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Cari tassi, ufficialmente vi odio

E’ ufficiale, odio i tassi. Da oggi.
E non per quella buca nuova che hanno fatto proprio stanotte o per quelle due o tre della notte precedente.
No, è che i tassi si sono mangiati Gattaccio.
Hanno spostato i sassi che avevamo messo sopra alla tomba, hanno ignorato il cactus che mamma, povera illusa, credeva avrebbe tenuto lontani gli animali, hanno scavato.
E ora non rimane niente. Solo la copertina rossa nella quale era avvolto.
Gattaccio l’avevo messo su in alto, che vedesse tutto il campo di sotto. Lui era un grande e quello era il suo posto.
Non era la prima volta che qualche animale scavava. La volta prima lo avevamo trovato giù di sotto, e la coperta strappata da qualche unghiata. Un tasso, senza dubbio.
Ma lui lo avevano lasciato stare.
Questa volta invece non è rimasto niente.
E lo so che era solo un corpicino e che sarebbe tornato alla terra, con il tempo, ma questo sgarbo, cari tassi, non glielo dovevate fare.
A Gattaccio, santiddio. Il gatto che aveva perso la coda, forse stritolata da una tagliola. O forse rimasta tra le fauci di un tasso, anche questo potrebbe essere.
Il gatto che dopo una vita da fiero randagio aveva trovato una famiglia, la nostra, ed era diventato il più fedele di tutta la masnada felina.
Il gatto che accompagnava la mia sorella a prendere l’acqua e a fare qualche passo intorno casa.
Il gatto che appena trovava la porta aperta entrava in casa per poi attendere che qualcuno la riaprisse e schizzare via come se non aspettasse altro.
Il gatto che quando l’avevo portato dalla veterinaria per i primi controlli e i vaccini dopo l’operazione della coda e la castrazione si era scoperto positivo a Fiv e Felv.
Povero Gattaccio. Pensare a lui continua a stringermi il cuore, per come ha vissuto e per come se ne è andato, lui e il suo grosso capone, ormai ridotto uno scheletrino.
No, cari tassi. Questa non gliela dovevate fare.

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L’amica inaspettata

Sempre al solito corso di Estetica c’era una ragazza, Silvia si chiamava forse, un po’ più grande di noi.

Il modo di vestire, il rapporto diretto e confidenziale con i prof, il suo essere distante anni luce da noi, suscitavano, almeno in me, un sentimento di una certa avversione nei suoi confronti.

Lei però rideva e parlava con tutti, con il suo nasino a punta, il viso affilato e i capelli neri, che qualche volta portava raccolti.

Non ricordo come e quando avvenne, forse fu dopo la cosiddetta lezione che io e L. tenemmo agli studenti del corso di Estetica, ma in qualche modo diventai amica di Silvia.

Un giorno mi invitò ad andare a trovarla a casa sua. Così la mia iniziale avversione non tardò a tramutarsi in ammirazione.

Silvia abitava in un appartamento in piazza del Campo, una torretta dalle parti del Casato, la via da dove entrano i cavalli del Palio.

Non potevi non notarla, quella torretta con due finestroni come gli occhi di Titti il canarino, guardando il cerchio di case che affacciano sulla piazza, e non potevi non chiederti chi fosse tanto fortunato da vivere proprio lì.

Quel pomeriggio dunque suonai il campanello e salii le scale fino lassù. Non credo di essere stata sola. È più che possibile che con me ci fosse proprio L.

Silvia stava con un lettore di tedesco dell’università e da poco aveva avuto un bambino.

Guardavamo lo spettacolo della piazza dall’alto, pieni di meraviglia, mentre Silvia ci offriva il tè e ci raccontava della sua gravidanza.

Quando partorisci, disse, non è che senti male. Senti Il Dolore, una cosa assoluta che sai non proverai per niente altro al mondo. Ma quando vedi tuo figlio passa tutto ed è solo gioia.

Non ho mai avuto bambini, ma questa frase di Silvia mi è rimasta talmente stampata dentro, che credo di averla ripetuta almeno cinquanta volte ad altrettante amiche partorienti.

Del resto delle cose dette quel pomeriggio, invece, mi è rimasto un ricordo piuttosto vago.

Lei che preparava la tesi in Estetica con Olivetti, il marito imbarazzato dalla nostra presenza, il bambino con i riccioli biondi.

Non mi pare che ci sia stata una seconda volta nella torretta, o se c’è stata, la mia memoria la riassume in un unico pomeriggio.

Silvia l’avrò incontrata di nuovo fra i corridoi di via Fieravecchia e nel palazzo di Sant’Ansano, come capitava un po’ con tutti. E poi, come è capitato con molti conosciuti in quei tempi là, l’ho persa di vista.

Qualche tempo dopo chiesi notizie di lei, non ricordo a chi.

Ma come, non l’hai saputo? Mi dissero.

Silvia è morta.

Oddio, ma che cosa è successo?

Forse un intervento chirurgico riuscito male, forse un malore improvviso.

E il marito, e il figlio?

Chissà, saranno andati a stare in Germania.

E io ci penso ancora, e ho davanti agli occhi l’immagine di Silvia, sbiadita come quelle ombre, una volta persone, fissate sui muri dall’esplosione atomica.

Che non si sa abbastanza, di loro, e mai potremo saperne di più.

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Vita morte e misteri di una sanseveria

Lunga attesa fuori da un ufficio sanitario.

Squilla una suoneria, signora anziana risponde al telefono.

Si ode in lontananza voce femminile agitatissima.

  • Ma quale pianta? Dice l’anziana.
  • Ah, ho capito. La sanseveria che tenevi in salotto.

La voce dell’altra continua a riverberare in sottofondo.

  • Si vede che l’hai innaffiata troppo e l’hai fatta morire…
  • No, non la devi innaffiare per niente d’inverno.
  • Tranquilla. Ha le foglie talmente grasse che non secca. Fidati, io fo così.
  • D’estate è un’altra cosa. D’estate la porto fuori e la bagno ma d’inverno nemmeno una goccia. Devi sentire la terra secca secca.
  • Non muore, no.
  • Pensa che io avevo levato una foglia che mi pareva quasi morta e l’avevo messa fuori su quel mobilino vicino alla porta. Poi me l’ero dimenticata. Ci credi che dopo mesi l’ho trovata ancora bella grassa?
  • Eh, allora l’ho ripiantata. L’ho fatta tutta a pezzettini e li ho posati sul terriccio. Certo che ricrescono. Io le sfoltisco, non mi garbano quando le foglie sono tutte fitte.
  • Fra l’altro dicono che è una di quelle piante che purificano l’aria, bisognerebbe sempre tenerle in casa. In camera, anche meglio.
  • Vedrai, che vuoi fare? Ora levi la terra, che sarà tutta marcia, e la rimetti asciutta. Magari ti riprende.
  • No, sono sempre qui in fila. È già più di un’ora che aspetto.
  • Va bene. Mi raccomando, fai come ti ho detto, che poi passo a vederla.

Certe volte l’attesa è anche meglio di quando arriva il tuo turno.

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Il libro (e l’amico) ritrovato

È successo questo. Sono uscita per un lungo tour banca-dottore-supermercato con spesa di oltre 50 euro per riscuotere un buono sconto.
Appena posteggiato, sbirciando il telefono, ho visto un messaggio.
Ciao sono L. appaio dal tuo passato per restituirti questo.
L. è un amico dell’università che si è trasferito altrove.
Già in questi giorni l’ho pensato tantissimo a causa del ritrovamento di un appunto di quei tempi là con tutta una storia che mi piacerebbe anche raccontare, però era veramente da tanto che non ci si sentiva.
E questa cosa che mi voleva dare io non mi ricordavo né di averla avuta, né di avergliela prestata.
Era una copia dell’ultimo libro di Romano Bilenchi, Il gelo, con dedica autografa al mio babbo. Data: 1983.
Un po’ mi son sentita figlia ingrata, presto cose altrui e poi non me ne curo.
Che se penso invece a chi non mi ha restituito Il giovane Holden e La collina dei conigli, ancora ribollo.
Poi ho pensato anche, che persona questo L., Che passa un giorno da casa dei suoi, ritrova il mio libro e mi contatta per ridarmelo.
Avrebbe potuto tenerlo, avrebbe potuto far niente.
E invece ci siamo visti, ho saputo della sua vita, ho riannodato qualche ricordo. L’ultima volta che l’avevo visto fu al teatro dei Varii anni fa. Un’altra volta ho conosciuto un suo amico e abbiamo parlato di lui e nessuno credeva che lo conoscessi davvero perché era successo tanto tempo prima quando faceva cose che loro nemmeno sapevano.
L. è un artista. Suona e fa anche altro e sta in quella fascia dell’atmosfera un po’ sopra a quella dove respiriamo noi. Per questo lo sento come se fosse inarrivabile e quello che è successo oggi è stata, alla fine, una grande, immensa, inimmaginabile, esplosione di gioia.

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Il mistero della tessera scomparsa

Per la rubrica:
Cose che succedono solo a me.
Vado alla Usl a ritirare dei risultati per un prelievo effettuato il 16 dicembre. C’ero già stata due settimane fa.
Allora mi dissero.

  • eh, ma ci vuole almeno un mese.
  • infatti, è passato un mese
  • le do un consiglio. Torni fra due settimane.
    Torno.
    Solita attesa, solito ingresso contingentato.
    Al banco un ragazzo che conosco.
    Gli consegno la tessera sanitaria e lui controlla al computer.
  • ma quando le hai fatte queste analisi?
  • il 16 dicembre (ndr, 41 giorni fa)
    Voce fuori campo:
  • eh, ma per quelle deve aver pazienza, ci vuole almeno un mese.
    Fatti i conti, si ripete il teatrino della volta scorsa. Telefonata in laboratorio a Siena, i miei dati ripetuti ad alta voce a beneficio degli astanti.
    Tipa che dopo aver buttato giù il telefono, anziché darci la risposta, si allontana richiamata da un nuovo problema sopraggiunto.
    Attendo.
    Dopo un bel po’ la tipa di eh ma ci vuole almeno un mese mi porta la buona novella.
  • guardi, ci deve essere stato un problema con le spedizioni. Comunque a Siena ce le hanno. Ora ce le mandano per email e gliele stampiamo. Si sieda là che la avvisiamo noi.
    Attendo. Faccio un giochino sul telefono, parlo con un conoscente, rifaccio il giochino sul telefono.
    Arriva la busta con le analisi.
  • la tessera gliela abbiamo già restituita, vero?
  • no
  • aspetti qua
    Attendo. Gente arriva, ritira i propri risultati, prenota visite e va via. E io lì, in attesa della tessera.
    Mi avvicino allo sportello.
  • signora, deve avere pazienza.
    Dice la tipa del eh, ci vuole almeno un mese.
    Dico al ragazzo che conosco
  • scusa, me la passi la tessera che così me ne vado. Devi avercela tu
  • in realtà è sparita.
  • era sul bancone, se la deve essere presa la signora dopo di te. Stiamo cercando di contattarla al telefono ma non risponde.
    Ma io dico.
    Se a qualcuno dovesse essere accaduta una cosa più idiota di questa si faccia pure avanti, lo sfido a duello.
    (Dopo mi hanno telefonato.
  • abbiamo trovato la signora, dice che la riporta domani. Ma ormai ti richiamiamo quando la tessera è qua)

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Mestruazioni

Un tempo in Campolungo, dove la Gora era ancora scoperta, girando a destra si trovava la bottega delle donnine, due sorelle che vendevano fili, calze e bottoni. Mamma ci diceva, mi andate a prendere un filo da imbastire dalle donnine? 

Lì, se si era abbastanza grandi, si potevano comprare anche le mutandine igieniche.

La prima mestruazione l’ho avuta alle scuole medie, non ricordo l’anno. Me ne accorsi per caso andando al bagno, e pensai, ormai la tengo e vedo poi quando sono a casa.

Di questo sangue che usciva ne avevo sentito parlare dalle ragazzine più grandi, nei pomeriggi sedute sul muretto a cercare di capirci qualcosa. Tutto era sempre molto misterioso e confuso e soprattutto non c’entrava niente con l’altro mondo, quello dei babbi e delle mamme, con i quali di queste cose non si parlava.

Quando mamma tentò di spiegarmi io feci finta di non saperne niente. Misi su una faccia stupita, non volevo che ci rimanesse male.

In ogni caso nessuno mi aveva detto la cosa più importante. Che non c’era nulla da tenere. Mi avevano parlato degli assorbenti, ma probabilmente pensai che fosse una cosa in più, per sicurezza.

Negli anni del liceo con la mia famiglia andavamo al mare al sud. Un’estate andammo in Calabria, a Sibari. C’erano un sacco di ragazzi e si stava tutti insieme al bar, in spiaggia e la sera in discoteca. Barbara era la più bella, un po’ Carly Simon un po’ Jane Birkin. Veniva da San Giovanni, vicino a Milano. Diventammo amiche.    

Barbara aveva elaborato un sistema per parlare di cose legate ai ragazzi senza farsi capire dai grandi. Una scala complicata di numeri e parole che sembravano altro.

La cosa più semplice era che chi aveva le mestruazioni “cantava”, come in quella pubblicità in cui una tipa gorgheggiava tutta felice perché aveva le ali.

Così se una ragazza non faceva il bagno le chiedevano, oggi canti? 

Non ero ancora abbastanza grande per leggere Porci con le ali, che mamma aveva foderato con una carta da pacchi bianca per tenercelo nascosto e perché “la nostra vita sessuale non rischiasse di venirne distorta”.

La mela e il serpente di Armanda Guiducci però non era foderato. C’era questa donna in copertina con le gambe nude dalla coscia in giù e l’aria pensierosa e un po’ triste. 

Lo lessi prima di una vacanza in Calabria e scoprii le superstizioni che ancora resistevano al sud nei confronti delle donne mestruate.

Un giorno andammo in un paesino a fare la spesa e a me mancavano gli assorbenti.

Impressionata da quanto avevo letto, pensai di entrare nella bottega che vendeva generi alimentari e tutto il resto, controllare in silenzio gli scaffali e trovare l’oggetto misterioso. Mi chiesi se fosse il caso di rischiare con gli assorbenti interni o se avrei fatto meglio a comprare quelli normali.

Una volta dentro, mamma si girò verso di me e disse a voce alta, te non dovevi comprare gli assorbenti? Chiedi se hanno quelli che vuoi. 

Diventai viola, abbassai lo sguardo e le dissi a mezza voce, zitta, te non lo sai che ne pensano qui di queste cose.

Non ricordo in realtà alcuna reazione, fra la gente del posto. Ricordo solo la mia rabbia sorda. Nonostante mi reputassi di ampie vedute, una che si è sempre rifiutata di chiamare le mestruazioni con qualsiasi altro nome, avevo fatto un’orrenda figura da bigotta, incastrata malamente nel mio libro femminista.

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L’infinita storia dei cavi telefonici

Cronache amene di vita campagnola. O cronache campagnole di vita amena. Fate voi.
Dunque, fra febbraio e marzo festeggeremo un anno dai Cavi del Telefono a Terra Senza che Nessuno sia Venuto a Sistemarli Nonostante le Mille Chiamate.
A dire il vero il titolo della festa non è del tutto corretto perché una volta sono intervenuti senza trovarci, un’altra volta ci hanno trovato ma i pali erano marci ed era pericoloso salirci sopra, un’altra volta sono venuti a ricollegare un cavo che un uccellino ci aveva tagliato con il becco. E poi ci hanno telefonato un sacco di volte, dalla compagnia telefonica, per avvertirci che quel giorno sarebbero venuti a terminare l’intervento. E anche se alla fine non si è visto nessuno, almeno un po’ ci siamo sentiti considerati, ecco.
Qualche giorno fa, tornando dalla visita in ospedale per il piede, ho visto che i cavi erano di nuovo abbastanza giù. Non proprio a terra come questa estate ma abbastanza in basso perché un uccellino potesse tagliarli di nuovo con il becco. Ah ah ah, il becco. Ecco, lo so che non è da me ma stavolta la battuta triviale mi pare che ci stia bene.
Dunque, ho pazientato un po’, ho reimparato a poggiare il piede a terra, ho fatto due esercizi di fisio e poi ho passato tutta la notte, questa, a pensare come risolvere il problema. Stamani ho detto a mamma, vienimi a tenere la scala, che andiamo.
E sì, lo sappiamo che i pali sono marci e non ci dovremmo salire, per la nostra incolumità ovvio, ma se nessuno viene, nessuno risponde, insomma qualcuno ci dovrà pur pensare a ritirare un po’ in su quei benedetti fili.
Ora non la sto a fare lunga, s’è preso la scala, delle corde, le forbici, i guanti, dei bastoni lunghi con il gancio e siamo andate. S’è fatto proprio un bel lavoro, son contenta. Mi spiace un po’ per l’uccellino ma insomma, se proprio vuol tagliare troverà qualche altra cosa per il suo becco.
Poi proverò anche a chiedere il milleunesimo intervento, ma mi stressa meno fare da sola.
A un certo punto son tornata a casa di corsa perché mi ero dimenticata una cosa. Ho visto che c’era una confezione di acqua lasciata in strada, ho pensato la porto dentro, anzi no, lo fo dopo.
Poi finito tutto, siamo tornate su. Mamma con la macchina piena di legna e io a piedi con la scala. Davanti casa ho sentito mamma che diceva, accidenti c’era l’acqua, non l’avevo vista.
La confezione era orrendamente sfigurata, essendo rimasta incastrata sotto una ruota dell’auto. Ci sono volute più manovre per disincastrarla e poi subito dopo la corsa a cercare di salvare quello che si poteva.
E insomma, io mi cruccio sempre perché vorrei fare la scrittrice ma non ho mai un cavolo di fantasia. Però alla fine mi dico, con tutto quello che ci succede ci mancherebbe solo la fantasia. Anche.
E comunque ormai posso dichiarare guarito il piede.

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La chiave del gas

Nei miei anni vagabondi ho sempre avuto cucine con la bombola del gas, come a casa in Toscana peraltro. Credo di avere imparato a cambiarla alle medie quando d’estate sostituivo la commessa del negozio di zio alle prenotazioni del gas. Ricordo ancora quell’angolino infrattato in fondo a destra, le schede di cartoncino, il telefono grigio a rotella. L’uomo che portava le bombole a me sembrava vecchissimo e lento. Ma avevo gli occhi di una tredicenne. Quando non avevo chiamate seguivo il tennis in TV, erano gli anni di Panatta, Pietrangeli, Lea Pericoli, John Loyd e altri di cui mi sfugge il nome, tipo lo svedese che si sposò Loredana Bertè.
Quando non c’era la Coppa Davis giocavo con un computer, quello di zio era un negozio di elettrodomestici, sarà stato fra i primi ad averlo, credo, a quella specie di tennis, con i rettangoli bianchi su schermo grigio che muovevi avanti e indietro per parare il cerchio luminoso della pallina.
Il negozio era già nella vecchia sede delle poste, la stessa dove è ora. Dietro però c’era ancora la trattoria di Virio il cacciatore dove la mattina facevano colazione con le acciughe sotto pesto e un gotto di vino rosso. Qualche anno dopo, ormai al liceo, ci si sarebbero passati anche diversi pomeriggi a bere bicchierini di aleatico da poche lire.
Ma quello che più di ogni altra cosa mi è rimasto di Virio è l’odore che dalla sua cucina entrava in negozio, fin dalla mattina. Refoli di soffritti, minestroni e trippe che si sono impressi in modo indelebile nella mia memoria olfattiva. Risento quell’odore e più che rivedere la trattoria, rivedo l’uomo che portava il gas e lo associo a quel sentore persistente di minestrone. Rivedo il suo sguardo bovino, la sua tuta azzurra striata di macchie nere, la postura fiacca e risento il soffritto di Virio.
Tutto questo però poco c’entra con quello che avevo in mente quando ho iniziato a scrivere il post. La bombola del gas. Quando stavo a Belluno finiva sempre a Pasqua, a Natale o a Ferragosto. Una o due volte ho chiesto al tizio del gas se me ne mandava due di bombole, così non rimanevo senza.
Si è sempre rifiutato.
“Eh, ma poi non la sa mica mettere lei da sola…”

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Il mistero del ritiro del Giarre

E poi c’era quella storia del Giarre. Che cos’è il Giarre, chiesi al capo che mi diceva di controllare se fosse già arrivato.
Sostituivo un collega allo sport e mi muovevo fra quelle pagine come in una giornata di nebbia fitta sulle Langhe, cioè in un posto che non conosco in condizioni avverse e ostili.
Però ero una giornalista praticante e dovevo fare un po’ di tutto. Provare a fare tutto. Imparare a fare tutto. E tutto comprendeva anche lo sport.
Non ricordo chi fu l’anima buona, fra i colleghi, che mi spiegò che il Giarre era una squadra di calcio siciliana che veniva a fare il ritiro estivo in provincia di Siena, sull’Amiata mi pare.
All’epoca lo sport era una questione da uomini. Non che oggi sia tanto diverso, ma un po’ di meno probabilmente sì. In ogni caso c’era sempre un qualcosa di strano quando mi toccava farlo, un po’ per la mia insicurezza, un po’ per le battute, inevitabili, dei colleghi. Un po’ anche perché al capo piaceva mettere gli altri in difficoltà e vedere come se la cavavano.
Al tempo la scuola di giornalismo funzionava così e c’era solo questa. Forse giusto la Luiss, inarrivabile, a Roma.
L’estate successiva mi toccò sostituire il collega dello sport in ferie, per un periodo abbastanza lungo. Spettava a me organizzare le pagine, tenere d’occhio gli appuntamenti, coordinare i collaboratori. D’estate lo sport non era come nel resto dell’anno. Con i campionati fermi c’era da pensare a come riempire le pagine. Interviste, squadre in ritiro, calcio mercato.
La mattina divoravo la Gazzetta dello Sport e gli altri giornali della mazzetta sportiva che mi trovavo sul tavolo.
Cercavo qualsiasi cosa mi potesse servire, la ritagliavo e l’attaccavo sulla bacheca di sughero alle mie spalle.
Un giorno il capo, con l’aria di prendermi un po’ per il culo, disse. Son sicuro che il Giarre è già arrivato e te lo sei lasciato sfuggire.
E io. No, quest’anno il Giarre non viene da noi.
E te come fai a saperlo?
È scritto qui.
Sulla bacheca di sughero alle mie spalle era incollato un rettangolo di carta rosa con tutti i ritiri delle squadre che ci potevano interessare.
Da un qualche angolo della redazione qualcuno esclamò, con una certa soddisfazione, brava.

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Più che un sogno, un incubo

In questo periodo scrivo poco perché scrivere è ricordare (anche) e ora mi viene meglio dimenticare.
Però il sogno di stanotte provo a fissarlo.
Premetto. È da un po’ che faccio bei sogni, pieni di bella gente, di situazioni stimolanti. Solo che al mattino sfuma tutto. Qualche volta rimane una traccia, come una bava di lumaca, che si ricollega a pensieri e fatti pur restando irraggiungibile nella sua dimensione onirica.
Orbene. Stanotte io ho sognato Trump.
Non solo ho sognato Trump, ma egli era il mio ortopedico che, per curarmi la frattura del piede, mi faceva tagliare una fetta di osso alla caviglia. Un medaglione osseo, sì.
Solo che io non ero mica molto convinta che la cosa funzionasse, per cui c’era tutto un movimento che mi portava di qua e di là per cercare di fare guarire questo piede.
Che guariva. Miracolosamente.
Cioè, la caviglia risarciva ma mi rimaneva il medaglione in mano e che ci potevo fare se non rimetterlo al suo posto?
Allora, in un momento non c’era verso di farlo perché la pelle e tutto il resto si erano richiusi e per inserire l’osso avrei dovuto tagliare.
In un altro momento il processo di cicatrizzazione non era ancora terminato e io facevo in tempo ad inserire la fettina di osso come il prosciutto in un panino.
A un certo punto son finita pure nel mio ultimo posto di lavoro, dove accomodavano tutto, e mi aiutavano a risistemare il piede.
Trump però si incazzava.
Mi chiedo perché mi sia rimasto in mente questo coso qua anziché quelle belle avventure che mi facevano sentire più leggera per tutto il resto della giornata.
Ma così è.

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