Un sabato di ordinaria follia

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Da giorni la radio, i giornali e la tv annunciavano l’arrivo di un freddo glaciale. Siberiano. Qualcosa a cui quella gente non era più abituata, tutta presa com’era tra l’idea del riscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento delle maree. Da qualche parte aveva già cominciato a nevicare. A quote basse, che sulle montagne non faceva notizia.
Si respirava un senso di impotente attesa nei confronti del tempo ma misto a una rabbia strisciante, un mostro a più teste che premeva per uscire allo scoperto.
Di lì a poco ci sarebbero state le elezioni per il nuovo governo. I rappresentanti dei partiti urlavano dagli schermi delle tv, davanti a conduttrici con labbra rifatte e capelli immobili. Ognuno, nello sforzo di far prevalere la propria voce, urlava più forte, per sovrastare le altre. Poi c’erano le promesse, grottesche promesse fatte da probabili governanti di un paese allo sbando. Non era come in tutte le altre elezioni. Stavolta si urlava forte davvero. L’aria era elettrica e i cittadini, surriscaldati dalle frasi sui social, vivevano come il pubblico davanti ai gladiatori nell’arena. La violenza dilagava lenta ma continua come un’ondata di fango. Ormai si era perso il senso della comunità con cui quella nazione si era fatta forza e si era ricostruita dopo essere stata distrutta.

La mattina del sabato la gente si riversava nei supermercati della città. Faceva lunghe file al posteggio suonando il clacson e insultando gli automobilisti in coda, colpevoli di ostruire il passaggio delle loro vetture. Litigavano appena si liberava un posto, urlavano e inveivano contro il malcapitato di turno.
Due donne litigavano per un carrello vuoto. “Lo lasci, è mio” gridava una voce stridula. Un uomo, seduto nella sua utilitaria, inveiva contro quello che gli aveva soffiato il posto sotto il naso.
Occorreva farsi forza, prima di affrontare il momento della spesa.
All’interno del negozio le cose non erano granché diverse. Ognuno guidava il proprio carrello stracolmo cozzando contro friabili anche di anziani tremolanti, sfiorando le fragili teste di bambini nei loro passeggini, spingendo gli altri carrelli. Le corsie erano ostruite da carrelli stracolmi abbandonati per andare in cerca dell’acqua minerale o di un formaggio al banco degli affettati.
Uomini e donne portavano in volto l’ansia stupefatta di chi vede il proprio mondo minacciato da qualcosa di irriconoscibile. L’espressione pronta a virare in un ghigno non appena si trovava a contatto con un proprio simile. Era quello il nemico più facile da combattere, in mancanza di altri.
Fra lo scampanellio delle casse e gli annunci degli altoparlanti che invitavano i proprietari a recuperare i propri carrelli, l’aria friggeva di una tensione che si faceva sempre più palpabile.

Non si sorrideva più. Se qualcuno si fosse preso a botte c’è da scommettere che nessuno se ne sarebbe stupito.

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Di quando quasi ci lasciai le penne

Se fosse successo per davvero non mi sarei accorta di nulla. Ora me ne starei lassù, felice, a volare in alto o chissà dove e avrei sicuramente qualche problemino di meno. Invece sono ancora qui. E siccome quello che è successo non è cosa da tutti i giorni, proverei anche a raccontarlo.

Venerdì 12 gennaio sono stata operata al naso. Ero in lista d’attesa da più di un anno, ormai pensavo che il mio nome si fosse autocancellato, quando sono stata chiamata. Dal chirurgo in persona. Mi ha chiesto se andava tutto bene e mi ha detto che l’operazione si sarebbe fatta il 12. Era il 3 gennaio. La pallina non era caduta nella settimana migliore, ma che vuoi farci. Ormai son diventata fatalista e prendo quello che viene quando viene.

C’era da ripristinare la respirazione, resa difficoltosa dalla deviazione del setto nasale. Poi, siccome trent’anni fa avevano provato a farmi lo stesso intervento, ma il medico di allora si trovava meglio con il trinciapolli che col bisturi, ci sarebbe stato anche da ricostruire ciò che allora era stato distrutto. Cioè tutto.

E siccome il pollaiolo di trent’anni fa non si era preoccupato nemmeno di lasciare un pezzettino di cartilagine, avrebbero dovuto recuperarne un po’ da qualche altra parte di me. Tipo dalle orecchie.

Non era un intervento semplice, il dottore me l’aveva anticipato, per cui si sarebbe fatta un’anestesia generale. É la prima volta? Sì. È allergica a dei farmaci? Non lo so, praticamente non ne uso. Ma finora, quando è capitato, non ho avuto problemi. Ma non ha mai fatto l’anestesia totale. Infatti.

Poi c’era la questione della folgorazione. Cioè di quando, più di dieci anni fa, rimasi attaccata a una lavastoviglie difettosa nella casa nuova in cui il salvavita non era stato regolato. Quando si dice tutte a me le fortune. Però son sempre qui a raccontarlo.

Questa storia della folgorazione l’hanno presa parecchio sul serio. Pensare che io me l’ero quasi dimenticata. Al pronto soccorso, all’epoca, mi dettero poca soddisfazione. Un elettrocardiogramma, lei ha il cuore di una bambina, e poi mi lasciarono su una sedia per due ore mentre le lacrime mi cadevano incessantemente per effetto dello shock. Poi, come faccio (quasi) con tutto, me la misi via. Invece da qualche mese questa cosa è tornata in auge e mi hanno fatto fare perfino una risonanza magnetica al cuore con contrasto. Mezz’ora chiusa in una bara di plastica. Roba che me la sogno ancora la notte.

Insomma, per farla breve, pare che l’anestesista della pre ospedalizzazione fosse tutta ringalluzzita da questa cosa e avesse avvisato i colleghi che avrebbe mandato loro una folgorata. Con la minuscola, spero. Non è una bella cosa, comunque. Specie se te la viene a raccontare sul lettino dopo che ti hanno detto che ci sei quasi rimasta.

Comunque fra esami e tutto il resto si arriva al giorno fatidico quando, alle prime luci dell’alba, vestita di una garza verde, mutande grigie e calzini rosa (senza dimenticare le ciabatte di piumino arancione) mi avvio verso la sala operatoria. C’è un’anestesista nuova. Una giovane ma bravissima, mi dice l’infermiera mentre spinge il lettino per i corridoi. Rispondo per la quindicesima volta alle stesse domande (operazioni? allergie? problemi di altro tipo?) prima di svanire nei fumi dell’etere.

Quando mi risveglio c’è ancora la stessa anestesista, quella giovanissima, davanti a me. Come sta? Bene, grazie. Sono avvolta in una coperta morbida e calda e non sento nemmeno un filo di dolore. Quasi non mi ricordo nemmeno perché sono qui. Ce la fa a sentirmi, le devo dire che cosa è successo. Certo. L’intervento è andato bene ma ad un certo punto il suo cuore ha rallentato e hanno dovuto sospendere tutto. Poi pero è ripartito da solo. Nella nebbia che avvolge ancora il mio cervello mi pare una bella notizia. Mi è piaciuto molto quel poi è ripartito da solo. Dalla faccia del medico però pare che non la pensi come me.

Mi riaddormento un po’, cullata dai progetti di vacanze degli infermieri e dai problemi dell’organizzazione dei turni. Danno un po’ fastidio a dire il vero ma sono anche tanto lontani. Io toglierei quella luce sparata e magari anche il soffio caldo sotto la coperta, che sto bollendo. Quando riapro gli occhi, non so che ore siano né quanto tempo sia passato, l’anestesista è sempre li che mi guarda con la faccia preoccupata. Questa faccenda del rallentamento l’ha proprio buttata a terra. Ora pare che siano tutti in ansia e che non mi possano mandare nella cameretta al maxillo. Aspettano che si liberi un posto in un altro reparto. Nessuno dice terapia intensiva. Magari mi aiuterebbe a capire. Invece alla fine, per mancanza di posti, vado a finire in una neurochirurgia, il posto più vicino alla intensiva in caso di emergenza.

Nel frattempo l’anestesista va a recuperare la mia mamma, ormai esausta, che ha trascorso la giornata da un reparto all’altro sperando invano di vedermi uscire, ancora incredula di aver rischiato di perdere una figlia per un banale intervento al naso. Mi porta la borsa con il telefono e la chiave dell’armadietto numero 12 dove è rinchiusa tutta la mia roba. Mi faccio fare una foto. Mi vedo, ho una faccia da autopsia. L’intervento, compresa l’ora di stop, è durato sette ore. Quando mi risveglio, la prima volta, sono le 15.10.

Trascorriamo qualche ora in una saletta della chirurgia nell’attesa che si liberi un letto per me. Quando finalmente mi portano via, piena di fili e attaccata a un monitor, sono già quasi le otto di sera. Il nuovo reparto è sotto il controllo di Madama Rosmerta colpita dalla Maledizione Imperius. Appena mi sono sistemata nel letto 31 con il mio video pieno di bip, quella comincia a girare per il reparto urlando che questa cosa non va bene. Che lei è da sola e deve pensare a tutto e non può stare a controllare il mio monitor. Che non vede nemmeno un familiare e toccherebbe a loro, semmai, fissare il monitor tutta la notte e chiamare in caso di emergenza.

A me però lei sembra solo una grande merda che ha sbagliato mestiere. Comunque chiedo a un’amica di Siena se può venire qualche ora in serata e quando lei mi dice di sì scoppio pure in lacrime. Insomma, non è stata proprio una giornata da gita in riva al lago. Il monitor fa bip bip a un ritmo cosi regolare da farti addormentare. Solo quando mi muovo un po’ suona un deng. Allora arriva di corsa Madama Rosmerta, che nel frattempo si è prodotta in una lamentazione bis con un dottore della maxillo passato al mio capezzale, per dare una controllatina.

Quando mi hanno scaricato dalla lettiga al letto, mi sovviene, Madama Rosmerta ha detto queste parole. Questa non c’è bisogno di prenderla di peso. Questa ci aiuta lei. Questa si è fatta la rinoplastica. Vero che ci aiuta lei? mentre io, ignuda come un pollo spennato, mi catapultavo sul materasso e registravo dentro di me il tono derisorio dell’infermiera stronza. Rinoplastica. Intanto qualcuno mi copriva con una vestina da ospedale infilandola a un braccio solo, visto che l’altro era annodato con i fili del monitor. Dal caldo mi ero sfilata i calzini rosa, qualcuno mi aveva consegnato una busta di plastica con le mutande grigie, mentre le ciabatte arancioni erano state incastrate sulla chiusura della borsa che una volta era blu. Ora era color linoleum dopo che mamma, ormai stremata, l’aveva trascinata da un corridoio all’altro dell’ospedale. Non avevo niente altro, a parte le mani piene di cannule per le flebo e la speranza di tornare al più presto al maxillo a recuperare la mia valigia. E me stessa.

Ma quel che contava prima di tutto era capire che scherzi aveva fatto il mio cuore e soprattutto se aveva intenzione di farne ancora. Poi c’era da capire anche da dove era stata presa la cartilagine per il naso. Mamma mi aveva controllato le orecchie. È proprio bravo questo dottore, non si vede più niente. La mia amica insinuava invece che me la avessero presa dalle costole. Ma non avevo addosso un solo segno a testimonianza del prelievo. Intanto il cuore camminava regolare e io mi sono fatta anche qualche ora di sonno al ritmo del bip bip.

La mattina dopo, quando l’infermiere ha detto a una tipa che dovevo esser trasferita in maxillo, non ce l’ho fatta a trattenermi. Evviva. Mi hanno staccato i fili, portato un bicchiere di latte e due fette biscottate e via. Ma alla fine, fra una cosa e l’altra si è fatto un po’ tardi per il pranzo, che avrei dovuto assumere in forma cremosa e fredda. Siccome è arrivata tardi – ha detto un’infermiera con tono accusatorio – è ancora caldo. Che importa, tanto fra mettersi il pigiama, sciacquarsi i denti, andare al bagno con le proprie gambe dopo aver fatto la conoscenza della terribile padella, il tempo passa e la minestra raffredda. Mangio di gusto dopo un giorno e mezzo di digiuno totale, poi mamma appoggia il vassoio sul carrello dei pasti. Chi ce l’ha messo questo? scatta la musona. Li ritiriamo noi. Cosi mi complica il lavoro. Ecco, a te invece affibbierei il nome di Pansy Parkinson, l’amichetta stronza di Draco Malfoy, il super viscido dei Serpeverde nonché nemico giurato di Harry Potter. Direi che ti si addice proprio.

Il medico che mi ha operato è bravissimo. Lo dicono tutti, pazienti e colleghi. È anche un bell’uomo, di colore, cosa che mi riempie di orgoglio, perché dà l’idea che un po’ di strada si è fatta anche qui. È di colore anche il suo assistente, che era in sala operatoria con lui, e che passa a sincerarsi delle mie condizioni. Sono tutti molto umani e gentili. Mi spiega un po’ meglio che cosa è successo quando ero sotto i ferri. Praticamente è arrivato il mondo, dalla cardiologa con l’ecografia agli anestesisti. Un consulto a naso aperto. E il cuore che saltellava per conto suo. Senta, ma le cartilagini poi da dove me le avete prese che non riesco a capire. Considerato che c’era stata già un’emergenza abbiamo preferito non aggiungere altro e ci siamo rivolti alla banca delle ossa. La cartilagine è un po’ meno morbida di quella prelevata sul momento, ma va bene lo stesso.

Ormai l’anestesia è passata. Sembro Rocky Balboa dopo l’incontro con Apollo Creed e, fra la mascherina e i bendaggi, affiora qualche tratto di Hannibal Lecter. Sono ancora rallentata e ci metto un poco a capire. Poi infine realizzo. Dopo trent’anni vissuti senza setto nasale da ora in poi c’avrò un naso bello sodo e pure ripieno.

Con le ossa di un morto.

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Decreto vaccini: i giornalisti del Miao fra le prime vittime

Sono almeno due i giornalisti del Miao sottoposti a vaccino obbligatorio dopo l’entrata in vigore del decreto ministeriale. L’imposizione sanitaria è stata accolta con grande malessere dai professionisti interessati. Per il momento, a quanto ci risulta, a dover seguire tutta la trafila delle vaccinazioni sono stati solo il direttore responsabile della testata Ercolino e l’inviata speciale Agatha.
L’intervento è stato eseguito nel corso di una visita aziendale a sorpresa.
In seguito all’increscioso fatto è stato pubblicato un durissimo editoriale del direttore.
“Se non siamo liberi di scegliere se essere vaccinati o no, come possiamo ritenerci liberi di riportare obiettivamente le notizie e di esporre le nostre opinioni?” ha scritto, fra l’altro, Ercolino.
Il direttore ha inviato lettere di fuoco anche all’Ordine dei giornalisti e alla Federazione della stampa denunciando quello che è apparso come “un vero e proprio attacco alla libertà di stampa, perpetrato subdolamente ai danni di chi ogni giorno combatte perché sia rispettato il diritto di cronaca”.

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Le fervide proteste del direttore non sembrano però del tutto condivise dall’inviata speciale, Agatha, la quale ha invece ritenuto utile esser vaccinata a causa dei molteplici rischi che quotidianamente affronta proprio a causa dell’attività professionale. Nel momento in cui le è stato inoculato il siero si sono registrate tuttavia delle critiche, quantomeno sui modi con i quali è stata condotta la campagna.

Sulla vicenda non si esprimono gli altri componenti della redazione del Miao, la segretaria di redazione Miciona, l’addetta alla cronaca Musetta, il giornalista sportivo Ercole e la cronista di nera e giudiziaria Gattaccina, avallando dunque quanto sostenuto dal loro direttore responsabile.

“Il blitz della forza sanitaria ai danni della redazione del Miao – si legge infine in una nota diffusa da Ercolino – costituisce un grave esempio di discriminazione in quanto siamo certi che lo stesso provvedimento non verrà mai preso nei confronti del concorrente Gattaccio, redattore e direttore della testata L’Unghiata, a causa del suo stato di clandestinità”.
“Su questo – ha concluso Ercolino – sono pronto a scommettere la mia razione mensile di croccantini e quella dei miei colleghi”.

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Il Miao, una nuova testata nel panorama dell’editoria

La comunità felina di Vallecapocchi avrà presto il proprio giornale. Si tratta del quotidiano “Il Miao”, che verrà stampato a colori su carta oleata e avrà anche un proprio sito internet.
Direttore responsabile della testata sarà Ercolino, giornalista professionista di comprovata esperienza. Ercolino ha dato prova più volte di avere anche una eccellente capacità di gestire il gruppo dei propri collaboratori, tutti professionisti raccolti dalle redazioni più titolate. Il suo carattere forte e deciso lo porta ad affrontare con la giusta dose di energia anche le interferenze esterne, pur senza dimenticare l’importanza della mediazione e della diplomazia, qualità importantissime per ottenere gli auspicati risultati.

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Inviata speciale: Agatha, professionista giovane ma intraprendente con una spiccata predisposizione a lavorare anche nelle ore notturne, così da poter cogliere le notizie di sorpresa e farle sue. La disponibilità a muoversi e a percorrere lunghe distanze senza curarsi delle condizioni della trasferta ne fa una perfetta inviata di guerra, all’occorrenza.

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Segretaria di redazione: Di carattere schivo ma non per questo meno capace Miciona è stata scelta dall’editore per ricoprire il delicato ruolo. Sarà il frontcat dell’ufficio, quello addetto ai rapporti con il pubblico, pronta all’occorrenza a coordinare i giornalisti, naturalmente su input del direttore responsabile.

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Sport: Agile e scattante, sempre pronto a seguire squadre e atleti ovunque li portino le trasferte di campionato, Ettore, ne siamo convinti, saprà redigere affascinanti reportage sportivi senza dimenticare di aggiungere quelle note di colore che li renderanno fruibili da qualsiasi tipo di lettore. La sua spiccata tendenza al brontolio rappresenta quel valore aggiunto che lo farà sicuramente entrare più facilmente in sintonia con allenatori, giocatori e presidenti di squadra.

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Cronaca: al centro della redazione ci sarà Musetta che, con il suo fondamentale apporto, coordinerà le notizie provenienti dalle istituzioni e dalle associazioni. Il suo carattere calmo e riflessivo la rendono la perfetta testa di punta per le interviste ai grandi personaggi del nostro tempo.

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Cronaca nera e giudiziaria: Entrambi gli importanti settori saranno curati da Gattaccina, l’ultima arrivata ma non per questo meno intraprendente e capace degli altri colleghi. La sua capacità di essere sempre presente senza dare troppo nell’occhio la rendono la professionista ideale per battere questure, caserme dei carabinieri e tribunali ottenendo informazioni riservate e irraggiungibili ai più.

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Il Miao non sarà l’unica testata ad affrontare la piazza cittadina. Si troverà infatti a combattere con l’accanita concorrenza di un altro quotidiano, “L’unghiata”, scritto e diretto integralmente da Gattaccio, giornalista poliedrico conosciuto per la sua tempestività e aggressività. Recenti notizie che lo davano debilitato da una misteriosa malattia sembrerebbero smentite dalle sue ultime apparizioni in pubblico. Gattaccio, professionista dal carattere solitario, si è mostrato ultimamente con una forma che, per quanto lontana da quella in cui eravamo abituati a vederlo, appariva quantunque migliorata. Gattaccio, da inguaribile guascone, non accenna nemmeno a nascondere le ferite che ancora devastano il suo corpo e che avevano fatto temere per il suo stato di salute se non addirittura per la sua stessa vita.

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Salutiamo le due nuove testate con grande gioia confidando che l’entusiasmo e le capacità di tutti i giornalisti, nessuno escluso, portino notevoli contributi alla diffusione delle notizie e alla pluralità di opinioni, aspetti di cui la nostra società ha sempre un gran bisogno.
Concludendo auguriamo buon lavoro ai redattori del Miao e dell’Unghiata aspettando di leggerli presto in edicola e on line.

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Quasi un requiem per Gattaccio

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Ogni volta che mi appresto a scrivere un requiem per lui, ricompare puntuale in cerca di cibo. Come se non fosse mai scomparso, si siede compito sul tavolo di pietra fuori dalla porta, a volte miagola debolmente, a volte osserva paziente la finestra sicuro che prima o poi uscirò con un piattino di delizie per felini.
Gattaccio è irriconoscibile. Da gatto grosso e forte, il terrore di tutti gli altri gatti di casa, si è trasformato in un gattuccio smagrito e spelacchiato. Come se non bastasse, esibisce delle ferite di guerra su collo, collottola e torace, là dove, fino a qualche giorno fa, c’erano dei ponfi pieni di pus.
Gattaccio è probabilmente il padre dei nostri gattini. Lo crediamo perché ha cominciato a girare intorno a casa nostra più o meno nello stesso periodo in cui è arrivata Miciona incinta. Gattaccio poi, bianco con mantello tigrato marrone, ha vaghe somiglianze con ognuno dei suoi figli, o presunti tali: Ettore ha il mantello marrone tigrato, Musetta ha lo stesso disegno del padre (putativo) ma in grigio, Agatha chiude gli occhi in segno di gratitudine proprio come fa lui.
Insomma, che sia il padre o no, alla fine a noi importa poco. Lo abbiamo adottato fin da subito, dandogli da mangiare ogni volta che lo vedevamo girellare intorno casa. In questo modo credevamo di tenerlo buono e di evitare che ingaggiasse lotte per il cibo con tutti gli altri. Forse qualche volta abbiamo provato a scacciarlo e in un’occasione io ho drasticamente eliminato ogni consegna di cibo, ma alla fine ci siamo ricascate.
Io avrei voluto sterilizzarlo, vaccinarlo, farlo visitare. Ma lui non si è mai lasciato avvicinare. Rare volte, mentre era davanti al suo bel ciottolino stracolmo di cibo, sono riuscita a sfiorare la sua fronte con un dito. Ma immediatamente lui si è ritratto per avvicinarsi di nuovo alla ciotola solo dopo che io mi fossi allontanata.
Speravo che lo avrei addomesticato prima o poi. Quando gli parlavo e lui stringeva gli occhi sembrava che ci capissimo, in fondo.

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Tutti i libri che non ho letto

Ogni tanto mi torna in mente la tipa che mi ha tolto l’amicizia da Facebook dopo aver fatto (lei) una sparata su quelli che si vantano di aver letto libri che in realtà non hanno mai letto (probabilmente e oscuramente io).

Mi viene in mente per contrappasso, credo, nello stesso momento in cui mi assale l’ansia per tutti i libri che veramente non ho letto.

Roba che chiederei una dispensa fino a 200 anni solo per mettermi in pari anche se poi non basterebbero perché con tutti quelli che continuano a uscire, e che ce n’è sempre di buoni, non sarebbe mai finita.

Cioè in pratica io divoro libri fin da piccola però succede che se penso a quelli che mi mancano mi pare di aver perso solo tempo. Ma che cosa ho letto in quasi mezzo secolo di letture se mi manca praticamente tutto?

Ecco, per dire, lasciamo stare i russi che lì son dolori proprio e uno mi dovrebbe bannare semmai perché non ho letto Anna Karenina se proprio deve. E poi non ho letto I Fratelli Karamazov, L’idiota e chissà quanti altri. Tanti, lo so.

A mia discolpa, vostro onore, posso dire che sto leggendo, ora, Il Maestro e Margherita, che a suo tempo ho letto Guerra e pace, con infinita soddisfazione pure, e che per Delitto e castigo sono ferma a metà. Dal 1998 (son cose che lasciano il segno).  E ho iniziato anche Cuore di cane (ricorda di finirlo).

E dei francesi, che dire? Tolti Maupassant (Bel Ami, Una vita, Racconti), Stendhal con Il Rosso e il Nero e La Certosa di Parma, Flaubert con Madame Bovary, mancano: Victor Hugo, Honoré de Balzac e tutto il resto.

Non ho letto nemmeno Il Conte di Montecristo e, seppure un tempo me li portassi appresso con la speranza di farcela, non posso vantare la lettura dei Buddenbrock e della Montagna Incantata di Thomas Mann. 

Non ho letto Pastorale americana né Lamento di Portnoy di Philip Roth. Non ho letto Infinite jest né nessun altro libro di David Forster Wallace. Non ho letto nemmeno quello della vita di quel tipo che tutti dicono che è un capolavoro (appena me lo ricordo lo scrivo) e di Jonathan Safran Foer ho letto solo Ogni cosa è illuminata. Pynchon e McCartney,  niente da fare. E Saul Bellow, Singer. Né Kurt Vonnegut, Lovecraft, McCann.

Ho già deciso che il prossimo libro sarà Il mondo secondo Garp di John Irving che non ho letto niente nemmeno di lui.

Poi non ho letto il Signore degli anelli né la saga di Harry Poter. 

Fra gli autori che hanno vinto il Nobel ne avrò letti un terzo per non parlare di quelli del Pulitzer. 

Zero anche su Dick, fantascientifici, ucronici e distopici. Sono terribilmente indietro anche con Stephen King del quale ho letto solo La lunga marcia e On writing.

Mi manca l’aria, davvero, devo smettere di pensarci. Non so come è potuto succedere tutto ciò.  Mi sento come se dovessi ancora cominciare da capo. Qualsiasi cosa abbia fatto fino a ora mi pare che da vantarsi ci sia proprio poco. 

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Vita da gatti – Se Agatha chiama

Ercolino da qualche giorno ha un brutto ponfo gonfio sotto il musetto. Penso che sia un ascesso dovuto a una battaglia con un altro gatto. Per lui che si è assunto la responsabilità di difendere la casa e proteggerla dai gatti selvatici penso sia una medaglia d’onore. Ma a me non piace per niente e quindi gliela medico e penso di portarlo dal veterinario.

Lui odia essere medicato per cui ogni volta che mi vede scappa. Stamattina l’ho notato un po’ debole, faceva fatica a salire sul mobile dove viene a chiedere i premi. Gli ho guardato il collo: con la zampa si era graffiato il ponfo che era scoppiato. Doveva essere successo da poco perché subito dopo aver sentito un forte odore di marcio ho notato che perdeva delle gocce di sangue e pus.

Oh no, e ora che faccio, lascio che si spargano per tutta la casa o lo blocco? Impossibile. Appena mi sono avvicinata è fuggito salendo le scale e uscendo dalla porta di su.

Ho ripulito alla meglio quella roba puzzolente e poi mi sono messa a cercare un veterinario nel dì di festa. Fra l’altro apprezzando moltissimo il mio Ercolino che sta sempre bene ma si ammala puntualmente a Pasqua e Natale così almeno si paga anche la maggiorazione festiva.

La nostra veterinaria ha risposto e mi ha consigliato di aspettare domani per portarlo da lei, tanto se ha perso sangue e pus sta già guarendo. Al limite ci sarà da ripulire bene la ferita e da prendere qualche antibiotico. Meglio, magari domani si è dimenticato di essere ricercato e si fa anche acchiappare.

Tranquillizzata, mi sono messa al computer che avevo delle cose da sistemare. Arriva Agatha e miagola. Eccoti qua bellezza mia vieni che ti ho preparato la colazioncina. Le sistemo il piattino nel suo vassoietto e lei nemmeno lo musa. Strano. Cammina invece a naso basso ripercorrendo tutto il sentiero delle gocce lasciate da Ercolino che annusa nemmeno fosse un cane molecolare.

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Mi rimetto al computer. Agatha mi viene intorno e miagola. Ma insomma, non hai visto che hai la pappina nuova, vieni che te la mostro. Vedendo che mi muovo Agatha si incammina veloce verso la porta. La seguo. Mi viene un pensiero in testa ma non ci credo nemmeno io. Lei continua a miagolare e cammina spedita risalendo il piccolo tratto di strada verso il tenditoio. Si gira, mi vede, continua a camminare. La seguo, mi addentro nel sentiero lungo tutto il tenditoio. Si ferma, mi guarda, miagola. Tranquilla Agatha, sto arrivando. Ho già capito e comincio anche a crederci.

Sale il piccolo poggio e si infila su un pianoro erboso dove, sotto un cespuglio, si è rifugiato Ercolino. Arrivo, fermo lì. Ovviamente sono in ciabatte che non è il massimo per arrampicarsi per una scarpatina anche se solo di un metro o due. Affondo i piedi nella terra di tufo e mi afferro a qualche ramo di cespugli sperando che non mi tradiscano. Salgo, terrosa, e mi ritrovo nell’erba alta. Agatha si dilegua contenta del risultato. Ercolino scappa. Continuo a inseguirlo cominciando a pensare che è anche la stagione delle vipere e quella proda erbosa non è proprio il massimo da percorrere con le ciabattine. Ercolino continua a scappare. Ok, va bene, mi hai convinto. Rispetterò la tua privacy. Tanto quando ti viene fame torni a casa, lo so.

E così è successo. Dopo qualche ora è tornato. E’ entrato in casa, è andato al suo vassoietto dove ha trovato la pappa pronta e l’ha mangiata. Buon segno baby.

Dopo è iniziato l’inseguimento fra scale e stanze aperte e tutte collegate fra loro che sono l’ideale per i fuggitivi specialmente se gatti. A un certo punto con mossa strategica sono riuscita a chiuderlo nell’ingressino. Dopo varie finte e inseguimenti falliti nello spazio di dieci metri quadri sono riuscita a prenderlo. Tenendolo forte per la collottola, mentre manifestava tutto il suo disappunto rugliando, intirizzendosi e tirando fuori le unghie, sono riuscita a portarlo in bagno e a strofinare la ferita con del cotone imbevuto di amuchina. Mi pare bene. Domani sentiremo che ci dice la dottoressa, ma mi pare già meglio.

Domani mattina ricominceremo da capo con l’inseguimento, ma staremo a vedere chi la spunta. Io sono ottimista, Ercolino.

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