niente ergastolo, e’ un assassino

La mancata conferma dell’ergastolo all’assassino di Iole Tassitani mi ha scatenato emozioni diverse. Il dolore e lo sdegno per la vicenda in se’, lo strazio al pensiero di quello che ancora devono soffrire i genitori.
Sembrano essere giorni fortunati questi per chi delinque pesantemente. Non avevamo ancora finito di digerire (e probabilmente mai lo faremo) l’espressione arrogante del terrorista accolto a braccia aperte dal Brasile che gia’ ci tocca a pensare a quest’altro. Non ‘semplicemente’ un omicida, ma uno che dopo averla uccisa ha sezionato il cadavere della donna, disperdendone i pezzi in sacchi della spazzatura nell’illusione di potersene disfare meglio.
Ma non voglio pensare a loro, ai delinquenti.
Il mio pensiero va invece ai genitori di Iole, al padre, un notaio di Castelfranco molto conosciuto, come si legge nei giornali, e alla madre. Non credo di poter nemmeno immaginare il loro dolore, la sofferenza incastonata ormai come un cancro in tutto il loro essere al pensiero delle ultime ore di vita della figlia, allo scempio che, come se la morte non fosse gia’ abbastanza, e’ stato fatto delle sue carni, delle sue ossa.
E ora quest’altra botta, pesantissima dalla Cassazione. Niente ergastolo, la condanna e’ a 30 anni di carcere.

Iole era una donna adulta ma non era sposata, non aveva figli. Come molte donne della sua eta’. Come me.
Aveva i genitori, una sorella.
Sara’ questo che mi rende più sensibile verso la sua morte, chissa’…
Magari e’ questo che mi fa uscire, spero solo per oggi, dalla sfera un po’ privata e intima del mio blog-diario, per affrontare un caso di cronaca.

Non sono giustizialista e non ho motivi per non fidarmi della giustizia.
Certo so bene che abbiamo a che fare con una giustizia non assoluta, non perfetta, fatta da leggi studiate dagli uomini e per questo passibili di tutti i limiti umani. Leggi pero’ che lasciano aperto uno spiraglio a chi, come l’assassino di Iole, si e’ preso un buon avvocato, uno che nella sua vita, scrive il giornale, non ha fatto mai finire nessuno all’ergastolo. E se questo diventa un vanto, mi viene da pensare che più d’uno dei suoi clienti in realta’ lo meritasse…

Il fatto e’ questo, credo. Che una condanna con una data di fine pena, per un omicidio tanto assurdo e efferato (non avrei voluto usare questa parola ma al momento non me ne viene in mente un’altra di pari significato), crea una convinzione. Magari latente, inconscia, inespressa. Ma lascia pensare che l’omicidio, la soppressione volontaria di una vita umana, non sia poi una cosa cosi’ grave. Non e’ irreparabile. Almeno per chi lo compie.
Lo e’ per chi lo subisce e per chi voleva bene alla vittima. Ma pare che questo conti meno.
Forse non tutti sanno che con la buona condotta in carcere ogni sei mesi si scontano 15 giorni. Più anni, più sconto.
E il conteggio inizia dal primo giorno in cui l’omicida e’ finito in carcere, non dopo il processo, dopo la sentenza. Poi ci sono le uscite premio e tutto quello che va, giustamente, verso la rieducazione del criminale.
Ma facendo qualche conto veloce si capisce che questi 30 anni dureranno molto poco, in confronto al crimine compiuto. Fra 10 anni, dicono gli avvocati della famiglia, l’omicida sara’ libero.

Non entrero’ nella discussione sulla giustizia, i reati, le pene, le leggi ad personam. Non mi importa del teatrino che gira intorno.
Mi piacerebbe pero’ che la giustizia italiana, anche se non diventera’ mai una Giustizia con la G maiuscola, potesse dare risposte più certe e definite su certi reati, quale l’omicidio volontario. E non lasciasse aperto alcuno spiraglio a chi, per qualsiasi motivo, ne abbia compiuto uno.

Intanto penso ai genitori di Iole e continuo a pregare, come faccio fin da quando ero piccola, che ai miei non capiti mai di dover soffrire per la morte di un figlio. E se qualcuno pensa che sia egoismo non ci ha capito proprio nulla…

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il capitello e l’ecocentro

Ora lo so anch’io che cos’e’, almeno in Veneto, questo benedetto capitello. Appena arrivata dalla Toscana, tanti anni fa, la mia convinzione, suffragata dal dizionario della lingua italiana, era che il capitello fosse solo quel rigonfiamento in cima alle colonne e che al limite potesse variare fra uno ionico un dorico o un corinzio.

Il Devoto Oli non offre vie d’uscita.
Capitello (con la ‘e’ larga) e’ “l’elemento terminale della colonna variamente foggiato sul quale poggia l’arco o l’architrave”. Oppure il “collare esterno situato sotto la bocca della ciminiera…”, o ancora “elemento di rinforzo applicato al dorso dei libri rilegati”. Per finire, in anatomia, con “l’estremita’ di alcune ossa lunghe”.
Nessun tabernacolo in italiano, almeno per il momento, si chiama ‘capitello’.

Diversi anni fa dunque, ero arrivata a Treviso da pochi giorni, quando il capo mi mando’ sul luogo di un incidente. La macchina per andare l’avevo ma, fresca com’ero di quei luoghi, non conoscevo le strade.

Fu un collega volenteroso a spiegarmi la strada. “Non puoi sbagliare – mi disse – quando vedi un capitello grande, ma tanto grande che non puoi non vederlo, li’ giri a sinistra, e poi sempre dritto”.
“Ok, allora c’e’ una colonna…”
“Ma quale colonna” disse lui con tono spazientito.
Partii.

Non so come, ma arrivai veramente nel posto dove era accaduto l’incidente. Presi le notizie che mi servivano per scrivere l’articolo e tornai in redazione.
“Hai trovato il posto?” Mi chiese subito il collega.
“Si’ si’, grazie”.
“Hai visto il capitello, era troppo grande per non vederlo, vero?”
“… Veramente non l’ho mica visto…”
“Ma come no? Non e’ possibile. E come hai fatto ad arrivare?”
“Non so, ho seguito le tue indicazioni…”
Il collega scosse la testa e fini’ li’.

Solo qualche tempo dopo capii che cosa intendeva lui per ‘capitello’.
E in effetti, messa cosi’, in quel punto c’ era veramente un’edicola-tabernacolo di notevoli dimensioni. Solo che allora non avevo veramente idea di che cosa il collega stesse parlando.

Avevo deciso comunque che quella parola per me avrebbe continuato ad avere il significato che aveva, cioe’ quel rigonfiamento in cima alle colonne che puo’ essere ionico dorico o corinzio. Men che meno l’avrei mai scritta, giurai a me stessa.

E invece mi e’ toccato a infrangere la mia promessa proprio l’altro giorno quando un titolo non mi ha lasciato scampo. L’articolo della collaboratrice raccontava dell’accordo fatto in un Comune con i cittadini cui doveva essere espropriato del terreno per farci un ecocentro. I cittadini non pretendevano denaro in cambio. Volevano pero’ che il Comune, con la stessa cifra del valore del terreno, costruisse un capitello, appunto, all’inizio della loro frazione.

I titoli offrono poco spazio, i concetti vanno sintetizzati. E poi qua e’ inutile chiamare edicola votiva o tabernacolo quello che e’ universalmente conosciuto come capitello. E cosi’ e’ andata.
Un respirone e via…
“Un capitello per l’ecocentro”.
E cosi’ sia.

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quando fuori piove

Mi piace la pioggia. Mi piace stare in casa quando fuori piove.
In mattine come questa, potendo stare a casa, mi metterei rincantucciata sul divano e leggerei un buon libro, avvolta in un maglioncione morbido e caldo.
Il mondo è fuori, non arrivano rumori.
Solo il rassicurante ticchettio della pioggia.

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“Toscana di dove?”

Ormai, lo confesso, devo sforzarmi per rispondere in modo accettabilmente gentile. Da quando vivo in trasferta, fuori regione, poi, appena parlo con qualcuno di nuovo, e per lavoro mi capita spesso, il discorso cade inevitabilmente lì.
Da un po’ premetto: “Conosce?”.
Così evito di vedere espressioni vacue quando dico “Colle Val d’Elsa”.
Ma non è stato sempre così.
All’inizio rispondevo decisa: “Siena”, “provincia di Siena” o “fra Siena e Firenze”. Cosa che generava immancabilmente sospiri, urletti e sdilinquimenti vari, con conseguente roteazione degli occhi all’insù, per produrre, un’altra volta immancabilmente, la seconda domanda.
“E che cosa ci fa una toscana a Belluno? chi glielo ha fatto fare di lasciare posti così belli…”
Risposta diplomatica con sorriso di circostanza: “Eh, non me lo chieda…”
Poi, immancabile, la filastrocca: “Ah la Toscana, ma quanto è bella la Toscana!”.
“Eh, sì”.
“Il cibo, il vino… (in crescendo) la fiorentina! Che cosa non farebbe ora per mangiare una fiorentina?”
(“Anche niente, sono vegetariana”) penso.
“E il fritto alla toscana?” dico, invece.
“I salumi, i formaggi… la ribollita! e l’aria, la natura. E’ tutta verde la Toscana…”
Con un’amica ci si scherza su. Lei è di qua ma sua figlia studia a Siena per cui ormai è quasi di casa anche lei. Ogni volta che torna dalla Toscana parte il ritornello: “Quant’è bella la Toscana, l’è tutta verde la Toscana…”
E ci ridiamo un po’…

Mi è successo diverse volte invece, molte più di quanto mi sarei aspettata, di suscitare reazioni dicendo “Colle Val d’Elsa”.
“Ci sono stato proprio l’anno scorso”. “L’ho scoperta tornando dal mare, che posto bello!”. Oppure: “Andiamo sempre a mangiare da Arnolfo”
Beh, devo ammettere che questo mi ha sempre stupita, piacevolmente stupita.
Altre volte, presa dall’entusiasmo, alla domanda “Toscana di dove?”, rispondendo Colle Val d’Elsa, ho visto solo un punto interrogativo.
“E’ sulla Firenze-Siena, vicino a Poggibonsi…”. Niente.
“San Gimignano…”. Il vuoto.
“Monteriggioni…”. Buio.
“E’ a 10 chilometri dal Chianti, da Castellina in Chianti…”
“Ah ecco…”

Devo dire che ‘sta storia della Toscana un po’ mi perseguita. Stamani, durante una visita, la dottoressa non ha fatto quasi altro che parlare del suo recente viaggio in Toscana. A San Casciano ai Bagni (dei Bagni), all’hotel Fontana Verde (Fonteverde) da cui si vede tutta la Val di Norcia (d’Orcia).
E alla visita aziendale il medico non ha fatto altro che raccontare i suoi viaggi giovanili a Colle e i pranzi alla trattoria da Beppe il cacciatore.

Anche perché poi in genere avresti bisogno di parlare di tutt’altro…
Telefonata di lavoro.
“Salve sono (tal dei tali) del (giornale) di Belluno, la chiamo per il tal motivo”
Attimo di silenzio…
“Però lei non è di Belluno…”
“Eh no…”
“Ecco, l’ho capito subito io, sa?”
Applauso.
“Toscana?”
“Eh sì, non posso nasconderlo…”
“Toscana di dove?”

“Ma sa che starei per delle ore ad ascoltarla, mi fa impazzire sentirvi parlare…”

Devo dire che in qualche caso ci sono rimasta anche un po’ male. Partito il siparietto come da programma, la domanda è stata: “Ma lei è romana?”
(Ma quando mai?)
Una volta mi han chiesto perfino se ero siciliana…

Beh, non c’è mica niente di male, alla fine non mi dispiace ‘sta storia della Toscana, anche se come argomento di conversazione il più delle volte genera soltanto una sfilza di luoghi comuni. Fiorentina, ribollita, Chianti…
Ah, e i comunisti. “I toscani son tanto simpatici, peccato che sono tutti comunisti…”
Già.

A proposito di luoghi comuni.
La lingua.
“Quanto mi piace il vostro dialetto”
Veramente sarebbe italiano, se proprio si vuole insistere allora chiamiamolo vernacolo…
“Ma come mai aspirate la “c”. Mahonna honina….”
(“La “c”…, appunto”)

Poi, ogni volta che apri bocca, c’è sempre qualcuno che parte in quarta e hoha hola qui e hagna e hagnolini là.

Quando ero alle medie un’estate andammo in vacanza al sud. In un autogrill chiesi una Coca Cola e il barista attaccò:
“Una hoha hola hon la hannuccia horta, la mi’ hagna ha fatto quattro hagnolini tutti e quattro hon la hoda horta…”
E giù a ridere.
Devo ammettere che allora fu un piccolo shock. Lo guardai, ricordo, senza capire affatto il perché di tutta quella ilarità…

Ora lo so, ma non è mai finita…

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l’invadenza del telefono

sì lo so. ho il blog, sono su facebook, c’ho pure il blackberry. la tecnologia è con me. o meglio, io sono con la tecnologia. amen

però, devo proprio dirlo, c’è una cosa che non sopporto. non posso dire che mi mandi in bestia o cose del genere, diciamo che mi infastidisce oltremodo.
le telefonate inutili.
per questo in genere prediligo i messaggi, le email, le comunicazioni non invasive. quelle che uno se le legge quando vuole e senza l’obbligo di una risposta immediata. poi capita anche che mandi un sms e chi lo riceve ti chiama subito. “ho visto il tuo messaggio, volevo risponderti a voce”.
ecco.
vabbè, non divaghiamo.

la questione riguarda la giornata di oggi, 2 giugno. FESTA.
oggi lavoro, ma lo farò solo nel tardo pomeriggio e fino a notte. la giornata è quasi libera. tutta per me. ieri, giorno di riposo, è stato pienissimo e, per una volta, sono tornata a casa tardi e insonnolita. stamani, nel silenzio che avvolge i giorni festivi, ho acceso il telefonino giusto per vedere che ora fosse. e ha subito cominciato a lampeggiare… (non odio solo il telefono, odio anche le suonerie, anzi, soprattutto).
ma cazzo, non erano nemmeno le nove..
sul display è apparso un numero, sconosciuto peraltro, non associato ad alcuno dei miei contatti.
Un fisso di Belluno… ma chi può essere che rompe a quest’ora di un giorno di festa?
non lo voglio nemmeno sapere.
spengo il telefono.
sì però cavolo, e se qualcuno avesse bisogno di me? mah, se una delle mie rare conoscenze dotate di telefono fisso dovesse star male o fosse nei guai chiamerebbe il 118, i carabinieri o l’avvocato. non certo me.
sarà una questione di lavoro? pregasi chiamare più tardi, allora, molto più tardi, grazie. e magari in ufficio
o magari sarà un amico che mi invita da qualche parte? primo: avrei avuto il SUO numero in memoria…
secondo: oggi non ci sono per nessuno

che dire? intanto la tranquillità della giornata è stata in qualche modo violata da questa intrusione mattutina e anonima. per cui accendo il computer e mi tolgo almeno la soddisfazione di vedere chi è che rompe a quest’ora…
riaccendo il telefono per copiare il numero e appare un sms. cavolo, ha pure richiamato…
ore 9.52…
vado sul sito delle pagine bianche, clicco ricerca numero… spiacenti, è impossibile definire la ricerca. il numero non è nella lista dei nostri abbonati o non è visibile.
eh no…. così non vale. qui si gioca sporco.

ok, io vado avanti con le mie cose. questa giornata è mia.
più tardi scoprirò chi era il rompipalle mattutino del 2 giugno. allora vedrò se avrò perso un’occasione o se mi sarò risparmiata una rogna. o magari niente di tutto questo
e giuro, se era un rompi, pubblico il numero.

in ogni caso, date retta, se proprio avete necessità di parlarmi, specialmente di mattina, mandate un sms o scrivete un’email…

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una vita sportiva

da quando ho aperto questo blog mi trovo a pensare: ecco oggi che cosa scrivo?
non che sia un obbligo, ci mancherebbe
a volte mi vengono dei pensieri in mente insieme alla voglia di scriverli
altre volte no
allora ci penso un po’ su
tipo stamani. sono stata fuori, ho fatto una passeggiata. breve, perché mi sono alzata un po’ tardi. ma insomma, è sempre uno di quei momenti in cui la mente va, senza regole e senza limiti
in genere mi è difficile scrivere i pensieri che passano e volano
al momento in cui affiorano alla mente sono già andati, come il sudore dopo la fatica.
una doccia e via
però mi sono chiesta che cosa penso quando penso così, sciolta, senza regole e senza limiti
a volte penso a delle cose che sono successe. mi rifaccio il film nella mente, ricostruisco la successione degli eventi, cerco di ricordare le parole che sono state dette. E’ allora, quando ci ripenso, che in genere mi si chiarisce il nesso del perché una persona può aver detto o fatto una tal cosa. E’ un po’ come rimettere a posto armadi e cassetti (a proposito…). ci sono più o meno le stesse cose di prima, solo che sono in ordine…
ok, poi penso anche a quello che dovrei fare. cerco di trovare argomenti da proporre al lavoro, idee su altri progetti. a volte guardo semplicemente il panorama, le scrostature delle case, leggo i cartelli per la strada, osservo le piante, i giardini.
qualche volta leggo anche i nomi sui campanelli, chissà perché…
di base però penso alla vita che vorrei, al mondo che vorrei.
in tanti anni trascorsi lontano da casa, in mille traslochi da una città all’altra, ho conosciuto tante persone con cui si è creato un rapporto speciale. ce n’è almeno una, ma anche qualcuna in più, in ogni posto in cui ho vissuto, anche per poco tempo.
ecco, uno dei miei pensieri, diciamo pure una fantasia, sarebbe quella di vivere in una città tanto grande da contenerle tutte. magari vicino a casa mia, in toscana, dove ci sono gli amici di sempre. raffa, lula, walter, luana, cristiano, sonia, fermina, nina. e poi mamma paola e tutti i parenti. mi piacerebbe averli tutti più vicini. la rossi, la cinese, il rouge. stanno in toscana ma son già più lontani. e poi i veneti, luca, enrico, carlo, anna, i vari alessandri, cinzia, michela, milena, ivana, l’altra simona… maudi, maurizio. e cristina e gabriele di pordenone.
non importa a dire il vero fare tutti i nomi perché ora qualcuno lo dimenticherò e qualcuno ci rimarrà male. ah, laura in svizzera…
alessio a milano…
il fatto è, credo, che chi c’è lo sa da sé

ecco, che bella sarebbe una città grandissima dove, fra tutta l’altra gente ci stessero anche queste persone. con le loro famiglie, i loro amici, la loro vita. ma che si potesse incrociare naturalmente con la mia. vado a comprare il giornale e trovo la rossi con le figlie (ormai son grandissime e io le ricordo da piccole), mangio una sera al ristorante e ci sono, chessò il rouge a un tavolo e enrico a un altro. e per strada incrocio laura che passeggia con il cane.
capito che intendo? anche senza vedersi apposta, farebbero parte del mio mondo.
questo è uno dei miei sogni.
irrealizzabili.
e poi un’altra cosa.
mi piacerebbe che le persone vivessero la loro vita senza guardare morbosamente che cosa fanno gli altri, senza competizione, quella negativa. senza il confronto malato, quello che vuole sminuire l’altro nell’illusione di innalzare se stesso, quello che pensa solo ai beni materiali, che conta quello che spende l’altro e ci rimugina su. ecco. queste cose non vorrei nel mio mondo. no, non parlo di politica. parlo di persone, ne conosco tante che ogni volta che c’è qualcosa di bello, un rapporto, una situazione, la rovinano con invidie, gelosie e cattiverie
vorrei una vita in cui ognuno pensa a migliorare il proprio record, ma senza spezzare le gambe all’avversario, andando avanti secondo le proprie possibilità
ecco, una vita sportiva

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cambio di stagione

allora, facciamo così. io lo scrivo, almeno dopo non ho più scuse.
oggi è domenica, ho quasi tutta la giornata libera, fuori splende il sole e l’aria è frizzantina. ma io starò a casa a fare il cambio di stagione.
uff, mi fa fatica solo a scriverlo…
anche perché son settimane che rimando, ormai. e ho già una sfilza di scuse pronte all’uso.
una, per esempio, è che a Belluno non importa fare il cambio di stagione, l’estate dura meno di un mese. basta tirar fuori qualcosa di leggero al’occorrenza e passato il caldo metterla via.

il problema a dire il vero non è proprio stagionale. è più del tipo che devo togliere un sacco di roba inutile.
quando sarà stato che ho fatto l’ultimo cambio vero, quello che togli le cose da inverno e, deciso che certe non le userai mai più le regali, le butti, le vendi, insomma via, fuori dal mio armadio!
non me lo ricordo mica…
e intanto maglioncini, magliette, pantaloni, vestiti, scarpe, scarponcini, stivali e sandali si accumulano negli scaffali.
poi cambiano le mode, il maglioncino si allunga, si alza la vita dei pantaloni, cambia la taglia. insomma alla fine rimane solo qualche vestito giusto da cercare in una montagna di abiti che per una ragione o per l’altra non usi più. ed è anche un problema trovarlo…
ecco soprattutto per questo non posso più rimandare. e oggi la mia fatica sarà scegliere i capi da mettere in cantina, da regalare, da vendere, da buttare, senza inutili ripensamenti.

vabbè dai, Simo, che sarà mai… ce la puoi fare

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senza titolo

eccoci qua. con la voglia di scrivere e nemmeno un’idea.
o forse anche troppe.
vorrei scrivere una considerazione sulle persone che finalmente subiscono ciò che in genere fanno subire agli altri, ma quando lo fanno loro è giusto e quando lo subiscono diventano invece le vittime universali.
ma non posso farlo.
in realtà, l’avevo detto, avrei voluto scrivere un diario, ma questo, è inutile far finta, è un foglio che vola nel vento.
e allora certe considerazioni è meglio tenerle per sé

avrei voluto scrivere di un’idea, un regalo, che mi è venuto in mente di fare e che ha tutto un suo significato. ma non posso fare nemmeno questo perché sennò non è più una sorpresa.

non è la prima volta che mi capita.
nella cartella bozze è già da un po’ che stazionano elucubrazioni su temi diversi che mi sono girati in testa per un sacco di tempo e poi, quando ho cominciato a scriverle, anziché organizzarsi in un filo logico, si sono disperse, moltiplicate in una serie di pensieri e sottopensieri cui ormai era diventato difficile dare un senso compiuto.

sulla versione di Simona, ispirata alla versione di Barney, ho lavorato un bel po’.
all’inizio era tutto chiaro e c’era un filo logicissimo. poi, man mano che scrivevo, le cose da dire sono diventate così tante, complesse e anche personali, che ho scritto e riscritto per poi lasciare tutto in sospeso.

la tristezza del tricolore, cavolo, mi è venuta in mente girovagando per le venete strade in macchina. e quando la vista di quelle bandiere sventolanti alle finestre o ai cancelli dei villini isolati mi ha fatto venire in mente solo la bosnia, una nazione divisa, profondamente ferita e forzosamente ricompattata, ho deciso che lo avrei scritto. anzi, ho deciso che avrei aperto un blog per scriverlo.
e allora ho chiesto consiglio a carlo, l’ho aperto ed eccomi qui… sarebbe dovuto essere il primo post, ma poi non è andata così. si è arenato anche quello

vabbè, mi pare che senza dire niente ho detto anche troppo. la voglia di scrivere si è acquietata e ora si può pure andare a dormire che domani sarà un giorno bello tosto.

intanto qui a belluno fulmina e tuona.
ma sarà comunque una bella notte

buona notte

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la casa di D’Annunzio

il giro sul lago di Garda mi ha fatto tornare in mente un episodio di qualche anno fa. era l’aprile del 2003, se non ricordo male.
da meno di un anno curavo una pagina settimanale sul Gazzettino di Belluno interamente dedicata agli alpini. nell’ambiente delle penne nere era diventato un piccolo caso, anche perché nessun altro quotidiano aveva mai fatto altrettanto

chiariamo, non era stata un’idea mia. diciamo che era una necessità del giornale e che fu affidata a me, in quanto come ultima arrivata non avevo un mio settore da seguire.

nell’aprile 2003 fui dunque invitata a intervenire all’annuale convegno itinerante della stampa alpina che quell’anno si teneva a Gardone Riviera, nel Vittoriale.
inutile dire, almeno per chi mi conosce, che dissi subito di no. alla fine mi convinsero, al giornale la cosa andava bene e quindi in un mattino di sole partii con la mia auto alla volta del lago di Garda.

per la strada il presidente degli alpini bellunesi mi chiamò diverse volte per chiedermi a che punto fossi.
“Mi raccomando, guarda di esserci per le tre, che il tuo intervento è fra i primi”. “Ok, tranquillo”.

“Simona, dove sei?” “A Riva, ormai sono arrivata (non era affatto vero, ma ancora non lo sapevo)”

“Appena ci sei vai al Grand Hotel, mangia qualcosa e sali al Vittoriale”

alla fine arrivai, seguii le loro indicazioni, precisissime. avevo perfino un cameriere dedicato che mi servì, in ritardo visto che gli altri erano già andati via, il mio pranzo personale, nonostante insistessi a dire basta così, grazie.

presi la cartellina con il testo del mio intervento e le raccolte delle pagine degli alpini uscite fino ad allora che avrei lasciato in dono, e salii le scalinate del Vittoriale

all’ingresso c’erano alcuni alpini che mi invitarono a mettere giacca e borsa nel guardaroba.
mi tenni la cartellina e loro mi dissero di lasciare anche quella.
“ma mi serve per l’intervento….” provai a protestare
“si si, tranquilla. c’è tempo per tutto” mi dissero

solo dopo, ripensandoci, capii che l’avevano detto con un’aria anche un po’ troppo condiscendente

fu però solo quando mi scortarono davanti all’ingresso della casa di D’Annunzio, dove c’erano altre donne in fila, che capii in un lampo che cosa era successo
mi avevano scambiato per una delle mogli degli alpini, magari, avranno pensato, anche un po’ fuori con la testa visto che era convinta di dover perfino parlare ad una riunione, e mi avevano accompagnato nel percorso riservato alle signore per intrattenerle mentre i mariti erano impegnati

appena realizzai questo pensiero giunse un’altra telefonata del presidente. “Simona, ma dove sei? sbrigati che fra poco tocca a te”
abbandonai la fila e di corsa tornai all’ingresso.
“datemi la cartella, per favore, che devo scappare”. probabilmente il mio tono non ammetteva repliche, perché non ce ne furono

con il telefono cellulare all’orecchio mi feci guidare nella sala dove tutti mi attendevano, quella con l’aereo appeso al soffitto
non riuscivano a capire perché ci avessi messo tanto ad arrivare. potei spiegare che cosa era successo solo dopo, quando la riunione finì

comunque, quando fu il mio turno feci il mio intervento, che ebbe anche un discreto successo

ero emozionatissima, cavolo, meno male che me l’ero scritto. in effetti, come mi fecero notare, era la prima volta in assoluto che in quel tipo di riunione ospitavano un intervento esterno, se poi si aggiunge il fatto che ero perfino una donna…
(questo per scusare i solerti alpini all’ingresso…)

fu una grande esperienza, tanto che ancora oggi me la ricordo nei dettagli.

l’unico rammarico è che non ho più visto la casa di D’Annunzio….

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un salto in paradiso e torno giù

Quando siamo andati a dormire, ieri notte, la riva del lago era tutta una fila di luci. il cielo brillava di stelle che si riflettevano nell’acqua nera, dopo che la cappa di aria umida del giorno si era ormai dissolta. stamani al risveglio c’era già un velo di foschia, ma il sole splendeva nel cielo.
l’acqua della doccia era freddissima, lo scaldabagno non aveva voluto accendersi, ma non ci importava un granché.
abbiamo indossato i parei e siamo andate, un po’ per volta, a farci il bagno nel ruscello che scorre sotto casa, dove una cascatina riempie un invaso naturale della roccia come una piccola piscina.
corroborante. quella sì che dà la sveglia.

poi c’è stata la colazione, davanti alle acque tranquille del lago, mentre marco tagliava il prosciutto per i panini del pranzo al sacco.
il giorno prima avevamo avuto anche una piccola (dis)avventura.
tornando dalla piazza del paese avevamo preso il sentierino che taglia i tornanti per tornare alla casa, appesa a metà collina
lo stesso che avevamo fatto per scendere
in sei avevamo scelto di risalire a piedi mentre le altre erano andate in macchina con aurora
non abbiamo capito bene dove è successo ma ad un certo punto abbiamo perso il sentiero. sarà stato quando dovevamo girare a sinistra e invece siamo andati a destra. senza nemmeno accorgercene siamo finiti in mezzo al bosco, abbiamo cominciato a salire senza arrivare da messuna parte e il sentiero non finiva più
poi abbiamo trovato una specie di frana, sembrava come se ci fosse stata una valanga. gli alberi erano precipitati giù ed erano accumulati in basso in un intrico di rami spezzati
abbiamo dovuto superarli per non rimanere bloccati nel sentiero interrotto sul nulla
ma ancora non la finivamo più di salire. e cominciavamo anche ad essere un po’ preoccupati
erano ormai passate le 8, fra un po’ sarebbe sceso il buio, e non avevamo la minima idea di dove stavamo andando
il nostro sentiero di partenza era il 37, ma mentre andiamo avanti, sempre in salita, senza mai tagliare nemmeno un tornante, ne abbiamo incrociati altri: il 30, il 34, il 19. alla fine siamo rientrati di nuovo sul 37, che ci ha portati a casa, dopo essere scesi, stavolta, per una ventina di minuti buoni.

vabbè, è stata un’avventura tutto sommato. se consideriamo il fatto che anziché una camminata di mezz’ora ci siamo imbarcati in un percorso sconosciuto per due ore e mezzo, che non avevamo un goccio d’acqua, era sera tardi e solo per caso avevamo tutti almeno delle scarpe da ginnastica, alla fine non è andata nemmeno troppo male

la cena è stata come un sogno. arrivati nella verandina apparecchiata dove gli altri ci aspettavano preoccupati per il nostro ritardo abbiamo trovato un pentolone di pasta e ceci dal profumo di rosmarino, una teglia di verdure al forno con capperi e origano, un prosciutto da tagliare e una torta al cioccolato da urlo

il posto, una casetta in pietra in mezzo agli ulivi, aveva un che di magico.
e così anche le persone che ci stavano
non li avevo mai visti prima, eccetto lula, la mia amica, ma mi sono sentita subito a casa con tutti gli altri
un paradiso non si può dir tale se non è abitato dalle persone giuste

appena arrivata si erano presentati tutti ma io non sono riuscita a ricordare nemmeno un nome lì per lì
poi, dopo poche ore, sembrava di conoscersi da sempre
ci è voluto poco perché ogni volto avesse il suo nome. a parte marco e flavio, che erano gli unici uomini, e quindi era più facile ricordare, c’erano: nadia, chiara, maria elena, alessandra, monica, grazia, milena, rosella, lula ed io. poi è arrivata aurora, e il mattino dopo raffa

un gruppetto preparava il prossimo viaggio in dancalia. altri parlavano della casa appena acquistata in maremma
qualcun altro parlava di cibo, si assaggiavano piatti, si scambiavano ricette
il cinghiale al tegame, le verdure al forno, lo zenzero candito, il ghee

c’era nell’aria quella consuetudine rilassata propria dei gruppi bene affiatati e che si frequentano da tanto tempo
io ero appena arrivata ma già mi sentivo nel cerchio
e quello che colpiva di tutte queste donne, di tutto il gruppo, era l’estrema rilassatezza e l’assoluta mancanza di competizione l’una con l’altra, così come l’assenza di pettegolezzi e cattiverie

caspita, dopo tanto tempo mi sembrava quasi di vivere in un sogno
quasi

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