Una storia da dimenticare (ma anche da ricordare) – (Fine)

Che la borsa valeva 1200 euro me lo disse dopo, al momento del rinfaccio. Prima l’avevo presa come un semplice regalo, forse un po’ esagerato, fuori tempo. Una cosa di cui non c’era bisogno. La casa gliela avevo offerta per altri motivi.

Lei però, la Tipa della Conchiglia Sbriciolata, voleva manifestare la propria gratitudine. E sentirsi importante. Di questo me ne accorsi quando, dopo aver scaricato tutti i suoi valigioni dal furgone, averli sistemati nel soppalco sopra al bagno, aver messo altri scatoloni nel garage, quando era ormai buio pesto ed eravamo stanche, ognuna della propria giornata, lei disse: e il mio regalo, non lo apri?

Entrai nella casetta con lei, che si sedette sul divano. Scartai il pacco e venne fuori questa borsa, di un grande marchio, ma della linea più economica. Manifestai tutto quello che si aspettava, stupore, gioia, soddisfazione, gratitudine. Ma non le bastava. Voleva di più. 

Ti piace davvero? Le dissi che avevo molti amici che lavoravano con le grandi firme e mi sembrò di sentirla che tratteneva il fiato, finché non dissi che non mi avevano mai regalato niente. Sembrò sollevata. La sua borsa, almeno, non aveva rivali.

La sera del concerto con le amiche avrei voluto indossarla, nel caso ci fosse stata anche lei, ma poi non venne e il cambio borsa è sempre un evento impegnativo.

Poi, ora posso dirlo, non era il mio genere.

Alla signora dell’agenzia gliene ho regalata una ancora più bella, disse un giorno. Quella vale 1600 euro. 

Sul momento sentii una punta di invidia. Ma di che parlava?

La “mia” borsa, on line, la davano scontata a 70 euro. 

Mi aveva raccontato che ai tempi d’oro, su al nord, c’era un fidanzato che lavorava per questo marchio e le faceva un sacco di regali. Lei però amava esibire distacco dai beni del mondo, per cui tutta questa roba era costretta a portarsela dietro ma non la usava, se non per fare regali. 

A me erano già stati consegnati due contenitori portadolci in plastica, ma quando se ne sarebbe andata, le sarebbe piaciuto lasciare le batterie da cucina a me e la mega tv smart alla mia mamma. Tutte cose inutili per la vita ascetica che aveva scelto di fare, diceva, tra consulenze da personal coach (aiuto!), un massaggio e una lezione di yoga.

Venne a prendere la sua roba il penultimo giorno del mese. Non comunicò l’orario, ma arrivò come già all’andata, all’ora di cena, dopo qualche messaggio in cui annuncia che si stava organizzando, che ci avrebbe fatto sapere. Che lei aveva le sue cose da fare, non era una perdigiorno.

E noi dovevamo stare sulle spine.

Precisò che, dal momento che aveva usufruito della casetta solo dieci giorni, cioè il tempo in cui ci aveva materialmente dormito, non avrebbe pagato niente più oltre a quei due piccoli acconti che ci aveva già dato. Che ovviamente non coprivano nemmeno il consumo di elettricità. E così aveva trovato il modo di tenere bloccato un appartamento e un garage senza sganciare una lira. Chiese indietro i regali e disse tante cattiverie, ma talmente tante, grosse e inutili, che sarebbe meglio dimenticare tutto.

Ripeté che l’agenzia aveva tentato di truffarla e che aveva provato ad approfittarsi di lei, che era una persona sola che girava con quello che aveva. E lo stesso avevamo fatto noi, che pensavamo di approfittarci economicamente di questa povera crista dandole una casa “al nero”, così come facevamo con i turisti, avendo trovato noi il modo di spennarli. 

Tutte queste amenità sono contenute in alcuni video che ho girato con il telefono in modo esplicito mentre lei portava via la sua roba con calma esasperante e pronunciando le sue massime sul mondo.

Nei suoi venti giorni di assenza avevo avuto modo di preoccuparmi molto e di dormire poco, con il pensiero che, essendo lei in possesso del telecomando per il cancello, avesse potuto organizzare qualche dispetto nelle ore notturne, arrivando all’improvviso o chissà che.

L’instabilità mentale che avevo percepito, insieme all’attaccamento morboso a soldi e oggetti, mi agitavano un po’ perché non era prevedibile quali azioni avrebbe potuto mettere in atto. 

Tra l’altro dopo il famoso scambio in chat, vistasi scoperta, aveva tirato fuori un’aggressività e una cattiveria che la rendevano ancor più una mina vagante.

Quando arrivò, la prima cosa che le chiesi fu di restituirmi chiavi e telecomando. Lei si rifiutò. La rincorsi in casa intimandole di darmele. Lei mi attirò davanti alla telecamerina dicendo, o prendile. Aveva quei capelli lunghi che chiedevano soltanto di essere tirati, come aveva fatto proprio in quei giorni un politico con una giornalista. Presi la sua roba e iniziai a gettarla in mezzo alla strada, valigie e sacchetti, purché se ne andasse prima possibile. 

La situazione era strana. Era arrivata a piedi perché, diceva, il tipo col furgone non riusciva a fare la salita. Presi la macchina e vidi che era così. Lo aiutai e ce la fece a salire. 

Tutta la faccenda si svolse con la Tipa che urlava accuse irripetibili con una voce da bambina dispettosa e io che la prendevo in giro. Mamma dalla finestra interveniva a correggere le sue bugie. Il ragazzo del furgone ripeteva: spero solo di finire presto e tornare a casa. 

La Tipa perse un po’ della sua boria quando fu costretta a rovistare dentro un vaso di aspidistra in cerca di una copia di chiavi che aveva nascosto prima di partire. 

Ma quando fu il momento di lasciare la casa, appoggiata a quell’orribile fornelletto a gas, al posto del piano cottura più adeguato a una come lei, posando uno sguardo sprezzante tutto intorno, disse: In tutta la mia vita non sono mai stata costretta a vivere in un posto così. 

E se ne uscì a testa alta, con il naso all’insù, indossando uno dei suoi ridicoli cappellini, accompagnata dai miei applausi.

E anche questa, come aveva previsto mamma, era finita.

(Fine)

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Nel caos più assoluto (7)

Se l’importanza di una storia si giudica dal finale, allora quella della Tipa della Conchiglia Sbriciolata è stata veramente una Grande Storia. 

Non potrò mai dimenticare l’immagine di lei, in piedi, con l’abat jour bianco a forma di otto sotto il braccio e il filo elettrico che cadeva giù, appoggiata con nonchalance a quell’orribile fornelletto a gas, novella Sarah Bernhardt impegnata nell’ultimo atto dello spettacolo.

Fenomenale.

Alla fine andò così. Dopo lo scambio in chat sul senso della raccolta differenziata e le condizioni terribili in cui io l’avevo costretta a vivere, le dissi: Senti, finiamola qui. Te te ne vai il prima possibile e con me hai chiuso. Da ora in avanti parlerai solo con la mia mamma, e mi dispiace sinceramente per lei, ma io non posso avere a che fare con una persona come te, specialmente dopo essermi fatta in quattro per aiutarti a superare il momento.

Aspetta un attimo, pensai, il momento… 

Non è che sei te che li crei ad hoc questi “momenti” per approfittare delle persone, utilizzare quello che ti fa comodo e poi andar via con una scusa?

Un po’ come quella di Victor Victoria, che per mangiare a sbafo nei ristoranti teneva uno scarafaggio in tasca da mettere nel piatto al momento giusto.

Mamma continuava a dire: “Povera cara, a me fa una compassione che non riesco proprio ad avercela con lei… È così sprovveduta… Non sembra una persona adatta ad andare in giro da sola nel mondo”. “Però – aggiungeva subito dopo – qualcosa deve saperlo fare, altrimenti non sarebbe arrivata fin qui”.

Per la famosa casa la Tipa aveva versato una caparra per poi disdire tutto al momento di firmare il contratto. 

C’era un tubo rotto, volevano fregarmi. 

Da me si era rotto il tubo del bidet, ma lo avevo fatto riparare troppo presto. Per cui aveva dovuto trovare altre magagne.

Non ho intenzione di darti una lira per un posto del genere!, aveva urlato portandosi via i valigioni.

Durante la sua assenza mi misi a sistemare la casetta, certa che non sarebbe più rientrata, se non per riprendere i bagagli. Non era facile con tutta quella roba in mezzo. Le sue caffettiere erano tutte piene. Pensai, è come quello che cambia la macchina quando c’è da svuotare il posacenere. Le lavai. Anche la mia caffettiera americana era sporchissima. La caraffa di vetro e la base elettrica, completamente incrostata. Un pentolino per bollire l’acqua era incatramato all’interno con una roba nera e densa.

Sull’acquaio un bel po’ di piatti e pentole rovesciate, messi ad asciugare. Li controllai uno a uno. Uno schifo. Tazze macchiate di tè, sugo e unto sulle pentole, pezzetti di cibo su posate e scodelle. Rilavai tutto. Anche il frigorifero era coperto da uno strato denso e appiccicoso, scuro, che si era infilato nella maniglia incavata sopra allo sportello. Dentro, roba rossa appiccicata dappertutto. Staccai la presa, lo portai fuori e detti una prima passata con la sistola. 

Sotto il frigo, altra roba rossa ormai essiccata. 

Ecco una tazzina da caffè rotta, andò a fare compagnia al bicchiere di cristallo da vino rosso in frantumi emerso dall’immondizia.

Il letto sembrava una “cuccia”, aggrovigliato e mai rifatto. 

Lascia stare, ho la mia biancheria, uso quella, mi aveva detto. 

Ma dal mucchio uscivano solo lenzuola e coperte della casa. 

Saltando da un valigione all’altro liberai il letto anche dal topper nuovo di pacca, per poter mettere tutto a lavare.

Sul tavolo della cucina c’era un libro di grammatica inglese dall’aspetto familiare. Lo aprii. C’era scritto il nome di mamma. Ma fin dove cavolo era andata a frugare? 

C’erano anche il maglioncino d’angora e il libriccino che le avevo regalato. Li presi e li portai via. La borsa di paglia non la vidi, pazienza. 

Le amiche mi dicevano di stare in guardia perché la tipa era evidentemente un’approfittatrice e una truffatrice. Loro non avevano dubbi. Io iniziavo a crederci solo allora. 

Facevo fatica ad accettare che qualcuno pensasse di introdursi nella vita di due donne sole, colpite da un lutto devastante, per il proprio tornaconto. 

Come non potevo credere che quella lampada bianca in plastica a forma di otto potesse essere una telecamera. 

Che dovevo fare? Qui c’era tutta la mia roba!, urlò la Tipa quando le chiesi il perché. 

Il senso di tradimento, la fiducia data a chi non la meritava, l’invasione dei miei spazi, della mia casa, della mia vita. Non credevo fosse possibile stare ancora peggio di quanto già stavo.      

Mi dispiaceva ancor più aver messo mamma in questa situazione. Ma lei diceva, vedrai che prima o poi finirà anche questa.

Intanto però la Tipa era sparita, lasciando la casa piena della sua paccottiglia.

Forse avrei dovuto aprire i valigioni, ho pensato dopo, o avrei dovuto portarli in garage, dove c’erano altre scatole piene dei suoi ammennicoli. Fatto sta che, per oltre due settimane, nell’attesa di sue notizie, la casetta non è stata agibile, invasa com’era da tutta quella roba. 

Non potevo pulire, non potevo fare la conta dei danni.

Passai dall’agenzia immobiliare che le aveva “venduto” la famosa casa. Quella dei titolari che, secondo lei, avevano cercato di truffarla. 

La storia che mi raccontarono era incredibilmente simile alla mia.  

Si era presentata con quegli occhioni, – mi dissero – sola e sperduta come un gattino bagnato, si poteva non aiutarla?  

Così le avevano aperto le porte dell’agenzia a tarda sera, perché potesse arrivare con i suoi valigioni, l’avevano aiutata a scaricare e le avevano custodito tutto finché non entrò nell’appartamento. 

E in segno di gratitudine, la Tipa continuava a urlare che la volevano truffare. In compenso, però, tutti gli agenti immobiliari della zona furono avvisati di tenerla alla larga nel caso si presentasse.

Non è ancora finita. C’è da parlare del capitolo regali e della sua fantastica uscita di scena.

(7)

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Quando il bubbone scoppiò (6)

Per fortuna non se ne fece di niente. Nel senso che non ci fu bisogno che il Caso Umano mettesse a disposizione il “suo” appartamento per la famiglia canina, né tantomeno fu necessario che si trasferisse da me per qualche giorno.

Non riesco nemmeno a immaginare quali sarebbero potuti essere gli effetti di una soluzione del genere.

La vita procedette tranquilla, si fa per dire, nell’attesa che il Caso Umano trovasse finalmente una sistemazione, più o meno definitiva, che le permettesse di lasciare libera la casetta.

Ormai speravamo che quel giorno si avvicinasse più in fretta possibile. 

Dopo la mia serata a teatro con le amiche il Caso Umano, ovvero la Tipa della Conchiglia Sbriciolata, aveva in programma di assentarsi per qualche giorno.

La sera prima della partenza, mossa da un pericoloso spirito di compassione, bussai alla sua porta. In mano avevo una borsa di paglia foderata di tessuto bordeaux, che a sua volta conteneva un maglioncino d’angora dello stesso colore e una copia di un libriccino scritto da me.

Lei era una che faceva molti regali. Mi pareva giusto ricambiare.  

Ma soprattutto ero dispiaciuta per il suo disagio. Il fatto che io continuassi a trascorrere le giornate portando avanti il mio lavoro, pensando a mamma, alla casa, ai miei interessi, anziché metterla al centro del mondo, riusciva addirittura a scatenarmi dei sensi di colpa, per quanto cercassi di oppormi con tutta me stessa. Per questo decisi di fare un passo in avanti, nella speranza che si potesse creare un certo equilibrio, anche solo per affrontare il tempo che avrebbe trascorso ancora lì.

Il bubbone scoppiò il giorno dopo, una mattina di metà marzo, dopo un temporale da tregenda. Per colpa di un sacchetto di spazzatura.

Intorno alle 8 ricevetti un messaggio dal Caso Umano che mi informava di aver lasciato il sacchetto della spazzatura davanti casa perché, muovendosi a piedi e con una valigia, data la pioggia fortissima, non ce la faceva a portarlo con sé.

Che problema c’è? risposi. Ci penso io.

Poi però, quando andai a prenderlo successe questo. Tirai su una busta e mi si rovesciò tutto a terra. Il “sacchetto” consisteva in un accumulo di sei o sette buste per l’immondizia contenenti ogni genere di rifiuto, dall’umido alla plastica, al vetro, tutto mischiato, tutte aperte. 

Le scrissi un messaggio cercando di stare più neutra possibile. 

Lei cominciò subito a giustificarsi. 

Sai che non sapevo come differenziare? Infatti te lo avrei voluto chiedere.     

Naturalmente ne avevamo parlato, tanto che lei mi aveva detto di avere la propria tessera per i cassonetti al che io ripresi quella che lascio a disposizione degli ospiti. Poi, che vuoi chiedere? Per differenziare non ci vuole una scienza. Specialmente se in casa ti ritrovi una serie di contenitori con le etichette carta, plastica e vetro, oltre al bidoncino dell’umido. Più il normale secchio per l’indifferenziato, naturalmente.  

Purtroppo ebbi la conferma, un’altra, che probabilmente non capiva e sicuramente non ascoltava. Però si stizzì molto e, ritenendo di essere stata ripresa su una cosa di cui non aveva colpa, cominciò a buttarmi addosso tutto quello che riteneva non andasse nell’appartamento “dove era costretta a stare”. Un tubo del bidet rotto (segnalato la sera tardi e riparato la mattina dopo), una doccia che non funzionava perché, essendo protetta solo da una tenda, la prima volta che l’aveva usata aveva allagato il bagno, lo scarico della lavatrice nel water. Gli insetti. Un fornelletto a gas invece del piano cottura.

Nell’appartamento per il quale le avevo chiesto una cifra simbolica, messo a sua disposizione nello spazio di un giorno e per il tempo che le serviva, una settimana, cinque o sei, rinunciando se necessario anche agli affitti di Pasqua, e senza chiedere anticipi, caparre o altro.

Ero senza parole.  

Però cominciai ad arrabbiarmi. Le dissi che la trovavo offensiva, oltre che ingiusta. E lei cominciò a cancellare tutti i messaggi in chat. 

Quella mattina feci due cose. Indossai un paio di guanti in lattice e cercai di differenziare la sua immondizia, per quanto era possibile. Poi le dissi chiaramente quello che pensavo di lei e che il mio unico errore era stato quello di aiutarla in modo disinteressato.

Fra tutte le stupidaggini che aveva scritto, c’era qualcosa che mi aveva colpito più di tutto il resto. Lo scarico della lavatrice nel water. Chi può considerare un problema una cosa del genere? Specialmente in una casa di passaggio. 

Presi la chiave di scorta e andai a dare un’occhiata. Riuscii ad arrivare fino in bagno, dove l’occhio cadde sulla seggetta del water, spaccata, ancora appoggiata sopra al tubo di scarico della lavatrice. Cioè, veramente credeva di doverlo lasciare lì per sempre e non soltanto quando azionava la macchina? Omiodio.

Purtroppo vidi anche in che condizioni erano la doccia, il lavandino, il famoso bidet con il tubo che perdeva. Macchie dense e scure, capelli ovunque, bustine aperte di cosmetici gettate qua e là. Asciugamani completamente fradici buttati a terra…

In camera? Il disastro. Quando era arrivata aveva chiesto un posto dove poter tenere i suoi valigioni e il ragazzo che le aveva fatto il trasloco si era arrampicato sulla scala fino a un soppalco. In quel momento scoprii che lei se li era riportati giù uno per uno, saturando ogni spazio vuoto della stanza. Tra il letto e la parete nord aveva messo anche lo stendino, aperto e carico di panni. Sul tavolinetto un megatelevisore, una copia della Bhagavadgītā, vestiti ovunque, biancheria, fermagli per capelli.  

Ebbi una visione. Lei, triste e solitaria, seduta sul letto con l’unico conforto di quei valigioni stretti tutti intorno. E io che pensavo potesse starsene serena almeno per un po’. 

Non era cosa da lei. 

Dall’armadio a muro, lasciato aperto, vidi spuntare una specie di lampadina da notte, due sfere di plastica bianca l’una sull’altra, come un otto, e un piccolo schermo nero stondato sulla parte superiore. 

Non ci feci troppo caso, mentre scattavo qualche foto di tutto quel disastro.

(6)

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Prove estreme di avvicinamento (5)

Hai l’appartamento libero? mi chiede un’amica.

Mi serve per qualche giorno mentre faccio dei lavori in casa…

No, è occupato. Sto ospitando un Caso Umano.

In quel momento la situazione era ancora accettabile, per quanto complessa e piuttosto faticosa.

La tipa della conchiglia sbriciolata era entrata in una bolla paranoica in cui si vedeva circondata da truffatori. Ovunque si girasse c’erano persone pronte ad approfittarsi di lei. Ormai lo sport di casa era svicolarla. Ma anche quello era diventato difficilissimo. Se uscivo in auto, quando rientravo, sgusciava veloce fuori casa e mi chiamava. Non facevo in tempo a scendere dall’auto che l’avevo addosso insieme ai suoi problemi, alle sue richieste, ai suoi pensieri ossessivi.

Era diventato tutto molto complicato. Cominciai a sentirmi prigioniera nella mia stessa casa. Ogni volta che sarei voluta uscire, anche solo per fare due passi, temevo di ritrovarmi impigliata nella rete delle sue paranoie.

Andavo alla fontanina e era subito lì.

“Vieni a prendere un caffè?”.

Inutile ripeterle che non lo bevevo. Una volta aveva una macchina che faceva un espresso favoloso, la volta dopo c’era la cicoria.

Una sera uscii per un impegno di lavoro.

Ah beh, se è per lavoro… Commentò, come se avesse scoperto la mia ultima balla.

Un’altra volta uscii a cena senza dirle niente e il giorno dopo la trovai contrita e sfuggente. Come se stesse covando qualcosa.

Mi sentivo quasi in dovere di giustificare quello che facevo, nella speranza, inutile, di alleggerire la tensione che la tipa aveva portato con sé.

Succedeva anche a mamma. Anche lei, ogni volta che la tipa iniziava la monotona solfa dei suoi problemi, puntualizzava la particolarità della situazione che in realtà stavamo vivendo noi. Ma non ci sentiva. E il muro dei suoi problemi continuava a crescere sempre più alto.

In quel momento, però, quando la chiamavo Caso Umano, la mia voce era ancora carica di affetto verso quella strana tipa, mentre mi ritrovavo a vivere con orgoglio quanto stavo facendo per lei, e anche con una certa ironia per l’assurda situazione che si era venuta a creare.

Il livello era questo: la tipa era problematica, ma aveva incontrato noi, persone generose. E, come è sempre usato in casa nostra, su tutto il resto ci avremmo fatto delle gran belle risate.

Ora però c’era una piccola emergenza. C’era da trovare una casa per pochi giorni per l’amica. Una casa per due persone con due cani.

Purtroppo, come ebbi modo di scoprire dopo una lunga lista di telefonate, le vie degli amici sono finite e nessuno ha un appartamento superfluo da mettere a disposizione per qualche giorno. Gli agriturismo, siamo a marzo, sono ancora chiusi. Rimangono gli hotel.

Il Caso Umano, molto partecipe, dice che potrebbero tranquillamente stare da lei. Anzi, precisa che lei non ha nessun problema a spostarsi in cucina per dormire sul divano e che è disposta a lasciare l’intera camera alla famiglia canina.

Anche io, in realtà, potrei dare loro il mio appartamento e trasferirmi di sopra da mamma. Devo però tenere conto dei gatti che si ritroverebbero non solo la casa invasa dai cani ma perderebbero anche i loro punti di riferimento.

Fu allora che il Caso Umano superò sé stesso.

Dì loro che vengano pure nella casetta, non ho alcun problema a dargliela. E io mi trasferisco da te. Penso sia la soluzione migliore.

Mamma, incredibilmente, disse: Stai a vedere che anche lei, una volta tanto, riesce a pensarne una giusta.

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“Una faccia da psicopatica” (4)

Sono in un bistrot con due amiche. Ognuna di noi ha davanti un piatto, ognuna diverso, ma tutte con lo stesso bicchierone di birra.

Una è appena tornata da un superviaggio, oltreoceano e con intenti umanitari, e io avrei molta voglia di sentire il suo racconto. L’altra sta per partire per una nazione tra l’Asia e l’Europa.

Mangiamo un boccone veloce prima di andare a teatro per un concerto.

Il discorso cade sulla nuova amica (la tipa della conchiglia sbriciolata).

Quella sera ci sarebbe dovuta essere anche lei.

Lei che ripeteva di amare la musica, che senza musica non avrebbe potuto vivere.

Invece, dopo aver aderito subito alla mia proposta, qualche giorno prima, quando le ho ricordato l’appuntamento è diventata vaga.

Oddio, devo vedere… Ho da fare un po’ di cose mie… Ti faccio sapere…

Il giorno stesso, non avendo saputo più niente, le comunico che sarei partita alle sette e che avremmo mangiato in un bistrot.

Vai pure, dice, preferisco sistemare alcune cose mie, devo prepararmi per il viaggio di dopodomani.

Mi sembra di percepire che qualcosa non quadra, ma pazienza. D’altra parte già nei giorni precedenti la nuova amica, che vive nella casetta da una decina di giorni, di stranezze ce ne ha mostrate un bel po’.

In ogni caso, per me è la prima uscita con le amiche dopo i giorni del dolore, e non mi faccio turbare più di tanto.

Poi, una volta al bistrot, il discorso cade su di lei.

Le amiche chiedono, come ci siamo conosciute, com’è, che fa.

Tra l’altro ho anche alcune foto.

No, non alcune. Una intera collezione poiché la tipa a ogni passo che fa si scatta un selfie e me lo manda.

Tutti primi piani. Primo piano della tipa a teatro che assiste al balletto, primo piano della tipa sulla terrazza di casa mia (in realtà è affacciata alla finestra della cucina, ma come vedremo, per lei dire le cose che non corrispondono alla realtà, minime o importanti che siano, non sembra essere un problema). E ancora. La tipa che mangia in un ristorante vegano, la tipa accanto a un manifesto di un qualche corso yoga.

La tipa. Punto.

Che faccia da psicopatica! Dice R.

Ma dai… è un po’ particolare, questo è vero… Dico io.

No no, dammi retta – R. insiste – Questa è proprio psicopatica. Guardala bene…

Intanto L., l’altra amica, se la rideva, continuando a mangiare polpettine di melanzana.

Senti, io ti dico una cosa. Questa è pericolosa, si vede dalla faccia. Levatela di torno prima possibile…

R. è decisamente categorica.

Durante il concerto mi arriva un messaggio.

Sai, ho fatto bene a non venire. Domani sera vado via presto per dormire da un’amica e prendere il treno la mattina all’alba. Sarà per un’altra volta. Magari organizziamo qualcosa da sole, io e te.

Sì, magari.

Credetti di capire una cosa. Che l’idea di trascorrere una serata con le mie amiche la metteva a disagio.

Anche se non capivo ancora bene il perché, tutto quello che faceva cominciava a far sentire molto a disagio me.

Il giorno dopo, vedendo che all’ora che aveva detto di dover andare era sempre in casa, le chiesi se non usciva.

No, parto domani mattina prestissimo. Non è necessario che vada a disturbare la mia amica. Tanto ho trovato uno che mi dà un passaggio a quell’ora…

Sembrava un po’ strano. Tutti lei li trovava quelli pronti a ogni ora del giorno e della notte a dar passaggi per qua e per là.

La sensazione di disagio aumentava. Non capivo bene che cosa volesse dire né che cosa volesse fare. Da quando era arrivata a casa mia alternava momenti (apparentemente) di affetto e di preoccupante dipendenza da me e da quello che le offrivo, ad altri in cui sembrava offesa e risentita nei miei confronti.

Un giorno, entrando nel mio appartamento, senti una canzone alla radio e scoppiò improvvisamente a piangere, buttandosi tra le mie braccia.

Rimase lì per qualche secondo, io non dissi niente. Poi mi chiese scusa, disse che non se la sentiva di parlare, e finì lì.

Intanto i problemi che riguardavano la sua vita lievitavano come l’impasto di una pizza gigante, sovrastando tutto il resto.

Quando la incrociavo non parlava d’altro, rovesciandomi addosso situazioni che sembrava dovessi risolverle io.

Tolsi le chiavi dalla mia porta esterna, per impedirle di piombare dentro a ogni ora senza avvisare né chiedere permesso. Seppi poi che la stessa cosa la faceva anche con mamma. Con la scusa di portarle dei regalini, una tazza, due frittelle, apriva la porta e entrava.

Lascia stare – diceva mamma – non dirle niente. Tanto tra poco, si spera, se ne va.

Intanto però avevo smesso di chiamarla nuova amica, quando parlavo di lei.

Ora era diventata il Caso Umano.

(4)

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Come successe che mi misi in gabbia da sola (3)

Un’amica saggia mi consigliò di mettere un limite alla tipa della conchiglia sbriciolata, una che si prendeva fin troppo spazio. Per cui quando la rividi, l’amica saggia, qualche tempo dopo, omisi di dirle che quella tipa era già ospite a casa mia.

Mentre raccontavo della nuova conoscenza, l’amica saggia registrava segnali preoccupanti a cui io mi ostinavo a non far caso.

Dopo il giorno delle marche da bollo, la tipa della conchiglia sbriciolata entrò sempre più nella mia vita. 

Telefonava, scriveva, mi faceva domande. Certe cose, diceva, poteva chiederle solo a me perché ero l’unica persona che conoscevo. Lo sapevo che questa cosa non tornava affatto. Che di persone, almeno a quanto mi aveva fatto credere il primo giorno, ne conosceva diverse. 

Ma io ero a terra e in qualche modo mi sentivo anche gratificata a potermi occupare di una persona in difficoltà. 

Dicono che certe cose funzionano proprio così. Che certe persone sanno perfettamente a chi possono rivolgersi per ottenere quello che vogliono e in quale momento. 

Evidentemente per me, quello era proprio il “momento giusto”.

Non mi pesavano nemmeno troppo, al contrario di come sarebbe accaduto in giorni normali, le attenzioni assillanti della tipa, i suoi consigli, la pretesa di diagnosticare e guarire ogni mia possibile malattia. 

L’amica saggia disse che era una da ridimensionare.

Non l’ascoltai.

Poi all’improvviso fu troppo tardi. Successe così. Alla tipa bastarono pochi giorni. La ragazza autonoma che girava il mondo da sola, aveva il suo lavoro on line e aiutava gli altri a stare meglio, si rivelò un essere complicato, con mille dipendenze, ossessiva, paranoica e malmostosa. Aveva bisogno di tutto: attenzioni, tempo, ascolto. Soldi.

La casa. Quando la conobbi, il giorno delle marche da bollo, la casa in centro che aveva acquistato da poco, mi disse, era tutto quello che poteva desiderare.

Due settimane dopo mi chiedeva se conoscevo un geometra per fare una perizia all’appartamento. Era sicura che l’agenzia la stesse truffando, con la proprietaria. Temeva che le avessero voluto sbolognare in gran fretta una casa con un problema “strutturale” (secondo lei un tubo rotto nel muro della cucina) fingendo che fosse stato risolto. 

Mi disse che la mattina si svegliava con i vetri appannati dal vapore, viveva nell’umido, anche i vestiti nell’armadio erano bagnati e temeva per la propria salute.

La sua capacità di trasmettere angoscia e creare continue emergenze era veramente fenomenale. 

Ma tutto questo cominciai a capirlo solo dopo.

In quel momento mi sforzai di tranquillizzarla, le dissi che avrei fatto di tutto per aiutarla e scrissi un messaggio al geometra. Era un sabato pomeriggio. Mi disse di richiamare lunedì o martedì.

Mi chiederà molti soldi? Chiese lei. Perché io non posso spendere, aggiunse.

Il lunedì però lei non si fece sentire. Martedì mi comunicò di aver risolto con l’agenzia. Erano andati insieme a fare un sopralluogo e, secondo lei, anche loro si erano resi conto che il problema era reale.

Lo hanno visto con i loro occhi, disse, che l’appartamento non corrispondeva a quello per cui avevo firmato il contratto. 

Quindi le avrebbero restituito la caparra.

Ma la casa, chiesi, non l’avevi comprata?

Eh no, disse lei. Il percorso doveva ancora essere completato. 

Si inerpicò in un intreccio di spiegazioni, dai tempi della vendita di un’altra casa al nord, agli accordi per stare in quella attuale in comodato gratuito fino al momento dell’acquisto, che decisi di ascoltare senza troppa attenzione.

In ogni caso quando, qualche settimana dopo mi presentai all’immobiliare dicendo che avevo ospitato la tipa dopo che aveva lasciato la casa in centro, la loro versione fu decisamente diversa.

Non passarono molti giorni, che arrivò un’altra telefonata.

Scusa se chiedo ancora a te, ma non saprei a chi altri rivolgermi. Qui conosco solo te.

Mi aiuteresti a trovare un appartamento in affitto? Io entro il mese devo lasciare questa casa, non la sopporto più, ci sto proprio male. 

Ma prima di comprarne un’altra ci devo pensare bene. Non vorrei rischiare di sbagliare ancora una volta.

Non posso che assumermi la responsabilità di quello che avvenne dopo. Anche se, a ben vedere, la tipa aveva seminato ben bene, e soprattutto aveva giocato consapevolmente con il nostro estremo stato di fragilità. Ma di questo mi sarei resa conto soltanto quando ormai ero chiusa in gabbia. 

Inesorabilmente, tutto ciò che si era preparato in quelle tre settimane, a partire dal giorno della ricerca delle marche da bollo, le confidenze, i video musicali, le telefonate, le richieste di aiuto, i consigli per il benessere, tutto quanto, divenne una cosa sola, nell’errore (purtroppo non l’unico) più grande della mia vita.

  • In tre giorni una casa in affitto qua non la troverai mai, le dissi. 
  • Vieni a stare da me, tanto ancora i turisti non arrivano, nel caso rinvio l’inizio della stagione, così nel frattempo puoi stare tranquilla, rilassarti in campagna, e capire dove vuoi andare a stare.

La sventurata rispose.

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La nuova amica e le marche da bollo (2)

La tipa della conchiglia sbriciolata l’avevo conosciuta una mattina in Comune, dove ero andata a fare un documento. Entrambe dovevamo procurarci delle marche da bollo, per cui ci ritrovammo a camminare per le vie di Borgo in cerca di un tabacchino aperto e che accettasse il pagamento con Bancomat. Trovammo solo il tabacchino, i soldi dovemmo andare a prenderli all’ufficio postale.

La ragazza mi incuriosiva. Aveva lunghi capelli raccolti in una coda, sembrava piuttosto riservata, ma allo stesso tempo mi aveva inviato dei segnali che mi erano sembrati interessanti. Erano emerse alcune affinità. Segni zodiacali, situazioni familiari, entrambe uscivamo da un lutto devastante, il mio recentissimo.

Disse che aveva scelto la Toscana per ricominciare da capo, dopo essersi separata dal compagno. Colle le era piaciuta, tanto che aveva acquistato una casa in centro dove viveva già da due mesi.

Il suo lavoro era prendersi cura degli altri.

Ci salutammo scambiandoci i numeri di telefono. Magari avremmo fatto qualche passeggiata insieme.

Mi trovai a fantasticare su questa nuova amica che avevo conosciuto così per caso, dopo essere uscita di casa malvolentieri e con la morte nel cuore. Cominciai a elaborare pensieri irrazionali su quello che si trova dopo che si è perso qualcosa di tanto importante. Era una mattina di febbraio dal cielo terso, il sole era già alto. Nel vuoto immenso in cui ero sprofondata sperai di intravedere una piccola luce, una speranza, che uscisse qualcosa di buono.

In realtà, una cosa l’avevo intravista. Una piccola crepa, ma in quel momento non ero in grado di leggerla.

Accadde davanti all’Anagrafe, nel salone all’ingresso. Fino ad allora la ragazza non si era fermata un attimo. Saliva le scale, scendeva, andava da un ufficio all’altro. Magra, vestita di chiaro, pantaloni e piumino, l’accento del nord. Dava un’idea di leggerezza, faceva simpatia. Si esprimeva in modo gentile ed educato.

A una signora che era in fila prima di me, disse di passare pure avanti se lei non fosse tornata per il suo turno. La signora entrò e quando la ragazza tornò glielo dissi.

Fu allora che lei si girò e mi parlò mostrandomi il volto, che fino a quel momento avevo visto solo di profilo e in movimento.

Non so bene come spiegarlo, ma io, sentendo la sua voce, vedendo la figura, come era vestita e come si muoveva, mi ero immaginata il suo viso.

Quando lo vidi, però, non era così. Era una foto sfocata. Ci misi un po’ a mettere a fuoco i lineamenti, che si aggiustavano, quasi si muovevano, per far sì che l’immagine proiettata dalla mia mente si sovrapponesse a quella reale. O viceversa. C’era un film, anni fa, in cui a Meryl Streep succedeva un po’ la stessa cosa.

Durò un attimo. Registrai la sensazione, sgradevole. Ma subito dopo la dimenticai. C’era da andare in cerca delle marche da bollo.

La mia nuova amica disse che amava tanto la musica, che senza la musica non poteva vivere.

Toglietemi tutto, ma la musica no.

Non aveva un genere preferito, le piacevano la musica classica, il jazz ma anche il pop. L’importante era che le comunicasse delle emozioni. Cominciò ad arrivarmi ogni sera un link di YouTube, come buonanotte.

Le piaceva molto anche il balletto e una volta mi invitò a vedere una danzatrice indiana che si esibiva in Svizzera. Ringraziai ma declinai.

La tipa si interessava di cure naturali e nei giorni seguenti mi consigliò anche degli integratori, dei funghi giapponesi, per rafforzare le difese immunitarie.

Mentre venivamo via dal Comune, con i nostri documenti con le marche da bollo, parlammo ancora un po’. La ragazza sembrava pratica di Colle: negozi, ristoranti, e chi li gestiva. In più condividevamo diverse conoscenze.

Ma da quant’è che stai qua te?

Ci aveva pensato un po’, prima di rispondere.

Due mesi, disse.

Mentre lo diceva girò gli occhi di lato e anche un po’ la faccia, come se volesse dire: intanto prendi questo, poi si vedrà.

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La conchiglia sbriciolata (1)

Eravamo appena entrate nell’aia, passato il cancellino di ferro, io stavo già aprendo la porta quando sentii chiedere. 

  • Che bella, ma è vera?

Feci qualche passo indietro.

  • Che cosa?
  • La conchiglia, disse, indicando un piccolo fossile che teneva tra le dita. 
  • Certo che è vera. Vedi lì sul tavolo c’è tutto un mucchio di sassi e conchiglie che raccolgo qui intorno e che devo ancora decidere dove mettere.
  • Anche lì stanno bene, disse lei.

Era venuta per vedere la casetta dove l’avrei ospitata nell’attesa che trovasse una sistemazione. Aveva avuto problemi con l’agenzia con cui aveva quasi concluso l’acquisto di una casa in centro e mi aveva detto che aveva bisogno di un po’ di tempo per fare la prossima scelta in tranquillità, senza fretta.

Qui, le avevo detto, puoi stare per qualche settimana. Sarai tranquilla, non dovrai pensare a nulla se non a rilassarti in mezzo alla natura prima di compiere il prossimo passo.

Quanto mi sbagliavo.

Ci sono delle cose che valgono come segnali premonitori di quello che potrebbe accadere in seguito. Ma è raro che qualcuno si tiri indietro quando li vede, facendo vincere la superstizione sulla solida razionalità.

I segnali, dicevo.  

Prima di tutto la strada. La strada per arrivare a casa nostra non è facilissima. Oggi meno di prima, poiché le persone sono abituate al Gps e prestano meno attenzione alle indicazioni.

Inviai le istruzioni su whatsapp alla tipa, una vegana del nord. Lei era a piedi, bastava che seguisse i suggerimenti, vai avanti fino a lì, gira a destra di là. Cose semplici.

La prima indicazione la toppò subito, passando oltre l’edificio indicato. Mi arrivò una foto sul telefono, indicava dove era. No no, risposi, devi girare prima, a sinistra, dove sono gli alberi.

Indossai le mie scarpe da montagna e le andai incontro. Così, pensai, intanto faccio due passi. 

Passata la prima curva, dopo aver fatto la salita da cui si vede tutta la strada, non c’era nessuno. 

Ma come era possibile? 

La chiamai.

  • Sto arrivando, – disse – ero andata a sinistra dopo l’albero. 

Ah, ecco. Quindi era finita in mezzo ai campi. 

Sarà stata attratta da qualche capriolo. Chissà.

Tornammo indietro ognuna sui suoi passi e ci incrociammo alle pozzanghere. C’è un punto, lì, dove qualche anno prima risultò esserci stato l’epicentro di una scossa di terremoto. Lì il terreno avalla qualunque cosa ci venga buttata, sassi, ghiaia, detriti, e rimangono sempre delle buche. In quei giorni pioveva spesso e si erano formate le due solite lunghe pozze d’acqua.

Lei, notai, indossava degli stivaletti di cuoio marrone con le stringhe, alla francese. 

Mi guardò e disse: 

  • Ma dove vai con quelle scarpe? Stai attenta che rischi di scivolare…
  • Veramente sono delle Salomon da montagna, dissi. Guarda che grip… e alzai il piede destro per mostrarle la suola.

Sembrò poco convinta, ma lanciò uno sguardo compiaciuto sui suoi stivaletti da città, come se fossero l’unica scelta possibile per un viottolo infangato in aperta campagna.

Quando arrivammo a casa, sulla soglia, disse che si sarebbe tolta gli stivaletti.

  • Non vorrei sporcare. 
  • Ci mancherebbe…, dissi, poi ci metti tre ore per riallacciarti le stringhe.

Accettò la mia proposta di due sacchetti di plastica da legare ai piedi, come un poliziotto della scientifica sulla scena del crimine.

  • Questa casa è bellissima, disse.

Salimmo da mamma, lei sempre con i sacchetti ai piedi, io scalza. 

Le dissi: ora puoi toglierli.

E lei, no no, preferisco non sporcare. Non ti preoccupare, sono abituata.

A mamma disse che la casetta dove sarebbe stata per qualche settimana, era il suo posto ideale. 

  • Ci starei tutta la vita, la comprerei.

Lei disse qualcosa su bere un caffè, vidi mamma girarsi dall’altra parte con aria indifferente. 

Andiamo giù, che te lo faccio io, dissi, cogliendo il messaggio.

Mamma poi mi ringrazierà per non averle tenuto l’ospite d’intorno.

Dopo aver bevuto il caffè, disse: ora vado. 

  • Bene, così puoi toglierti quei cosi dai piedi…

Nei prossimi giorni avremmo definito il suo ingresso nella casetta, intanto doveva chiarire la situazione con l’agenzia.

  • Ho tanta paura che non mi restituiscano la caparra, disse, mentre eravamo sul vialetto.
  • Però sono molto felice di averti conosciuta e di venire a stare qui. Sono sicura che ci starò benissimo. 
  • Sai, continuò, le cose non succedono a caso e io ho sentito subito che questo posto mi stava aspettando.

Aprii il cancello con il telecomando per farla uscire e mi diressi verso casa. 

Arrivata alla porta, mi venne di tornare indietro di qualche passo, fino al tavolino in pietra sull’aia. 

Qualcosa aveva attirato la mia attenzione. Non capii subito cosa.

Poi cercai di non dare troppa importanza al campanellino che cominciava a suonare nella mia testa.

Dove c’era la piccola conchiglia fossile, quella che la tipa voleva sapere se fosse stata vera, ora c’era un mucchietto di detriti calcarei. 

Come se qualcuno l’avesse sbriciolata tra le dita.

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Il parco dei bambini perduti

Qua vicino c’è un piccolo parco giochi per bambini. Ci passo davanti quando vado a camminare. Da anni scatto delle foto, ogni volta che ci passo. Ma finora mai, a qualsiasi ora, giorno, stagione, ci ho visto un bambino.

Il parchetto è perfetto. Ci sono scivolini, altalene, casette delle bambole. Ogni anno c’è qualcosa in più. Il totem degli indiani, un tepee, il tirassegno. 

Deserto.

A pochi metri, diviso dalla strada del passeggio, su un altro piccolo pezzo di terra, c’è l’area sportiva. Una piccola piscina, un campetto da basket, una rete da volley, un ombrellone.

Deserta, anche quella.

Queste immagini, con il potenziale di vitalità e l’effettiva situazione, creano uno stridìo, che da anni mi porto dentro. 

Cerco di immaginare la storia che potrebbe esserci dietro. Un figlio mancato, un figlio perduto. Una tragedia che si trasforma in ossessione.

Una tragedia privata, da lasciare dov’è, senza coltivare la pretesa di conoscerla e interpretarla.

Però, non c’è niente da fare, il richiamo di quel parchetto resta irresistibile.

Da anni penso a come scrivere delle storie ambientate lì.

Qualcosa di horror, qualcosa che parla di bambini morti, scomparsi, di ossessioni, paura e mistero.  

Una cosa difficile per me, che non leggo storie horror.

Qualcosa però l’ho pensato. 

Ho pensato che quel parchetto, deserto di giorno, si vada popolando di notte, quando la terra rilascia il calore accumulato nelle ore calde e il vapore acqueo sale nell’aria, formando una nebbiolina rada.

Un’atmosfera spettrale dove a poco a poco ogni gioco viene occupato da un bambino. O da una bambina. 

Allora, anche se è notte, quel parchetto diventa un parco giochi come tutti gli altri. Spettralità e nebbia permettendo.

Tra un bambino che si dondola, uno che scivola, l’altro che gioca agli indiani o si arrampica su un tronco, dove nascono amicizie e avversioni.

Nella storia che immagino però quei bambini non sono veramente lì. Sono spiriti. Gli spiriti dei bambini ricoverati in ospedale, con i loro piccoli corpi fiaccati da malattie gravi, costretti a letto, immobili, spesso a occhi chiusi, impossibilitati a correre, ridere e gridare.

Quei bambini, quando le luci dell’ospedale si spengono, quando rimane solo quell’orrida luce bluastra a velare il bianco delle stanze con il sottofondo del rumore cadenzato delle macchine, si svegliano e si alzano per andare a giocare al parco.

Poi al mattino sono di nuovo lì, nel letto. E i dottori, le infermiere, le mamme e i babbi non immaginano minimamente quello che accade con il buio.

Per scrivere questa storia, per crearla, anzi, perché questa non è ancora una storia, ho chiesto aiuto a Stephen King.

Ho trovato un romanzo breve, La bambina che amava Tom Gordon. L’ho letto, ho studiato la scrittura, la trama per prendere ispirazione. E alla fine mi sono depressa un po’. 

Non mi ero resa conto che a Stephen King per dipingere un personaggio e renderlo interessante bastano due righe. Forse anche meno.

“Il mondo aveva i denti e in qualsiasi momento ti poteva morsicare”. Questo Trisha McFarland scoprì a nove anni. Alle dieci di una mattina di giugno era sul sedile posteriore della Dodge Caravan di sua madre con addosso la sua maglietta blu dei Red Sox (quella che ha 36 Gordon sulla schiena) a giocare con Mona, la sua bambola. Alle dieci e mezzo era persa nel bosco. Alle undici cercava di non essere terrorizzata, cercava di non pensare: ‘Questa è una cosa seria, questa è una cosa molto seria’. Cercava di non pensare che certe volte a perdersi nel bosco ci si poteva fare anche molto male. Certe volte si moriva”.

E comunque La bambina che amava Tom Gordon non è un racconto horror. Però…

Qualche tempo fa, ho scritto un raccontino per un concorso. Visto che era lì, ho ripreso la storia del bambino in coma in ospedale che col pensiero la notte usciva per andare al campetto giochi di cui gli aveva parlato una compagna di classe. Solo che il tema del concorso era la Vespa. E allora per farci entrare la Vespa, la storia del bambino che si alza di notte è diventata la cornice di un’altra storia, quella della zia che aveva un fidanzato morto in un incidente col trattore che nel capanno aveva una Vespa con tutta una lunga storia. La vicenda si svolgeva in uno stato rurale americano, Kansas, Wyoming, Nebraska, Dakota, tra distese di campi coltivati a grano e mais e la Vespa doveva essere arrivata fin lì per un motivo. Infatti il babbo del fidanzato della zia l’aveva ricevuta in regalo da un italiano che lui aveva salvato durante la Seconda Guerra Mondiale. 

Poi il bambino si risvegliava in ospedale, il dottore gli guardava gli occhi con la penna luce e la mamma urlava incredula.

Insomma, le battute a disposizione erano poche e di roba ce ne doveva stare fin troppa. 

Non è andata bene. 

Però questa storia del racconto horror non mi passa mica. Non so se dovrei leggere ancora qualcosa di Stephen King o di qualcun altro. 

Oppure. Se chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui dovesse avere anche qualche buona idea per sviluppare la trama, io l’ascolto.

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Il tizio col cappello di paillettes

Un bel po’ di tempo fa in tribunale a Belluno girava una coppia che attirava l’attenzione. Lui, un ragazzo piuttosto alto e di corporatura normale, indossava un cappello alla Stanlio e Ollio coperto di paillettes d’argento sopra un completo verde. La signora, una vecchina piccola e dall’aspetto fragile, pareva la Fatina dei Boschi, con ai piedi delle pantofole in lana cotta e il vestito dello stesso materiale. 

Probabilmente erano madre e figlio. 

Ogni tanto li vedevo uscire, o entrare, dal palazzo di giustizia. Avrei voluto fermarli e cercare di capire chi erano e per quale motivo fossero là, ma ero sempre o troppo lontana o impegnata.

Da giorni annunciavo in redazione l’intervista ai due, chissà che storia interessante avevano da raccontare. 

Ogni mattina, nella mia lista di cose da seguire, c’era anche un appunto su di loro, accanto ad altre notizie da approfondire o scoprire. 

Chiesi a qualche amico avvocato di avvisarmi per tempo quando si vedevano in giro. 

Un giorno qualcuno mi disse che erano appena entrati nel corridoio della Sezione Civile. 

Non c’era molto da fare in quel momento per cui partii di corsa, e li trovai.

Mi avvicinai e mi presentai. Loro non parvero affatto infastiditi dal mio interesse. Anzi.

Era da un po’, disse lui, che cercavano un contatto a cui esporre il Problema, ma ogni volta c’era qualcosa che si metteva in mezzo e non riuscivano a trovare la persona giusta.

Quale sarebbe questo Problema, chiesi.

Il tizio dal cappello di paillettes aprì una borsa di plastica della spesa e ne trasse una cartelletta piena di fogli. Appoggiò il quadernetto su una superficie e cominciò a sfogliarlo mentre mi spiegava.

Ci misi un secondo a pensare, “ahi, chi me l’ha fatto fare…”.

Il quaderno era pieno di foto. Foto di condomini di periferia, palazzoni o palazzine col giardinetto e il cancello, come se ne vedono un po’ dappertutto. Ma c’era qualcosa che non andava.    

Dai condomini spuntavano delle antenne. 

Mentre lui parlava, la vecchina ripeteva le ultime parole, come a dare una conferma. Aveva una vocina sottile sottile.

Lui parlava a ruota sciolta, indicando le foto delle antenne. La cosa era molto complessa. Loro infatti usavano quelle antenne per arrivare a Noi. 

Loro chi?

Eh… sorriso misterioso e occhi al cielo. Loro. 

C’erano le onde elettromagnetiche, la Loro arma contro di Noi. Noi umani? Forse.  

Molto bene. Non solo il mio articolo stava andando a farsi friggere, proprio come i nostri cervelli sotto le onde elettromagnetiche. Ma avanzava in me la consapevolezza che io questi li avevo rincorsi per settimane, solo perché uno indossava un cappello di paillettes e l’altra le pantofole di lana cotta. 

Il tizio non mi mollava più, aveva trovato un pubblico, e la vecchina continuava a balbettare qualche parola di fine frase. Io intanto cominciavo a sentirmi male.

Sentivo come se avessi dentro di me qualcosa di nero, denso, amaro. Sofferenza, tanta, scura, profonda. Altro che onde elettromagnetiche. 

Più stavo loro vicina e più mi avvolgevano nelle loro sabbie mobili. 

Dovevo uscirne il prima possibile.

Passò il presidente del tribunale, un tipo alto e scherzoso, che veniva dalla Toscana.

Paillettes fece uno scarto e lo avvicinò, chiedendogli di ascoltarlo.

Il presidente gli spiegò che non poteva farlo, non per mancanza di volontà, ma per il suo ruolo. Avrebbe dovuto rivolgersi alla procura. Lui doveva mantenersi obiettivo e distaccato di fronte a ogni caso, senza conoscerlo prima. 

Lo invidiai. 

Ma colsi la palla al balzo. 

Loro sembravano spaesati. Anche quel tentativo andava a vuoto. 

Dissi che dovevo scappare, grazie, grazie davvero, è stato molto interessante.

Scriverà qualcosa?

Devo sentire la redazione, dissi, girando a sinistra per prendere il corridoio verso le aule giudiziarie.

Qualsiasi processo, i soliti maltrattamenti in famiglia, lo spaccio di droga, una lite tra vicini per i confini, era meglio di quell’abisso su cui mi ero appena affacciata.

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