Il motoscafo

Il giorno che doveva arrivare il motoscafo eravamo tutti in spiaggia ad aspettare. Io, con mamma e Paola, e zia con il mio cugino. Babbo e zio si erano fatti accompagnare in macchina a Follonica per arrivare a Punta Ala via mare.

Alle elementari e alle medie le vacanze estive le passavamo in campeggio in una roulotte che avevamo a mezzo con zio. A luglio partivamo noi, prendevamo posto nella piazzola, montavamo la veranda e il cucinino, e rimanevamo tutto il mese. Ad agosto arrivava zio, con la zia e il mio cugino, e ci davamo il cambio.

Quell’anno fu deciso di comprare un motoscafo. 

Era una grossa novità. Babbo e zio presero la patente nautica in un qualche lago del Settentrione. 

Babbo diventò amico di Amedeo Duca d’Aosta che frequentava il corso insieme a lui e che gli disse, Asvero, chiamami per qualsiasi cosa dovessi avere bisogno. 

La barca era una specie di grossa vasca da bagno in vetroresina, piatta, bianca dentro e gialla fuori, con due panche in legno in orizzontale e un paio di sci d’acqua in dotazione con cui mi sarei divertita negli anni a venire.

Il giorno che doveva arrivare il motoscafo cominciò come una bella giornata di sole, ma il tempo virò ben presto con il cielo che si faceva sempre più grigio e le onde del mare che si alzavano spinte dal vento.

Noi, seduti in spiaggia, aspettavamo fiduciosi di vedere comparire la barca all’orizzonte.

Il tempo passava però e non si vedeva niente. Cominciava anche a fare freddino. Mamma e zia dissero che forse sarebbe stato meglio prenderlo un altro giorno, il motoscafo. Ma restavamo lì ad aspettare e nessuno si muoveva.    

Aspettavamo. Aspettavamo la barca, qualsiasi cosa. Una telefonata, una notizia. 

Perché piangi, mamma?

Perché mi è entrata la sabbia negli occhi. 

A un tratto era diventato tutto grigio, il cielo, il mare e dentro di me.

Stavamo lì, in spiaggia, a guardare il mare, e aspettavamo.

Non ricordo se fu mamma o zia, ma qualcuno andò in direzione per fare una telefonata al venditore del motoscafo. Disse che erano partiti da un bel po’.

Ma noi non li vedevamo arrivare, mentre il mare si trasformava in un ammasso di onde scure e cadde anche qualche goccia di pioggia.

Eravamo sospesi, incapaci di muoverci o fare alcunché se non aspettare.

Aspettare e sperare.

D’un tratto, nel mare plumbeo si stagliò una macchiolina gialla.

Erano loro o volevamo solo che lo fossero?

La macchiolina, in effetti, si avvicinava a riva nella nostra direzione.

Almeno quando riuscivamo a vederla, dietro alla muraglia delle onde che si alzavano dense. 

Sono loro, gridò mamma, seguita subito da zia.

Ma eravamo sicuri? Non riuscivamo quasi a crederci.

A noi bambini bastò un attimo per cancellare la nebbia dal cuore.

Erano loro. Arrivati alla boa scesero dalla barca e con l’acqua alla coscia la tirarono fino a riva con una cima. Erano completamente fradici.

Babbo cominciò il racconto, buttandola sul ridere. Erano partiti da Follonica con il sole ed erano sicuri che ce l’avrebbero fatta prima che peggiorasse. Ma non era stato così. Il mare aveva cominciato a muoversi sempre di più, il vento soffiava contro, ed era difficile procedere in direzione lineare.

Babbo disse che la tentazione per chiunque sarebbe stata quella di seguire le onde. Invece no, le onde andavano affrontate e spezzate di prua. Anche questa era una lezione appresa al corso con il Duca d’Aosta.

Qualcuno arrivò perfino dalla direzione del campeggio ad accoglierli, insieme al bagnino, tutti preoccupati.

Qualcuno disse, mare forza sei. Eh, in certi punti anche di più, disse qualcun altro.  

Non avevo mai sentito quell’espressione, prima di allora, ma nei giorni successivi divenne familiare, insieme a parole come cima e mezzo marinaio.

La barca fu issata a riva e spinta nella rimessa accanto al barrino. Babbo e zio andarono a cambiarsi. Non era rimasto niente di asciutto, nemmeno un fazzoletto. 

Babbo indossava un costume da bagno nero con un taschino interno dove teneva i soldi.

Quando tornammo alla roulotte, al filo dei panni c’erano stesi anche dei fogli da mille lire, la carta di identità e la patente nautica, fissati con le mollette da bucato.  

Rimasi incantata a guardarli, come si fa con i titoli di coda di un film che ci ha fatto stare con il fiato sospeso.

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Il gattino siberiano

Qualche anno fa abbiamo cominciato a vedere un gatto nuovo, un altro, girellare nei campi sotto casa. Un giorno che ero andata giù con mamma per sistemare la pompa dell’acqua, abbiamo chiesto al rumeno se fosse suo.

Disse di no, che anche lui lo vedeva girare da un po’, che gli aveva dato dell’acqua e qualcosa da mangiare, ma non era suo.

Il gatto era bellissimo e molto dolce, si faceva avvicinare senza problemi e aveva un pelo di seta. Di sicuro aveva una famiglia da qualche parte.

In ogni caso, poco tempo dopo salì fino a casa nostra. Così toccò a me mettergli un ciottolino con l’acqua e un altro con il cibo e tenerlo alla larga dagli altri energumeni felini di casa. 

Fosse stato per me, l’avrei tenuto senza pensarci due volte. Mamma invece cominciò a martellarmi: questo gatto deve andare via, scrivi un appello per cercare i padroni, se non ci pensi te lo fo io ma lo metto nel bosco. E così via.

Qualcuno mi disse che in un certo ambulatorio veterinario c’era un appello per un gatto simile. Ci andai ed era vero. Cercavano proprio lui.

Un gatto siberiano.

Chiamai subito il numero indicato e, dalla descrizione che feci a un incredulo proprietario, sembrava proprio che fosse il gatto giusto. Poi misi giù e, come al solito in ritardo, pensai: azz, un gatto siberiano!

Uno di quei gatti che possono stare con gli allergici al pelo di gatto, uno di quei gatti che i figli di mia cugina vorrebbero comprare e per questo mettono da parte cinque euro su cinque euro per arrivare a mille.

Che bella sorpresa sarebbe stata per loro! 

Finita la telefonata tentai di rientrare in macchina, ma ero rimasta chiusa fuori. Era bastato che scendessi per guardare dentro all’ambulatorio lasciando dentro le chiavi che per qualche motivo erano scattate le chiusure automatiche. 

Meno male che avevo il telefono con me.

Richiamai il probabile proprietario del gatto e ci accordammo perché, dopo essere passato da casa mia a vedere se il micio era proprio il suo passasse nel posteggio del veterinario per aiutarmi a riaprire la macchina. 

Finalmente arrivò, su un grosso suv. Era un padre giovane con un bambino di sette-otto anni al fianco, con il gatto stretto in braccio.

Abitavano in un altro comune ma in linea d’aria la loro casa non era molto distante dalla nostra. Era più che plausibile che il gattino si fosse allontanato per qualche motivo e, solo attraversando alcuni campi, fosse arrivato direttamente fino da noi. 

I siberiani, mi disse il padre, in realtà erano due, entrambi cuccioli. Un giorno la famiglia era rientrata a casa e non li aveva più trovati.

Uno era ricomparso una settimana dopo, in un posto non molto lontano. L’altro invece, cioè il “nostro”, mancava ormai da una quindicina di giorni e avevano quasi del tutto perso la speranza di ritrovarlo.

Potevo immaginare la loro felicità. E la loro gratitudine, anche.

Mentre il babbo trafficava con la mia auto per riaprire lo sportello, mi avvicinai al bambino che teneva il gattino stretto in braccio. 

  • Fammelo salutare un’ultima volta, bello lui.
  • È di razza purissima, fu la risposta, abbastanza bizzarra, del bambino.

Mi feci dire il nome, un’inutile accozzaglia di lettere che mi sforzai di dimenticare subito.

Poi ci fu una metamorfosi. Il piccolo viso si trasformò in una maschera, i muscoli del collo e la mascella tutti tesi e la bocca contratta in un ghigno da grande.

  • Sono stati i vicini a portarlo via… lo so io, lo so, disse alzando il mento a rafforzare la sua accusa.

Non trovai alcuna parola con cui rispondergli.

Intanto il gattino si faceva accarezzare, morbido e rilassato. 

  • Ora però deve bere, ha sete. È tanto che non beve, disse ancora quel bimbo.
  • Come lo sai?, gli chiesi.
  • È fuori di casa da tanti giorni, ora deve bere e mangiare sennò muore.

Mi stavo innervosendo.

  • Ma guarda che a casa nostra ci sono altri gatti ed è pieno di ciotole di acqua e cibo, e lui ha mangiato e bevuto ogni volta che ha voluto. E anche quelli del campo di sotto che lo avevano visto prima di noi gli hanno dato da bere e da mangiare…, dissi con il tono metallico della rabbia trattenuta.
  • Ora devo chiudere il finestrino perché sennò scappa di nuovo, disse il nostro piccolo eroe, stringendo ancor più la povera bestiola a sé.

Ecco, se c’è una buona azione di cui mi sono pentita è questa. Anche se, a dire il vero, essendo cresciuta con la sindrome da Giovane Marmotta, di buone azioni di cui pentirmi ne ho collezionate un bel po’. In ogni caso sarebbe stato meglio telefonare ai bambini di casa e dire loro, ho trovato il gattino che cercate. Avrei avuto più soddisfazione. Probabilmente anche per il micio. E lo avrei chiamato Ivan, al posto di quel nome ridicolo da gatto di pezza.

Accanto al cartello del micio siberiano, nello studio veterinario, ce n’era un altro, di un gatto comune che si era perso, i cui proprietari promettevano una ricompensa per chi li avesse aiutati a ritrovarlo.

Il siberiano invece è stato riconsegnato gratis e senza un grazie, dopo essere stato accudito per giorni e pure con l’impegno della ricerca dei padroni.

La mia solita fortuna.

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Il Tarallo d’Oro

Un inverno, tanti anni fa, andammo a sciare sul Plan de Corones. Partimmo con il furgone della mia amica, io, lei e una coppia di amici romani. Avevamo prenotato due camere in un garnì di Riscone. Quando arrivammo, io e la mia amica scegliemmo la prima che ci fu mostrata, con gli armadi dipinti alla tirolese sul verdino con i fiori colorati. Ho saputo in seguito che l’altra coppia c’era rimasta male e che quella camera sarebbe piaciuta a loro.

La mattina facevamo le solite colazioni pantagrueliche da montagna, ingurgitando tutto quello che era possibile prima di scoppiare: latte e cereali, yogurt, marmellata di mirtilli, krapfen. Poi ci servivamo al tavolo dei salati e preparavamo dei panini con formaggi e affettati che nascondevamo nello zaino per mangiarli a pranzo.

Quindi ci dividevamo, io e la mia amica agli impianti di risalita, l’altra coppia agli anelli di fondo.

Non sono mai stata una grande sciatrice, in ogni caso quell’anno prendemmo anche un maestro. Uno io, che ero più scarsa, e uno la mia amica, molto più brava.

C’era un’ovovia, o qualcosa del genere, che portava a San Vigilio di Marebbe e attraversava il paese sovrastandolo dall’alto. Ma anche per gli impianti di risalita non ho mai avuto una particolare passione.

In ogni caso la vacanza andava avanti. La sera, dopo cena, ci sedevamo ai tavoli dell’albergo e giocavamo a nomi, cose, città. Una sera ci fu una discussione con il ragazzo della coppia per una parola che avevo scritto io. Fra le categorie avevamo messo anche feste e manifestazioni. Era uscita la T e io avevo giocato il Tarallo d’Oro.

  • E questo che sarebbe? disse lui.
  • E io: una manifestazione pugliese.
  • Secondo me non esiste, io non ne ho mai sentito parlare.
  • Vabbè, che c’entra. Vuoi che in Puglia non ci sia un Tarallo d’Oro da qualche parte?
  • Ah, ma te la sei inventata. Non la conosci nemmeno te.
  • No, ma è possibile che ci sia.
  • Eh, ma così non vale… Ognuno allora può inventarsi qualsiasi cosa.  

Insomma, alla fine venimmo a patti, probabilmente avrò rinunciato al punto o me lo avranno assegnato per mettere pace, ma quella questione del tarallo rimase lì, ferma, sospesa a mezz’aria, mal digerita.

Un pomeriggio di cattivo tempo andammo a Brunico a pattinare sul ghiaccio. La ragazza della coppia, che pronunciava Brunìco con l’accento sulla i, a un certo punto cadde e si fece male a un polso. Proprio quella mattina avevo detto alla mia amica che cominciavo a sopportarli sempre meno. E se vogliamo dirla tutta mi riferiscono che lei cadde dopo che io mi ero girata verso di lei per commentare qualcosa della pista. 

Il marito la portò al pronto soccorso, alla fine si era proprio rotta il polso e ritornò con l’ingessatura. Però era contenta perché non aveva mai visto un ospedale così bello pulito e organizzato come quello di Brunìco e lei che veniva da Roma non aveva trovato le file al pronto soccorso e gli infermieri erano gentili e l’avevano visitata subito e bene e tutto quanto e se le fosse successo a Roma a quest’ora sarebbe stata ancora lì. 

Insomma, alla fine questo piccolo incidente separò un po’ di più le nostre strade perché mentre noi andavamo a sciare, loro si facevano dei giri nei posti vicini in cerca di occasioni vintage nei negozi di articoli sportivi.

Un giorno tornarono entusiasti per aver trovato una salopette blu di tessuto elastico impermeabilizzato con una stella alpina di filo sulla bretella. 

La lontananza del giorno allo stesso tempo rendeva più accettabile la frequentazione della sera. Io poi ero dispiaciuta in quanto mi sentivo anche un po’ responsabile di quanto era accaduto, fosse solo per il desiderio che avevo espresso. Quindi mi sforzai di essere un po’ più accomodante.

Un pomeriggio, verso la fine della vacanza, facemmo un giro a Brunico per scegliere qualcosa da portare a casa. Girammo per le strade del centro, visitammo i panifici, i negozi con i prodotti caratteristici, comprammo pretzel e speck.

A un certo punto, alzando gli occhi, vidi un’insegna in ferro battuto. C’era scritto: Il Tarallo d’Oro. Era una specie di alberghetto, piccolo e ben curato, come tutto in quello zone.

Non potevo credere ai miei occhi.

Riuscii a recuperare un po’ di fiato per urlare: guardate lassù! E scoppiare a ridere.

L’amico prese atto della cosa, ma volle comunque puntualizzare che non si trattava di una manifestazione e non eravamo nemmeno in Puglia.

Però era sicuramente un segno. Qualcuno osa forse pensare di no? 

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Una pazza a giro per Venezia

Oggi, se vado a Venezia, mi perdo come un Pollicino senza sassolini. Ma c’è stato un tempo, una venticinquina di anni fa, che non era affatto così.

Al termine della mia prima sostituzione a Mestre un collega mi disse, e ora che programmi hai? Potresti visitare la Biennale d’Arte, ti accrediti gratis e puoi andarci tutti i giorni che vuoi.

Lo presi in parola.

Armata di una piantina della città, con il mio accredito in borsa, partivo ogni giorno in treno da Treviso, dove abitavo, per scendere alla stazione di Santa Lucia. L’estate stava per finire e la luce già pronta all’autunno rendeva a Venezia i suoi colori.

Iniziai dai Giardini della Biennale, poi passai alle mostre sparse tra chiese e palazzi. La mia vacanza artistica si arricchiva di giorno in giorno. Esaurite le esposizioni della Biennale, continuai a marciare per calli e campielli, visitando tutto il possibile.

Il collega mi aveva raccomandato di non perdermi le Scuole Grandi, San Rocco, San Marco, i Carmini. E poi ricordati, mi disse, del Tiziano in Santa Maria dei Frari.  

I primi giorni dovevo studiare la cartina abbastanza spesso. Quando i cartelli indicatori mancavano o non segnavano quello che cercavo io, mi fermavo, spianavo la pianta della città e cercavo di capirci qualcosa. 

Un giorno mi si avvicinò un tizio, grassottello con pancia, stempiato sul bianco-grigio, abbigliamento casual, chiedendomi se avessi bisogno di una mano. Anzi, attaccò direttamente con may I help you? Gli dissi dove volevo andare e lui mi suggerì di seguirlo, mi avrebbe mostrato lui la strada. 

Intanto cominciò con le domande, come mi chiamavo, da dove venivo, se volevo bere qualcosa.

No, grazie. Vado di fretta.

Ma a Venezia non bisogna avere fretta.

Purtroppo per lui all’epoca ero una ragazza che correva sempre, voleva fare più cose possibili e non si stancava mai. Per cui lo salutai e, anche se dovetti insistere ancora un po’,  finalmente riuscii a togliermelo di torno. 

Dopo un po’ quell’intricato labirinto di calli cominciò ad avere meno segreti per me. Avevo i miei punti di riferimento e potevo girare per tutta Venezia senza perdermi, da Castello a Cannaregio. Avevo imparato anche dove erano i ponti per attraversare il Canal Grande. 

Furono giorni intensi, pieni di arte, di spuntini ai bar dei musei, di lunghe camminate, di corse per non perdere il treno, di biscotti veneziani acquistati nei panifici.

Ogni mattina decidevo dove sarei andata quel giorno, ma il programma poteva anche cambiare, aggiungendo un monumento scoperto per caso o consigliato da qualcuno.

Ero famelica. Non avrei voluto perdermi niente di tutta quella bellezza. Venezia mi ossessionava con i suoi canali, le sue pietre e i tesori nascosti. Di tutte quelle visite fatte di corsa come un bulimico di arte, rimangono pochi ricordi affastellati l’uno sull’altro. Su tutti la mancata visita alle Gallerie dell’Accademia (per fortuna recuperata pochi anni fa) per gli orari incompatibili con i miei folli giri.

Ripensando a quei giorni in laguna, oltre a vedermi camminare sostenuta e decisa verso la mia mèta, esplodono come piccoli flash delle immagini isolate.

Una volta, mentre scendevo dal campanile della Basilica sull’isola di San Giorgio, un frate mi chiese se ero americana. A malincuore risposi di no, al tempo ero fissata con gli Stati Uniti, ma la domanda almeno mi mise di buonumore.

Quando uscii dalla casa museo di Peggy Guggenheim, che da allora è uno dei miei posti preferiti al mondo, scoprii che aveva fatto seppellire i suoi cani tibetani in giardino, dove riposa anche lei. 

Un altro giorno invece ero all’imbarco di piazza San Marco quando sentii qualcuno che diceva, may I help you? Mi girai e vidi il tizio, grassottello con pancia, stempiato sul bianco-grigio, abbigliamento casual, che tampinava un’altra turista.

Si vede che doveva essere proprio il suo mestiere. Chissà se gli rendeva, e come.

In ogni caso, non mi sforzai nemmeno di reprimere lo scoppio di risa e dentro di me ringraziai per essermene liberata in un attimo.

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Il verso della rana

La prima volta che montai a cavallo fu a Sibari, nel maneggio dietro al campeggio, durante le vacanze di seconda o terza liceo. L’istruttore faceva parte del gruppo degli amici della spiaggia così venne abbastanza facile accordarsi per delle lezioni che potemmo fissare, però, solo dopo aver superato la strenua opposizione di babbo, che sosteneva si trattasse di uno sport troppo costoso.

Al primo incontro l’istruttore mise le mani a cestino, mi disse di appoggiarci il piede destro e di infilare, alzandomi, il sinistro nella staffa. Sempre da sinistra, si sale, mi disse.

Poco prima mi aveva brontolato perché ero passata dietro ai cavalli. 

Non farlo mai più, disse. Per fortuna non ti è successo niente. Ma posso raccontarti di uno che passò dietro a un cavallo mentre portava una sella in braccio, e il calcio, oltre a sfondare la sella, lo fece volare per dieci metri.

Non avevo ancora iniziato e già avevo maturato il senso dello scampato pericolo.

In ogni caso, misi il piede sinistro nella prima staffa, sedetti sulla sella e infilai anche il destro. 

Poi fu la volta delle briglie, come si tengono e come si tirano per determinare la direzione del cavallo. Subito dopo, con il cavallo tenuto per una lunga corda, mi fecero girare in tondo, per prendere confidenza.  

Il cavallo andava al passo e io cominciavo a imparare come si stava in sella, come si dovevano usare i muscoli dell’interno coscia (qualche anno dopo qualcuno mi disse che si chiamavano muscoli della verginità e che si usavano solo per andare a cavallo. Oltre che per difendere la virtù, naturalmente). 

Poi l’istruttore disse, ora passiamo al trotto.

Fai il verso della rana.

Continuavamo a girare in tondo e il cavallo camminava tranquillo.

Continua con la rana, così parte il trotto. 

Niente.

Andammo avanti ancora un po’ con il fai la rana, perché il cavallo non parte? Poi l’istruttore mi chiese, mi fai vedere come lo fai il verso della rana?

E io: waaaa, waaa, come la rana dalla bocca larga.

Ma no, non è così, disse. Il verso si fa arrotolando la lingua verso il palato e schioccandola. Prova.

A quel punto il cavallo partì e io dovetti imparare la difficile arte di adattarmi al suo ritmo senza battere troppe culate. 

Qualche giorno dopo, ero stesa su una sdraio a leggere un libro e babbo mi disse, o che hai combinato lì didietro? Mi guardai le cosce e vidi che erano completamente nere. Un unico enorme livido. Evidentemente sul ritmo del trotto c’era da lavorare ancora un po’. 

Un giorno mi vennero a cercare in campeggio. 

Eugenio ha chiesto di te. È a letto con la febbre a quaranta. 

Ma che è successo?

È caduto da cavallo e si è rotto un braccio. Ha battuto anche la testa ma niente di grave.

A sedici anni il mio istinto infermieristico era abbastanza sommerso. Altri istinti invece, legati anche al fatto che Eugenio era il ragazzo più bello del mondo con quei due laghi verdi al posto degli occhi, mi fecero correre a casa sua, dove lo trovai a letto, in semi delirio, circondato da servitori adoranti. Le operazioni erano dirette dall’inflessibile mamma, quella che anni dopo mi avrebbe fatto il terzo grado al telefono, rifiutandosi di darmi il nuovo indirizzo del figlio.

Che ci facevo io lì? 

Ermengarda, è arrivata Ermengarda, disse Eugenio. Ermé, siedi sul letto e stai qui con me.

Già, in quella vacanza calabra a un certo punto cominciai ad essere chiamata Ermengarda dopo che qualcuno durante le presentazioni aveva detto stupito, noooo, ma davvero ti chiami Simona? Non ci posso credere. 

Infatti mi chiamo Ermengarda, dissi io. E da allora…

Eugenio era il figlio di un commerciante di un paese vicino. Ai ragazzi del gruppo non piaceva. Troppo bello, troppo ricco, troppo di tutto. Con le ragazze il discorso era diverso.

Gli chiesi della caduta. Ma insomma, come è successo? Anche perché lui era bravo, mica uno che faceva la rana dalla bocca larga.

C’era stato uno scarto improvviso del cavallo, uno stivale si era incastrato nella staffa e lui era finito giù per terra.

Mi dissero che chiedeva sempre di me, così tornai diverse volte a trovarlo. La mamma preparava il tè e controllava dalla porta.

Qualche tempo dopo fu lui a telefonarmi dicendomi che sarebbe venuto a Siena con la gita della scuola. Quella volta ci trovammo in piazza del Campo, a Fonte Gaia. Io ero con un’amica, facemmo un giro, bevemmo una Coca e poi lo riaccompagnammo al pullman. 

Non l’ho più rivisto. E non ho più avuto il suo numero di telefono.

Non credo che la mamma fosse preoccupata tanto per le ragazze che giravano intorno al figlio. Ho sempre avuto l’impressione che si trattasse di altro, qualcosa di molto serio. L’ho sentita troppo guardinga al telefono. Terrorizzata, forse.

Non bastava che fossi l’Ermengarda di un’estate, quella che il figlio voleva accanto a sé mentre era bloccato a letto per la caduta da cavallo. Per evitare certi pericoli, immagino, serve ben altro.  

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Un’estate a cavallo

Negli anni del liceo sognavo di lavorare d’estate in una stalla in Inghilterra per imparare a cavalcare. Babbo ne parlò con un suo amico che aveva un maneggio. Mi disse di non andare che mi avrebbero trattato come una schiava. Potevo semmai andare da lui sulle Colline Metallifere. Avrei aiutato nelle stalle, cavalcato e tutto quanto.

Nell’estate di quarta liceo babbo mi accompagnò all’hotel dell’amico dove sarei rimasta per un po’.

Mi fu assegnata una camera, cenai al tavolo con loro e andai a dormire. La mattina dopo l’appuntamento era alle stalle per le sei. Non stavo nella pelle.

La figlia, di qualche anno più grande di me, mi insegnò come si lavano i cavalli, bruschino e movimenti circolari. Imparai a distinguere il morso dal filetto, a mettere sella e briglie. Al cibo e al giaciglio ci pensava un inserviente, noi preparavamo i cavalli per le passeggiate. A Sibari avevo già imparato a fare il verso della rana per stimolare il cavallo e a non trovarmi mai dietro di lui. Nel caso si posizionasse rivolto col posteriore, avrei dovuto dargli una pacca sul fianco e dirgli “poggia, poggia”.

Il primo giorno facemmo un giro di un’oretta o poco più. Con il ritorno in stalla, dopo aver messo i cavalli nei box, c’era da sistemare i finimenti, da ungere il cuoio di selle e briglie, lavare morsi e filetti. 

Nel pomeriggio, tornata in hotel, mi buttai sul letto per digerire tutte quelle emozioni e la fatica.

A un certo punto fui svegliata dal telefono. La voce della nonna mi intimava di scendere subito, che mi stavano aspettando. Ma non è ancora l’ora di cena, dissi io.

Infatti devi venire giù ad aiutare, non penserai mica di passare tutto il tempo a dormire?

La nonna era la mamma del proprietario, una signora magra e pallida che gestiva la cucina e il ristorante con polso fermo e piglio dittatoriale. Era impossibile, oltre che sconsigliabile, non eseguire i suoi ordini.

Scesi ad aiutare. C’era da tagliare il pane e riempire i cestini, sistemare i tavoli, mettere le ampolle e cose del genere.

Per cena, disse la nonna orgogliosa, c’è l’acquacotta con l’uovo di anatra. Lei la faceva con l’ortica, una fetta di pane nero e sopra l’uovo, che aveva avuto eccezionalmente non so da chi. Per anni ho creduto che quella fosse l’unica versione dell’acquacotta.

Dopo aver servito ai tavoli e preparato i caffè, rigorosamente liofilizzati, potei finalmente crollare a letto, aspettando la sveglia, troppo vicina, per tornare nelle stalle e ricominciare la giornata al maneggio.

Fra i cavalli ce n’era uno nero, Arno, che aveva avuto qualche problema di salute e gli antibiotici, mi spiegò la figlia, lo avevano trasformato, rendendolo irritabile e imprevedibile. Fra gli ospiti di quel periodo c’era anche un tizio che si atteggiava a provetto cavallerizzo. Lui voleva sempre montare Arno. Andavamo in passeggiata, al passo, al trotto, e Arno impennava, saltava come in un rodeo. Il cavallerizzo si vantava di essere l’unico in grado di gestirlo ma, mentre gli altri lo guardavano ammirati, la figlia rimaneva seria. Secondo lei lo faceva apposta, di farlo scatenare, per fare il fenomeno, ed era molto preoccupata per il cavallo.

Un giorno partimmo per una gita in montagna. Dopo alcuni tornanti in salita ci fermammo in una radura erbosa per far pascolare i cavalli e riposarci un po’. Subito dopo, il paesaggio cambiava drasticamente. C’erano solo ripidi pendii lastricati di pietroni aguzzi. 

Mentre ero in groppa a Frida, la cavallina grigia che mi era stata assegnata, tutt’a un tratto mi sentii volare per aria e capitombolai a terra, sull’erba. Mi rialzai, per fortuna non mi ero fatta niente. Mentre i cavalli brucavano, Frida aveva avvicinato il muso al posteriore di Arno che le aveva sferrato un calcio. La cavallina si era impennata e io ero caduta. Tutto era successo in pochi secondi. 

Non bisogna mai rilassarsi quando si è a cavallo, nemmeno da fermi, mi dissero.

Risalii in sella e Frida partì al trotto. Non sulle salite, ma verso la stalla. La figlia mi rincorreva e mi spiegava come dovevo fare per gestire il cavallo. Io però, terrorizzata, ero completamente in sua balìa. Avevo davanti agli occhi i pietroni aguzzi su cui non ero precipitata solo per pochi metri e tremavo dalla paura.

Il cavallo lo sente, mi diceva, devi stare tranquilla. Eh, è un discorso…

Dai, dissi, proseguite voi. Io riporto il cavallo in stalla e sto in albergo.

Non è possibile, devi venire con noi. Non si fa così, i problemi vanno affrontati subito.

Alla fine, a forza di insistere, riuscii a far girare Frida e ad accodarmi al gruppo. 

Arrivammo alla mèta ma non mi godei affatto la passeggiata. 

A parte quando ci fermammo in una radura e il figlio ci raggiunse con il furgone con il pranzo, pane, pomodori e pecorino. Mai mangiato niente di più buono.  

Quando tornammo in albergo, però, telefonai a babbo e gli chiesi di venirmi a riprendere.

La stagione con i cavalli per me era chiusa. 

La notte cominciai ad avere un incubo, sempre lo stesso. Dormivo su una brandina in mezzo alla stalla, intorno a me i cavalli rivolti dalla parte di dietro. Il cerchio si stringeva e le loro zampe erano sempre più vicine, pronte a scalciare. Io gridavo: Poggia, poggia, poggia!

Ma la parolina magica non funzionava, loro si avvicinavano sempre di più e io mi svegliavo in un bagno di sudore.

Dal maneggio mi invitavano a tornare. Quel trauma doveva essere superato o mi sarebbe rimasto addosso per sempre. 

Dopo un po’ decisi di riprovare. 

Avevo imparato a stare sempre all’erta, una volta in sella, e non mi rilassavo mai, ma tutto sommato andò bene, perché trascorsi ancora dei bei giorni e ripresi contatto con i cavalli, superando il terrore che mi era entrato dentro.

Intanto erano cambiati gli ospiti. Il fenomeno era partito. C’erano una famiglia di Milano, babbo mamma e due figli piccoli, e una signora di mezza età, elegante e molto propensa alla conversazione. 

Era cambiato anche il mio cavallo di riferimento. Non più Frida, ma un bel sauro di cui non ricordo il nome.

Un giorno portammo gli ospiti a vedere il Palio di Siena. Entrammo in piazza del Campo dall’Onda, nella fiumana di persone di via Duprè, ultimo accesso prima della chiusura dei cancelli.

La piazza sembrava un calderone. Ogni tanto si apriva un varco tra la folla per far passare i soccorritori che portavano via qualcuno che si sentiva male. Finito il corteo storico, fu il momento della corsa, con le solite urla e i fazzoletti di contrada sventolati all’impazzata. Vinse il Leocorno.

Accanto a noi c’erano le citte della Chiocciola, che piangevano come fontane. La signora di mezza età cercò di consolarle, chiedendo loro che cosa fosse successo di tanto grave, ma non fu degnata di uno sguardo.

La mia permanenza al maneggio proseguiva in modo abbastanza tranquillo. Dopo la sveglia all’alba e la colazione, scendevo alle stalle. Andavamo per terreni impervi e le cavalcate erano quasi sempre al passo o al massimo al trotto. Quando il bosco si faceva più fitto dovevamo schiacciarci in avanti aderendo alla schiena del cavallo per non sbattere contro i rami.

Un giorno il giovane babbo della famigliola ci sbattè davvero contro un ramo e cadde a terra lussandosi una spalla. Quella volta la gita finì presto.

Una volta invece tutto d’un tratto, usciti da un sentiero alberato, ci trovammo di fronte a un grande prato pianeggiante. Fino ad allora non c’era mai stata l’occasione di andare al galoppo. La figlia mi disse, vai, è il momento.

Il cavallo partì come se non aspettasse altro. L’andatura spigolosa del trotto si smussò nell’onda dolce del galoppo. Volavamo insieme, io e il cavallo, come se quel campo non dovesse finire mai. 

Deve essere questo, credo, che si intende quando si parla di libertà.    

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Le lunghe estati al negozio di babbo

Quando ero alle medie, durante le vacanze estive aiutavo babbo al negozio di elettrodomestici. Ad agosto zio Romano e Donatella, l’impiegata, erano in ferie e io sostituivo lei alla gestione del gas. Prendevo le telefonate, recuperavo i dati del cliente da uno schedario, li aggiornavo con la data dell’ultima fornitura e passavo l’ordinazione della bombola, specificando il volume e il tipo, al signore in tuta blu che l’avrebbe consegnata con l’Ape. 

Ricordo le lunghe mattine fresche nel negozio nuovo in piazza Arnolfo, anzi in via Usimbardi, dove prima c’era la Posta. Di là, sulla piazza, c’era una trattoria dove si faceva colazione con le acciughe sotto pesto, la trippa e un gotto di vino rosso. Dalle finestre entravano gli effluvi della cucina, la ribollita, le carni lesse, quelle stufate. L’odore sapeva di unto, ma era sempre molto frequentata, con i tavolini sotto le logge davanti alla sede del PCI, soprattutto da camionisti e dai contadini che venivano a Colle per il mercato del venerdì. Ricordo il bancone di marmo e la vetrina con gli affettati, i formaggi e i sottoli. Al tempo la snobbavamo un po’. Oggi potrebbe risalire la classifica delle osterie nelle migliori guide gastronomiche. 

Quando andavo al liceo invece cominciai a sedermi ai tavolini esterni per bere un gotto di aleatico nelle ore che passavamo in piazza con gli amici. 

Al negozio in agosto c’erano tanti tempi morti. A volte mi trovavo anche completamente sola. Capitava allora che vendessi un disco o delle pile. Agli elettrodomestici ci pensava babbo, che però spesso era fuori con l’altro dipendente per la consegna di televisori, lavatrici e cose del genere. 

Nei momenti di calma seguivo dei campionati di tennis in tv. Il mio tennis era fatto di qualche partita strampalata ai campi in terra battuta delle stradine con la mia amica Sandra, le racchette in legno e budello, una Maxima e una Dunlop, passatemi da babbo e un amore viscerale per Adriano Panatta e per un americano dai capelli biondi di cui ho dimenticato il nome. Erano i tempi del capitano Nicola Pietrangeli, con Paolo Bertolucci e Lea Pericoli. Quando guardavo le partite mi sembrava che niente contasse al di fuori della terra rossa e dei gonnellini della Pericoli.

Era anche uscito un videogioco, forse il primo, in cui si giocava a tennis, anzi a ping pong. Su uno schermo nero facevamo muovere un rettangolino bianco con il quale respingevamo la pallina, un rettangolo più piccolo. Potevamo decidere la velocità del gioco, il singolo o il doppio. 

Appena si entrava in negozio, sulla sinistra, c’era un espositore con le musicassette.

Per me era la porta di un universo parallelo, un mondo tutto da scoprire. Solo guardare le copertine delle cassette mi faceva venire la voglia di ascoltarle tutte. Il mio canto libero, La collina dei ciliegi e Il nostro caro angelo di Battisti, Folk Beat n. 1 di Guccini. Ornella Vanoni, la Formula 3, Wess e Dori Ghezzi, Adriano Celentano. I Pink Floyd, gli Eagles, i Led Zeppelin, i Beatles, i Rolling Stones, i Jethro Tull, i Bee Gees. Era come essere in una pasticceria senza nessuno che ti controllasse e tu potevi assaggiare questo e quello, dal cannolo al babà, ai risotti alle pesche all’alchermes fino ai bignè con la crema, la cioccolata e lo zabaione.

Insomma, erano gli anni ’70.

Babbo mi aveva dato il permesso di ascoltare le cassette che non avevano il cellophane. Dopo un po’ ero io che decidevo quale ce l’aveva e quale no. Dopo un altro po’ non potevo resistere e mi portavo a casa quelle che mi piacevano di più. Fu un periodo fantastico. Ascoltavo i nuovi arrivi al negozio e poi continuavo ad ascoltare a casa quelli che mi piacevano di più. Cercavo di capire le parole e le scrivevo su un quadernino, provando a scoprire il significato delle canzoni. Qualcuna la suonavo con la chitarra, che avevo appena iniziato a studiare con don Vanzetto dai Salesiani.    

Vivevo dentro un sogno che sembrava non dovesse finire mai più.

Un giorno babbo torna a casa e dice. C’è un problema al negozio. Spariscono le cassette ma non risultano vendute. Te ne sai niente Simona?

Faccia rossa. 

Io? Uh, no, perché…

Dimmi che non ne sai niente…

No, in effetti, io…

Faccia bordeaux. Allarme rosso.

Simona, fammi vedere quante cassette hai in camera…

No, ma io…

Quella sera babbo tornò al negozio con una borsata stracolma delle “mie” cassette.  

Riuscii appena a convincerlo a lasciarmene qualcuna, ma la maggior parte se ne andò. Fu un vero smacco, sia per essere stata scoperta, sia per scoprire, allo stesso tempo, che non stavo facendo proprio una cosa bellissima.

Quel giorno la mia anima musicale subì uno strappo tremendo.

Non ho più rivisto La collina dei ciliegi e Il nostro caro angelo. Ma per fortuna mi ero imparata tutte le parole a memoria.

(foto tratta da Torrino Tennis Academy)

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La vertigine della torre

Per parecchi anni Bologna è stata la mia città preferita. Quando facevo le elementari un giorno babbo mi disse che mi avrebbe portato a Bologna. Lui ci andava abbastanza spesso per questioni legate al paracadutismo, per rinnovare il brevetto di istruttore di volo. Per me era un viaggio inaspettato e fantastico, come andare sulla luna. Camminavamo e io guardavo tutto con occhi avidi e stupiti, parchi, portici, e mi sembrava di non avere mai visto niente di tanto bello. Fu così che me ne innamorai.

La mattina, appena arrivati, andammo in un ufficio militare, poi a pranzo in una bettola del centro sotto il livello della strada. La signora della trattoria ci fece sedere a un tavolo libero per due. Mangiammo tortellini al ragù e braciola di maiale. Pagammo una cifra ridicola. Dopo, tornata a casa, mi divertivo a raccontare quanto e vedere le facce incredule della gente.

Mi sentivo così grande. Ero da sola con babbo, a Bologna. Non potevo immaginare niente di più emozionante. Più tardi salimmo sulla Torre degli Asinelli. Mamma che paura. Babbo era così, il pericolo lo divertiva e ancor più si divertiva a impaurire gli altri. Come quando si penzolava dalla torre di Pisa con mamma che lo guardava terrorizzata da sotto.

Sugli Asinelli c’erano tante scale da salire ma il peggio arrivò quasi in cima quando le scale diventarono di legno con lo spazio vuoto fra un gradino e l’altro. Cominciarono a tremarmi le gambe e mi sedetti su uno scalino, incapace di continuare sia a salire che a scendere. Babbo cercava di incoraggiarmi. Vieni strullina, che ormai ci siamo. Alla fine ce la feci e arrivai alle finestrelle strette sulla cima da cui si vedeva tutta Bologna. Ma non mi godei tanto quella vista, pensavo già a come avrei fatto per tornare giù. 

In ogni caso per me Bologna, da allora, si trasformò nella città dei sogni. Mancavano parecchi anni alla bomba della Stazione e la città era ancora una vecchia signora dai fianchi un po’ molli.

Crebbi con Guccini e Dalla, e Bologna era sempre lì. Avrei voluto studiare al Dams, ma poi mi accontentai di fare musica e spettacolo a Siena. Quando ci fu il delitto di Francesca Alinovi rimasi sconvolta. Come poteva accadere una cosa così terribile nel posto più bello del mondo?  

Ricordo ancora la telefonata a casa di Barbara, la mia amica di Milano che avevo conosciuto a Sibari, che in quei giorni era tornata in treno da sola passando per Bologna. Il suo babbo mi disse, tranquilla, è andato tutto bene.

Ai tempi dell’università una mia amica si trasferì a Bologna per lavoro. Andai spesso a trovarla, fermandomi qualche giorno a casa sua. Una sera c’era la cerimonia del premio Pasolini. L’aveva vinto un ragazzo che studiava a Siena e che conoscevo di vista. Fu Gianni Scalia, il mio prof di letteratura italiana, ad invitarmi. Era con lui che avevo chiesto di fare la tesi proprio su Pasolini. Alla fine della serata parlai un po’ con Laura Betti e poi, con Scalia e la mia amica, ci fermammo in piazza Maggiore a bere qualcosa. Fu lì che Scalia mi suggerì di approfondire uno degli aspetti dell’attività pasoliniana meno trattati, quello della sua collaborazione a Vie Nuove, settimanale del Partito Comunista.  

Fu in quei giorni che decisi di salire ancora una volta sulla torre degli Asinelli, per riappacificarmi con l’esperienza vissuta da bambina. Non fu una passeggiata, ma almeno la vidi con occhi da grande.

E alla fine passò anche quella.

(foto tratta dal sito della ProLoco Emilia Romagna)

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Maledetta mortadella

Di quella volta che mi chiesero un panino con la mortadella ricordo soprattutto il battito accelerato del mio cuore. E quella mortadella enorme, pesante, che mi scivolò dalle braccia nel banco frigo. Era estate, studiavo all’università e lavoravo in una birreria, nonostante il parere contrario di mamma e babbo che temevano restassi indietro con gli esami.

Avevo già notato gli occhi azzurri di quel ragazzo con i ricci castani, ma non mi ero mai ritrovata da sola con lui. E invece quella sera ero di là, nella stanza dei panini, anziché al solito bancone.

Mi fai un panino con la mortadella?

Non passò molto tempo che mi trasferii da lui. 

Abitava in una casa in campagna ancora più isolata di quella in cui vivevo con i miei. Lui di giorno lavorava, usciva la mattina presto e rientrava il pomeriggio.

Io la sera lavoravo in birreria e nel tempo libero studiavo. A settembre avrei dovuto dare l’esame di latino.

Mi mettevo fuori, seduta al tavolino, e facevo le versioni, leggevo, prendevo appunti. Era passato un po’ di tempo da quando il latino era la mia materia preferita e le traduzioni mi venivano così, quasi da sole.

Capitava che studiassi anche quando lui tornava a casa. Allora mi chiedeva di smettere e di stare con lui. Dopo un po’ però dovevo rimettermi a studiare, altrimenti non ce l’avrei mai fatta.

Lui allora si lamentava molto. Mi diceva che studiavo troppo e che non sapevo godermi la vita.

Mi diceva frasi del tipo, Simona, essi te stessa.  

Una volta passò a trovarmi un amico, mentre ero fuori che studiavo e si fermò per fare due chiacchiere.

La sera glielo raccontai e lui si arrabbiò. Per lui hai interrotto lo studio, per me invece no. Quanto conto io per te, mi chiedeva, a che posto sono nella tua vita?

In che senso, scusa?

Nel senso che te prima pensi allo studio, al lavoro, agli amici, alla famiglia e poi vengo io.

E io, che ne sapevo io allora io che ognuno è diverso e ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi, ognuno col suo viaggio, ognuno a rincorrere i suoi guai e che forse non ci incontreremo mai.

Che ne sapevo io di come certi fiumi scorrono tranquilli e maestosi, altri più impetuosi, ma arrivano sempre al mare, mentre certi altri si disperdono in tanti rivoli fino a morire o partono rivolo e piano piano, affluente dopo affluente, crescono e alla fine arrivano al mare anche loro.

Niente ne sapevo.

L’unica cosa che sapevo era che quella casetta di campagna era sempre più una gabbia vuota e il verde degli alberi tutto intorno aveva perso le sue sfumature.

Arrivò il giorno dell’esame e, naturalmente, feci una prova deludente.

Mi dispiace rovinarle la media, disse il professore, ma non posso darle più di un diciannove.

Rifiutai.

Quindi tornai alla casetta del nostro amore, feci le valigie e me ne andai. 

Naturalmente non finì lì. Ci furono telefonate accorate, recriminazioni, insinuazioni, il rifiuto di restituirmi alcuni oggetti e altre cose simili.

Però rimasi a casa mia e non rividi più il ragazzo dagli occhi azzurri, se non una sera che ero al cinema con le amiche, per restituirgli le chiavi. 

Qualche mese dopo riprovai con l’esame di latino. 

Quella volta andò decisamente meglio. 

Maledetta mortadella.

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Il giorno delle isole veneziane

Ero arrivata da poco nel grande parallelepipedo della redazione di Mestre, quando un collega mi disse.

Vedo che domenica sei libera. Hai impegni?

No, perché?

Perché ti porterei a fare un giro in laguna. Dovrai pur conoscere questi posti se lavori qui. Ce l’hai un motorino?

No.

Non importa, ce lo faremo prestare.

La domenica mattina lasciai la macchina a casa di un altro collega da cui presi il motorino e partimmo alla volta del Tronchetto per salire sul ferry boat. 

Mi raccomando, disse l’amico, non aprire bocca, fai parlare me.

Perché?

Perché se sentono che sei toscana non vale la carta Venezia.

Sbarcammo al Lido coi motorini e puntammo verso il mare. L’amico decideva la direzione e io, che non avevo la minima idea di dove fossimo e dove andassimo, lo seguivo.

La prima cosa che vidi fu la massa imponente dell’hotel Des Bains. Scoprii che una delle massime aspirazioni per un veneziano è prendersi una capanna sulla spiaggia per l’estate. Quelli che amano i desideri irrealizzabili ne sognano una del Des Bains.

L’amico raccontava usanze e tradizioni del posto, ma dovevamo anche andare avanti, altrimenti non ce l’avremmo fatta a terminare il percorso che aveva in mente.

Dopo esserci lasciati sulla destra il biancore rigoroso del Palazzo del Cinema, ci si parò davanti una costruzione rosata adorna di cupole e torrette. 

Ma questo è un palazzo moresco, dissi.

Sì, in effetti lo chiamano anche così, disse l’amico. È l’Excelsior. Anche qui vengono gli attori e si organizzano eventi per il festival del cinema, come al Des Bains.

Pochi minuti e sembrava di essere in un altro posto ancora. Un piccolo villaggio di pescatori, pulito e ordinato, con le casette colorate. 

Qui aveva lo studio Hugo Pratt, dice l’amico indicando una casetta rossa sulla sinistra.

Chi, quello di Corto Maltese?

Proprio lui.

E subito sembra di respirare l’aria dell’isola Escondida.

Sempre a sinistra c’è un ristorante. Il nome non promette benissimo ma il mio amico si ferma a prenotare per la cena. 

Non si può passare di qui e non fermarsi da Scarso, dice. 

Arriviamo in una pineta, dove posteggiamo i motorini. Entriamo in un bar imbalsamato negli anni 60 e spuntiamo sul mare. 

Tende, capanne, sdraio, tutto è di stoffa a rigone bianche e verdi.

Ma io questo posto l’ho già visto… dico.

In Morte a Venezia, forse? 

Ecco. È qui che von Aschenbach osservava l’amato Tadzio ed è qui che alla fine veniva a morire, su una sdraio in riva al mare.

Facciamo il bagno spingendoci lungo i murazzi.

Guarda che acqua. Che dici, mi fa l’amico, non ti sembra di essere in Toscana?

Beh, sì. Già dalla pineta e dalla spiaggia con le dune, l’impressione era stata quella.

Mangiamo una cosa al volo al bar vintage e prendiamo un altro traghetto.

Ti ricordi di non parlare, vero?

Fra San Pietro in Volta e Pellestrina il mio motorino comincia a fare dei versi strani.

Cazzo, hai forato, dice l’amico guardando la ruota posteriore.

No! E ora?

Aspetta qui.

L’amico si dirige sicuro verso un baretto. Fuori ci sono delle persone che bevono intorno ai tavoli.

Si alza un tizio di mezza età, basso e tarchiato, dai capelli precocemente imbiancati. Si avvicina, guarda la gomma con occhio esperto e fa segno di seguirlo.

Tempo mezz’ora e il motorino è come nuovo. Il mio amico accompagna il nostro salvatore al bar e offre da bere a lui e ai suoi amici.

Ma basta così? Faccio io. Sì, sì, tranquilla. Qui con una bevuta si mette a posto tutto.

Intanto vediamo gente che arriva da parti diverse ma corrono tutti verso la laguna.

Andiamo anche noi. C’è una regata delle femene, con le vogatrici sulle mascarete e il pubblico urlante che incita l’uno o l’altro equipaggio.

Siamo arrivati quasi alla fine, ma ora c’è la parte più difficile. Te la senti di guidare su un marciapiede a filo d’acqua?

E io, certo, come no?

Qualche volta, penso mentre tengo lo sguardo dritto davanti a me, cercando di evitare con la coda dell’occhio la laguna alla mia destra e il murazzo alla mia sinistra, potrei anche stare zitta, però. E invece andiamo, e arriviamo. In fondo c’è la riserva naturale di Caroman (Ca’ Roman). Un amico del mio amico è intento a osservare gli uccelli del posto dalle fessure di un capannino di legno. Con un po’ di fortuna si potrebbe vedere anche un succiacapre.

Ora andiamo, dice dopo un po’ il mio amico, si è fatto tardi col contrattempo del motorino e dobbiamo rifare tutta la strada fino al Lido…

Oddio, di nuovo i murazzi?

Sì, potremmo anche andare in traghetto fino a Chioggia, ma poi sarebbe troppo lontano per tornare in motorino. 

A Malamocco mangiamo da Scarso. Il mio amico e l’oste si scambiano delle parole strane, caparossoi, peoci, canoce, e come per incanto arrivano in tavola spaghetti alle vongole e grigliata mista di pesce.

Poenta?

No no grazie.

Ma guarda che qui il pesce si mangia così.

Io preferirei il pane.

Poenta, dice l’amico all’oste.

E polenta sia. Qua è bianca, tagliata a fettine spesse e passata alla griglia. E con il pesce non è affatto male.  

Hai visto com’è per terra?

Guardo in basso. Non mi ero resa conto che avevamo camminato su un’unica distesa di gusci di molluschi tritati. 

La stanchezza, il sole e il vinello bianco giustificherebbero un bel riposino.

Su, è ora di andare, dice invece l’amico.

Bisogna arrivare al molo prima dell’ultimo ferry boat.

Ricordati di non parlare, eh.

Il nastro si riavvolge. San Lazzaro degli Armeni, i giardini della Biennale, l’Arsenale, San Marco, Santa Maria della Salute, la Giudecca, il Molino Stucky. Il buio lascia vedere solo le luci sulla laguna, ma un’ora e più di viaggio bastano per ripercorrere con la mente tutte le tappe di questa giornata.

Saluto l’amico, lo ringrazio e risalgo sull’auto. 

Chissà se immaginava che un battesimo veneziano così non l’avrei dimenticato mai più.

(foto tratta dal blog Pellestrina Azzurra)

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