No plastic girls

La cotoletta aveva fatto un rumore diverso, quando era caduta nel cestino dei rifiuti. Un rumore secco e allo stesso tempo un po’ ovattato, a causa della sua consistenza, pensava Enrica. La crema di verdure invece era scivolata liscia. Il suono era stato quasi carezzevole, come quello di certe bacchette del batterista, quello che sembra un frullo di ali. La crema, viscida e appiccicosa, si era poi posata sui capelli sintetici della sua bambola preferita, Chetta, quella alla quale aveva spezzato le gambe, impiastricciandoli tutti. 

Anche quel giorno Enrica aveva mangiato due bocconi e il resto l’aveva buttato via, insieme ai fogli appallottolati del compito di italiano.

La prof le aveva fatto sapere che poteva farlo anche a casa, qualcuno sarebbe passato a prenderlo. Ma a lei non andava. Punto. Lo aveva già detto. Possibile che nessuno la ascoltasse?

Ormai l’anno era perso, la sorte non sarebbe cambiata con un compito di italiano in più. La cosa positiva, invece, sarebbe stata quella di perdere di vista Clau, Sammy e Ale. Loro avrebbero fatto la maturità e sarebbero andate all’università. Lei invece avrebbe passato un altro anno al liceo, ma senza di loro. E con un po’ di fortuna non le avrebbe incrociate mai più.

“Enrica ma che hai combinato? C’è un lago sotto al cestino…”

La mamma, con la sua ossessione per l’ordine e la pulizia.

“Enrica, non hai mangiato nulla nemmeno oggi…”

“Non è vero” disse Enrica a voce bassissima, guardando fuori dalla finestra, mentre la mamma correva avanti e indietro per pulire la chiazza sul parquet della camera e svuotare il cestino.

“E poi lo sai bene che gli avanzi vanno nell’umido e la carta da sola…”

“Milena”.

Il babbo. Bastava che pronunciasse il nome della moglie per calmarla quando si agitava.

In piedi, affacciato nel vano della porta, guardava la figlia, seduta alla finestra. 

Lei si girò. “Babbo”

“Non ti è piaciuta la cena, Enrichetta?”

“No, non è quello”.

“Ordino una pizza?”

“No no, non importa”.

“Davvero, non scherzo. La mangiamo insieme, a metà. Anche a me è rimasto un po’ di vuoto nella pancia”.

“Un’altra volta, davvero. Non scherzo” disse Enrica, che non permetteva a nessun altro di chiamarla Enrichetta, tornando a girarsi verso la finestra.

Era ancora giorno. Con l’ora legale faceva buio più tardi ma loro mangiavano sempre presto. Da mesi ormai Enrica non usciva più. Passava le giornate seduta davanti alla finestra della camera e osservava il mondo là fuori. 

La finestra dava su un piccolo parcheggio, occupato per un terzo dalle campane della raccolta differenziata. 

Enrica vedeva la gente arrivare con i sacchi dei rifiuti. Qualcuno era preciso e divideva il vetro dalla carta, gettava il sacchetto di plastica ben chiuso nel secco e quello biodegradabile nell’umido. Altri svuotavano il contenuto di intere automobili a casaccio nel secco, l’indifferenziato, senza dividere un bel niente. Qualcuno lasciava delle cose fuori, per terra, anche grandi. Reti con le doghe mezze saltate, vecchie lavatrici, orribili pensili da cucina in fòrmica. 

Fino a qualche mese prima Enrica si arrabbiava. Era una delle poche cose su cui si trovava d’accordo con la mamma. “La gente fa proprio schifo” dicevano passando davanti ai bidoni sommersi di rifiuti.

Ora però era cambiato tutto e a lei non importava più di niente, figurarsi dell’immondizia. 

Enrica era stata cresciuta nel rispetto dell’ambiente. Chiudeva l’acqua mentre si spazzolava i denti, non gettava fazzoletti e carte del gelato per terra. Per lei differenziare i rifiuti era naturale come inviare il messaggio di buonanotte alle amiche in chat, dopo i vari commenti sulla giornata. Ma tutto questo ora non valeva più.

D’improvviso la sua attenzione fu attratta da una vecchia macchina dal colore indefinito dalla quale uscirono tre ragazze. Sembravano più grandi di lei, ed erano vestite con abiti sportivi come per andare a correre. Parlavano e ridevano, avevano proprio l’aria di divertirsi. Una, quella con i ricci lunghi castani, aprì il bagagliaio e le altre si precipitarono ad aiutarla a prendere dei grossi sacchi di plastica. Dovevano pesare un bel po’ perché ce ne volevano due di loro per trasportare ogni sacco. Ne disposero quattro, tre grossi e uno più piccolo, davanti ai cassonetti e si misero in posa per farsi un selfie con l’immondizia. Prima però cercarono dentro i loro zainetti e ne trassero qualcosa di piccolo. Enrica si sporse in avanti stringendo gli occhi per cercare di capire che cosa fossero quegli oggetti che ognuna di loro teneva in mano mentre la riccia scattava. Il sole stava tramontando e non era facile vedere. 

Fatta la foto, le ragazze svuotarono il contenuto dei sacchi nei vari cassonetti, salirono in macchina e ripartirono. 

Le giornate di Enrica si ripetevano uguali. Costringeva la mamma a ripetere alle amiche che la passavano a trovare dal momento che lei non rispondeva più ai loro messaggi o alle loro chiamate, che stava dormendo o che era in bagno. Mangiava svogliatamente, aveva smesso di lavarsi. Ormai la sua divisa era un vecchio paio di pantaloni grigi sformati con una maglietta presa a caso dall’armadio. I capelli andavano dove volevano loro.

Enrica alla finestra osservava la vita degli altri che scorreva. Il pensionato del palazzo di fronte che portava il cagnetto a spasso. I ragazzini che si scapicollavano in bicicletta dopo la scuola. La ragazza ben vestita che barcollava sui tacchi alti verso l’auto del fidanzato. E il solito mondo di quelli che gettavano la loro immondizia, dentro e fuori i cassonetti. Una cosa anche se piccola era cambiata, però. Ora coltivava una speranza, quella di rivedere le ragazze con i grandi sacchi.

Una sera arrivò un grosso furgone rosso, che entrò nella piazzola con una manovra secca, inchiodando davanti alle campane colorate. Enrica pensò che il conducente fosse ubriaco. Si aprirono i portelloni posteriori e ne uscirono alcuni ragazzi fra cui, non ci poteva credere, le tre dell’altra volta. Cominciarono a scaricare grossi sacchi pieni di plastica e cartacce, mentre parlavano e ridevano. Sembrava che si divertissero un mondo. 

Poi le solite tre fecero la stessa cosa dell’altra volta. Tirarono fuori ognuna un piccolo oggetto dagli zaini e si misero in posa accanto al furgone per la foto, davanti ai grandi sacchi, insieme agli altri amici.   

Stavolta però erano più vicine e forse, approfittando del fatto che ci fosse più luce e che il furgone era posteggiato proprio sotto casa, Enrica avrebbe capito che cos’era quell’oggetto misterioso. Infatti lo vide. Erano tre bambolette, tre bambolette di plastica come tante non fosse per il fatto che ognuna era simile alla ragazza che la teneva. Riccioloni castani per quella che l’altra volta guidava la macchina, caschetto biondo per la piccoletta in maglia celeste, capelli lunghi neri e lisci per quella più alta. Quelle ragazze erano come lei e le sue amiche, si erano scelte un avatar anche se non giocavano più con le bambole. Enrica pensò a Chetta e alla fine che le aveva fatto fare. Spezzandole le gambe e buttandola nel cestino, aveva detto addio anche a tutto questo. 

Il furgone rosso fece manovra, i ragazzi erano già saliti su. Dalla fiancata sinistra, la parte che prima rimaneva nascosta, pendeva una specie di striscione bianco. C’era scritto #noplasticgirls.

Enrica accese lo smartphone e fece una rapida ricerca sui social ignorando il suono continuo dei messaggi accumulati nelle ultime settimane. Trovò l’hashtag che cercava. Corrispondeva a un gruppo Facebook. Finalmente poteva vedere i volti di quelle ragazze da vicino, anche se solo in foto. Ora poteva seguire le sue “amiche” a distanza osservandole durante i loro giri di pulizia. Le vedeva addentrarsi nei parchi, gironzolare nei boschi, salire sulle colline, battere le rive dei fiumi per raccogliere le immondizie gettate ovunque. Le immaginava partire con lo spirito leggero di chi fa una gita in campagna, allegre e sorridenti, con i loro guanti e i grossi sacchi. Raccoglievano bottiglie di vetro e di plastica, lattine, cartacce. Di tutto. Quelle ragazze erano fenomenali, partendo da un gioco fra amiche erano riuscite a creare un movimento a cui partecipavano amici ma anche sconosciuti, attirati dalla loro attività pubblicizzata sui social.

Enrica non perse tempo. Scrisse un messaggio di presentazione e fu invitata a unirsi a loro. Decisero che lei avrebbe presidiato il furgone e scattato le foto di inizio e fine giornata.

Per lei era un cambiamento immenso. Significava tornare alla vita. Intanto aveva ripreso a mangiare e a lavarsi. 

I suoi genitori non avevano quasi il coraggio di chiederle a che cosa fosse dovuto il cambiamento, per il timore di vederla rinchiudersi a riccio come negli ultimi mesi. 

Enrica aprì la chat e scrisse a Clau, Sammy e Ale scusandosi per averle messe da parte. Loro le risposero con l’affetto di sempre. Enrica rimase stupita quando le amiche accettarono la sua proposta.

“Mamma, domani mattina esco. Mi aiuti te con le protesi?”

“Certo bambina mia” rispose, incredula, la donna.

“Peccato che ho buttato via Chetta, dovremo comprarne un’altra, anche se non sarà la stessa cosa”.

La mamma uscì in fretta dalla stanza e rientrò con in mano la bambolina. Era stata pulita, rivestita e le gambe erano state incollate alla perfezione.  

Enrica fece un urlo di gioia.

In quel mentre la porta si spalancò. “Stasera prendo le pizze e vieni di là a mangiare con noi” disse il padre. Enrica non riuscì a trattenere le lacrime. Piangeva e rideva. 

Si sentiva come se qualcuno le avesse incollato qualcosa che aveva perso un po’ di tempo fa. 

(Questo racconto ha partecipato alla prima edizione del concorso Ambiente e territorio indetto da Sienambiente, aggiudicandosi il primo premio)

(Le #noplasticgirls sono reali. Le trovate su Facebook. Seguitele nelle loro imprese di pulizia del mondo e, se potete, mettete in pratica il loro esempio)

Augh!


https://www.sienambiente.it/it/news/9238/?fbclid=IwAR19D_nOyMNAXzfKY-pHn4c7FcqW670Ate3EgeqVKsPi775wCo0mvwkmDPo

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