una vita sportiva

da quando ho aperto questo blog mi trovo a pensare: ecco oggi che cosa scrivo?
non che sia un obbligo, ci mancherebbe
a volte mi vengono dei pensieri in mente insieme alla voglia di scriverli
altre volte no
allora ci penso un po’ su
tipo stamani. sono stata fuori, ho fatto una passeggiata. breve, perché mi sono alzata un po’ tardi. ma insomma, è sempre uno di quei momenti in cui la mente va, senza regole e senza limiti
in genere mi è difficile scrivere i pensieri che passano e volano
al momento in cui affiorano alla mente sono già andati, come il sudore dopo la fatica.
una doccia e via
però mi sono chiesta che cosa penso quando penso così, sciolta, senza regole e senza limiti
a volte penso a delle cose che sono successe. mi rifaccio il film nella mente, ricostruisco la successione degli eventi, cerco di ricordare le parole che sono state dette. E’ allora, quando ci ripenso, che in genere mi si chiarisce il nesso del perché una persona può aver detto o fatto una tal cosa. E’ un po’ come rimettere a posto armadi e cassetti (a proposito…). ci sono più o meno le stesse cose di prima, solo che sono in ordine…
ok, poi penso anche a quello che dovrei fare. cerco di trovare argomenti da proporre al lavoro, idee su altri progetti. a volte guardo semplicemente il panorama, le scrostature delle case, leggo i cartelli per la strada, osservo le piante, i giardini.
qualche volta leggo anche i nomi sui campanelli, chissà perché…
di base però penso alla vita che vorrei, al mondo che vorrei.
in tanti anni trascorsi lontano da casa, in mille traslochi da una città all’altra, ho conosciuto tante persone con cui si è creato un rapporto speciale. ce n’è almeno una, ma anche qualcuna in più, in ogni posto in cui ho vissuto, anche per poco tempo.
ecco, uno dei miei pensieri, diciamo pure una fantasia, sarebbe quella di vivere in una città tanto grande da contenerle tutte. magari vicino a casa mia, in toscana, dove ci sono gli amici di sempre. raffa, lula, walter, luana, cristiano, sonia, fermina, nina. e poi mamma paola e tutti i parenti. mi piacerebbe averli tutti più vicini. la rossi, la cinese, il rouge. stanno in toscana ma son già più lontani. e poi i veneti, luca, enrico, carlo, anna, i vari alessandri, cinzia, michela, milena, ivana, l’altra simona… maudi, maurizio. e cristina e gabriele di pordenone.
non importa a dire il vero fare tutti i nomi perché ora qualcuno lo dimenticherò e qualcuno ci rimarrà male. ah, laura in svizzera…
alessio a milano…
il fatto è, credo, che chi c’è lo sa da sé

ecco, che bella sarebbe una città grandissima dove, fra tutta l’altra gente ci stessero anche queste persone. con le loro famiglie, i loro amici, la loro vita. ma che si potesse incrociare naturalmente con la mia. vado a comprare il giornale e trovo la rossi con le figlie (ormai son grandissime e io le ricordo da piccole), mangio una sera al ristorante e ci sono, chessò il rouge a un tavolo e enrico a un altro. e per strada incrocio laura che passeggia con il cane.
capito che intendo? anche senza vedersi apposta, farebbero parte del mio mondo.
questo è uno dei miei sogni.
irrealizzabili.
e poi un’altra cosa.
mi piacerebbe che le persone vivessero la loro vita senza guardare morbosamente che cosa fanno gli altri, senza competizione, quella negativa. senza il confronto malato, quello che vuole sminuire l’altro nell’illusione di innalzare se stesso, quello che pensa solo ai beni materiali, che conta quello che spende l’altro e ci rimugina su. ecco. queste cose non vorrei nel mio mondo. no, non parlo di politica. parlo di persone, ne conosco tante che ogni volta che c’è qualcosa di bello, un rapporto, una situazione, la rovinano con invidie, gelosie e cattiverie
vorrei una vita in cui ognuno pensa a migliorare il proprio record, ma senza spezzare le gambe all’avversario, andando avanti secondo le proprie possibilità
ecco, una vita sportiva

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cambio di stagione

allora, facciamo così. io lo scrivo, almeno dopo non ho più scuse.
oggi è domenica, ho quasi tutta la giornata libera, fuori splende il sole e l’aria è frizzantina. ma io starò a casa a fare il cambio di stagione.
uff, mi fa fatica solo a scriverlo…
anche perché son settimane che rimando, ormai. e ho già una sfilza di scuse pronte all’uso.
una, per esempio, è che a Belluno non importa fare il cambio di stagione, l’estate dura meno di un mese. basta tirar fuori qualcosa di leggero al’occorrenza e passato il caldo metterla via.

il problema a dire il vero non è proprio stagionale. è più del tipo che devo togliere un sacco di roba inutile.
quando sarà stato che ho fatto l’ultimo cambio vero, quello che togli le cose da inverno e, deciso che certe non le userai mai più le regali, le butti, le vendi, insomma via, fuori dal mio armadio!
non me lo ricordo mica…
e intanto maglioncini, magliette, pantaloni, vestiti, scarpe, scarponcini, stivali e sandali si accumulano negli scaffali.
poi cambiano le mode, il maglioncino si allunga, si alza la vita dei pantaloni, cambia la taglia. insomma alla fine rimane solo qualche vestito giusto da cercare in una montagna di abiti che per una ragione o per l’altra non usi più. ed è anche un problema trovarlo…
ecco soprattutto per questo non posso più rimandare. e oggi la mia fatica sarà scegliere i capi da mettere in cantina, da regalare, da vendere, da buttare, senza inutili ripensamenti.

vabbè dai, Simo, che sarà mai… ce la puoi fare

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senza titolo

eccoci qua. con la voglia di scrivere e nemmeno un’idea.
o forse anche troppe.
vorrei scrivere una considerazione sulle persone che finalmente subiscono ciò che in genere fanno subire agli altri, ma quando lo fanno loro è giusto e quando lo subiscono diventano invece le vittime universali.
ma non posso farlo.
in realtà, l’avevo detto, avrei voluto scrivere un diario, ma questo, è inutile far finta, è un foglio che vola nel vento.
e allora certe considerazioni è meglio tenerle per sé

avrei voluto scrivere di un’idea, un regalo, che mi è venuto in mente di fare e che ha tutto un suo significato. ma non posso fare nemmeno questo perché sennò non è più una sorpresa.

non è la prima volta che mi capita.
nella cartella bozze è già da un po’ che stazionano elucubrazioni su temi diversi che mi sono girati in testa per un sacco di tempo e poi, quando ho cominciato a scriverle, anziché organizzarsi in un filo logico, si sono disperse, moltiplicate in una serie di pensieri e sottopensieri cui ormai era diventato difficile dare un senso compiuto.

sulla versione di Simona, ispirata alla versione di Barney, ho lavorato un bel po’.
all’inizio era tutto chiaro e c’era un filo logicissimo. poi, man mano che scrivevo, le cose da dire sono diventate così tante, complesse e anche personali, che ho scritto e riscritto per poi lasciare tutto in sospeso.

la tristezza del tricolore, cavolo, mi è venuta in mente girovagando per le venete strade in macchina. e quando la vista di quelle bandiere sventolanti alle finestre o ai cancelli dei villini isolati mi ha fatto venire in mente solo la bosnia, una nazione divisa, profondamente ferita e forzosamente ricompattata, ho deciso che lo avrei scritto. anzi, ho deciso che avrei aperto un blog per scriverlo.
e allora ho chiesto consiglio a carlo, l’ho aperto ed eccomi qui… sarebbe dovuto essere il primo post, ma poi non è andata così. si è arenato anche quello

vabbè, mi pare che senza dire niente ho detto anche troppo. la voglia di scrivere si è acquietata e ora si può pure andare a dormire che domani sarà un giorno bello tosto.

intanto qui a belluno fulmina e tuona.
ma sarà comunque una bella notte

buona notte

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la casa di D’Annunzio

il giro sul lago di Garda mi ha fatto tornare in mente un episodio di qualche anno fa. era l’aprile del 2003, se non ricordo male.
da meno di un anno curavo una pagina settimanale sul Gazzettino di Belluno interamente dedicata agli alpini. nell’ambiente delle penne nere era diventato un piccolo caso, anche perché nessun altro quotidiano aveva mai fatto altrettanto

chiariamo, non era stata un’idea mia. diciamo che era una necessità del giornale e che fu affidata a me, in quanto come ultima arrivata non avevo un mio settore da seguire.

nell’aprile 2003 fui dunque invitata a intervenire all’annuale convegno itinerante della stampa alpina che quell’anno si teneva a Gardone Riviera, nel Vittoriale.
inutile dire, almeno per chi mi conosce, che dissi subito di no. alla fine mi convinsero, al giornale la cosa andava bene e quindi in un mattino di sole partii con la mia auto alla volta del lago di Garda.

per la strada il presidente degli alpini bellunesi mi chiamò diverse volte per chiedermi a che punto fossi.
“Mi raccomando, guarda di esserci per le tre, che il tuo intervento è fra i primi”. “Ok, tranquillo”.

“Simona, dove sei?” “A Riva, ormai sono arrivata (non era affatto vero, ma ancora non lo sapevo)”

“Appena ci sei vai al Grand Hotel, mangia qualcosa e sali al Vittoriale”

alla fine arrivai, seguii le loro indicazioni, precisissime. avevo perfino un cameriere dedicato che mi servì, in ritardo visto che gli altri erano già andati via, il mio pranzo personale, nonostante insistessi a dire basta così, grazie.

presi la cartellina con il testo del mio intervento e le raccolte delle pagine degli alpini uscite fino ad allora che avrei lasciato in dono, e salii le scalinate del Vittoriale

all’ingresso c’erano alcuni alpini che mi invitarono a mettere giacca e borsa nel guardaroba.
mi tenni la cartellina e loro mi dissero di lasciare anche quella.
“ma mi serve per l’intervento….” provai a protestare
“si si, tranquilla. c’è tempo per tutto” mi dissero

solo dopo, ripensandoci, capii che l’avevano detto con un’aria anche un po’ troppo condiscendente

fu però solo quando mi scortarono davanti all’ingresso della casa di D’Annunzio, dove c’erano altre donne in fila, che capii in un lampo che cosa era successo
mi avevano scambiato per una delle mogli degli alpini, magari, avranno pensato, anche un po’ fuori con la testa visto che era convinta di dover perfino parlare ad una riunione, e mi avevano accompagnato nel percorso riservato alle signore per intrattenerle mentre i mariti erano impegnati

appena realizzai questo pensiero giunse un’altra telefonata del presidente. “Simona, ma dove sei? sbrigati che fra poco tocca a te”
abbandonai la fila e di corsa tornai all’ingresso.
“datemi la cartella, per favore, che devo scappare”. probabilmente il mio tono non ammetteva repliche, perché non ce ne furono

con il telefono cellulare all’orecchio mi feci guidare nella sala dove tutti mi attendevano, quella con l’aereo appeso al soffitto
non riuscivano a capire perché ci avessi messo tanto ad arrivare. potei spiegare che cosa era successo solo dopo, quando la riunione finì

comunque, quando fu il mio turno feci il mio intervento, che ebbe anche un discreto successo

ero emozionatissima, cavolo, meno male che me l’ero scritto. in effetti, come mi fecero notare, era la prima volta in assoluto che in quel tipo di riunione ospitavano un intervento esterno, se poi si aggiunge il fatto che ero perfino una donna…
(questo per scusare i solerti alpini all’ingresso…)

fu una grande esperienza, tanto che ancora oggi me la ricordo nei dettagli.

l’unico rammarico è che non ho più visto la casa di D’Annunzio….

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un salto in paradiso e torno giù

Quando siamo andati a dormire, ieri notte, la riva del lago era tutta una fila di luci. il cielo brillava di stelle che si riflettevano nell’acqua nera, dopo che la cappa di aria umida del giorno si era ormai dissolta. stamani al risveglio c’era già un velo di foschia, ma il sole splendeva nel cielo.
l’acqua della doccia era freddissima, lo scaldabagno non aveva voluto accendersi, ma non ci importava un granché.
abbiamo indossato i parei e siamo andate, un po’ per volta, a farci il bagno nel ruscello che scorre sotto casa, dove una cascatina riempie un invaso naturale della roccia come una piccola piscina.
corroborante. quella sì che dà la sveglia.

poi c’è stata la colazione, davanti alle acque tranquille del lago, mentre marco tagliava il prosciutto per i panini del pranzo al sacco.
il giorno prima avevamo avuto anche una piccola (dis)avventura.
tornando dalla piazza del paese avevamo preso il sentierino che taglia i tornanti per tornare alla casa, appesa a metà collina
lo stesso che avevamo fatto per scendere
in sei avevamo scelto di risalire a piedi mentre le altre erano andate in macchina con aurora
non abbiamo capito bene dove è successo ma ad un certo punto abbiamo perso il sentiero. sarà stato quando dovevamo girare a sinistra e invece siamo andati a destra. senza nemmeno accorgercene siamo finiti in mezzo al bosco, abbiamo cominciato a salire senza arrivare da messuna parte e il sentiero non finiva più
poi abbiamo trovato una specie di frana, sembrava come se ci fosse stata una valanga. gli alberi erano precipitati giù ed erano accumulati in basso in un intrico di rami spezzati
abbiamo dovuto superarli per non rimanere bloccati nel sentiero interrotto sul nulla
ma ancora non la finivamo più di salire. e cominciavamo anche ad essere un po’ preoccupati
erano ormai passate le 8, fra un po’ sarebbe sceso il buio, e non avevamo la minima idea di dove stavamo andando
il nostro sentiero di partenza era il 37, ma mentre andiamo avanti, sempre in salita, senza mai tagliare nemmeno un tornante, ne abbiamo incrociati altri: il 30, il 34, il 19. alla fine siamo rientrati di nuovo sul 37, che ci ha portati a casa, dopo essere scesi, stavolta, per una ventina di minuti buoni.

vabbè, è stata un’avventura tutto sommato. se consideriamo il fatto che anziché una camminata di mezz’ora ci siamo imbarcati in un percorso sconosciuto per due ore e mezzo, che non avevamo un goccio d’acqua, era sera tardi e solo per caso avevamo tutti almeno delle scarpe da ginnastica, alla fine non è andata nemmeno troppo male

la cena è stata come un sogno. arrivati nella verandina apparecchiata dove gli altri ci aspettavano preoccupati per il nostro ritardo abbiamo trovato un pentolone di pasta e ceci dal profumo di rosmarino, una teglia di verdure al forno con capperi e origano, un prosciutto da tagliare e una torta al cioccolato da urlo

il posto, una casetta in pietra in mezzo agli ulivi, aveva un che di magico.
e così anche le persone che ci stavano
non li avevo mai visti prima, eccetto lula, la mia amica, ma mi sono sentita subito a casa con tutti gli altri
un paradiso non si può dir tale se non è abitato dalle persone giuste

appena arrivata si erano presentati tutti ma io non sono riuscita a ricordare nemmeno un nome lì per lì
poi, dopo poche ore, sembrava di conoscersi da sempre
ci è voluto poco perché ogni volto avesse il suo nome. a parte marco e flavio, che erano gli unici uomini, e quindi era più facile ricordare, c’erano: nadia, chiara, maria elena, alessandra, monica, grazia, milena, rosella, lula ed io. poi è arrivata aurora, e il mattino dopo raffa

un gruppetto preparava il prossimo viaggio in dancalia. altri parlavano della casa appena acquistata in maremma
qualcun altro parlava di cibo, si assaggiavano piatti, si scambiavano ricette
il cinghiale al tegame, le verdure al forno, lo zenzero candito, il ghee

c’era nell’aria quella consuetudine rilassata propria dei gruppi bene affiatati e che si frequentano da tanto tempo
io ero appena arrivata ma già mi sentivo nel cerchio
e quello che colpiva di tutte queste donne, di tutto il gruppo, era l’estrema rilassatezza e l’assoluta mancanza di competizione l’una con l’altra, così come l’assenza di pettegolezzi e cattiverie

caspita, dopo tanto tempo mi sembrava quasi di vivere in un sogno
quasi

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e la casa a chi la lascio?

eh sì, può capitare. il problema è se poi uno (una) lo vive come un problema.

ieri parlavo con un’amica che si sfogava. “Il tempo passa, ormai penso che non avrò più un bambino. allora mi chiedo qual è il senso di tutto ciò. anche concretamente, per esempio a chi lasciare la casa di proprietà. a nessuno”

questo lei lo viveva con un senso di grande malessere.

non posso negare di averci mai pensato. anzi

anche io vivo la stessa situazione.
però devo dire che, se la cosa può avermi anche solo lontanamente preoccupato in passato, adesso non ci penso proprio più.

non ci penso più in questi termini, della serie eredi e simili
e non la penso nemmeno come a una mancanza.

per la casa in Toscana, una casa importante, con un po’ di terra, un giardino che è tutta la vita della mia mamma, la piscina e tutto il resto, penso invece spesso a quale associazione potrei lasciarla e con quale scopo.
anche questo dà un senso di continuità, pur senza un figlio

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Belluno di maggio

Belluno di maggio è fredda come d’inverno

il riscaldamento è ormai spento

ma anche se fuori batte il sole

i vecchi muri non ricordano il calore

artificiale assorbito nei lunghi mesi freddi

e durante il giorno

sanno sputare solo il gelo assorbito di notte

a Belluno di maggio non mandate il piumone a lavare

a Belluno di maggio va la boule dell’acqua calda…

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ma guarda un po’ queste cabarettiste…

allora ieri sera a teatro c’era il recital di questa cabarettista, una siciliana di Zelig che fa anche la pubblicità di una compagnia telefonica con Raoul Bova

ecco, io l’ho conosciuta per quello, per la pubblicità, perché a me Zelig non piace molto, non lo reggo per più di cinque minuti

non è che non mi piacciano i cabarettisti, è che non mi divertono tutti insieme, nella stessa serata.
magari presi uno a uno….
vabbè

allora vado a vedere ‘sta tipa. una botta di simpatia, davvero. carina anche, che in pubblicità pare un po’ bruttina. invece no, è magrolina tanto, ma leggera, fa movimenti sciolti, tiene bene la scena. insomma, ganza davvero

anche perché sennò non c’avrei nemmeno pensato di andare a vederla

questa qua l’avevo intervistata qualche giorno prima.
le avevo chiesto: come funziona il tuo spettacolo?
e lei: io parlo con il pubblico, coinvolgo, improvviso molto anche secondo quello che mi dice la gente.
e io: auguri. sai che il pubblico qua a Belluno non è proprio molto reattivo…
davvero? mi fa lei. me l’hanno detto anche in altre città. ma alla fine ho fatto parlare tutti.
okay.
faccio l’articolo, ci scrivo anche la storia che lei farà parlare i bellunesi, che va pure nel titolo.
insomma, tutto come al solito.
e chiusa là

poi ieri sera vado a teatro, dicevo, lei esce sul palco e la prima cosa che dice è: ma sapete che mi ha intervistato una giornalista che mi ha detto che il pubblico qua non reagisce?
e tutti a una voce sola: noooooooooo!!!!
e lei, ma chissà perché mi avrà detto questo?
tutti ridono, evidentemente non se lo sanno proprio spiegare.
uno urla: il nome, il nome!
e lei: non me lo ricordo! (grazie!)
no, dico davvero, l’avesse detto e qualcuno mi avesse riconosciuto quelli minimo minimo mi sputavano sul cappottino all’uncinetto…
(e comunque son soddisfazioni, ho capito che c’era proprio un sacco di gente che aveva letto l’intervista…)

oh, alla fine questa storia della giornalista che diceva che a Belluno non reagivano l’ha rimessa in ballo almeno tre o quattro volte…
e ha fatto bene, dico, dal suo punto di vista. le è servito per rompere il ghiaccio. e come tecnica è azzeccata: butta in faccia a qualcuno una verità non proprio gradevole e quello farà di tutto per smentirla.
alla giornalista, poi, en passant, ha dato pure della “meschina”
ma nel senso che si usa a Palermo, credo, come dire “povera, che colpa ne ha lei…”

ora, a parte tutto. ma c’è qualcuno che in teatro a Belluno abbia trovato un pubblico reattivo? voglio dire, gente che canta ai concerti, parla con il cabarettista dalla platea, dialoga con nonchalance? a me non è mai successo (diciamo di rado, va’).

rispetto ad altri posti d’Italia qua ho sempre percepito un pubblico un po’ freddino e molto abbottonato, magari anche partecipe come attenzione, ma non proprio disposto a mettersi in gioco davanti a tutti.
poi dipende anche da chi è sul palco….

vabbè. comunque il recital è stato carino, divertente, tutto giocato sui luoghi comuni del rapporto fra uomo e donna, delle differenze fra nord e sud, ma interpretati con simpatia
e lei è brava davvero a dialogare col pubblico, a cogliere lo spunto più adatto per suscitare una reazione. e anche carina, molto più di come appare in quella pubblicità della “rrricarica”…

poi c’è anche il fatto che oggi presentarsi come giornalista è un po’ come volersi far tirare i carciofi in faccia.
sì, non è proprio il massimo.
alla gente, si sente, gli fa subito una certa antipatia.
diciamo che non è il nostro momento, ecco.
e chiudiamola qui

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e poi arriva il mal di testa…

sì, che poi chiamalo mal di testa. son passati i tempi di quel dolorino che ti batteva fra l’occhio e la tempia e quando prendevi un moment in mezz’ora passava.
io quello di ora lo chiamo mal di testa per pudore ma potrei dire anche tsunami perché ti lascia disintegrata e dolorante.

e si annuncia anche. prima i piccoli martellamenti in testa, poi un senso vago di tensione diffusa. tu speri che passi. ti hanno insegnato il massaggino craniale, lo fai. e niente.
ti metti in penombra, al buio. macché! cominci a sudare, ti bagni con l’acqua fredda. e lui, il mal di testa, è sempre lì in agguato. poi scoppia ben bene. allora diventa un signor mal di testa.
ti tirano i nervi di tutta la faccia, o della parte che ha deciso di attaccare in quel momento. senti un dolore profondo all’occhio, dentro allo zigomo, e poi la cervicale. il dolore si ramifica nelle ossa, la schiena cade a pezzi, avresti solo bisogno di stare distesa. e i muscoli fanno male, le gambe pesano e se cammini non tirano, con il risultato che cominci a muoverti come una settantenne.
e lasciamo perdere la sensibilità acuta alla luce, ai rumori, agli odori.

che poi è una cosa che mi succede da qualche anno. è arrivato quatto quatto con i 40 o giù di lì
all’inizio gli attacchi duravano anche due o tre giorni. i normali cachet gli fanno vento a questo mal di testa qua.
qualche tempo fa, durante una grossa crisi che mi colpì mentre ero a casa in toscana e dovevo rientrare a belluno, il medico di guardia mi consigliò un farmaco che si trasformò in un’ancora di salvezza. per me, che fo di tutto per non prendere farmaci…
allora era il migran, o qualcosa del genere. ora è la sua evoluzione, l’auradol.
perché questo, ecco dimenticavo, è il mal di testa con l’aura che poi sarebbe quella cosa che senti prima che ti scoppi.

ovviamente oltre a prendere la pasticca dovresti anche metterti a letto al buio e immergerti nel silenzio. e invece a me, 8 volte su 10, mi scoppia quando sono al lavoro e non posso lasciare. e va a finire che fra telefonate e computer anziché farlo passare è come se me lo coltivassi…

il fatto è che io ho sempre pensato che fosse un problema solo mio. qualche tempo fa avevo trovato un’altra amica che soffre di un problema simile. una volta ne abbiamo parlato e poi è finita lì

e invece giusto ieri, parlando con un amico, è venuto fuori che solo lui conosce ben tre donne, tutte quarantenni, che soffrono più o meno della stessa cosa. senza soluzione, a parte la pasticchetta miracolosa che prendi lì per lì.

allora ho pensato di scriverlo nel blog chiedendo a chi si riconosce in questo problema di farsi avanti

potremmo scambiarci esperienze, cercare e condividere soluzioni, tentare di scoprire la causa scatenante di ciò che ci succede trovando analogie e collegamenti…

dall’idea che mi sono fatta fino a ora è un problema che sembra assillare in modo particolare le donne quarantenni. c’è chi ha figli e chi non ce l’ha. chi fa lavori stressanti e chi no. chi è sposata, fidanzata o single. in molte sono già intervenute sull’alimentazione. io ho eliminato carne, alcol, (tabacco da tempo per altri motivi), il caffè, la cioccolata (quasi). mangio il più possibile regolare, il più possibile semplice, naturale e più o meno biologico. e un po’ funziona, ma non del tutto.
poi ci sono le tensioni, le incazzature, il surmenage…
e ultimamente il mal di testa mi prende pure quando faccio qualcosa che non mi va
alla fine il bilancio è tremendo.
su 100 possibilità ce ne sono almeno 70 o 80 a favore del mal di testa
è una lotta impari!
ma qualcosa bisogna pur fare….

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strani giorni

strani i giorni. ti alzi al mattino e pensi che non farai niente di che. è o non è il tuo giorno libero? sì una piccola cosa ci sarebbe, un’amica a pranzo, un progetto da portare avanti, ma rientra nella sfera piacere, non dovere. quindi relax. poi ti chiama un’amica. e’ in lacrime. anzi, piange a dirotto. uno dei suoi tre gatti è morto, avvelenato dice, e un altro è scomparso. ma che cazzo!
anche perché sai che per lei quei gatti sono qualcosa di più di tre semplici gatti.
la giornata va avanti scandita dalle telefonate all’amica. novità? trovato l’altro? come stai? qualcuno le dice che hanno gettato dall’alto le esche antirabbia, altri (anche io) pensano all’avvelenamento da parte di un vicino un po’ stronzo.
ma c’è qualcosa che non quadra. per niente. quel posto là è pieno di gatti, perché colpire i suoi. due, poi.
il mistero si svela quando incrocia gli operai che stanno rifacendo la strada per il giro d’italia. sì, le dicono, un gatto è stato schiacciato da un camion ieri mattina proprio qui. e lì ci sono ancora le macchie di sangue. è quello scomparso. scomparso perchè quelli della nettezza urbana l’hanno recuperato e buttato.
e l’altro, forse, è stato colpito anche lui ma di striscio, e ce l’ha fatta ad arrivare fino all’albero davanti a casa. e poi non ce l’ha fatta più.
che, se vuoi, è una spiegazione ancora più assurda dell’avvelenamento.
così ascolti le telefonate disperate dell’amica, cerchi di rispondere alle domande senza risposta, vai a vedere i luoghi della disgrazia, così tanto per condividere questo dolore con lei e starle vicina.
ecco, sì proprio un giorno strano.

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