Più che un sogno, un incubo

In questo periodo scrivo poco perché scrivere è ricordare (anche) e ora mi viene meglio dimenticare.
Però il sogno di stanotte provo a fissarlo.
Premetto. È da un po’ che faccio bei sogni, pieni di bella gente, di situazioni stimolanti. Solo che al mattino sfuma tutto. Qualche volta rimane una traccia, come una bava di lumaca, che si ricollega a pensieri e fatti pur restando irraggiungibile nella sua dimensione onirica.
Orbene. Stanotte io ho sognato Trump.
Non solo ho sognato Trump, ma egli era il mio ortopedico che, per curarmi la frattura del piede, mi faceva tagliare una fetta di osso alla caviglia. Un medaglione osseo, sì.
Solo che io non ero mica molto convinta che la cosa funzionasse, per cui c’era tutto un movimento che mi portava di qua e di là per cercare di fare guarire questo piede.
Che guariva. Miracolosamente.
Cioè, la caviglia risarciva ma mi rimaneva il medaglione in mano e che ci potevo fare se non rimetterlo al suo posto?
Allora, in un momento non c’era verso di farlo perché la pelle e tutto il resto si erano richiusi e per inserire l’osso avrei dovuto tagliare.
In un altro momento il processo di cicatrizzazione non era ancora terminato e io facevo in tempo ad inserire la fettina di osso come il prosciutto in un panino.
A un certo punto son finita pure nel mio ultimo posto di lavoro, dove accomodavano tutto, e mi aiutavano a risistemare il piede.
Trump però si incazzava.
Mi chiedo perché mi sia rimasto in mente questo coso qua anziché quelle belle avventure che mi facevano sentire più leggera per tutto il resto della giornata.
Ma così è.

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La bambina impertinente

Ogni tanto mi torna in mente quella bambina in braccio al babbo che a Pianosa mi indicava insistentemente con il dito.
Avrei voglia di sapere chi era e scoprire oggi, dopo sei anni, se ha patito dei traumi o chissà che.
Avremmo passato un giorno sull’isola piana e, in quell’estate arroventata io mi preparavo a passeggiare per almeno due ore su un terreno brullo e assolato. E con il divieto assoluto della dermatologa, dopo un serio intervento alla pelle, di prendere anche una lontana idea di un raggio di sole.
Mi preparai coscienziosamente.
Abito bianco di lino sbracciato, spolverino bianco di cotone leggero con manica a tre quarti. Cappello di paglia a larghe tese e, per finire, ombrellino dorato come una qualsiasi turista giapponese.
Se si considera che era un periodo che stavo da cani, che ero gonfia, grassa, non mi potevo muovere più di un bradipo senza essere colpita da dolori muscolari e atroci mal di testa, che potevo vantare l’espressione di un nasello bollito, tutta quella vestizione (che comprendeva anche altri elementi che ora non ricordo) non doveva produrre proprio un bell’effetto.
Io mi vedevo come la protagonista di un giallo di Agatha Christie, la terribile archeologa che viene uccisa in uno scavo in Iraq (o in Siria o forse Iran/Persia), strabordante e bardata all’inverosimile per difendersi dai colpi infidi del sole mediorientale.
La bimba era piccola e sicuramente mancante di riferimenti letterari. Forse giusto qualche cartone animato.
Mi indicò insistentemente col dito mentre eravamo in gruppo con la guida preparandoci alla partenza e il padre subito la distrasse.
Non ho idea di quale spiegazione possa averle dato del fenomeno che le stava davanti.
Immagino però l’innocente boccuccia pronunciare un’innocua frasetta.
Del tipo, papà papà, guarda! C’è Peppa Pig…

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Cose che capitano solo a me/1

Autogrill sul Grande Raccordo Anulare, sabato 10 ottobre intorno alle due.
Panino e birretta.
Chiedo al commesso che mi porge il vassoietto se può aprirmi la birra.

  • Certo, dice. Stappa e lascia il tappino sul ripiano.
    Io che non voglio perdermi nemmeno una bollicina, rimetto il tappo a pressione e ci appoggio sopra il bicchiere di plastica per portare tutto al tavolo.
    Sento un rumorino strano. Ploff. Ma non capisco da dove viene.
    Ah, ecco la mia birra senza più il tappo. Guardo un po’ in giro, Ma non lo vedo.
  • Mi scusi, dico al commesso. È sparito il tappo, non vorrei che fosse caduto fra i panini…
  • Sì sì, lo so. L’ho preso in testa.
  • Ma come…
  • Ero chinato in basso e mi è rimbalzato sul capo. Poi è caduto per terra. Per questo l’ho buttato via.
    Io. – Mi scusi. Ovviamente non volevo…
    Lui.- Non si preoccupi. Non le ho detto niente perché non avevo capito da dove arrivava.
    E sorrideva pure.
    Oltre ad avere la testa liscia.

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Di quando sono nata e di altre omonimie

Quando sono nata nonno Corrado voleva mettermi il nome di una santa. Rita era il suo preferito. Erano gli anni in cui imperversava Rita Pavone e io ero nata pel di carota. Mi mancava solo che mi chiamassero Rita.

Mamma era indecisa fra Monica e Simona. Monica fu scartato perché, essendo toscani, avrei patito per sempre un nome con la c aspirata. Simona invece non poneva di questi problemi. Poi, sempre secondo mamma, l’abbinamento con il cognome era armonioso. Stesso numero di sillabe. Simona Pacini aveva la musicalità di un Simone Martini. E, volendo cercare nell’archivio dei santi potevamo citare Simone detto Pietro, su questa pietra fonderò la mia chiesa e via dicendo. Così anche nonno era accontentato. 

A me piace chiamarmi Simona Pacini. Sono molto affezionata al mio nome. Peccato solo che non sia unico. Infatti ho un sacco di omonime. Una, che non conosco, proprio a Colle Val d’Elsa. Così ogni volta che ho a che fare con un ufficio pubblico devo snocciolare la data di nascita per distinguermi dall’altra. Mi piace molto anche la mia data di nascita, ma questa è un’altra storia.

Il fatto è che ci sono diverse Simona Pacini sparse in varie province della Toscana e in qualche modo la loro esistenza riesce a influenzare, seppur minimamente, anche la mia.

Dopo aver pubblicato il mio libro ho scoperto che un’altra Simona Pacini ha pubblicato una raccolta di poesie.

Un giorno ho ricevuto un’email da uno studio legale del nord della Toscana che mi aggiornava su una successione ereditaria. Non riguardava me.

Un’altra volta mi sono trovata in casella elettronica la cartella clinica di un’omonima che fra l’altro aveva un bel po’ di problemi di salute.

Stamani l’email di un altro avvocato, probabilmente lo stesso della volta precedente, che mi invia la perizia calligrafica sul testamento contestato.Il perito certifica che all’originale, in cui la de cuius lasciava casa e orto a due eredi, è stato aggiunto in seguito un terzo nome, scritto sempre con penna blu ma dall’inchiostro più pastoso e brillante, oltrettutto calcando sul foglio con forza maggiore rispetto al resto della scrittura. E insomma, non lo so, comincio ad appassionarmi alle vite delle mie omonime. La prossima volta magari nemmeno avviso dell’errore.

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A Clockword Orange, il segreto del meccanismo

Sono andata allo spettacolo di Firenza Guidi a Fucecchio invitata dal mio amico Walter che voleva che condividessi con lei un mio piccolo progetto.
In pratica avrei dovuto assistere alla rappresentazione per poter poi “rubare” uno, due minuti alla regista, alla fine della rappresentazione, prima dell’ultima replica.
Walter mi aveva parlato di Firenza Guidi come di un genio del teatro e in effetti, leggendo il suo curriculum, non ci sono dubbi che lo sia.
Sapere che fa grandi cose però non rende l’idea come assistere di persona alle grandi cose che fa.
Molte sono fatte all’estero. A Fucecchio però Firenza Guidi ogni anno propone Elan Frantoio, un laboratorio teatrale in cui mette in scena un suo soggetto con artisti provenienti da tutto il mondo per poi proporlo in tre serate, in cui continua a perfezionare lo spettacolo, al pubblico.
Quest’anno il soggetto era basato sul testo di Anthony Burgess A Clockwork Orange, Arancia Meccanica, del 1962, e sull’omonimo film di Stanley Kubrick, uscito dieci anni dopo.
Ricorderete la storia. Una banda di giovani annoiati cerca il brivido nell’Ultra violenza esprimendosi con un gergo giovanile molto particolare. Dopo una lunga serie di stupri e omicidi, il loro capo, Alex, si sottoporrà a un programma di rieducazione, la cura Ludovico.
La rilettura della Guidi, Clockwork, offre molti spunti originali.
Vado un po’ a caso.
Il ruolo delle donne, che sono vittime ma anche carnefici. Sarà una band femminile a uccidere lo Scrittore, riproponendo lo stesso comportamento dei maschi.
La rappresentazione. Arricchita da artisti circensi, fumi colorati, richiami a molteplici espressività e culture diverse, amplifica il messaggio (recitato anche nella lingua madre dei singoli attori) e allarga le potenzialità per piacere a diversi tipi di spettatori.
La scena. In movimento, con il pubblico che segue gli attori attraverso il parco Corsini e le zone intorno alla torre. Cambia la percezione dello spazio spettatore-attore, facendo entrare il pubblico nella scena e viceversa.
Il messaggio. Guidi mutua da Burgess e da Kubrick la riflessione che intende stimolare.
“Un essere umano che sceglie il male, si chiede il “drugo” Alex, è forse in qualche modo migliore di un essere umano a cui è stato imposto il bene?
Con Alex ci chiediamo: è meglio scegliere il male o fare il bene perché imposto dalla società? Perché alla fine è questo il meccanismo, il Clockwork, che investe i personaggi, pedine di un gioco violento e micidiale creato da autorità, da potenti che stanno più in alto che ridono e si fanno beffe di tutti loro.
Qual è la vera libertà di scelta, come salvare il libero arbitrio?”
Dopo la meraviglia e lo stupore suscitati dalla rappresentazione, in cui decine di artisti ballano e cantano, esibendosi in numeri acrobatici al cerchio o sospesi nel vuoto, rimane questo spunto su cui, accantonata la visione dei corpi atletici, dei costumi ispirati a Kubrick, con un pizzico di The Rocky Horror Picture Show, accantonate le musiche che sottolineano la rappresentazione, accantonata la freschezza degli attori e la loro energia, accantonata la passione della regista che guida il pubblico attento e divertito attraverso i meandri del parco fucecchiese, accantonato tutto questo, rimane appunto il messaggio su cui riflettere e trarre, in modo meno netto possibile (perché si sa, il bene e il male non sono temi da scartare come un pacchetto di patatine), le nostre conclusioni.
(E sì, alla fine ce l’ho fatta anche a “rubare” quel minuto)

1 settembre 2019

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Addio, Virginia

Stanotte le voci mi hanno lasciato un po’ di tregua. Ne ho approfittato per scrivere le lettere. Negli ultimi giorni sono venuta più di una volta lungo queste rive. Il fiume Ouse è vicino alla nostra casa nel Sussex. Le sue acque scorrono in mezzo a una vegetazione ricca e frondosa. Mi piaceva sedermi da sola su una sponda a osservare la corrente. Chiudendo gli occhi potevo sentire solo il rumore dell’acqua, il canto degli uccelli e il battito delle loro ali. Poi li riaprivo e rincorrevo con lo sguardo un’ape che volteggiava a poca distanza dal mio naso, del tutto indifferente ai miei pensieri. La sua natura la spingeva verso il fiore più odoroso su cui si posava suggendo il nettare che questo, generoso, le offriva.

Queste mattine trascorse seduta lungo la riva del fiume mi riempivano di vita, di pensieri, di idee. E non mi importava che la mia veste si sporcasse di terra, fango o erba. Mi pareva che la ricchezza che ne traevo fosse di gran lunga più importante di una misera stoffa, di un abito. Poi una volta a casa ridevo fra me e me immaginando il naso storto della governante, che al vedermi così conciata pensava solo al lavoro in più da fare. Che vita meschina quella condotta passando da un mestiere manuale all’altro senza sperimentare alcun bisogno di un’elevazione spirituale, per quanto minima. 

Leonard a queste cose non guarda. Lui è felice per quello che facciamo, per i nostri amici, i nostri libri. Se non avessi lui, se non avessi avuto lui, anzi, non so come avrei potuto superare certi momenti. Ma adesso, lui lo capirà, non posso fare altrimenti. 

Vita, amore mio dolcissimo, sorella, moglie e madre. Tu che mi hai donato la tua forza e il tuo coraggio perché anche io potessi diventare forte e coraggiosa come te. Ti porto nel cuore e ti chiedo perdono.   

È una mattina di fine marzo e io cammino nell’aria frizzante. Indosso una pelliccia per proteggermi ancora un po’ dal freddo. La mia strada è ormai segnata.

Chi mi vedesse penserebbe che passeggio mentre raccolgo sassi di fiume, tondi, levigati dallo scorrere dell’acqua, per farne ornamenti nel mio giardino. 

Ma qui non mi vede nessuno e nemmeno i corvi, che planano sugli alberi per risollevarsi tutti insieme verso il cielo, avrebbero niente da dire.

Le mie tasche sono piene di sassi. Ormai devo chiedere aiuto a chiunque, perfino a una pietra. La mia mente vola più in alto dei corvi e compie ellissi, parabole e repentine virate. Non la seguo più, che faccia come meglio vuole.

Io mi stringo il cappotto addosso che l’acqua del fiume corre impetuosa e fredda.

E io con lei.   

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Quei tweet di Civati per Silvia Romano

Ogni giorno, aprivo Twitter e mettevo un cuoricino al pensiero quotidiano di Pippo Civati. Ogni giorno, ogni santissimo giorno che Dio mette in terra, Civati scriveva il suo augurio per la liberazione di Silvia Romano. Ci fosse la crisi di governo, imperversasse il coronavirus, qualunque fosse la notizia del giorno, il suo primo tweet era per Silvia. I miei primi cuori sono stati del tipo, vabbè mettiamolo, ci mancherebbe altro che volessi che non fosse liberata. Non serve a nulla, né il mio cuore, né tanto meno il suo tweet. Ma nemmeno costa nulla. Poi, man mano che i giorni passavano, ero sempre più contenta che continuasse a ricordarsi di lei senza saltare un solo giorno. E continuavo a mettere il mio cuore. Pian piano mi sono resa conto che il gesto di mettere il cuore cambiava. Non era più un gesto meccanico, ogni volta che vedevo il pensiero di Giuseppe Civati per Silvia Romano libera, con la conta dei giorni da quando era stata rapita, ho cominciato a pensare a come poteva sentirsi. Alla sua famiglia. C’è stato il Natale della sua famiglia senza di lei (e notate, per favore notate, come si comportano, come si esprimono i genitori di queste persone. Come quelli di Silvia, quelli di Giulio Regeni e di altre persone che come loro subiscono eventi inimmaginabili). Ogni mio like, ogni mio cuore, mentre aumentavano i giorni di prigionia, si arricchiva di pensieri. Come starà, a che cosa penserà. Sarà ancora viva. Qualche settimana fa hanno detto che lo era, sospiro di sollievo. Con chi passerà i suoi giorni, le sue notti, che cosa mangerà, e se si sente male la cureranno. E le mestruazioni? E i mal di pancia, di testa, di tutto quello a cui un normale essere umano può aver male già vivendo al comodo calduccio della sua casa circondato dai suoi affetti. L’avranno picchiata, l’avranno stuprata, l’avranno costretta a fare qualcosa di orribile, l’avranno torturata? Ogni giorno, dopo il like a Pippo Civati, mi sentivo più vicina a Silvia. La mia empatia cresceva, diventavo un essere umano migliore. Da protagonista di un fatto di cronaca Silvia prendeva i contorni di una persona in carne e ossa, avrebbe potuto essere un’amica, un’ex compagna di scuola. Un essere umano con i suoi bisogni, le sue paure, le sue fragilità. Ho provato a pensarmi al suo posto. Un pensiero insostenibile. Pian pianU, un microscopico pezzettino della cura quotidiana che coltivo per i miei familiari, per i miei gatti, per le persone a cui voglio bene, per le cose che amo, era destinato anche a lei. Non mi ha tolto nulla. Anzi, se posso dire, mi ha dato molto. Non posso dire che ogni giorno pensassi a Silvia, ma sicuramente ci ho pensato, e ci ho pensato molto più che se non avessi letto quotidianamente il tweet inesorabile di Civati. Per questo ieri alla bellissima notizia della sua liberazione il secondo pensiero è andato a lui, a questo uomo che non conosco, che non seguo politicamente, di cui non so quasi niente. E mi sono commossa due volte. Perché, ora si sa, Silvia è stata forte, i nostri servizi sono stati eccezionali, ma anche il suo è stato un gesto eroico nella sua affettuosa impegnata inesorabile umanità.

https://www.huffingtonpost.it/entry/ogni-giorno-tutti-i-giorni-ho-pensato-a-lei_it_5eb6d9a5c5b64711c0c8c3ad?fbclid=IwAR2bKe3W3Nf_G0ri98JxgtyCwUr5JHrQXsdrG2cddCEBdUi8VUAXt_KEEPc

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Onorevole, scusi, me la canta La Montanara?

Proprio in questi giorni, ma nel 2009, moderavo un incontro politico un po’ particolare.
Premetto. Non amo fare la moderatrice politica e non amo le frasi fatte e vuote di significato che, a mio parere, in genere vengono pronunciate in quelle occasioni. Mi pare una recita senza senso. Infatti nella mia vita ne ho fatte solo due, una a Colle, nel secolo scorso, l’altra a Belluno, undici anni fa, appunto.
Fu un’amica a insistere molto, nonostante la mia (motivata) ritrosia. “Viene una persona speciale, ci piacerebbe che la presentassi proprio te”. Ma perché, mi chiedevo io. Insisti insisti, alla fine non riuscii a dire di no.
L’incontro era con Debora Serracchiani, che al tempo era la freschissima militante balzata agli onori della cronaca per un discorso particolarmente accorato e critico alla dirigenza Pd dell’era Franceschini. Con lei ci sarebbero stati Laura Puppato, all’epoca sindaco di Montebelluna, e Sergio Reolon, presidente (oggi scomparso) della Provincia di Belluno.
Una volta presa in trappola non mi rimaneva che studiare e prepararmi al meglio per la presentazione dei personaggi. L’obiettivo, naturalmente, era quello di convincere i bellunesi a votare Serracchiani e Puppato in Europa. Sondai la rete e gli archivi del giornale alla ricerca di particolari che mi facessero capire qualcosa delle due candidate e su quali caratteristiche puntare.
In quel periodo seguivo molto le interviste barbariche e il mio modello era Daria Bignardi più che Lilli Gruber. Trovai alcuni particolari, anche simpatici, che ritenni di poter utilizzare per umanizzare le candidate al di là dell’immagine strettamente politica.
Non ricordo bene che cosa trovai riguardo alla Serracchiani, ma qualcosa di insolito venne fuori. E forse, ma non ne sono in realtà molto convinta, contribuì ad avvicinare i bellunesi un po’ anche a lei. Il suo seggio comunque lo ottenne.
Da un’intervista della Puppato invece scoprii che fra le sue passioni c’erano le passeggiate in montagna e il canto. Bene, le avrei usate per far pesare un po’ meno la sua trevigianità (i bellunesi sanno bene di cosa parlo).
Alla fine dell’incontro, prima dei saluti, senza alcun preavviso, le porsi dunque il testo della Montanara, chiedendole se se la sentiva di cantarla.
Fu un po’ un salto nel vuoto. Ma lei disse di sì. Si alzò e cominciò a intonare. “La su per le montagne, fra boschi e valli d’or”. A quel punto si alzarono tutti e si unirono al canto.
Alla fine anche lei ebbe il suo seggio in Europa. Non so se dipese dal canto o da altro.
So per certo invece che da allora nessuno si è mai più sognato di propormi la moderazione di un incontro politico.

Poi ci fu l’episodio dei capelli. Avevo chiesto a un parrucchiere se poteva farmi una piega anche se era lunedì. Lui disse di sì, ma perché pensava che il mio interesse non fosse in realtà la pettinatura. Era convinto che fosse solo una scusa per fare l’amore. Mi disse.
Così arrivai a moderare l’incontro con i capelli crespi come se avessi preso la scossa, nervosa per il fraintendimento e stremata per la fatica di respingere le avance. Ma questa è già un’altra storia.

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Horror vacui da quarantena

Se c’è una cosa che mi disturba, in questa quarantena, è il troppo. Il troppo di tutto. Troppo tempo a disposizione, troppo chiusi in casa, troppe cose da fare con tutto questo tempo a disposizione.
Io, appena si è ventilata la possibilità di stare in casa tranquilli mentre il mondo si fermava, ho tirato un sospiro di sollievo. Finalmente avrei potuto fare quelle due o tre cose che rimandavo sempre, senza sentirmi pressata dagli impegni sociali o di lavoro.
Poi però è successo che il vuoto è diventato il nuovo spettro nazionale e l’inattività è stata inserita fra le piaghe da combattere in questo millennio. E dopo i primi, tutto sommato innocui, canti dal balcone, le bandierine “andrà tutto bene” appese alle finestre e qualche triste aperitivo su Instagram, si è scatenato l’inferno. Dirette Facebook, dirette Instagram. Dirette, ovunque. Il giornale non si legge, si ascolta. I cantanti regalano concerti. Gli attori recitano gratis per noi. Il Globe Theatre di Londra mostra Shakespeare in lingua originale ma solo per dieci giorni. Che ansia. Da ogni app esce un giornalista che intervista la qualunque. Chiunque, famoso o no, fa una diretta.
Le scuole regalano corsi. Impara l’inglese, ripassa l’inglese, impara il russo, parla francese. Le meditazioni, i segreti per crescere, per vincere, per salvare la nostra azienda. Iscriviti subito, l’offerta dura una settimana.

Gli editori donano libri. Gli psicologi regalano sedute. Tutti aprono gruppi sui social. Tu apri i social e sei sommersa da uno tsunami di notifiche.
In un attimo, poche settimane di isolamento sono diventate più caotiche di un talk show su Rete Quattro.
Chissà se l’horror vacui da quarantena è già stato inserito nel grande libro delle sindromi psicotiche.
E poi c’è il frigo. Quello sta lì e non puoi decidere di spengerlo come il mondo che ti entra in casa con il wi-fi. E anche il frigo è decisamente troppo pieno.

Da quando, seguendo le direttive del Governo, faccio la spesa ogni due settimane, nel carrello infilo di tutto. Affettati e formaggi, confezioni di acqua, pane di tutti i tipi, biscotti. Sacchi enormi di biscotti. Merendine, schiacciate, pasta. Verdure. Sacchi di patate e cipolle, reti di arance e limoni, agli, pomodori, zucchine, intere cassette di mele.
E poi zucchero, caffè, i corn flakes per la colazione. Il latte. Le uova, in quantità industriali. Arrivo al reparto animali che non c’è più posto nel carrello, ma appendo un bustone al gancio esterno e riempio anche quello.
Poi spingi tutto quel bendidio, traballando per la fatica, dopo aver pagato un conto a tre cifre, sostenuta solo dall’istinto di sopravvivenza. Hai già fatto un’ora di fila, anche due, fuori, sotto il sole a picco o con un venticello subdolo, armata di mascherina e guanti, senza parlare con nessuno, con l’unica compagnia del freddo schermo del telefonino.
Ma c’è da scaricare tutta quella roba dal carrello alla macchina, pregando di avere la lucidità per non mettere l’acqua sulle uova. E non è finita. Quando sei a casa, devi rifare tutto da capo. Mettendo ogni cosa al suo posto.
È a quel punto che in genere butto giù un cachet per il mal di testa e mi stendo, esausta, aspettando che passi.
Ma c’è subito da pensare alla cena e a tagliare tutto quel pane, prima che secchi, imbustarlo e metterlo nel congelatore.

Siamo salvi. Almeno a tavola. Anche se, tempo qualche giorno, comincia l’incubo delle scadenze.
Ora aspetto la fine dell’emergenza, sperando che le mie giornate, e il frigo, tornino ad avere qualche sano spazio vuoto.

Simona Pacini

Questo articolo è stato pubblicato su http://www.casiquotidiani.it il 27 aprile 2020 nella rubrica #Covid19 – Diari dal mondo

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Diario della quarantena #5

La sentite anche voi questa sensazione di sgonfiamento? Vado fuori raramente ma mi pare che la gente sia più tranquilla. Non si litiga nemmeno più per la fila. (A parte io, ovviamente, che trovo sempre la solita furbetta o il solito furbetto che si mette di lato e poi, dopo aver aspettato che mi avvicini all’agognato sportello, dice: veramente c’ero prima io. Ma ormai lo faccio senza energia, quasi per abitudine). Non è che alla fine abbiamo capito che ci dovremmo comportare così tutti i giorni, al di là del virus e delle mascherine, credo sia più una sorta di rassegnazione. L’accettazione di ciò che non si può controllare.  

Le brutte notizie, la paura e i divieti ci hanno esauriti. 

Ora che il lockdown sta per finire, mi chiedo, che succederà dopo? Torneremo ad urlarci contro da una macchina all’altra per una manovra qualsiasi e a saltare la fila sgomitando e spintonando?

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Nei primi giorni della quarantena avevo pensato di organizzare un blog, una pagina web, un qualcosa, chiedendo a chi volesse scrivere il proprio diario, di mandarmelo che l’avrei pubblicato. Il progetto si sarebbe chiamato Le nostre quarantene e avrebbe raccolto pensieri dei miei amici sparsi qua e là e di chiunque avesse voluto partecipare.

Ho lasciato passare qualche giorno, per pensare a come organizzarlo. Giusto il tempo per vedere spuntare ovunque, come margheritine nel campo a primavera, diari della quarantena, raccolte di racconti della quarantena, pensieri e disegni della quarantena. Insomma, alla fine non ne ho fatto più di niente.

*****

Poi volevo chiedere al presidente del consiglio se per favore, in uno dei prossimi decreti può inserire, anche piccolo piccolo e in fondo, un punto in cui dichiara annullate le collezioni autunno inverno 19-20 (e ormai buttiamoci anche la primavera-estate 2020). Lo so che il settore della moda, come tutti gli altri, è in crisi, ma noi che cosa ne facciamo di tutte queste mise inutilizzate? Facciamo che le rinviamo pari pari alla prossima stagione e nessuno si farà del male.

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Parlavo dell’autunno inverno non per esagerare, ma perché per quanto mi riguarda io la quarantena l’ho iniziata ancor prima di Natale, quando mi sono rotta l’ossicino di un piede tornando una sera dal cinema. Poi, quando son guarita, hanno cominciato a cadere i pini per la strada di casa e non potevo più uscire. Insomma, fra il gesso e gli alberi, sono arrivata a rimanere chiusa in casa quasi fino all’inizio del lockdown. 

Più di quattro mesi, mica scherzi.

Sarebbe anche l’ora di darci un taglio.

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