Addio a Marco

Ciao, pur abitando a Bologna da quasi venti anni, leggo le cronache dei giornali della provincia di Belluno perché ci sono nato e ho frequentato il liceo. Sono non vedente, mi sono appassionato dalla presentazione del tuo libro, l’ho acquistato, lo farò incidere e anche i non vedenti lo potranno acquistare.

Era il 23 maggio 2018 quando lessi questo messaggio su Messenger. Lo scriveva Marco De Vallier, un ragazzo che fino ad allora non avevo mai conosciuto. Fui sorpresa ed onorata dalla sua attenzione nei confronti del mio lavoro. In quel periodo avevo presentato La Guerra di Pietro a Belluno, nella bellissima libreria Mondadori di via Mezzaterra, dalla Edda con la mia amica Michela Canova.

  • Tu eri presente? 
  • Purtroppo no, perché io abito e vivo a Bologna. Ti ho ascoltata su Radio Belluno e visto che cerco di leggere i giornali, dove tu eri protagonista, ho colto la tua intervista. Leggerò il libro anche perché penso che sia un delizioso racconto. Poi abbiamo amici in comune tra i quali Mirko Mezzacasa.

Continuammo a scriverci, ipotizzando un incontro a Bologna, per conoscersi e parlare della registrazione del libro. A me avrebbe fatto piacere inciderlo con la mia voce, così avrei mantenuto l’intonazione toscana della storia. Marco sognava di poter prestare la sua voce a un personaggio maschile. Magari proprio a Pietro, del quale avrebbe potuto leggere le lettere riportate nel volume.

Ci risentimmo un anno dopo, in luglio.

  • Ciao, scusa se non mi sono fatto sentire in questi mesi, ma ho cambiato lavoro e le cose da fare sono state tante. L’audiolibro è già stato realizzato dal centro internazionale del Libro Parlato di Feltre, che forse anche tu conosci, essendo stata per molti anni a Belluno. Tutti gli utenti iscritti lo potranno richiedere. Io lo ascolterò al più presto e poi, se ci terremo in contatto, ti farò sapere. 

Non ho più sentito Marco, ma la sua presenza discreta mi ha fatto compagnia in questi anni grazie a qualche segnale sui social.

Poi qualche settimana fa, in una torrida giornata di agosto, scorrendo la stampa bellunese on line, sono rimasta colpita da un titolo.

“Soffocato da un boccone al ristorante, muore il figlio dell’ex sindaco di Rocca”.

Sotto, l’articolo e la foto del profilo Facebook di Marco, che aveva 41 anni e tante cose ancora da dire e da fare.

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La pizza gigante di Giacomino

Quando andavamo al mare a Punta Ala, da piccine, due erano i momenti in cui si alzava il livello di felicità. Quando andavamo a Follonica e tornavamo con un mega vassoio di pizza al taglio e quando mangiavamo la pizza da Giacomino, a Castiglion della Pescaia, dopo aver comprato il pesce fresco al porto.

Punta Ala è a metà strada. Quando siamo al bivio con i grandi pini, se si gira a sinistra in dieci minuti si arriva a Follonica, a destra più o meno alla stessa distanza c’è Castiglioni.

La botteghina della pizza al taglio non aveva niente di speciale. Un bancone con la vetrina trasparente dietro alla quale il pizzaiolo scaricava le teglie con i diversi condimenti e la commessa velocemente le suddivideva in rettangoli di uguale dimensione. 

La pizza però era buonissima. Margherita, cipolle olive e tonno, patate e rosmarino, frutti di mare. Ogni volta volevamo prendere tutti i gusti che c’erano e non ci bastava mai.

La signora metteva i tagli su un grande vassoio di carta che poi avvolgeva con la carta plastificata. Lo portavamo via che era così tanto bollente che quando arrivavamo in campeggio la pizza era ancora calda.

Da Giacomino era tutto un altro discorso. La pizza si mangiava li, seduti al tavolo, nella grande sala con le pareti ricoperte di perlinato scuro e i tavolini in legno con le tovaglie a quadrettini bianchi e rossi come le trattorie italiane a Little Italy, New York.

Giacomino era un omino tondo di testa e di corpo, con l’espressione sempre accigliata. Stava tra la sala e la cucina, in piedi, con un grembiule annodato in vita, e come un vigile urbano dirigeva il traffico delle pizze. 

I camerieri correvano veloci con gli enormi piattoni delle pizze sulle braccia e li depositavano davanti al cliente giusto, sotto lo sguardo severo di Giacomino, senza sbagliare un colpo.

Giacomino era famoso per le pizze giganti e per la quattro stagioni divisa in quattro parti da un filo di pasta. Ogni quarto aveva il suo condimento distinto dagli altri tre. 

La pizza di Giacomino era finissima e croccante. La Margherita profumava di basilico. 

Io e Paola vivevamo nel sogno della pizza gigante ma babbo e mamma ci facevano prendere sempre quella normale, perché eravamo piccole e non saremmo mai riuscite a finirne una così grande. 

Ma alla fine giunse anche per noi il momento e ci ritrovammo ad aggredire quella pizza oceanica con coltello e forchetta, animate non solo dal gusto di quella delizia, ma anche dall’orgoglio di voler dimostrare che eravamo grandi anche noi, tanto grandi ormai da poter mangiare una pizza gigante da Giacomino. 

Un undici settembre di una decina di anni fa o giù di lì mi sono ritrovata a passare dal porto di Castiglioni e mi è venuta voglia di vedere se c’era sempre la pizzeria da Giacomino. Era sempre lì, sulla destra del porto, un po’ sfilata verso la passeggiata a mare. 

Non ho resistito. Sono entrata e mi sono seduta a un tavolo. 

Non riconoscevo niente, in tutto quel bianco, con le vetrate a mare. Il posto che da piccola mi pareva immenso, si era ristretto a una normale sala di ristorante. Era cambiato tutto, i tavoli, i colori. Non c’era più nemmeno Giacomino, col suo grembiule, a dirigere il traffico delle pizze.

Ho chiesto un antipasto e un primo di pesce. Mentre alla TV scorrevano le immagini per l’anniversario delle torri gemelle, ho ricevuto la telefonata di un collega. Mi informava che un amico comune, vittima di un incidente qualche mese prima, stentava a riprendersi e probabilmente c’era poco da sperare. 

In realtà anche se la sua storia è finita troppo presto e niente affatto bene, avrebbe avuto ancora diversi anni davanti a sé. 

Oggi la pizzeria da Giacomino la ricordo quasi più per quella brutta storia che per la sua fantastica pizza.

Segno che in certi ricordi del passato è sempre meglio non andare a mettere le mani. 

Foto di Igor Ovsyannykov da Pixabay

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Uno spauracchio a Pantelleria

Appena scesa a Pantelleria andai a ritirare la macchina a noleggio. Era una pandina bianca vecchio modello. La spesa era esigua e comprendeva anche una Vespa a cui dovetti rinunciare a malincuore. Il titolare mi disse che sarei potuta andare a prenderla quando volevo, per quella settimana era mia. Ma non lo feci.

Mi diressi verso Scauri. A un bivio mi aspettava il ragazzo dell’agenzia che mi accompagnò a casa. Salimmo una scaletta esterna di mattoni e cemento. 

  • Qui abito io, disse indicando una porta nascosta da una tenda scacciamosche in cordino.

In fondo c’era l’appartamento in cui avrei passato la settimana. Un salotto con le finestre sul mare colore del topazio e le tende che volavano con il vento, una piccola cucina, una camera da letto e un bagnetto con la doccia minuscola.

  • Oggi vieni a pranzo da noi, mamma ha fatto la caponata.

La vacanza iniziò con un’aria di famiglia e l’accoglienza siciliana, calorosa e avvolgente, ma mai opprimente. Nei giorni successivi, ogni volta che rientravo a casa, trovavo un vassoio coperto da un panno su un tavolinetto fuori dalla mia porta. Una volta c’erano dei dolci fritti, un’altra dei cannoli, o della pasta al forno, piatti di carne, pesce o verdura. Tutto buonissimo. 

La prima sera andai a mangiare una pizza al porto. Faceva ancora molto caldo, anche se era la fine di ottobre. Di turisti ce n’erano pochissimi e la maggior parte dei locali aveva già chiuso, ma quelli che rimanevano aperti erano sufficienti. 

Quando andai a comprare le sigarette feci amicizia con il tabaccaio. Una sera mi invitò a mangiare il vero pesce spada alla pantesca in un ristorante sul porto. 

Fuori dal locale c’erano degli anziani seduti sulle sedie, qualcuno con un bastone in mano. Lui salutò tutti e loro risposero con il sorriso furbo e gli occhi stretti di chi sa. 

Al tempo fumavo abbastanza per cui le mie visite dal tabaccaio erano piuttosto frequenti.  

Diventammo amici e lui si offrì di farmi da guida in una Pantelleria quasi deserta. Mi sentii molto fortunata. Di giorno giravo l’isola da sola sulla Pandina, andavo al lago Specchio di Venere, un cratere argilloso dove non si riesce a stare in piedi, e infatti appena ci entrai dentro battei una musata in avanti. Per fortuna sull’acqua. Un po’ seguivo i consigli del tabaccaio, un po’ giravo a caso, tanto ovunque andassi c’era qualcosa da scoprire. Solo una volta non ebbi il coraggio di raggiungere una spiaggia per la quale dovevo attraversare una lunga steppa rocciosa e deserta. 

Un giorno il tabaccaio mi portò a delle vecchie terme romane insieme a degli amici, dei signori di Roma habitué dell’isola. Erano delle vasche scavate nella pietra dentro una grotta, in cui stillava acqua con una qualche proprietà. Lì, sempre su indicazione del tabaccaio, raccolsi delle pietre pomice che si trovavano per terra un po’ ovunque. 

Fra i turisti romani c’era un anziano giornalista, che scoprii essere lo zio di un collega che veniva spesso agli eventi che organizzavamo nelle Crete con gli amici giornalisti di Siena. Con lui un giorno salimmo su una sorta di montagna in cima alla quale c’era una sauna naturale in mezzo alle rocce. Dall’alto vedevamo distese di vigneti a perdita d’occhio fino al mare, con le caratteristiche piantine basse. Di notte invece brillavano le luci della vendemmia nella tenuta Donnafugata. 

Il babbo del tabaccaio aveva certi affari in Tunisia, molto più vicina a Pantelleria rispetto alla Sicilia e spesso era via. Quando tornò  ci invitarono a cena nella casa sopra il tabacchino, me e l’anziano giornalista, a mangiare il cus cus come lo facevano loro, con il pesce. 

Se il figlio era un po’ rotondo e aveva l’aria placida, il padre era magrissimo e nervoso, aveva il fisico nodoso e gli occhi da falco. Mi trattava come se fossi roba sua.

La casa era un po’ scalcinata e denunciava la mancanza di un tocco femminile. 

Sembrava di essere dentro allo Straniero di Camus, con il caldo, l’Africa del Nord e un’umanità indifferente e vogliosa allo stesso tempo. 

Non tornai più a casa del tabaccaio e fui contenta di non rivedere il babbo in giro.

Con l’anziano giornalista invece, quando rientravamo al porto dai nostri giri diurni tra spiagge, mare e saune naturali, avevamo preso l’abitudine di fermarci in un bar pasticceria che faceva delle cassate da sogno.

La prima sera, quando cenai da sola al porto, avevo notato lungo la via un tipo curioso. Era alto, magro, con dei folti ricci neri, l’aria spiritata e vestito tutto di nero come un pipistrello.

Dopo un po’ me lo ritrovai al tavolo che mi parlava di cose che non mi interessavano e non se ne andava più. Tra un mezzo delirio e l’altro, mi raccontò che lavorava in ospedale ed era tecnico radiologo.

Alla fine riuscii a mollarlo.

Chiesi un po’ in giro e venni a sapere che era un tizio con dei problemi di vario tipo, tra cui alcune denunce da parte di pazienti con le quali aveva allungato le mani. Qualcuno mi disse che era stato sospeso dal lavoro, nonostante lui andasse in giro a raccontare che faceva questo e quello.

Nella mia settimana pantesca fui impegnata così anche a svicolare dagli agguati del tipo, che non mancava di seguirmi e farsi trovare magicamente nei posti in cui andavo.  

Un vero incubo. 

Una sera, mentre tornavo alla casetta di Scauri sulla Pandina bianca, me lo trovai in mezzo di strada dopo una curva, lui steso a terra e la sua motoretta poco più in là. Appena mi vide cominciò a farmi gesti e ad allungare le braccia come a chiedere aiuto. Feci una manovra repentina, lo scansai e proseguii per la mia strada, urlando nooo nooo.

Arrivai a casa, fermai la macchina in cortile e corsi su per le scale. Mi chiusi la porta alle spalle e finalmente mi sentii al sicuro. Per fortuna presto sarei partita e avrei lasciato lo spauracchio nero agli abitanti dell’isola. Che non è che si possa avere sempre e solo cose belle.

(2 – fine)

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Vacanza a Pantelleria

Il 17 ottobre 2001 sarei dovuta partire per Pantelleria con la mia amica L. e la sua bambina piccolina. Avevamo trovato un bellissimo dammuso nel centro dell’isola, arredato con stoffe etniche, dall’aspetto caldo e accogliente. Avremmo preso una macchina a noleggio e chi ci avrebbe fermato più. Lago di Venere, arco dell’Elefante, spiaggette e cale. Non ci saremmo perse niente. E poi c’erano da assaggiare i capperi, il Passito, il pescespada. Non stavo più nella pelle. Tra l’altro quell’anno, il 2001, avevo lavorato sei mesi di fila a Treviso, da aprile a settembre, mentre gennaio e febbraio li avevo trascorsi nella redazione di Belluno, resistendo per non restarci un mese in più come mi avevano chiesto, per poter tornare a casa, preparare le mie cose e organizzarmi per trovare un alloggio per quando mi sarei trasferita a Treviso. 

Un viaggetto ci voleva proprio.

Era stato un anno importante, già iniziato con una vacanza in Sicilia, turbata dalla telefonata del capo di Belluno che mi chiedeva di partire immediatamente per fare una sostituzione da loro. Ero arrivata da appena due giorni, me ne stavo tranquilla a contemplare la facciata del duomo di Noto semidistrutta dal terremoto e già mi rovinavano tutto il resto della settimana.

Mentre ero a Belluno, il 21 febbraio, ci fu la strage di Novi Ligure, con Erika e il fidanzatino Omar. I sei mesi a Treviso invece furono scanditi dal G8 di Genova, con la morte di Carlo Giuliani, la scomparsa quasi contemporanea di Indro Montanelli, l’invio di un libro esplosivo ai Benetton in segno di protesta per la vicenda delle terre degli indiani Mapuche, in Argentina. Poi ci fu l’11 settembre.

Dopodiché successe di tutto. L’8 ottobre il disastro aereo di Linate. Il 4 ottobre un missile ucraino abbatté un Tupolev della Siberia Airlines. Ci sarebbe poi stato il volo Crossair precipitato vicino a Zurigo il 24 novembre e l’American Airlines del 12 novembre che, partito dal Jfk di New York, si schiantò nel Queens. 

Insomma, pareva proprio che nel 2001 fosse meglio non volare. Infatti la mia amica insistette perché prendessimo un solo aereo da Roma a Pantelleria, evitando di volare fin da Firenze.

Qualche giorno prima di partire, lei però rinunciò alla vacanza, terrorizzata dai continui disastri aerei.

Io invece sarei andata lo stesso, anche da sola.

L’agenzia siciliana a quel punto mi sconsigliò il dammuso, dove sarei stata troppo isolata, e mi assegnò un appartamento vicino a quello dove abitava uno di loro. 

Il viaggio fu complesso. Non tanto da Santa Maria Novella alla stazione Termini, quanto, una volta scesa a Roma, per trovare il binario nove e tre quarti che mi avrebbe portato a Fiumicino, trascinandomi dietro il valigione della mia vacanza. E non era finita lì. C’era da fare una specie di traversata oceanica su chilometri e chilometri di nastri rotanti dalla fermata del treno fino al gate per Pantelleria.

Sempre con valigia al seguito. 

Dopo il check in, ricordo invece gli sguardi in cagnesco tra i passeggeri in attesa, tesi probabilmente a scoprire un terrorista in ciascuno di noi. Di sicuro invece eravamo tutti alquanto terrorizzati, visto che la navetta non arrivava e l’aereo sembrava non dovesse partire mai. Soprattutto ci intimoriva l’atteggiamento preoccupato del personale di terra, che correva da un punto all’altro con sguardo basso e senza offrire spiegazioni. Che ci fosse un qualche guasto tecnico in corso? O qualcuno avesse dimenticato di fare rifornimento? O magari ci fossero già i segnali di un possibile dirottamento o di una bomba a bordo? Intanto a noi passeggeri erano vietati forbicine, limette e qualsiasi oggetto atto ad offendere. Come flaconi di shampoo, bagnoschiuma e profumi, che avrebbero potuto celare liquidi esplosivi. Per me fu l’occasione per smaltire un po’ di campioncini di profumeria varia in bustine sigillate. 

Finalmente giunse il momento di partire. Durante il volo non fu possibile rilassarsi, per gli stessi motivi che sembravano turbarci tutti fin dalla sala d’attesa. Ma la traversata fu tranquilla, anche se dovevamo sorvolare Ustica, come aveva detto la mia amica nel terrore dei giorni precedenti. Forse facemmo anche un cambio a Trapani, ma non ne sono troppo sicura. 

Invece sono certa che la discesa velocissima e l’inchiodata dell’aereo su una delle piste più corte del mondo non mi fece né caldo né freddo. Recuperai la valigia e uscii nel caldo ottobrino di Pantelleria, apprezzando di aver rimesso di nuovo i piedi a terra. 

(1 – continua)

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Botte in birreria

All’inizio degli anni Ottanta a Colle aprì la prima birreria. Anzi un bistrot, alla francese, con sedie in ferro battuto e tavolini in marmo, pareti foderate in perlinato e qualche lunga panca in legno. Fino ad allora c’erano solo bar e discoteche dove passare le serate bevendo qualcosa in compagnia. 

Il Bistrot Bel Ami, in una delle due Coste e vicinissimo alla piazza, rappresentò una grandissima novità per tutta la zona. C’erano le birre alla spina e quelle in bottiglia e, volendo si poteva anche mangiare qualcosa. I proprietari, due fratelli fidanzati con due mie compagne di scuola delle elementari, preparavano dei piattini con wurstel alla piastra e mais o cuori di palma.

Una novità ancora più eclatante era rappresentata dal videoproiettore con maxischermo sul quale giravano i primi videoclip musicali che i fratelli acquistavano nei loro viaggi a Londra.

C’erano Kid Creole & The Coconuts, Michael Jackson con Thriller, David Bowie, Billy Idol nei suoi nastri di cuoio nero, Boy George con il suo trucco triste e i Culture Club, che cantavano Do you really want to hurt me e Karma Chameleon, Lionel Richie e All Night Long.

Io avevo appena iniziato a frequentare l’università e non vedevo l’ora di rendermi un po’ più indipendente, per non stare sempre a chiedere i soldi per la benzina o per uscire con gli amici. Chiesi ai due fratelli se potevo lavorare da loro e mi dissero di sì. 

Ero talmente felice che quasi non ci credevo.  

Così la mattina andavo a Siena a seguire le lezioni e la sera, quando mi chiamavano, soprattutto nel week end, facevo la cameriera in birreria. All’inizio prendevo solo le ordinazioni ai tavoli, passavo le comande, ritiravo i vassoi e sparecchiavo. Poi imparai a spinare la birra e a fare il caffè espresso con la macchina da bar. Un passo ulteriore in avanti fu quando mi fu data la possibilità di preparare quei deliziosi piattini con i wurstel e i contorni che mi mangiavo con gli occhi. E l’irish coffee, che si serviva in bicchieri rotondi a calice, riscaldando il whisky per farlo stare in fondo, versando sopra il caffè e coprendo con panna liquida. Il gioco di temperature e densità diverse permetteva di creare tre strati distinti che poi si fondevano in bocca con un effetto fantastico. 

Una delle prime sere al lavoro qualcuno mi chiese un glengrant e io non avevo idea di che cosa fosse. Uno dei fratelli mi spiegò che era un whisky e mi insegnò come versarlo e in quale bicchiere. Probabilmente di figure da incapace ne feci diverse altre, senza nemmeno accorgermene, ma è anche vero che in poco tempo imparai un sacco di cose di quel mondo riuscendo a gestire i clienti in scioltezza e divertendomi un sacco.

Poi pensai di proporre il tiramisù fatto da me. I fratelli, dopo averlo assaggiato, accettarono. Lo portavo su dei vassoi di porcellana decorata presi in casa dal servizio buono di mamma e se ne ricavavano dieci porzioni. Il dolce era molto richiesto e io raggranellavo qualche lira in più.

Le serate fluivano senza grossi problemi. Avevamo diversi clienti fissi, come un nipote con lo zio, molto più anziano di lui, che trascorrevano molte ore al tavolo. Erano loro a presentarsi così, ma io all’epoca figuriamoci se non ci credevo.

Ogni tanto c’era qualcuno che beveva un po’ troppo, ma niente di che. Una volta dovetti avvisare uno dei fratelli che stava succedendo qualcosa di strano dentro il micro bagno del locale. Era da un po’ che non si poteva entrare e in più si sentivano dei colpi provenire dall’interno. Lui andò a bussare e ne uscirono un ragazzo e una ragazza un po’ stralunati.   

Fra i clienti c’era anche un professore di filosofia dall’aspetto trasandato e con una certa attitudine al bere. Una sera il tizio piantò una grana. Eravamo ormai in orario di chiusura e ci apprestavamo a pulire e rimettere a posto.

Lui non voleva uscire. Se ne stava piantato al bancone e reclamava qualcosa da bere. Uno dei proprietari gli disse che non gli avrebbe dato più niente, che aveva già bevuto abbastanza e che se ne sarebbe dovuto andare perché si doveva chiudere il locale.

Ne venne fuori una discussione violenta alla quale assistetti del tutto incredula, incapace di immaginare che avrebbe potuto avere un esito ancora peggiore.

Il tipo non voleva saperne di andare via. I toni iniziarono a salire, nonostante alcuni clienti cercassero di calmarlo insieme al proprietario. Credo che qualcuno abbia tentato di prenderlo di peso e portarlo fuori, ma non ricordo molto bene. So solo che quell’uomo si rivoltò e con un’esplosione di rabbia cominciò a picchiare sul bancone e a spaccare tutto quello che trovava a portata di mano.

Era tardissimo, fuori non c’era nessuno. Io non sapevo che cosa fare. Uscii di corsa e arrivai in un baleno sotto la caserma dei carabinieri, in piazza. Suonai il campanello. Non rispose nessuno. Suonai e suonai ancora. Niente. Quando tornai in birreria, agitatissima e terrorizzata da quello che poteva essere successo nel frattempo, mi sembrava di esserci stata un secolo a suonare quel campanello.

Appena entrata vidi uno dei proprietari con la faccia piena di sangue dopo che il tizio gli aveva lanciato un bicchiere in faccia colpendolo sull’arcata sopracciliare. 

Il tempo, o forse il panico di quel momento, ha cancellato quello che accadde dopo. Posso immaginare che sia stata chiamata un’ambulanza o che il ferito sia stato accompagnato da qualcuno al pronto soccorso. Alla fine qualcuno riuscì anche ad avvisare i carabinieri. 

Ricordo solo che dissero che avevano sentito scampanellare ma che evidentemente non avevo avuto la pazienza di aspettare abbastanza perché quando erano scesi non avevano trovato nessuno.

In poco tempo il locale fu risistemato, il proprietario lavorò per qualche giorno con la benda sull’occhio, ma convenimmo tutti che alla fine gli era andata anche bene. Se ci fu una denuncia, un processo o qualcos’altro non lo so. Non sono mai stata chiamata a testimoniare. 

Metto quest’esperienza insieme a tutto quello che ho imparato in un periodo bellissimo, in cui la vita sembrava facile, divertente e piena di cose da scoprire. La lista è lunga, dal Glen Grant all’irish coffee, e ha anche una colonna sonora, My Male Curiosity di Kid Creole & The Coconuts, una canzone che ho continuato a canticchiare per decenni dentro di me, per scoprire solo da poco che anche lei arrivava da quei giorni lì.       

(foto di Marcelo Ikeda Tchelao da Pixabay)

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A pesca con babbo

Ai tempi in cui andavamo al mare in campeggio a un certo punto a zio venne l’idea di pescare con le reti. Avevamo già la barca. Furono comprate le reti. 

D’estate funzionava così: a luglio partivamo noi con la roulotte, prendevamo posto e montavamo la veranda. In un altro momento babbo o zio portavano la barca che poi stava in una piccola rimessa sulla spiaggia.

Ad agosto ci davamo il cambio con la famiglia di zio, che sarebbe tornata a casa con la roulotte alla fine delle vacanze.

Con la barca io già mi divertivo a fare sci nautico. Ero diventata bravissima, sia in linea che nello slalom e non cadevo mai, nonostante gli scherzetti di babbo che frenava il motoscafo apposta, perché ero terrorizzata dalle meduse. 

Un giorno nel mare davanti a Cala Violina c’era babbo che insegnava lo sci ai figli dei nostri amici. Io li guardavo, seduta sul motoscafo, incredula per il fatto che nessuno di loro riuscisse ad uscire dall’acqua alzandosi in piedi. 

A un certo punto mi spazientii e dissi, babbo, ora provo io. 

Mi fece provare, sicuro che non ce l’avrei mai fatta. Invece partii subito. Da allora babbo fece sciare solo me che tanto con gli altri era inutile.

Quando era il tempo giusto per buttare le reti, babbo usciva la sera al tramonto da solo. 

La mattina dopo invece ci alzavamo in piena notte, io e lui, e alle quattro eravamo già in barca. Io mi preparavo dei panini al latte con la Nutella per fare colazione in mare. Babbo pane e affettato. 

La sabbia a quell’ora era fresca e tutta liscia. La barca era pronta, sul bagnasciuga, bastava dare solo una piccola spinta. Quando arrivavamo nel punto giusto, babbo spengeva il motore e buttava l’ancora.

Il mare era piatto e trasparente. Si sentiva solo qualche urlo di gabbiano e lo sciabordio leggero delle onde contro la barca.

Se c’erano dei pesci si vedeva già prima ancora di tirar su le reti, perché facevano dei riflessi d’argento. 

Avevamo un metodo. Babbo tirava le reti e io le passavo, stando attenta che non si attorcigliassero. Man mano che recuperavamo i pesci la rete finiva sul pavimento della barca, sempre ben ripiegata. 

Per lo più prendevamo dei pescetti di poco conto, adatti per la frittura. Ma ogni tanto capitava anche qualche triglia, con le branchie lunghe e le scaglie rosse.

Il terrore dei pescatori erano i cetrioli di mare, una specie di cilindro rigido, con qualche spina qua e là, che rimaneva impigliato nelle maglie e rischiava di romperle. 

I cetrioli, quando c’erano, erano affar mio.

Babbo smetteva di tirare, mi passava il coltellino e io mi mettevo li, paziente, a districare quel coso, facendo attenzione a non rovinare la rete. Poi, una volta liberato, lo ributtavamo in acqua, con schifo e fastidio, il più lontano possibile dalle reti. 

Qualcuno sosteneva che i cetrioli di mare, chiamati anche cazzi di mare (ma di nascosto da noi bambini), erano buonissimi. Ma se li aprivi, sotto la scorza dura e spinosa rivelavano una sostanza fluida e appiccicosa.

Meglio buttarli. 

Quando avevamo la nostra rete tutta bella ripiegata e il secchio pieno di pesci, potevamo finalmente fare colazione. 

Per me non c’era niente di più buono dei miei panini al latte con la Nutella, che ancora oggi me li sogno la notte. 

Intanto il sole era già alto e si era fatta l’ora di tornare. 

Scendevamo in spiaggia con il nostro bottino e passavamo orgogliosi tra i bagnanti, che si sporgevano curiosi di vedere che cosa avessimo preso. 

A me restavano solo due cose da fare. Recuperare un po’ di sonno e andare ai lavandini a pulire il pesce. Mamma poi l’avrebbe cucinato. Se quel giorno c’erano le triglie babbo avrebbe fatto la maionese per accompagnarle dopo averle lessate. 

P

Ai tempi in cui andavamo al mare in campeggio a un certo punto a zio venne l’idea di pescare con le reti. Avevamo già la barca. Furono comprate le reti. 

D’estate funzionava così: a luglio partivamo noi con la roulotte, prendevamo posto e montavamo la veranda. In un altro momento babbo o zio portavano la barca che poi stava in una piccola rimessa sulla spiaggia.

Ad agosto ci davamo il cambio con la famiglia di zio, che sarebbe tornata a casa con la roulotte alla fine delle vacanze.

Con la barca io già mi divertivo a fare sci nautico. Ero diventata bravissima, sia in linea che nello slalom e non cadevo mai, nonostante gli scherzetti di babbo che frenava il motoscafo apposta, perché ero terrorizzata dalle meduse. 

Un giorno nel mare davanti a Cala Violina c’era babbo che insegnava lo sci ai figli dei nostri amici. Io li guardavo, seduta sul motoscafo, incredula per il fatto che nessuno di loro riuscisse ad uscire dall’acqua alzandosi in piedi. 

A un certo punto mi spazientii e dissi, babbo, ora provo io. 

Mi fece provare, sicuro che non ce l’avrei mai fatta. Invece partii subito. Da allora babbo fece sciare solo me che tanto con gli altri era inutile.

Quando era il tempo giusto per buttare le reti, babbo usciva la sera al tramonto da solo. 

La mattina dopo invece ci alzavamo in piena notte, io e lui, e alle quattro eravamo già in barca. Io mi preparavo dei panini al latte con la Nutella per fare colazione in mare. Babbo pane e affettato. 

La sabbia a quell’ora era fresca e tutta liscia. La barca era pronta, sul bagnasciuga, bastava dare solo una piccola spinta. Quando arrivavamo nel punto giusto, babbo spengeva il motore e buttava l’ancora.

Il mare era piatto e trasparente. Si sentiva solo qualche urlo di gabbiano e lo sciabordio leggero delle onde contro la barca.

Se c’erano dei pesci si vedeva già prima ancora di tirar su le reti, perché facevano dei riflessi d’argento. 

Avevamo un metodo. Babbo tirava le reti e io le passavo, stando attenta che non si attorcigliassero. Man mano che recuperavamo i pesci la rete finiva sul pavimento della barca, sempre ben ripiegata. 

Per lo più prendevamo dei pescetti di poco conto, adatti per la frittura. Ma ogni tanto capitava anche qualche triglia, con le branchie lunghe e le scaglie rosse.

Il terrore dei pescatori erano i cetrioli di mare, una specie di cilindro rigido, con qualche spina qua e là, che rimaneva impigliato nelle maglie e rischiava di romperle. 

I cetrioli, quando c’erano, erano affar mio.

Babbo smetteva di tirare, mi passava il coltellino e io mi mettevo li, paziente, a districare quel coso, facendo attenzione a non rovinare la rete. Poi, una volta liberato, lo ributtavamo in acqua, con schifo e fastidio, il più lontano possibile dalle reti. 

Qualcuno sosteneva che i cetrioli di mare, chiamati anche cazzi di mare (ma di nascosto da noi bambini), erano buonissimi. Ma se li aprivi, sotto la scorza dura e spinosa rivelavano una sostanza fluida e appiccicosa.

Meglio buttarli. 

Quando avevamo la nostra rete tutta bella ripiegata e il secchio pieno di pesci, potevamo finalmente fare colazione. 

Per me non c’era niente di più buono dei miei panini al latte con la Nutella, che ancora oggi me li sogno la notte. 

Intanto il sole era già alto e si era fatta l’ora di tornare. 

Scendevamo in spiaggia con il nostro bottino e passavamo orgogliosi tra i bagnanti, che si sporgevano curiosi di vedere che cosa avessimo preso. 

A me restavano solo due cose da fare. Recuperare un po’ di sonno e andare ai lavandini a pulire il pesce. Mamma poi l’avrebbe cucinato. Se quel giorno c’erano le triglie babbo avrebbe fatto la maionese per accompagnarle dopo averle lessate. 

Per me invece l’avventura del pesce finiva li. Non riuscivo proprio a mangiarlo, anzi non potevo nemmeno sentirne l’odore. 

Avrei osato assaggiarlo solo a ventidue anni, in una cena tra amici con pesce di tutti i tipi e da allora lo avrei apprezzato. 

Nonostante questo, le mie estati da piccola pescatrice con i momenti trascorsi con babbo, rimangono tra i ricordi più belli.

er me invece l’avventura del pesce finiva li. Non riuscivo proprio a mangiarlo, anzi non potevo nemmeno sentirne l’odore. 

Avrei osato assaggiarlo solo a ventidue anni, in una cena tra amici con pesce di tutti i tipi e da allora lo avrei apprezzato. 

Nonostante questo, le mie estati da piccola pescatrice con i momenti trascorsi con babbo, rimangono tra i ricordi più belli.

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La casa dei nonni

Il colore della casa dei nonni era il verdino e il giallino dei mobili alla veneziana della camera dove dormivo io. A casa di nonna si dormiva bene, c’era un silenzio buono, anche se la finestra dava sulla strada. La mia sveglia era il giornale radio che nonno ascoltava tutte le mattine mentre si faceva la barba con schiuma e pennello. 

C’era anche tanta luce. Il comodino accanto al mio letto era foderato all’interno da un mosaico di specchietti e quando aprivi lo sportellino era tutto uno sbrilluccichio.

In quella stanza nonna teneva i lavori, tovaglie e lenzuola di lino o cotone che dava da ricamare a certe donne.

Per entrare nelle grazie di nonna bisognava avere un certo garbino. Essere precise, puntuali, lavorare di fino e non tirare via. Il ricamo non mente.

Chi aveva quel garbino poteva contare sempre su nuovi lavori. Altrimenti c’era poco da fare.

Io quel garbino non ce l’avevo e infatti lavoravo ai ferri. Nonna insisteva per insegnarmi l’uncinetto ma io non ne volevo sapere.

  • Fammi vedere come tieni in mano l’aghetto, diceva, prima di disperarsi.

Quando c’ero io a pranzo si mangiava il coniglio in umido e le patate arrosto. Non volevo nient’altro. 

Con la famiglia riunita invece nonna il coniglio lo faceva in dolce e forte, con il cioccolato e i pinoli. Per me era un tradimento e non l’ho nemmeno mai voluto assaggiare.

Nello stanzino subito a destra rispetto alla porta d’ingresso c’era la dispensa, un antro scuro pieno di scaffali coperti da barattoli misteriosi. In un grosso recipiente di vetro con il tappo a chiusura ermetica c’era un miele chiaro e pastoso, che si grattava con il cucchiaino. Lo portava direttamente un apicoltore ed era considerato una cosa preziosa da maneggiare con cura. Per mangiarlo ci voleva il permesso di nonno, ma mai più di un cucchiaio alla volta.

Il prosciutto e il salame si “partivano”, che voleva dire tagliare. 

  • Chi la parte una fetta di salame?
  • Prendi il prosciutto, è stato appena partito.

I barattoli si marimettevano (si aprivano per la prima volta) o si principiavano. 

  • Prendi la marmellata già marimessa.
  • Il sugo è stato bell’e principiato.

Sopra all’acquaio era appesa una sacchettina di cotone bianco lavorato all’uncinetto dove nonna faceva scolare l’insalata. A un chiodo della parete era invece attaccato il battimosche, una lunga paletta con manico di metallo e testa di gomma traforata con cui nonna abbatteva gli insetti senza alcuna pietà.

Per prendere l’acqua si apriva la cannella dell’acquaio e le cose cascavano per terra, dove si dava il cencio. Se nella pasta non c’era abbastanza sale si diceva che era sciocca.

Nonno ci teneva che io diventassi una brava pittrice, nonostante non avessi mai manifestato alcuna dote per il disegno. Mi diceva, fai quel panorama. E io copiavo dalla finestra la distesa dei campi, il grande ippocastano sulla sinistra, il ruderino all’orizzonte. 

  • O fammi vedere come li colori…

Poi si arrabbiava perché i campi erano verdi, il cielo azzurro e il rudere marrone.

  • Un artista dipinge le cose come le vede lui, diverse da come appaiono a tutti. Il cielo può essere anche rosa, i campi azzurri.

Ma non ero un’artista e non riuscivo a immaginare un campo con l’erba rosa o celeste.

A casa dei nonni però c’era una cosa meravigliosa, il grande libro degli animali. Non mi stancavo mai di chiedere a nonna di guardarlo insieme, una pagina dopo l’altra, e ogni volta era una festa.

I miei animali preferiti erano Gianni, il barbagianni, e i pinguini che si tenevano per mano.

Quando si arrivava a quella pagina impazzivo di felicità e volevo anche io prendere tutti per mano come facevano loro.

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La Spiaggia del Cinghiale

Una notte di qualche anno fa con un’amica decidemmo di dormire al mare, in spiaggia, con il sacco a pelo. Era una notte di luna piena e volevamo fare il bagno nell’ora magica.

Scegliemmo la Spiaggia del Cinghiale, una caletta di Punta Ala abbastanza difficile da raggiungere, frequentata per lo più dai residenti delle ville di quella zona.

Non so come si chiami in realtà, ma l’ho battezzata Spiaggia del Cinghiale dopo che la mia amica mi aveva raccontato che i cinghiali le avevano saccheggiato le provviste, tanti anni prima, mentre dormiva all’aperto con l’allora fidanzato. 

Abitavo ancora nella provincia montana, nella casa in pieno centro sotto le campane del Duomo, e trascorrevo tutto il giorno, dalla mattina alla sera tardi, tra il tribunale e la redazione.

Nonostante le lunghe camminate sul Nevegal e le escursioni in montagna, per le lunghe giornate al chiuso, avevo perso dimestichezza con il mondo naturale, e avrei tanto voluto ritrovarla. 

Così proposi alla mia amica, una che non si ferma davanti a niente, di passare la notte sotto le stelle.

Posteggiammo la macchina nell’apposito spiazzo ricavato nella pineta e, armate dei nostri bagagli, ci piazzammo su un tratto abbastanza vicino al mare. 

La Spiaggia del Cinghiale era piuttosto stretta, a malapena in alcuni punti ci potevano stare due file di bagnanti. Alle spalle, guardando il mare, rimaneva una parete di terra piuttosto bassa sorretta dalla vegetazione della macchia mediterranea. Verso la parte da cui si accedeva alla spiaggia, un litorale sassoso e pieno di scogli, si apriva un praticello delimitato da una siepe, nel quale diverse persone stendevano i loro teli o posizionavano le sdraio. Dietro alla siepe un viottolo separava la spiaggetta dalle ville.

Oggi purtroppo quella caletta appare del tutto snaturata, dopo che è stato scavato un nuovo tratto di spiaggia, stabilizzato da alcune lingue di terra che si tuffano in mare. 

Avevamo tutto il necessario per essere autonome fino al giorno dopo, dalla cena alla colazione e tutto il resto. 

La sera fu bellissimo addormentarsi guardando il cielo pieno di stelle. Dopo mezzanotte facemmo il bagno al chiaro di luna. Poi ci addormentammo di nuovo.

A un tratto sentii un rumore inconfondibile e lanciai un urlo che svegliò la mia amica.

  • Un cinghiale, ho sentito un cinghiale.
  • Ma che dici? Te lo sarai sognato, qui non c’è nessun cinghiale.

Io però avevo sentito grugnire, ne ero sicura. E anche abbastanza vicino.

La mia amica, convinta che mi fossi immaginata tutto, dormì tranquilla per il resto della notte.

Io no.

La mattina dopo, non appena fu giorno, ci alzammo e chiudemmo i sacchi a pelo prima che arrivasse qualcuno. 

La mia amica fece un giretto nei dintorni.

  • Avevi ragione te. Qui ci sono delle impronte fresche di cinghiale. 
  • Accidenti…
  • Però era uno piccino.  
  • Ah, meno male.

In ogni caso non ho ancora deciso se era meglio la versione del sogno o quella della realtà.  

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Cercando Charlie

A metà gennaio del 2015 tornai a Parigi per la seconda volta in due anni. Ma la seconda non fu solo un viaggio di piacere. Qualche giorno prima c’era stato l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo e l’emozione era molto forte. Poi, potendo decidere di fare un breve viaggio, visto che una fortunata coincidenza mi regalava tre giorni liberi tutti di fila, c’era il fatto della sicurezza. Andare a Parigi nei giorni di Charlie e del Bataclan significava andare in una città sicura e superblindata dove quasi sicuramente nessuno avrebbe ripetuto un atto terroristico a breve.

E poi c’era da comprare Charlie Hebdo, il giornale che in quel momento tutto il mondo (o quasi) voleva avere. 

La volta precedente mi era mancato di visitare il cimitero di Père Lachaise. Ce l’ho tra gli obiettivi ma alla fine il tempo si rivelerà troppo poco per andare fin là. Poi ci si mettono pure le previsioni, che danno continuamente pioggia anche se alla fine non è mai caduta nemmeno una goccia.

Insomma, visita rinviata anche per stavolta.

Inoltre appare subito chiaro che trovare Charlie non è facile nonostante sia passata più di una settimana dall’attentato e le copie vengano distribuite alle edicole ogni giorno.

Ma si sapeva anche questo.

Sabato, al nostro arrivo, erano già tutte esaurite

Non si trovava né Charlie né le Canard enchainé, l’altro settimanale satirico parigino.

Per far prima qualche edicolante aveva esposto anche un cartello.

“Plus de Charlie ni de Canard”.

Io però insisto.

  • Ma domani lo distribuiscono ancora?

E l’edicolante, col gesto largo della mano:

  • Demain, et lundi, mardi et mercredi… tous les jours.

Ogni volta che vediamo un’edicola lo chiediamo.

Charlie non c’è, ma il sorriso dell’edicolante, tra il complice e il gratificato, ti fa sentire come se avessi azzeccato la parola d’ordine per entrare nel loro mondo ferito.

In quei giorni, chiedere Charlie in edicola, soprattutto se non sei francese, era come dire: siamo con voi. 

Era come tirare un filo invisibile che ci univa tutti quanti e ci faceva sentire tutti ugualmente feriti e colpiti.

Di più. Era come dire: io non ho dubbi, scelgo la libertà. Di stampa, di espressione, di essere ciò che siamo. Di tutto.

Come le folle del Jesuischarlie nelle piazze. Che chissà che pensavano, allora.

Arriva domenica, secondo e ultimo giorno a Parigi. 

Ci riprovo

Metto la sveglia alle 7.30 contando di essere all’edicola di Place d’Italie, la più vicina all’albergo, per le 8, pronta a fare la fila insieme ai parigini.

Ma alle 6 sono già sveglia e alle 6.30, nel buio pesto, esco in strada

Parigi è completamente deserta.

Vicino all’edicola, che è chiusa anche se illuminata, solo qualche tassista mezzo addormentato.

Aspetto in piedi stringendomi nel piumino.

Dopo qualche minuto non sono più sola.

C’è un tizio sulla quarantina, indossa un basco alla francese. Basta un gesto appena accennato per riconoscersi. 

Viene da Bordeaux, dice, e ha già girato un bel po’ di edicole in cerca di Charlie.

Visto che la nostra non accenna ad aprire, partiamo con lui che mi guida in un tour improvvisato del XIII arrondissement.

Non siamo fortunati.

Tutte le edicole nell’arco di un chilometro, in tutte le direzioni della Rosa dei Venti sono chiuse.

Ci chiediamo a che ora apriranno e se apriranno.

Devono aprire, dice il francese, altrimenti, dove si comprano i quotidiani?

Nemmeno i ragazzi della nettezza urbana ci sanno indicare un orario preciso.

In genere aprono presto, dicono, a quest’ora dovrebbero già essere aperte.

Sono le sette e non c’è niente da fare.

Anche i bar della zona tardano a tirar su le saracinesche.

Le vie intanto pian piano si animano al passaggio di qualche lavoratore mattiniero.

Il cielo è sempre nero, fa un po’ freddo. Stai a vedere che le previsioni ci hanno azzeccato.

Il francese mi mostra il meteo sul suo cellulare: un grado.

Camminiamo di edicola in edicola, da un boulevard all’altro fino alle 8. Così ci riscaldiamo un po’.

In Place d’Italie il chiosco è sempre chiuso.

Direi che può bastare, per stamani.

Il cielo si è schiarito, quindi non pioverà. In compenso fa ancora più freddo.

Torno in albergo, mi faccio una doccia bollente e mi rimetto sotto le coperte.

Ma è già tempo di preparare i bagagli, far colazione e uscire di nuovo.

Sul boulevard Gobelins anziché girare a sinistra per Place d’Italie decido per una deviazione a destra, verso una delle edicole che poco prima erano chiuse, così, per avere una chance in più.

È aperta, c’è una piccola fila di persone, ma solo uno degli uomini che mi precede compra Charlie. 

Quando è il mio turno ne chiedo venti copie.

  • Ce ne sono dieci, dice l’edicolante.
  • Va bene lo stesso, merci.

Chiedo a che ore aprano la domenica.

Alle otto, risponde.

Sono le 10.22, cammino su un boulevard di Parigi trascinando il mio trolley con una mano mentre nell’altra ho una busta piena di Charlie.

Avrei potuto dormire due ore in più, ma non stiamo troppo a sottilizzare.

Almeno un obiettivo è stato raggiunto.

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I conigli di Taro

Alla fine dell’inverno del 1991 a casa nostra arrivò Taro, un siberian husky bianco rosso dagli occhi color dell’ambra. Arrivò perché nessuno lo voleva e perché io me ne ero innamorata a prima vista. In quel periodo i siberian erano cani di gran moda e in molti li compravano, oltre che per sfoggiarli per strada, anche per partecipare a mostre e competizioni canine. 

Taro aveva due difetti, la coda gli era cresciuta un po’ pendente da un lato e un testicolo non gli era sceso al posto giusto. Così fu scartato da chi lo aveva comprato. Attraverso giri che non sto a raccontare arrivò a Vallecapocchi, dove io lo portai, convinta di non poter vivere senza di lui, mentre mamma non voleva assolutamente tenerlo. Con il voto di babbo la bilancia virò decisamente verso l’adozione di Taro. 

Visto che il cane aveva una folta pelliccia e cercava il fresco, babbo gli costruì un recinto accanto al fienile dove lui scavava buche sempre più profonde. Una volta fece venire alla luce addirittura una conchiglia fossile di madreperla. 

Taro aveva anche tanto bisogno di correre ma allo stesso tempo, a causa del suo spirito indipendente e dei geni ereditati in linea diretta dal lupo, non poteva essere lasciato libero.

Mi consigliarono quindi di comprare un apparecchio di metallo fatto apposta per collegare il cane alla bicicletta senza sbilanciamenti reciproci. Cominciammo quindi a fare lunghe passeggiate, io e Taro, con la mia mountain bike.

Verso la metà di giugno avevo l’orale dell’esame da giornalista professionista. Quando non lavoravo in redazione, studiavo. Poi per svuotare la mente andavo in passeggiata con Taro. Un giorno eravamo per la strada delle Lellere, dove non c’era ancora nulla se non terre incolte. Mi fermai per qualche ragione e sganciai la pettorina di Taro dall’apparecchio che lo legava alla bici. Prima che potessi chiudere il moschettone del guinzaglio Taro era sparito. Lo chiamai urlando sempre più forte, feci dei giri in bici alla disperata, ma niente. Si era dissolto nella vegetazione selvaggia dove io, con i miei pantaloncini e le scarpette da ginnastica, non potevo nemmeno sognarmi di entrare.

Tornai a casa distrutta, ero sicura che non avrei più rivisto Taro. E tutto per un attimo di distrazione.

Feci denuncia di smarrimento dai vigili, la sera con babbo girammo in macchina dietro alle Lellere fino a tardi sperando di vederlo, ma niente. 

Anche mamma era molto preoccupata, ma più per me che per Taro. Temeva infatti che in preda all’angoscia avrei mandato all’aria l’esame da giornalista. 

La mattina dopo babbo rispose al telefono. Poi mi disse: l’hanno trovato.

È vivo? Fu il mio unico pensiero.

Lui sì, disse babbo.

Scoprimmo che Taro aveva fatto poca strada. Dalle Lellere era risalito fino al Paradiso dove era stato attratto dalle gabbie dei conigli di una famiglia di contadini. Con il suo musetto era riuscito ad aprirle una ad una e ad uccidere tutti i conigli, con un morso sul collo, ma senza mangiarli.

Poi si era steso a riposare sull’aia dove l’aveva trovato il padrone di casa di prima mattina. 

Babbo pensava già a fare i conti di quanto avremmo dovuto rimborsare per ogni coniglio. Per fortuna avevamo l’assicurazione. 

Io non vedevo l’ora di riabbracciare il mio Taro.

Babbo andò a prenderlo con la macchina. Quando tornò ci disse che quei contadini avevano voluto sapere di preciso chi fosse e, una volta capito di chi era figlio, gli avevano fatto una grande festa. Nonno Corrado era stato il capo dell’anagrafe comunale in un tempo in cui la maggior parte delle persone era analfabeta. Per lui era normale aiutare chi gli si rivolgeva per scrivere una lettera o leggere un documento. 

Per queste persone, invece, avere un punto di riferimento onesto e disinteressato significava tantissimo, anche per essere sicure di non venire raggirate. 

Anche il contadino di Taro era tra questi e per lui la perdita dei conigli non era niente in confronto a quello che aveva ricevuto tanti anni prima.   

Babbo insistette ma loro dicevano che non volevano niente. Fu invitato ad entrare in casa a bere vino e mangiare salame e alla fine tornò a casa con il fuggitivo. 

Noi decidemmo comunque di fare un regalo a quella famiglia, una bottiglia di liquore, in segno di gratitudine e riconoscenza, ma fu veramente difficile fargliela accettare.

Oggi ripenso a quelle persone e rimpiango tutto un mondo che abbiamo perso.

Non so se la fortuna di averlo conosciuto basta a consolarmi. 

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