Storia triste della gatta bambina

La prima volta la vidi in un pomeriggio di sole d’inverno mentre tornavo a casa in macchina dal lavoro. Faceva spavento. Secca sfinita, piena di fango e con il musetto insanguinato. Eppure trotterellava, in salita, verso casa nostra.

Mi rammentai di quello che diceva mamma da qualche giorno. “Ce n’è un altro. Ora, oltre alla gattina bianca e nera ce n’è anche uno piccino a macchie rosse”. Era lui.

Non è che a casa nostra non amiamo i gatti. Anzi. Ne abbiamo otto e tutti, a parte Ercolino, sono arrivati da soli. 

Semplicemente vorremmo mettere fine a questo pellegrinaggio visto che la cura di questi animaletti, come è naturale, richiede tempo, attenzione e anche una certa spesa.

Il gattino nuovo moriva di fame. Si lanciava contro la porta finestra della cucina di sopra e miagolava fortissimo reclamando un po’ di cibo con le fauci spalancate. Gli altri gatti lo evitavano.

Quel giorno decisi di prendermene cura. Lo presi e provai a lavarlo passandolo in un catino di acqua calda. Lui inizialmente oppose resistenza. Protestava con quegli zampini secchi senza un filo di carne e le unghiette che si vedevano partire fin dal piedino, ma senza troppa convinzione. O forse senza troppa energia.

Fu allora che ci accorgemmo che era una femmina. E anche che quello sporco di cui era imbrattata dalle zampe in su non era fango. L’odore che emanava era impossibile ma pian piano, a forza di spugne e cencini, un po’ veniva via. 

Purtroppo si vide anche che era piena di pulci (il pelo ne era infarcito all’inverosimile) e infiammata e che la codina, secca come quella di un topolino, era tutta spellata per un bel pezzo nella parte interna.

Chissà da quanto tempo la bestiolina era in queste condizioni. Piena di diarrea, senza nemmeno il naturale istinto felino di mantenersi puliti. A vederla sembrava una cucciolotta.

Avrà avuto cinque-sei mesi, non di più. Intanto però il musino era tornato pulito, mostrando che quelle che sembravano ferite in realtà erano solo macchie e accumulo di sporco. 

La responsabile di una struttura per gatti mi suggerì di portarla a una veterinaria, che poi l’avrebbero presa loro. 

Finii di asciugarla. Era pur sempre inverno e non avrei mai voluto che l’umidità le avesse causato qualche problema.

La presi in braccio, avvolta in un asciugamano, e la passai delicatamente sotto il phon. Iniziò subito a fare le fusa anche se ogni tanto, forse quando mi avvicinavo un po’ troppo, tentava di scacciare quell’apparecchio con gli zampini. 

Il lavoro non era venuto proprio perfetto, ma la situazione era decisamente migliorata. Mentre la afferravo per portarla dal lavandino, dove le avevo dato le ultime passate di acqua, fra le mie braccia, mi venne in mente quella volta che mamma chiamò a casa un cuoco emiliano per farsi preparare il pollo in galantina. L’avrei chiamata Galantina, pensai.

Rimanemmo in attesa dalla veterinaria per un po’ mentre Galantina spezzava i primi cuori. Dopo il mio ora era il turno di una signora con un simpatico gatto bianco e nero dalla macchia a neo sul musetto. Misi la gabbietta di Galantina sul trespolo sotto alla sua e quella donna cominciò ad accarezzarla dalla retina. 

Questa avrà almeno cinque-sei mesi, disse. Poi scoprì che dalla mascella sinistra spuntava un dentino, come se uscisse dall’osso. Me ne ero accorta anch’io, pulendola, ma non avevo verificato più di tanto. Galantina si faceva accarezzare, felice, facendo le fusa come un trenino.

La veterinaria la sistemò dentro una super gabbia, con la copertina e la lettiera e le dette del cibo per problemi gastrici, sul quale lei si gettò a capo fitto.

Il giorno dopo seppi che stava bene e che gli esami Fiv e Felv erano negativi. Tirai un sospiro di sollievo.

La veterinaria aveva detto, è sana, questa deve solo mangiare, poi diventerà una gatta bellissima.

Sul libretto scrisse che si chiamava Capocchia, dal nome del posto dove era stata trovata. Io dissi che avrei voluto chiamarla Galantina. Va bene, si chiamerà Capocchia Galantina. 

Un nome tanto altisonante e assurdo da suscitare quantomeno un sorriso. 

Per giorni non ho saputo più niente di Capocchia Galantina. Ho pensato che la veterinaria e le volontarie fossero impegnate con tutti i loro animali e non avessero tempo di stare ad aggiornare me. Nessun problema, avrei chiesto più avanti.

Intanto, ne ero sicura, lei stava mangiando le sue pappe speciali e si impegnava per diventare sempre più bella e in carne.

Ieri ho saputo che Capocchia Galantina non c’è più. Non so bene come è andata. Mi hanno detto che in realtà era una gatta anziana. Ho immaginato la lunga vita terribile di questo esserino emaciato e sporco, rimpiangendo di non avergli potuto donare un tempo maggiore di cure e affetto.

Una volontaria mi ha detto che il fatto che non sia morta da sola è già qualcosa.

Sarà, ma io piango ancora per te, Capocchia Galantina, e per la tua piccola vita buttata via.   

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Si fa presto a dire astragalo. Ma l’accento dove va?

Astragalo è una parola bellissima. Mi chiedo dove cada l’accento. Se è sdrucciola, astràgalo, la mente corre al cielo, alle stelle e all’astrologo. O all’astrolabio. E per simpatia finanche alla mandragora. O a Tantalo, al vandalo, all’acefalo, al bucefalo, al crotalo e al mesencefalo. A un cembalo.

Se è piana, astragàlo, mi vien da pensare a mondi antichi, alle storie lontane di assiri, sumeri e babilonesi. A Sardanapàlo, il lussurioso re che visse come se fosse stato una donna. A un regalo, a un palo, un narvalo che immortalo, intercalo e incanalo.

Mamma dice: non la conosco questa parola, ma non mi piace per niente.

Io sono la più giovane in astanteria. Nell’angolo di destra, quello opposto al mio letto, c’è un anziano, magro, rinseccolito. Si lamenta di continuo. Aga, aga, aga, aga frishc. Pensavo recitasse una preghiera islamica, invece è un Sinagra dell’ultimo Montalbano che chiede acqua fresca. A lui, oltre all’infermiere, bada il figlio.

Accanto a me una donna, anziana anche lei. Ha la faccia tumefatta. Racconta la figlia: non ha trovato l’interruttore della luce, ha aperto la porta ed è andata giù dritta di testa per le scale. Aveva già un tutore alla spalla.

Un’altra anziana è nel letto davanti a me, a ore 12. Dice alla figlia: l’ho detto anche al dottore, con noi non c’è niente da fare. Siamo vecchi. E io ho cent’anni, sarò vecchia?

Macché cent’anni, dice la figlia come se parlasse a una bambina.

Eh, se un so’ cento son novantaquattro.

Portano un altro lettino con un’altra anziana, meridionale questa come il Sinagra. Ogni tanto le esce un rumorino secco, come di frittura. E ride, guardando soddisfatta verso la figlia.

La notte, fra un lamento e colpi di tosse catarrosa, si dorme.

Fossimo in una puntata di Grey’s Anatomy o di ER, sarebbe tutta un’altra storia.

La signora accanto a me, in rotta con la figlia da una vita, verrebbe salvata dalla morte, orribile e vicina, dalla provvidenziale donazione di sangue della stessa congiunta. O di midollo, dipende. E farebbero la pace con una musica piena di pathos in sottofondo, i primi piani e le infermiere commosse tutte intorno.

Al signor Sinagra anziché l’acqua fresca darebbero per errore un bel bicchiere di varechina, scatenando la macchina dell’emergenza fino al tragico epilogo. Si aprirebbe subito un’indagine interna per scoprire il responsabile dell’errore. Gli indizi punterebbero tutti sull’infermiere gentile, che verrà licenziato per poi essere scagionato e reintegrato quando si scoprirà che era tutta una macchinazione ben congegnata dalla cosca nemica. I Cuffaro. 

Sarebbe andata nello stesso modo anche se l’uomo avesse chiesto un caffè.  

La quasi centenaria, salvata dall’abnegazione di medici e infermieri, deciderà di lasciare i suoi insospettati averi all’amministrazione dell’ospedale. La mamma tornerà a casa circondata dalla riconoscenza dei sanitari, mentre la figlia badante, oberata dai debiti, sarà stroncata da un infarto fulminante prima ancora di poter impugnare il testamento.

Alla vecchietta che frigge con il didietro verrà diagnostica una malattia rarissima al cui studio verranno devoluti i fondi che l’ospedale ha ricevuto in eredità. E arriveranno ministri e medici e studiosi da ogni dove interessati al caso e ai fondi che gli gravitano intorno.

Invece siamo solo a Campostaggia e, a parte lamenti, catarri e flatulenze, non succede un accidente. Niente aerei che cadono sulle scuole o pullman carichi di badanti ungheresi in gita che finiscono fuori strada per un malore dell’autista dopo aver travolto decine di macchine in autostrada. Nemmeno un paziente trafitto da una fiocina durante la caccia allo squalo.

L’infermiere dice. Fino alle 8.30 non si dimette nessuno. Sottinteso, fino a quando non arriverà un medico. Siamo tutti in ostaggio, qui.

Le anziane magre come grissini con le loro figlie dai grossi sederi compressi in pantaloni di maglia nera elastica. Il vecchio Sinagra e un tizio che si aggira da ore con la pancia scoperta chiedendo una flebo. Nessuno si allontani, prego.

Posso avere almeno un antidolorifico? Chiedo, quando mi trasferiscono dalla sedia a rotelle alla lettiga sulla quale passerò la nottata.

Sono qua perché la sera prima, di ritorno dal cinema (c’era il bellissimo ma noiosetto Pinocchio di Garrone) sono inciampata in una buca, in un sasso, non so. Era buio e pioveva e son finita a terra. Ho sentito un rumorino arrivare dal piede, una specie di croc. Ma mi sono rialzata e sono tornata a casa che c’era da accompagnare un’amica. Poi però son dovuta venire qui, in preda a dolori insopportabili.

Alle quattro arriva il radiologo. 

Infrazione dell’astragàlo, dice. Domattina la visiterà l’ortopedico.

È una parola piana, allora.

Avrei detto più sdrucciola, vista da terra.   

(P.S. La pronuncia corretta è sdrucciola, astràgalo)

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A pranzo con Luzi, ovvero un’occasione sprecata

Mi disse: “Quindi lei è di Colle Val d’Elsa, come il mio amico Romano Bilenchi”. 

Pensai che babbo era andato a casa sua, di Bilenchi, a Firenze, con mamma, poco tempo prima. Forse voleva chiedergli la prefazione del libro che stava per pubblicare. Andò anche Paola. Babbo la convinse dicendo che le avrebbe fatto conoscere una persona molto intelligente. Lei invece voleva stare a casa per rispondere alla lettera di un’amica francese. Trovarono un vecchio, malato o forse ipocondriaco, che si misurava la febbre di continuo e si lamentava di non avere più la soglia del dolore. Parlava solo dei suoi mali e dei libri pareva non importargli più. Poco dopo quell’incontro arrivò una sua lettera a casa. Diceva che non ce la faceva più a scrivere e così niente prefazione. Credo fosse l’anno del Gelo, l’ultimo che ha scritto.

Quel giorno al ristorante alle Logge, da Gianni, mi avevano fatta sedere accanto a Mario Luzi. A capotavola era andato Italo Dall’Orto perché Luzi non ci voleva stare. La mattina c’era stato un incontro in aula magna, in via Fieravecchia, e Dall’Orto aveva letto le sue poesie. Era l’anno del Battesimo dei nostri frammenti, un titolo che non si dimentica. 

“Superflua è quella grammatica./ La metafora è già./ Sei tu la metafora./ Lo è l’uomo/ e la sua maschera”.

Dall’Orto aveva una scuola di teatro a Firenze, mi dissero. Forse Anna mi suggerì di parlarci, di chiedergli qualcosa su quella mia idea, abbastanza vaga a dire il vero, di fare teatro. Forse lo feci. Forse lui mi disse vieni e vedi com’è. Ma mi disse anche che era una cosa di impegno e fatica. Tanta fatica. Forse non me la sentii. E accantonai anche quel sogno. Forse mi dissi che avrei preferito andare da Gassmann. 

Vittorio Gassman lo avevamo visto ai Rinnovati in Affabulazione di Pasolini, con il figlio Alessandro, che aveva forse vent’anni e i capelli tagliati corti, tutti ritti e ossigenati. Me ne innamorai disperatamente. Pasolini lo studiavamo a storia del cinema, con Lino Micciché, ma anche a storia del teatro con Sergio Micheli. Fu lui a portarci a vedere Affabulazione, che era uno dei testi del teatro di parola. 

Anna era la Panicali. Con lei avrei preparato la tesi di laurea. Forse era per questo che mi aveva invitato al pranzo con Luzi e mi aveva detto tu siedi qui accanto a lui. Forse a quel pranzo c’era anche un’altra studentessa, una di quelle serie, non come me. Poi c’era Gianni Scalia, naturalmente, titolare della cattedra di letteratura italiana. Sarebbe stato lui il relatore della tesi se non avesse dovuto lasciare l’università per la malattia. Facemmo in tempo però a decidere titolo e argomento, una cosa quasi sconosciuta di Pasolini, una sera seduti a un tavolino di un bar in piazza Maggiore a Bologna con Laura Betti vestita di viola. Ero là in visita a un’amica e quella sera assegnavano il premio Pasolini. Lo vinse un compagno di università, si chiamava Graziano, forse. Un ragazzo alto, magro, biondiccio che stava sempre sulle sue. Forse anche quella sera, quando gli feci i complimenti. Forse c’era anche lui a quel tavolo, da Gianni alle Logge. 

Allora, vediamo: Luzi, Dall’Orto, Panicali, Scalia, l’altra studentessa, io. Mi pare fosse un tavolo da otto. Forse c’era quel Graziano lì, o forse Romano Luperini o la Ginevra Bompiani.

Forse avevano aggiunto una sedia. Era il periodo d’oro di Gianni alle Logge, che era amico della Nannini che si fermava spesso nel ristorante dietro alla curva di San Martino. Lei aveva un appartamento poco più in là, nel Porrione. Da lui si mangiava anche la carne alla tedesca. Mi pare che fosse la moglie, la cuoca, che era tedesca. Nel maiale arrosto ci metteva la marmellata di mirtilli o quella di lamponi.

Mario Luzi era magro e quasi trasparente. Si sarà chiesto perché gli avessero messo accanto quella ragazzetta chiacchierona dai capelli rossi. Sicuramente non perché ero di Colle Val d’Elsa, come il suo amico Romano Bilenchi.

Forse perché, se fossi stata più furba, o forse solo più studiosa, avrei potuto trarre qualcosa di importante da quell’incontro.

E invece nemmeno al corso di Italo Dall’Orto, andai. Nemmeno.  

Da sinistra: Mario Luzi, il secondo; Pasolini, l’ultimo.
(Foto presa in prestito dal blog ricordandoacaso.myblog.it)


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La scelta politica di Ercolino & Co.

Mi duole comunicare a tutti i fedeli lettori che Il Miao ha cessato le pubblicazioni. Tutti i gatto-giornalisti che ne facevano parte, a cominciare dal direttore responsabile, Ercolino, in questi ultimi anni sono stati attratti dal complesso mondo della politica e hanno dovuto quindi scegliere, nel rispetto della deontologia professionale, di lasciare la loro scrivania e spengere i loro computer. Ovviamente speriamo tutti che si tratti di una sosta temporanea e che quanto prima possiamo tornare a leggere le appassionanti cronache della comunità felina di Vallecapocchi.

Ma finché questo non accadrà, saremo costretti a sorbirci i comizi elettorali di questa masnada di piccoli arrivisti.

Ercolino sulla scrivania

Ercolino, il cui orgoglio si è  probabilmente gonfiato a dismisura dopo la nomina a direttore responsabile del miao, ha preso pieni poteri e ora decide lui chi entra e chi esce. Ha dato disposizioni, con un editto speciale, di tenere le porte ben chiuse, ma questo provvedimento gli si è rivoltato contro ogni volta che ha tentato di entrare senza avere le chiavi a portata di zampa, per cui è stato costretto a sospendere la decisione. Diciamo che in genere a lui le porte chiuse non fanno troppa paura in quanto è l’unico della banda che riesce ad aprirle con una capata. Il discorso si è fatto complesso quando i guardiani le chiudevano a chiave in ottemperanza all’editto da lui stesso emanato. Ora se ne riparlerà non appena sarà stata discussa la famosa legge annuale sul budget destinato a croccantini e cibo umido. Un argomento di primo piano, specialmente per Ercolino, il quale, mangiando in continuazione, condivide anche questo aspetto con il leader maximo della Lega, partito con il quale sembra abbia intenzione di candidarsi alle prossime elezioni. La notizia non è ancora ufficiale ma pare che l’apparato della Bestia stia già prendendo provvedimenti per contrastarne l’ascesa, data per certa da sondaggi occulti. 

Musetta in una foto scattata in gioventù

Musetta, che non si capisce mai dove va né cosa fa ma quando sta in casa dorme sempre, ha deciso invece di iscriversi al Pd. La sua sembrerebbe essere un’adesione all’acqua di rose, ma allo stesso tempo non la prenderei sotto gamba. Pare infatti che, durante le sue numerose assenze, in realtà chiami a raccolta le gatte del circondario per organizzare un gruppo agguerrito che si dimostrerà in grado di conquistare in toto le numerose quote rosa disponibili nel partito democratico. 

Agatha

Anche Agatha inizialmente era entrata a far parte del Pd ma poi, stufa di sentirsi dare della radical chic a vanvera, lei che, ci tiene a dirlo, può vantare dei veri quarti di nobiltà, ha alzato la coda e con fare sprezzante ha deciso di migrare in Italia Viva, dove spera che le vengano riconosciuti tutti i suoi pregi, così come ritiene di meritare. Agatha sostiene che i belli devono stare con i belli e si è messa in testa di seguire Maria Elena Boschi in ogni suo spostamento.

Miciona con la figlia Musetta

Miciona si è sempre dichiarata di Forza Italia, in virtù dei valori della famiglia in cui crede e che ritiene la rappresentino. Negli ultimi tempi però le sue convinzioni l’hanno portata a sposare il pensiero di un’altra donna (solo il pensiero, eh, non fatevi strane idee) ed è passata con Giorgia Meloni, della quale apprezza tantissimo la coerenza tra idee, parole e azioni. 

Ettore in uno dei rari momenti trascorsi in gabbia

Per quanto riguarda Ettore la situazione è delicata. Grillino della prima ora, ha partecipato a tutte le manifestazioni di piazza, seguendo il comico vate per tutto il suo vaffanculo tour. La sua voce gattesca, naturalmente propensa alla lamentela e alla recriminazione, si è spesso distinta nelle occasioni più svariate, tanto che pare abbia raccolto anche diversi click sulla piattaforma Rousseau. Per non tradire il suo spirito indipendente, al momento però di riscuotere il frutto della democrazia diretta, Ettore ha detto no, precisando che non avrebbe rinunciato alla sua libertà per niente al mondo. Ha invece rinunciato con encomiabile dimostrazione di onestà, ad un lauto stipendio quinquennale che, devo ammettere, sarebbe stato fondamentale anche per noi che gli viviamo accanto. Ma sul punto è stato irremovibile. A niente sono valsi nemmeno gli sforzi per convincerlo ad assumere la guida di un dicastero. Pare che gli avessero offerto addirittura gli esteri. Per questo motivo Di Maio gli sarà riconoscente a vita e pare che stia già preparando le pratiche per assegnargli i croccantini di cittadinanza. 
Lui però, eternamente incontentabile, ha già preparato un emendamento da inviare alla Farnesina, in cui caldeggia l’attribuzione di interi scaffali di barattolini di cibo umido.

Gattaccina in una riuscita interpretazione di gatto tranquillo

Gattaccina era rimasta fino ad oggi l’unica apolitica della comunità di Vallecapocchi. Ma finalmente sulla scena si è affacciato il partito nel quale si può riconoscere anche una come lei. Poteva forse lasciarsi scappare, colei che in età prepuberale si è scelta da sola la casa in cui vivere (la nostra) e che si distingue continuamente per non stare mai ferma, l’opportunità di schierarsi a fianco di Carlo Calenda nel neonato Azione? Ovvio che no. A questo proposito ha già stilato un ricco programma nel quale saranno fondamentali i punti riguardanti la reiterazione continua di azioni quali rincorrere impauriti topolini e terrorizzate lucertole per tutta la casa. Il problema è che ora mi sta tutto il giorno su Twitter, per coadiuvare Carlo nelle risposte, dice, e non vorrei che questo comportasse una sensibile diminuzione della sua naturale tendenza all’azione. Di Gattaccina, intendo.


Gattaccio nell’alloggio popolare assegnatogli in vista dell’inverno

Gattaccio è da poco entrato a far parte dall’interno della comunità di Vallecapocchi, intorno alla quale ha vagato per anni come un satellite. D’altra parte la sua scelta politica lo obbliga a schierarsi sempre contro tutti e tutto senza riuscire mai a trovare un punto di accordo perfino con se stesso. Potere al Popolo è il mantra che ripete mattina e sera, miagolando per chiedere più cibo per i lavoratori e una cuccia per tutti. La sua insistenza, maturata in anni di battaglie per i diritti dei più deboli, lo vede spesso scontrarsi con gli esponenti degli altri partiti, in special modo con quelli più vicini all’ideologia cosiddetta di sinistra, mentre coltiva un rispetto quasi ossequioso per Ercolino, riconoscendone incredibilmente la supremazia. Bisogna ammettere però che le sue battaglie, per quanto riguarda la distribuzione di croccantini e cibo umido e l’assegnazione di una cuccia calda e riparata, sono state vinte. Almeno per sé.

Un’altra esponente sta cercando di farsi largo nella comunità gattesca di Vallecapocchi, al momento fermamente respinta dalla regina del casolare, l’umana Loriana (umana come stato di fatto, sia chiaro). Si tratta di una gatta, di cui al momento non conosciamo il nome né la provenienza, che si è accasata nella parte finale della legnaia dove ha trovato un rifugio sicuro al riparo dalle intemperie. Nonostante la sua ritrosia nel farsi avvicinare da umani e felini, ha però reso note le sue tendenze politiche, dichiarando di essere schierata con Più Europa. Una scelta del tutto rispettabile ma che purtroppo non le garantisce i numeri necessari per entrare a far parte più attivamente e in modo rappresentativo della comunità felina.

Da Vallecapocchi per il momento è tutto. Vi terremo aggiornati sugli sviluppi di questa complessa comunità politica.

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No plastic girls

La cotoletta aveva fatto un rumore diverso, quando era caduta nel cestino dei rifiuti. Un rumore secco e allo stesso tempo un po’ ovattato, a causa della sua consistenza, pensava Enrica. La crema di verdure invece era scivolata liscia. Il suono era stato quasi carezzevole, come quello di certe bacchette del batterista, quello che sembra un frullo di ali. La crema, viscida e appiccicosa, si era poi posata sui capelli sintetici della sua bambola preferita, Chetta, quella alla quale aveva spezzato le gambe, impiastricciandoli tutti. 

Anche quel giorno Enrica aveva mangiato due bocconi e il resto l’aveva buttato via, insieme ai fogli appallottolati del compito di italiano.

La prof le aveva fatto sapere che poteva farlo anche a casa, qualcuno sarebbe passato a prenderlo. Ma a lei non andava. Punto. Lo aveva già detto. Possibile che nessuno la ascoltasse?

Ormai l’anno era perso, la sorte non sarebbe cambiata con un compito di italiano in più. La cosa positiva, invece, sarebbe stata quella di perdere di vista Clau, Sammy e Ale. Loro avrebbero fatto la maturità e sarebbero andate all’università. Lei invece avrebbe passato un altro anno al liceo, ma senza di loro. E con un po’ di fortuna non le avrebbe incrociate mai più.

“Enrica ma che hai combinato? C’è un lago sotto al cestino…”

La mamma, con la sua ossessione per l’ordine e la pulizia.

“Enrica, non hai mangiato nulla nemmeno oggi…”

“Non è vero” disse Enrica a voce bassissima, guardando fuori dalla finestra, mentre la mamma correva avanti e indietro per pulire la chiazza sul parquet della camera e svuotare il cestino.

“E poi lo sai bene che gli avanzi vanno nell’umido e la carta da sola…”

“Milena”.

Il babbo. Bastava che pronunciasse il nome della moglie per calmarla quando si agitava.

In piedi, affacciato nel vano della porta, guardava la figlia, seduta alla finestra. 

Lei si girò. “Babbo”

“Non ti è piaciuta la cena, Enrichetta?”

“No, non è quello”.

“Ordino una pizza?”

“No no, non importa”.

“Davvero, non scherzo. La mangiamo insieme, a metà. Anche a me è rimasto un po’ di vuoto nella pancia”.

“Un’altra volta, davvero. Non scherzo” disse Enrica, che non permetteva a nessun altro di chiamarla Enrichetta, tornando a girarsi verso la finestra.

Era ancora giorno. Con l’ora legale faceva buio più tardi ma loro mangiavano sempre presto. Da mesi ormai Enrica non usciva più. Passava le giornate seduta davanti alla finestra della camera e osservava il mondo là fuori. 

La finestra dava su un piccolo parcheggio, occupato per un terzo dalle campane della raccolta differenziata. 

Enrica vedeva la gente arrivare con i sacchi dei rifiuti. Qualcuno era preciso e divideva il vetro dalla carta, gettava il sacchetto di plastica ben chiuso nel secco e quello biodegradabile nell’umido. Altri svuotavano il contenuto di intere automobili a casaccio nel secco, l’indifferenziato, senza dividere un bel niente. Qualcuno lasciava delle cose fuori, per terra, anche grandi. Reti con le doghe mezze saltate, vecchie lavatrici, orribili pensili da cucina in fòrmica. 

Fino a qualche mese prima Enrica si arrabbiava. Era una delle poche cose su cui si trovava d’accordo con la mamma. “La gente fa proprio schifo” dicevano passando davanti ai bidoni sommersi di rifiuti.

Ora però era cambiato tutto e a lei non importava più di niente, figurarsi dell’immondizia. 

Enrica era stata cresciuta nel rispetto dell’ambiente. Chiudeva l’acqua mentre si spazzolava i denti, non gettava fazzoletti e carte del gelato per terra. Per lei differenziare i rifiuti era naturale come inviare il messaggio di buonanotte alle amiche in chat, dopo i vari commenti sulla giornata. Ma tutto questo ora non valeva più.

D’improvviso la sua attenzione fu attratta da una vecchia macchina dal colore indefinito dalla quale uscirono tre ragazze. Sembravano più grandi di lei, ed erano vestite con abiti sportivi come per andare a correre. Parlavano e ridevano, avevano proprio l’aria di divertirsi. Una, quella con i ricci lunghi castani, aprì il bagagliaio e le altre si precipitarono ad aiutarla a prendere dei grossi sacchi di plastica. Dovevano pesare un bel po’ perché ce ne volevano due di loro per trasportare ogni sacco. Ne disposero quattro, tre grossi e uno più piccolo, davanti ai cassonetti e si misero in posa per farsi un selfie con l’immondizia. Prima però cercarono dentro i loro zainetti e ne trassero qualcosa di piccolo. Enrica si sporse in avanti stringendo gli occhi per cercare di capire che cosa fossero quegli oggetti che ognuna di loro teneva in mano mentre la riccia scattava. Il sole stava tramontando e non era facile vedere. 

Fatta la foto, le ragazze svuotarono il contenuto dei sacchi nei vari cassonetti, salirono in macchina e ripartirono. 

Le giornate di Enrica si ripetevano uguali. Costringeva la mamma a ripetere alle amiche che la passavano a trovare dal momento che lei non rispondeva più ai loro messaggi o alle loro chiamate, che stava dormendo o che era in bagno. Mangiava svogliatamente, aveva smesso di lavarsi. Ormai la sua divisa era un vecchio paio di pantaloni grigi sformati con una maglietta presa a caso dall’armadio. I capelli andavano dove volevano loro.

Enrica alla finestra osservava la vita degli altri che scorreva. Il pensionato del palazzo di fronte che portava il cagnetto a spasso. I ragazzini che si scapicollavano in bicicletta dopo la scuola. La ragazza ben vestita che barcollava sui tacchi alti verso l’auto del fidanzato. E il solito mondo di quelli che gettavano la loro immondizia, dentro e fuori i cassonetti. Una cosa anche se piccola era cambiata, però. Ora coltivava una speranza, quella di rivedere le ragazze con i grandi sacchi.

Una sera arrivò un grosso furgone rosso, che entrò nella piazzola con una manovra secca, inchiodando davanti alle campane colorate. Enrica pensò che il conducente fosse ubriaco. Si aprirono i portelloni posteriori e ne uscirono alcuni ragazzi fra cui, non ci poteva credere, le tre dell’altra volta. Cominciarono a scaricare grossi sacchi pieni di plastica e cartacce, mentre parlavano e ridevano. Sembrava che si divertissero un mondo. 

Poi le solite tre fecero la stessa cosa dell’altra volta. Tirarono fuori ognuna un piccolo oggetto dagli zaini e si misero in posa accanto al furgone per la foto, davanti ai grandi sacchi, insieme agli altri amici.   

Stavolta però erano più vicine e forse, approfittando del fatto che ci fosse più luce e che il furgone era posteggiato proprio sotto casa, Enrica avrebbe capito che cos’era quell’oggetto misterioso. Infatti lo vide. Erano tre bambolette, tre bambolette di plastica come tante non fosse per il fatto che ognuna era simile alla ragazza che la teneva. Riccioloni castani per quella che l’altra volta guidava la macchina, caschetto biondo per la piccoletta in maglia celeste, capelli lunghi neri e lisci per quella più alta. Quelle ragazze erano come lei e le sue amiche, si erano scelte un avatar anche se non giocavano più con le bambole. Enrica pensò a Chetta e alla fine che le aveva fatto fare. Spezzandole le gambe e buttandola nel cestino, aveva detto addio anche a tutto questo. 

Il furgone rosso fece manovra, i ragazzi erano già saliti su. Dalla fiancata sinistra, la parte che prima rimaneva nascosta, pendeva una specie di striscione bianco. C’era scritto #noplasticgirls.

Enrica accese lo smartphone e fece una rapida ricerca sui social ignorando il suono continuo dei messaggi accumulati nelle ultime settimane. Trovò l’hashtag che cercava. Corrispondeva a un gruppo Facebook. Finalmente poteva vedere i volti di quelle ragazze da vicino, anche se solo in foto. Ora poteva seguire le sue “amiche” a distanza osservandole durante i loro giri di pulizia. Le vedeva addentrarsi nei parchi, gironzolare nei boschi, salire sulle colline, battere le rive dei fiumi per raccogliere le immondizie gettate ovunque. Le immaginava partire con lo spirito leggero di chi fa una gita in campagna, allegre e sorridenti, con i loro guanti e i grossi sacchi. Raccoglievano bottiglie di vetro e di plastica, lattine, cartacce. Di tutto. Quelle ragazze erano fenomenali, partendo da un gioco fra amiche erano riuscite a creare un movimento a cui partecipavano amici ma anche sconosciuti, attirati dalla loro attività pubblicizzata sui social.

Enrica non perse tempo. Scrisse un messaggio di presentazione e fu invitata a unirsi a loro. Decisero che lei avrebbe presidiato il furgone e scattato le foto di inizio e fine giornata.

Per lei era un cambiamento immenso. Significava tornare alla vita. Intanto aveva ripreso a mangiare e a lavarsi. 

I suoi genitori non avevano quasi il coraggio di chiederle a che cosa fosse dovuto il cambiamento, per il timore di vederla rinchiudersi a riccio come negli ultimi mesi. 

Enrica aprì la chat e scrisse a Clau, Sammy e Ale scusandosi per averle messe da parte. Loro le risposero con l’affetto di sempre. Enrica rimase stupita quando le amiche accettarono la sua proposta.

“Mamma, domani mattina esco. Mi aiuti te con le protesi?”

“Certo bambina mia” rispose, incredula, la donna.

“Peccato che ho buttato via Chetta, dovremo comprarne un’altra, anche se non sarà la stessa cosa”.

La mamma uscì in fretta dalla stanza e rientrò con in mano la bambolina. Era stata pulita, rivestita e le gambe erano state incollate alla perfezione.  

Enrica fece un urlo di gioia.

In quel mentre la porta si spalancò. “Stasera prendo le pizze e vieni di là a mangiare con noi” disse il padre. Enrica non riuscì a trattenere le lacrime. Piangeva e rideva. 

Si sentiva come se qualcuno le avesse incollato qualcosa che aveva perso un po’ di tempo fa. 

(Questo racconto ha partecipato alla prima edizione del concorso Ambiente e territorio indetto da Sienambiente, aggiudicandosi il primo premio)

(Le #noplasticgirls sono reali. Le trovate su Facebook. Seguitele nelle loro imprese di pulizia del mondo e, se potete, mettete in pratica il loro esempio)

Augh!


https://www.sienambiente.it/it/news/9238/?fbclid=IwAR19D_nOyMNAXzfKY-pHn4c7FcqW670Ate3EgeqVKsPi775wCo0mvwkmDPo

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Di furgoni, servizi sociali e anziani invasati

A questo punto non so se preferisco essere seguita da un Furgone dei Servizi Sociali o tampinata da un Uomo Anziano in Crisi Aggressiva. Il FdSS, non so se lo avete mai incrociato, è un mezzo all’apparenza di supporto sociale, come indicherebbe il nome. In genere però è condotto da persone a cui va un po’ stretto quel senso li. Oggi per esempio mentre andavo a Poggibonsi un FdSS mi si é attaccato tanto che pensavo non mi avrebbe mollato mai più. L’ho avuto per Vallibuona e sul ponte dell’Armi poi mi è venuto dietro sulla rotatoria della superstrada. E qui è successa una cosa strana, perché il FdSS non ha preso per Siena, ma nemmeno per Firenze. Anzi, quando io ho imboccato la seconda uscita lui mi si é scollato di dosso ed è ritornato di là. Avrà voluto fare la strada vecchia per Poggibonsi. Ma allora perché, mi chiedo, quel giro in più attaccato al mio paraurti?
L’UAiCA invece l’ho trovato ieri. E non è il primo esemplare con cui mi trovo, mio malgrado, ad avere a che fare. Dopo una mattinata complicata al lavoro, mamma mi chiama per dirmi che la macchina le si è rotta sulla salita sotto il cavalcavia, che ha creato un ingorgo (era giorno di mercato ma Poggibonsi in questo periodo è già ingorgata di suo per la chiusura di un ponte), che ci sono i vigili, che non riesce a contattare l’assicurazione e, alla fine, mi chiede se vado a prenderla.
Prima di tornare a casa facciamo un salto alla Coop. È ormai passata l’una e nel posteggio sotterraneo, quasi completamente vuoto, non si vede anima viva.
Mi fermo in una corsia prima di posteggiare per far scendere mamma. È in quel momento che, come per magia, appare lui. L’UAiCA si materializza in una macchina nera di media quasi grossa cilindrata. Si affaccia dal finestrino e comincia a gridare di toglierci di li che ingombriamo il passaggio.
Roteo la mano verso di lui a significare che, in un posteggio vuoto, ha almeno altre dieci corsie in cui passare senza stracassare le lampade a noi. Ovviamente tutto ciò lo fa innervosire ancor più, tanto da costringerlo ad alzare la voce contro di noi. Intanto mamma cerca di sciogliersi dall’intrigo della sua borsa con la sciarpa e le borse di plastica con gli acquisti del mercato. La situazione si fa incandescente. L’UAiCA si vede costretto a suonare il clacson, gridando improperi verso l’intero genere femminile.
Apro la portiera, scendo, e con l’aria del maestro zen di Kung Fu Panda mi avvicino al suo finestrino.
– Mi scusi, non vede che il posteggio è completamente vuoto? Perché vuole passare proprio dove siamo noi?
– Perché voi non potete stare lì.
L’UAiCA indossa occhiali scuri e soffre di un accentuato difetto di logica. Ma a questo punto lo abbiamo nelle nostre mani. Si avvicina mamma con fare marziale.
– Ma lo sa che lei invece è un bel maleducato? (Nel suo vocabolario questa rappresenta l’offesa più alta che una persona possa pensare di pronunciare).
Mi avvicino ancor più a lui, sempre con calma zen, e aggiungo:
– È vero, è proprio maleducato. Poi non capisco perché non voglia approfittare di tutto questo spazio. Fra l’altro guardi abbiano avuto un problema, si è rotta la macchina…
– Ah, ma me lo doveva dire subito che la macchina si è rotta, io come facevo a saperlo? Non è mica scritto da nessuna parte…
Macchina rotta deve essere una parolina magica perché l’UAiCA fa manovra e occupa l’altra corsia, posteggiando in uno dei numerosi spazi liberi. Ma non è del tutto convinto, perché dal finestrino aperto lo si sente ancora lanciare improperi a tutto il genere femminile.
– Più sono anziani e piu diventano acidi, commenta, mamma lasciandosi andare a una rilassante generalizzazione.
Rientro in macchina.
– E poi puzzano di fumo rancido. Senti che cattivo odore c’è dopo che abbiamo parlato con quel tipo. Come ha fatto a rimanermi attaccato addosso?
– Ma che dici? Quello è l’odore del pollo arrosto che ho comprato prima al mercato.
Vabbè. Comunque le storie sugli UAiCA non finiscono qua.A questo punto non so se preferisco essere seguita da un Furgone dei Servizi Sociali o tampinata da un Uomo Anziano in Crisi Aggressiva. Il FdSS, non so se lo avete mai incrociato, è un mezzo all’apparenza di supporto sociale, come indicherebbe il nome. In genere però è condotto da persone a cui va un po’ stretto quel senso li. Oggi per esempio mentre andavo a Poggibonsi un FdSS mi si é attaccato tanto che pensavo non mi avrebbe mollato mai più. L’ho avuto per Vallibuona e sul ponte dell’Armi poi mi è venuto dietro sulla rotatoria della superstrada. E qui è successa una cosa strana, perché il FdSS non ha preso per Siena, ma nemmeno per Firenze. Anzi, quando io ho imboccato la seconda uscita lui mi si é scollato di dosso ed è ritornato di là. Avrà voluto fare la strada vecchia per Poggibonsi. Ma allora perché, mi chiedo, quel giro in più attaccato al mio paraurti?
L’UAiCA invece l’ho trovato ieri. E non è il primo esemplare con cui mi trovo, mio malgrado, ad avere a che fare. Dopo una mattinata complicata al lavoro, mamma mi chiama per dirmi che la macchina le si è rotta sulla salita sotto il cavalcavia, che ha creato un ingorgo (era giorno di mercato ma Poggibonsi in questo periodo è già ingorgata di suo per la chiusura di un ponte), che ci sono i vigili, che non riesce a contattare l’assicurazione e, alla fine, mi chiede se vado a prenderla.
Prima di tornare a casa facciamo un salto alla Coop. È ormai passata l’una e nel posteggio sotterraneo, quasi completamente vuoto, non si vede anima viva.
Mi fermo in una corsia prima di posteggiare per far scendere mamma. È in quel momento che, come per magia, appare lui. L’UAiCA si materializza in una macchina nera di media quasi grossa cilindrata. Si affaccia dal finestrino e comincia a gridare di toglierci di li che ingombriamo il passaggio.
Roteo la mano verso di lui a significare che, in un posteggio vuoto, ha almeno altre dieci corsie in cui passare senza stracassare le lampade a noi. Ovviamente tutto ciò lo fa innervosire ancor più, tanto da costringerlo ad alzare la voce contro di noi. Intanto mamma cerca di sciogliersi dall’intrigo della sua borsa con la sciarpa e le borse di plastica con gli acquisti del mercato. La situazione si fa incandescente. L’UAiCA si vede costretto a suonare il clacson, gridando improperi verso l’intero genere femminile.
Apro la portiera, scendo, e con l’aria del maestro zen di Kung Fu Panda mi avvicino al suo finestrino.
– Mi scusi, non vede che il posteggio è completamente vuoto? Perché vuole passare proprio dove siamo noi?
– Perché voi non potete stare lì.
L’UAiCA indossa occhiali scuri e soffre di un accentuato difetto di logica. Ma a questo punto lo abbiamo nelle nostre mani. Si avvicina mamma con fare marziale.
– Ma lo sa che lei invece è un bel maleducato? (Nel suo vocabolario questa rappresenta l’offesa più alta che una persona possa pensare di pronunciare).
Mi avvicino ancor più a lui, sempre con calma zen, e aggiungo:
– È vero, è proprio maleducato. Poi non capisco perché non voglia approfittare di tutto questo spazio. Fra l’altro guardi abbiano avuto un problema, si è rotta la macchina…
– Ah, ma me lo doveva dire subito che la macchina si è rotta, io come facevo a saperlo? Non è mica scritto da nessuna parte…
Macchina rotta deve essere una parolina magica perché l’UAiCA fa manovra e occupa l’altra corsia, posteggiando in uno dei numerosi spazi liberi. Ma non è del tutto convinto, perché dal finestrino aperto lo si sente ancora lanciare improperi a tutto il genere femminile.
– Più sono anziani e piu diventano acidi, commenta mamma, lasciandosi andare a una rilassante generalizzazione.
Rientro in macchina.
– E poi puzzano di fumo rancido – dico io -. Senti che cattivo odore c’è dopo che abbiamo parlato con quel tipo. Come ha fatto a rimanermi attaccato addosso?
– Ma che dici? Quello è l’odore del pollo arrosto che ho comprato prima al mercato.
Vabbè. Comunque le storie sugli UAiCA non finiscono qua.

https://www.focus.it/comportamento/psicologia/perche-diventiamo-belve-al-volante

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L’inattesa magia di un concerto all’alba

Alle cinque è ancora buio. Sulle strade non c’è nessuno, a parte una volpe che mi attraversa la strada in campagna, cancelli chiusi, le case addormentate, qualche lampione acceso.

Dopo Maltraverso incrocio due, tre auto, tutte in direzione contraria. 

All’imbocco della strada per la Fortezza mi si accoda un’auto, poi un’altra e un’altra ancora. Il posteggio è già quasi pieno. 

Mi incammino in salita insieme agli altri verso il luogo del concerto. 

Alle cinque e mezzo è ancora buio. Qualcuno, come me, ha una pila e illumina il terreno anche se potrebbe bastare il chiarore delle stelle.

Il pianoforte è già al suo posto.

Cerco uno spazio non troppo centrale e stendo il mio materassino imbottito, apro il sacco a pelo e mi ci infilo. 

Le persone si aggiustano, stendendo coperte. Continuano ad arrivare. Gruppi di amici, donne o uomini soli, famiglie con bambini. Una si posiziona alla mia sinistra. Il piccolo comincia subito a lamentarsi. Ho freddo, ho sonno. La mamma lo zittisce. Sei stato te a voler venire, noi ti avevamo detto di rimanere a letto, quindi ora fai un po’ il bravo. Medito di spostarmi, poi lascio stare.

Questo non è solo un concerto all’alba. È anche un rito collettivo di persone che condividono una parte della notte.

La pianista si chiama Alessandra Celletti ed è anche compositrice. La presenta Francesco, della Scintilla, l’associazione che ha organizzato tutto questo. “Siamo un gruppo di persone a cui piace fare le cose belle, come questa”.

Le note partono leggere quasi a non voler disturbare la distesa di spettatori semi dormienti. Sulle nostre teste le stelle fanno capolino dalle nuvole.

Nessuno si muove, se non per coprirsi meglio con le coperte o le giacche. 

Alle sei la prima goccia. Mentre il cielo in lontananza si apre, sopra di noi si è addensato un nuvolone che pian piano comincia a scaricare.

Continua ad arrivare gente. Alla mia destra una mamma stende un telo e si siede con il figlio avvolto a marsupio in una coperta a quadri. 

Mi avvolgo la pashmina sulla testa mentre le gocce colpiscono il sacco a pelo. Dieci minuti e già non piove più.

La musica si fa sempre più intensa, mentre il cielo si apre accompagnato dal canto dei galli in lontananza.

Prima delle sei e mezzo l’aurora non si smentisce e tinge tutto di rosa. Alzo la testa e con la luce mi accorgo che la pianista ha la chioma biondo platino. Continua a suonare, riempiendo l’aria di musica, nonostante il pubblico continui a sbagliare i tempi degli applausi. Cosa che in realtà non importa a nessuno. 

“Visto che abbiamo sconfitto la pioggia, vi regalerò un ultimo brano, che si intitola…”

Le parole della pianista si perdono nell’aria e nel chiacchiericcio della gente. Peccato.

Ormai è quasi giorno. Quando la pianista si alza per salutare vedo che indossa un lungo abito bianco con una giacca avorio. In testa ha una coroncina da fata fra i capelli. 

L’alba arriva a suon di musica illuminando le campagne di Poggibonsi al di là delle mura fortificate. 

Alle sette il concerto è già finito. Ripiego il sacco a pelo bagnato, prendo le mie cose e mi incammino verso il bar che mi pare ancora chiuso. Andrò in piazza a Colle.

Mi giro a fare un’ultima foto. C’è un sacco di gente, chi l’avrebbe mai detto? Azzardo qualche conto, cento, duecento?

Anche questo ha poca importanza.

Quello che importa è che qualcuno ha pensato di organizzare una cosa diversa, coraggiosa, inusuale e fantastica, e molti hanno raccolto l’invito. 

Io, per quanto mi riguarda, di inviti di questo tipo sono decisa a raccoglierne il più possibile.

Ps. L’evento si è svolto a Poggibonsi e fra gli organizzatori, o coloro che hanno contribuito alla realizzazione, lo dico per completezza di informazione (anche se questo è solo un piccolo post personale), ci sono anche l’assessorato comunale alla Cultura e la Fondazione Elsa.

Pps. L’associazione poggibonsese che organizza eventi culturali e manifestazioni cittadine si chiama La Scintilla. A Colle abbiamo i ragazzi della Scossa che oltre alla Notte Gialla pensano a svolgere tante attività per i ragazzi e per la città. Niente, riflettevo sui nomi che avevano scelto, e fra scintille e scosse mi è venuto un po’ da pensare

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Che botta, Gattaccio!

Hey, Gattaccio, sì dico a te. A te con quel musone grosso e quelle zampotte lunghe, i muscoli belli tesi, il manto che pare un tappeto e quella coda mozza.

Che botta!

Eravamo rimasti a quasi due mesi fa che dovevamo andare dal veterinario e tu ti ribellasti e mi conciasti per le feste. E rimanemmo qualche tempo senza “parlarci”, noi due.

Proprio te, che da quando ti abbiamo soccorso sei diventato il gatto adesivo fuori dalla mia porta di casa. Per un po’ ti ho dato il cibo e l’acqua, quello sempre, ma il feeling fra noi era un po’ evaporato. Poi i graffi si sono richiusi e le ferite rimarginate e tutto è tornato come prima, con te che appena mi avvicino al muretto arrivi di corsa per strusciarti contro le mie gambe ma ti ritrai se cerco di toccarti io quando sei sotto al tavolo.

L’altro giorno ce l’abbiamo fatta. Siamo andati dal veterinario. Sono riuscita a distrarti, tu hai avuto fiducia, ti sei fatto prendere in braccio e ti ho infilato nel trasportino. Poi ti ho dovuto dare due perette di sedativo perché stavi abbaiando come un cane e non so come avremmo potuto resistere fino dal veterinario.

Appena saliti in macchina (ti ho messo nel bagagliaio, non fidandomi nemmeno del sedativo) hai scaricato riempiendo l’abitacolo di un odore nauseabondo che mi ha accompagnato per tutto il viaggio. Hai riempito dello stesso odore la sala di attesa finché non ho preso il lungo rotolo di carta e il disinfettante e ho cercato di ripulire tutto quel disastro.

Poi ti hanno visitato. A te che ciondolavi sedato come un carciofone, il vet (la vet in realtà), ha prelevato il sangue e ti ha fatto tutti gli accertamenti che in vita tua, quando eri un gattaccio libero e selvatico, nessuno si è mai sognato di farti. Fai sempre un certo effetto sai, se anche da sedato la vet ti ha coperto il musone con una mascherina che mi parevi Hannibal Lecter.

Però, però… Io credevo che sarebbe stato il giorno del tuo ingresso nella società censita dei gatti, che avresti avuto il tuo libretto, il tuo vaccino. E li hai avuti, certo.

Ma in quel giorno maledetto hai avuto anche qualcosa in più. Hai preso la patente di FIV e FELV e, ora che ti avevamo trovato e ci stavamo attaccando così a te, per tutti noi è stata proprio una bella botta.

Per te che cosa cambia? Saperlo, niente. Tu continuerai a fare la tua vita fino a quando la natura te lo permetterà. Noi potremo alleviarti questi anni che ti rimangono da vivere curandoti nel miglior modo possibile. Che in fondo del doman non v’è certezza per nessuno e la vita randagia alla fine presenta sempre il conto.

A proposito. Quanti anni hai? Secondo la vet fra cinque e dieci (che sarebbe come dire fra trentacinque e settanta), un bel range per un gatto.

Insomma, Gattaccio, è iniziato il riposo del guerriero. Speriamo che sia lungo e il più possibile senza dolore.

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La svolta buonista di Gattaccio

Era da un po’ che avrei voluto scrivere questa cosa. Oggi mi decido a farlo, finalmente, perché domani sarebbe troppo tardi.

Domani Gattaccio va dal veterinario come se fosse un gatto normale, e non quel malandrino patentato che è stato fino ad ora. Quindi faremo tutte le analisi, quelle che secondo l’altro vet, quello che gli ha tagliato la coda, erano inutili e dispendiose perché in fondo era solo un gatto selvatico.

E invece Gattaccio, contro ogni previsione (esclusa quella ormonale, ovvio), si è accasato e si avvia a diventare un gatto pericolosamente normale.

Il primo passo è stato quello di stabilirsi fisso nella piccola aia fuori da casa mia. Ma quello, abbiamo pensato tutti, era più un problema di reperimento cibo. Stando lì fuori Gattaccio poteva miagolare incessantemente ogni volta che mettevo il naso fuori e reclamare cosi la sua pappa a tutte le ore.

Però era sempre il solito gatto scontroso e ogni volta che mi avvicinavo per dargli un buffetto faceva dei salti all’indietro che pareva avesse mangiato una molla.

Poi ho notato che qualcosa era cambiato. Quando mi avvicinavo Gattaccio mi guardava e non si allontanava. Una volta è successo che dopo avergli dato da mangiare mi sia accucciata accanto a lui. E lui ha cominciato a strusciarsi contro le gambe della sedia avvicinandosi sempre più a me. Quando gli ho messo una mano sul capone non si è ritratto anzi, ha anche pigiato un po’ (chi ha un gatto capirà che cosa intendo). Incoraggiata, ho azzardato una carezza sotto il muso. E lui ci stava. Dopo un po’ l’ho addirittura preso in braccio.

E lì ho capito che qualcosa era definitivamente cambiato. Incredibile. Gattaccio faceva le fusa!

I miei gatti però non si fidano di lui. E Gattaccio ne soffre.

Ogni volta che Ercolino o Agatha entrano o escono di casa, attraversando il territorio da lui presidiato, si fa loro incontro pietendo spudoratamente delle attenzioni.

È un Gattaccio senza dignità, ma bisogna capirlo. È sicuramente la prima volta in vita sua che sente qualcosa come una carezza o un po’ di calore. Si vede che son cose che gli piacciono ma che allo stesso tempo non sa bene come affrontare.

Ercolino comunque lo picchia. Gli allunga delle zampate sul muso che Gattaccio incassa come un vecchio pugile ormai fuori dal ring.

Agatha gli soffia, invece.

Lui no. Lui continua a girar loro intorno, trotterellando su quelle zampette storte da calciatore, sperando di farsi degli amici gatti, anche lui.

Povero Gattaccio. L’isolamento selvatico in cui è vissuto finora gli ha fatto anche dimenticare le regole della sua specie. Quale gatto va in cerca di amicizia felina?

Gattaccio fa una tenerezza che nemmeno vi immaginate. Ora ha preso anche a strusciarsi alle persone. Almeno a me. Non bisogna chiedere con lui. Basta mettersi seduti sul muretto e far finta di far niente. Lui sulle prime scapperà poi, vedendovi fermi, si avvicinerà incuriosito e comincerà a strofinarsi alle vostre gambe. Lo farà a modo suo, con quella tenerezza brusca che ha imparato da poco, con movimenti a scatti e senza sinuosità felina. Poi voi, inteneriti, alzerete la mano per dargli una carezza su quel testone e lui, impaurito, ricordando qualcosa di brutto, scapperà. Per poi riavvicinarsi e ricominciare da capo.

Oggi è il suo ultimo giorno da clandestino. Domani avrà anche lui un documento di identità, un vaccino, un suo posto nel mondo.

Da quel Gattaccio che è.

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Tutto quello che avreste voluto sapere su Gattaccio ma…

Chiedo scusa. Questo è un post che avrei dovuto scrivere mesi fa, per aggiornare tutte le persone gentili che mi chiedevano notizie su Gattaccio. Lo faccio ora.

Ricapitolando, verso la fine di marzo questo gatto inselvatichito che girava per le campagne intorno casa nostra passando ogni tanto a reclamare un pasto, si è presentato con una coda scarnificata e quasi spezzata. A occhio, doveva essere rimasto imprigionato in una tagliola e si era fatto male cercando di fuggire, oppure un’anima buona (buona con tutti i distinguo del caso), lo aveva liberato in quanto non rappresentava la preda cercata.

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In ogni caso la situazione si presentava disperata. Gattaccio era un gatto assolutamente refrattario al contatto umano. Era impossibile, non dico acciuffarlo, ma anche solo fargli una piccola carezza. Il minimo contatto, o anche un semplice avvicinamento, lo facevano scappare con un balzo.

Chiesi consiglio tramite Facebook alle volontarie di un gattile della zona, i Cassiopei, che mi invitarono a prendermi cura di lui al più presto portandolo da un veterinario perché la ferita era veramente brutta e avrebbe potuto portare a infezioni e conseguenze nefaste per la vita del povero Gattaccio.

Mi indicarono il nome di una volontaria di un’altra associazione, A-mici miei, più vicina geograficamente, che appena contattata venne subito a casa mia con la gabbia trappola. Io ero sinceramente convinta che Gattaccio non ci sarebbe mai cascato. E invece, dopo alcune prove in cui mettevo il cibo all’interno ma senza azionare il meccanismo automatico di chiusura, trovai il prigioniero acquattato e silenzioso all’interno della gabbia di ferro.

Subito schizzai verso l’ambulatorio veterinario convenzionato consegnando il povero Gattaccio alla dottoressa che gli avrebbe non solo tagliato la coda ma, ahimè, anche la dotazione virile.

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Lo ripresi la mattina dopo con il posteriore alleggerito e ricucito e la raccomandazione da parte della vet di liberarlo subito e allo stesso tempo dargli l’antibiotico due volte al giorno.

Il primo pasto dopo l’intervento andò alla grande. Gattaccio, appena liberato, anziché rifugiarsi chissà dove, si piazzò al solito posto nella piccola aia fuori dalla mia porta e, oltre alla medicina, si sbafò ben quattro bustine di cibo umido che, detto fra noi, non aveva mai visto nemmeno da lontano, dal momento che fino ad allora gli erano riservati gli avanzi nostri e degli altri gatti oltre a qualcosa che riusciva a sgraffignare introducendosi in casa di soppiatto.

La sera però non si fece vedere e saltò quindi la seconda metà di antibiotico che gli sarebbe spettata. Tornò il giorno dopo, e ancora si prese medicina e pappa doppia o tripla, ma senza ritornare la sera. Successe la stessa cosa per altri tre giorni. Gattaccio si presentava la mattina, impaurito e dolorante, con tutto il didietro ricucito. Mangiava pappa e pasticca (ma quante ne ho buttate, preparate per lui nel caso si presentasse a sorpresa) e poi non si faceva vedere fino al giorno dopo.

Poi sparì per due giorni interi. Nel frattempo le mie notti procedevano in modo abbastanza insonne e agitato. A ogni minimo rumore mi alzavo e andavo a controllare se fosse arrivato Gattaccio per potergli dare la medicina come avrei dovuto fare per almeno sette giorni di fila, due volte al giorno. Invece eravamo completamente fuori regola. E io vivevo nell’angoscia che la ferita alla coda potesse suppurare e creare infezione.

Le volontarie poi mi avevano avvisato che, dopo il taglio della coda, avrebbero potuto presentarsi anche problemi nella minzione, aspetto che mi era però assolutamente impossibile verificare data la fuggevolezza del micio. E mi avevano anche spiegato che anziché lasciare Gattaccio libero dopo l’intervento sarebbe stato meglio tenerlo qualche giorno in una gabbia pollaio per potergli somministrare le cure con regolarità.

Ma ormai era andata così. Gattaccio, abituato a una vita libera e selvatica, continuava a fare quello che gli pareva seguendo soltanto il suo istinto. Tornò soltanto un’altra volta, dopo quei due giorni di assenza, mangiò, prese la medicina e sparì. Stavolta per molti più giorni.

Dio che angoscia. Non potevo credere che dopo aver fatto tanto per salvarlo dall’infezione alla coda, la convalescenza sbagliata avesse causato quello che non volevo nemmeno immaginare.

Gattaccio non veniva più. Né a mangiare, né per altro. Era semplicemente sparito.

Passarono i giorni e di Gattaccio nemmeno l’ombra.

Per chi non lo sapesse, l’anno scorso Gattaccio rimediò una ferita da guerra durante lo scontro con un suo simile. Aveva una sorta di cotoletta che gli pendeva dal collo dove risaltava una bella fetta di carne viva. Con i giorni la cotoletta diventò scura di polvere, peli e sangue, mentre la ferita pian piano si rimarginava. Alla fine la cotoletta cadde e Gattaccio ritornò praticamente come prima, solo con una medaglia incisa sulla pelle.

Era un gatto forte, se la sarebbe cavata anche stavolta. Ma allo stesso tempo non potevo sapere quante vite, oltre a quella a cui avevo assistito io, si fosse già giocato.
All’improvviso Gattaccio tornò a reclamare un po’ di cibo. Pareva stesse bene, era bello snello e con il corpicino sodo e muscoloso di sempre.

Qualcosa era cambiato in lui, però. Aveva perso l’aria un po’ guascona del gatto che non deve chiedere mai e aveva sviluppato, per contro, un miagolio lamentoso con cui mendicava cibo in continuazione. Insomma, mi era partito che era un bandito, un Ghino di Tacco, e mi tornava in versione reddito di cittadinanza.

Ora Gattaccio vive fisso sul mio terrazzino, mangia due volte al giorno cibo umido (il doppio rispetto ad Agatha e Ercolino) e una volta o più gli toccano anche i croccantini. Quando c’è stata la scossa forte di terremoto, qualche giorno fa, è arrivato subito dopo, all’una di notte e ha miagolato pretendendo la sua dose di cibo. Forse la paura gli aveva fatto venire una botta di fame nervosa.

Che triste fine che ti è toccata, caro povero Gattaccio.

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