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Polesine – singolare, maschile

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Polésine s. m. [voce veneta: è il lat. mediev. pol(l)icinum “terra paludosa”, che è dal gr. biz. “che ha molti vuoti”, incrociato con pullus “molle”, cfr. ital. pollino “terreno paludoso”]

 

Rovigo, secondo giorno (ovvero la mattina prima della visita alla mostra Arte e magia)

Sveglia all’alba. L’appuntamento è per le 8.15 nella hall dell’albergo, pronti per partire. Stavolta la meta è la sede della Camera di Commercio, in centro. Una volta lì, ci divideranno in stanze diverse, secondo i Driver (Settore Ittico, Turismo e Parco del Delta del Po, Distretto Giostra del Polesine, Logistica: Territorio e Infrastrutture, Polo Universitario-Cittadella dell’Innovazione, Patrimonio Artistico e Culturale). Dopo le visite del giorno prima, abbiamo un’ora e mezzo per individuare nuove forme per comunicare il Polesine, uscendo dalle frasi fatte e dalle immagini sedimentate nell’immaginario collettivo.

Gli organizzatori (Confindustria VeneziaRovigo e Eurogiornalisti) ci hanno fornito un questionario suggerendoci un percorso lungo il quale muoversi per trovare le parole e le forme più adatte alla promozione di questo territorio.

Nel nostro gruppo arriva anche la referente del Settore Ittico per Confindustria, che si rivelerà una presenza preziosa per la discussione.

A che cosa saranno serviti i nostri pensieri, parole, suggerimenti, considerazioni, lo vedremo in futuro.

 

Per il momento vorrei soffermarmi su due aspetti di questo evento.

 

Invitare comunicatori da fuori a cui mostrare le bellezze di casa non è certo una novità. Iniziative del genere si chiamano educational e rappresentano una forma di investimento che aziende e territori compiono per pubblicizzare ciò che vogliono far conoscere tramite la produzione di articoli e servizi vari da parte dei giornalisti ospiti.

In questo caso però nella mail di invito era scritto chiaro: “Ai giornalisti non si chiede di produrre articoli, ma di mettere a disposizione esperienza e professionalità al fine di gettare le basi per promuovere in maniera diversa il racconto del Polesine”.

Un aspetto che mi è piaciuto molto e che mi ha convinto ad accettare subito. Mi pare un metodo intelligente anche perché permette di abbattere la distanza tra chi invita e l’ospite, tra chi spiega e mostra e chi apprende e vede. Che è sempre in qualche modo verticale.

Così invece siamo su un piano che tende all’orizzontale.

È come se ti dicessero: vieni che ti faccio vedere le nostre bellezze. Poi, ammetto (ed ammettere i propri limiti è sempre, a mio avviso, una grande forza) che non riesco a farle conoscere nel modo giusto e ti chiedo se tu, che le vedi con occhi nuovi, da esterno, che impasti a ciò che vedi la tua esperienza di comunicatore, puoi suggerirmi qualche idea per promuoverle al meglio.

Di sicuro un atteggiamento molto positivo che, se portato avanti con coraggio ed umiltà, potrà regalare un bel cambiamento e nuova freschezza a questa terra meravigliosa e ricca di tesori (più o meno) nascosti.

 

Per il secondo punto mi aiuto con un’immagine. Pensate ad una sala grande, con il soffitto vetrato a cupola su base rettangolare. Insomma, una meraviglia (anche se durante il convegno tanta bellezza ci è stata negata da un controsoffitto di tendaggi, probabilmente per questioni di acustica). La sala è piena di persone, qualcuna più attenta, altre meno. Ma non è questo il punto.

Sullo sfondo un lungo tavolo, con microfoni e bottigliette di acqua, al quale sono seduti i rappresentanti delle varie realtà associative che hanno partecipato al progetto. Confindustria, Camera di commercio, Eurogiornalisti. Man mano che i rappresentanti dei vari gruppi di comunicatori (sei, suddivisi per driver produttivi) finiscono il loro intervento, si siedono anche loro al lungo tavolo, occupandone le sedie vuote, subito identificati da un cartellino con il loro nome. Un’organizzazione perfetta, fino alla fine.

Poi, una volta che i singoli interventi sono terminati e si parte con un veloce talk show, alzate gli occhi e guardate quel tavolo. Ci sono sedute dieci persone, forse undici. Sono comunicatori, imprenditori, rappresentanti di categoria.

Riuscite a individuare il tratto che li accomuna?

A parte la fila di sfumature dal blu al grigio.

Sono tutti uomini.

 

Ora io mi chiedo come è possibile che non si sia pensato di far salire sul palco almeno una comunicatrice. Ma soprattutto mi domando quali siano le ragioni che hanno impedito questa scelta.

Purtroppo non sono riuscita a conoscere personalmente tutte le colleghe che hanno partecipato a questo evento. Ma sono sicura che ognuna di loro avrebbe potuto sostenere questo impegno. Solo un esempio, ho scoperto che c’era anche una influencer con oltre cinquantamila follower su Instagram. Penserei che sia una che ha capito qualcosa dei meccanismi misteriosi della comunicazione.

Poi magari mi sbaglio.

Ma usciamo pure dalla logica dei like e dei follower che, come ogni giornalista vecchio stampo sarà ben lieto di spiegarvi, non significano necessariamente bravura e qualità (almeno non nel senso in cui lo si intendeva prima delle nuove figure di comunicatori in rete).

Possibile che nemmeno nel mondo della carta stampata, dei blog, delle radio e delle tv ci fosse una comunicatrice degna di parlare a nome di colleghe e colleghi?

 

Ho il sospetto che questo interrogativo non si sia nemmeno posto e che si scelga automaticamente un referente maschile. Cioè, non è che si escludono le donne, semplicemente non si considerano da un certo punto in là.

Anche le associazioni che ci hanno ospitato, in fondo, mettono in scena lo stesso schema. Frotte di collaboratrici che accolgono, indirizzano, accompagnano, spiegano, organizzano, contattano, scrivono, telefonano. Poi, alla guida dell’ente, però, c’è sempre un uomo.

 

Premetto. Non intendo fare un intervento improntato al femminismo, alla donna a tutti i costi né tantomeno teso a rivendicare il ridicolo e offensivo ufficio delle quote rosa. Il mio sogno sarebbe quello di vedere considerate le persone come tali, per il loro valore intrinseco, al di là del sesso che rappresentano. (Oggi parlo di sogno, fino a qualche anno fa vivevo nell’illusione che già funzionasse così. Purtroppo no).

Un nome al femminile, su trenta giornalisti, poteva uscire. Anche solo per caso.

 

Ma che c’entra tutto questo, vi chiederete, con la promozione del territorio?

 

Credo che quello del riconoscimento femminile potrebbe essere un ulteriore aspetto su cui lavorare. Se è vero che ai cambiamenti interni, del nostro modo di pensare più profondo, del nostro essere, corrisponde il cambiamento del mondo che ci circonda, sicuramente anche questo sarà un passo in più che aiuterà questo fantastico territorio ad emergere.

Se noi rispecchiamo il mondo in cui viviamo e a un certo punto ci accorgiamo che è un mondo chiuso, spento, che non riesce a dialogare e a proporsi all’esterno come vorremmo, possiamo provare a cambiare questi aspetti dentro di noi.

Non sarà una donna seduta al tavolo dei relatori a determinare il cambiamento, ma la sua assenza potrebbe intanto aiutarci a capire dove possiamo migliorare.

(3-fine)

 

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Sorprendente Delta del Po, là dove crescono le ostriche

La barchetta scivola silenziosa sulle acque della laguna facendosi strada in un labirinto di canneti. Nemmeno la nostra guida riesce sempre a orientarsi. “Una volta a Capodanno ho accompagnato dei ragazzi a una festa. Al momento di ripartire era scesa la nebbia. Devo ammettere che ci ho messo almeno mezz’ora solo per capire come riportarli a casa”.

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E’ il Delta del Po, una serie di canali formati dai detriti e dalle sedimentazioni del fiume (ricordate, a scuola, la differenza fra delta e estuario?). Un’oasi naturale che a vederla, così, dalla parte delle acque, nel silenzio, riempie il cuore e gli occhi. Paradiso degli amanti dell’ambiente ma anche dei cacciatori, che si appostano nelle botti, e dei pescatori.

Faccio parte di un gruppo di comunicatori arrivati un po’ da tutta Italia (anche dalla Slovenia). Siamo stati invitati da Eurogiornalisti che sta promuovendo un format per la comunicazione in positivo dei territori meno conosciuti, o gravati da luoghi comuni duri da abbattere, come il Polesine “solo nebbia e zanzare”. L’ospitalità e l’organizzazione della due giorni è di Confindustria VeneziaRovigo. Hanno suddiviso le varie attività trainanti, i Driver, assegnandone ognuno ad un piccolo gruppo. A me è toccato quello ittico con annessa la gita in barca. Con noi ci sono anche i colleghi destinati al comparto turistico. Gli altri, giostra e settore pirotecnico, infrastrutture, patrimonio culturale, polo universitario-cittadella dell’innovazione, sono rimasti sulla terraferma. E, per una volta, ci hanno anche un po’ invidiato.

La giornata brilla di sole e all’inizio ci lamentiamo un po’ per le giacche che ci hanno chiesto di portare. Più avanti, completamente circondati dalle acque e bagnati dagli spruzzi del barchino, non ci lamenteremo più.

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La barca dal fondo piatto scivola sulle acque poco profonde dei canali. Ogni tanto su una briccola si avvistano un airone cinerino o un cormorano. Il cielo è pieno di gabbiani. Vicino ai canneti nuotano le famigliole di anatre. Siamo nella Sacca di Scardovari, un lago di acqua salmastra che si apre sull’Adriatico. Tutto intorno il Po, diviso in cinque rami, forma un territorio giovanissimo, di 400 anni, nato con il Taglio da parte della Serenissima. Il corso del fiume fu deviato a sud per evitare che le sue acque riempissero la laguna di Venezia. C’è il Po Grande (di Venezia), da cui si diramano il Po di Goro, il Po di Gnocca (o della Donzella), il Po di Maestra e il Po delle Tolle.

Qua si coltivano ovunque vongole e cozze, Lo chiamano l’oro del Delta. Le cozze hanno ottenuto anche la Dop. Ma il nostro viaggio prevede una meta che ha dell’incredibile. Più avanti ci attende Alessio, che ha avviato addirittura una coltivazione di ostriche. La perla del Delta.

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La vista dell’impianto ci strappa nuove esclamazioni di sorpresa. Sembra un’installazione della Biennale d’arte di Venezia. E invece, appese a quei fili o racchiuse nelle retine, ci sono centinaia e centinaia di ostriche. Un piccolo apparecchio eolico e uno fotovoltaico fanno muovere tutti quei fili riproducendo l’andamento delle maree. I molluschi vengono immersi e fatti emergere dalle acque secondo ritmi ben precisi. La Normandia è più vicina al Polesine di quanto possiamo immaginare.

Alessio Greguoldo ha intrapreso questa attività da sei anni. Ci ha investito tanto, in macchinari e in saperi, cercando di carpire tutti i segreti dei produttori di ostriche francesi. Oggi, dopo le inevitabili perdite e gli errori iniziali, lo 0.1 per cento delle sue ostriche va proprio in Francia. Il resto, rimane in Italia, distribuito nei ristoranti stellati.

Qualche numero: l’impianto è dotato di 1440 corde. Ogni filo ospita 90 ostriche che i grossisti vendono a 5 euro al pezzo. Alessio ha 5 dipendenti. Prevede di ampliare il capanno dove lavorano i molluschi (ogni ostrica passa dalle mani dell’uomo almeno 7 volte) e di realizzare 4 o 5 nuovi impianti entro il prossimo anno.

L’acqua salmastra della laguna ha già segnato un punto a suo favore. Qui – spiega Alessio – le ostriche completano la propria maturazione in 16 mesi, anziché nei 32 della Francia, perché qui l’acqua è più ricca. L’anno scorso dagli Scardovari uscivano mille ostriche a settimana. Oggi sono già tremila.

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Qualche fortunato assaggia alcune delle ostriche aperte da Alessio. Non servono parole. Bastano le espressioni sui loro visi.

Il tempo passa ed è tempo di tornare sulla terraferma. Il programma prevede una visita allo stabilimento New Sea di Rosolina, un’azienda di import export specializzata nella vendita all’ingrosso del pesce, con sessanta dipendenti e un listino di 400 prodotti fra fresco e lavorato. Indossiamo un camice celeste di carta e un cappellino, passiamo da un macchinario che ci disinfetta scarpe e mani et voilà, siamo dentro al magazzino. Lo spazio è enorme ma, essendo quasi alla fine della giornata, la maggior parte del pesce è stato già distribuito. Facciamo in tempo a gironzolare fra enormi pesci spada, casse di molluschi e crostacei, e pesci di tutti i tipi. Sulle pareti ci sono dei grossi cartelli con i nomi di varie nazioni. Il pesce arriva da tutto il mondo e per il mondo riparte, tre volte alla settimana. La metà del prodotto è distribuito in Italia, fra dettaglio e grande distribuzione. Il fatturato è di 30 milioni annui.

Finita la visita gettiamo il camice e ci teniamo il cappellino, insieme a un vago odore di pesce che ci accompagnerà per il resto della serata.

E’ ora di andare. Ma la giornata non è finita. Dopo un veloce passaggio in albergo, il Capital di Rovigo, è già ora di ripartire. Per la cena, stavolta, alla Trattoria Al Ponte, a Lusia, la trattoria del Polesine. E’ il momento di brindare con i nuovi amici e di rilassarsi un po’ dopo le corse della giornata.

Ma il lavoro non è finito. I tavoli infatti sono organizzati per Driver, così che possiamo cominciare a conoscerci fra colleghi e a organizzarci per la riunione della mattina dopo, quando produrremo le nostre idee per la promozione di questo sorprendente Polesine.

(2 – continua)

 

 

 

 

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Chi è Charlie? Obiettivo raggiunto

Sì,  direi proprio che l’obiettivo del concorso per blogger e giornalisti “Chi è Charlie?” è stato raggiunto

Quello che mi interessava era consegnare i miei quattro Charliehebdo comprati a Parigi a chi interessassero veramente
Per questo mi è venuta l’idea di stanare i possibili vincitori con un concorso di scrittura

È stato un contest un po’ così,  lanciato fra pochi intimi, con inviti un po’ pasticciati,  indirizzati anche a chi non interessava affatto (come sempre capita, peraltro)
Probabilmente sono rimasti fuori altri che avrebbero partecipato volentieri

Fatto sta che avrei potuto fare di meglio

La cosa però è stata interessante e sicuramente rappresenta un’occasione per un buon esercizio di scrittura e di riflessione

Allora ho pensato di trasformare un concorso occasionale in un appuntamento più o meno fisso

Troveremo altri argomenti e chiederemo interventi a chi ha voglia di scrivere e di mettersi in gioco

Al “Chi è Charlie?” sono arrivati in tutto sette articoli, uno anche fuori tempo massimo

Per me, anche se l’adesione è stata bassa, è stata però una bella soddisfazione

Per tanti motivi

Perché sono state scritte delle cose belle e interessanti

Perché hanno partecipato anche persone che scrivono raramente “in pubblico”

Perché chi ha scritto mi ha fatto una bella sorpresa in ogni caso

Perché si sono messe in contatto persone che prima non si conoscevano

Alla fine è stato un po’ come essersi trovati a cena a un grande tavolo, in undici, i sette concorrenti e i quattro della giuria, a parlare di un argomento che interessava tutti

E chissà che una volta o l’altra non ci troviamo davvero tutti intorno a un tavolo a bere, mangiare e discutere

La mia disorganizzazione oltre che negli inviti si è vista anche nella pubblicazione

Anche lì un bel caos fra i miei blog e la bacheca facebook

Prometto che cercherò di fare di meglio

Aprirò un blog apposito in cui inserirò i post di Charlie, anche i due finora non pubblicati se gli autori mi daranno l’ok,  e dove troveranno il loro spazio tutti i contributi del futuro

Sarà un blog, me lo auguro, in cui si leggeranno opinioni originali e qualificate sui fatti che accadono, sugli argomenti più interessanti e spinosi dell’attualità

Fatemi proposte, intervenite,  partecipate

Facciamone un laboratorio, un’officina del pensiero

Son sicura che ci divertiremo e ne verrà fuori anche qualcosa di buono

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