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Uno spauracchio a Pantelleria

Appena scesa a Pantelleria andai a ritirare la macchina a noleggio. Era una pandina bianca vecchio modello. La spesa era esigua e comprendeva anche una Vespa a cui dovetti rinunciare a malincuore. Il titolare mi disse che sarei potuta andare a prenderla quando volevo, per quella settimana era mia. Ma non lo feci.

Mi diressi verso Scauri. A un bivio mi aspettava il ragazzo dell’agenzia che mi accompagnò a casa. Salimmo una scaletta esterna di mattoni e cemento. 

  • Qui abito io, disse indicando una porta nascosta da una tenda scacciamosche in cordino.

In fondo c’era l’appartamento in cui avrei passato la settimana. Un salotto con le finestre sul mare colore del topazio e le tende che volavano con il vento, una piccola cucina, una camera da letto e un bagnetto con la doccia minuscola.

  • Oggi vieni a pranzo da noi, mamma ha fatto la caponata.

La vacanza iniziò con un’aria di famiglia e l’accoglienza siciliana, calorosa e avvolgente, ma mai opprimente. Nei giorni successivi, ogni volta che rientravo a casa, trovavo un vassoio coperto da un panno su un tavolinetto fuori dalla mia porta. Una volta c’erano dei dolci fritti, un’altra dei cannoli, o della pasta al forno, piatti di carne, pesce o verdura. Tutto buonissimo. 

La prima sera andai a mangiare una pizza al porto. Faceva ancora molto caldo, anche se era la fine di ottobre. Di turisti ce n’erano pochissimi e la maggior parte dei locali aveva già chiuso, ma quelli che rimanevano aperti erano sufficienti. 

Quando andai a comprare le sigarette feci amicizia con il tabaccaio. Una sera mi invitò a mangiare il vero pesce spada alla pantesca in un ristorante sul porto. 

Fuori dal locale c’erano degli anziani seduti sulle sedie, qualcuno con un bastone in mano. Lui salutò tutti e loro risposero con il sorriso furbo e gli occhi stretti di chi sa. 

Al tempo fumavo abbastanza per cui le mie visite dal tabaccaio erano piuttosto frequenti.  

Diventammo amici e lui si offrì di farmi da guida in una Pantelleria quasi deserta. Mi sentii molto fortunata. Di giorno giravo l’isola da sola sulla Pandina, andavo al lago Specchio di Venere, un cratere argilloso dove non si riesce a stare in piedi, e infatti appena ci entrai dentro battei una musata in avanti. Per fortuna sull’acqua. Un po’ seguivo i consigli del tabaccaio, un po’ giravo a caso, tanto ovunque andassi c’era qualcosa da scoprire. Solo una volta non ebbi il coraggio di raggiungere una spiaggia per la quale dovevo attraversare una lunga steppa rocciosa e deserta. 

Un giorno il tabaccaio mi portò a delle vecchie terme romane insieme a degli amici, dei signori di Roma habitué dell’isola. Erano delle vasche scavate nella pietra dentro una grotta, in cui stillava acqua con una qualche proprietà. Lì, sempre su indicazione del tabaccaio, raccolsi delle pietre pomice che si trovavano per terra un po’ ovunque. 

Fra i turisti romani c’era un anziano giornalista, che scoprii essere lo zio di un collega che veniva spesso agli eventi che organizzavamo nelle Crete con gli amici giornalisti di Siena. Con lui un giorno salimmo su una sorta di montagna in cima alla quale c’era una sauna naturale in mezzo alle rocce. Dall’alto vedevamo distese di vigneti a perdita d’occhio fino al mare, con le caratteristiche piantine basse. Di notte invece brillavano le luci della vendemmia nella tenuta Donnafugata. 

Il babbo del tabaccaio aveva certi affari in Tunisia, molto più vicina a Pantelleria rispetto alla Sicilia e spesso era via. Quando tornò  ci invitarono a cena nella casa sopra il tabacchino, me e l’anziano giornalista, a mangiare il cus cus come lo facevano loro, con il pesce. 

Se il figlio era un po’ rotondo e aveva l’aria placida, il padre era magrissimo e nervoso, aveva il fisico nodoso e gli occhi da falco. Mi trattava come se fossi roba sua.

La casa era un po’ scalcinata e denunciava la mancanza di un tocco femminile. 

Sembrava di essere dentro allo Straniero di Camus, con il caldo, l’Africa del Nord e un’umanità indifferente e vogliosa allo stesso tempo. 

Non tornai più a casa del tabaccaio e fui contenta di non rivedere il babbo in giro.

Con l’anziano giornalista invece, quando rientravamo al porto dai nostri giri diurni tra spiagge, mare e saune naturali, avevamo preso l’abitudine di fermarci in un bar pasticceria che faceva delle cassate da sogno.

La prima sera, quando cenai da sola al porto, avevo notato lungo la via un tipo curioso. Era alto, magro, con dei folti ricci neri, l’aria spiritata e vestito tutto di nero come un pipistrello.

Dopo un po’ me lo ritrovai al tavolo che mi parlava di cose che non mi interessavano e non se ne andava più. Tra un mezzo delirio e l’altro, mi raccontò che lavorava in ospedale ed era tecnico radiologo.

Alla fine riuscii a mollarlo.

Chiesi un po’ in giro e venni a sapere che era un tizio con dei problemi di vario tipo, tra cui alcune denunce da parte di pazienti con le quali aveva allungato le mani. Qualcuno mi disse che era stato sospeso dal lavoro, nonostante lui andasse in giro a raccontare che faceva questo e quello.

Nella mia settimana pantesca fui impegnata così anche a svicolare dagli agguati del tipo, che non mancava di seguirmi e farsi trovare magicamente nei posti in cui andavo.  

Un vero incubo. 

Una sera, mentre tornavo alla casetta di Scauri sulla Pandina bianca, me lo trovai in mezzo di strada dopo una curva, lui steso a terra e la sua motoretta poco più in là. Appena mi vide cominciò a farmi gesti e ad allungare le braccia come a chiedere aiuto. Feci una manovra repentina, lo scansai e proseguii per la mia strada, urlando nooo nooo.

Arrivai a casa, fermai la macchina in cortile e corsi su per le scale. Mi chiusi la porta alle spalle e finalmente mi sentii al sicuro. Per fortuna presto sarei partita e avrei lasciato lo spauracchio nero agli abitanti dell’isola. Che non è che si possa avere sempre e solo cose belle.

(2 – fine)

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Vacanza a Pantelleria

Il 17 ottobre 2001 sarei dovuta partire per Pantelleria con la mia amica L. e la sua bambina piccolina. Avevamo trovato un bellissimo dammuso nel centro dell’isola, arredato con stoffe etniche, dall’aspetto caldo e accogliente. Avremmo preso una macchina a noleggio e chi ci avrebbe fermato più. Lago di Venere, arco dell’Elefante, spiaggette e cale. Non ci saremmo perse niente. E poi c’erano da assaggiare i capperi, il Passito, il pescespada. Non stavo più nella pelle. Tra l’altro quell’anno, il 2001, avevo lavorato sei mesi di fila a Treviso, da aprile a settembre, mentre gennaio e febbraio li avevo trascorsi nella redazione di Belluno, resistendo per non restarci un mese in più come mi avevano chiesto, per poter tornare a casa, preparare le mie cose e organizzarmi per trovare un alloggio per quando mi sarei trasferita a Treviso. 

Un viaggetto ci voleva proprio.

Era stato un anno importante, già iniziato con una vacanza in Sicilia, turbata dalla telefonata del capo di Belluno che mi chiedeva di partire immediatamente per fare una sostituzione da loro. Ero arrivata da appena due giorni, me ne stavo tranquilla a contemplare la facciata del duomo di Noto semidistrutta dal terremoto e già mi rovinavano tutto il resto della settimana.

Mentre ero a Belluno, il 21 febbraio, ci fu la strage di Novi Ligure, con Erika e il fidanzatino Omar. I sei mesi a Treviso invece furono scanditi dal G8 di Genova, con la morte di Carlo Giuliani, la scomparsa quasi contemporanea di Indro Montanelli, l’invio di un libro esplosivo ai Benetton in segno di protesta per la vicenda delle terre degli indiani Mapuche, in Argentina. Poi ci fu l’11 settembre.

Dopodiché successe di tutto. L’8 ottobre il disastro aereo di Linate. Il 4 ottobre un missile ucraino abbatté un Tupolev della Siberia Airlines. Ci sarebbe poi stato il volo Crossair precipitato vicino a Zurigo il 24 novembre e l’American Airlines del 12 novembre che, partito dal Jfk di New York, si schiantò nel Queens. 

Insomma, pareva proprio che nel 2001 fosse meglio non volare. Infatti la mia amica insistette perché prendessimo un solo aereo da Roma a Pantelleria, evitando di volare fin da Firenze.

Qualche giorno prima di partire, lei però rinunciò alla vacanza, terrorizzata dai continui disastri aerei.

Io invece sarei andata lo stesso, anche da sola.

L’agenzia siciliana a quel punto mi sconsigliò il dammuso, dove sarei stata troppo isolata, e mi assegnò un appartamento vicino a quello dove abitava uno di loro. 

Il viaggio fu complesso. Non tanto da Santa Maria Novella alla stazione Termini, quanto, una volta scesa a Roma, per trovare il binario nove e tre quarti che mi avrebbe portato a Fiumicino, trascinandomi dietro il valigione della mia vacanza. E non era finita lì. C’era da fare una specie di traversata oceanica su chilometri e chilometri di nastri rotanti dalla fermata del treno fino al gate per Pantelleria.

Sempre con valigia al seguito. 

Dopo il check in, ricordo invece gli sguardi in cagnesco tra i passeggeri in attesa, tesi probabilmente a scoprire un terrorista in ciascuno di noi. Di sicuro invece eravamo tutti alquanto terrorizzati, visto che la navetta non arrivava e l’aereo sembrava non dovesse partire mai. Soprattutto ci intimoriva l’atteggiamento preoccupato del personale di terra, che correva da un punto all’altro con sguardo basso e senza offrire spiegazioni. Che ci fosse un qualche guasto tecnico in corso? O qualcuno avesse dimenticato di fare rifornimento? O magari ci fossero già i segnali di un possibile dirottamento o di una bomba a bordo? Intanto a noi passeggeri erano vietati forbicine, limette e qualsiasi oggetto atto ad offendere. Come flaconi di shampoo, bagnoschiuma e profumi, che avrebbero potuto celare liquidi esplosivi. Per me fu l’occasione per smaltire un po’ di campioncini di profumeria varia in bustine sigillate. 

Finalmente giunse il momento di partire. Durante il volo non fu possibile rilassarsi, per gli stessi motivi che sembravano turbarci tutti fin dalla sala d’attesa. Ma la traversata fu tranquilla, anche se dovevamo sorvolare Ustica, come aveva detto la mia amica nel terrore dei giorni precedenti. Forse facemmo anche un cambio a Trapani, ma non ne sono troppo sicura. 

Invece sono certa che la discesa velocissima e l’inchiodata dell’aereo su una delle piste più corte del mondo non mi fece né caldo né freddo. Recuperai la valigia e uscii nel caldo ottobrino di Pantelleria, apprezzando di aver rimesso di nuovo i piedi a terra. 

(1 – continua)

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A pesca con babbo

Ai tempi in cui andavamo al mare in campeggio a un certo punto a zio venne l’idea di pescare con le reti. Avevamo già la barca. Furono comprate le reti. 

D’estate funzionava così: a luglio partivamo noi con la roulotte, prendevamo posto e montavamo la veranda. In un altro momento babbo o zio portavano la barca che poi stava in una piccola rimessa sulla spiaggia.

Ad agosto ci davamo il cambio con la famiglia di zio, che sarebbe tornata a casa con la roulotte alla fine delle vacanze.

Con la barca io già mi divertivo a fare sci nautico. Ero diventata bravissima, sia in linea che nello slalom e non cadevo mai, nonostante gli scherzetti di babbo che frenava il motoscafo apposta, perché ero terrorizzata dalle meduse. 

Un giorno nel mare davanti a Cala Violina c’era babbo che insegnava lo sci ai figli dei nostri amici. Io li guardavo, seduta sul motoscafo, incredula per il fatto che nessuno di loro riuscisse ad uscire dall’acqua alzandosi in piedi. 

A un certo punto mi spazientii e dissi, babbo, ora provo io. 

Mi fece provare, sicuro che non ce l’avrei mai fatta. Invece partii subito. Da allora babbo fece sciare solo me che tanto con gli altri era inutile.

Quando era il tempo giusto per buttare le reti, babbo usciva la sera al tramonto da solo. 

La mattina dopo invece ci alzavamo in piena notte, io e lui, e alle quattro eravamo già in barca. Io mi preparavo dei panini al latte con la Nutella per fare colazione in mare. Babbo pane e affettato. 

La sabbia a quell’ora era fresca e tutta liscia. La barca era pronta, sul bagnasciuga, bastava dare solo una piccola spinta. Quando arrivavamo nel punto giusto, babbo spengeva il motore e buttava l’ancora.

Il mare era piatto e trasparente. Si sentiva solo qualche urlo di gabbiano e lo sciabordio leggero delle onde contro la barca.

Se c’erano dei pesci si vedeva già prima ancora di tirar su le reti, perché facevano dei riflessi d’argento. 

Avevamo un metodo. Babbo tirava le reti e io le passavo, stando attenta che non si attorcigliassero. Man mano che recuperavamo i pesci la rete finiva sul pavimento della barca, sempre ben ripiegata. 

Per lo più prendevamo dei pescetti di poco conto, adatti per la frittura. Ma ogni tanto capitava anche qualche triglia, con le branchie lunghe e le scaglie rosse.

Il terrore dei pescatori erano i cetrioli di mare, una specie di cilindro rigido, con qualche spina qua e là, che rimaneva impigliato nelle maglie e rischiava di romperle. 

I cetrioli, quando c’erano, erano affar mio.

Babbo smetteva di tirare, mi passava il coltellino e io mi mettevo li, paziente, a districare quel coso, facendo attenzione a non rovinare la rete. Poi, una volta liberato, lo ributtavamo in acqua, con schifo e fastidio, il più lontano possibile dalle reti. 

Qualcuno sosteneva che i cetrioli di mare, chiamati anche cazzi di mare (ma di nascosto da noi bambini), erano buonissimi. Ma se li aprivi, sotto la scorza dura e spinosa rivelavano una sostanza fluida e appiccicosa.

Meglio buttarli. 

Quando avevamo la nostra rete tutta bella ripiegata e il secchio pieno di pesci, potevamo finalmente fare colazione. 

Per me non c’era niente di più buono dei miei panini al latte con la Nutella, che ancora oggi me li sogno la notte. 

Intanto il sole era già alto e si era fatta l’ora di tornare. 

Scendevamo in spiaggia con il nostro bottino e passavamo orgogliosi tra i bagnanti, che si sporgevano curiosi di vedere che cosa avessimo preso. 

A me restavano solo due cose da fare. Recuperare un po’ di sonno e andare ai lavandini a pulire il pesce. Mamma poi l’avrebbe cucinato. Se quel giorno c’erano le triglie babbo avrebbe fatto la maionese per accompagnarle dopo averle lessate. 

P

Ai tempi in cui andavamo al mare in campeggio a un certo punto a zio venne l’idea di pescare con le reti. Avevamo già la barca. Furono comprate le reti. 

D’estate funzionava così: a luglio partivamo noi con la roulotte, prendevamo posto e montavamo la veranda. In un altro momento babbo o zio portavano la barca che poi stava in una piccola rimessa sulla spiaggia.

Ad agosto ci davamo il cambio con la famiglia di zio, che sarebbe tornata a casa con la roulotte alla fine delle vacanze.

Con la barca io già mi divertivo a fare sci nautico. Ero diventata bravissima, sia in linea che nello slalom e non cadevo mai, nonostante gli scherzetti di babbo che frenava il motoscafo apposta, perché ero terrorizzata dalle meduse. 

Un giorno nel mare davanti a Cala Violina c’era babbo che insegnava lo sci ai figli dei nostri amici. Io li guardavo, seduta sul motoscafo, incredula per il fatto che nessuno di loro riuscisse ad uscire dall’acqua alzandosi in piedi. 

A un certo punto mi spazientii e dissi, babbo, ora provo io. 

Mi fece provare, sicuro che non ce l’avrei mai fatta. Invece partii subito. Da allora babbo fece sciare solo me che tanto con gli altri era inutile.

Quando era il tempo giusto per buttare le reti, babbo usciva la sera al tramonto da solo. 

La mattina dopo invece ci alzavamo in piena notte, io e lui, e alle quattro eravamo già in barca. Io mi preparavo dei panini al latte con la Nutella per fare colazione in mare. Babbo pane e affettato. 

La sabbia a quell’ora era fresca e tutta liscia. La barca era pronta, sul bagnasciuga, bastava dare solo una piccola spinta. Quando arrivavamo nel punto giusto, babbo spengeva il motore e buttava l’ancora.

Il mare era piatto e trasparente. Si sentiva solo qualche urlo di gabbiano e lo sciabordio leggero delle onde contro la barca.

Se c’erano dei pesci si vedeva già prima ancora di tirar su le reti, perché facevano dei riflessi d’argento. 

Avevamo un metodo. Babbo tirava le reti e io le passavo, stando attenta che non si attorcigliassero. Man mano che recuperavamo i pesci la rete finiva sul pavimento della barca, sempre ben ripiegata. 

Per lo più prendevamo dei pescetti di poco conto, adatti per la frittura. Ma ogni tanto capitava anche qualche triglia, con le branchie lunghe e le scaglie rosse.

Il terrore dei pescatori erano i cetrioli di mare, una specie di cilindro rigido, con qualche spina qua e là, che rimaneva impigliato nelle maglie e rischiava di romperle. 

I cetrioli, quando c’erano, erano affar mio.

Babbo smetteva di tirare, mi passava il coltellino e io mi mettevo li, paziente, a districare quel coso, facendo attenzione a non rovinare la rete. Poi, una volta liberato, lo ributtavamo in acqua, con schifo e fastidio, il più lontano possibile dalle reti. 

Qualcuno sosteneva che i cetrioli di mare, chiamati anche cazzi di mare (ma di nascosto da noi bambini), erano buonissimi. Ma se li aprivi, sotto la scorza dura e spinosa rivelavano una sostanza fluida e appiccicosa.

Meglio buttarli. 

Quando avevamo la nostra rete tutta bella ripiegata e il secchio pieno di pesci, potevamo finalmente fare colazione. 

Per me non c’era niente di più buono dei miei panini al latte con la Nutella, che ancora oggi me li sogno la notte. 

Intanto il sole era già alto e si era fatta l’ora di tornare. 

Scendevamo in spiaggia con il nostro bottino e passavamo orgogliosi tra i bagnanti, che si sporgevano curiosi di vedere che cosa avessimo preso. 

A me restavano solo due cose da fare. Recuperare un po’ di sonno e andare ai lavandini a pulire il pesce. Mamma poi l’avrebbe cucinato. Se quel giorno c’erano le triglie babbo avrebbe fatto la maionese per accompagnarle dopo averle lessate. 

Per me invece l’avventura del pesce finiva li. Non riuscivo proprio a mangiarlo, anzi non potevo nemmeno sentirne l’odore. 

Avrei osato assaggiarlo solo a ventidue anni, in una cena tra amici con pesce di tutti i tipi e da allora lo avrei apprezzato. 

Nonostante questo, le mie estati da piccola pescatrice con i momenti trascorsi con babbo, rimangono tra i ricordi più belli.

er me invece l’avventura del pesce finiva li. Non riuscivo proprio a mangiarlo, anzi non potevo nemmeno sentirne l’odore. 

Avrei osato assaggiarlo solo a ventidue anni, in una cena tra amici con pesce di tutti i tipi e da allora lo avrei apprezzato. 

Nonostante questo, le mie estati da piccola pescatrice con i momenti trascorsi con babbo, rimangono tra i ricordi più belli.

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La Spiaggia del Cinghiale

Una notte di qualche anno fa con un’amica decidemmo di dormire al mare, in spiaggia, con il sacco a pelo. Era una notte di luna piena e volevamo fare il bagno nell’ora magica.

Scegliemmo la Spiaggia del Cinghiale, una caletta di Punta Ala abbastanza difficile da raggiungere, frequentata per lo più dai residenti delle ville di quella zona.

Non so come si chiami in realtà, ma l’ho battezzata Spiaggia del Cinghiale dopo che la mia amica mi aveva raccontato che i cinghiali le avevano saccheggiato le provviste, tanti anni prima, mentre dormiva all’aperto con l’allora fidanzato. 

Abitavo ancora nella provincia montana, nella casa in pieno centro sotto le campane del Duomo, e trascorrevo tutto il giorno, dalla mattina alla sera tardi, tra il tribunale e la redazione.

Nonostante le lunghe camminate sul Nevegal e le escursioni in montagna, per le lunghe giornate al chiuso, avevo perso dimestichezza con il mondo naturale, e avrei tanto voluto ritrovarla. 

Così proposi alla mia amica, una che non si ferma davanti a niente, di passare la notte sotto le stelle.

Posteggiammo la macchina nell’apposito spiazzo ricavato nella pineta e, armate dei nostri bagagli, ci piazzammo su un tratto abbastanza vicino al mare. 

La Spiaggia del Cinghiale era piuttosto stretta, a malapena in alcuni punti ci potevano stare due file di bagnanti. Alle spalle, guardando il mare, rimaneva una parete di terra piuttosto bassa sorretta dalla vegetazione della macchia mediterranea. Verso la parte da cui si accedeva alla spiaggia, un litorale sassoso e pieno di scogli, si apriva un praticello delimitato da una siepe, nel quale diverse persone stendevano i loro teli o posizionavano le sdraio. Dietro alla siepe un viottolo separava la spiaggetta dalle ville.

Oggi purtroppo quella caletta appare del tutto snaturata, dopo che è stato scavato un nuovo tratto di spiaggia, stabilizzato da alcune lingue di terra che si tuffano in mare. 

Avevamo tutto il necessario per essere autonome fino al giorno dopo, dalla cena alla colazione e tutto il resto. 

La sera fu bellissimo addormentarsi guardando il cielo pieno di stelle. Dopo mezzanotte facemmo il bagno al chiaro di luna. Poi ci addormentammo di nuovo.

A un tratto sentii un rumore inconfondibile e lanciai un urlo che svegliò la mia amica.

  • Un cinghiale, ho sentito un cinghiale.
  • Ma che dici? Te lo sarai sognato, qui non c’è nessun cinghiale.

Io però avevo sentito grugnire, ne ero sicura. E anche abbastanza vicino.

La mia amica, convinta che mi fossi immaginata tutto, dormì tranquilla per il resto della notte.

Io no.

La mattina dopo, non appena fu giorno, ci alzammo e chiudemmo i sacchi a pelo prima che arrivasse qualcuno. 

La mia amica fece un giretto nei dintorni.

  • Avevi ragione te. Qui ci sono delle impronte fresche di cinghiale. 
  • Accidenti…
  • Però era uno piccino.  
  • Ah, meno male.

In ogni caso non ho ancora deciso se era meglio la versione del sogno o quella della realtà.  

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Cercando Charlie

A metà gennaio del 2015 tornai a Parigi per la seconda volta in due anni. Ma la seconda non fu solo un viaggio di piacere. Qualche giorno prima c’era stato l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo e l’emozione era molto forte. Poi, potendo decidere di fare un breve viaggio, visto che una fortunata coincidenza mi regalava tre giorni liberi tutti di fila, c’era il fatto della sicurezza. Andare a Parigi nei giorni di Charlie e del Bataclan significava andare in una città sicura e superblindata dove quasi sicuramente nessuno avrebbe ripetuto un atto terroristico a breve.

E poi c’era da comprare Charlie Hebdo, il giornale che in quel momento tutto il mondo (o quasi) voleva avere. 

La volta precedente mi era mancato di visitare il cimitero di Père Lachaise. Ce l’ho tra gli obiettivi ma alla fine il tempo si rivelerà troppo poco per andare fin là. Poi ci si mettono pure le previsioni, che danno continuamente pioggia anche se alla fine non è mai caduta nemmeno una goccia.

Insomma, visita rinviata anche per stavolta.

Inoltre appare subito chiaro che trovare Charlie non è facile nonostante sia passata più di una settimana dall’attentato e le copie vengano distribuite alle edicole ogni giorno.

Ma si sapeva anche questo.

Sabato, al nostro arrivo, erano già tutte esaurite

Non si trovava né Charlie né le Canard enchainé, l’altro settimanale satirico parigino.

Per far prima qualche edicolante aveva esposto anche un cartello.

“Plus de Charlie ni de Canard”.

Io però insisto.

  • Ma domani lo distribuiscono ancora?

E l’edicolante, col gesto largo della mano:

  • Demain, et lundi, mardi et mercredi… tous les jours.

Ogni volta che vediamo un’edicola lo chiediamo.

Charlie non c’è, ma il sorriso dell’edicolante, tra il complice e il gratificato, ti fa sentire come se avessi azzeccato la parola d’ordine per entrare nel loro mondo ferito.

In quei giorni, chiedere Charlie in edicola, soprattutto se non sei francese, era come dire: siamo con voi. 

Era come tirare un filo invisibile che ci univa tutti quanti e ci faceva sentire tutti ugualmente feriti e colpiti.

Di più. Era come dire: io non ho dubbi, scelgo la libertà. Di stampa, di espressione, di essere ciò che siamo. Di tutto.

Come le folle del Jesuischarlie nelle piazze. Che chissà che pensavano, allora.

Arriva domenica, secondo e ultimo giorno a Parigi. 

Ci riprovo

Metto la sveglia alle 7.30 contando di essere all’edicola di Place d’Italie, la più vicina all’albergo, per le 8, pronta a fare la fila insieme ai parigini.

Ma alle 6 sono già sveglia e alle 6.30, nel buio pesto, esco in strada

Parigi è completamente deserta.

Vicino all’edicola, che è chiusa anche se illuminata, solo qualche tassista mezzo addormentato.

Aspetto in piedi stringendomi nel piumino.

Dopo qualche minuto non sono più sola.

C’è un tizio sulla quarantina, indossa un basco alla francese. Basta un gesto appena accennato per riconoscersi. 

Viene da Bordeaux, dice, e ha già girato un bel po’ di edicole in cerca di Charlie.

Visto che la nostra non accenna ad aprire, partiamo con lui che mi guida in un tour improvvisato del XIII arrondissement.

Non siamo fortunati.

Tutte le edicole nell’arco di un chilometro, in tutte le direzioni della Rosa dei Venti sono chiuse.

Ci chiediamo a che ora apriranno e se apriranno.

Devono aprire, dice il francese, altrimenti, dove si comprano i quotidiani?

Nemmeno i ragazzi della nettezza urbana ci sanno indicare un orario preciso.

In genere aprono presto, dicono, a quest’ora dovrebbero già essere aperte.

Sono le sette e non c’è niente da fare.

Anche i bar della zona tardano a tirar su le saracinesche.

Le vie intanto pian piano si animano al passaggio di qualche lavoratore mattiniero.

Il cielo è sempre nero, fa un po’ freddo. Stai a vedere che le previsioni ci hanno azzeccato.

Il francese mi mostra il meteo sul suo cellulare: un grado.

Camminiamo di edicola in edicola, da un boulevard all’altro fino alle 8. Così ci riscaldiamo un po’.

In Place d’Italie il chiosco è sempre chiuso.

Direi che può bastare, per stamani.

Il cielo si è schiarito, quindi non pioverà. In compenso fa ancora più freddo.

Torno in albergo, mi faccio una doccia bollente e mi rimetto sotto le coperte.

Ma è già tempo di preparare i bagagli, far colazione e uscire di nuovo.

Sul boulevard Gobelins anziché girare a sinistra per Place d’Italie decido per una deviazione a destra, verso una delle edicole che poco prima erano chiuse, così, per avere una chance in più.

È aperta, c’è una piccola fila di persone, ma solo uno degli uomini che mi precede compra Charlie. 

Quando è il mio turno ne chiedo venti copie.

  • Ce ne sono dieci, dice l’edicolante.
  • Va bene lo stesso, merci.

Chiedo a che ore aprano la domenica.

Alle otto, risponde.

Sono le 10.22, cammino su un boulevard di Parigi trascinando il mio trolley con una mano mentre nell’altra ho una busta piena di Charlie.

Avrei potuto dormire due ore in più, ma non stiamo troppo a sottilizzare.

Almeno un obiettivo è stato raggiunto.

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My first time in New York, alone

La prima volta che andai a New York ricevetti  un sacco di raccomandazioni. La più importante era, una volta scesa al Jfk, passato il controllo passaporti e ritirati i bagagli, di andare dritta al punto da cui partivano i taxi gialli. Mettermi pazientemente in fila e per nessun motivo, ripeto, nessun motivo, farmi abbindolare da uno dei tanti tassisti abusivi che avrebbero cercato di agganciarmi. 

Ti allettano con i prezzi bassi ma non puoi sapere se quando arrivi a destinazione ti chiedono più soldi. E a quel punto che fai? Non hai nemmeno un ente a cui fare reclamo. Paghi e basta. 

In quegli anni tra l’altro New York stava appena iniziando a perdere l’immagine di città in mano al crimine che l’aveva accompagnata per tutti gli Ottanta, grazie al sindaco Rudy Giuliani e alla sua tolleranza zero, per cui non c’era molto da scherzare. 

Prima di partire poi, avevo fatto un giro in libreria, la Canova di Treviso dove abitavo all’epoca, e avevo trovato un libro che mi aveva catturato subito, New York per donne sole, dove l’autrice diceva che si poteva girare tranquillamente per la città pur stando attente ad alcuni accorgimenti, tipo non farsi riconoscere come turiste dispiegando la mappa della città in mezzo alla strada, non mostrare rotoli di banconote ad ogni apertura di portafoglio e dare sempre l’idea di essere in attesa di qualcuno. Poi infilava un capitolo con gli indirizzi a cui rivolgersi in caso di stupro, spiegando le numerose probabilità che potesse succedere.

Rovinandomi tutte le notti prima del viaggio.

In ogni caso, l’ultima mezz’ora in aereo la passai esercitando il mio inglese mentre chiedevo a tutti i passeggeri se volessero condividere un taxi con me.

Quando arrivai al ritiro bagagli non avevo ancora trovato nessuno. 

Mi incamminai verso l’uscita con i miei valigioni sul carrello e tentai un’ultima volta con una ragazza alta e con i lunghi capelli biondi. 

Perché no, disse.

Si chiamava Helen ed era sudafricana. 

Prima ancora di uscire dalle porte scorrevoli un tizio si precipitò verso di noi, proponendoci un taxi per Manhattan a quaranta dollari. 

Helen disse, va bene, ignorando la lunga fila di passeggeri in attesa sulla destra, al terminale dei taxi gialli.

E fu così che la prima raccomandazione svanì come una bolla di sapone.

Salimmo su un’anonima macchina bianca guidata da un pakistano e partimmo alla volta della grande città.

Helen studiava moda, viveva nel fashion district e sarebbe scesa prima di me, lasciandomi da sola per l’ultimo tratto di strada. Era già passata la mezzanotte. 

La prima volta che vidi lo skyline mi sembrò di guardare un film alla TV.

Quando arrivammo downtown, intorno all’una, la ragazza che mi avrebbe ospitato in bed&breakfast mi stava aspettando. Il tassista fu gentile, si preoccupò di parlarci al citofono e portò le mie valige fino al portone e non mi chiese nessun dollaro in più di quanto pattuito. 

Anche la ragazza del b&b era stupita di non vedere un taxi giallo ma io non ero in grado di spiegarle alcunché. 

Lei invece iniziò a parlare e non smetteva mai. Salimmo a casa in ascensore, mi mostrò la mia camera, il bagno, il divano dove dormiva lei, in salotto.

Oh, dissi, avrei potuto dormire io qui, senza problemi.

No. Tu paghi, disse, tu dormi nel letto.

In cucina aprì il frigorifero gigante e mi mostrò quale fosse il mio ripiano. 

Mi disse che mi spettava la colazione ma per il resto avrei dovuto arrangiarmi. Tanto c’era un negozio di coreani a ogni angolo, aperto ventiquattro ore su ventiquattro, non avrei avuto problemi a fare la spesa in qualsiasi momento.

Poi aprì lo sportello del congelatore e tirò fuori un enorme pene di plastica trasparente ripieno di un liquido blu. Capii che voleva che lo vedessi prima di trovarlo da sola e pensare chissà che. Mi spiegò lei quello che avrei dovuto pensare ma non capii una sola parola. Tra l’altro avevo un sonno che non stavo in piedi e sinceramente non mi importava niente del suo enorme pene blu.

Feci una risata e le feci capire che andava bene così mentre lei si affannava nella sua spiegazione. 

Finalmente andai a letto, un bel lettone alto con due materassi e quattro cuscini dove si dormiva da dio. Nonostante tutto quella notte non chiusi occhio tra l’eccitazione di essere a New York e il jet lag. Per fortuna il giorno dopo era domenica, così avrei potuto riposarmi un po’. Stetti in quella casa quasi un mese, ma presa dalla città e da tutti i miei impegni con la scuola e gli amici, dimenticai del tutto il grande pene blu.

Man mano che il mio inglese progrediva avrei potuto azzardare anche un dialogo più impegnativo con la mia padrona di casa. 

In realtà andò proprio così. Ma il mistero del grande pene blu non fu chiarito mai più.

Foto di Ryan McGuire da Pixabay

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Se questo è un rimpianto

Nel 1987, l’ultima settimana di agosto, ero in vacanza all’isola d’Elba con mamma, Paola e una mia amica che ci aveva proposto di condividere l’appartamento che aveva preso in affitto a Porto Azzurro. Lei all’Elba c’era già stata qualche settimana prima ed era voluta tornare per ritrovare amici e amori. 

Lasciammo babbo a casa da solo e partimmo con l’Alfetta 2000 nera a gas con la marmitta scassata.

L’appartamento era grande e aveva anche uno spazio esterno, una veranda, dove apparecchiavamo per mangiare. 

Al tempo avrei voluto fare la cantante jazz, ma ero timida da far paura. In ogni caso ogni sera c’erano musicisti da qualche parte e la mia amica, quando non era con gli altri ragazzi amici suoi, mi accompagnava spingendomi a cantare. Qualche musicista lo conoscevamo. Tra i batteristi c’era Piero Borri, un amico di Firenze, ma ogni sera spuntava qualcuna molto più intraprendente che cantava al posto mio. 

Di giorno andavamo in spiaggia tutte insieme dalle parti di Capoliveri. La sera, io e la mia amica, macinavamo chilometri di locale in locale rombando con l’Alfetta per le strade dell’isola. 

Una mattina, non eravamo ancora andate al mare, sentimmo un rumore fortissimo provenire dall’esterno. Pareva quasi che un elicottero sorvolasse la nostra casa. 

In effetti era proprio così. Uscimmo in macchina con costumi e teli da spiaggia, chiedendoci che cosa potesse mai essere successo. Forse la scorta a un personaggio famoso. In vacanza non possono succedere cose brutte.

Però c’erano polizia e carabinieri dappertutto, e anche la guardia di finanza. 

Una pattuglia ci fermò. Che cos’era tutto quel rumore che veniva dalla marmitta?

Mamma cercò di distrarre il poliziotto che le voleva fare una multa.

  • Ci dica invece che cosa sta succedendo, con tutta questa confusione che c’è in giro…

Scoprimmo così che c’era stata una rivolta nel carcere, proprio lì a Porto Azzurro. Dei detenuti avevano preso degli ostaggi e minacciavano di ucciderli. 

La sera, babbo al telefono sembrava quasi contento del fatto che noi ci trovassimo nello stesso posto di cui parlavano tutti i telegiornali e ci chiese come stava Mario Tuti.

Nel dicembre dell’anno precedente, pochi mesi prima, avevo iniziato a collaborare con un giornale di Siena. Ero corrispondente da Colle Val d’Elsa e scrivevo i miei primi articoli armata di entusiasmo e buona volontà. Oltre che zero esperienza.

Intervistavo il sindaco, le persone in giro, raccoglievo le lamentele dei cittadini, seguivo la stagione teatrale. Insomma, ero una corrispondente di provincia, tra l’altro giovanissima, alle prime armi, divisa tra il giornale, una passione che fino ad allora avevo creduto impossibile da realizzare, e gli ultimi esami all’università.

Avrei potuto chiamare in redazione e dire, sono a Porto Azzurro, se vi interessa posso seguire io la rivolta per voi. Mi sarebbero bastati un taccuino e una penna per prendere appunti e un telefono per dettare i miei pezzi. 

Ma non lo feci. Non passava ora che non pensassi di farlo, ma poi mi dicevo, Simona sei in ferie, che te ne importa? Prenderanno i lanci Ansa. Sai che se ne fanno dei tuoi articoli?

In realtà morivo dalla paura. Sapevo che buttandomi su quella notizia avrei probabilmente fatto anche un salto professionale notevole, ma non potevo immaginare in quale direzione. Potevo anche schiantarmi a terra, vista l’inesperienza, l’ingenuità e tutto quanto. 

L’isola pullulava di forze dell’ordine e di giornalisti. Gli elicotteri continuavano a sorvolare il cielo e il mare era controllato dalle vedette della guardia costiera. 

Ho ancora negli occhi le immagini dei finestroni del carcere coperti da lenzuola con scritte cubitali e di due uomini legati alle sbarre come due cristi in croce. Ma non ricordo più se le ho viste di persona o, più probabilmente, sulle foto dei giornali. 

La nostra vacanza finì dopo qualche giorno ma la rivolta sarebbe proseguita ancora un po’. Quando tornai a casa me ne guardai bene dal rivelare al giornale che avevo vissuto gli ultimi giorni in vacanza sotto il carcere di Porto Azzurro.

Ogni tanto mi capita di ripensare a quella strana avventura da giornalista mancata. Anche mamma dice, ogni tanto, pensa che scoop avresti fatto.

Oggi so bene che uno scoop non cambia niente, né la carriera né tantomeno la vita. Altrimenti avrei avuto ben altre soddisfazioni dal mio amato lavoro.

Allora mi convinco che ho fatto proprio bene a continuare ad andare in spiaggia e a passare le sere nei localini jazz lasciando la rivolta a quelli più bravi di me. 

Però ogni tanto il pensiero riaffiora e quella domanda, dopo trentacinque anni, è ancora senza risposta. Ma so anche che non l’avrà mai più. 

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A ogni morte di papa

L’estate fra la seconda e la terza liceo fu quella della morte dei due papi. 

Girellavamo in motorino, con la mia amica Sandra, io sull’orribile Garelli rosso con il serbatoio sotto al sellino che babbo aveva avuto in regalo tramite il negozio, lei con un elegante Ciao Piaggio di colore blu. Girellavamo in un agosto assolato, nell’assolata via 25 Aprile, la strada che collegava la mia casa di Campolungo alla sua casa sopra Spugna, e ci inventavamo delle frasi con i modi di dire sui papi.  

Era la prima volta nella nostra vita che un papa moriva e già eravamo giunte a un traguardo. A ogni morte di papa. Non era questo che voleva dire quel luogo comune, sentito tante volte senza alcun riferimento concreto? Ecco, ora il riferimento c’era. E ancora.

Morto un papa se ne fa un altro. 

E infatti, dopo la morte di Paolo VI, avvenuta il 6 agosto 1978, venti giorni dopo fu eletto un nuovo papa. Albino Luciani, il 26 dello stesso mese, divenne Giovanni Paolo I. 

Noi continuammo a vivere la nostra torrida estate, fra giratine in motorino e interi pomeriggi passati in cucina a pasticciare. Fino a quando, poco più di un mese dopo, i telegiornali passarono un’altra incredibile notizia. 

Il 28 settembre, dopo trentatré giorni di Pontificato, era morto anche l’altro papa, quello dall’aspetto dolce e mite. 

Le frasi di rito mostrarono subito la loro assurdità. Che cosa voleva dire, dunque, a ogni morte di papa? Si intendeva un periodo lunghissimo o appena un mese e qualche giorno? E per il detto morto un papa se ne fa un altro? Non rischiava di diventare un’attività un po’ troppo frequente, rispetto ai ritmi ben più cadenzati del passato?

Andavamo in motorino e ridevamo. Per noi, all’epoca totalmente sprovviste di un minimo senso della tragedia, quelle frasi diventarono subito inutili. Se non come spunto per inventarci delle battute. A ogni morte di papa diventò un modo di dire per qualcosa che si faceva spesso. Per non parlare di morto un papa se ne fa un altro. E un altro, e un altro ancora.

Diversi anni dopo mi ritrovai a fare una breve sostituzione nella redazione di Belluno per il giornale per cui lavoravo. Ne avevo già girate diverse, di redazioni, da Treviso a Rovigo fino a Pordenone, ma quell’angolo di mondo sperduto in mezzo alle montagne mi mancava. 

Ancora non potevo nemmeno immaginare che in seguito ci avrei trascorso quasi quindici anni della mia vita.

Non ricordo il motivo per cui il capo decise di inviare proprio me, appena arrivata dalla Toscana, a Canale d’Agordo, il paese di Albino Luciani.

Forse era il fatto che pareva fossero riemerse da qualche parte le vecchie pagelle di quando andava a scuola. Io quindi sarei dovuta andare in cerca di questi preziosi documenti, in un paese sconosciuto, in un posto in cui non conoscevo nessuno. Fare tutto in un pomeriggio, tornare in redazione e scrivere l’articolo.

Niente di strano per un giornalista. Nei momenti più belli il nostro lavoro funziona proprio così. Ed è tutto adrenalina. 

Il capo mi disse di chiamare il fotografo e andare insieme a lui. Chiamai il vecchio titolare, come da indicazioni, che al telefono biascicò qualche parola in un dialetto per me incomprensibile. Con un po’ di sforzo e di scocciate, da parte sua, ripetizioni, potei capire qualcosa riguardo a un figlio. 

  • Ah, allora vai con Luca. Mi spiegarono in redazione.

Luca era appunto il figlio di Bepi Zanfron, il fotografo ufficiale del giornale famoso per essere stato il primo ad arrivare sui luoghi della tragedia del Vajont.

Salii sulla sua macchina e partimmo alla volta di Canale, dove arrivammo dopo quasi un’ora e mezzo di strada tortuosa tra boschi, centraline elettriche e costoni di roccia.

Il paese era deserto. 

Suonammo il campanello della parrocchia. Il parroco ci accolse, senza troppo trasporto, disse poche frasi di circostanza e ci lasciò di fatto a bocca asciutta.

  • È possibile vedere queste pagelle?

Naturalmente non le aveva certo la parrocchia, eccetera eccetera…

Provammo con il Comune, ovvero il Municipio, come dicono da quelle parti. 

Chiuso.

In giro non c’era anima viva. 

Luca disse, diamo un occhio alla sua vecchia casa. Magari troviamo qualcuno che ne sa qualcosa. Ci spostammo un po’ verso la montagna, dove c’erano delle case bianche con gli infissi in legno scuro, ma non ci fu niente da fare.

Nemmeno il corrispondente del posto ci poteva aiutare. Lui aveva passato la notizia, ma poi era dovuto andare via per impegni personali.

Ero demoralizzata e non sapevo proprio che cosa fare.  

Non esisteva che tornassi in redazione a mani vuote. E in effetti qualcosina si poteva sempre scrivere, condendo la notizia con un po’ di colore, il luogo deserto, la casa sul crinale, le frasi vuote del sacerdote. 

Ma quale notizia?

Mentre facevamo, sconsolati, un ultimo giro nella piazza principale, vedemmo passare un’anziana signora. Chiediamo a lei, disse Luca.

E io, ma che vuoi che ci dica?

In realtà qualcosa ci disse. 

Era stata la maestra di Albino Luciani, come di tutti i bambini della valle, tanti anni prima, e lo ricordava come un bambino serio e studioso. 

Che voti aveva in pagella? chiese Luca, andando al sodo.

I voti non li ricordava ma poteva dire quali erano i suoi punti di forza e le materie a lui più congeniali.

D’altra parte, secondo un altro modo di dire, anche il papa fu scolaro.

In ogni caso avevamo la notizia.

Facemmo ancora la strada piena di curve per rientrare a Belluno e tornammo in redazione cantando vittoria. 

Solo noi sapevamo quanto ci era costato quel risultato.

Ma se i latini dicevano che la fortuna aiuta gli audaci (e, aggiungerei, anche i caparbi) qualche motivo ci sarà pur stato.

(foto da Wikipedia.org)

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Una provvidenziale caparbietà

La prima volta che andai a New York mi iscrissi a una scuola di inglese. La sede era nel centro di Manhattan, io vivevo in affitto qualche strada più giù, nell’appartamento di una ragazza, in un casermone di mattoncini rossi a Stuyvesant Town. Ogni mattina, dal lunedì al venerdì, uscivo di casa prima delle otto e camminavo per una mezz’oretta fino alla scuola. Qualche volta facevo un pezzo di strada con la ragazza, che lavorava al palazzo di vetro dell’Onu, non molto distante da lì.

Nella mia classe non c’era nemmeno un italiano. C’erano una ragazza spagnola innamorata di Michael Jackson, un catalano che ci teneva molto a non esser definito spagnolo, una giapponese con cui una sera andai a Broadway a vedere Miss Saigon, una brasiliana di Porto Alegre che divenne la mia migliore amica a New York, due ragazze di Santiago del Cile e una marea di coreani. 

La mattina presto nell’aula si sentiva un odore forte e pungente, come quello dell’aglio o della cipolla. Erano i coreani.

Una volta mi invitarono a pranzo in un ristorante in Korea Town (all’epoca era giusto una strada, ora non so) dove potei appurare che quell’odore veniva dal porro crudo tagliato a fettine con cui accompagnano il loro piatto nazionale, una zuppa con diversi tipi di carne fatta sobbollire tutta la notte. Insistettero fino allo sfinimento perché la mangiassi, anche se ero vegetariana. Mi insegnarono anche a mangiare con le bacchette alla maniera coreana, cioè tenendole in un modo diverso rispetto ai cinesi e ai giapponesi. 

Dopo quel pranzo cominciarono a vedermi come una specie di coreana ad honorem. Ma non era una cosa piacevole. Anzi.

Nei giorni successivi scoprii anche che avevano un senso del possesso molto spiccato e che tendevano a formare un clan che teneva al di fuori tutti i non coreani. Esclusa me. 

Erano molto soffocanti e avevano tutti lo stesso atteggiamento, dai più giovani ai più grandi.

A un certo punto cominciarono a parlarmi male di quelli che erano fuori dalla loro cerchia. Ma il loro senso del possesso non si esprimeva soltanto a parole. Quando stavo con gli altri della classe anziché con loro, mi mettevano il muso e mi guardavano in cagnesco. Avevano poi un modo particolare di tendere i muscoli del corpo, irrigidendosi in pose che richiamavano le posture delle arti marziali, con le quali facevano muro anche fisicamente per impedirmi di uscire dal loro controllo.

Un vero incubo. La mia amica brasiliana non capiva il mio senso di insofferenza. 

Diceva, ma che problema c’è, Simona. Tu puoi frequentare chi ti pare. 

Certo, intanto però dovevo inventarmi continui stratagemmi per svicolare dal clan di Seul. 

Quando la mia vacanza-studio finì me ne tornai a Treviso, dove abitavo in quegli anni.

Naturalmente prima di salutarci, a scuola ci eravamo scambiati tutti indirizzo e numero di telefono.

Dopo qualche mese ricevetti la telefonata di uno dei coreani, il più vecchio. 

Mi disse che era in gita in Italia e che sarebbe passato proprio da Treviso. Avrebbe voluto salutarmi anche perché doveva chiedermi una cosa. Una cosa importantissima, però doveva essere sicuro che io gli avrei risposto di sì.

Dimmi di che si tratta, come faccio a risponderti prima.

Simona, io vengo a trovarti, te però devi rispondermi di sì.

Questa solfa durò un sacco di tempo e probabilmente si sarebbe protratta all’infinito se non avessi tagliato corto. Va bene, passa da Treviso e poi vediamo.

Credo che chiunque al mondo avrebbe capito quale fosse la domanda alla quale avrei dovuto rispondere. A me, sinceramente, un’eventualità del genere sembrava impossibile, per cui la scartai in automatico.

E feci male. Perché quando il signor coreano arrivò a Treviso e ci incontrammo, mi disse che lui era venuto con la certezza che io lo avrei sposato e ormai non potevo più dirgli di no.

Non fu facile convincerlo, ma alla fine riuscii a farlo ripartire con il suo gruppo. E, quel che più conta, senza di me.

Mi sono sempre chiesta da che cosa potesse dipendere questa attrattiva malsana che esercitavo sui coreani.

Forse dal fatto che ero anche una vera ingenua, ma sotto sotto potevo combattere ad armi pari con loro per caparbietà.

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Quando la Nannini cantò all’Elba

Il 14 agosto 1991 Gianna Nannini cantava all’isola d’Elba. Il 13 agosto dello stesso anno alle dieci e mezzo io, Rosario, Alessandra e Raffaella ci imbarcavamo con la mia Polo bianca su un traghetto Toremar a Piombino, destinazione Porto Azzurro, dove si sarebbe tenuto il concerto. 

Fra i bagagli c’era anche la tendina igloo nuova di pacca a due posti che ci aveva prestato Lula, che ancora oggi si chiede come abbiamo fatto a starci dentro tutti e quattro. 

Rosario conosceva un ragazzo che gestiva un campeggio sull’isola. Ci saremmo fermati lì.

Il concerto era stato preceduto da una serie di fraintendimenti che mi indicavano come l’addetta stampa di Gianna Nannini, per cui avevo ricevuto una serie di telefonate con richiesta di notizie e materiale. Mentre mi impegnavo a spiegare che ero una semplice giornalista che avrebbe seguito a sua volta il concerto, colui che aveva probabilmente generato il malinteso, mi diceva, ma fregatene, che te ne importa? Gli mandi due righe e fai come se fossi l’addetta stampa, no? 

Per la prevendita inviai io il fax per tutti dal giornale alla Only Music di Bruno Galeotti, Empoli.  I biglietti dello Scandalo Tour costavano trentunomila lire. 

Pochi mesi prima, a maggio, l’Università di Siena aveva organizzato il progetto Cantar toscano, a cui aveva partecipato anche la Gianna. Per l’occasione ci furono un’esibizione e una conferenza stampa. Seguii entrambi gli appuntamenti per il giornale.

In conferenza stampa c’era un gruppetto di fan agguerrite che seguivano la Nannini in giro per tutta l’Italia e anche fuori. Alla fine, tanta era stata l’insistenza, le avevano fatte entrare anche se non avevano niente a che fare con giornali e tv. Gianna le conosceva tutte per nome.

Da quel momento le conobbi anche io, per cui quando ci incontrammo a mezzogiorno al Centro sportivo di Porto Azzurro, prima dell’apertura dei cancelli, ci salutammo e le presentai al gruppo. 

Parlammo di Siena, del Palio e di tutto il resto, visto che in quel campo ci passammo diverse ore, sotto il sole d’agosto, nell’attesa del concerto.

A un certo punto una delle fan più accanite, una ragazza magra all’osso, con i capelli biondi corti, vestita tutta di jeans, chiese a Raffaella, l’unica di Siena fra noi, se poteva parlarle dopo il concerto. Le dette appuntamento ai bagni, almeno ci sarebbe stato meno casino.  

Lei non poteva saperlo, ma in quel preciso istante la serata della mia amica fu rovinata. Cominciò a chiedermi, ma che vorrà, ti prego vieni con me. E io, ma che problema c’è, scusa. Non lo so che cosa vuole chiedermi, magari è solo una scusa per. Per cosa? Dài, che hai capito.

I bagni del centro sportivo erano una struttura periferica allo spazio destinato al concerto, situata in una zona piuttosto buia e isolata.

Dopo l’esibizione seguii la mia amica e mi appostai fuori dalla costruzione ad aspettarla, pronta ad intervenire alla prima richiesta di aiuto.

Dopo pochi minuti, uscirono entrambe. La tipa era rimasta colpita quando aveva scoperto che la mia amica era dell’Oca, come la Gianna, e voleva sapere come poteva farsi battezzare anche lei in contrada. 

Tutto qui.

Passato il momento critico, pensammo a rilassarci. Ritrovammo gli altri due per andare a cena. Cercammo di scoprire dove andasse la Nannini con il suo staff. E grazie alle fan non avemmo problemi a finire per caso proprio nello stesso ristorante. 

Lei fu abbastanza gentile. Si fece scattare delle foto e ci autografò i panama bianchi che avevamo comprato a una bancarella nel pomeriggio.

Il giorno dopo era Ferragosto e noi prendemmo il traghetto da Porto Azzurro poco prima delle tre. Il sedici c’era il Palio e avrei dovuto lavorare al giornale.

Oggi Rosario e Alessandra non ci sono più. Ma non ho mai pensato in tutta la mia vita di poter dimenticare un solo secondo del tempo che ho avuto la fortuna di trascorrere in loro compagnia.

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