L’ultimo tratto di strada per arrivare a casa passa attraverso due costruzioni, quella altissima coperta di grigio dove stiamo noi e quella bassa dipinta di bianco. La grande casa dei contadini, due piani sopra la stalla, e gli annessi agricoli diventati casetta per gli ospiti.
In mezzo, un passaggio sterrato largo due metri e mezzo tre, una fila di vasi di aspidistra, un canaletto di scolo subito sotto al muro.
L’altra notte in quello spazio delimitato da due muri, uno spazio tra due case che non avevo mai pensato prima come chiuso, è rimasto intrappolato un fagiano. È successo dopo la mezzanotte.
Prima si è sentito un gran tonfo. Forse si era posato sul tavolo della terrazza facendo rimbombare la plastica. Quindi, a una serie di rumori confusi, si è pian piano sostituito un chioccolio metallico. Dalla finestra non riuscivo a capire che cosa stesse accadendo. Potevo intuire che sotto ci fosse un animale, qualcosa di grosso che si muoveva. Ma non ero in grado di vedere che animale fosse né che cosa stesse succedendo.
Prendo il telefono e una torcia e, indossato un paio di ciabatte, esco.
La prima cosa che vedo sono due gatti dall’espressione imbambolata: la mia Agathina, una vera jena capace di uccidere senza pentimento qualsiasi essere vivente le si pari innanzi nel raro momento in cui non è appisolata sui cuscini, e Felix, un altro clandestino arrivato chissà da dove, tozzo e bellissimo con il musetto bianco con un pallino nero di lato alla Cindy Crawford.
Se ne stavano entrambi sulla parte alta del vialetto, guardando con curiosità mista a una sorta di menefreghismo. Quando sono arrivata io, con i miei armamentari luminosi, mi hanno pure guardato con aria interrogativa.
Guardando in giù, proprio davanti alla porta della casetta, ho visto questo volatile. Piume marroncine a coprire un bel corpo rotondo, collare verde azzurro, capo piccolo e occhietti fissi, pareva che aspettasse qualcuno che stava su uno dei vasi di aspidistra. Forse la compagna era in difficoltà?
Riuscivo a vedere solo una macchia chiara che si stagliava contro il muro bianco, ma non capivo come fosse possibile che un uccello di quelle dimensioni potesse sostenersi su un mucchio di foglie.
In quel momento l’animale si è alzato in volo, ma ha sbattuto contro il muro di casa e forse anche contro la finestra, tornando giù.
Ho pensato che stesse male, che avesse un’ala ferita. Mi sono avvicinata piano piano, senza fare rumore.
Ho acceso la torcia e ho puntato il cellulare per fare una foto.
In quel momento il volatile si è alzato di nuovo in volo. Stavolta verso di me. È stato un attimo. Le ali, nel chiarore delle lampadine notturne, mi sono sembrate larghissime, sbattendo producevano un rumore sordo ma molto forte.
Volava basso. Ho urlato. Ho scartato a sinistra, salito i due scalini della terrazza e mi sono rifugiata in un angolo, dopo essermi liberata delle due fonti di luce, la torcia e il telefono gettandole dalla parte opposta.
Da quello che avevo potuto vedere sembrava una grossa quaglia o un fagiano, soprattutto per il collare verde azzurro. Ma quando ha spiccato il volo venendo nella mia direzione ho visto fin troppo bene due zampotti artigliati da paura. Che fosse un rapace? Un gheppio, un allocco…
Nel frattempo era tornato il silenzio, a parte mamma che, ormai sveglia, gridava alla finestra “che succede?”.
I gatti se ne stavano a distanza di sicurezza. Curiosi ma guardinghi. Mica scemi, loro.
Io mi sono fatta coraggio, ho recuperato torcia e telefono e ho illuminato la stradina. L’animale si era accucciato nel canaletto di scolo sotto al muro della casa grande. Ho sperato che non si muovesse, almeno finché passavo per rientrare.
È rimasto lì.
Sono andata a letto, la mattina dopo avrei dovuto alzarmi prestissimo. Ero sicura che avrei trovato l’animale ormai senza vita, ma non avrei potuto occuparmi di lui fino al pomeriggio, quando sarei rientrata.
Alle 5 sono uscita, per controllare.
Ho sentito subito un grosso sbattere di ali. Il fagiano, non c’è dubbio che fosse un fagiano dopo i controlli on line, mi è volato quasi davanti, ha fatto come per appoggiarsi al muretto ma è riuscito ad andare oltre, sbattendo un po’ contro i rami del cipresso. E poi è volato via.
Non l’ho più visto. Posso pensare che fosse malato e che sia andato a morire più in là.
Oppure che si sia salvato.
Su uno zerbino lasciato ad asciugare al sole ho poi ritrovato una piuma marroncina e un piccolo escremento nero. Uniche testimonianze del suo passaggio, visto che la foto poi non l’ho fatta.
La sera, mentre sbatteva contro il muro e la finestra tentando goffamente di tornare a volare, ho pensato che fosse un uccello del malaugurio, vista la preoccupazione che covavo per quanto sarebbe successo il giorno dopo.
Ma al momento in cui, all’alba, si è alzato in volo ed è riuscito ad allontanarsi con le sue forze, mi son sentita più leggera anche io. Sollevata, quasi. Ho pensato, no, via, andrà sicuramente tutto bene.
E così è stato.

