio legale del nord della Toscana che mi aggiornava su una successione ereditaria. Non riguardava me.

Un’altra volta mi sono trovata in casella elettronica la cartella clinica di un’omonima che fra l’altro aveva un bel po’ di problemi di salute.

Stamani l’email di un altro avvocato, probabilmente lo stesso della volta precedente, che mi invia la perizia calligrafica sul testamento contestato.Il perito certifica che all’originale, in cui la de cuius lasciava casa e orto a due eredi, è stato aggiunto in seguito un terzo nome, scritto sempre con penna blu ma dall’inchiostro più pastoso e brillante, oltrettutto calcando sul foglio con forza maggiore rispetto al resto della scrittura. E insomma, non lo so, comincio ad appassionarmi alle vite delle mie omonime. La prossima volta magari nemmeno avviso dell’errore.

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A Clockword Orange, il segreto del meccanismo

Sono andata allo spettacolo di Firenza Guidi a Fucecchio invitata dal mio amico Walter che voleva che condividessi con lei un mio piccolo progetto.
In pratica avrei dovuto assistere alla rappresentazione per poter poi “rubare” uno, due minuti alla regista, alla fine della rappresentazione, prima dell’ultima replica.
Walter mi aveva parlato di Firenza Guidi come di un genio del teatro e in effetti, leggendo il suo curriculum, non ci sono dubbi che lo sia.
Sapere che fa grandi cose però non rende l’idea come assistere di persona alle grandi cose che fa.
Molte sono fatte all’estero. A Fucecchio però Firenza Guidi ogni anno propone Elan Frantoio, un laboratorio teatrale in cui mette in scena un suo soggetto con artisti provenienti da tutto il mondo per poi proporlo in tre serate, in cui continua a perfezionare lo spettacolo, al pubblico.
Quest’anno il soggetto era basato sul testo di Anthony Burgess A Clockwork Orange, Arancia Meccanica, del 1962, e sull’omonimo film di Stanley Kubrick, uscito dieci anni dopo.
Ricorderete la storia. Una banda di giovani annoiati cerca il brivido nell’Ultra violenza esprimendosi con un gergo giovanile molto particolare. Dopo una lunga serie di stupri e omicidi, il loro capo, Alex, si sottoporrà a un programma di rieducazione, la cura Ludovico.
La rilettura della Guidi, Clockwork, offre molti spunti originali.
Vado un po’ a caso.
Il ruolo delle donne, che sono vittime ma anche carnefici. Sarà una band femminile a uccidere lo Scrittore, riproponendo lo stesso comportamento dei maschi.
La rappresentazione. Arricchita da artisti circensi, fumi colorati, richiami a molteplici espressività e culture diverse, amplifica il messaggio (recitato anche nella lingua madre dei singoli attori) e allarga le potenzialità per piacere a diversi tipi di spettatori.
La scena. In movimento, con il pubblico che segue gli attori attraverso il parco Corsini e le zone intorno alla torre. Cambia la percezione dello spazio spettatore-attore, facendo entrare il pubblico nella scena e viceversa.
Il messaggio. Guidi mutua da Burgess e da Kubrick la riflessione che intende stimolare.
“Un essere umano che sceglie il male, si chiede il “drugo” Alex, è forse in qualche modo migliore di un essere umano a cui è stato imposto il bene?
Con Alex ci chiediamo: è meglio scegliere il male o fare il bene perché imposto dalla società? Perché alla fine è questo il meccanismo, il Clockwork, che investe i personaggi, pedine di un gioco violento e micidiale creato da autorità, da potenti che stanno più in alto che ridono e si fanno beffe di tutti loro.
Qual è la vera libertà di scelta, come salvare il libero arbitrio?”
Dopo la meraviglia e lo stupore suscitati dalla rappresentazione, in cui decine di artisti ballano e cantano, esibendosi in numeri acrobatici al cerchio o sospesi nel vuoto, rimane questo spunto su cui, accantonata la visione dei corpi atletici, dei costumi ispirati a Kubrick, con un pizzico di The Rocky Horror Picture Show, accantonate le musiche che sottolineano la rappresentazione, accantonata la freschezza degli attori e la loro energia, accantonata la passione della regista che guida il pubblico attento e divertito attraverso i meandri del parco fucecchiese, accantonato tutto questo, rimane appunto il messaggio su cui riflettere e trarre, in modo meno netto possibile (perché si sa, il bene e il male non sono temi da scartare come un pacchetto di patatine), le nostre conclusioni.
(E sì, alla fine ce l’ho fatta anche a “rubare” quel minuto)

1 settembre 2019

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