A pranzo con Luzi, ovvero un'occasione sprecata

Mi disse: “Quindi lei è di Colle Val d’Elsa, come il mio amico Romano Bilenchi”. 

Pensai che babbo era andato a casa sua, di Bilenchi, a Firenze, con mamma, poco tempo prima. Forse voleva chiedergli la prefazione del libro che stava per pubblicare. Andò anche Paola. Babbo la convinse dicendo che le avrebbe fatto conoscere una persona molto intelligente. Lei invece voleva stare a casa per rispondere alla lettera di un’amica francese. Trovarono un vecchio, malato o forse ipocondriaco, che si misurava la febbre di continuo e si lamentava di non avere più la soglia del dolore. Parlava solo dei suoi mali e dei libri pareva non importargli più. Poco dopo quell’incontro arrivò una sua lettera a casa. Diceva che non ce la faceva più a scrivere e così niente prefazione. Credo fosse l’anno del Gelo, l’ultimo che ha scritto.

Quel giorno al ristorante alle Logge, da Gianni, mi avevano fatta sedere accanto a Mario Luzi. A capotavola era andato Italo Dall’Orto perché Luzi non ci voleva stare. La mattina c’era stato un incontro in aula magna, in via Fieravecchia, e Dall’Orto aveva letto le sue poesie. Era l’anno del Battesimo dei nostri frammenti, un titolo che non si dimentica. 

“Superflua è quella grammatica./ La metafora è già./ Sei tu la metafora./ Lo è l’uomo/ e la sua maschera”.

Dall’Orto aveva una scuola di teatro a Firenze, mi dissero. Forse Anna mi suggerì di parlarci, di chiedergli qualcosa su quella mia idea, abbastanza vaga a dire il vero, di fare teatro. Forse lo feci. Forse lui mi disse vieni e vedi com’è. Ma mi disse anche che era una cosa di impegno e fatica. Tanta fatica. Forse non me la sentii. E accantonai anche quel sogno. Forse mi dissi che avrei preferito andare da Gassmann. 

Vittorio Gassman lo avevamo visto ai Rinnovati in Affabulazione di Pasolini, con il figlio Alessandro, che aveva forse vent’anni e i capelli tagliati corti, tutti ritti e ossigenati. Me ne innamorai disperatamente. Pasolini lo studiavamo a storia del cinema, con Lino Micciché, ma anche a storia del teatro con Sergio Micheli. Fu lui a portarci a vedere Affabulazione, che era uno dei testi del teatro di parola. 

Anna era la Panicali. Con lei avrei preparato la tesi di laurea. Forse era per questo che mi aveva invitato al pranzo con Luzi e mi aveva detto tu siedi qui accanto a lui. Forse a quel pranzo c’era anche un’altra studentessa, una di quelle serie, non come me. Poi c’era Gianni Scalia, naturalmente, titolare della cattedra di letteratura italiana. Sarebbe stato lui il relatore della tesi se non avesse dovuto lasciare l’università per la malattia. Facemmo in tempo però a decidere titolo e argomento, una cosa quasi sconosciuta di Pasolini, una sera seduti a un tavolino di un bar in piazza Maggiore a Bologna con Laura Betti vestita di viola. Ero là in visita a un’amica e quella sera assegnavano il premio Pasolini. Lo vinse un compagno di università, si chiamava Graziano, forse. Un ragazzo alto, magro, biondiccio che stava sempre sulle sue. Forse anche quella sera, quando gli feci i complimenti. Forse c’era anche lui a quel tavolo, da Gianni alle Logge. 

Allora, vediamo: Luzi, Dall’Orto, Panicali, Scalia, l’altra studentessa, io. Mi pare fosse un tavolo da otto. Forse c’era quel Graziano lì, o forse Romano Luperini o la Ginevra Bompiani.

Forse avevano aggiunto una sedia. Era il periodo d’oro di Gianni alle Logge, che era amico della Nannini che si fermava spesso nel ristorante dietro alla curva di San Martino. Lei aveva un appartamento poco più in là, nel Porrione. Da lui si mangiava anche la carne alla tedesca. Mi pare che fosse la moglie, la cuoca, che era tedesca. Nel maiale arrosto ci metteva la marmellata di mirtilli o quella di lamponi.

Mario Luzi era magro e quasi trasparente. Si sarà chiesto perché gli avessero messo accanto quella ragazzetta chiacchierona dai capelli rossi. Sicuramente non perché ero di Colle Val d’Elsa, come il suo amico Romano Bilenchi.

Forse perché, se fossi stata più furba, o forse solo più studiosa, avrei potuto trarre qualcosa di importante da quell’incontro.

E invece nemmeno al corso di Italo Dall’Orto, andai. Nemmeno.  

Da sinistra: Mario Luzi, il secondo; Pasolini, l’ultimo.
(Foto presa in prestito dal blog ricordandoacaso.myblog.it)


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La scelta politica di Ercolino & Co.

Mi duole comunicare a tutti i fedeli lettori che Il Miao ha cessato le pubblicazioni. Tutti i gatto-giornalisti che ne facevano parte, a cominciare dal direttore responsabile, Ercolino, in questi ultimi anni sono stati attratti dal complesso mondo della politica e hanno dovuto quindi scegliere, nel rispetto della deontologia professionale, di lasciare la loro scrivania e spengere i loro computer. Ovviamente speriamo tutti che si tratti di una sosta temporanea e che quanto prima possiamo tornare a leggere le appassionanti cronache della comunità felina di Vallecapocchi.

Ma finché questo non accadrà, saremo costretti a sorbirci i comizi elettorali di questa masnada di piccoli arrivisti.

Ercolino sulla scrivania

Ercolino, il cui orgoglio si è  probabilmente gonfiato a dismisura dopo la nomina a direttore responsabile del miao, ha preso pieni poteri e ora decide lui chi entra e chi esce. Ha dato disposizioni, con un editto speciale, di tenere le porte ben chiuse, ma questo provvedimento gli si è rivoltato contro ogni volta che ha tentato di entrare senza avere le chiavi a portata di zampa, per cui è stato costretto a sospendere la decisione. Diciamo che in genere a lui le porte chiuse non fanno troppa paura in quanto è l’unico della banda che riesce ad aprirle con una capata. Il discorso si è fatto complesso quando i guardiani le chiudevano a chiave in ottemperanza all’editto da lui stesso emanato. Ora se ne riparlerà non appena sarà stata discussa la famosa legge annuale sul budget destinato a croccantini e cibo umido. Un argomento di primo piano, specialmente per Ercolino, il quale, mangiando in continuazione, condivide anche questo aspetto con il leader maximo della Lega, partito con il quale sembra abbia intenzione di candidarsi alle prossime elezioni. La notizia non è ancora ufficiale ma pare che l’apparato della Bestia stia già prendendo provvedimenti per contrastarne l’ascesa, data per certa da sondaggi occulti. 

Musetta in una foto scattata in gioventù

Musetta, che non si capisce mai dove va né cosa fa ma quando sta in casa dorme sempre, ha deciso invece di iscriversi al Pd. La sua sembrerebbe essere un’adesione all’acqua di rose, ma allo stesso tempo non la prenderei sotto gamba. Pare infatti che, durante le sue numerose assenze, in realtà chiami a raccolta le gatte del circondario per organizzare un gruppo agguerrito che si dimostrerà in grado di conquistare in toto le numerose quote rosa disponibili nel partito democratico. 

Agatha

Anche Agatha inizialmente era entrata a far parte del Pd ma poi, stufa di sentirsi dare della radical chic a vanvera, lei che, ci tiene a dirlo, può vantare dei veri quarti di nobiltà, ha alzato la coda e con fare sprezzante ha deciso di migrare in Italia Viva, dove spera che le vengano riconosciuti tutti i suoi pregi, così come ritiene di meritare. Agatha sostiene che i belli devono stare con i belli e si è messa in testa di seguire Maria Elena Boschi in ogni suo spostamento.

Miciona con la figlia Musetta

Miciona si è sempre dichiarata di Forza Italia, in virtù dei valori della famiglia in cui crede e che ritiene la rappresentino. Negli ultimi tempi però le sue convinzioni l’hanno portata a sposare il pensiero di un’altra donna (solo il pensiero, eh, non fatevi strane idee) ed è passata con Giorgia Meloni, della quale apprezza tantissimo la coerenza tra idee, parole e azioni. 

Ettore in uno dei rari momenti trascorsi in gabbia

Per quanto riguarda Ettore la situazione è delicata. Grillino della prima ora, ha partecipato a tutte le manifestazioni di piazza, seguendo il comico vate per tutto il suo vaffanculo tour. La sua voce gattesca, naturalmente propensa alla lamentela e alla recriminazione, si è spesso distinta nelle occasioni più svariate, tanto che pare abbia raccolto anche diversi click sulla piattaforma Rousseau. Per non tradire il suo spirito indipendente, al momento però di riscuotere il frutto della democrazia diretta, Ettore ha detto no, precisando che non avrebbe rinunciato alla sua libertà per niente al mondo. Ha invece rinunciato con encomiabile dimostrazione di onestà, ad un lauto stipendio quinquennale che, devo ammettere, sarebbe stato fondamentale anche per noi che gli viviamo accanto. Ma sul punto è stato irremovibile. A niente sono valsi nemmeno gli sforzi per convincerlo ad assumere la guida di un dicastero. Pare che gli avessero offerto addirittura gli esteri. Per questo motivo Di Maio gli sarà riconoscente a vita e pare che stia già preparando le pratiche per assegnargli i croccantini di cittadinanza. 
Lui però, eternamente incontentabile, ha già preparato un emendamento da inviare alla Farnesina, in cui caldeggia l’attribuzione di interi scaffali di barattolini di cibo umido.

Gattaccina in una riuscita interpretazione di gatto tranquillo

Gattaccina era rimasta fino ad oggi l’unica apolitica della comunità di Vallecapocchi. Ma finalmente sulla scena si è affacciato il partito nel quale si può riconoscere anche una come lei. Poteva forse lasciarsi scappare, colei che in età prepuberale si è scelta da sola la casa in cui vivere (la nostra) e che si distingue continuamente per non stare mai ferma, l’opportunità di schierarsi a fianco di Carlo Calenda nel neonato Azione? Ovvio che no. A questo proposito ha già stilato un ricco programma nel quale saranno fondamentali i punti riguardanti la reiterazione continua di azioni quali rincorrere impauriti topolini e terrorizzate lucertole per tutta la casa. Il problema è che ora mi sta tutto il giorno su Twitter, per coadiuvare Carlo nelle risposte, dice, e non vorrei che questo comportasse una sensibile diminuzione della sua naturale tendenza all’azione. Di Gattaccina, intendo.


Gattaccio nell’alloggio popolare assegnatogli in vista dell’inverno

Gattaccio è da poco entrato a far parte dall’interno della comunità di Vallecapocchi, intorno alla quale ha vagato per anni come un satellite. D’altra parte la sua scelta politica lo obbliga a schierarsi sempre contro tutti e tutto senza riuscire mai a trovare un punto di accordo perfino con se stesso. Potere al Popolo è il mantra che ripete mattina e sera, miagolando per chiedere più cibo per i lavoratori e una cuccia per tutti. La sua insistenza, maturata in anni di battaglie per i diritti dei più deboli, lo vede spesso scontrarsi con gli esponenti degli altri partiti, in special modo con quelli più vicini all’ideologia cosiddetta di sinistra, mentre coltiva un rispetto quasi ossequioso per Ercolino, riconoscendone incredibilmente la supremazia. Bisogna ammettere però che le sue battaglie, per quanto riguarda la distribuzione di croccantini e cibo umido e l’assegnazione di una cuccia calda e riparata, sono state vinte. Almeno per sé.

Un’altra esponente sta cercando di farsi largo nella comunità gattesca di Vallecapocchi, al momento fermamente respinta dalla regina del casolare, l’umana Loriana (umana come stato di fatto, sia chiaro). Si tratta di una gatta, di cui al momento non conosciamo il nome né la provenienza, che si è accasata nella parte finale della legnaia dove ha trovato un rifugio sicuro al riparo dalle intemperie. Nonostante la sua ritrosia nel farsi avvicinare da umani e felini, ha però reso note le sue tendenze politiche, dichiarando di essere schierata con Più Europa. Una scelta del tutto rispettabile ma che purtroppo non le garantisce i numeri necessari per entrare a far parte più attivamente e in modo rappresentativo della comunità felina.

Da Vallecapocchi per il momento è tutto. Vi terremo aggiornati sugli sviluppi di questa complessa comunità politica.

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No plastic girls

La cotoletta aveva fatto un rumore diverso, quando era caduta nel cestino dei rifiuti. Un rumore secco e allo stesso tempo un po’ ovattato, a causa della sua consistenza, pensava Enrica. La crema di verdure invece era scivolata liscia. Il suono era stato quasi carezzevole, come quello di certe bacchette del batterista, quello che sembra un frullo di ali. La crema, viscida e appiccicosa, si era poi posata sui capelli sintetici della sua bambola preferita, Chetta, quella alla quale aveva spezzato le gambe, impiastricciandoli tutti. 

Anche quel giorno Enrica aveva mangiato due bocconi e il resto l’aveva buttato via, insieme ai fogli appallottolati del compito di italiano.

La prof le aveva fatto sapere che poteva farlo anche a casa, qualcuno sarebbe passato a prenderlo. Ma a lei non andava. Punto. Lo aveva già detto. Possibile che nessuno la ascoltasse?

Ormai l’anno era perso, la sorte non sarebbe cambiata con un compito di italiano in più. La cosa positiva, invece, sarebbe stata quella di perdere di vista Clau, Sammy e Ale. Loro avrebbero fatto la maturità e sarebbero andate all’università. Lei invece avrebbe passato un altro anno al liceo, ma senza di loro. E con un po’ di fortuna non le avrebbe incrociate mai più.

“Enrica ma che hai combinato? C’è un lago sotto al cestino…”

La mamma, con la sua ossessione per l’ordine e la pulizia.

“Enrica, non hai mangiato nulla nemmeno oggi…”

“Non è vero” disse Enrica a voce bassissima, guardando fuori dalla finestra, mentre la mamma correva avanti e indietro per pulire la chiazza sul parquet della camera e svuotare il cestino.

“E poi lo sai bene che gli avanzi vanno nell’umido e la carta da sola…”

“Milena”.

Il babbo. Bastava che pronunciasse il nome della moglie per calmarla quando si agitava.

In piedi, affacciato nel vano della porta, guardava la figlia, seduta alla finestra. 

Lei si girò. “Babbo”

“Non ti è piaciuta la cena, Enrichetta?”

“No, non è quello”.

“Ordino una pizza?”

“No no, non importa”.

“Davvero, non scherzo. La mangiamo insieme, a metà. Anche a me è rimasto un po’ di vuoto nella pancia”.

“Un’altra volta, davvero. Non scherzo” disse Enrica, che non permetteva a nessun altro di chiamarla Enrichetta, tornando a girarsi verso la finestra.

Era ancora giorno. Con l’ora legale faceva buio più tardi ma loro mangiavano sempre presto. Da mesi ormai Enrica non usciva più. Passava le giornate seduta davanti alla finestra della camera e osservava il mondo là fuori. 

La finestra dava su un piccolo parcheggio, occupato per un terzo dalle campane della raccolta differenziata. 

Enrica vedeva la gente arrivare con i sacchi dei rifiuti. Qualcuno era preciso e divideva il vetro dalla carta, gettava il sacchetto di plastica ben chiuso nel secco e quello biodegradabile nell’umido. Altri svuotavano il contenuto di intere automobili a casaccio nel secco, l’indifferenziato, senza dividere un bel niente. Qualcuno lasciava delle cose fuori, per terra, anche grandi. Reti con le doghe mezze saltate, vecchie lavatrici, orribili pensili da cucina in fòrmica. 

Fino a qualche mese prima Enrica si arrabbiava. Era una delle poche cose su cui si trovava d’accordo con la mamma. “La gente fa proprio schifo” dicevano passando davanti ai bidoni sommersi di rifiuti.

Ora però era cambiato tutto e a lei non importava più di niente, figurarsi dell’immondizia. 

Enrica era stata cresciuta nel rispetto dell’ambiente. Chiudeva l’acqua mentre si spazzolava i denti, non gettava fazzoletti e carte del gelato per terra. Per lei differenziare i rifiuti era naturale come inviare il messaggio di buonanotte alle amiche in chat, dopo i vari commenti sulla giornata. Ma tutto questo ora non valeva più.

D’improvviso la sua attenzione fu attratta da una vecchia macchina dal colore indefinito dalla quale uscirono tre ragazze. Sembravano più grandi di lei, ed erano vestite con abiti sportivi come per andare a correre. Parlavano e ridevano, avevano proprio l’aria di divertirsi. Una, quella con i ricci lunghi castani, aprì il bagagliaio e le altre si precipitarono ad aiutarla a prendere dei grossi sacchi di plastica. Dovevano pesare un bel po’ perché ce ne volevano due di loro per trasportare ogni sacco. Ne disposero quattro, tre grossi e uno più piccolo, davanti ai cassonetti e si misero in posa per farsi un selfie con l’immondizia. Prima però cercarono dentro i loro zainetti e ne trassero qualcosa di piccolo. Enrica si sporse in avanti stringendo gli occhi per cercare di capire che cosa fossero quegli oggetti che ognuna di loro teneva in mano mentre la riccia scattava. Il sole stava tramontando e non era facile vedere. 

Fatta la foto, le ragazze svuotarono il contenuto dei sacchi nei vari cassonetti, salirono in macchina e ripartirono. 

Le giornate di Enrica si ripetevano uguali. Costringeva la mamma a ripetere alle amiche che la passavano a trovare dal momento che lei non rispondeva più ai loro messaggi o alle loro chiamate, che stava dormendo o che era in bagno. Mangiava svogliatamente, aveva smesso di lavarsi. Ormai la sua divisa era un vecchio paio di pantaloni grigi sformati con una maglietta presa a caso dall’armadio. I capelli andavano dove volevano loro.

Enrica alla finestra osservava la vita degli altri che scorreva. Il pensionato del palazzo di fronte che portava il cagnetto a spasso. I ragazzini che si scapicollavano in bicicletta dopo la scuola. La ragazza ben vestita che barcollava sui tacchi alti verso l’auto del fidanzato. E il solito mondo di quelli che gettavano la loro immondizia, dentro e fuori i cassonetti. Una cosa anche se piccola era cambiata, però. Ora coltivava una speranza, quella di rivedere le ragazze con i grandi sacchi.

Una sera arrivò un grosso furgone rosso, che entrò nella piazzola con una manovra secca, inchiodando davanti alle campane colorate. Enrica pensò che il conducente fosse ubriaco. Si aprirono i portelloni posteriori e ne uscirono alcuni ragazzi fra cui, non ci poteva credere, le tre dell’altra volta. Cominciarono a scaricare grossi sacchi pieni di plastica e cartacce, mentre parlavano e ridevano. Sembrava che si divertissero un mondo. 

Poi le solite tre fecero la stessa cosa dell’altra volta. Tirarono fuori ognuna un piccolo oggetto dagli zaini e si misero in posa accanto al furgone per la foto, davanti ai grandi sacchi, insieme agli altri amici.   

Stavolta però erano più vicine e forse, approfittando del fatto che ci fosse più luce e che il furgone era posteggiato proprio sotto casa, Enrica avrebbe capito che cos’era quell’oggetto misterioso. Infatti lo vide. Erano tre bambolette, tre bambolette di plastica come tante non fosse per il fatto che ognuna era simile alla ragazza che la teneva. Riccioloni castani per quella che l’altra volta guidava la macchina, caschetto biondo per la piccoletta in maglia celeste, capelli lunghi neri e lisci per quella più alta. Quelle ragazze erano come lei e le sue amiche, si erano scelte un avatar anche se non giocavano più con le bambole. Enrica pensò a Chetta e alla fine che le aveva fatto fare. Spezzandole le gambe e buttandola nel cestino, aveva detto addio anche a tutto questo. 

Il furgone rosso fece manovra, i ragazzi erano già saliti su. Dalla fiancata sinistra, la parte che prima rimaneva nascosta, pendeva una specie di striscione bianco. C’era scritto #noplasticgirls.

Enrica accese lo smartphone e fece una rapida ricerca sui social ignorando il suono continuo dei messaggi accumulati nelle ultime settimane. Trovò l’hashtag che cercava. Corrispondeva a un gruppo Facebook. Finalmente poteva vedere i volti di quelle ragazze da vicino, anche se solo in foto. Ora poteva seguire le sue “amiche” a distanza osservandole durante i loro giri di pulizia. Le vedeva addentrarsi nei parchi, gironzolare nei boschi, salire sulle colline, battere le rive dei fiumi per raccogliere le immondizie gettate ovunque. Le immaginava partire con lo spirito leggero di chi fa una gita in campagna, allegre e sorridenti, con i loro guanti e i grossi sacchi. Raccoglievano bottiglie di vetro e di plastica, lattine, cartacce. Di tutto. Quelle ragazze erano fenomenali, partendo da un gioco fra amiche erano riuscite a creare un movimento a cui partecipavano amici ma anche sconosciuti, attirati dalla loro attività pubblicizzata sui social.

Enrica non perse tempo. Scrisse un messaggio di presentazione e fu invitata a unirsi a loro. Decisero che lei avrebbe presidiato il furgone e scattato le foto di inizio e fine giornata.

Per lei era un cambiamento immenso. Significava tornare alla vita. Intanto aveva ripreso a mangiare e a lavarsi. 

I suoi genitori non avevano quasi il coraggio di chiederle a che cosa fosse dovuto il cambiamento, per il timore di vederla rinchiudersi a riccio come negli ultimi mesi. 

Enrica aprì la chat e scrisse a Clau, Sammy e Ale scusandosi per averle messe da parte. Loro le risposero con l’affetto di sempre. Enrica rimase stupita quando le amiche accettarono la sua proposta.

“Mamma, domani mattina esco. Mi aiuti te con le protesi?”

“Certo bambina mia” rispose, incredula, la donna.

“Peccato che ho buttato via Chetta, dovremo comprarne un’altra, anche se non sarà la stessa cosa”.

La mamma uscì in fretta dalla stanza e rientrò con in mano la bambolina. Era stata pulita, rivestita e le gambe erano state incollate alla perfezione.  

Enrica fece un urlo di gioia.

In quel mentre la porta si spalancò. “Stasera prendo le pizze e vieni di là a mangiare con noi” disse il padre. Enrica non riuscì a trattenere le lacrime. Piangeva e rideva. 

Si sentiva come se qualcuno le avesse incollato qualcosa che aveva perso un po’ di tempo fa. 

(Questo racconto ha partecipato alla prima edizione del concorso Ambiente e territorio indetto da Sienambiente, aggiudicandosi il primo premio)

(Le #noplasticgirls sono reali. Le trovate su Facebook. Seguitele nelle loro imprese di pulizia del mondo e, se potete, mettete in pratica il loro esempio)

Augh!


https://www.sienambiente.it/it/news/9238/?fbclid=IwAR19D_nOyMNAXzfKY-pHn4c7FcqW670Ate3EgeqVKsPi775wCo0mvwkmDPo

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Di furgoni, servizi sociali e anziani invasati

A questo punto non so se preferisco essere seguita da un Furgone dei Servizi Sociali o tampinata da un Uomo Anziano in Crisi Aggressiva. Il FdSS, non so se lo avete mai incrociato, è un mezzo all’apparenza di supporto sociale, come indicherebbe il nome. In genere però è condotto da persone a cui va un po’ stretto quel senso li. Oggi per esempio mentre andavo a Poggibonsi un FdSS mi si é attaccato tanto che pensavo non mi avrebbe mollato mai più. L’ho avuto per Vallibuona e sul ponte dell’Armi poi mi è venuto dietro sulla rotatoria della superstrada. E qui è successa una cosa strana, perché il FdSS non ha preso per Siena, ma nemmeno per Firenze. Anzi, quando io ho imboccato la seconda uscita lui mi si é scollato di dosso ed è ritornato di là. Avrà voluto fare la strada vecchia per Poggibonsi. Ma allora perché, mi chiedo, quel giro in più attaccato al mio paraurti?
L’UAiCA invece l’ho trovato ieri. E non è il primo esemplare con cui mi trovo, mio malgrado, ad avere a che fare. Dopo una mattinata complicata al lavoro, mamma mi chiama per dirmi che la macchina le si è rotta sulla salita sotto il cavalcavia, che ha creato un ingorgo (era giorno di mercato ma Poggibonsi in questo periodo è già ingorgata di suo per la chiusura di un ponte), che ci sono i vigili, che non riesce a contattare l’assicurazione e, alla fine, mi chiede se vado a prenderla.
Prima di tornare a casa facciamo un salto alla Coop. È ormai passata l’una e nel posteggio sotterraneo, quasi completamente vuoto, non si vede anima viva.
Mi fermo in una corsia prima di posteggiare per far scendere mamma. È in quel momento che, come per magia, appare lui. L’UAiCA si materializza in una macchina nera di media quasi grossa cilindrata. Si affaccia dal finestrino e comincia a gridare di toglierci di li che ingombriamo il passaggio.
Roteo la mano verso di lui a significare che, in un posteggio vuoto, ha almeno altre dieci corsie in cui passare senza stracassare le lampade a noi. Ovviamente tutto ciò lo fa innervosire ancor più, tanto da costringerlo ad alzare la voce contro di noi. Intanto mamma cerca di sciogliersi dall’intrigo della sua borsa con la sciarpa e le borse di plastica con gli acquisti del mercato. La situazione si fa incandescente. L’UAiCA si vede costretto a suonare il clacson, gridando improperi verso l’intero genere femminile.
Apro la portiera, scendo, e con l’aria del maestro zen di Kung Fu Panda mi avvicino al suo finestrino.
– Mi scusi, non vede che il posteggio è completamente vuoto? Perché vuole passare proprio dove siamo noi?
– Perché voi non potete stare lì.
L’UAiCA indossa occhiali scuri e soffre di un accentuato difetto di logica. Ma a questo punto lo abbiamo nelle nostre mani. Si avvicina mamma con fare marziale.
– Ma lo sa che lei invece è un bel maleducato? (Nel suo vocabolario questa rappresenta l’offesa più alta che una persona possa pensare di pronunciare).
Mi avvicino ancor più a lui, sempre con calma zen, e aggiungo:
– È vero, è proprio maleducato. Poi non capisco perché non voglia approfittare di tutto questo spazio. Fra l’altro guardi abbiano avuto un problema, si è rotta la macchina…
– Ah, ma me lo doveva dire subito che la macchina si è rotta, io come facevo a saperlo? Non è mica scritto da nessuna parte…
Macchina rotta deve essere una parolina magica perché l’UAiCA fa manovra e occupa l’altra corsia, posteggiando in uno dei numerosi spazi liberi. Ma non è del tutto convinto, perché dal finestrino aperto lo si sente ancora lanciare improperi a tutto il genere femminile.
– Più sono anziani e piu diventano acidi, commenta, mamma lasciandosi andare a una rilassante generalizzazione.
Rientro in macchina.
– E poi puzzano di fumo rancido. Senti che cattivo odore c’è dopo che abbiamo parlato con quel tipo. Come ha fatto a rimanermi attaccato addosso?
– Ma che dici? Quello è l’odore del pollo arrosto che ho comprato prima al mercato.
Vabbè. Comunque le storie sugli UAiCA non finiscono qua.A questo punto non so se preferisco essere seguita da un Furgone dei Servizi Sociali o tampinata da un Uomo Anziano in Crisi Aggressiva. Il FdSS, non so se lo avete mai incrociato, è un mezzo all’apparenza di supporto sociale, come indicherebbe il nome. In genere però è condotto da persone a cui va un po’ stretto quel senso li. Oggi per esempio mentre andavo a Poggibonsi un FdSS mi si é attaccato tanto che pensavo non mi avrebbe mollato mai più. L’ho avuto per Vallibuona e sul ponte dell’Armi poi mi è venuto dietro sulla rotatoria della superstrada. E qui è successa una cosa strana, perché il FdSS non ha preso per Siena, ma nemmeno per Firenze. Anzi, quando io ho imboccato la seconda uscita lui mi si é scollato di dosso ed è ritornato di là. Avrà voluto fare la strada vecchia per Poggibonsi. Ma allora perché, mi chiedo, quel giro in più attaccato al mio paraurti?
L’UAiCA invece l’ho trovato ieri. E non è il primo esemplare con cui mi trovo, mio malgrado, ad avere a che fare. Dopo una mattinata complicata al lavoro, mamma mi chiama per dirmi che la macchina le si è rotta sulla salita sotto il cavalcavia, che ha creato un ingorgo (era giorno di mercato ma Poggibonsi in questo periodo è già ingorgata di suo per la chiusura di un ponte), che ci sono i vigili, che non riesce a contattare l’assicurazione e, alla fine, mi chiede se vado a prenderla.
Prima di tornare a casa facciamo un salto alla Coop. È ormai passata l’una e nel posteggio sotterraneo, quasi completamente vuoto, non si vede anima viva.
Mi fermo in una corsia prima di posteggiare per far scendere mamma. È in quel momento che, come per magia, appare lui. L’UAiCA si materializza in una macchina nera di media quasi grossa cilindrata. Si affaccia dal finestrino e comincia a gridare di toglierci di li che ingombriamo il passaggio.
Roteo la mano verso di lui a significare che, in un posteggio vuoto, ha almeno altre dieci corsie in cui passare senza stracassare le lampade a noi. Ovviamente tutto ciò lo fa innervosire ancor più, tanto da costringerlo ad alzare la voce contro di noi. Intanto mamma cerca di sciogliersi dall’intrigo della sua borsa con la sciarpa e le borse di plastica con gli acquisti del mercato. La situazione si fa incandescente. L’UAiCA si vede costretto a suonare il clacson, gridando improperi verso l’intero genere femminile.
Apro la portiera, scendo, e con l’aria del maestro zen di Kung Fu Panda mi avvicino al suo finestrino.
– Mi scusi, non vede che il posteggio è completamente vuoto? Perché vuole passare proprio dove siamo noi?
– Perché voi non potete stare lì.
L’UAiCA indossa occhiali scuri e soffre di un accentuato difetto di logica. Ma a questo punto lo abbiamo nelle nostre mani. Si avvicina mamma con fare marziale.
– Ma lo sa che lei invece è un bel maleducato? (Nel suo vocabolario questa rappresenta l’offesa più alta che una persona possa pensare di pronunciare).
Mi avvicino ancor più a lui, sempre con calma zen, e aggiungo:
– È vero, è proprio maleducato. Poi non capisco perché non voglia approfittare di tutto questo spazio. Fra l’altro guardi abbiano avuto un problema, si è rotta la macchina…
– Ah, ma me lo doveva dire subito che la macchina si è rotta, io come facevo a saperlo? Non è mica scritto da nessuna parte…
Macchina rotta deve essere una parolina magica perché l’UAiCA fa manovra e occupa l’altra corsia, posteggiando in uno dei numerosi spazi liberi. Ma non è del tutto convinto, perché dal finestrino aperto lo si sente ancora lanciare improperi a tutto il genere femminile.
– Più sono anziani e piu diventano acidi, commenta mamma, lasciandosi andare a una rilassante generalizzazione.
Rientro in macchina.
– E poi puzzano di fumo rancido – dico io -. Senti che cattivo odore c’è dopo che abbiamo parlato con quel tipo. Come ha fatto a rimanermi attaccato addosso?
– Ma che dici? Quello è l’odore del pollo arrosto che ho comprato prima al mercato.
Vabbè. Comunque le storie sugli UAiCA non finiscono qua.

https://www.focus.it/comportamento/psicologia/perche-diventiamo-belve-al-volante

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L’inattesa magia di un concerto all’alba

Alle cinque è ancora buio. Sulle strade non c’è nessuno, a parte una volpe che mi attraversa la strada in campagna, cancelli chiusi, le case addormentate, qualche lampione acceso.

Dopo Maltraverso incrocio due, tre auto, tutte in direzione contraria. 

All’imbocco della strada per la Fortezza mi si accoda un’auto, poi un’altra e un’altra ancora. Il posteggio è già quasi pieno. 

Mi incammino in salita insieme agli altri verso il luogo del concerto. 

Alle cinque e mezzo è ancora buio. Qualcuno, come me, ha una pila e illumina il terreno anche se potrebbe bastare il chiarore delle stelle.

Il pianoforte è già al suo posto.

Cerco uno spazio non troppo centrale e stendo il mio materassino imbottito, apro il sacco a pelo e mi ci infilo. 

Le persone si aggiustano, stendendo coperte. Continuano ad arrivare. Gruppi di amici, donne o uomini soli, famiglie con bambini. Una si posiziona alla mia sinistra. Il piccolo comincia subito a lamentarsi. Ho freddo, ho sonno. La mamma lo zittisce. Sei stato te a voler venire, noi ti avevamo detto di rimanere a letto, quindi ora fai un po’ il bravo. Medito di spostarmi, poi lascio stare.

Questo non è solo un concerto all’alba. È anche un rito collettivo di persone che condividono una parte della notte.

La pianista si chiama Alessandra Celletti ed è anche compositrice. La presenta Francesco, della Scintilla, l’associazione che ha organizzato tutto questo. “Siamo un gruppo di persone a cui piace fare le cose belle, come questa”.

Le note partono leggere quasi a non voler disturbare la distesa di spettatori semi dormienti. Sulle nostre teste le stelle fanno capolino dalle nuvole.

Nessuno si muove, se non per coprirsi meglio con le coperte o le giacche. 

Alle sei la prima goccia. Mentre il cielo in lontananza si apre, sopra di noi si è addensato un nuvolone che pian piano comincia a scaricare.

Continua ad arrivare gente. Alla mia destra una mamma stende un telo e si siede con il figlio avvolto a marsupio in una coperta a quadri. 

Mi avvolgo la pashmina sulla testa mentre le gocce colpiscono il sacco a pelo. Dieci minuti e già non piove più.

La musica si fa sempre più intensa, mentre il cielo si apre accompagnato dal canto dei galli in lontananza.

Prima delle sei e mezzo l’aurora non si smentisce e tinge tutto di rosa. Alzo la testa e con la luce mi accorgo che la pianista ha la chioma biondo platino. Continua a suonare, riempiendo l’aria di musica, nonostante il pubblico continui a sbagliare i tempi degli applausi. Cosa che in realtà non importa a nessuno. 

“Visto che abbiamo sconfitto la pioggia, vi regalerò un ultimo brano, che si intitola…”

Le parole della pianista si perdono nell’aria e nel chiacchiericcio della gente. Peccato.

Ormai è quasi giorno. Quando la pianista si alza per salutare vedo che indossa un lungo abito bianco con una giacca avorio. In testa ha una coroncina da fata fra i capelli. 

L’alba arriva a suon di musica illuminando le campagne di Poggibonsi al di là delle mura fortificate. 

Alle sette il concerto è già finito. Ripiego il sacco a pelo bagnato, prendo le mie cose e mi incammino verso il bar che mi pare ancora chiuso. Andrò in piazza a Colle.

Mi giro a fare un’ultima foto. C’è un sacco di gente, chi l’avrebbe mai detto? Azzardo qualche conto, cento, duecento?

Anche questo ha poca importanza.

Quello che importa è che qualcuno ha pensato di organizzare una cosa diversa, coraggiosa, inusuale e fantastica, e molti hanno raccolto l’invito. 

Io, per quanto mi riguarda, di inviti di questo tipo sono decisa a raccoglierne il più possibile.

Ps. L’evento si è svolto a Poggibonsi e fra gli organizzatori, o coloro che hanno contribuito alla realizzazione, lo dico per completezza di informazione (anche se questo è solo un piccolo post personale), ci sono anche l’assessorato comunale alla Cultura e la Fondazione Elsa.

Pps. L’associazione poggibonsese che organizza eventi culturali e manifestazioni cittadine si chiama La Scintilla. A Colle abbiamo i ragazzi della Scossa che oltre alla Notte Gialla pensano a svolgere tante attività per i ragazzi e per la città. Niente, riflettevo sui nomi che avevano scelto, e fra scintille e scosse mi è venuto un po’ da pensare

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Che botta, Gattaccio!

Hey, Gattaccio, sì dico a te. A te con quel musone grosso e quelle zampotte lunghe, i muscoli belli tesi, il manto che pare un tappeto e quella coda mozza.

Che botta!

Eravamo rimasti a quasi due mesi fa che dovevamo andare dal veterinario e tu ti ribellasti e mi conciasti per le feste. E rimanemmo qualche tempo senza “parlarci”, noi due.

Proprio te, che da quando ti abbiamo soccorso sei diventato il gatto adesivo fuori dalla mia porta di casa. Per un po’ ti ho dato il cibo e l’acqua, quello sempre, ma il feeling fra noi era un po’ evaporato. Poi i graffi si sono richiusi e le ferite rimarginate e tutto è tornato come prima, con te che appena mi avvicino al muretto arrivi di corsa per strusciarti contro le mie gambe ma ti ritrai se cerco di toccarti io quando sei sotto al tavolo.

L’altro giorno ce l’abbiamo fatta. Siamo andati dal veterinario. Sono riuscita a distrarti, tu hai avuto fiducia, ti sei fatto prendere in braccio e ti ho infilato nel trasportino. Poi ti ho dovuto dare due perette di sedativo perché stavi abbaiando come un cane e non so come avremmo potuto resistere fino dal veterinario.

Appena saliti in macchina (ti ho messo nel bagagliaio, non fidandomi nemmeno del sedativo) hai scaricato riempiendo l’abitacolo di un odore nauseabondo che mi ha accompagnato per tutto il viaggio. Hai riempito dello stesso odore la sala di attesa finché non ho preso il lungo rotolo di carta e il disinfettante e ho cercato di ripulire tutto quel disastro.

Poi ti hanno visitato. A te che ciondolavi sedato come un carciofone, il vet (la vet in realtà), ha prelevato il sangue e ti ha fatto tutti gli accertamenti che in vita tua, quando eri un gattaccio libero e selvatico, nessuno si è mai sognato di farti. Fai sempre un certo effetto sai, se anche da sedato la vet ti ha coperto il musone con una mascherina che mi parevi Hannibal Lecter.

Però, però… Io credevo che sarebbe stato il giorno del tuo ingresso nella società censita dei gatti, che avresti avuto il tuo libretto, il tuo vaccino. E li hai avuti, certo.

Ma in quel giorno maledetto hai avuto anche qualcosa in più. Hai preso la patente di FIV e FELV e, ora che ti avevamo trovato e ci stavamo attaccando così a te, per tutti noi è stata proprio una bella botta.

Per te che cosa cambia? Saperlo, niente. Tu continuerai a fare la tua vita fino a quando la natura te lo permetterà. Noi potremo alleviarti questi anni che ti rimangono da vivere curandoti nel miglior modo possibile. Che in fondo del doman non v’è certezza per nessuno e la vita randagia alla fine presenta sempre il conto.

A proposito. Quanti anni hai? Secondo la vet fra cinque e dieci (che sarebbe come dire fra trentacinque e settanta), un bel range per un gatto.

Insomma, Gattaccio, è iniziato il riposo del guerriero. Speriamo che sia lungo e il più possibile senza dolore.

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La svolta buonista di Gattaccio

Era da un po’ che avrei voluto scrivere questa cosa. Oggi mi decido a farlo, finalmente, perché domani sarebbe troppo tardi.

Domani Gattaccio va dal veterinario come se fosse un gatto normale, e non quel malandrino patentato che è stato fino ad ora. Quindi faremo tutte le analisi, quelle che secondo l’altro vet, quello che gli ha tagliato la coda, erano inutili e dispendiose perché in fondo era solo un gatto selvatico.

E invece Gattaccio, contro ogni previsione (esclusa quella ormonale, ovvio), si è accasato e si avvia a diventare un gatto pericolosamente normale.

Il primo passo è stato quello di stabilirsi fisso nella piccola aia fuori da casa mia. Ma quello, abbiamo pensato tutti, era più un problema di reperimento cibo. Stando lì fuori Gattaccio poteva miagolare incessantemente ogni volta che mettevo il naso fuori e reclamare cosi la sua pappa a tutte le ore.

Però era sempre il solito gatto scontroso e ogni volta che mi avvicinavo per dargli un buffetto faceva dei salti all’indietro che pareva avesse mangiato una molla.

Poi ho notato che qualcosa era cambiato. Quando mi avvicinavo Gattaccio mi guardava e non si allontanava. Una volta è successo che dopo avergli dato da mangiare mi sia accucciata accanto a lui. E lui ha cominciato a strusciarsi contro le gambe della sedia avvicinandosi sempre più a me. Quando gli ho messo una mano sul capone non si è ritratto anzi, ha anche pigiato un po’ (chi ha un gatto capirà che cosa intendo). Incoraggiata, ho azzardato una carezza sotto il muso. E lui ci stava. Dopo un po’ l’ho addirittura preso in braccio.

E lì ho capito che qualcosa era definitivamente cambiato. Incredibile. Gattaccio faceva le fusa!

I miei gatti però non si fidano di lui. E Gattaccio ne soffre.

Ogni volta che Ercolino o Agatha entrano o escono di casa, attraversando il territorio da lui presidiato, si fa loro incontro pietendo spudoratamente delle attenzioni.

È un Gattaccio senza dignità, ma bisogna capirlo. È sicuramente la prima volta in vita sua che sente qualcosa come una carezza o un po’ di calore. Si vede che son cose che gli piacciono ma che allo stesso tempo non sa bene come affrontare.

Ercolino comunque lo picchia. Gli allunga delle zampate sul muso che Gattaccio incassa come un vecchio pugile ormai fuori dal ring.

Agatha gli soffia, invece.

Lui no. Lui continua a girar loro intorno, trotterellando su quelle zampette storte da calciatore, sperando di farsi degli amici gatti, anche lui.

Povero Gattaccio. L’isolamento selvatico in cui è vissuto finora gli ha fatto anche dimenticare le regole della sua specie. Quale gatto va in cerca di amicizia felina?

Gattaccio fa una tenerezza che nemmeno vi immaginate. Ora ha preso anche a strusciarsi alle persone. Almeno a me. Non bisogna chiedere con lui. Basta mettersi seduti sul muretto e far finta di far niente. Lui sulle prime scapperà poi, vedendovi fermi, si avvicinerà incuriosito e comincerà a strofinarsi alle vostre gambe. Lo farà a modo suo, con quella tenerezza brusca che ha imparato da poco, con movimenti a scatti e senza sinuosità felina. Poi voi, inteneriti, alzerete la mano per dargli una carezza su quel testone e lui, impaurito, ricordando qualcosa di brutto, scapperà. Per poi riavvicinarsi e ricominciare da capo.

Oggi è il suo ultimo giorno da clandestino. Domani avrà anche lui un documento di identità, un vaccino, un suo posto nel mondo.

Da quel Gattaccio che è.

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