caro Papa Francesco ti scrivo…

Questa lettera non è mia. È stata scritta da Cristina Muratore e pubblicata dal Gazzettino di Belluno
L’ho trovata intelligente, coraggiosa, piena di tatto, di amore e di rispetto per l’umanità, intesa come caratteristica propria degli esseri umani.
Mi sono riconosciuta nelle sue parole, per questo ho deciso, con il suo assenso, di condividerla sul mio blog.
Penso che offra tanti spunti di riflessione

Santo Padre, o Caro Francesco,
se posso adeguarmi al Suo stile umile e irrituale, mi permetto di scriverLe confidando nella Sua capacità di ascolto e di vicinanza ai più deboli.
Non ho richieste per me stessa, ma per la realtà che mi circonda e il nonsenso che fatico a tollerare. Non credo che un Papa debba intervenire nei temi politici del mondo, nè dello stato all’interno del quale si trova geograficamente il Vaticano, né tantomeno nei temi etici che non appartengono al solo mondo cattolico, bensì a tutti gli esseri umani. Ritengo invece che possa e debba mettere in pratica con azioni concrete il proprio insegnamento per renderlo più credibile ed efficace attraverso il miglior metodo che esista: l’esempio!
Quest’anno mio figlio farà la prima comunione e io dovrei seguirlo, ma non pratico più da molti anni perciò non ricordo quasi nulla del catechismo e la mia distanza da questa Chiesa è ormai abissale, perciò mi limito a trasmettergli i miei valori.
L’unico motivo per cui gli faccio seguire la preparazione a questo sacramento è per dargli la possibilità di scelta, che sarebbe impossibile senza la conoscenza.
Ma tutto ciò ha fatto riaffiorare in me un senso cristiano, o potrei dire “umano”, che nulla ha a che vedere con l’ostinazione di chi pretende l’affissione di un crocifisso nei luoghi pubblici, ma calpesta i valori che tale simbolo sottende!
In un mondo disseminato da guerre ed ingiustizie, cambiamo le nostre opinioni in base a quanto i problemi restano distanti da noi, inaccettabile ipocrisia!
E in Italia assistiamo ad una crescente intolleranza nei confronti dell’altro, sempre più lontani dal teorico “amore per il prossimo”, mentre gli sciacalli dei consensi emotivi fomentano odio in cambio di voti.
Dal lusso dei salotti invece ci si indigna poiché la guerra tra poveri tocca altri, che devono essere comprensivi ed accettare il disagio al quale tanto ormai devono essere abituati: ma non è razzismo, la gente accetterebbe razze diverse se arrivassero con una valigia piena di denari e spendessero nei nostri negozi anziché voler vendere ovunque oggettistica inutile. Non è colpa loro, è ciò che è stato insegnato dalla logica dell’egoismo nella società dei consumi.
Oggi non c’è soluzione semplice all’esodo biblico che ha superato ogni emergenza per trasformarsi in un dato di fatto costante con cui ognuno dovrà in qualche modo fare i conti.
Ecco perché auspico che anche la Chiesa, oltre a predicare, faccia la sua parte e Le chiedo: perché non mette a disposizione dei migranti i suoi numerosi immobili, molti dei quali inutilizzati? Ma anche le proprie risorse umane ed economiche, compiendo un’opera di bene di alto valore educativo? Lo stato italiano non ha ancora trovato il coraggio di tassare i Vostri edifici e difficilmente lo farà, e allora potrebbe partire da Voi una sorta di autotassazione volontaristica, per aiutarci a risolvere un problema gravissimo, che porta con sé a cascata un’infinita sequela di altri problemi correlati, come appunto il rifiuto di accettare altri fratelli da parte di chi si trova già a lottare con le difficoltà delle periferie.
E a poco serve spiegare loro la complessità del fenomeno, le responsabilità dell’occidente, le guerre e le carestie da cui molti fuggono, o ricordare che siamo anche noi stati migranti e ancora lo siamo oggi con sempre più giovani in fuga, con tutte le differenze di un punto di partenza diverso.
Temo che molti italiani abbiano perso non solo la fede, ma soprattutto il senso dell’umanità, la comprensione, la compassione, l’amore e la verità. Chi può e non aiuta commette colpa!
Certamente pecco di grande arroganza, ma Gesù insegnava che siamo tutti uguali e tutti “perdonabili”, perciò esprimo la mia semplice richiesta che potrebbe evitare il peggio, insegnando a tutto il mondo che cos’è la fratellanza cristiana.
Fiduciosa di una Sua cortese risposta,
La saluto cordialmente,
Cristina Muratore

(dal Gazzettino di Belluno del 20 novembre 2014)

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elemosine

Sono a firenze con mamma, camminiamo verso il centro

dalla stazione santa maria novella in un tratto di via nazionale, prima di entrare in via Faenza, c’è una donna stesa a terra tutta rannicchiata

È anziana e magra come uno stecco, infagottata fino alla testa in abiti cenciosi

Il corpo è incuneato nel piccolo spazio fra due auto in sosta

La testa è appoggiata sul marciapiede, come Le braccia tese in avanti a proteggere un bicchierino di plastica dove qualcuno ha pietosamente gettato delle monete
poche

La gente le passa accanto come se non la vedesse
ma è difficile non farlo

Qualche ora dopo, ripercorrendo la strada a ritroso, via Faenza, via nazionale, stazione santa maria novella, la donna è sempre lì, nella stessa posizione

La visione, nella sua drammatica immobilità, colpisce ancora più forte

Mamma dice quasi spazientita: “ora io le do qualcosa. Come diceva il tuo babbo “fosse solo per il fatto che sta cosi”

Il sottinteso, il non detto è: Sì okay, sappiamo che i soldi che dai ai mendicanti vanno al racket alla mafia ai papponi a chi manda avanti i disgraziati a chiedere e poi pretende che versino i soldi nello loro tasche, ma solo per il fatto che questa donna è costretta a stare così io le do qualcosa. Altro non posso fare.

Non so dire se quando mamma ha messo la sua moneta nel bicchierino la donna si è girata o è rimasta immobile

Se si è mossa, ha piegato la testa, ha avuto una reazione qualsiasi

Non lo so perché appena ci siamo fermate, mentre mamma si dirigeva verso l’anziana io sono stata avvicinata da un uomo di colore che voleva vendermi una cintura di pelle

Guarda che belle, sono di Armani, Armani originali. Le vendo a 30 euro ma te la do a 10 perché ho fame, devo mangiare

No grazie, guarda non mi serve e poi non ho soldi

Ma io ho fame per favore, devo mangiare. 8 euro, guarda, le vendo a 30 ma te ne chiedo 8

Ma no davvero lascia stare non mi serve

Cercavo di guardare che cosa succedeva con la donna a terra ma il tipo di colore non mi mollava

5 euro, ho fame
e mi porge la cintura appoggiandola sulla mia mano

Ne ha due, una nera e una marrone

Quale ti piace? Guarda belle, sono Armani originali, c’è il marchio vedi?

Ma sono da uomo non mi servono

No non da uomo, sono unisex

Sfiancata da tanta insistenza prendo il borsello e lui ne approfitta per gettare la cintura in borsa, per prevenire miei ripensamenti

Gli do 5 euro e se ne scappa via

È durato tutto una manciata di secondi

L’uomo della cintura si è allontanato e io ho ritrovato mamma

Per un bel po’, dopo, mi sono dimenticata di avere la cintura in borsa

Poi l’ho guardata e in effetti era una bella cintura

Marrone, di pelle, ben rifinita e lavorata

Originale o no, vale di sicuro molto più della misera cifra che lho pagata

Ma in certe situazioni i parametri tendono a cambiare

“Non potevo non darle qualcosa – dice mamma ritornando a parlare della vecchia stesa a terra -. Il tuo babbo me lo ricordo lo diceva sempre. Solo per il fatto che sta così, non fosse per altro”

Lo ha già detto ma capisco che le fa piacere ripeterlo.
E a me babbo piace ricordarlo anche per questo.

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cena di compleanno 2014

I primi ad arrivare sono A. e L. con due bottiglie di vino. Ci scambiamo due baci e mi danno subito il loro regalo, un foulard di Desigual, mentre io scappo giù per la strada per fissare l’apertura del cancello
E’ enorme, sembra un pareo e i colori sono bellissimi
A. dice ridendo:
“Ormai li fanno grandissimi i foulard, non è più come un tempo quando erano piccoli e si stringevano appena intorno alla gola”

L’atmosfera è già allegra e distesa
Mentre preparo l’angolo per i fumatori, fuori, con lanterna, candeline, posacenere e copertine per i freddolosi, R. mi manda su whatsapp le foto del maglione che mi vuole regalare
Posso scegliere fra una maglia smanicata con motivi floreali bianco e nero o un collo alto grigio aperto davanti. Va bene il secondo
L. arriva più tardi. Aveva detto che sarebbe venuta in anticipo per aiutarmi a preparare
Ma la tavola e già apparecchiata per dieci, con tovaglia a quadri di tutti i colori, piatti spaiati, bicchieri spaiati, posate spaiate. Solo i tovaglioli son tutti uguali
ho già messo anche l’acqua, naturale e gassata

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L. non sarà arrivata in anticipo ma porta con sé due borse piene di cibo già pronto
“Ecco il catering!” annuncia con la sua voce allegra
Da un cesto in paglia escono come per incanto padelle piene di verdura cotta, fagioli all’uccelletto (o all’uccelletta?), contenitori di plastica con pesto al cavolo nero, hummus (salsa di ceci), babaganush (crema di melanzane)
Mentre gli altri fumano una sigaretta fuori, noi finiamo di preparare
Tagliamo il pane e lo passiamo in forno
regoliamo le salse allungandole, dove serve, con l’acqua di cottura di fagioli e cavolo nero
le disponiamo in vassoietti e vaschette
C. e N. fanno un po’ più tardi perché sbagliano strada
C. porta una vellutata di zucca gialla con chiodi di garofano noce moscata e latte di nocciole
la riscaldiamo e la serviamo con qualche pezzetto di pane tostato e un giro d’olio
C. la versa nelle scodelle mentre io metto il pane e L. aggiunge il goccio d’olio

E così siamo di nuovo qui, intorno a questo tavolo un po’ traballante

Stavolta in dieci, stretti come sardine, fra piatti bicchieri e bottiglie a passarci i vassoi e a chiacchierare e ridere come sempre.
Un nucleo di irriducibili, come sempre, e qualche amico meno assiduo, ma della cerchia

Arrivano anche R., con il maglione grigio in dono, e S.
L’atmosfera si scalda. apriamo le bottiglie di vino
Con S. e M. siamo tutti: dieci appunto
S. aveva preparato dei biscottini all’amaranto, dice, ma non ha fatto in tempo a cuocerli tutti
dopo la vellutata di zucca si ritirano i piatti e si parte con la seconda portata
Crema di cavolo nero con bruschetta e fagioli cannellini
Quella l’ho preparata io ma non è venuta proprio al meglio
Condizionata dalle mie limitazioni alimentari ho preparato tutto con poco sale e senza sapore
Comunque alla fine è stata apprezzata anche questa

La ricetta l’ho assaggiata l’altro giorno al ristorante senza glutine a Firenze e l’ho proposta anche la sera prima, alla cena con i parenti

intanto in padella sfrigolano con il vino rosso le salsicce, concessione per i carnivori
Al primo giro rimangono crude e dobbiamo farle risaltare di nuovo
Ormai abbiamo perso dimestichezza con il prodotto

l’atmosfera è calda
Stretti stretti ci si passano vassoi e scodelle
Sì assaggiano i cibi speziati e colorati
Sì parla e si ride
io e L. siamo quasi sempre in cucina, davanti al mobiletto che la divide dalla zona pranzo e sul quale appoggiamo i piatti e le portate che poi dovranno passare di là fino in tavola

“Comunque te e L. siete una forza della natura” scrive R. il giorno dopo, “mi piacete un sacco, dovreste pensare a costruire qualcosa insieme: il successo sarebbe assicurato”

Eh sì,  non male come idea

Intanto, dopo che tutti se ne sono andati, si fa tardi, sempre io e L., a rimettere a posto

il giorno dopo, i commenti
“Cavolo L.  che lavorone che abbiamo fatto ieri – scrivo – pensa quante energie in campo, ma si muovono tutte in modo armonico e quindi senza fatica … forse gli amici apprezzano proprio questa atmosfera a prescindere dal tipo di cucina che può piacere o meno”

“E’ sempre la magia delle sere a casa tua – scrive L. – … io mi diverto sempre un monte e godo di quell’atmosfera allegra ed è un vero piacere preparare il cibo”

alla fine abbiamo spazzolato tutto ed è avanzata ben poca roba
Soprattutto i miei cannellini e la crema di cavolo nero che nessuno vuole portarsi a casa

fra i regali ho ricevuto una Smart box con eventi da studiare e poi da scegliere (con la partecipazione di F. che non è potuta venire)
una trousse da viaggio adatta allo zaino con i contenitori piccoli per i cosmetici
N. mi ha fatto un braccialetto bellissimo con le sue mani

mi piace indossare le cose che mi regalano gli amici
E un’occasione per ripensarli ogni volta

Abbiamo avuto anche il dolce, il budino vegano ai datteri e al latte di cocco e il creme caramel di mia sorella

Dopo ho ripensato anche al fatto che si stava talmente bene che nessuno ha avuto il tempo di fare foto da postare su Facebook o altrove
non avevamo nemmeno la torta con le candeline….
insomma è stata proprio una festa di compleanno particolare

Fuori dagli schemi, senza passi obbligati

Come piacciono a me
Da ricordare di sicuro

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amati libri, addio?

Mi chiedo, come si fa a separarci dai libri che abbiamo amato o che ci ricordano momenti importanti della nostra vita
Qualcuno lo sa per favore?
Me lo domando oggi perché sto provando a fare un po’ di pulito. A far respirare la casa
Non che i libri soffochino, ci mancherebbe
Ma ogni tanto rimestare un po’ nel passato e fare una cernita risistemando buttando scegliendo recuperando, male non fa
A me questo gioco apre degli sprazzi infiniti di memorie
Apro cassetti inapribili per il casino indiscriminato che contengono
ed escono volti serate sensazioni che non avrei ricordato altrimenti
Per questo gettare via spesso diventa così faticoso per me
Ma ogni tanto mi armo di coraggio e lo faccio
Oggi ho provato con i libri
Un mese fa avevo deciso di regalare la mia collezione di Julia, dal numero 1 ad oggi, almanacchi compresi, alla biblioteca della mia città
Per fortuna la maleducazione delle addette a suo tempo mi ha scoraggiato
Oggi la preziosa collezione sta esposta su uno scaffale della camera toscana senza prendere nemmeno troppo posto a dire il vero
In quel caso sarebbe stata maggiore la perdita, dei fumetti, rispetto al guadagno, di posto
Ora provo a decidere di liberare la libreria bellunese per fare ordine, far prendere aria, dare un senso ai libri accatastati negli scaffali in doppia fila
Il problema non è regalare o gettare, ma semplicemente trasferire
Eppure quando vedo certi titoli che non ricordavo nemmeno di avere mi viene immediatamente voglia di leggerli. O di tenerli li a portata di mano, per ogni evenienza
“Allegro ma non troppo” di Carlo M. Cipolla con “le leggi fondamentali della stupidità umana”
Mi ricordo subito dell’amica che me lo ha regalato in un impeto di generosità un giorno che sono passata a trovarla al negozio
E un librino piccolissimo si può tenere
“Dolomiti naturalmente” di Paolo Salvini
In toscana non me ne faccio di niente
ma soprattutto mi fa ricordare un divertentissimo viaggio in macchina con un’altra amica a indovinare i nomi in latino degli animali selvatici
Bubo Bubo, il gufo
Athene noctua, la civetta
Capreolus capreolus. .. che cosa?
Vediamo chi indovina
No troppo facile
Facciamo… rupicapra rupicapra
O meglio ancora dendrocopus major
vediamo chi lo sa
Comunque sì, si tiene anche questo
“Il metodo antistronzi: come creare un ambiente di lavoro più civile e produttivo o sopravvivere se il tuo non lo è” lo ho comprato anni fa durante una trasferta in un periodo pesante e doloroso, una delle tante. Magari ha funzionato anche solo stando lì nello scaffale
Non l’ho letto
Ma lo salvo, per pura scaramanzia
“La pioggia prima che cada” di Jonathan Coe non si butta e basta
Due libretti su Sarajevo, forse li ho anche già letti
Teniamoli
Curzio Malaparte, “Maledetti toscani”, “La pelle”, “Benedetti italiani”
Benedette letture da ripetere al più presto
“Fuggi Charlie Brown”, “Ho un’idea Charlie Brown”, “Ho un problema Charlie Brown”
Non sono nemmeno in discussione
basta guardare la copertina che ti mette già allegria
“L’incanto del lotto 49” di Thomas Pynchon da più parti decantato come un quasi capolavoro si meriterà la chance di una lettura, prima o poi
“La vita oggi” di Anthony Trollope fu magnificato ai tempi da D’Orrico sul Corriere della Sera
Ne fece un quasi cult
Vedremo
Intanto sta lì
Anna Negri, “Con un piede impigliato nella storia” è un regalo
“L’ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafon, pure, e ha anche la dedica di un amico
“Settantacinque poesie” di Constantinos Kavafis, lo stesso
Francesco Piccolo, “Scrivere è un tic”, mi serve
devo averlo sempre a portata d’occhio
“L’inganno” di Philip Roth mi riporta a un’altra vita
fu un regalo mio ma chi lo ricevette non lo volle tenere
lo lesse e me lo restituì
da rileggere
vediamo se con gli anni si è imparato qualcosa
ogni libro è un ricordo
di una persona, un momento della mia vita, una situazione

Comunque, non conservo soltanto
Ho già riempito due trolley, le uniche “scatole” resistenti al peso dei libri, anche se non ricordo bene chi c’è finito dentro
Mi pare Ugo Riccarelli, “Il dolore perfetto”
Qualcosa di Ignazio Paco Taibo II e di Marcela Serrano
Qualcuno dei tanti libri già letti che non se ne andranno ma rimarranno con me, almeno finché ci sarò, solo in un’altra casa

Poi ci sono i libroni
cataloghi di mostre e di rassegne culturali
montagne, le Dolomiti, Van Gogh, gli impressionisti
Tutti i luoghi dell’Unesco
Le piante medicinali
anche quelli stanno lì belli impilati in orizzontale l’uno sopra all’altro dove una volta c’era la televisione
Finché serviranno ad Ercolino, il mio gatto, per salire sulla parte più alta della libreria e dominare da lì il suo piccolo mondo, non si spostano

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telefoni e profumi

Se avessi avuto il telefonino almeno avrei potuto fotografare. Sai che effetto rivederli tutti insieme. Da una parte il vigile a piedi che parla al telefono, sotto il suo naso una automobilista ferma al semaforo con il cellulare attaccato all’orecchio e due metri più in là una passante anche lei tutta presa da una conversazione telefonica.
La mia passeggiata stamani invece era senza accessori elettronici. Ogni tanto ci vuole. Quindi non ho potuto immortalare la scena.
Camminavo sotto un sole, alto e raro di questi tempi, riflettendo su una cosa che ho letto da qualche parte in questi giorni. Che fare la doccia calda ogni giorno, cioè, è una di quelle abitudini che ci porteranno alla rovina. In questo caso della pelle.
In effetti, riflettevo, quando ero una ragazzina non c’era proprio questa febbre della doccia tutti i giorni. Dicono che ci è venuta insieme al modello di vita americano, forse con i film, chissà.
Ricordo che da bambine mamma ci costringeva a fare il bagno, a me e alla mia sorella. Ogni quanto di preciso non saprei dire. Una o due volte a settimana, forse, sicuramente non di più.
Quando si andava ospiti rimanendo a dormire a casa di qualcuno, dei nonni, di amici, di parenti, col cavolo che la mattina ci si faceva la doccia nel loro bagno. Si ringraziava e si tornava a casa.
E la doccia, o il bagno, semmai si facevano qui.
Avrò avuto vent’anni quando ospitai giù nel seminterrato, io vivevo ancora ai piani superiori, un musicista jazz. La mattina insieme al caffè mi chiese di poter fare una doccia. Io e la mia famiglia eravamo completamente disorganizzati in tal senso. In fretta e furia recuperammo un accappatoio e mandammo l’ospite in uno degli appartamentini di là dove c’era la benedetta doccia. Ora per fortuna è anche nel seminterrato. Ci siamo evoluti.
Si ma a parte tutto, il discorso dell’usura della pelle con l’acqua calda quotidiana un po’ mi dà pensiero. E che cavolo
Un’amica un giorno ha detto che la pelle delle donne va sempre lavata con acqua fredda.
Io la doccia fredda me la sono fatta abbastanza a lungo, non quella di moda su You tube, quella vera, ma ora son tornata al tepore di quella calda e, pur non rinnegando i benefici effetti dell’acqua fredda sulla pelle mi fa fatica pensare di tornare a farla di nuovo gelata al mattino
Mentre passeggio incrocio tre turisti tedeschi, due ragazze e un ragazzo
Dall’odore che diffondono nell’aria non pare che la doccia sia uno dei loro pensieri più assillanti
Vabbè, magari sono in giro da stamattina all’alba. Ci sta
Risalgo verso casa lasciandomi alle spalle il vigile a piedi che parla al cellulare Scende una coppia un po’ bizzarra, altissimo e magro lui, tonda tra e piccola lei
Lui parla fitto fitto al cellulare e le va addosso ogni tanto mentre lei scocciata lo respinge
Buffi
La donna lascia una scia di un profumo che non esiste in natura
Io dico, ma certo profumieri a cosa pensano quando lavorano?
Incrocio un altro ragazzo
Il sole picchia forte e lui si è tolto la camicia
Anche lui a quel che sento non è un estimatore della doccia al mattino
Ma almeno avrà una bella pelle
Consolante

Fra telefoni e odori arrivo sotto casa dove mi attende la ciliegina sulla torta
Una ragazza straniera con le gambe arcuate come un centravanti della nazionale arranca con i piedi infilati in un paio di scarpe rosse zeppa e tacco 12 ma forse anche di più
Molto fini sì
Sopra alle gambe, in zona pubica, sventola una galetta nera
Magari gliela avranno spacciata per una gonna
Saltella goffa sul porfido, non so se più in difficoltà per la forma delle gambe o per quella del tacco, appesa al braccio dell’orgoglioso compagno
Gli impiegati dell’assicurazione, fuori dall’ufficio in gessato nero e sigaretta d’ordinanza, la guardano divertiti
E in effetti sì cavolo
Stavolta avessi avuto il telefonino una foto l’avrei scattata proprio volentieri

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Le avventure di Ercolino – Con te non ci si annoia mai

Tornando dal lavoro, ieri sera, pensavo che nel caso avrei preso un cagnolino.  Uno di quelli piccoli che puoi gestire bene anche in appartamento e devi avere solo la pazienza di portarli fuori qualche volta al giorno.
Che poi fa anche bene alla salute
Nel caso Ercolino fosse morto di malattia o fosse scappato per non tornare più
Sì perché ieri il piccolo brigante l’ho visto a pranzo e poi, quando son tornata a casa nel pomeriggio per puro caso a cambiarmi la maglietta, era scomparso
Un’amica si è offerta di cercarlo trascorrendo il pomeriggio a casa mia a rovistare in armadi e guardando sotto i mobili
Ma del lestofante nessuna traccia
Io ero convinta che si stesse nascondendo perché stava male
Alcuni segni inconfondibili come una tosse a raschio mattutina, passata dopo due secondi, un insistente miagolio anche in ore notturne, e uno sguardo appannato non potevano che voler dire una cosa sola
Ercolino, il mio Ercolino,; era gravemente ammalato e stava cercando solo il modo più discreto per andarsene da questo mondo
Lasciandomi nella disperazione
Intorno alle 9.30 non ce l’ho fatta più e son tornata a casa un’altra volta a dare un’occhiata
Niente
Niente nemmeno alle 10.30 quando ho finito di lavorare
Per la strada ho trovato un’amica che si è proposta di passare da me con il suo mini cane in grado di scovare gatti nascosti nel raggio di un chilometro
Ho accettato di buon grado
Ma la piccola Bella, che ha annusato dappertutto ripercorrendo i passi dello sciagurato, compresi i salti sul letto e l’assaggio di croccantini, non è riuscita a scovare Ercolino

Rimasta sola ho cercato di pensare a quel che poteva essere successo
Da quando Ercolino è arrivato da me, sei mesi fa, non era mai accaduto che rientrassi senza trovarlo steso sul tappeto a pancia all’aria a reclamare coccole
Disorientata e sull’orlo di una crisi di panico mi sono affacciata alla finestrona in alto, quella che condivide il maxi davanzale con la vicina
La sua finestra era chiusa ma magari prima era stata aperta e il piccoletto si era intrufolato nella casa straniera
Già al mattino c’erano state scene di panico quando erano entrati da noi due operai e la figlia della vicina in questione
Ercolino, con uno scatto degno di Usain Bolt, aveva spaventato un operaio volandogli in testa e si era rifugiato nell’armadio
Ma ancor prima si era nascosto così bene che io ero andata a cercarlo fino in cantina e in strada e avevo chiesto alla vicina se per caso fosse entrato a casa sua
Che non sarebbe stata comunque una buona cosa visto che mi ha detto più volte che non vuole saperne di animali

ieri sera fuori c’era la movida, che vuol dire che pur non essendoci nessuno che faceva musica, alcune decine di persone solo parlando ad alta voce ridendo e sghignazzando riuscivano a creare un effetto concerto dal vivo amplificato.
Mi metto in ascolto fuori dalla finestra e, cribbio, nonostante tutto sento un miagolio
La riconosco, è la voce di Ercolino
Viene da lontano, è come ovattata, ma è indubbiamente dietro alla finestra chiusa della vicina
E ora come fo?
Sono le undici passate e lei dorme di sicuro
Incoraggiata da un’amica le scrivo un biglietto e glielo metto sotto la porta
E mi preparo a non dormire
Intanto si chetasse un po’ sta movida potrei verificare se il miagolio c’è ancora

Mi allungo sul davanzale e provo ad alzare la persiana battendo anche qualche colpetto tanto per far sentire a Ercolino che ci sono
In realtà però i colpi li sente la vicina che, pensando che fosse un ladro sceso dal tetto che tentava di forzare la finestra, sferra tre colpi da peso massimo dall’interno
Dopo poco, verso mezzanotte, ormai sveglia, si accorge del biglietto e mi bussa alla porta
Io balzo fuori casa scalza ricordandomi per fortuna di prendere le chiavi e vado da lei per recuperare il fuggiasco
Ovviamente nella stanzetta che pensavo di Ercolino non c’era nemmeno l’ombra
E questo mi solleva dal timore di chissà quali astronomici danni alla casa della vicina
Oh, ma questo è un miagolio
La vicina non sente nulla e pensa che io mi stia inventando tutto
No, è debole ma c’è
Non ci crede ma accetta suo malgrado di aprire la porta della terrazza
“faccia tutto quello che vuole ma mi porti via questo gatto. Se c’è”
Rimando la riflessione sul punto “a” (perché la mia vicina crede che io possa inventarmi la fuga di un gatto a casa sua all’una di notte e fingere di sentirlo miagolare) e vado avanti per la mia strada

Il miagolio è debole ma viene da li non ci sono dubbi
Lei tira su l’avvolgibile e apre la porta
Io esco e, da una porticina che affaccia sul terrazzino, vedo spuntare il musetto occhiuto di Ercolino
E li che cosa c’è?
il sottotetto
Come entro Ercolino, terrorizzato, scappa verso il fondo
La vicina è ancora convinta che mi stia inventando l’avvistamento ma mi avverte che se c’è veramente da li non si tira più fuori
Il sottotetto è un corridoio che segue il perimetro dell’intero palazzo, addio Ercolino
Ma figurarsi se mollo
Coro a casa a prendere dei croccantini e torno nel sottotetto
La vicina, che fra l’altro è una signora molto anziana, più che spaventata mi sembra quasi divertita dall’imprevisto
Intanto è quasi l’una di notte
Ma questa cosa va risolta subito
Fra l’altro il piccoletto non mangia dalla mattina e non è andato nemmeno al gabinetto
E speriamo bene per la casa della vicina
Le chiedo di lasciarmi sola nel sottotetto così inizio le manovre di avvicinamento
Ercolino annusa i croccantini ma appena mi avvicino scappa di nuovo
Mi metto seduta un po’ distante e ostento indifferenza così lui si avvicina e comincia a mangiare
Mi fiondo su di lui che scappa ma prima che si infili nel cunicolo lo afferro per la coda
Sei mio, ale’

Con il trofeo, che si dimena e sfodera le unghie, sotto un braccio, e il ciottolino dei croccantini e le chiavi di casa nell’altra mano, passo davanti alla vicina che finalmente si ricrede sulla mia salute mentale. O almeno spero
“Ah ma allora c’era davvero questo gatto”
Ormai è l’una
Ercolino è salvo, anche se abbastanza contrariato
Rientriamo in casa trionfanti
Partono i messaggi agli amici in pena
È tornato!!!

Son felicissima anche se ancora ignara del fatto che avrei passato la notte in bianco per i suoi insistenti miagolii
Stavolta per niente flebili però

Comunque ci ho ripensato
Il prossimo animale domestico non sarà nemmeno un cane di piccola taglia
Credo che prenderò un pitone
Così, tanto per esser certa di non avere troppe sorprese

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Le avventure di Ercolino – Una tranquilla sera d’estate

Oggi è un giorno importante per Ercolino
Ieri sera ha subito la sua prima aggressione
Sicuramente da ora in poi vedrà il mondo con occhi diversi

Dunque, che cosa è successo?
Me ne stavo comodamente seduta in veranda a leggere, unica preoccupazione le zanzare, quando ho sentito dei miagolii agghiaccianti a pochi metri da me
Nel buio non ho visto niente ma era facile capire che Ercolino, il gattino timido castrato e casalingo, era stato assalito da un gattaccio, probabilmente uno dei gatti poveri cui mia madre offre generosamente gli avanzi di casa
ingrato
Urlo per farlo scappare, recupero in tutta fretta una torcia e mi preparo al recupero di un Ercolino sanguinante e impaurito

accendo la pila e, per fortuna, niente di tutto questo
il piccoletto era salito sul grande pioppo per sfuggire all’aggressore rifugiandosi su una forcellina fra due grossi rami

i suoi fanali gialli riflettono la luce della torcia
pare tranquillo e niente affatto intenzionato a scendere
ovvio, non sa scendere
da lassù, sarà alto 5 metri almeno, si sentirà anche al sicuro
ma mica posso lasciarcelo
e ora che fo?

partono i messaggi agli amici
i consigli sono: chiama i pompieri o aspetta, quando avrà fame scenderà da solo
non mi convincono
io lo voglio portare giù
chiamo mamma ma in questa casa non risponde nessuno
corro come impazzita a cercare scale su scale
ma nessuna è alta abbastanza
mi frana un pezzo di muro di pietra sotto i piedi, ma per fortuna mi riprendo
ho ancora un bel senso dell’equilibrio via

arriva mamma, finalmente. una scala lunghissima ci sarebbe ma è infilata dietro la casa, fra un muro e la collina
aspettiamo domani quando arrivano dei ragazzi a lavorare
ma nemmeno per sogno!
accendiamo tutte le luci possibili
la scala è appoggiata al centro di una lunga fossa piena di erba e arbusti tagliati
ma non mi ferma nessuno
con i rovi che mi rigano le gambe mi avventuro nella fossa con mamma che mi fa luce
afferro la scala in metallo e la porto su
non è mica tanto leggera
la portiamo fino al pioppo dove Ercolino è sempre attaccato sulla sua forcellina
l’appoggiamo e mi preparo a salire con mamma che la tiene ferma
la strada su cui appoggia è anche in salita e la superficie dell’albero, un bestione dalla circonferenza di 4 metri, è sconnessa
per fortuna la corteccia, ruvida, è un buon appoggio
salgo
mamma tienimi forte
cheddì, ti terrò
la scala arriva alla prima forcella, dove il tronco fa una piccola conca dalla quale si generano altri quattro grossi rami
è qua che mi appoggio mentre mi sembra impossibile arrivare a vedere e a prendere Ercolino che mi rimane dietro un tronco enorme
e invece no, una volta sistemata sull’incavatura del legno lo vedo
e ci arrivo anche con la mano
cerco di fare gesti lenti per non fargli paura
gli faccio annusare il dito e giocherello con il suo musino
poi qualche carezzina in testa
sento che si rilassa
e… zac! lo afferro per la collottola
lui si irrigidisce e pianta ancor più le unghie nel legno
sono quasi sospesa a cinque metri di altezza e senza protezioni ma non torno indietro
con il braccio sinistro mi tengo al tronco, mentre la mano destra è serrata sulla collottola di Ercolino
gli stacco una zampina dalla corteccia e approfittando di un secondo di squilibrio lo trascino verso me
non è la cosa più facile al mondo ma continuo a tenerlo mentre lui si agita e tira fuori le unghie per rimanere aggrappato alla sua sicurezza
me lo appoggio sulla spalla destra recalcitrante e impaurito e, arrivati alla prima forcellina, ci prepariamo alla discesa
mamma dice ti porto un cesto per mettercelo
no no, ormai siamo qua, è quasi fatta
scendo la scala a ritroso con il gatto graffiante
ma la mia presa è ferma e il mio tono non ammette repliche
arriviamo a terra
sospiro di sollievo
graffiata dai rovi e dal gatto porto Ercolino in casa come un trofeo
ora basta uscire di notte, però
la campagna può essere pericolosa per i gattini di città

ercolino

***

Ercolino, la quiete dopo la tempesta

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Clandestino a bordo

Prima di un viaggio ringrazio sempre il cielo di non aver avuto figli
Non che non mi piacciano i bambini, anzi
È che se penso all organizzazione che ci vuole per muovere una single di mezza età, che sarei io, ed un gatto, Ercolino, immagino che con un bambino sarebbe impossibile

Comunque alla fine partiamo anche noi
La macchina piena di bagagli, è una settimana che li carico
Potrei stare fuori cinque mesi forse anche più
Ercolino opportunamente e doppiamente drogato
E via
Ci si è fatta anche stavolta

La macchina scivola sull’asfalto che è un piacere, il sole e alto nel cielo
Velocità di crociera, radio accesa e mente libera
Ormai so che Ercolino sta bene e non mi preoccupo

Passata la barriera autostradale sento un rumorino strano
Cioe’, strano…
E il classico rumore di un topo rimasto imprigionato chissà come nello sportello di un’auto e che lotta per uscirne
Oddio, e ora?
a un’amica è successo qualche tempo fa
Sì accorse di avere un topo nello sportello della macchina che era già morto, dal cattivo odore

Il rumore aumenta è insistente
Immagino il povero animaletto entrato chissà da dove e rimasto imprigionato
Mi si stringe il cuore ma che ci posso Fare?  Accelero, al primo autogrill mi fermo e vedo che succede
Intanto Ercolino se la dorme
Eh ci credo, con quelle due pompette di medicina gialla che gli ho fatto ingurgitare

Oddio, a dire il vero sono un po’ preoccupata
E se il ratto a forza di grattare sfonda lo sportello e mi piomba nell’abitacolo? 
Mi preparo mentalmente all’eventualità
Calma e sangue freddo
E poi Ercolino e sedato,  poverino
Doesse accadere non riuscirà a contrastare l’aggressione del topo
Mi sale il panico ma lo tengo a bada
Calma e sangue freddo
Dopo 69 km c’è il primo autogrill
Esco dall’autostrada e cerco un posto all’ombra
Il sole è alto nel cielo e batte forte
Nel piazzale ci sono solo posti al sole
Quasi tutti occupati
Nel centro una pattuglia della stradale
Due posti liberi all’ombra ci sono, destinati agli handicappati
Vabbe mi fermo giusto un attimo per controllare, nel caso se arriva qualcuno mi sposto subito
Fra la costruzione dell’autogrill e i due posti per invalidi c’è un’auto piena di persone che masticano panini a quattro palmenti
Sì sono guadagnati l’unico angolo all ombra e son  visibilmente soddisfatti

Posteggio nello stallo per disabili più a destra e scendo per controllare il topo dopo aver verificato che Ercolino stesse bene
Dorme
Anche il topo si è calmato
Picchietto sullo sportello da fuori, sotto l’occhio vigile dei poliziotti, ma non sento alcun rumore
Rientro in auto, sveglio Ercolino,  vedo se vuole bere
Toc toc
Mi giro, un poliziotto mi sta bussando al finestrino
Scendo
“Questo è un posto per disabili”
“Sì lo so ma è anche l’unico all’ombra e io ho il gatto in macchina, guardi” rispondo indicando il trasportino
“Sì ma è un posto per disabili, le altre auto non possono starci”
“Guardi, mi son fermata solo un secondo per controllare una cosa e non volevo far arrostire il gatto. Ora me ne vado”
“Ma ha capito che non può stare qui?”
“Sì ho capito e le ho detto che me ne vado…. ”
Che fo glielo dico? ma sì dai tanto ormai….
“Il fatto è che sentivo un rumore nello sportello, penso sia un topo imprigionato, e volevo verificare. Sa, son partita da belluno poco fa, che bisogno avrei avuto di fermarmi dopo così poco tempo”
“Sì ma lei non può stare qui”
Tosto il tipo
“Mi sposto subito, poi guardi se fosse arrivato un disabile sarei andata subito via. Tanto mica lasciavo la macchina. Sono qua”
“Sì ma non può posteggiare qua. Altrimenti se vuole le faccio il verbale e dopo può andare dove le pare”
“ma no via, non ce n’è mica bisogno…”
“Se poi vuole stare all ombra (guarda intorno) può andare… beh può andare…. più avanti da qui sulla destra qualcosa trova”
Certo, l autostrada
“Va bene grazie”
Prendo atto del fatto che la legge è legge
E che la logica e il buon senso a volte stanno altrove

Faccio manovra sotto lo sguardo severo degli altri avventori con addosso l’etichetta indelebile da furbetta del parcheggino
Se ne vanno anche i poliziotti
Evidentemente il loro compito è terminato
I tizi in macchina all’ombra masticano ancora a quattro palmenti

Mi rimetto in strada
Inclino la testa sulla destra e guardo lo specchietto del passeggero
In effetti quel lembo di copertina che ho incastrano nel finestrino per fare ombra a Ercolino fa un rumore proprio strano
Anzi non è strano
È il rumore di un topo rimasto imprigionato nello sportello che lotta per uscire
Ah ben
Allora è tutto a posto
Potevo risparmiarmi la figuraccia col poliziotto
Immaginarsi che cosa avrà pensato
Una donna sola con un gatto
che sostiene di avere un topo nello sportello
Chissà che verbale ne sarebbe uscito fuori
Da morire dalle risate

Intanto Ercolino dorme
Stavolta la medicina funziona proprio bene
Io sono tranquilla, la macchina scivola liscia sull’autostrada

Non è sempre così,  lo giuro
ho fatto anche dei viaggi normali
Un tempo

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non è un paese per vecchi/2

dice la mia vicina
“la prossima stagione non credo che rinnoverò l’abbonamento a teatro, sa. ormai ho paura a tornare a casa sola la notte”
Sentirlo dire da lei, spettatrice indefessa delle rappresentazioni cittadine fa un certo effetto.
la sento spesso tornare tardi, molto più tardi di me, e ammiro la sua costanza culturale
il fatto è che la sera è difficile passare per un certo posto, vicino al teatro
la strada lì, dove c’è un arco, in genere è piena di gente che beve e parla ad alta voce fino a tardi e lei, ultraottantacinquenne, non si sente al sicuro
per dire

la situazione del teatro è stata denunciata già da diversi artisti
Maddalena Crippa, Marco Paolini, Riccardo Muti
hanno promesso tutti che non sarebbero mai più tornati ad esibirsi qua per il caos che arriva da dietro le quinte, dove staziona la gente di quel bar
ma nella città del rumore pare che sia già pronta una soluzione
il teatro verrà insonorizzato (a spese del comune e quindi dei cittadini) così gli avventori del bar potranno continuare a urlare in santa pace senza essere disturbati dagli spettatori
anzi, potrebbero farlo anche i cittadini, insonorizzare le proprie case, (a spese loro, ovvio) invece di rompere

gli altri vicini, nel mio condominio sono quasi tutti anziani, dicono le stesse cose.
la musica è troppo alta, i ragazzi urlano, sono maleducati e sporcano dappertutto
“guardi qua, queste scritte” dice una di loro mostrandomi le colonne in pietra rossa di Castellavazzo fuori dal portone tutte scarabocchiate col pennarello indelebile
“ho chiesto al comune che facesse qualcosa ma mi è stato risposto che è un problema nostro. Sì però da qui ci passano tutti” replica lei battagliera

la parete bianca della piccola galleria a fianco è tutta imbrattata. graffiti fatti freschi freschi non appena un volontario aveva finito di ridipingerla dopo averci passato sopra la calce
“scrivetelo sui giornali, che qui son tutti maleducati. perché non lo dite?”
eh, come se bastasse dirlo
col rumore sarebbe lo stesso allora
e invece no, anzi. pare che le cose più le dici e più si accende in qualcuno il dispetto di farle apposta

per strada incontro un esponente delle forze dell’ordine
scambiamo due battute, anche sui rumori notturni della piazza
“ma che palle che fate, sempre gli stessi discorsi”
già, è vero, che monotona anch’io
la prossima volta parlerò delle erbe selvatiche, magari

“ma sai che mi hanno detto? – mi fa – che sabato scorso al Mazzini c’era una che sapeva cantare”
minchia (eh beh, ci sta), questa sì che è una notizia
con buona pace degli altri dieci pianobaristi strappati evidentemente ad altre tipologie di lavoro più consone

intanto ho scoperto che buona parte dei miei vicini appena possono fuggono dai rumori del centro per rifugiarsi in campagna
anche quelli che hanno affittato i locali a un certo bar
“ma sa – bisbiglia una vicina – quando hanno firmato il contratto avevano promesso che non avrebbero aperto la sera e invece…”
e invece è un disastro

mi scrive un’amica appena tornata da Londra
“musei affollatissimi e ti puoi concentrare. Perché? Perché c’è silenzio. Bus, metro… idem. Ci ho fatto caso subito, forse grazie a mia figlia che mi parlava sussurrando in una carrozza della metropolitana strapiena ed al contempo estremamente silenziosa”

anch’io mi ricordo di Parigi, della camera in albergo alla Bastille, il quartiere giovane della città, pieno di locali e vita notturna
un silenzio assoluto

che noia, vero?
sì, chiedo scusa
sono noiosa monotona e ripetitiva
e poi… a ben guardare, che cos’è tutto questo silenzio?

ERCOLINOOOOOO…. DOVE SEI???? FATTI SENTIRE, NON STAR MUTO CHE DISTURBI!!!!

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non è un paese per vecchi

è iniziato intorno alle cinque del pomeriggio
di sabato pomeriggio
l’ora del tè, o della corrida
tumf tumf tumf

“oddio ancora”
si è lamentato qualcuno in ufficio

solo il giorno prima, il venerdì, senza alcun motivo la piazza era stata inondata dalle note a tutto volume di una musica forte e ritmata
per chi, non si sa, visto che in giro non c’era nessuno
io ho pensato che venisse dal nuovo locale, l’astor
secondo un collega era il negozio della 3
è andato avanti tutto il pomeriggio fino alle 20, 20.30
poi per fortuna stop

in questi giorni fa caldo e in redazione apriamo le finestre
l’aria fuori è leggera e il venticello ci fa stare bene
se non fosse per questo tum tum che ci accompagna sarebbe solo un bel giorno d’estate

sabato pomeriggio la stessa storia
fa caldo, finestre aperte, dalla piazza arriva amplificata una musica (chiamatela musica poi) sparata a mille
sbunf sbunf sbunf
noi lavoriamo, parliamo con le persone, telefoniamo
funziona così
e obiettivamente questo rumore dà fastidio
impedisce di concentrarsi e far bene il nostro compito che è poi quello di scrivere e di comporre il giornale che in molti leggeranno il giorno dopo

va bene, mi decido. esco e vado verso la fonte del rumore.
in una piazza dei Martiri quasi deserta vedo un baldacchino sotto porta Dante con un dj che mette svogliatamente della musica
anche perché, cavolo, ci fosse una persona ad ascoltarla
però la lancia a tutto volume, perché così si fa

c’è un vigile che giocherella col telefonino
“scusi”, mi presento
“secondo lei non si potrebbe tenere un po’ più bassa questa musica?”
arretra infastidito come se avesse visto in me tracce di lebbra o colera
poi, a debita distanza, mi dice:
“non siamo noi che ci occupiamo del rumore, deve chiamare l’arpav. sono loro che lo misurano”
mi crollano le braccia e ritorno mesta in redazione
anche se vittoriosa, almeno agli occhi dei miei colleghi, perché per qualche strana ragione quando rientro in ufficio la musica è effettivamente abbassata
ma forse si era solo staccato un filo perché dopo un po’ riprende come prima e più di prima

quindi oggi funziona così
non è più possibile chiedere, gentilmente, di abbassare la musica (o il tono della voce)
occorre chiamare l’arpav, far domande in carta bollata, aspettare che un tecnico venga a rilevare i rumori prodotti e decida se rientrano o meno nei parametri
sì ma quando? fra un mese?
ok, constato la morte del buon senso, della comunicazione diretta fra le persone, e continuo a lavorare con la musica che mi martella nelle orecchie
in piazza continua a non esserci nessuno a parte i vigili che controllano le auto posteggiate

mi sale il mal di testa. oddio no
tempo un’ora e non sarò più in grado di fare nulla
forse, in una situazione tranquilla potrei evitare di prendere il cachet e, rilassandomi, tutto passerebbe da solo
qui è impossibile
aspetto un po’ ma sento solo che aumenta
prendo la pasticca. uffa
ora arriva il picco del dolore e poi passa

all’ora di cena il tumf tumf finisce di colpo
in lontananza si sentono dei cori di montagna
grazie alpini!
non sapete che piacere ci state facendo

ma quando finiscono i cori la musica riprende, più alta di prima
nel frattempo si accendono altri concertini, quà e là per il centro
tutti insieme, in uno spazio unico e tutti a volume altissimo
forza signori, urlate, urlate più forte

una collega mi parla
“scusa non ti sento…”
sono costretta a chiudere la finestra, lei è a un metro di distanza da me

alla fine finisce anche questa giornata di lavoro e alle 22 passate mi appresto a tornare a casa nel bailamme del centro infuocato da note lanciate a vanvera

davanti ai locali sotto all’ufficio c’è un piano bar
cavolo come stecca la cantante
chissà perché l’avranno presa
il piano bar, ovviamente, è una base musicale preregistrata su cui la tipa canta a squarciagola in un microfono

mi incammino verso casa
non va meglio, non va affatto meglio
in piazza Duomo, sotto alle mie finestre, il bar, già rumoroso di suo, ha fatto mettere un secondo gazebo, oltre a quello dei clienti, per il concertino
non mi interessa fermarmi a vedere mi basta ciò che sento
canzoni rovinate, stonate, steccate, cantate con i piedi
ma a tutto volume, quello sì, oh
così imparano quei rompipalle che vogliono il silenzio
facciamoci sentire, più alto, sempre più alto
facciamoci sentire che siamo vivi, di fronte a tutti questi morti
noi, ubriachi, urlanti e incuranti degli altri, noi siamo i vivi
gli altri, quegli stronzi dei residenti, vecchi, rompipalle, fastidiosi
sempre a dire, abbassate la musica
loro sono morti
gente che la notte vorrebbe dormire
ma si scherza?
è così che poi muore questa città
invece per fortuna c’è chi la risolleva a forza di decibel
alti alti sempre più alti

il cantante sotto le mie finestre affronta anche de andrè ma è uno strazio
proprio non ce la fa e la voce stecca e si spezza
dopo prova con i pink floyd ed è anche peggio
per non parlare della performance lou reed
aiuto
chissà perché i baristi prendono persone così scarse, eppure le pagano
anche questo un altro mito che si spezza
pensavo che chi fa piano bar sapesse almeno cantare
e invece no
anche qui è questione di decibel
chi prendi stasera? uno che c’ha due altoparlanti così

salgo a casa ma la situazione non è buona
le finestre vibrano e la musica (ripeto, chiamatela musica…) entra dappertutto
il mio gatto, Ercolino, cammina avanti e indietro miagolando
non capisco il perché
o meglio, lo capisco, ma che posso farci povero?
serro le finestre e vado in camera a stendermi
il rumore è talmente forte che mi batte il cuore a mille
tachicardia
cerco di rilassarmi. di leggere non se ne parla, di mettere a posto la casa e fare altri lavoretti che mi riservo per il tempo libero nemmeno
ok ho capito, sto ferma e attendo che passi
prima o poi finirà anche questo inferno
Ercolino mi si stende ai piedi
è impaurito e cerca le coccole
in genere non si comporta così
sì però non pensiate che voglia intenerirvi con le storie del gatto
so bene che noi contiamo poco o nulla
okay okay facevo per dire, così, per il colore

dicevo? ah ecco con il cuore che batte e la testa che scoppia mi stendo sul letto
l’unica cosa che posso fare in questa guerriglia è qualche gioco con il telefonino
qualcosa di meccanico, che non ha bisogno di concentrazione ovvio
alle 11.30 la musica cessa di colpo
alè!!! ma che bravi anche prima della mezzanotte
allora ci tengono ai vicini e a quelli che vivono qui
non siamo solo quelli che li infastidiscono
beh, mi par giusto
un po’ si divertono loro, un po’ riposiamo noi

no, dopo 10 minuti riprende il rumore
forse era solo il cantante che aveva bisogno di bere o di andare al bagno
a mezzanotte nuovo stop stavolta definitivo
per fortuna
il vocio degli avventori non si conta
per quello niente si può
e comunque sia chiaro, qui siamo tolleranti, e quindi rinfrancati dal silenzio elettronico ci mettiamo a dormire
sono talmente spossata che mi addormento nonostante le urla e le risate sguaiate sotto alle finestre

stamani mi sveglio e non vedo il gatto
vado in cucina, è tutto sottosopra
ma che cosa è successo, Ercolino?
non hai mai fatto così!
raccolgo gli oggetti finiti a terra, risistemo quelli aggrovigliati o fuori posto
e mi preparo a far colazione
fuori c’è silenzio ma nel mio cervello ronza ancora il rumore della sera prima
forse devo spiegargli che è finita, che almeno per oggi può rilassarsi
ma non sembra molto ricettivo
sento dei fischi e dei ronzii
ma può essere un problema mio, certo
non star sempre lì a incolpare gli altri

alle 11 il popolo della notte si sveglia e si trasforma in quello dell’aperitivo
tornano a ridere e urlare (beati loro) sotto le mie finestre
le chiudo, anche se è una bella giornata di sole
almeno stavolta non c’è la musica (oddio, se si vuole esser pignoli qualche cosa c’è ma niente sfondatimpani)
cerco di rilassarmi, mi autoconvinco che va tutto bene, c’è silenzio, il cuore può tornare a battere a ritmo regolare, io posso prepararmi per andare al lavoro (anche oggi, sì, lo so sono noiosa)
all’ora di pranzo il popolo dell’aperitivo transuma altrove
mangio anche io
è passata anche questa
ma solo per questa volta…

ps: per chi si chiedesse di quale città parlo si tratta di belluno un capoluogo di provincia isolato sotto alle dolomiti
un mucchietto di case con 30mila abitanti scarsi, un paesone
dicono che qui la maggior parte della popolazione sia anziana e che i giovani siano pochi e soprattutto annoiati perché non c’è niente da fare

ah dimenticavo. la giunta è di sinistra, una sinistra renziana spaccata dal pd (all’epoca)
loro però sì che sono giovani

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