La notte delle gomme squarciate

Questa è una storia vecchia come il cucco, la storia di quattro amiche che un giorno d’estate di tanti, ma tanti anni fa, decidono di andare a Siena per trascorrere la serata in un locale.

Prendemmo la macchina, la mia, e andammo..

Al tempo si poteva ancora entrare liberamente in Camollia, girare verso il Campansi e cercare un posteggio lungo quella strada. Noi lo trovammo, e non ci pareva vero.

Mi pare di ricordare che passammo una serata divertente, tra chiacchiere e bicchieri, finché si fece l’ora di tornare a casa.

Tornammo alla macchina e cercammo di ripartire, ma c’era qualcosa che non andava. Le ruote non rispondevano al volante.

Scendemmo a dare un’occhiata e capimmo il perché.

Ci avevano squarciato due gomme.

Il motivo era scritto in un foglietto lasciato sul parabrezza. Avevamo posteggiato davanti a un passo carrabile.

Il messaggio però era più secco seppur infarcito di qualche parolaccia.

E ora, che si fa?

Decidemmo di tornare al locale, magari qualcuno avrebbe potuto aiutarci.

La città era deserta, la mezzanotte era passata da un bel po’. 

Di chiamare a casa, a quell’ora, non se ne parlava. Non sapevamo proprio come fare.

Nemmeno al locale sapevano come avremmo potuto fare se non aspettare la mattina dopo per chiamare qualcuno che ci aggiustasse le gomme. 

Se ne avessero squarciata una, ci avrebbero potuto aiutare con la ruota di scorta, ma con due gomme squarciate era tutto inutile.

La titolare del locale disse che magari l’architetto ci avrebbe potuto ospitare per la notte. 

L’architetto era un avventore abituale e solitario. Probabilmente non si sarebbe mai sognato di fare una proposta del genere, ma a quel punto lo avevano incastrato.

E così andammo a casa sua, un bell’appartamento in pieno centro.

Di dormire non se ne parlava, dove poteva avere spazio per sistemare quattro ragazze, un architetto solitario? Per cui trascorremmo la notte a chiacchierare con il povero architetto.

La situazione era talmente assurda che ne passammo una buona parte a ridere come pazze.

Alla fine si fece giorno, chiamai a casa e babbo ci venne in soccorso.

Eravamo stanchissime e non vedevamo l’ora di stenderci in un letto. Ma avevamo avuto la nostra avventura e alla fine, a parte la spesa delle gomme, non ci era costata nemmeno troppo. Perfino i nostri genitori non si erano accorti che non eravamo rientrate. 

Oggi sarebbe andata in tutt’altro modo, con i telefoni cellulari e i servizi h24, ma questa è una storia vecchia come il cucco e non poteva che andare così.

(Foto da immobiliare.it. Grazie Immo!)

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Lo scherzetto di Gastone

La prima casa in cui ho vissuto a Belluno era un appartamento ricavato in un palazzo nobiliare in centro. Aveva il giardino, alti soffitti, il parquet a mosaico, un lungo corridoio e due stanzone, una a sinistra, camera e salotto, e una a destra, la cucina. Dalla cucina si entrava, attraverso un maestoso portone di legno a vetri, nello sgabuzzino, da cui si accedeva al bagnetto. 

Il conte mi aveva detto, quando ero andata a vederlo, non so se le piacerà, sa, è venuto un po’ strano. Pensi, io ci sono cresciuto in questa casa e oggi ne ho ricavato diciotto appartamenti.

Il bagno aveva delle finestrine orizzontali in alto che non si aprivano ma si affacciavano sul corridoio di uno studio legale.

Una volta capitò che Vanessa, uno dei miei due setter irlandesi, fosse in calore e mamma mi chiese di tenere Gastone a Belluno per qualche mese. 

Fu un periodo un po’ faticoso ma bellissimo. Io lavoravo tutto il giorno e Gastone se ne stava chiuso nell’appartamento. Però uscivamo in ogni ritaglio di tempo, la mattina presto, la sera tardi, a pranzo mi preparavo un panino e lo mangiavo passeggiando con lui.

Una domenica che avevo il giorno libero, con un’amica, decidemmo di andare a pranzo in un agriturismo. Avremmo portato anche Gastone.

La mattina mi feci la doccia e mi lavai i capelli. Era una giornata bellissima e io ero indecisa se asciugarli col phon o andare al sole in giardino. 

A un certo punto sentii un gran trambusto e la porta del bagno si chiuse con uno schianto. Gastone doveva aver fatto cadere qualcosa. 

Cercai di uscire per vedere che cosa ma la porta non si apriva. Spingevo ma niente, c’era qualcosa dietro che la bloccava. Da uno spiraglio di pochi centimetri provai a rimuovere l’ostacolo con un braccio, ma non ci riusciii. 

Potevo solo vedere Gastone che mi guardava scodinzolando.

Mi rassegnai a passare l’ora successiva in bagno, nel frattempo avrei potuto lasciare che i capelli asciugassero, poi sarebbe passata l’amica, che aveva una copia delle chiavi, e mi avrebbe liberato.

Il telefono era rimasto fuori dalla stanza, non c’era una finestra alla quale affacciarmi per chiedere aiuto a qualcuno, lo studio legale era chiuso. 

Non avevo molte possibilità.

Aspettai e aspettai, ma della mia amica nemmeno l’ombra.

Dal rintocco delle campane capii che ormai l’ora di pranzo era arrivata. Perché lei no?

Cominciai a perdere la speranza. Avrei trascorso tutta la domenica, il mio unico giorno libero, chiusa in un bagno di due metri per due senza poter mangiare, senza poter accudire il cane, aspettando il lunedì mattina nella speranza che qualcuno mi liberasse?

Aiuto!

Cominciai a gridare. Prima con tutto il fiato che avevo in gola, poi sempre con meno convinzione. Ormai era chiaro che ero rimasta l’unica in tutto il palazzo a trascorrere quella domenica di sole in casa.

Ero affranta. Ogni tanto mi imponevo di alzare la testa e gridare aiuto al nulla.

A un tratto però sentii una voce. 

Chi sei? Dove sei?

Il mio vicino del piano di sopra… 

Sono Simona, sono bloccata in bagno.

Fortuna che c’erano le finestre della cucina aperte, almeno sentiva qualcosa.

Come posso fare per entrare in casa?

Vai dalla mia amica, lei ha le chiavi.  

Aspettai ancora, ma stavolta era diverso.

Finalmente entrarono in casa, il vicino e l’amica, e mi liberarono. 

Era successo che il tenditoio appoggiato alla parete era caduto, forse per un movimento di Gastone o chissà che, andando a chiudere la porta del bagno. Nello stesso tempo era caduto dalla direzione opposta anche un piccolo scaleo che era andato ad incastrarsi con il tenditoio. Un intreccio inestricabile.

Gastone assistette alle operazioni di liberazione con la sua aria felice, saltellando e offrendo il capo per qualche carezza.

Quando tutto fu a posto ormai era un po’ tardi. Ringraziai il vicino. Che fortuna che quel giorno non avesse seguito la famiglia in montagna. Poi con l’amica decidemmo di andare a pranzo lo stesso. Trovammo un agriturismo che ci avrebbe accolte anche a quell’ora, noi e Gastone, e partimmo, decise a rimettere a posto quella domenica partita con il piede decisamente storto.

Ma tu poi perché non sei venuta a chiamarmi? Le chiesi.

Aveva litigato col fidanzato e aveva deciso di rimettersi a letto, dove, mi disse, avrebbe voluto passare il resto della giornata.

Senza la presenza provvidenziale del vicino in quel bagno ci avrei passato anche la notte.

Però con i capelli asciuttissimi.

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La notte dell’acqua

Quando da Treviso mi trasferii a Rovigo, sempre per lo stesso giornale, ogni tanto tornavo su, nel giorno libero, per passare un po’ di tempo con i vecchi amici. Poi rimanevo a dormire e la mattina dopo ripartivo per rientrare al lavoro.

In quel periodo gli amici erano perlopiù inglesi e americani che avevo conosciuto grazie al corso di inglese che avevo fatto prima di andare a New York.

Amanda era la mia insegnante, poi c’era Meredith, che ogni tanto la sostituiva, poi Inge, Claudia, mezza italiana, una piccolina bionda che diceva sempre definitely di cui non ricordo il nome e un ragazzo. Intorno a loro gravitavano anche alcuni amici italiani. Roberto, il fidanzato di Amanda, Roberto il fidanzato di Meredith, Livio e altri. 

Facevamo sempre un sacco di cose insieme. Cene in pizzeria o nella casa di questo o di quello, feste. Ricordo un pic nic in montagna e una gita in baita nel Feltrino. Un periodo d’oro per il mio inglese.

Più volte mi hanno anche invitato a parlare di giornalismo in inglese alla International School di Treviso in cui alcune di loro insegnavano.

Quando ero subentrata nella casa bohemien di Amanda, in via Bonifacio, lei si era trasferita in un bell’appartamento al quarto piano di un palazzo ancora più in centro. Per me era sempre disponibile la camera degli ospiti, anche se in casa non c’era nessuno. 

Amanda mi lasciava le chiavi da qualche parte e io andavo.

Una sera tornai verso mezzanotte. Era una di quelle volte che Amanda non c’era.

Non appena uscii dall’ascensore mi resi conto che c’era qualcosa di strano. Nel silenzio della notte sentivo distintamente, troppo distintamente, sgocciolare dell’acqua.

Guardai a terra. Un rivolo si avvicinava verso di me, scivolando dalle scale. Alzai gli occhi. Altra acqua a cascata su dal quinto piano.

Salii le scale di corsa. Il pianerottolo del quinto era un lago. L’acqua usciva da sotto la porta dell’appartamento sulla sinistra. Suonai il campanello, nessuna risposta.

Scesi giù, entrai in casa e telefonai ai vigili del fuoco.

Ma c’è qualcuno in casa? mi chiesero.

Non lo so, io ho suonato ma non mi ha risposto nessuno.

Dopo pochi minuti sentii avvicinarsi le sirene e il cielo cominciò a riempirsi di luci blu. Mi affacciai alla finestra. La strada era piena di mezzi di soccorso. 

I vigili del fuoco avrebbero cercato di risolvere il problema dell’acqua, ma per entrare nell’abitazione forzando la porta c’era bisogno della presenza dei carabinieri. L’ambulanza del Suem, infine, avrebbe garantito il soccorso sanitario nel caso nell’appartamento qualcuno si fosse sentito male. 

Anche i pompieri provarono a suonare il campanello più volte, senza ottenere risposta. Intanto l’acqua scendeva e scendeva, guadagnando poco a poco i piani più bassi.

Temevo il momento in cui, terminato l’intervento, i vigili sarebbero scesi al mio piano, mi avrebbero chiesto i documenti per la registrazione della richiesta di intervento, e mi avrebbero informato del decesso dell’inquilino del quinto piano.

Suonò il campanello. Erano i vigili.

Dissero che alla fine ce l’avevano fatta a svegliare il signore, un anziano, che dormiva della grossa e non aveva sentito niente, né il ripetuto suono del campanello, né tutto il trambusto nel condominio.

Dissero che si era scusato perché la sera prima quando era andato a dormire aveva dimenticato il rubinetto aperto in cucina. Non avrebbe mai immaginato di poter causare un disastro del genere.

Tirai un sospiro di sollievo, diedi i miei dati ai pompieri e augurai loro la buonanotte.

La mattina dopo, prima di lasciare la casa, scrissi ad Amanda una lunga lettera per raccontarle che cos’era successo. In inglese, naturalmente.

La lasciai sul tavolo per quando fosse tornata.

Qualche giorno dopo mi telefonò. Disse che non aveva mai riso tanto in vita sua come quando aveva letto il resoconto di quel flood.

La presi come una promozione. 

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L’Atala verde

Da ragazzetta avevo un’Atala verde. Era venuta dopo la Fausto Coppi Italia, non so di quale marca, sulla quale avevo imparato a stare in equilibrio, prima con le ruotine poi senza. 

L’Atala era una biciclettina tipo Graziella, solo più piccola.

D’estate si portava con noi al mare, in campeggio.

Il campeggio era molto grande, in una pineta vicina alla spiaggia, e le piazzole erano separate dalla macchia mediterranea, oltre che dai pini. Pini altissimi.

Era un posto molto silenzioso, non fosse stato per le cicale e per qualche annuncio dagli altoparlanti.

Quell’anno lo stavano allargando, il campeggio. Erano state ricavate delle piazzole nella parte più in fondo, quella più selvaggia, con molto più verde rispetto alle altre e, anche se i servizi igienici erano ancora in costruzione, scegliemmo di stare nella zona nuova.

Muoversi nel campeggio non era difficile. Una volta individuati i viali principali e tenuto presente dove erano la direzione, l’ingresso e lo spaccio (che era il supermarket), bastava ricordare il nome della stradina dove avevamo messo la roulotte ed era fatta.

Un giorno andai a fare la spesa con mamma in bicicletta, lei sulla sua Graziella da grande, io sulla mia Atala verde. 

Al ritorno io pedalavo un po’ indietro, mentre mamma apriva la strada davanti. I viali del campeggio erano tranquilli, quasi deserti. Trovammo giusto un gruppo di sei o sette tedeschi, tutti belli grossi, che marciavano nella nostra stessa direzione portando una specie di barella sulle spalle, piena di taniche di acqua, dandosi il ritmo mentre cantavano. 

Mamma li superò e girò a destra, nella stradina subito dopo, quella dove, tre o quattro piazzole più avanti, si trovava la nostra roulotte.

Io mi affrettai a seguirla ma mi trovai a girare quando ero ormai all’altezza dei tedeschi.

Sterzai e il pedale destro sfiorò uno degli enormi polpacci teutonici.

“Scusi” dissi, continuando a pedalare.

Ma mi trovai improvvisamente a terra. Qualcuno aveva dato una spinta alla bici facendomi cadere e ora quegli omoni enormi, c’era anche una donna, anche lei molto grossa, fra loro, mi si avvicinavano urlando parole incomprensibili.

Erano rossi in volto, avevano gli occhi fuori dalle orbite e la bocca distorta per la rabbia. Il ferito mi mostrava il polpaccio, indicando il segno lasciato dal pedale.

Un graffietto.

“Scusate, non l’ho fatto apposta”

Continuavano a venirmi addosso, mi spintonavano urlando.

Ero terrorizzata. Non capivo che cosa stava succedendo e perché. Non riuscivo a respirare. Ripetevo scusate scusate non l’ho fatto apposta ma la mia preghiera non funzionava con loro.

Mamma non c’era già più e sicuramente non si era accorta di niente. Io ero piccola e sola nelle mani di quei giganti che ribollivano per l’onta del mio graffietto.

Anche la donna mi urlava addosso.

Ogni volta che cercavo di alzarmi mi ributtavano giù. A forza di arretrare mi ritrovai vicina alla casetta dei servizi ancora in costruzione. Tutto intorno c’era il fossetto per le tubature.

I tizi mi presero per le spalle e mi buttarono lì dentro. 

Ebbi paura che mi ci volessero seppellire, in mezzo a tutta quella terra.
Poi, se Dio vuole, continuando ad urlare e a inveire, si rimisero in marcia con la loro acqua sulle spalle. 

Non appena furono scomparsi recuperai la mia Atala verde e, con il viso sporco di terra e lacrime, cominciai a pedalare come una forsennata.

Quando arrivai alla piazzola, babbo e mamma dissero, ah eccoti. Ci chiedevamo quanto ci avresti messo ad arrivare.

Piangendo, raccontai quello che mi era successo. 

Babbo andò a riferire tutto in direzione.

Il giorno dopo gli dissero che non era possibile rintracciare quel gruppo, che secondo loro era partito al mattino presto. Certo, come no. Immagino che riempissero le taniche per portarsi l’acqua in Germania.

Babbo commentò che probabilmente prima di mettersi contro dei turisti tedeschi, pur sempre i migliori clienti (all’epoca avevano i marchi), sarebbero passati sopra a qualunque cosa.

L’episodio rimase sospeso, irrisolto, senza alcuna giustizia e senza una scusa, se non le mie da bambina terrorizzata.

Il mio battesimo di fuoco con la prepotenza di certi adulti.   

E con il lato assurdo della vita.   

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Quella volta a Lisbona

Quando mamma è andata in pensione le ho detto, ti porto a Parigi.

Al tempo vivevo a Treviso e lavoravo a Mestre facendo dei periodi di sostituzione al giornale. Quell’anno ne avevo già fatti due, uno per un’aspettativa e un altro per le ferie estive. 

Fissai il viaggio, albergo a Montmartre e volo Air France da Pisa, per ottobre, quando sarei stata libera. A metà settembre, poco dopo aver finito la sostituzione estiva, mi richiamarono, stavolta per una lunga malattia.

Oh no, devo andare a Parigi. Posso iniziare una settimana più tardi?

No, non è possibile. Così perdi l’intero contratto.

Messa davanti alla scelta se rinunciare al viaggio o al lavoro, decisi di lasciare il primo. Biglietti e prenotazioni però ormai erano stati pagati e non avrei potuto recuperare niente.

Così mamma andò lo stesso, ma con zia Carla.

Qualche tempo dopo ci riprovammo. Quella volta scegliemmo Lisbona.

Trovai la capitale portoghese di una bellezza quasi dolorosa. Gli azulejos, l’oceano, il Tago, i vicoli della città vecchia e la foto con la statua di Ferdinando Pessoa. Le pasticcerie. L’emozione quasi violenta di attraversare la rua Augusta e sbucare d’improvviso nella Praca do Commercio.

Un giorno andammo a visitare la Torre di Belem. Era un po’ fuori, per cui prendemmo un bus. All’andata ci fermammo al Monastero dos Jerònimos dove scoprii l’esistenza di un’arte definita manuelina, che lì per lì mi faceva anche un po’ sorridere, giusto per il nome. In realtà era un tardo gotico in salsa marinara.

Dopo il monastero camminammo sotto il sole battente per una decina di minuti e raggiungemmo la Torre. Ci fermammo a mangiare a una specie di mensa universitaria lì vicino. 

Sulla strada del ritorno ci mettemmo ad aspettare il bus in una piazzola poco distante, completamente deserta. 

Quando arrivò l’autobus, poco prima che salissimo, si materializzarono spuntando da non so dove delle figure maschili. Uno salì sull’autobus e si piazzò a gambe larghe e braccia conserte sull’entrata, rivolto verso di noi. Il tizio in pratica ci impediva di salire sul bus, per cui gli chiedemmo per favore di spostarsi, mentre gli altri nel frattempo ci spingevano da dietro.

Riuscimmo finalmente a salire e d’un tratto quegli uomini non c’erano più. 

Mi appoggiai al finestrino e tolsi dalle spalle lo zainetto nero Invicta.

  • Oddio, è aperto. Mamma, mi hanno derubato!

Razzolai freneticamente dentro alla borsa. La macchina fotografica c’era, il borsello con soldi e documenti c’era. C’era tutto. Ma allora?

Facendo mente locale scoprii che una cosa mancava, in effetti. Un borsellino rettangolare di maglia metallica dorata. Era pieno di assorbenti.

Mi venne da ridere al pensiero di quella banda di omacci che, dietro agli alberi, si chinavano sul bottino per contare quanto avevano fatto a mie spese.

La sera poi scrissi un sms ad un amico raccontandogli la disavventura. 

Mi rispose: hai messo in conto di fare una deviazione fino a Fatima?

Perché?

Vista la fortuna…

Ma non hai capito, in realtà sono stata fortunatissima. 

Avrebbe potuto andarmi meglio di così?   

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Un giro di breakdance

ln un certo periodo della mia vita, tanti anni fa, ho fatto cose del tipo buttarmi da un aereo con un paracadute sulle spalle. L’ho fatto solo dodici volte, però. In quello stesso periodo mi capitò anche di comprare una moto, un vecchio Canguro Morini 350 cc. enduro. 

Oddio, erano più le volte che non partiva e quando facevo benzina non la potevo spengere per evitare che non si riaccendesse e a parte il fatto che pesava come una balenottera azzurra, era una bella moto e ci feci diversi giri divertenti.

In ogni caso a un certo punto decisi che non mi serviva più.  

Ero già tornata a casa dopo aver lavorato alcuni mesi a Treviso quando mi chiamò un amico di lassù chiedendomi se avessi ancora la moto. Sì, ce l’ho.

Se sei sempre decisa a venderla allora la comprerei io.

Va bene. Come ci si organizza?

Vengo a trovarti con un amico, arriviamo in treno a Firenze, poi ci fermiamo da te per la notte e il giorno dopo torniamo a casa in moto.

Per me è ok, contenti voi.

Il giorno stabilito andai a Firenze a prenderli insieme a un’amica.

Già che eravamo lì andammo a fare un giro della città. Chiamai anche un’altra amica di Firenze, che ci raggiunse in serata. Lei invitò un altro amico e alla fine andammo tutti a cena da qualche parte.

Dopo cena gli amici fiorentini insistettero perché si andasse in discoteca. Ci facemmo convincere, nonostante il viaggio impegnativo che aspettava i due trevigiani la mattina dopo.

Ci portarono in un locale tipo vecchia cantina con gli archi di pietre e mattoni. Ballammo, bevemmo, le solite cose che si fanno in disco.

A un certo punto vidi l’amico della moto che si contorceva a terra a pancia in su come un Gregor Samsa appena svegliato. Gli altri gli si avvicinavano per assistere alla sua performance di breakdance ma io, per non sembrare una provincialotta, una che queste cose non l’ha mai viste, preferii allontanarmi, dopo averlo degnato appena di un’occhiata distratta.

Andai a parlare con gli amici fiorentini, quando arrivò l’amica con cui ero andata a Firenze, tutta trafelata.

L’amico di Treviso sta male, perde sangue, credo che dovremmo portarlo in ospedale.

Ma che dici? Le risposi io. L’ho appena visto che ballava la breakdance.

Non ballava la breakdance, disse lei, era caduto a terra e si contorceva dal dolore.

Ah.

Ma che cosa è successo?

Era successo che il ragazzo, alto com’era, non si era reso conto delle effettive misure degli archi in mattoni e ci aveva battuto una craniata epocale.

Lo portammo al pronto soccorso di un ospedale vicino, dove gli ricucirono la ferita sulla tempia.

A quel punto la giornata poteva considerarsi finita. Tornammo a casa.

La mattina dopo, nonostante tutto, i due amici partirono di buon’ora alla volta di Treviso su quel vecchio catorcio.

E arrivarono pure sani e salvi. 

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La scoperta delle patate al prezzemolo

Una volta in un’estate fra una classe e l’altra delle scuole medie mi ritrovai a partecipare al campo scuola della parrocchia. L’invito mi arrivò da un’amica di Colle Alta, visto che in quel periodo frequentavo spesso il gruppo di Santa Caterina.

Te vieni, vero Simona?

E io, entusiasta: siii!

Salvo cadere nel panico due giorni prima di partire, quando realizzai che sarei stata da sola, senza la mia camera e le mie piccole certezze, per la prima volta nella vita.

Fu dura, ma alla fine ce la fecero a convincermi ad andare. Misi però una clausola, che se non mi fossi trovata bene avrei fatto una telefonata a casa e loro sarebbero venuti a riprendermi prima della fine del campo.

Probabilmente la clausola la dimenticai nemmeno cinque minuti dopo aver messo piede a Pernina, una pieve romanica sulla Montagnola Senese dove avremmo trascorso una settimana di campo scuola.

Fu lì che imparai le prime regole del vivere in comunità. I pranzi e le cene alle lunghe tavolate, i tabelloni con i compiti da eseguire giorno per giorno, secondo il colore assegnato.

Lì c’erano le mie amiche, quelle che frequentavo a scuola o in parrocchia, gli amici, ma anche tanti ragazzi che non conoscevo. Venivano da Poggibonsi e perfino da San Gimignano.

C’erano gli animatori, che si prendevano cura di noi e del nostro tempo, guidandoci nelle diverse attività. Ricordo Luca e Francesca, fratello e sorella. Lui suonava la chitarra e aveva gli occhi azzurri, lei entusiasta e piena di calore.

Ci sedevamo sull’erba e ascoltavamo Luca cantare.

“Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura, ve lo rivelan gli occhi e le battute della gente”. Oppure: “Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole”. E ancora: “Son morto che ero bambino, son morto con altri cento”.

Io ascoltavo le parole, assaporandole una ad una. Sentivo le storie senza capirle fino in fondo. Ma si era aperto un mondo nuovo e negli anni successivi lo avrei esplorato da sola, con l’ascolto ossessivo di De André e Guccini e la compagnia della mia chitarra.

“Ce la fai quella del nano che ha il cuore troppo vicino al buco del culo?”

Quella frase l’avevamo imparata bene e ci divertivamo a calcare le parole, cantandola insieme a Luca, nell’illusione di essere liberi, trasgressivi e di sentirci così anche un po’ più grandi.

La prima notte non riuscivamo a dormire. Eravamo eccitate per tutte le novità e continuavamo a scherzare e a ridere da un letto a castello all’altro. Nella nostra camerata dormiva una delle responsabili, quella che si occupava della cucina. Ci intimò diverse volte di stare zitte ma noi ridevamo ancor di più. 

A un certo punto lei si alzò, accese la luce e ci ordinò di metterci un maglione, le scarpe e di seguirla fuori.  

Ci portò a camminare nel bosco, armata di una lampada a pile. Vietato parlare. Un fiato, una sola risata, anche repressa, e la passeggiata forzata sarebbe proseguita ancora più a lungo.

Già sembrava non finire più. Avevamo freddo, eravamo anche un po’ impaurite. Ma chi se l’aspettava un tiro del genere? Noi volevamo solo parlare e ridere un po’ fra di noi.

Alla fine tornammo a letto, distrutte.

Lei poi un po’ si pentì di quella punizione e, smessi temporaneamente i panni della capò, ci spiegò con voce piagnucolante che l’aveva fatto perché era stanchissima, stava tutto il giorno in cucina a preparare da mangiare per noi e la notte doveva dormire.

Voleva anche suscitare la nostra empatia, la stronza. 

In ogni caso la cosa non si ripeté. Mi pare di ricordare, fra l’altro, che l’uscita notturna non sia stata particolarmente apprezzata dal parroco e dagli altri animatori.   

Ma non ci mettemmo molto a dimenticare l’episodio e a continuare la nostra vacanza di studio e preghiera come se non fosse successo nulla. O quasi.

L’ultima sera si accese un gran fuoco in mezzo al prato e ci sedemmo tutti intorno. 

“O vediamo chi è il primo a crollare”, disse Luca.

“In che senso?”. chiesi.

“Aspetta e stai a vedere”.

E iniziò a cantare: “È l’ora dell’addio fratelli, è l’ora di partir…”.

La prima a crollare fui proprio io, che scoppiai in un pianto a dirotto, non appena realizzai che dal giorno dopo sarei tornata a casa, lasciando quella vita di comunità in cui mi ero sentita così bene.

Francesca mi abbracciò, commossa anche lei. Poi uno ad uno cominciarono a piangere anche gli altri. 

Il giorno dopo era domenica e sarebbero venute le famiglie a prenderci. Avremmo pranzato tutti insieme per l’ultima volta.

I tavoli furono apparecchiati nel cortile, disposti a quadrato.

Fra le varie portate c’era anche il piatto forte della stronza della passeggiata notturna: patate lesse con aglio, olio e prezzemolo.

A mamma piacquero molto, tanto che ce le propina ancora oggi. A me non è che mi facciano impazzire, sarà che mi ricordano vagamente la tipa. O il sapore di quella notte da lupi.

Però devo mettere anche quelle nella lista delle cose imparate in quei giorni, in quella vacanza in cui senza saperlo cominciavo a diventare davvero un po’ più grande.    

(foto da Casa Giulia b&b, Sovicille)

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Al Cuor

Arrivai a Treviso il 21 giugno 1994. Il vice direttore del quotidiano dove avrei iniziato a lavorare il giorno dopo mi aveva detto al telefono, è una piccola città sopra a Venezia, niente a che vedere con la bellezza di Siena, ma anche noi ci difendiamo.

Mamma mi volle accompagnare così, disse, mentre io andavo a conoscere i colleghi in redazione, lei mi avrebbe aiutato a trovare un posto dove stare.

Per quella notte avremmo dormito in albergo, poi qualcosa avrei trovato. 

Cercai il nome Treviso sulla cartina del Veneto. In effetti era poco più a nord di Venezia. In autostrada però il nome non appariva mai. O Venezia, o Belluno.

In ogni caso riuscimmo ad arrivare.

Era una bella giornata di sole. La redazione era in un palazzo bianco affacciato sul Sile. Conobbi i colleghi, i segretari e la responsabile del personale. Riempiti i fogli necessari, salutai. Ci saremmo rivisti la mattina dopo.

  • Dove ti fermi stanotte? mi chiese un collega.
  • In un albergo, risposi.  
  • Hai prenotato? Credo che sia un problema trovare un posto libero…
  • No, l’ho saputo solo ieri che sarei partita.

Mamma mi raggiunse trafelata.

  • Simona, lo sai che non c’è un solo posto libero in tutti gli alberghi di Treviso?
  • Ma come è possibile?

Venne fuori che proprio in quei giorni in città c’era il concorso internazionale Toti Dal Monte e ogni camera era prenotata da mesi da musicisti e cantanti arrivati da tutto il mondo.

  • E ora, che si fa?

Un collega si offrì di cedermi la sua casa per quella notte, lui si sarebbe spostato da un’amica. 

Ma tornò mamma, tutta esultante.

  • Ho trovato l’ultima camera libera.
  • Ah, benissimo. Meno male.
  • Quindi, dove andate? chiesero i colleghi.
  • In un albergo vicino alla stazione, disse mamma.
  • Ah, probabilmente è il Cuor. 

Notai le espressioni farsi un po’ più serie e alcuni sopraccigli alzati, ma sul momento non ci feci granché caso, tanto ero sollevata dal non dover ricorrere alla generosità del collega, che mi aveva lasciato piacevolmente stupita, tanto più che non mi conosceva nemmeno, ma allo stesso tempo mi imbarazzava un po’.

L’albergo aveva l’aspetto un po’ cadente. All’interno corridoi stretti poco illuminati coperti di tappeti a fiori consunti. L’aria era stantia e puzzava di fumo vecchio. 

Non ci preoccupammo troppo, contente come eravamo di aver trovato l’ultima camera disponibile in tutta Treviso.

Andammo a mangiare una pizza in piazza dei Signori, già un po’ innamorate di quella città piccola, pulita ed elegante dove le persone sembravano tutte gentili.

Chiesi una pizza al radicchio di Treviso, già che ero lì. La cameriera mi guardò stranita.

  • Ma giugno non è tempo di radicchio!

Che cosa strana, pensai. E passai ad altro. 

Solo in seguito scoprii che il radicchio tardivo di Treviso è un ortaggio invernale e deve superare una procedura di preparazione molto lunga e complessa prima di finire sul mercato.

Dopo la pizza facemmo due passi, quindi andammo in albergo, Al Cuor, dove crollammo appena toccato il letto.

Nel cuore della notte fummo svegliate da delle urla molto vicine. Sbatterono delle porte nel corridoio, si sentirono delle voci, una maschile e una femminile, che gridavano rabbiose. 

Mamma si affacciò a controllare se qualcuno avesse bisogno di aiuto e il tizio le disse di farsi gli affari suoi.

Tornammo a dormire. Io mi sarei dimenticata anche questo sgradevole episodio notturno, non mamma che la mattina dopo fece le proprie rimostranze alla reception, cioè al tizio triste seduto al bancone all’ingresso.

  • Non so che dirle. Io non ho sentito niente, fu la sua lapidaria risposta.

Una volta in redazione lo raccontai ai colleghi. Allora mi fu chiaro perché la sera prima avessero sollevato i sopraccigli. C’entravano le signorine che passeggiavano intorno alla stazione e che usavano il Cuor come base per i loro appuntamenti.

  • E stasera dove dormi? mi chiesero.
  • Torno lì, è sempre l’unico posto disponibile.
  • Non se ne parla nemmeno. Ti do le chiavi di casa mia, puoi stare lì finché non trovi una sistemazione migliore, disse il solito collega.

Stavolta accettai l’offerta molto volentieri. 

Mamma prese il treno per tornare a casa, finalmente più tranquilla.

Anzi, a Cuor leggero.

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Un cocktail per Ria

Quando ero piccola passavo diverso tempo in Colle Alta da nonna Libe e nonno Corrado. All’epoca stavano in un appartamento all’ultimo piano di un condominio in via Volterrana, davanti a Vestrola. Si erano trasferiti da quando nonno era andato in pensione. Prima, quando era il responsabile dell’ufficio anagrafe, vivevano nel palazzo comunale, in via del Campana, dove si narra sia stata fatta la festa per il mio battesimo. Ma di questo non ho memoria.

Con nonna si andava spesso a fare qualche giratina in Borgo. Si entrava dalla Porta Nuova e si scendeva giù, verso piazza Baios, passando davanti all’ospedale e all’asilo della signorina Torsoli. 

Spesso in questo tratto incontravamo Ria insieme alla sua mamma Rosa. La vedevamo trotterellare con l’aria svagata, volgendo la testa di qua e di là, mentre salutava tutti con la mano. 

Per me incontrare Ria era una festa. Mi metteva una grande allegria. 

Ria era una donna bambina. Sdentata, con i capelli corti tagliati alla basta sia, aveva la leggerezza di chi non conosce la propria triste condizione. Per me, bambina, era una compagna di giochi e di risate. Non vedevo differenze.

Una volta seppi che Ria veniva presa in giro dai ragazzi di Borgo.

“Ma perché, nonna?”. C’ero rimasta malissimo e non capivo come potesse accadere una cosa simile.

Nonna aveva difficoltà a spiegarmi come stavano le cose. Liquidò la faccenda con uno sbrigativo, “sai la gente è cattiva quando ci si mette”. 

Ci capii ancora meno e continuai a rimuginare su quello che succedeva a Ria.

Che poi a dirla tutta, pensavo, se avessero proprio dovuto dar noia a qualcuno potevano darla alla mamma Rosa, che era sempre seria e con lo sguardo corrucciato. Ria invece era l’immagine della gioia. 

Avrebbero dovuto passare molti anni ancora prima che potessi capire com’era Ria e quello che succedeva alle persone come lei.

Nel frattempo sono cresciuta e ho vissuto altrove, perdendo di vista le strade di Borgo e le persone che ci si potevano incontrare.

Diversi anni fa all’interno dei bastioni della Porta Nuova è stato realizzato un locale, una sorta di bar con musica e aperitivi in terrazza. 

Una sera ci sono andata per bere qualcosa con un amico. Scorrendo il menù l’occhio si fermò sul nome di un cocktail: Rya.

Mi pareva che anche i nomi degli altri longdrink fossero legati a posti e personaggi della Colle vecchia per cui, quando arrivò la cameriera, una ragazza mora con la divisa bianca e nera, non potei non farle la domanda.

“Lei è sicuramente troppo giovane per averla conosciuta – le dissi – ma sa per caso se questo cocktail si chiama Rya come omaggio a una persona che viveva in questo bastione tanto tempo fa?”.

“I nostri cocktail sono tutti originali e creati dal nostro barman. Se ne desidera uno fuori dalla lista possiamo farlo fare secondo le sue indicazioni”, rispose lei con tono professionale e distaccato.

“No, non è questo che le chiedevo. Intendevo dire se è possibile sapere perché gli è stato dato questo nome…”

“Le ripeto, i nostri cocktail sono tutti originali…” eccetera eccetera.

Guardai il mio amico con tanto di occhi. Lui scosse impercettibilmente la testa per farmi segno di chiuderla là. Captai il messaggio. Che altro avrei potuto fare?

“Mi porti una tisana, grazie”.     

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Cari tassi, ufficialmente vi odio

E’ ufficiale, odio i tassi. Da oggi.
E non per quella buca nuova che hanno fatto proprio stanotte o per quelle due o tre della notte precedente.
No, è che i tassi si sono mangiati Gattaccio.
Hanno spostato i sassi che avevamo messo sopra alla tomba, hanno ignorato il cactus che mamma, povera illusa, credeva avrebbe tenuto lontani gli animali, hanno scavato.
E ora non rimane niente. Solo la copertina rossa nella quale era avvolto.
Gattaccio l’avevo messo su in alto, che vedesse tutto il campo di sotto. Lui era un grande e quello era il suo posto.
Non era la prima volta che qualche animale scavava. La volta prima lo avevamo trovato giù di sotto, e la coperta strappata da qualche unghiata. Un tasso, senza dubbio.
Ma lui lo avevano lasciato stare.
Questa volta invece non è rimasto niente.
E lo so che era solo un corpicino e che sarebbe tornato alla terra, con il tempo, ma questo sgarbo, cari tassi, non glielo dovevate fare.
A Gattaccio, santiddio. Il gatto che aveva perso la coda, forse stritolata da una tagliola. O forse rimasta tra le fauci di un tasso, anche questo potrebbe essere.
Il gatto che dopo una vita da fiero randagio aveva trovato una famiglia, la nostra, ed era diventato il più fedele di tutta la masnada felina.
Il gatto che accompagnava la mia sorella a prendere l’acqua e a fare qualche passo intorno casa.
Il gatto che appena trovava la porta aperta entrava in casa per poi attendere che qualcuno la riaprisse e schizzare via come se non aspettasse altro.
Il gatto che quando l’avevo portato dalla veterinaria per i primi controlli e i vaccini dopo l’operazione della coda e la castrazione si era scoperto positivo a Fiv e Felv.
Povero Gattaccio. Pensare a lui continua a stringermi il cuore, per come ha vissuto e per come se ne è andato, lui e il suo grosso capone, ormai ridotto uno scheletrino.
No, cari tassi. Questa non gliela dovevate fare.

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