Addio, Virginia

Stanotte le voci mi hanno lasciato un po’ di tregua. Ne ho approfittato per scrivere le lettere. Negli ultimi giorni sono venuta più di una volta lungo queste rive. Il fiume Ouse è vicino alla nostra casa nel Sussex. Le sue acque scorrono in mezzo a una vegetazione ricca e frondosa. Mi piaceva sedermi da sola su una sponda a osservare la corrente. Chiudendo gli occhi potevo sentire solo il rumore dell’acqua, il canto degli uccelli e il battito delle loro ali. Poi li riaprivo e rincorrevo con lo sguardo un’ape che volteggiava a poca distanza dal mio naso, del tutto indifferente ai miei pensieri. La sua natura la spingeva verso il fiore più odoroso su cui si posava suggendo il nettare che questo, generoso, le offriva.

Queste mattine trascorse seduta lungo la riva del fiume mi riempivano di vita, di pensieri, di idee. E non mi importava che la mia veste si sporcasse di terra, fango o erba. Mi pareva che la ricchezza che ne traevo fosse di gran lunga più importante di una misera stoffa, di un abito. Poi una volta a casa ridevo fra me e me immaginando il naso storto della governante, che al vedermi così conciata pensava solo al lavoro in più da fare. Che vita meschina quella condotta passando da un mestiere manuale all’altro senza sperimentare alcun bisogno di un’elevazione spirituale, per quanto minima. 

Leonard a queste cose non guarda. Lui è felice per quello che facciamo, per i nostri amici, i nostri libri. Se non avessi lui, se non avessi avuto lui, anzi, non so come avrei potuto superare certi momenti. Ma adesso, lui lo capirà, non posso fare altrimenti. 

Vita, amore mio dolcissimo, sorella, moglie e madre. Tu che mi hai donato la tua forza e il tuo coraggio perché anche io potessi diventare forte e coraggiosa come te. Ti porto nel cuore e ti chiedo perdono.   

È una mattina di fine marzo e io cammino nell’aria frizzante. Indosso una pelliccia per proteggermi ancora un po’ dal freddo. La mia strada è ormai segnata.

Chi mi vedesse penserebbe che passeggio mentre raccolgo sassi di fiume, tondi, levigati dallo scorrere dell’acqua, per farne ornamenti nel mio giardino. 

Ma qui non mi vede nessuno e nemmeno i corvi, che planano sugli alberi per risollevarsi tutti insieme verso il cielo, avrebbero niente da dire.

Le mie tasche sono piene di sassi. Ormai devo chiedere aiuto a chiunque, perfino a una pietra. La mia mente vola più in alto dei corvi e compie ellissi, parabole e repentine virate. Non la seguo più, che faccia come meglio vuole.

Io mi stringo il cappotto addosso che l’acqua del fiume corre impetuosa e fredda.

E io con lei.   

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Quei tweet di Civati per Silvia Romano

Ogni giorno, aprivo Twitter e mettevo un cuoricino al pensiero quotidiano di Pippo Civati. Ogni giorno, ogni santissimo giorno che Dio mette in terra, Civati scriveva il suo augurio per la liberazione di Silvia Romano. Ci fosse la crisi di governo, imperversasse il coronavirus, qualunque fosse la notizia del giorno, il suo primo tweet era per Silvia. I miei primi cuori sono stati del tipo, vabbè mettiamolo, ci mancherebbe altro che volessi che non fosse liberata. Non serve a nulla, né il mio cuore, né tanto meno il suo tweet. Ma nemmeno costa nulla. Poi, man mano che i giorni passavano, ero sempre più contenta che continuasse a ricordarsi di lei senza saltare un solo giorno. E continuavo a mettere il mio cuore. Pian piano mi sono resa conto che il gesto di mettere il cuore cambiava. Non era più un gesto meccanico, ogni volta che vedevo il pensiero di Giuseppe Civati per Silvia Romano libera, con la conta dei giorni da quando era stata rapita, ho cominciato a pensare a come poteva sentirsi. Alla sua famiglia. C’è stato il Natale della sua famiglia senza di lei (e notate, per favore notate, come si comportano, come si esprimono i genitori di queste persone. Come quelli di Silvia, quelli di Giulio Regeni e di altre persone che come loro subiscono eventi inimmaginabili). Ogni mio like, ogni mio cuore, mentre aumentavano i giorni di prigionia, si arricchiva di pensieri. Come starà, a che cosa penserà. Sarà ancora viva. Qualche settimana fa hanno detto che lo era, sospiro di sollievo. Con chi passerà i suoi giorni, le sue notti, che cosa mangerà, e se si sente male la cureranno. E le mestruazioni? E i mal di pancia, di testa, di tutto quello a cui un normale essere umano può aver male già vivendo al comodo calduccio della sua casa circondato dai suoi affetti. L’avranno picchiata, l’avranno stuprata, l’avranno costretta a fare qualcosa di orribile, l’avranno torturata? Ogni giorno, dopo il like a Pippo Civati, mi sentivo più vicina a Silvia. La mia empatia cresceva, diventavo un essere umano migliore. Da protagonista di un fatto di cronaca Silvia prendeva i contorni di una persona in carne e ossa, avrebbe potuto essere un’amica, un’ex compagna di scuola. Un essere umano con i suoi bisogni, le sue paure, le sue fragilità. Ho provato a pensarmi al suo posto. Un pensiero insostenibile. Pian pianU, un microscopico pezzettino della cura quotidiana che coltivo per i miei familiari, per i miei gatti, per le persone a cui voglio bene, per le cose che amo, era destinato anche a lei. Non mi ha tolto nulla. Anzi, se posso dire, mi ha dato molto. Non posso dire che ogni giorno pensassi a Silvia, ma sicuramente ci ho pensato, e ci ho pensato molto più che se non avessi letto quotidianamente il tweet inesorabile di Civati. Per questo ieri alla bellissima notizia della sua liberazione il secondo pensiero è andato a lui, a questo uomo che non conosco, che non seguo politicamente, di cui non so quasi niente. E mi sono commossa due volte. Perché, ora si sa, Silvia è stata forte, i nostri servizi sono stati eccezionali, ma anche il suo è stato un gesto eroico nella sua affettuosa impegnata inesorabile umanità.

https://www.huffingtonpost.it/entry/ogni-giorno-tutti-i-giorni-ho-pensato-a-lei_it_5eb6d9a5c5b64711c0c8c3ad?fbclid=IwAR2bKe3W3Nf_G0ri98JxgtyCwUr5JHrQXsdrG2cddCEBdUi8VUAXt_KEEPc

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Onorevole, scusi, me la canta La Montanara?

Proprio in questi giorni, ma nel 2009, moderavo un incontro politico un po’ particolare.
Premetto. Non amo fare la moderatrice politica e non amo le frasi fatte e vuote di significato che, a mio parere, in genere vengono pronunciate in quelle occasioni. Mi pare una recita senza senso. Infatti nella mia vita ne ho fatte solo due, una a Colle, nel secolo scorso, l’altra a Belluno, undici anni fa, appunto.
Fu un’amica a insistere molto, nonostante la mia (motivata) ritrosia. “Viene una persona speciale, ci piacerebbe che la presentassi proprio te”. Ma perché, mi chiedevo io. Insisti insisti, alla fine non riuscii a dire di no.
L’incontro era con Debora Serracchiani, che al tempo era la freschissima militante balzata agli onori della cronaca per un discorso particolarmente accorato e critico alla dirigenza Pd dell’era Franceschini. Con lei ci sarebbero stati Laura Puppato, all’epoca sindaco di Montebelluna, e Sergio Reolon, presidente (oggi scomparso) della Provincia di Belluno.
Una volta presa in trappola non mi rimaneva che studiare e prepararmi al meglio per la presentazione dei personaggi. L’obiettivo, naturalmente, era quello di convincere i bellunesi a votare Serracchiani e Puppato in Europa. Sondai la rete e gli archivi del giornale alla ricerca di particolari che mi facessero capire qualcosa delle due candidate e su quali caratteristiche puntare.
In quel periodo seguivo molto le interviste barbariche e il mio modello era Daria Bignardi più che Lilli Gruber. Trovai alcuni particolari, anche simpatici, che ritenni di poter utilizzare per umanizzare le candidate al di là dell’immagine strettamente politica.
Non ricordo bene che cosa trovai riguardo alla Serracchiani, ma qualcosa di insolito venne fuori. E forse, ma non ne sono in realtà molto convinta, contribuì ad avvicinare i bellunesi un po’ anche a lei. Il suo seggio comunque lo ottenne.
Da un’intervista della Puppato invece scoprii che fra le sue passioni c’erano le passeggiate in montagna e il canto. Bene, le avrei usate per far pesare un po’ meno la sua trevigianità (i bellunesi sanno bene di cosa parlo).
Alla fine dell’incontro, prima dei saluti, senza alcun preavviso, le porsi dunque il testo della Montanara, chiedendole se se la sentiva di cantarla.
Fu un po’ un salto nel vuoto. Ma lei disse di sì. Si alzò e cominciò a intonare. “La su per le montagne, fra boschi e valli d’or”. A quel punto si alzarono tutti e si unirono al canto.
Alla fine anche lei ebbe il suo seggio in Europa. Non so se dipese dal canto o da altro.
So per certo invece che da allora nessuno si è mai più sognato di propormi la moderazione di un incontro politico.

Poi ci fu l’episodio dei capelli. Avevo chiesto a un parrucchiere se poteva farmi una piega anche se era lunedì. Lui disse di sì, ma perché pensava che il mio interesse non fosse in realtà la pettinatura. Era convinto che fosse solo una scusa per fare l’amore. Mi disse.
Così arrivai a moderare l’incontro con i capelli crespi come se avessi preso la scossa, nervosa per il fraintendimento e stremata per la fatica di respingere le avance. Ma questa è già un’altra storia.

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Horror vacui da quarantena

Se c’è una cosa che mi disturba, in questa quarantena, è il troppo. Il troppo di tutto. Troppo tempo a disposizione, troppo chiusi in casa, troppe cose da fare con tutto questo tempo a disposizione.
Io, appena si è ventilata la possibilità di stare in casa tranquilli mentre il mondo si fermava, ho tirato un sospiro di sollievo. Finalmente avrei potuto fare quelle due o tre cose che rimandavo sempre, senza sentirmi pressata dagli impegni sociali o di lavoro.
Poi però è successo che il vuoto è diventato il nuovo spettro nazionale e l’inattività è stata inserita fra le piaghe da combattere in questo millennio. E dopo i primi, tutto sommato innocui, canti dal balcone, le bandierine “andrà tutto bene” appese alle finestre e qualche triste aperitivo su Instagram, si è scatenato l’inferno. Dirette Facebook, dirette Instagram. Dirette, ovunque. Il giornale non si legge, si ascolta. I cantanti regalano concerti. Gli attori recitano gratis per noi. Il Globe Theatre di Londra mostra Shakespeare in lingua originale ma solo per dieci giorni. Che ansia. Da ogni app esce un giornalista che intervista la qualunque. Chiunque, famoso o no, fa una diretta.
Le scuole regalano corsi. Impara l’inglese, ripassa l’inglese, impara il russo, parla francese. Le meditazioni, i segreti per crescere, per vincere, per salvare la nostra azienda. Iscriviti subito, l’offerta dura una settimana.

Gli editori donano libri. Gli psicologi regalano sedute. Tutti aprono gruppi sui social. Tu apri i social e sei sommersa da uno tsunami di notifiche.
In un attimo, poche settimane di isolamento sono diventate più caotiche di un talk show su Rete Quattro.
Chissà se l’horror vacui da quarantena è già stato inserito nel grande libro delle sindromi psicotiche.
E poi c’è il frigo. Quello sta lì e non puoi decidere di spengerlo come il mondo che ti entra in casa con il wi-fi. E anche il frigo è decisamente troppo pieno.

Da quando, seguendo le direttive del Governo, faccio la spesa ogni due settimane, nel carrello infilo di tutto. Affettati e formaggi, confezioni di acqua, pane di tutti i tipi, biscotti. Sacchi enormi di biscotti. Merendine, schiacciate, pasta. Verdure. Sacchi di patate e cipolle, reti di arance e limoni, agli, pomodori, zucchine, intere cassette di mele.
E poi zucchero, caffè, i corn flakes per la colazione. Il latte. Le uova, in quantità industriali. Arrivo al reparto animali che non c’è più posto nel carrello, ma appendo un bustone al gancio esterno e riempio anche quello.
Poi spingi tutto quel bendidio, traballando per la fatica, dopo aver pagato un conto a tre cifre, sostenuta solo dall’istinto di sopravvivenza. Hai già fatto un’ora di fila, anche due, fuori, sotto il sole a picco o con un venticello subdolo, armata di mascherina e guanti, senza parlare con nessuno, con l’unica compagnia del freddo schermo del telefonino.
Ma c’è da scaricare tutta quella roba dal carrello alla macchina, pregando di avere la lucidità per non mettere l’acqua sulle uova. E non è finita. Quando sei a casa, devi rifare tutto da capo. Mettendo ogni cosa al suo posto.
È a quel punto che in genere butto giù un cachet per il mal di testa e mi stendo, esausta, aspettando che passi.
Ma c’è subito da pensare alla cena e a tagliare tutto quel pane, prima che secchi, imbustarlo e metterlo nel congelatore.

Siamo salvi. Almeno a tavola. Anche se, tempo qualche giorno, comincia l’incubo delle scadenze.
Ora aspetto la fine dell’emergenza, sperando che le mie giornate, e il frigo, tornino ad avere qualche sano spazio vuoto.

Simona Pacini

Questo articolo è stato pubblicato su http://www.casiquotidiani.it il 27 aprile 2020 nella rubrica #Covid19 – Diari dal mondo

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Diario della quarantena #5

La sentite anche voi questa sensazione di sgonfiamento? Vado fuori raramente ma mi pare che la gente sia più tranquilla. Non si litiga nemmeno più per la fila. (A parte io, ovviamente, che trovo sempre la solita furbetta o il solito furbetto che si mette di lato e poi, dopo aver aspettato che mi avvicini all’agognato sportello, dice: veramente c’ero prima io. Ma ormai lo faccio senza energia, quasi per abitudine). Non è che alla fine abbiamo capito che ci dovremmo comportare così tutti i giorni, al di là del virus e delle mascherine, credo sia più una sorta di rassegnazione. L’accettazione di ciò che non si può controllare.  

Le brutte notizie, la paura e i divieti ci hanno esauriti. 

Ora che il lockdown sta per finire, mi chiedo, che succederà dopo? Torneremo ad urlarci contro da una macchina all’altra per una manovra qualsiasi e a saltare la fila sgomitando e spintonando?

*****

Nei primi giorni della quarantena avevo pensato di organizzare un blog, una pagina web, un qualcosa, chiedendo a chi volesse scrivere il proprio diario, di mandarmelo che l’avrei pubblicato. Il progetto si sarebbe chiamato Le nostre quarantene e avrebbe raccolto pensieri dei miei amici sparsi qua e là e di chiunque avesse voluto partecipare.

Ho lasciato passare qualche giorno, per pensare a come organizzarlo. Giusto il tempo per vedere spuntare ovunque, come margheritine nel campo a primavera, diari della quarantena, raccolte di racconti della quarantena, pensieri e disegni della quarantena. Insomma, alla fine non ne ho fatto più di niente.

*****

Poi volevo chiedere al presidente del consiglio se per favore, in uno dei prossimi decreti può inserire, anche piccolo piccolo e in fondo, un punto in cui dichiara annullate le collezioni autunno inverno 19-20 (e ormai buttiamoci anche la primavera-estate 2020). Lo so che il settore della moda, come tutti gli altri, è in crisi, ma noi che cosa ne facciamo di tutte queste mise inutilizzate? Facciamo che le rinviamo pari pari alla prossima stagione e nessuno si farà del male.

*****

Parlavo dell’autunno inverno non per esagerare, ma perché per quanto mi riguarda io la quarantena l’ho iniziata ancor prima di Natale, quando mi sono rotta l’ossicino di un piede tornando una sera dal cinema. Poi, quando son guarita, hanno cominciato a cadere i pini per la strada di casa e non potevo più uscire. Insomma, fra il gesso e gli alberi, sono arrivata a rimanere chiusa in casa quasi fino all’inizio del lockdown. 

Più di quattro mesi, mica scherzi.

Sarebbe anche l’ora di darci un taglio.

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Diario della quarantena #4

Ieri finalmente sono stata fermata dai carabinieri. Mi hanno fatto accostare a duecento metri dal posto in cui lavoro con un cenno della paletta. Ho spento il motore e ho cercato, trepidante, la mia autocertificazione. Spero sia l’ultima versione, ho detto, porgendo il foglio dal finestrino. Non importa, basta sia una delle ultime, ha detto il carabiniere. L’ha già compilata? Parzialmente. Due domande, dove va, motivi di lavoro, orario. Il resto, tutto come al solito. Documenti, prego. Targa dell’auto. E’ registrata alla mia mamma. Va bene, può andare. Prima di ripartire mi consegnano un’autocertificazione in bianco. Per la prossima volta. 

*****

Non so da quanto non apro più l’agenda. Prima la guardavo la sera, prima di andare a dormire, per farmi un’idea degli impegni del giorno dopo. Poi, la riaprivo per spuntarli. Fatto. Rinviato. Cancellato. O per aggiungerne di nuovi. Per scrivere appunti di cose che succedevano. Vista mostra a Firenze. Iniziato nuovo lavoro. O per scrivere cose da fare. Medicine, dottore, spesa. Spedire posta, telefonare avvocato. Per segnare appuntamenti.

In quarantena l’ho aperta solo per cancellare le visite mediche ad ogni telefonata di disdetta dalla Usl. 

Ma l’ho subito richiusa. Quella distesa di pagine bianche, una dopo l’altra, mi ricorda il passare dei giorni, sempre uguali, come il mare. A volte più calmi, a volte più mossi, ma senza una fine né un inizio. 

*****

Che poi non è vero che in quarantena non c’è niente da fare. A me per esempio manca il tempo per far tutto. A parte leggere e scrivere, lo stress della spesa e della cucina, grazie a Zoom ho potuto riprendere a fare yoga con la mia insegnante di Belluno. Rispolvero la corretta pronuncia d’inglese frequentando un corso gratuito per principianti. Cerco di imparare le basi del russo, gratis e impossibile, in tre lezioni. Dovrò togliere le erbacce dall’orto e studiare il modo di ripulire le gronde del fienile. Poi ci sono le cose che rimando, nonostante abbia il tempo. Pulire veramente la casa e fare ordine. Correggere uno scritto di qualche mese fa. Buttare giù un progetto ambizioso.

Confido nel tempo.

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La cacio e pepe della mia mamma

A casa mia l’odore più frequente che arriva dalla cucina è quello di bruciato. 

Si inizia la mattina con quello delle mele cotte, reso dolce dallo zucchero caramellato. Bruciato anche quello.

Poi a seconda, il latte, le verdure, le bruschette. Negli anni abbiamo bruciato verdure, pizze, focacce, risotti, petti di pollo, timballi, dolci. 

“Con tutte le cose che ho da fare” dice mamma.

“Va bene, ma allora chiedi a me”.

Alla fine, dopo Natale, quando ci siamo rotte un po’ di piedi (io uno, ma lei tutti e due), la responsabilità della cucina è passata a me. 

Io, bisogna dirlo, sono un po’  pignola. Si compra quello che serve, si cucina quello che si mangia, senza sprechi. Dopo aver regalato borse intere di pane secco, ho iniziato a tagliare a fette ogni pagnotta, e a custodirle, ben chiuse nei sacchettini di plastica, nel congelatore. Pronte alla bisogna. Niente di meno, niente di più.

Da allora, non si è visto più pane secco in casa nostra.  

Un giorno, mamma aveva da poco ricominciato timidamente a camminare, stavo preparando il pranzo, giù da me.

Mamma dice. Al pane ci penso io. Capii che aveva bisogno di tornare a fare qualcosa in cucina dopo tanto tempo e la lasciai fare.

Poco prima di metterci a tavola sentii l’inconfondibile odore. Corsi al fornino. Il pane era carbonizzato.

“Con tutte le cose che ho da fare”.

Le nostre cucine sono due mondi diversi. Io smaniavo di cucinare fin da bambina. Facevo le medie quando cossi la mia prima torta alle mele.

Al liceo trascorrevo interi pomeriggi con un’amica a preparare pasta fatta in casa, tortellini, lasagne, ragù e krapfen. 

Per mamma la cucina è un obbligo. Un posto dove si soddisfa un’esigenza primaria. Mangiare per sopravvivere. Tutto il resto è superfluo.

Per anni al ritorno da scuola ho trovato ad attendermi un hamburger o un piatto di pasta in bianco. Ogni giorno. Per anni ho odiato la nostra tavola imbandita con i cartocci degli affettati e dei formaggi. O le pentole e le padelle che arrivano direttamente dai fornelli senza incontrare un vassoio nemmeno per sbaglio. 

Non molto tempo fa dissi a mamma che avrei fatto la pasta cacio e pepe, un piatto che sembra semplice ma che richiede tempo e attenzione.

“Che ci vuole? – disse lei – Cuocio la pasta, ci grattugio sopra il formaggio e poi metto un pizzico di pepe, ed é buonissima”.

La rivisitazione delle ricette la rende euforica. 

“Non è mica necessario seguirle alla lettera” sostiene.

Secondo lei non è necessario nemmeno saltare la pasta nel sugo, i condimenti pronti sono ammessi, così come le salse confezionate e gli alimenti surgelati.

Un giorno ha ricevuto sul telefono la ricetta della pasta cacio e pepe.

“L’ho letta. Pensavo che fosse come quella che facevo io. Invece…”.

Per fortuna l’ha detto ridendo.

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La giornata della Sacra Ampolla

La mattina del 15 settembre 1996 stavo dormendo nella mia casa di Treviso, era domenica e non lavoravo, quando squillò il telefono. Era la mia amica Raffaella.
“Sono a Venezia in gita con il mio babbo. Ci si vede?”.
Saltai su per la sorpresa. Mi preparai in fretta e furia, salii sulla macchina e guidai fino a Venezia.
In realtà quel giorno, quella era l’unica città in cui non sarei voluta essere.
Era da mesi che ne scrivevamo. Quello era il giorno in cui Umberto Bossi sarebbe arrivato in barca dopo aver navigato lungo il Po per dichiarare l’indipendenza della Padania. Il rito, per il quale erano state scomodate persino le divinità celtiche, sarebbe consistito nel versare da un’ampolla l’acqua del grande fiume nel mare Adriatico, a suggello dell’unione di tutte le terre toccate da quelle acque.
Una pagliacciata che precedeva di alcuni mesi l’assalto al campanile di San Marco (9 maggio 1997), e che si sarebbe ripetuta per diversi anni. Quella era la prima volta. E io avevo avuto la fortuna di essere di corta.
Venezia, già strapiena di turisti, doveva sopportare anche l’assalto dei leghisti, giunti da ogni dove per celebrare il sacro evento.
Mentre camminavamo per le calli, io e Raffaella trascinate dalla folla, ci ritrovammo in Riva dei Sette Martiri, proprio dove erano attesi il Senatùr e la sua sacra ampolla.
Era pieno di gente che sventolava bandiere della Lega Nord.
In acqua i barchini dei fotografi e quelli degli operatori televisivi erano già appostati, nell’attesa del barcone reale.
Io vedo uno dei nostri fotografi e lo saluto sbracciandomi. Ci scambiamo delle battute urlando, per sovrastare il rumore della folla e dei motori. Lui mi fotografa senza che io me ne accorga.
Il caso vuole che il mio sbracciarmi, nell’attimo dello scatto, vada a coincidere con lo sventolamento di una bandiera enorme da parte di una camicia verde, subito dietro di me.
Ricordo ancora le prese in giro dei colleghi, qualche giorno dopo, quando la foto arrivò in redazione.
Per la cronaca, io sono quella vestita di marrone, gonnellina e magliettina, nell’anno della mia magrezza, che sembra sventoli la bandierona. Quella in maglia gialla alla mia sinistra è Raffaella. Quanto io fossi scalmanata lo si intuisce dallo sguardo della tipa in maglia bianca accanto a me, che sventola una bandiera più piccola. In realtà tengo solo un giubbottino di jeans sul braccio sinistro.
Insomma Raffa, alla fine ci siamo trovate a fare parte della Storia anche noi.

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Diario della quarantena #3

Oggi ho dovuto fare un discorso alla Nazione. Sono salita su, e mentre Paola ripiegava i panni e mamma finiva di dare il cencio per terra, senza aspettare che finissero, ho parlato.
“Allora – ho detto – in questi giorni sono andata a fare la spesa, abbiamo i frigoriferi e le dispense piene. Abbiamo le pizze, i formaggi, gli affettati, la pasta, il riso, il pomodoro, le uova, le brioscine, i biscotti e i corn flakes, abbiamo il pane a fette nel congelatore. Sono andata dal dottore a prendere le ricette, ho fatto la coda in farmacia per prendervi le medicine più inutili ma che vi avrebbero fatto sentire sicure. Ho pensato, ecco, ora abbiamo tutto, possiamo stare tranquille in casa.
E invece no, oggi devo uscire per andare a prendervi arance e mele perché ne sono rimaste solo tre? In tempi come questi non vi pare possibile che per un giorno si possa stare senza qualcosa o si possa mangiare una cosa diversa ma che abbiamo in casa?”.
A dirla tutta il discorso è stato un po’ più colorito ma dato che nessuno l’ha registrato posso riportarne anche solo il succo, che è questo.

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Il fatto è che io sono l’unica di casa che guida l’auto, al momento, e quindi tutte queste incombenze toccano a me. Ma non me ne lamento. Solo che bisogna veramente comprendere la situazione e mettersi un po’ calmini. L’altra sera mia sorella se ne esce con un serafico “la prossima volta che vai a fare la spesa mi prendi le cioccolate Kinder che mi è venuta la nostalgia?”. Quella volta, almeno, ne siamo uscite con una risata.

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Sono anche l’unica, in casa, che ha una specie di raffreddore che non passa da più di un mese. E sì, lo so che è l’allergia al cipresso e all’ulivo. Ma allora nei due giorni di pioggia sarei dovuta stare meglio. E invece. Prima della chiusura delle attività sono stata anche cinque giorni in malattia. La dottoressa mi ha dato l’antistaminico e poi mi ha detto, ora il protocollo è così.
E ogni giorno a misurare la febbre. Due, tre, quattro volte. Col termometro al mercurio. Niente. Col termometro elettrico. Ancora meno. E a far la conta dei sintomi.

Finalmente ieri, rovistando nei cassetti, ho trovato un vecchio spray al cortisone scaduto da tre anni. Ma ha funzionato, e ora posso dire con certezza che è solo allergia.
Per la fortuna delle due criste di casa e anche mia, che poi, dopo, come ci convivi con una cosa così?

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Esco nella campagna intorno casa, quella zona agricola di pregio ormai da troppo tempo infestata di costruzioni abusive di cui pare non importi un accidente a nessuno (eccetto che a me) e mi prende una gran paura che, una volta che sarà finito tutto questo, quella roba orribile in mezzo ai campi coltivati, potrebbe non sembrare più nemmeno un problema.

(Colle Val d’Elsa, 28/03/2020)

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Diario della quarantena #2

In banca si entra uno per volta e su appuntamento. Arrivo in anticipo e aspetto fuori. C’è un signore che non riesce a entrare. “Ce n’è già uno dentro. Si deve aspettare che esca”.
Arriva una tipa, stivaletto grigio con tacco, jeans elasticizzato, piumino avvitato e borsetta griffata, mascherina, guanti in lattice.
“Non fate caso che entro, ma io ho l’appuntamento”.
“Sì, – dico – ma c’è il signore che aspetta da prima di lei”.
Lei suona il campanello, ma non le aprono.
Arriva un signore anziano, anche lui, come tutti (eccetto l’altro già in attesa) con il volto coperto da una mascherina.
Finalmente il cliente esce. E’ un ragazzone di colore, con la mascherina. L’anziano commenta il suo passaggio con un gestaccio del braccio.
Non mi trattengo. “Guardi che è una persona anche lui come chiunque altro”.
“Ah, non credo proprio…” dice il tizio.
“E comunque ci sono delle regole da rispettare” interviene stivaletto grigio.
“Fra l’altro – faccio io – in questa situazione pare che il contagio lo portiamo noi, non loro”.
Il tizio si surriscalda. Ha voglia di litigare. Le sue parole si perdono dietro la mascherina.
“Babbo, calmati” gli fa stivaletto grigio.
Non si calma.
Mi allontano, indosso un’espressione di ghiaccio e li ignoro.
Il tizio continua a inveire. La figlia cerca di calmarlo.
“Stai zitto, babbo”.
“Ma lei ha parlato (cioè io), potrò rispondere?”.
Finalmente entrano, lasciando dietro di loro una scia di parole inutili, di gesti di troppo, fuori luogo e ormai fuori tempo.

***

Tornando a casa, sulla strada sterrata mi attraversa una poiana in volo basso. Arriva dai campi sulla sinistra, si infila fra gli alberi spogli e passa di là, nei campi sulla destra. Continua a volare basso, bassissimo, finché non la vedo più. Lascia dietro di sé una scia di eleganza, un volo armonico, il colore sfumato delle sue grandi ali.

***

Sulla stessa strada ogni tanto passa gente a passeggiare, da sola, con il cane. Forse è più corretto dire passava.
Fra questi anche un vecchio signore che ogni tanto si appoggiava, forse per la stanchezza, a un rialzo della terra, a una radice, a un tronco.
Da qualche settimana, all’inizio della strada, in una striscia di terra sul lato, sono sorti una panchina in legno e un tavolinetto.
Chiedo al vicino se li ha fatti per i suoi bambini.
“No – mi dice – è che qui passeggia spesso un vecchio signore albanese, e mi piangeva il cuore che non avesse un posto dove fermarsi a riposare”.
Le parole non servono.

(Colle Val d’Elsa, 26/03/2020)

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