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La scelta politica di Ercolino & Co.

Mi duole comunicare a tutti i fedeli lettori che Il Miao ha cessato le pubblicazioni. Tutti i gatto-giornalisti che ne facevano parte, a cominciare dal direttore responsabile, Ercolino, in questi ultimi anni sono stati attratti dal complesso mondo della politica e hanno dovuto quindi scegliere, nel rispetto della deontologia professionale, di lasciare la loro scrivania e spengere i loro computer. Ovviamente speriamo tutti che si tratti di una sosta temporanea e che quanto prima possiamo tornare a leggere le appassionanti cronache della comunità felina di Vallecapocchi.

Ma finché questo non accadrà, saremo costretti a sorbirci i comizi elettorali di questa masnada di piccoli arrivisti.

Ercolino sulla scrivania

Ercolino, il cui orgoglio si è  probabilmente gonfiato a dismisura dopo la nomina a direttore responsabile del miao, ha preso pieni poteri e ora decide lui chi entra e chi esce. Ha dato disposizioni, con un editto speciale, di tenere le porte ben chiuse, ma questo provvedimento gli si è rivoltato contro ogni volta che ha tentato di entrare senza avere le chiavi a portata di zampa, per cui è stato costretto a sospendere la decisione. Diciamo che in genere a lui le porte chiuse non fanno troppa paura in quanto è l’unico della banda che riesce ad aprirle con una capata. Il discorso si è fatto complesso quando i guardiani le chiudevano a chiave in ottemperanza all’editto da lui stesso emanato. Ora se ne riparlerà non appena sarà stata discussa la famosa legge annuale sul budget destinato a croccantini e cibo umido. Un argomento di primo piano, specialmente per Ercolino, il quale, mangiando in continuazione, condivide anche questo aspetto con il leader maximo della Lega, partito con il quale sembra abbia intenzione di candidarsi alle prossime elezioni. La notizia non è ancora ufficiale ma pare che l’apparato della Bestia stia già prendendo provvedimenti per contrastarne l’ascesa, data per certa da sondaggi occulti. 

Musetta in una foto scattata in gioventù

Musetta, che non si capisce mai dove va né cosa fa ma quando sta in casa dorme sempre, ha deciso invece di iscriversi al Pd. La sua sembrerebbe essere un’adesione all’acqua di rose, ma allo stesso tempo non la prenderei sotto gamba. Pare infatti che, durante le sue numerose assenze, in realtà chiami a raccolta le gatte del circondario per organizzare un gruppo agguerrito che si dimostrerà in grado di conquistare in toto le numerose quote rosa disponibili nel partito democratico. 

Agatha

Anche Agatha inizialmente era entrata a far parte del Pd ma poi, stufa di sentirsi dare della radical chic a vanvera, lei che, ci tiene a dirlo, può vantare dei veri quarti di nobiltà, ha alzato la coda e con fare sprezzante ha deciso di migrare in Italia Viva, dove spera che le vengano riconosciuti tutti i suoi pregi, così come ritiene di meritare. Agatha sostiene che i belli devono stare con i belli e si è messa in testa di seguire Maria Elena Boschi in ogni suo spostamento.

Miciona con la figlia Musetta

Miciona si è sempre dichiarata di Forza Italia, in virtù dei valori della famiglia in cui crede e che ritiene la rappresentino. Negli ultimi tempi però le sue convinzioni l’hanno portata a sposare il pensiero di un’altra donna (solo il pensiero, eh, non fatevi strane idee) ed è passata con Giorgia Meloni, della quale apprezza tantissimo la coerenza tra idee, parole e azioni. 

Ettore in uno dei rari momenti trascorsi in gabbia

Per quanto riguarda Ettore la situazione è delicata. Grillino della prima ora, ha partecipato a tutte le manifestazioni di piazza, seguendo il comico vate per tutto il suo vaffanculo tour. La sua voce gattesca, naturalmente propensa alla lamentela e alla recriminazione, si è spesso distinta nelle occasioni più svariate, tanto che pare abbia raccolto anche diversi click sulla piattaforma Rousseau. Per non tradire il suo spirito indipendente, al momento però di riscuotere il frutto della democrazia diretta, Ettore ha detto no, precisando che non avrebbe rinunciato alla sua libertà per niente al mondo. Ha invece rinunciato con encomiabile dimostrazione di onestà, ad un lauto stipendio quinquennale che, devo ammettere, sarebbe stato fondamentale anche per noi che gli viviamo accanto. Ma sul punto è stato irremovibile. A niente sono valsi nemmeno gli sforzi per convincerlo ad assumere la guida di un dicastero. Pare che gli avessero offerto addirittura gli esteri. Per questo motivo Di Maio gli sarà riconoscente a vita e pare che stia già preparando le pratiche per assegnargli i croccantini di cittadinanza. 
Lui però, eternamente incontentabile, ha già preparato un emendamento da inviare alla Farnesina, in cui caldeggia l’attribuzione di interi scaffali di barattolini di cibo umido.

Gattaccina in una riuscita interpretazione di gatto tranquillo

Gattaccina era rimasta fino ad oggi l’unica apolitica della comunità di Vallecapocchi. Ma finalmente sulla scena si è affacciato il partito nel quale si può riconoscere anche una come lei. Poteva forse lasciarsi scappare, colei che in età prepuberale si è scelta da sola la casa in cui vivere (la nostra) e che si distingue continuamente per non stare mai ferma, l’opportunità di schierarsi a fianco di Carlo Calenda nel neonato Azione? Ovvio che no. A questo proposito ha già stilato un ricco programma nel quale saranno fondamentali i punti riguardanti la reiterazione continua di azioni quali rincorrere impauriti topolini e terrorizzate lucertole per tutta la casa. Il problema è che ora mi sta tutto il giorno su Twitter, per coadiuvare Carlo nelle risposte, dice, e non vorrei che questo comportasse una sensibile diminuzione della sua naturale tendenza all’azione. Di Gattaccina, intendo.


Gattaccio nell’alloggio popolare assegnatogli in vista dell’inverno

Gattaccio è da poco entrato a far parte dall’interno della comunità di Vallecapocchi, intorno alla quale ha vagato per anni come un satellite. D’altra parte la sua scelta politica lo obbliga a schierarsi sempre contro tutti e tutto senza riuscire mai a trovare un punto di accordo perfino con se stesso. Potere al Popolo è il mantra che ripete mattina e sera, miagolando per chiedere più cibo per i lavoratori e una cuccia per tutti. La sua insistenza, maturata in anni di battaglie per i diritti dei più deboli, lo vede spesso scontrarsi con gli esponenti degli altri partiti, in special modo con quelli più vicini all’ideologia cosiddetta di sinistra, mentre coltiva un rispetto quasi ossequioso per Ercolino, riconoscendone incredibilmente la supremazia. Bisogna ammettere però che le sue battaglie, per quanto riguarda la distribuzione di croccantini e cibo umido e l’assegnazione di una cuccia calda e riparata, sono state vinte. Almeno per sé.

Un’altra esponente sta cercando di farsi largo nella comunità gattesca di Vallecapocchi, al momento fermamente respinta dalla regina del casolare, l’umana Loriana (umana come stato di fatto, sia chiaro). Si tratta di una gatta, di cui al momento non conosciamo il nome né la provenienza, che si è accasata nella parte finale della legnaia dove ha trovato un rifugio sicuro al riparo dalle intemperie. Nonostante la sua ritrosia nel farsi avvicinare da umani e felini, ha però reso note le sue tendenze politiche, dichiarando di essere schierata con Più Europa. Una scelta del tutto rispettabile ma che purtroppo non le garantisce i numeri necessari per entrare a far parte più attivamente e in modo rappresentativo della comunità felina.

Da Vallecapocchi per il momento è tutto. Vi terremo aggiornati sugli sviluppi di questa complessa comunità politica.

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Di furgoni, servizi sociali e anziani invasati

A questo punto non so se preferisco essere seguita da un Furgone dei Servizi Sociali o tampinata da un Uomo Anziano in Crisi Aggressiva. Il FdSS, non so se lo avete mai incrociato, è un mezzo all’apparenza di supporto sociale, come indicherebbe il nome. In genere però è condotto da persone a cui va un po’ stretto quel senso li. Oggi per esempio mentre andavo a Poggibonsi un FdSS mi si é attaccato tanto che pensavo non mi avrebbe mollato mai più. L’ho avuto per Vallibuona e sul ponte dell’Armi poi mi è venuto dietro sulla rotatoria della superstrada. E qui è successa una cosa strana, perché il FdSS non ha preso per Siena, ma nemmeno per Firenze. Anzi, quando io ho imboccato la seconda uscita lui mi si é scollato di dosso ed è ritornato di là. Avrà voluto fare la strada vecchia per Poggibonsi. Ma allora perché, mi chiedo, quel giro in più attaccato al mio paraurti?
L’UAiCA invece l’ho trovato ieri. E non è il primo esemplare con cui mi trovo, mio malgrado, ad avere a che fare. Dopo una mattinata complicata al lavoro, mamma mi chiama per dirmi che la macchina le si è rotta sulla salita sotto il cavalcavia, che ha creato un ingorgo (era giorno di mercato ma Poggibonsi in questo periodo è già ingorgata di suo per la chiusura di un ponte), che ci sono i vigili, che non riesce a contattare l’assicurazione e, alla fine, mi chiede se vado a prenderla.
Prima di tornare a casa facciamo un salto alla Coop. È ormai passata l’una e nel posteggio sotterraneo, quasi completamente vuoto, non si vede anima viva.
Mi fermo in una corsia prima di posteggiare per far scendere mamma. È in quel momento che, come per magia, appare lui. L’UAiCA si materializza in una macchina nera di media quasi grossa cilindrata. Si affaccia dal finestrino e comincia a gridare di toglierci di li che ingombriamo il passaggio.
Roteo la mano verso di lui a significare che, in un posteggio vuoto, ha almeno altre dieci corsie in cui passare senza stracassare le lampade a noi. Ovviamente tutto ciò lo fa innervosire ancor più, tanto da costringerlo ad alzare la voce contro di noi. Intanto mamma cerca di sciogliersi dall’intrigo della sua borsa con la sciarpa e le borse di plastica con gli acquisti del mercato. La situazione si fa incandescente. L’UAiCA si vede costretto a suonare il clacson, gridando improperi verso l’intero genere femminile.
Apro la portiera, scendo, e con l’aria del maestro zen di Kung Fu Panda mi avvicino al suo finestrino.
– Mi scusi, non vede che il posteggio è completamente vuoto? Perché vuole passare proprio dove siamo noi?
– Perché voi non potete stare lì.
L’UAiCA indossa occhiali scuri e soffre di un accentuato difetto di logica. Ma a questo punto lo abbiamo nelle nostre mani. Si avvicina mamma con fare marziale.
– Ma lo sa che lei invece è un bel maleducato? (Nel suo vocabolario questa rappresenta l’offesa più alta che una persona possa pensare di pronunciare).
Mi avvicino ancor più a lui, sempre con calma zen, e aggiungo:
– È vero, è proprio maleducato. Poi non capisco perché non voglia approfittare di tutto questo spazio. Fra l’altro guardi abbiano avuto un problema, si è rotta la macchina…
– Ah, ma me lo doveva dire subito che la macchina si è rotta, io come facevo a saperlo? Non è mica scritto da nessuna parte…
Macchina rotta deve essere una parolina magica perché l’UAiCA fa manovra e occupa l’altra corsia, posteggiando in uno dei numerosi spazi liberi. Ma non è del tutto convinto, perché dal finestrino aperto lo si sente ancora lanciare improperi a tutto il genere femminile.
– Più sono anziani e piu diventano acidi, commenta, mamma lasciandosi andare a una rilassante generalizzazione.
Rientro in macchina.
– E poi puzzano di fumo rancido. Senti che cattivo odore c’è dopo che abbiamo parlato con quel tipo. Come ha fatto a rimanermi attaccato addosso?
– Ma che dici? Quello è l’odore del pollo arrosto che ho comprato prima al mercato.
Vabbè. Comunque le storie sugli UAiCA non finiscono qua.A questo punto non so se preferisco essere seguita da un Furgone dei Servizi Sociali o tampinata da un Uomo Anziano in Crisi Aggressiva. Il FdSS, non so se lo avete mai incrociato, è un mezzo all’apparenza di supporto sociale, come indicherebbe il nome. In genere però è condotto da persone a cui va un po’ stretto quel senso li. Oggi per esempio mentre andavo a Poggibonsi un FdSS mi si é attaccato tanto che pensavo non mi avrebbe mollato mai più. L’ho avuto per Vallibuona e sul ponte dell’Armi poi mi è venuto dietro sulla rotatoria della superstrada. E qui è successa una cosa strana, perché il FdSS non ha preso per Siena, ma nemmeno per Firenze. Anzi, quando io ho imboccato la seconda uscita lui mi si é scollato di dosso ed è ritornato di là. Avrà voluto fare la strada vecchia per Poggibonsi. Ma allora perché, mi chiedo, quel giro in più attaccato al mio paraurti?
L’UAiCA invece l’ho trovato ieri. E non è il primo esemplare con cui mi trovo, mio malgrado, ad avere a che fare. Dopo una mattinata complicata al lavoro, mamma mi chiama per dirmi che la macchina le si è rotta sulla salita sotto il cavalcavia, che ha creato un ingorgo (era giorno di mercato ma Poggibonsi in questo periodo è già ingorgata di suo per la chiusura di un ponte), che ci sono i vigili, che non riesce a contattare l’assicurazione e, alla fine, mi chiede se vado a prenderla.
Prima di tornare a casa facciamo un salto alla Coop. È ormai passata l’una e nel posteggio sotterraneo, quasi completamente vuoto, non si vede anima viva.
Mi fermo in una corsia prima di posteggiare per far scendere mamma. È in quel momento che, come per magia, appare lui. L’UAiCA si materializza in una macchina nera di media quasi grossa cilindrata. Si affaccia dal finestrino e comincia a gridare di toglierci di li che ingombriamo il passaggio.
Roteo la mano verso di lui a significare che, in un posteggio vuoto, ha almeno altre dieci corsie in cui passare senza stracassare le lampade a noi. Ovviamente tutto ciò lo fa innervosire ancor più, tanto da costringerlo ad alzare la voce contro di noi. Intanto mamma cerca di sciogliersi dall’intrigo della sua borsa con la sciarpa e le borse di plastica con gli acquisti del mercato. La situazione si fa incandescente. L’UAiCA si vede costretto a suonare il clacson, gridando improperi verso l’intero genere femminile.
Apro la portiera, scendo, e con l’aria del maestro zen di Kung Fu Panda mi avvicino al suo finestrino.
– Mi scusi, non vede che il posteggio è completamente vuoto? Perché vuole passare proprio dove siamo noi?
– Perché voi non potete stare lì.
L’UAiCA indossa occhiali scuri e soffre di un accentuato difetto di logica. Ma a questo punto lo abbiamo nelle nostre mani. Si avvicina mamma con fare marziale.
– Ma lo sa che lei invece è un bel maleducato? (Nel suo vocabolario questa rappresenta l’offesa più alta che una persona possa pensare di pronunciare).
Mi avvicino ancor più a lui, sempre con calma zen, e aggiungo:
– È vero, è proprio maleducato. Poi non capisco perché non voglia approfittare di tutto questo spazio. Fra l’altro guardi abbiano avuto un problema, si è rotta la macchina…
– Ah, ma me lo doveva dire subito che la macchina si è rotta, io come facevo a saperlo? Non è mica scritto da nessuna parte…
Macchina rotta deve essere una parolina magica perché l’UAiCA fa manovra e occupa l’altra corsia, posteggiando in uno dei numerosi spazi liberi. Ma non è del tutto convinto, perché dal finestrino aperto lo si sente ancora lanciare improperi a tutto il genere femminile.
– Più sono anziani e piu diventano acidi, commenta mamma, lasciandosi andare a una rilassante generalizzazione.
Rientro in macchina.
– E poi puzzano di fumo rancido – dico io -. Senti che cattivo odore c’è dopo che abbiamo parlato con quel tipo. Come ha fatto a rimanermi attaccato addosso?
– Ma che dici? Quello è l’odore del pollo arrosto che ho comprato prima al mercato.
Vabbè. Comunque le storie sugli UAiCA non finiscono qua.

https://www.focus.it/comportamento/psicologia/perche-diventiamo-belve-al-volante

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L’inattesa magia di un concerto all’alba

Alle cinque è ancora buio. Sulle strade non c’è nessuno, a parte una volpe che mi attraversa la strada in campagna, cancelli chiusi, le case addormentate, qualche lampione acceso.

Dopo Maltraverso incrocio due, tre auto, tutte in direzione contraria. 

All’imbocco della strada per la Fortezza mi si accoda un’auto, poi un’altra e un’altra ancora. Il posteggio è già quasi pieno. 

Mi incammino in salita insieme agli altri verso il luogo del concerto. 

Alle cinque e mezzo è ancora buio. Qualcuno, come me, ha una pila e illumina il terreno anche se potrebbe bastare il chiarore delle stelle.

Il pianoforte è già al suo posto.

Cerco uno spazio non troppo centrale e stendo il mio materassino imbottito, apro il sacco a pelo e mi ci infilo. 

Le persone si aggiustano, stendendo coperte. Continuano ad arrivare. Gruppi di amici, donne o uomini soli, famiglie con bambini. Una si posiziona alla mia sinistra. Il piccolo comincia subito a lamentarsi. Ho freddo, ho sonno. La mamma lo zittisce. Sei stato te a voler venire, noi ti avevamo detto di rimanere a letto, quindi ora fai un po’ il bravo. Medito di spostarmi, poi lascio stare.

Questo non è solo un concerto all’alba. È anche un rito collettivo di persone che condividono una parte della notte.

La pianista si chiama Alessandra Celletti ed è anche compositrice. La presenta Francesco, della Scintilla, l’associazione che ha organizzato tutto questo. “Siamo un gruppo di persone a cui piace fare le cose belle, come questa”.

Le note partono leggere quasi a non voler disturbare la distesa di spettatori semi dormienti. Sulle nostre teste le stelle fanno capolino dalle nuvole.

Nessuno si muove, se non per coprirsi meglio con le coperte o le giacche. 

Alle sei la prima goccia. Mentre il cielo in lontananza si apre, sopra di noi si è addensato un nuvolone che pian piano comincia a scaricare.

Continua ad arrivare gente. Alla mia destra una mamma stende un telo e si siede con il figlio avvolto a marsupio in una coperta a quadri. 

Mi avvolgo la pashmina sulla testa mentre le gocce colpiscono il sacco a pelo. Dieci minuti e già non piove più.

La musica si fa sempre più intensa, mentre il cielo si apre accompagnato dal canto dei galli in lontananza.

Prima delle sei e mezzo l’aurora non si smentisce e tinge tutto di rosa. Alzo la testa e con la luce mi accorgo che la pianista ha la chioma biondo platino. Continua a suonare, riempiendo l’aria di musica, nonostante il pubblico continui a sbagliare i tempi degli applausi. Cosa che in realtà non importa a nessuno. 

“Visto che abbiamo sconfitto la pioggia, vi regalerò un ultimo brano, che si intitola…”

Le parole della pianista si perdono nell’aria e nel chiacchiericcio della gente. Peccato.

Ormai è quasi giorno. Quando la pianista si alza per salutare vedo che indossa un lungo abito bianco con una giacca avorio. In testa ha una coroncina da fata fra i capelli. 

L’alba arriva a suon di musica illuminando le campagne di Poggibonsi al di là delle mura fortificate. 

Alle sette il concerto è già finito. Ripiego il sacco a pelo bagnato, prendo le mie cose e mi incammino verso il bar che mi pare ancora chiuso. Andrò in piazza a Colle.

Mi giro a fare un’ultima foto. C’è un sacco di gente, chi l’avrebbe mai detto? Azzardo qualche conto, cento, duecento?

Anche questo ha poca importanza.

Quello che importa è che qualcuno ha pensato di organizzare una cosa diversa, coraggiosa, inusuale e fantastica, e molti hanno raccolto l’invito. 

Io, per quanto mi riguarda, di inviti di questo tipo sono decisa a raccoglierne il più possibile.

Ps. L’evento si è svolto a Poggibonsi e fra gli organizzatori, o coloro che hanno contribuito alla realizzazione, lo dico per completezza di informazione (anche se questo è solo un piccolo post personale), ci sono anche l’assessorato comunale alla Cultura e la Fondazione Elsa.

Pps. L’associazione poggibonsese che organizza eventi culturali e manifestazioni cittadine si chiama La Scintilla. A Colle abbiamo i ragazzi della Scossa che oltre alla Notte Gialla pensano a svolgere tante attività per i ragazzi e per la città. Niente, riflettevo sui nomi che avevano scelto, e fra scintille e scosse mi è venuto un po’ da pensare

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i libri ritrovati

In questi giorni sto leggendo un libro che mi era stato regalato otto anni fa

È bello. Scritto bene, costruito in modo molto originale, parla di mondi che non conosco  e gira intorno a un mistero che mi pare di aver intuito non si chiarirà mai

Ho confessato alla donatrice che lo stavo leggendo ora spiegandole che, quando me lo regalo’, non era riuscito a prendermi

Lei è una persona intelligente oltre che generosa. Non credo abbia avuto niente di che restare male

In questi otto sono maturata, le ho detto, e mi piacciono anche i libri un po’ piu difficili

Quello che più mi piace però a ben pensare è ritrovare i libri perduti

Non parlo di quelli prestati e mai più tornati

Il giovane Holden, La collina dei conigli

Speranze perdute generatrici di forte fastidio

(E non è un titolo)

No, quelli ormai me li sono ricomprati ogni volta che ho capito che non sarebbero più stati restituiti

Parlo di libri bellissimi che per anni non sono riuscita a leggere

Anzi, di cui non riuscivo proprio a cogliere la bellezza

Li iniziavo e poi li lasciavo li, insensibile all’entusiasmo che li circondava

È successo con il Giardino dei Finzi Contini

giardino

Chissà perché la partita a tennis di Micol, la prima volta che ne ho tentato la lettura, mi apparve come un mero e vuoto esercizio stilistico

Ovviamente non lo era. Me ne sono accorta per fortuna anni dopo quando finalmente sono riuscita ad aprirmi ad uno dei libri più struggenti mai letti di cui ancora conservo la fragile e malinconica bellezza

E Cent’anni di solitudine? Sembra una bestemmia, lo so, o forse un vezzo un po’ snob, ma ricordo che per anni è rimasto intonso nella libreria senza che vi trovassi un solo motivo per avvicinarmi

Babbo mi consigliava di leggerlo e così molti altri

E io no, chiusa in chissà quali ritrosie dell’epoca

Poi l’ho letto, e riletto

E non importa dire altro

100anni

Poi ci furono la Versione di Barney e Una banda di idioti

Li metto insieme perché fu durante un’estate di qualche anno fa che due amiche, in occasioni diverse, mi parlarono di quei libri come di letture irrinunciabili

Li avevo entrambi a casa in Toscana e alla prima occasione li recuperai

La Versione di Barney di Mordecai Richler avevo provato a leggerla nel 2001 nel pieno dell’acclamazione italiana

Mi fa girare la testa, pensai, e lo misi via

Poi per fortuna l’ho ritrovato

In quel periodo, diversi anni dopo, vivevo una situazione simile a quella del povero Barney, accusato ingiustamente, e  la sua cinica ironia è stata per me una medicina fantastica

Infatti l’ho anche riletto (e visto il film al cinema)

barney

Una banda di idioti, di John Kennedy Toole, lo avevo comprato nel 1998 in due copie, una per me e una per un’amica, sulla scia della ristampa di Marcos y Marcos e di una recensione accattivante

Lo avevamo accantonato tutt’e due

In effetti l’inizio è un po’ pesante

Lo avevo scelto perché mi era piaciuta la storia che c’era dietro

Un ragazzo si era suicidato a 30 anni e la mamma, rimettendo a posto le sue cose aveva trovato un manoscritto. Lo aveva sottoposto a un editore e avevano scoperto un genio

Sarebbe stata già una storia bella di per sé  per un libro

E in effetti mi pare anche di aver letto qualcosa di simile, di cui però non ho che un vago ricordo

Incuriosita lo comprai. Aveva anche una bellissima copertina

Quando, anni e anni dopo, sulla scia dell’entusiasmo dell’altra amica, l’ho finalmente letto, ho scoperto un libro intelligente appassionante e super divertente

Peccato per il suo autore

idioti

Quello che sto leggendo ora invece non ricordavo nemmeno che esistesse

Ancora una volta vittima della mia chiusura mentale, lo avevo riposto fra gli altri libri bollandolo come illeggibile dopo un superficiale tentativo di qualche anno fa

Curiosando fra gli scaffali di casa l’ho rivisto e stavolta mi ha colpito

Ho pensato alla persona che me lo aveva donato

Intelligente sensibile spiritosa

Ci doveva essere per forza qualcosa che non ero riuscita a cogliere

Un giro su internet mi ha confermato che esiste addirittura una schiera di fan dell’autore,  morto prima della pubblicazione del volume, tanto che il seguito è rimasto incompiuto

Peccato, chissà se avrebbe mai svelato il mistero dello scrittore fantasma, Benno von Arcimboldi

Per il momento direi che la soluzione non importa. È il mistero ad alimentare la storia. Ovvio

In ogni caso mi godo la lettura di un altro libro ritrovato

Il titolo è 2666 di Roberto Bolano (con la virgoletta spagnola sulla enne)

2666

Spero sia l’ultimo scherzo del genere che mi faccio

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Chi è Charlie? Obiettivo raggiunto

Sì,  direi proprio che l’obiettivo del concorso per blogger e giornalisti “Chi è Charlie?” è stato raggiunto

Quello che mi interessava era consegnare i miei quattro Charliehebdo comprati a Parigi a chi interessassero veramente
Per questo mi è venuta l’idea di stanare i possibili vincitori con un concorso di scrittura

È stato un contest un po’ così,  lanciato fra pochi intimi, con inviti un po’ pasticciati,  indirizzati anche a chi non interessava affatto (come sempre capita, peraltro)
Probabilmente sono rimasti fuori altri che avrebbero partecipato volentieri

Fatto sta che avrei potuto fare di meglio

La cosa però è stata interessante e sicuramente rappresenta un’occasione per un buon esercizio di scrittura e di riflessione

Allora ho pensato di trasformare un concorso occasionale in un appuntamento più o meno fisso

Troveremo altri argomenti e chiederemo interventi a chi ha voglia di scrivere e di mettersi in gioco

Al “Chi è Charlie?” sono arrivati in tutto sette articoli, uno anche fuori tempo massimo

Per me, anche se l’adesione è stata bassa, è stata però una bella soddisfazione

Per tanti motivi

Perché sono state scritte delle cose belle e interessanti

Perché hanno partecipato anche persone che scrivono raramente “in pubblico”

Perché chi ha scritto mi ha fatto una bella sorpresa in ogni caso

Perché si sono messe in contatto persone che prima non si conoscevano

Alla fine è stato un po’ come essersi trovati a cena a un grande tavolo, in undici, i sette concorrenti e i quattro della giuria, a parlare di un argomento che interessava tutti

E chissà che una volta o l’altra non ci troviamo davvero tutti intorno a un tavolo a bere, mangiare e discutere

La mia disorganizzazione oltre che negli inviti si è vista anche nella pubblicazione

Anche lì un bel caos fra i miei blog e la bacheca facebook

Prometto che cercherò di fare di meglio

Aprirò un blog apposito in cui inserirò i post di Charlie, anche i due finora non pubblicati se gli autori mi daranno l’ok,  e dove troveranno il loro spazio tutti i contributi del futuro

Sarà un blog, me lo auguro, in cui si leggeranno opinioni originali e qualificate sui fatti che accadono, sugli argomenti più interessanti e spinosi dell’attualità

Fatemi proposte, intervenite,  partecipate

Facciamone un laboratorio, un’officina del pensiero

Son sicura che ci divertiremo e ne verrà fuori anche qualcosa di buono

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il punto di rottura

per andare a Parigi prendiamo il treno. ho già fatto lo stesso viaggio nemmeno due anni fa, Venezia-Parigi, Parigi-Venezia in cuccetta, e l’ho trovato molto comodo. anche perché scendi in centro, alla Gare de Lyon, senza doverti preoccupare di check in, navette e tutto quanto
all’andata la cabina da sei è piena. Ci siamo noi due, una giovane senegalese in carne, una donna africana di non so dove ma più scura e con la testa avvolta in una fascia nera, e due francesi poco cordiali
poco male. Loro salgono tutte a Milano e noi ci siamo già sistemate in cuccetta dopo aver cenato. Avevamo fantasticato su chi avrebbero potuto essere le nostre quattro compagne di viaggio “milanesi” e non ci avevamo azzeccato per niente. Non erano le quattro amiche che andavano a far shopping a parigi nel week end che pronosticavo io né le quattro teenager casiniste munite di cuffiette e iPhone immaginate dalla mia amica.
Quella notte non abbiamo dormito molto bene, faceva caldissimo e noi eravamo un po’ nervose. Ma quando siamo scese alla gare de Lyon ha prevalso l’effetto parigi. E la notte un po’ così è stata subito dimenticata. Specie dopo che ci siamo bevute due spremute di arancia e un caffè per 12 euro
al ritorno non ci abbiamo provato nemmeno ad immaginare chi potevano essere le nostre compagne di viaggio
Anche perché le avremmo viste subito, visto che sarebbero sicuramente salite a parigi
la prima ad entrare nella cabina è stata una signora africana, scura di carnagione, di una certa età con le gambe lunghissime e la testa avvolta in un turbante di maglia
Poi arriva una ragazza marocchina, fatima, con due valige enormi e pesanti come il piombo. Mi offro di sistemarle sulla rastrelliera, così per non incasinarci lo spazio esiguo, e manca poco ci perdo il braccio sinistro
poi arriva una ragazza più giovane, scura di pelle ma dalla tonalità ambrata, capelli crespi tirati lisci
non ha nemmeno una valigia. 1000 punti
non vuole stare nella cuccetta bassa e scambia quella in alto con me. 2000 punti
Ha un problema. Trovare una presa per ricaricare il telefonino
i vagoni sono preistorici e non c’è nessuna presa
forse in bagno ma devi stare li, non puoi abbandonare l’iphone
“Ci passo anche tutta la notte se devo ricaricare”
Ecco, brava
Nessuno è perfetto
(più tardi comunque li perderà tutti di un botto quei punti)
l’aria è tranquilla, amichevole. Si preparano le cuccette, si distribuiscono lenzuolini e piumini per la notte
insomma, quel clima un po’ da gita scolastica è salvo
teniamo la cuccetta di mezzo ancora abbassata per il tempo di cenare
ed è allora che accade tutto e tutto cambia
Le tre parlano fra sé un po’ in italiano un po’ in francese
io non faccio caso a quello che dicono quando a un tratto la mia amica, girata verso di me, fa: “Ecco, io non intervengo. Faccio finta di niente. Non ho voglia di discutere”
“Quello che mi dispiace è che ci sono andati di mezzo degli innocenti – sta dicendo capelli crespi stirati – e questo non è giusto”
trattengo il fiato mentre la ascolto
“loro dovevano aspettarselo – continua – hanno provocato profeta Maometto. Ma gli altri non c’entravano nulla”
gelo
Continua a spiegare la sua teoria ammettendo che magari non era proprio necessario ammazzarli, prima si poteva provare a dialogare
però avevano provocato profeta Maometto e quindi dovevano aspettarselo
“Il fatto è che sono stati uccisi due arabi – interviene fatima – e alla fine ad ucciderli è stato un francese. Eh si è andata proprio cosi”
dice qualcosa anche la signora anziana, con voce concitata
Ma non capiamo quale sia la sua posizione
Io mi ero illusa che rimettesse al loro posto le due tipe
Ma è più probabile il contrario
Quello è stato il punto di rottura
da allora è cambiata l’atmosfera nella cabina
in quei quattro metri cubi dove ci dividevamo il posto e l’aria in cinque
ma è cambiato anche qualcosa dentro di me
la consapevolezza di una divisione culturale profonda e insanabile fra due mondi che guardano orizzonti diversi
una frattura che non avevo percepito così diffusa e radicata nemmeno dopo l’undici settembre o con gli attentati di Londra e Madrid
quelle tre donne non apparivano a un occhio eaterno come musulmane
vestivano all’occidentale, jeans e maglietta, e non portavano alcun velo
(A parte l’anziana africana con turbante in maglia, ma quello è un altro discorso)
eppure non riuscivano a condannare l’attentato a charlie hebdo
a condannare semplicemente il sangue inutile, la violenza gratuita
un attentato immenso per quanto è stata spropositata la “punizione ” rispetto alla “colpa”
io e la mia amica continuammo a sgranocchiare alghe essiccate acuendo ancor più le differenze culturali in quella cabina
Fatima mangiava un panino quasi da “infedele”
alla stazione di Parigi non c’era cibo che rispettava le regole halal
capelli crespi stirati invece si era procurata un vassoietto di gnocchi al ragù dall’aspetto niente affatto invitante
Ma tant’è
l’anziana col turbante sbocconcellava qualcosa di invisibile che prendeva da un sacchetto di carta nella borsa
Ma non era quello il problema
Se non ci fosse stata la sferzata di gelo di quei discorsi sarebbe potuto continuare il clima da gita scolastica
ma ormai era tutto cambiato
quando piu tardi scesi dalla cuccetta indossando le ciabattine di plastica per andare in bagno fatima provò a scherzarci su
Ma l’effetto che ottenne con il tono che virava sull’acido fu solo quello di farmi sentire come mi vedeva realmente
Una privilegiata dalla vita dannatamente comoda
Che si mette addirittura le ciabattine in treno
Mica come lei, badante a un anziano e cameriera in pizzeria per tirare su da sola tre figli
Ed era una frase detta probabilmente per ricucire
ma ormai era impossibile
Quella notte dormimmo meglio rispetto all’andata
capelli crespi stirati non passò tutto il tempo in bagno a ricaricare il cellulare, anche se lo uso’ abbondantemente
Fatima prima di addormentarsi ascoltò per un bel po’ musica araba al telefonino
(“Dormi? Scusa, volevo verificare che non ti fossi addormentata con la luce accesa”)
l’anziana non disse più una sola parola
Pian piano le compagne di viaggio scesero dal treno. fatima a Milano, l’anziana a Brescia
Capelli crespi stirati purtroppo solo a Padova, così dovemmo stare nello scompartimento con lei, che era sempre più nervosetta nonostante la batteria ricaricata, quasi per tutto il viaggio
Dopo mi è venuto anche il dubbio sulle valige
Fatima era stata a parigi da dei parenti per dieci giorni e aveva due bagagli pesantissimi (ho avuto il muscolo del braccio sinistro stirato e indolenzito per quasi dieci giorni)
ho pensato che chiunque può portare quello che vuole dall’Italia al cuore di Parigi senza alcun controllo
mi dicono che questi sono gli accordi di schengen
ok, ma se vai in aereo ti controllano col metal detector anche sui voli nazionali
Un po’ di uniformità non guasterebbe
al mattino un uomo di colore grande e grosso nella cabina accanto alla nostra ha ascoltato per ore, anche lui, musica araba ad alto volume
poi finalmente è sceso
io fino ad oggi, ad ogni viaggio, mi cantavo quella canzone di de Gregori interpretata dalla Mannoia
“Perché viaggiare non è solamente partire, partire e tornare
Ma è ascoltare la lingua degli altri, è imparare ad amare”
Ripensando a questo viaggio in treno invece mi è venuta piu in mente Titanic
Anche se è sempre di de gregori
“La prima classe costa mille lire. la seconda cento. la terza dolore e spavento”.
Pensare che due anni fa le nostre compagne erano parigine che andavano a Venezia a vedere la biennale
Forse abbiamo solo sbagliato il periodo
Ma piu probabilmente sono solo cambiati i tempi
inevitabilmente
(Soldato scelto di una guerra perdente, dice ancora la Mannoia. Ma spero solo che il mio pessimismo sia un po’ esagerato)

Je suis une journaliste

per andare a Parigi prendiamo il treno. ho già fatto lo stesso viaggio nemmeno due anni fa, Venezia-Parigi, Parigi-Venezia in cuccetta, e l’ho trovato molto comodo. anche perché scendi in centro, alla Gare de Lyon, senza doverti preoccupare di check in, navette e tutto quanto

all’andata la cabina da sei è piena. Ci siamo noi due, una giovane senegalese in carne, una donna africana di non so dove ma più scura e con la testa avvolta in una fascia nera, e due francesi poco cordiali

poco male. Loro salgono tutte a Milano e noi ci siamo già sistemate in cuccetta dopo aver cenato. Avevamo fantasticato su chi avrebbero potuto essere le nostre quattro compagne di viaggio “milanesi” e non ci avevamo azzeccato per niente. Non erano le quattro amiche che andavano a far shopping a parigi nel week end che pronosticavo io né le quattro teenager casiniste munite di cuffiette…

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cercando Charlie

charlie1

Torno a Parigi dopo un anno e poco più
Ho due obiettivi: visitare il cimitero di Père Lachaise e comprare qualche copia di Charlie hebdo

Troppo poco il tempo a disposizione per il cimitero e le previsioni danno continuamente pioggia anche se non è mai caduta nemmeno una goccia

Insomma, visita rinviata

E’ subito chiaro che trovare Charlie non è facile nonostante sia passata più di una settimana dall’attentato e le copie vengano distribuite ogni giorno
ma si sapeva anche questo

Sabato, al nostro arrivo, erano tutte esaurite

Non si trovava Charlie ne’ le Canard enchainé, l’altro settimanale satirico parigino

Qualcuno ha messo anche il cartello

charlie

Io pero’ insisto lo stesso

Ma domani lo distribuiscono ancora?

L’edicolante col gesto largo della mano

“Demain, et lundi, mardi et mercredi… tous le jours”

Ogni volta che vediamo un’edicola chiediamo
charlie non c’è, ma l’edicolante sorride fra il complice e il gratificato e tu ti senti come se avessi azzeccato la parola d’ordine per entrare nel loro mondo
in questi giorni chiedere charlie in edicola, se non sei francese, è un po’ come dire: siamo con voi
È come tirare un filo invisibile che ci unisce tutti quanti e ci fa sentire tutti ugualmente feriti e colpiti dallo stesso attentato
è un modo di dire: io non ho dubbi, scelgo la libertà. Di stampa, di espressione, di essere ciò che noi siamo
Come le folle del Jesuischarlie nelle piazze
ecco

Domenica, secondo e ultimo giorno a Parigi, ci riprovo

Metto la sveglia alle 7.30 contando di essere all edicola di Place d’Italie, la più vicina all’albergo, per le 8, pronta a fare la fila con i parigini

Ma alle 6 sono già sveglia e alle 6.30, nel buio pesto, sono in strada

Parigi è deserta
vicino all edicola, chiusa anche se illuminata, qualche tassista semi addormentato

Aspetto in piedi stringendomi nel piumino

Dopo qualche minuto non sono più sola
basta un gesto del tipo anche tu qui per charlie e l’uomo si avvicina
Sulla quarantina o più, indossa un basco alla francese
Viene da bordeaux, dice
E ha già girato un bel po’ di edicole in cerca di charlie
Visto che la nostra non accenna ad aprire mi guida in un tour improvvisato del XIII arrondissement

Non siamo fortunati
Tutte le edicole nell’arco di un chilometro in tre o quattro direzioni diverse sono chiuse
Ci chiediamo a che ora apriranno, se apriranno
Devono aprire, dice il francese, altrimenti dove si comprano i quotidiani

Nemmeno i ragazzi della nettezza urbana ci sanno indicare un orario preciso
In genere aprono presto
a quest’ora, sono le sette, dovrebbero già essere aperte
niente da fare
anche i bar della zona tardano a tirar su le saracinesche
Mentre le vie pian piano si animano al passaggio di qualche lavoratore mattiniero
il cielo è sempre nero, fa un po’ freddo
Il francese mi mostra il meteo sul cellulare: 1 grado

camminiamo di edicola in edicola, da un boulevard all’altro fino alle 8
In Place d’Italie il chiosco è sempre chiuso

Direi che può bastare, per stamani
intanto il cielo si è schiarito e fa anche un po’ più freddo
Torno in albergo mi faccio una doccia bollente e mi rimetto sotto le coperte
ma è già tempo di preparare i bagagli, far colazione e uscire di nuovo

Sul boulevard Gobelins anziché girare a sinistra per Place d’Italie decido di fare una deviazione a destra, verso una delle edicole visitate poco prima, così, per avere una chance in più
È aperta, c’è una piccola fila
ma solo uno degli uomini che mi precede compra Charlie
Quando è il mio turno ne chiedo venti copie
Ce ne sono dieci, dice l’edicolante
Va bene lo stesso, merci
Scusi ma a che ore aprite la domenica?
Alle otto
Ah, perfetto

Sono le 10.22, cammino su un boulevard di Parigi trascinando il mio trolley e con in mano una busta piena di Charlie

non stiamo troppo a sottilizzare
Direi che l’obiettivo è stato raggiunto

Je suis une journaliste

charlie1

Torno a Parigi dopo un anno e poco più
Ho due obiettivi: visitare il cimitero di Père Lachaise e comprare qualche copia di Charlie hebdo

Troppo poco il tempo a disposizione per il cimitero e le previsioni danno continuamente pioggia anche se non è mai caduta nemmeno una goccia

Insomma, visita rinviata

E’ subito chiaro che trovare Charlie non è facile nonostante sia passata più di una settimana dall’attentato e le copie vengano distribuite ogni giorno
ma si sapeva anche questo

Sabato, al nostro arrivo, erano tutte esaurite

Non si trovava Charlie ne’ le Canard enchainé, l’altro settimanale satirico parigino

Qualcuno ha messo anche il cartello

charlie

Io pero’ insisto lo stesso

Ma domani lo distribuiscono ancora?

L’edicolante col gesto largo della mano

“Demain, et lundi, mardi et mercredi. .. tous le jours”

Ogni volta che vediamo un’edicola chiediamo
charlie non c’è, ma l’edicolante sorride fra il complice e il gratificato e tu…

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