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La notte del fagiano

L’ultimo tratto di strada per arrivare a casa passa attraverso due costruzioni, quella altissima coperta di grigio dove stiamo noi e quella bassa dipinta di bianco. La grande casa dei contadini, due piani sopra la stalla, e gli annessi agricoli diventati casetta per gli ospiti.

In mezzo, un passaggio sterrato largo due metri e mezzo tre, una fila di vasi di aspidistra, un canaletto di scolo subito sotto al muro. 

L’altra notte in quello spazio delimitato da due muri, uno spazio tra due case che non avevo mai pensato prima come chiuso, è rimasto intrappolato un fagiano. È successo dopo la mezzanotte.

Prima si è sentito un gran tonfo. Forse si era posato sul tavolo della terrazza facendo rimbombare la plastica. Quindi, a una serie di rumori confusi, si è pian piano sostituito un chioccolio metallico. Dalla finestra non riuscivo a capire che cosa stesse accadendo. Potevo intuire che sotto ci fosse un animale, qualcosa di grosso che si muoveva. Ma non ero in grado di vedere che animale fosse né che cosa stesse succedendo. 

Prendo il telefono e una torcia e, indossato un paio di ciabatte, esco.

La prima cosa che vedo sono due gatti dall’espressione imbambolata: la mia Agathina, una vera jena capace di uccidere senza pentimento qualsiasi essere vivente le si pari innanzi nel raro momento in cui non è appisolata sui cuscini, e Felix, un altro clandestino arrivato chissà da dove, tozzo e bellissimo con il musetto bianco con un pallino nero di lato alla Cindy Crawford.

Se ne stavano entrambi sulla parte alta del vialetto, guardando con curiosità mista a una sorta di menefreghismo. Quando sono arrivata io, con i miei armamentari luminosi, mi hanno pure guardato con aria interrogativa.

Guardando in giù, proprio davanti alla porta della casetta, ho visto questo volatile. Piume marroncine a coprire un bel corpo rotondo, collare verde azzurro, capo piccolo e occhietti fissi, pareva che aspettasse qualcuno che stava su uno dei vasi di aspidistra. Forse la compagna era in difficoltà?

Riuscivo a vedere solo una macchia chiara che si stagliava contro il muro bianco, ma non capivo come fosse possibile che un uccello di quelle dimensioni potesse sostenersi su un mucchio di foglie.

In quel momento l’animale si è alzato in volo, ma ha sbattuto contro il muro di casa e forse anche contro la finestra, tornando giù.

Ho pensato che stesse male, che avesse un’ala ferita. Mi sono avvicinata piano piano, senza fare rumore.

Ho acceso la torcia e ho puntato il cellulare per fare una foto.

In quel momento il volatile si è alzato di nuovo in volo. Stavolta verso di me. È stato un attimo. Le ali, nel chiarore delle lampadine notturne, mi sono sembrate larghissime, sbattendo producevano un rumore sordo ma molto forte.

Volava basso. Ho urlato. Ho scartato a sinistra, salito i due scalini della terrazza e mi sono rifugiata in un angolo, dopo essermi liberata delle due fonti di luce, la torcia e il telefono gettandole dalla parte opposta.

Da quello che avevo potuto vedere sembrava una grossa quaglia o un fagiano, soprattutto per il collare verde azzurro. Ma quando ha spiccato il volo venendo nella mia direzione ho visto fin troppo bene due zampotti artigliati da paura. Che fosse un rapace? Un gheppio, un allocco…

Nel frattempo era tornato il silenzio, a parte mamma che, ormai sveglia, gridava alla finestra “che succede?”.

I gatti se ne stavano a distanza di sicurezza. Curiosi ma guardinghi. Mica scemi, loro.

Io mi sono fatta coraggio, ho recuperato torcia e telefono e ho illuminato la stradina. L’animale si era accucciato nel canaletto di scolo sotto al muro della casa grande. Ho sperato che non si muovesse, almeno finché passavo per rientrare.

È rimasto lì.

Sono andata a letto, la mattina dopo avrei dovuto alzarmi prestissimo. Ero sicura che avrei trovato l’animale ormai senza vita, ma non avrei potuto occuparmi di lui fino al pomeriggio, quando sarei rientrata.

Alle 5 sono uscita, per controllare.

Ho sentito subito un grosso sbattere di ali. Il fagiano, non c’è dubbio che fosse un fagiano dopo i controlli on line, mi è volato quasi davanti, ha fatto come per appoggiarsi al muretto ma è riuscito ad andare oltre, sbattendo un po’ contro i rami del cipresso. E poi è volato via.

Non l’ho più visto. Posso pensare che fosse malato e che sia andato a morire più in là.

Oppure che si sia salvato.

Su uno zerbino lasciato ad asciugare al sole ho poi ritrovato una piuma marroncina e un piccolo escremento nero. Uniche testimonianze del suo passaggio, visto che la foto poi non l’ho fatta.

La sera, mentre sbatteva contro il muro e la finestra tentando goffamente di tornare a volare, ho pensato che fosse un uccello del malaugurio, vista la preoccupazione che covavo per quanto sarebbe successo il giorno dopo.

Ma al momento in cui, all’alba, si è alzato in volo ed è riuscito ad allontanarsi con le sue forze, mi son sentita più leggera anche io. Sollevata, quasi. Ho pensato, no, via, andrà sicuramente tutto bene.

E così è stato.

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Processo per stupro (1979)

“Processo per stupro” è un film del 1979 realizzato da sei giovani programmiste, filmaker e registe: Loredana Rotondo, Rony Daopulo, Paola De Martis, Annabella Miscuglio, Maria Grazia Belmonti, Anna Carini. Fu il primo documentario su un processo per stupro mandato in onda dalla RAI, si trattava del processo per gli stupri di Nettuno. Ebbe una vastissima eco nell’opinione pubblica relativamente al dibattito sulla legge contro la violenza sessuale.

È stato Domenico Ponticelli, capogruppo di Colle per Vannetti Sindaco e avvocato, a ricordare l’arringa di Tina Lagostena Bassi, avvocata e politica scomparsa nel 2008, nel corso del processo per uno stupro di gruppo avvenuto a Latina nel 1978, lo stesso su cui fu girato il documentario poi trasmesso dalla Rai.

Nell’ultimo consiglio comunale si discuteva sull’Ordine del Giorno presentato dal centrosinistra con la consigliera Pd Agnese Vannetti. Il consiglio era chiamato a esprimersi in merito alla legge sulla violenza sessuale attualmente in discussione al Senato e in particolare sulla proposta di Giulia Bongiorno di sostituire il concetto di “consenso libero e attuale” (che ha ottenuto la votazione unanime alla Camera) e che recepisce in pieno il principio già espresso nella convenzione di Istanbul, con quello di “contro la volontà”, spostando l’attenzione dal consenso al dissenso.

Si sono ascoltati molti interventi di varia rilevanza, durante il Consiglio comunale, su cui si può tranquillamente soprassedere, anche per una forma di rispetto nei confronti di chi li ha pronunciati (tra cui alcune amministratrici).

Un intervento invece che ha colpito molte e molti tra chi ha seguito la discussione è stato quello di Pietro Nencini, anch’egli avvocato, come Ponticelli, e consigliere comunale della lista Su per Colle, che siede però tra i banchi della maggioranza.

Nencini ha ringraziato il collega per avergli ricordato il famoso processo del 1978 dimostrando di conoscerne sia le fasi processuali sia il modo in cui si svolsero i fatti. E questo gli ha permesso di fare un intervento chiaro e ben argomentato che ha ricevuto molti apprezzamenti per la chiarezza e per la serietà con cui è stato esposto, segno di un sentire sincero, anziché di una posizione ideologizzata e superficiale come purtroppo si è sentito esprimere in altri casi.

Alla fine Nencini è stato tra i pochissimi esponenti della maggioranza che ha votato a favore dell’ordine del giorno (insieme al sindaco e al collega di lista Alberto Galgani) permettendo che venisse approvato.

Vorrei sottolineare questo momento importante della discussione pubblica, che potrebbe essere rimasto nascosto ai più, data la lunghezza del consiglio in questione.

Ringrazio anche io Domenico Ponticelli per aver ricordato a tutti il famoso processo del 1978 a cui ha fatto seguito il documentario oggi visibile liberamente da chiunque lo desideri su RaiPlay.

Ritengo fondamentale vederlo (e lo farò anche io che, sinceramente, non lo conoscevo) per apprezzare il lungo cammino fatto in Italia su questo tema.

Evidenzio la posizione cronologica del caso in questione: il 1978, ricordando che fino al 1981 in Italia è rimasto in vigore il reato di “delitto d’onore” e che la prima legge seria sulla violenza sessuale, nella quale il reato da offesa contro la morale pubblica è stato riconosciuto come delitto contro la persona, è del 1996.

La strada è ancora lunga. Apprezziamo chi contribuisce con la propria mattonella a rafforzare il percorso e a indirizzarlo nel modo più corretto.

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Il vizio e la violenza

Sono stata vittima fin dal liceo del vizio di alcuni uomini, allora forse poteva chiamarsi così, oggi è violenza, violenza sessuale, di arrivare a toccarti il seno insinuando le mani sotto le ascelle, da dietro.

Al liceo lo scoprimmo durante una gita, parlo per me e per le mie compagne di classe, quando anziché lasciarci tranquille in fondo al pullman a cantare la Canzone del sole o qualcosa dei Beatles, un professore venne a sedersi in mezzo a noi. Ricordo anche chi era la compagna di classe. Il professore ci teneva con le braccia e le sue mani si insinuavano sotto le nostre ascelle, la mia sinistra, la destra della mia amica, cercando di farsi strada fino al seno.

Noi eravamo imbarazzate, imbarazzatissime.

Non conoscevamo la violenza, il sopruso, o magari lo conoscevamo anche ma l’avevamo rinchiuso in un cassetto.

Non potevamo nemmeno immaginare che un professore facesse qualcosa di sbagliato.

Non era un professore tanto considerato. Era uno che faceva ridere.

Ci guardavamo di sguincio, io e lei, e facevamo le facce strane con gli occhi di fuori, per far capire l’una all’altra che stava accadendo qualcosa di strano.

Stringevamo forte le braccia al torso, ci muovevamo a scatti, assecondando ogni buca, ogni curva del bus, per allontanare quel tocco sgradito, invadente, offensivo.

La strada era lunga, andavamo su al nord. Io avrò avuto quindici, sedici anni (sarà stato il 1979, il 1980) e non ho dimenticato niente. Certe cose non le dimentichi mai.

Poi è successo di nuovo.

Ero all’università e facevo la vendemmia. Mentre tagliavo tranquilla le ciocche di uva un tizio mi arrivò da dietro all’improvviso, infilò le mani sotto le mie braccia e mi strinse i seni.

Urlai e feci un balzo, le forbici volarono in alto e ricaddero sul braccio di un vicino di filare.

Scappai, mi rifugiai nel fienile dove mangiavamo a pranzo, decisa ad andarmene.

Mi raggiunsero delle colleghe, per chiedere che cosa fosse successo. Mi consigliarono di tornare a lavorare e di stare zitta, il fattore non avrebbe capito e mi avrebbe mandato via.

Mi lasciai convincere, ma ero piena di rabbia.

Al filare ricevetti le rimostranze del vicino, un anziano con gli occhialoni da vista, che mi mostrò il taglietto sul braccio.

Embè? Con quello che è successo a me…

No, non ci fu verso. La vittima era lui e io magari se potevo stare più attenta la prossima volta.

Non bastava la violenza di quel gesto, pure questa…

Oggi c’è un nome preciso: vittimizzazione secondaria. Cioè, non solo sei già vittima per il gesto che hai subito, ma ci si mette pure qualcun altro a darti la colpa o ad accusarti di altro, tipo l’anziano con gli occhialoni.

Non è finita. Ero ancora all’università, forse uno o due anni dopo (tra il 1982 e il 1986) ed ero a casa mia a preparare una riunione nel seminterrato. Stavo facendo spazio, spostavo la grossa scrivania di nonno sotto la finestra, quando successe la stessa odiosa cosa. Qualcuno mi infilò le mani sotto le braccia, da dietro, e mi toccò i seni. Urlai e mi incazzai di brutto con il tipo. Dissi che per me la serata era finita e casa mia non era più disponibile. Fui convinta da un caro amico a non buttare tutto in vacca. Dovevano arrivare diverse persone, sarebbe stato un problema. E poi lui, quello lì, magari non l’aveva fatto neanche con intenzioni cattive…

No no, certo, tutti pieni di amore, di rispetto e considerazione.

Che rabbia!

Ho scritto gli anni in cui sono accaduti questi fatti consapevole che i tempi non aiutavano. Nel 1981 in Italia fu abolito il delitto d’onore come attenuante per i femminicidi familiari.

Nel 1996 la violenza sessuale fu riconosciuta come delitto contro la libertà personale e non più contro la moralità e il buon costume.

Erano anni, quelli, in cui le violenze, le invasioni dei corpi altrui, fossero donne, bambine, ragazzine (di entrambi i sessi), non venivano riconosciute dalla società. Erano cose che potevano accadere ma su cui dovevi mantenere il riserbo, perché tutto si sarebbe rivoltato contro di te. D’altra parte chi può venire abusata, violentata, toccata se non una poco di buono, una persona con problemi, alla quale dopo rimarrà impresso il marchio a fuoco, limitandola socialmente e professionalmente. L’uomo no. Lui, al massimo, non è riuscito a fermarsi in tempo.

Meglio stare zitte.

Oggi siamo nel 2026, le leggi ci sono e c’è tanta più consapevolezza. Le donne cominciano a saper riconoscere discriminazioni, violenze e soprusi e una donna che ne rimane vittima non ha niente di cui doversi vergognare. Semmai è l’uomo, che ancora si comporta come un animale, un uomo primitivo, a doverlo fare.

Eppure qualche giorno fa è successo di nuovo.

Ero a un incontro pubblico, pieno di persone. Alla fine quando tutti erano in piedi ho sentito di nuovo la stessa orribile sensazione. Mi sono sfilata da quelle mani alla velocità della luce e mi sono girata giusto il tempo di vedere chi fosse stato.

Poi ne ho parlato con qualcuno e ancora una volta mi è stato consigliato di stare zitta. Anzi, di più. Magari, mi è stato detto, hai frainteso il gesto, che voleva essere solo un apprezzamento nei tuoi confronti. 

(La frase è stata scelta e pubblicata nel volume #quellavoltache. Storia di molestie” – Manifestolibri 2018, con le testimonianze raccolte dopo che la scrittrice Giulia Blasi nel 2017 lanciò l’hashtag in parallelo allo statunitense #metoo)

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Una storia da dimenticare (ma anche da ricordare) – (Fine)

Che la borsa valeva 1200 euro me lo disse dopo, al momento del rinfaccio. Prima l’avevo presa come un semplice regalo, forse un po’ esagerato, fuori tempo. Una cosa di cui non c’era bisogno. La casa gliela avevo offerta per altri motivi.

Lei però, la Tipa della Conchiglia Sbriciolata, voleva manifestare la propria gratitudine. E sentirsi importante. Di questo me ne accorsi quando, dopo aver scaricato tutti i suoi valigioni dal furgone, averli sistemati nel soppalco sopra al bagno, aver messo altri scatoloni nel garage, quando era ormai buio pesto ed eravamo stanche, ognuna della propria giornata, lei disse: e il mio regalo, non lo apri?

Entrai nella casetta con lei, che si sedette sul divano. Scartai il pacco e venne fuori questa borsa, di un grande marchio, ma della linea più economica. Manifestai tutto quello che si aspettava, stupore, gioia, soddisfazione, gratitudine. Ma non le bastava. Voleva di più. 

Ti piace davvero? Le dissi che avevo molti amici che lavoravano con le grandi firme e mi sembrò di sentirla che tratteneva il fiato, finché non dissi che non mi avevano mai regalato niente. Sembrò sollevata. La sua borsa, almeno, non aveva rivali.

La sera del concerto con le amiche avrei voluto indossarla, nel caso ci fosse stata anche lei, ma poi non venne e il cambio borsa è sempre un evento impegnativo.

Poi, ora posso dirlo, non era il mio genere.

Alla signora dell’agenzia gliene ho regalata una ancora più bella, disse un giorno. Quella vale 1600 euro. 

Sul momento sentii una punta di invidia. Ma di che parlava?

La “mia” borsa, on line, la davano scontata a 70 euro. 

Mi aveva raccontato che ai tempi d’oro, su al nord, c’era un fidanzato che lavorava per questo marchio e le faceva un sacco di regali. Lei però amava esibire distacco dai beni del mondo, per cui tutta questa roba era costretta a portarsela dietro ma non la usava, se non per fare regali. 

A me erano già stati consegnati due contenitori portadolci in plastica, ma quando se ne sarebbe andata, le sarebbe piaciuto lasciare le batterie da cucina a me e la mega tv smart alla mia mamma. Tutte cose inutili per la vita ascetica che aveva scelto di fare, diceva, tra consulenze da personal coach (aiuto!), un massaggio e una lezione di yoga.

Venne a prendere la sua roba il penultimo giorno del mese. Non comunicò l’orario, ma arrivò come già all’andata, all’ora di cena, dopo qualche messaggio in cui annuncia che si stava organizzando, che ci avrebbe fatto sapere. Che lei aveva le sue cose da fare, non era una perdigiorno.

E noi dovevamo stare sulle spine.

Precisò che, dal momento che aveva usufruito della casetta solo dieci giorni, cioè il tempo in cui ci aveva materialmente dormito, non avrebbe pagato niente più oltre a quei due piccoli acconti che ci aveva già dato. Che ovviamente non coprivano nemmeno il consumo di elettricità. E così aveva trovato il modo di tenere bloccato un appartamento e un garage senza sganciare una lira. Chiese indietro i regali e disse tante cattiverie, ma talmente tante, grosse e inutili, che sarebbe meglio dimenticare tutto.

Ripeté che l’agenzia aveva tentato di truffarla e che aveva provato ad approfittarsi di lei, che era una persona sola che girava con quello che aveva. E lo stesso avevamo fatto noi, che pensavamo di approfittarci economicamente di questa povera crista dandole una casa “al nero”, così come facevamo con i turisti, avendo trovato noi il modo di spennarli. 

Tutte queste amenità sono contenute in alcuni video che ho girato con il telefono in modo esplicito mentre lei portava via la sua roba con calma esasperante e pronunciando le sue massime sul mondo.

Nei suoi venti giorni di assenza avevo avuto modo di preoccuparmi molto e di dormire poco, con il pensiero che, essendo lei in possesso del telecomando per il cancello, avesse potuto organizzare qualche dispetto nelle ore notturne, arrivando all’improvviso o chissà che.

L’instabilità mentale che avevo percepito, insieme all’attaccamento morboso a soldi e oggetti, mi agitavano un po’ perché non era prevedibile quali azioni avrebbe potuto mettere in atto. 

Tra l’altro dopo il famoso scambio in chat, vistasi scoperta, aveva tirato fuori un’aggressività e una cattiveria che la rendevano ancor più una mina vagante.

Quando arrivò, la prima cosa che le chiesi fu di restituirmi chiavi e telecomando. Lei si rifiutò. La rincorsi in casa intimandole di darmele. Lei mi attirò davanti alla telecamerina dicendo, o prendile. Aveva quei capelli lunghi che chiedevano soltanto di essere tirati, come aveva fatto proprio in quei giorni un politico con una giornalista. Presi la sua roba e iniziai a gettarla in mezzo alla strada, valigie e sacchetti, purché se ne andasse prima possibile. 

La situazione era strana. Era arrivata a piedi perché, diceva, il tipo col furgone non riusciva a fare la salita. Presi la macchina e vidi che era così. Lo aiutai e ce la fece a salire. 

Tutta la faccenda si svolse con la Tipa che urlava accuse irripetibili con una voce da bambina dispettosa e io che la prendevo in giro. Mamma dalla finestra interveniva a correggere le sue bugie. Il ragazzo del furgone ripeteva: spero solo di finire presto e tornare a casa. 

La Tipa perse un po’ della sua boria quando fu costretta a rovistare dentro un vaso di aspidistra in cerca di una copia di chiavi che aveva nascosto prima di partire. 

Ma quando fu il momento di lasciare la casa, appoggiata a quell’orribile fornelletto a gas, al posto del piano cottura più adeguato a una come lei, posando uno sguardo sprezzante tutto intorno, disse: In tutta la mia vita non sono mai stata costretta a vivere in un posto così. 

E se ne uscì a testa alta, con il naso all’insù, indossando uno dei suoi ridicoli cappellini, accompagnata dai miei applausi.

E anche questa, come aveva previsto mamma, era finita.

(Fine)

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Nel caos più assoluto (7)

Se l’importanza di una storia si giudica dal finale, allora quella della Tipa della Conchiglia Sbriciolata è stata veramente una Grande Storia. 

Non potrò mai dimenticare l’immagine di lei, in piedi, con l’abat jour bianco a forma di otto sotto il braccio e il filo elettrico che cadeva giù, appoggiata con nonchalance a quell’orribile fornelletto a gas, novella Sarah Bernhardt impegnata nell’ultimo atto dello spettacolo.

Fenomenale.

Alla fine andò così. Dopo lo scambio in chat sul senso della raccolta differenziata e le condizioni terribili in cui io l’avevo costretta a vivere, le dissi: Senti, finiamola qui. Te te ne vai il prima possibile e con me hai chiuso. Da ora in avanti parlerai solo con la mia mamma, e mi dispiace sinceramente per lei, ma io non posso avere a che fare con una persona come te, specialmente dopo essermi fatta in quattro per aiutarti a superare il momento.

Aspetta un attimo, pensai, il momento… 

Non è che sei te che li crei ad hoc questi “momenti” per approfittare delle persone, utilizzare quello che ti fa comodo e poi andar via con una scusa?

Un po’ come quella di Victor Victoria, che per mangiare a sbafo nei ristoranti teneva uno scarafaggio in tasca da mettere nel piatto al momento giusto.

Mamma continuava a dire: “Povera cara, a me fa una compassione che non riesco proprio ad avercela con lei… È così sprovveduta… Non sembra una persona adatta ad andare in giro da sola nel mondo”. “Però – aggiungeva subito dopo – qualcosa deve saperlo fare, altrimenti non sarebbe arrivata fin qui”.

Per la famosa casa la Tipa aveva versato una caparra per poi disdire tutto al momento di firmare il contratto. 

C’era un tubo rotto, volevano fregarmi. 

Da me si era rotto il tubo del bidet, ma lo avevo fatto riparare troppo presto. Per cui aveva dovuto trovare altre magagne.

Non ho intenzione di darti una lira per un posto del genere!, aveva urlato portandosi via i valigioni.

Durante la sua assenza mi misi a sistemare la casetta, certa che non sarebbe più rientrata, se non per riprendere i bagagli. Non era facile con tutta quella roba in mezzo. Le sue caffettiere erano tutte piene. Pensai, è come quello che cambia la macchina quando c’è da svuotare il posacenere. Le lavai. Anche la mia caffettiera americana era sporchissima. La caraffa di vetro e la base elettrica, completamente incrostata. Un pentolino per bollire l’acqua era incatramato all’interno con una roba nera e densa.

Sull’acquaio un bel po’ di piatti e pentole rovesciate, messi ad asciugare. Li controllai uno a uno. Uno schifo. Tazze macchiate di tè, sugo e unto sulle pentole, pezzetti di cibo su posate e scodelle. Rilavai tutto. Anche il frigorifero era coperto da uno strato denso e appiccicoso, scuro, che si era infilato nella maniglia incavata sopra allo sportello. Dentro, roba rossa appiccicata dappertutto. Staccai la presa, lo portai fuori e detti una prima passata con la sistola. 

Sotto il frigo, altra roba rossa ormai essiccata. 

Ecco una tazzina da caffè rotta, andò a fare compagnia al bicchiere di cristallo da vino rosso in frantumi emerso dall’immondizia.

Il letto sembrava una “cuccia”, aggrovigliato e mai rifatto. 

Lascia stare, ho la mia biancheria, uso quella, mi aveva detto. 

Ma dal mucchio uscivano solo lenzuola e coperte della casa. 

Saltando da un valigione all’altro liberai il letto anche dal topper nuovo di pacca, per poter mettere tutto a lavare.

Sul tavolo della cucina c’era un libro di grammatica inglese dall’aspetto familiare. Lo aprii. C’era scritto il nome di mamma. Ma fin dove cavolo era andata a frugare? 

C’erano anche il maglioncino d’angora e il libriccino che le avevo regalato. Li presi e li portai via. La borsa di paglia non la vidi, pazienza. 

Le amiche mi dicevano di stare in guardia perché la tipa era evidentemente un’approfittatrice e una truffatrice. Loro non avevano dubbi. Io iniziavo a crederci solo allora. 

Facevo fatica ad accettare che qualcuno pensasse di introdursi nella vita di due donne sole, colpite da un lutto devastante, per il proprio tornaconto. 

Come non potevo credere che quella lampada bianca in plastica a forma di otto potesse essere una telecamera. 

Che dovevo fare? Qui c’era tutta la mia roba!, urlò la Tipa quando le chiesi il perché. 

Il senso di tradimento, la fiducia data a chi non la meritava, l’invasione dei miei spazi, della mia casa, della mia vita. Non credevo fosse possibile stare ancora peggio di quanto già stavo.      

Mi dispiaceva ancor più aver messo mamma in questa situazione. Ma lei diceva, vedrai che prima o poi finirà anche questa.

Intanto però la Tipa era sparita, lasciando la casa piena della sua paccottiglia.

Forse avrei dovuto aprire i valigioni, ho pensato dopo, o avrei dovuto portarli in garage, dove c’erano altre scatole piene dei suoi ammennicoli. Fatto sta che, per oltre due settimane, nell’attesa di sue notizie, la casetta non è stata agibile, invasa com’era da tutta quella roba. 

Non potevo pulire, non potevo fare la conta dei danni.

Passai dall’agenzia immobiliare che le aveva “venduto” la famosa casa. Quella dei titolari che, secondo lei, avevano cercato di truffarla. 

La storia che mi raccontarono era incredibilmente simile alla mia.  

Si era presentata con quegli occhioni, – mi dissero – sola e sperduta come un gattino bagnato, si poteva non aiutarla?  

Così le avevano aperto le porte dell’agenzia a tarda sera, perché potesse arrivare con i suoi valigioni, l’avevano aiutata a scaricare e le avevano custodito tutto finché non entrò nell’appartamento. 

E in segno di gratitudine, la Tipa continuava a urlare che la volevano truffare. In compenso, però, tutti gli agenti immobiliari della zona furono avvisati di tenerla alla larga nel caso si presentasse.

Non è ancora finita. C’è da parlare del capitolo regali e della sua fantastica uscita di scena.

(7)

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Prove estreme di avvicinamento (5)

Hai l’appartamento libero? mi chiede un’amica.

Mi serve per qualche giorno mentre faccio dei lavori in casa…

No, è occupato. Sto ospitando un Caso Umano.

In quel momento la situazione era ancora accettabile, per quanto complessa e piuttosto faticosa.

La tipa della conchiglia sbriciolata era entrata in una bolla paranoica in cui si vedeva circondata da truffatori. Ovunque si girasse c’erano persone pronte ad approfittarsi di lei. Ormai lo sport di casa era svicolarla. Ma anche quello era diventato difficilissimo. Se uscivo in auto, quando rientravo, sgusciava veloce fuori casa e mi chiamava. Non facevo in tempo a scendere dall’auto che l’avevo addosso insieme ai suoi problemi, alle sue richieste, ai suoi pensieri ossessivi.

Era diventato tutto molto complicato. Cominciai a sentirmi prigioniera nella mia stessa casa. Ogni volta che sarei voluta uscire, anche solo per fare due passi, temevo di ritrovarmi impigliata nella rete delle sue paranoie.

Andavo alla fontanina e era subito lì.

“Vieni a prendere un caffè?”.

Inutile ripeterle che non lo bevevo. Una volta aveva una macchina che faceva un espresso favoloso, la volta dopo c’era la cicoria.

Una sera uscii per un impegno di lavoro.

Ah beh, se è per lavoro… Commentò, come se avesse scoperto la mia ultima balla.

Un’altra volta uscii a cena senza dirle niente e il giorno dopo la trovai contrita e sfuggente. Come se stesse covando qualcosa.

Mi sentivo quasi in dovere di giustificare quello che facevo, nella speranza, inutile, di alleggerire la tensione che la tipa aveva portato con sé.

Succedeva anche a mamma. Anche lei, ogni volta che la tipa iniziava la monotona solfa dei suoi problemi, puntualizzava la particolarità della situazione che in realtà stavamo vivendo noi. Ma non ci sentiva. E il muro dei suoi problemi continuava a crescere sempre più alto.

In quel momento, però, quando la chiamavo Caso Umano, la mia voce era ancora carica di affetto verso quella strana tipa, mentre mi ritrovavo a vivere con orgoglio quanto stavo facendo per lei, e anche con una certa ironia per l’assurda situazione che si era venuta a creare.

Il livello era questo: la tipa era problematica, ma aveva incontrato noi, persone generose. E, come è sempre usato in casa nostra, su tutto il resto ci avremmo fatto delle gran belle risate.

Ora però c’era una piccola emergenza. C’era da trovare una casa per pochi giorni per l’amica. Una casa per due persone con due cani.

Purtroppo, come ebbi modo di scoprire dopo una lunga lista di telefonate, le vie degli amici sono finite e nessuno ha un appartamento superfluo da mettere a disposizione per qualche giorno. Gli agriturismo, siamo a marzo, sono ancora chiusi. Rimangono gli hotel.

Il Caso Umano, molto partecipe, dice che potrebbero tranquillamente stare da lei. Anzi, precisa che lei non ha nessun problema a spostarsi in cucina per dormire sul divano e che è disposta a lasciare l’intera camera alla famiglia canina.

Anche io, in realtà, potrei dare loro il mio appartamento e trasferirmi di sopra da mamma. Devo però tenere conto dei gatti che si ritroverebbero non solo la casa invasa dai cani ma perderebbero anche i loro punti di riferimento.

Fu allora che il Caso Umano superò sé stesso.

Dì loro che vengano pure nella casetta, non ho alcun problema a dargliela. E io mi trasferisco da te. Penso sia la soluzione migliore.

Mamma, incredibilmente, disse: Stai a vedere che anche lei, una volta tanto, riesce a pensarne una giusta.

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La nuova amica e le marche da bollo (2)

La tipa della conchiglia sbriciolata l’avevo conosciuta una mattina in Comune, dove ero andata a fare un documento. Entrambe dovevamo procurarci delle marche da bollo, per cui ci ritrovammo a camminare per le vie di Borgo in cerca di un tabacchino aperto e che accettasse il pagamento con Bancomat. Trovammo solo il tabacchino, i soldi dovemmo andare a prenderli all’ufficio postale.

La ragazza mi incuriosiva. Aveva lunghi capelli raccolti in una coda, sembrava piuttosto riservata, ma allo stesso tempo mi aveva inviato dei segnali che mi erano sembrati interessanti. Erano emerse alcune affinità. Segni zodiacali, situazioni familiari, entrambe uscivamo da un lutto devastante, il mio recentissimo.

Disse che aveva scelto la Toscana per ricominciare da capo, dopo essersi separata dal compagno. Colle le era piaciuta, tanto che aveva acquistato una casa in centro dove viveva già da due mesi.

Il suo lavoro era prendersi cura degli altri.

Ci salutammo scambiandoci i numeri di telefono. Magari avremmo fatto qualche passeggiata insieme.

Mi trovai a fantasticare su questa nuova amica che avevo conosciuto così per caso, dopo essere uscita di casa malvolentieri e con la morte nel cuore. Cominciai a elaborare pensieri irrazionali su quello che si trova dopo che si è perso qualcosa di tanto importante. Era una mattina di febbraio dal cielo terso, il sole era già alto. Nel vuoto immenso in cui ero sprofondata sperai di intravedere una piccola luce, una speranza, che uscisse qualcosa di buono.

In realtà, una cosa l’avevo intravista. Una piccola crepa, ma in quel momento non ero in grado di leggerla.

Accadde davanti all’Anagrafe, nel salone all’ingresso. Fino ad allora la ragazza non si era fermata un attimo. Saliva le scale, scendeva, andava da un ufficio all’altro. Magra, vestita di chiaro, pantaloni e piumino, l’accento del nord. Dava un’idea di leggerezza, faceva simpatia. Si esprimeva in modo gentile ed educato.

A una signora che era in fila prima di me, disse di passare pure avanti se lei non fosse tornata per il suo turno. La signora entrò e quando la ragazza tornò glielo dissi.

Fu allora che lei si girò e mi parlò mostrandomi il volto, che fino a quel momento avevo visto solo di profilo e in movimento.

Non so bene come spiegarlo, ma io, sentendo la sua voce, vedendo la figura, come era vestita e come si muoveva, mi ero immaginata il suo viso.

Quando lo vidi, però, non era così. Era una foto sfocata. Ci misi un po’ a mettere a fuoco i lineamenti, che si aggiustavano, quasi si muovevano, per far sì che l’immagine proiettata dalla mia mente si sovrapponesse a quella reale. O viceversa. C’era un film, anni fa, in cui a Meryl Streep succedeva un po’ la stessa cosa.

Durò un attimo. Registrai la sensazione, sgradevole. Ma subito dopo la dimenticai. C’era da andare in cerca delle marche da bollo.

La mia nuova amica disse che amava tanto la musica, che senza la musica non poteva vivere.

Toglietemi tutto, ma la musica no.

Non aveva un genere preferito, le piacevano la musica classica, il jazz ma anche il pop. L’importante era che le comunicasse delle emozioni. Cominciò ad arrivarmi ogni sera un link di YouTube, come buonanotte.

Le piaceva molto anche il balletto e una volta mi invitò a vedere una danzatrice indiana che si esibiva in Svizzera. Ringraziai ma declinai.

La tipa si interessava di cure naturali e nei giorni seguenti mi consigliò anche degli integratori, dei funghi giapponesi, per rafforzare le difese immunitarie.

Mentre venivamo via dal Comune, con i nostri documenti con le marche da bollo, parlammo ancora un po’. La ragazza sembrava pratica di Colle: negozi, ristoranti, e chi li gestiva. In più condividevamo diverse conoscenze.

Ma da quant’è che stai qua te?

Ci aveva pensato un po’, prima di rispondere.

Due mesi, disse.

Mentre lo diceva girò gli occhi di lato e anche un po’ la faccia, come se volesse dire: intanto prendi questo, poi si vedrà.

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Il negozio di babbo

Del negozio di babbo, quando era in piazza, ricordo due cose: il soppalco in legno e un cartonato di Patty Pravo a grandezza naturale. Da qualche parte devono esserci ancora le foto che ci scattavamo insieme come se fosse vera. 

Patty aveva i capelli biondi con il ricciolo piegato all’insù e una riga nera sul confine tra la palpebra e le ciglia che si allungava oltre gli occhi. La bocca semiaperta, come se sorridesse ma non troppo, indossava un vestito cortissimo bianco e stivali di cuoio. 

Sul soppalco c’erano gli elettrodomestici, come di sotto, solo che tra le scale e le travi che coprivano tutto il resto quando ci saliva qualcuno era tutto un rimbombo. 

Il negozio in realtà era di zio. Babbo insegnava, a un certo punto faceva anche il tempo pieno a Sant’Andrea, e dal negozio ci passava quando finiva la scuola.

Diceva, vado a bottega. 

Prima del negozio grande col soppalco, c’era stato quello piccolo con le scalette che scendevano e l’acquario con i pesci. Ma io ero piccina e non me lo ricordo. Il negozio piccolo era a pochi metri da quello col soppalco. Bastava attraversare la strada ed era lì, dove per anni c’è stato l’ingresso di un ristorante che ora è diventato pizzeria, nello stabile che aveva ospitato una delle cartiere di Colle. Alle medie il prof di storia e geografia ci portò proprio lì a vedere la lavorazione della carta. 

Quando visitai la cartiera con la scuola il negozio piccolo era già stato chiuso, credo. Quindi la bottega era stata aperta con la cartiera ancora funzionante e con l’acqua della gora che arrivava dal rialzo in pietra davanti all’edificio per far muovere tutti i macchinari.

Nel negozio piccolo una volta successe una piccola tragedia. Una notte ci fu un corto circuito e i pesci dell’acquario morirono tutti.  

Ero alle medie anche ai tempi del negozio col soppalco.

A me quel negozio piaceva tantissimo e da allora ho continuato a sognare una casa con un soppalco che però non ho mai avuto.

A un certo punto il negozio si trasferì di nuovo, nei locali tra la piazza e via Roma, dove prima c’era la Posta, e al posto di quello vecchio fu aperta una banca.

E questo cambierà del tutto i ricordi piacevoli che avevo di quel posto. 

Parecchi anni dopo infatti, quando ormai stavo per finire gli esami all’università, iniziai a collaborare con un giornale locale. Scrivevo articoli su Colle, seguivo il consiglio comunale, facevo interviste. 

Erano i miei primi articoli e la paga era molto bassa. Ma il problema vero era quello che creava la banca quando andavo a riscuotere il mio misero assegno. Andavo lì perché babbo mi aveva detto che erano amici suoi e di zio. Bastava che facessi i loro nomi, quando mi presentavo alla cassa, e non avrei avuto problemi.

Non era così. Loro li conoscevano, ma me no. E ogni volta ci rimanevo malissimo. Erano tempi, a Colle, in cui si faceva tutto per conoscenza diretta. Oggi non potrebbe succedere niente del genere, basta mostrare il documento. 

Una volta babbo mi accompagnò e fu tutta una festa. Ogni impiegato lo salutava e scambiava due battute con lui. .

  • Questa è la mi’ figliola, c’ha da cambiare un assegno.
  • E che problema c’è? Mandala da me, disse uno in cassa. 

Quella volta andò tutto liscio. Quando ci tornai da sola però non si ricordavano più di me e successe tutto come al solito.

Alla fine cambiai banca. Nel frattempo ero stata assunta in redazione e l’assegno non era più quello dei primi tempi. Ma non mi è più successo quello che capitava di là.

Peccato. Non so nemmeno che cosa è successo al soppalco. 

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Il triste caso del cane Leo

Qualche anno fa abbiamo comprato un piccolo appezzamento di terreno sotto casa da uno straniero che sarebbe rientrato presto in patria. Finalmente si sarebbe risolto almeno il problema del suo cane, un pastore maremmano di cinque anni, trascorsi tutti abbaiando furiosamente attaccato ad una catena. 

Dopo una serie di incontri per trovare un accordo, il proprietario sembrava essersi deciso a portarsi via anche il povero cane. In realtà lui aveva provato in tutti i modi a convincermi che avrei dovuto prenderlo io, che un cane per stare in campagna mi ci voleva e ancor di più considerato che c’era qualcuno che mi voleva male e che urlava sempre contro di me. 

Quest’ultimo problema mi pareva più da affidare a un tribunale, come poi ho fatto, che a un cane. In ogni caso, quando il tizio mi comunicò la sua decisione di portare il cane con sé ne fui sinceramente felice, per lui e per il cane.

A proposito -, gli chiesi un giorno -. Come si chiama il tuo cane?

Eh, questo non posso mica dirtelo, rispose con aria misteriosa.

Ah no? E perché?

Perché se poi sai il suo nome puoi chiamarlo e portarlo via. Te lo dico solo se decidi di prenderlo.

Per fortuna anche questo aspetto si sarebbe risolto con il trasferimento del cane.

In realtà, per ingraziarmi il venditore, che affermava di essere indeciso se dare il terreno sotto casa mia a me o a due famiglie di zingari che ci avrebbero messo cavalli e cani da caccia, lo aiutai a fare una pratica che riguardava proprio il cane. 

Si era beccato una multa, dietro mia segnalazione tra l’altro, perché il cane, che abbaiava notte e dì (ma non da solo) non era microchippato né registrato all’anagrafe. Mi offrii di compilare il ricorso per lui e nell’occasione scoprii senza alcuna fatica che il cane rispondeva al nome di Leo.

Rispondeva per modo di dire.

Dopo aver formalizzato la compravendita dal notaio, lasciai l’ex proprietario libero di stare sul terreno fino al giorno della sua partenza, che si annunciava abbastanza complicata perché doveva organizzare il trasporto dell’auto, dei suoi effetti personali e del cane.

Passato più o meno un mese dall’acquisto del terreno, mi annunciò che durante il week end sarebbe venuto un grosso tir a caricare tutto, compreso il cane. Probabilmente ciò sarebbe avvenuto durante la notte, che non mi preoccupassi quindi per il rumore che avrei sentito.

Passato il fine settimana pensai che avevo il sonno proprio pesante perché non ero stata svegliata da nessun grosso tir. 

Però il cane Leo continuava ad abbaiare (non da solo). Stai a vedere che avevano rinviato la partenza. 

Il lunedì mattina scendo nel campo a vedere che succedeva. C’era il cane Leo, legato alla sua catena, che abbaiava come al solito, e il cancello era aperto. 

Scrivo un messaggio al tizio che mi dice che lui era già arrivato al suo paese. 

Bene, ma quando torni a riprendere il cane?

Non torno più.

Ma come?

Mi spiegò che la ditta di trasporti non aveva voluto prendere il cane con sé e che quindi, a malincuore, lo aveva dovuto lasciare lì.

Tanto a me faceva comodo avere un cane con la gente che mi voleva male e via dicendo.

Ecco, mi ero fatta raggirare bene bene.

E ora?

Intanto pensai a dare qualcosa a quella povera bestia che probabilmente non mangiava da due giorni. Notai nel capanno dei contenitori di crocchette richiusi con lo scotch. Presi la ciotola del cane. Era piena ma i croccantini erano tutti appiccicosi per la pioggia. La svuotai, la pulii e la riempii con i croccantini nuovi. 

Il cane mi abbaiava contro, tirando la catena, ma io stavo attenta a muovermi fuori dal suo perimetro di azione. Vidi un secchio con poca acqua. Mi avvicinai per prenderlo. Ebbi appena il tempo di vedere il cane che scattava con un grande balzo verso di me e di darmi alla fuga. Ma lui riuscì lo stesso ad azzannarmi il dorso della mano destra. Fortuna che indossavo i guanti da lavoro in pelle. Per cui me la cavai con un pizzicotto dolorante e un bel livido. Poteva andare decisamente peggio.

Però quel problema andava risolto, e anche al più presto. Non solo era diventato pericoloso avvicinarmi per dare da mangiare al cane. Ma chi mi garantiva che la catena avrebbe retto ai suoi balzi? Se avesse ceduto sarei stata finita, senza nemmeno starci a pensare.

Cominciai a fare una serie di telefonate, vigili, volontari, servizio veterinario. Ma ognuno mi rimbalzava all’altro. Il problema sembrava irrisolvibile. 

Il cane non era mio, quindi non potevo prendere decisioni in merito.

Eh, ma il terreno sì. 

Poi, il proprietario non lo aveva ufficialmente abbandonato (ah, no?) quindi non si poteva intervenire su un cane di proprietà con il padrone assente.

Provai a spiegare al proprietario che avrebbe dovuto chiamare il servizio veterinario e chiarire la situazione. Non credo che l’abbia mai fatto.

Però colse l’occasione per informarmi di un piccolo particolare.

Sul terreno aveva lasciato anche una gatta con i gattini, ma ormai avevano quasi due mesi e si sarebbero arrangiati da soli. In ogni caso suo figlio aveva già pensato a tutto e presto sarebbero venuti a prenderli per portarli da una signora. Ci aveva già parlato lui ed era tutto a posto.

Certo, da credere al cento per cento.

Nel frattempo c’era da risolvere un altro problema. Dare da mangiare ai gatti, grandi e piccini, mentre il cane Leo faceva tremare il capanno come un terremoto dalla voglia che aveva di addentarmi. 

Un vigile aveva anche ipotizzato che questa situazione l’avessimo concordata insieme, io e l’ex proprietario, per forzare gli eventi. 

Grazie per la stima. 

Di cuore. 

(1 – continua)

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Addio a Marco

Ciao, pur abitando a Bologna da quasi venti anni, leggo le cronache dei giornali della provincia di Belluno perché ci sono nato e ho frequentato il liceo. Sono non vedente, mi sono appassionato dalla presentazione del tuo libro, l’ho acquistato, lo farò incidere e anche i non vedenti lo potranno acquistare.

Era il 23 maggio 2018 quando lessi questo messaggio su Messenger. Lo scriveva Marco De Vallier, un ragazzo che fino ad allora non avevo mai conosciuto. Fui sorpresa ed onorata dalla sua attenzione nei confronti del mio lavoro. In quel periodo avevo presentato La Guerra di Pietro a Belluno, nella bellissima libreria Mondadori di via Mezzaterra, dalla Edda con la mia amica Michela Canova.

  • Tu eri presente? 
  • Purtroppo no, perché io abito e vivo a Bologna. Ti ho ascoltata su Radio Belluno e visto che cerco di leggere i giornali, dove tu eri protagonista, ho colto la tua intervista. Leggerò il libro anche perché penso che sia un delizioso racconto. Poi abbiamo amici in comune tra i quali Mirko Mezzacasa.

Continuammo a scriverci, ipotizzando un incontro a Bologna, per conoscersi e parlare della registrazione del libro. A me avrebbe fatto piacere inciderlo con la mia voce, così avrei mantenuto l’intonazione toscana della storia. Marco sognava di poter prestare la sua voce a un personaggio maschile. Magari proprio a Pietro, del quale avrebbe potuto leggere le lettere riportate nel volume.

Ci risentimmo un anno dopo, in luglio.

  • Ciao, scusa se non mi sono fatto sentire in questi mesi, ma ho cambiato lavoro e le cose da fare sono state tante. L’audiolibro è già stato realizzato dal centro internazionale del Libro Parlato di Feltre, che forse anche tu conosci, essendo stata per molti anni a Belluno. Tutti gli utenti iscritti lo potranno richiedere. Io lo ascolterò al più presto e poi, se ci terremo in contatto, ti farò sapere. 

Non ho più sentito Marco, ma la sua presenza discreta mi ha fatto compagnia in questi anni grazie a qualche segnale sui social.

Poi qualche settimana fa, in una torrida giornata di agosto, scorrendo la stampa bellunese on line, sono rimasta colpita da un titolo.

“Soffocato da un boccone al ristorante, muore il figlio dell’ex sindaco di Rocca”.

Sotto, l’articolo e la foto del profilo Facebook di Marco, che aveva 41 anni e tante cose ancora da dire e da fare.

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