Vecchie questioni, nuovi autori

image

“Questo me lo ha regalato un’amica ma prendilo te”. Fu così che, per una pasqua di qualche anno fa, mamma mi dette un uovo di cioccolata delle Tre Marie. Buono, credo di ricordare. Ma quello che non me lo fa dimenticare è la sorpresa, che ho ritrovato mettendo a posto la libreria. Un libriccino minuscolo con una storia scritta per l’occasione: “Vecchie questioni” di Lucia Tilde Ingrosso per la serie “Camilla Serra indaga”.

È un’iniziativa delle Tre Marie con la Scuola Holden. Mi è piaciuta proprio tanto. La storia è una microstoria, ma pensare di metterla dentro un uovo di Pasqua, al posto delle tante inutili sorpresine, mi è sembrata un’idea fantastica.

Oggi non solo me la sono riletta ma ho anche fatto qualche ricerca sull’autrice e sugli altri scrittori, sette in tutto, che hanno partecipato a questa cosa, anche per capire come li avevano selezionati. E sono venute fuori delle belle scoperte.

Lucia Tilde Ingrosso, 48 anni, giornalista a Millionaire, ha scritto sotto lo pseudonimo Assunta Di Fresco alcuni libri umoristici sul mondo del lavoro e sui curriculum. E’anche  l’autrice dei gialli dell’ispettore di polizia Sebastiano Rizzo, ambientati a Milano, con uno dei quali ha vinto il premio Scerbanenco.

Alessandro Soprani, 47 anni, è un tipo che ha scritto un romanzo, pare bello dalle recensioni (“L’ultima estate che giocammo ai pirati”). Purtroppo pare che le sue tracce (letterarie) si perdano al 2011. Per l’uovo di pasqua ha scritto “Cosa porta la notte”.

Vins Gallico, 40 anni, è libraio e traduttore. Ha scritto “Final cut” e “Portami rispetto”. Il suo raccontino sorpresa è “Giocatori”.

Ovviamente io ho letto solo quello della Ingrosso, legato all’uovo che mi è toccato in dono. Non saprei nemmeno come fare per recuperare gli altri. Forse qualcuno è stato pubblicato on line. Nel prossimo giro lo verificherò.

Veronica Tomassini, che non dice la sua età “tanto non la dimostro”, scrive sul Fatto Quotidiano. La ricerca di stamani mi ha permesso di scoprire un blog, il suo, veramente molto interessante. Ha scritto un romanzo, “Sangue di cane”, e altre cose. Per le Tre Marie ha firmato “La migliore medicina”.

Luca Martini, 45 anni, ne ha scritti un bel po’ fra poesie e racconti e ancora continua. Per cercarlo su google, visto il nome abbastanza comune, bisogna specificare scrittore e poi arriva anche lui in mezzo a dentisti e altri omonimi. Nella biografia si dice che il progetto delle Tre Marie con la Holden, al quale ha contribuito con “La prospettiva criminale”, ha avuto una tiratura complessiva di 110mila copie.

Marialuisa Amodio, 37 anni, è traduttrice e ha firmato “L’era del Leviatano”, romanzo fantastico e distopico. Per l’uovo di pasqua aveva scritto “Lo scambio”. E’ autrice di diversi racconti.

Infine c’è Gianni Tetti, con “Un bikini da 30 milioni di euro”, anche lui di età indefinita ma sempre giovane, con un po’ di romanzi all’attivo (“Mette pioggia”, “I cani là fuori”) e scritture per cinema e tv.

Tutte queste ricerche le ho fatte all’alba, quando chissà perché mi sono svegliata senza più un filo di sonno, e mi hanno divertito molto. Mi ha fatto piacere conoscere questi giovani autori a me sconosciuti, ognuno con la propria personalità, le proprie idee (nel senso di fantasie) e il proprio modo di stare al mondo occupandosi di letteratura.

A volte le sorprese dell’uovo di pasqua sono veramente sorprendenti.

 

 

3 commenti

Archiviato in storie di libri

E allora differenziamo anche i cervelli

IMG-20160409-WA0001

Oggi statemi a distanza di sicurezza, va’, meglio per voi. Che potrei dare la scossa a una razza. La Grande Incazzatura risale almeno a un mese fa ma i fatti di stamani l’hanno elevata all’ennesima potenza. E allora scrivo tutta la storia, che ha del bello. Ah, sappiatelo, qui si parla di raccolta differenziata, rifiuti, cose sporche. E sanzioni, pure. Per cui chi non è interessato all’argomento sa come fare. Liberi tutti!!!

Il fatto da cui origina tutto questo è della fine di gennaio, quando ero alle ultimissime fasi del mio trasloco da un piccolo capoluogo di montagna. Un trasloco reso un po’ complesso dal fatto che vivevo da oltre dieci anni in una casa non ammobiliata e che il luogo dove sarei andata ad abitare, la Toscana, era a 400 chilometri di distanza. Quindi, per snellire al massimo la procedura, ho venduto, regalato, buttato via, tantissime ma tantissime cose. Non a caso. No, dando un senso e una destinazione a tutto. Compresi i rifiuti. Tanto che, con più di un’amica, in quei giorni ho scherzato sul fatto che badassi quasi di più a differenziare gli scarti che non alle mille complicazioni del cambiamento di città.

In tutto ciò arriva un giovedì mattina, giorno di raccolta della Caritas, nel quale decido di disfarmi di uno scatolone di vecchi abiti rinvenuti in cantina.  La responsabile dell’ente al telefono mi dice che quel giorno la raccolta è sospesa ma che posso sempre depositare i vestiti in uno dei contenitori appositi nelle aree ecologiche. Non nel cartone, mi raccomando, ma suddivisi in sacchetti di plastica, anche in quelli della nettezza.

Bene, mi armo di sacchetti, metto il mio scatolone nel bagagliaio dell’auto e raggiungo una piazzola in periferia, distante cinque chilometri dalla mia abitazione. Eseguo tutte le operazioni con il bagagliaio aperto dell’auto, compongo tre sacchetti di plastica e li verso nel contenitore giallo. Lo scatolone potrei schiacciarlo e metterlo nel contenitore della carta, ma è pienissimo e accanto c’è già una pila di scatole di cartone. Lo appoggio sopra alle altre e vengo via.

Un mese e mezzo dopo, quindi verso la metà di marzo, la solerte società comunale che si occupa di rifiuti mi fa giungere un verbale da 65 euro per “conferimento di rifiuti al di fuori dei contenitori o dei punti individuati sul territorio per la raccolta differenziata”.

Devo ammettere che ci ho dovuto pensare un bel po’ per risalire all’episodio incriminato. Anzi, all’inizio ero sicura che si trattasse di un mero errore, di uno scambio di persona.

Invece no. Ho capito che ero proprio io quella sfigata “con capelli scuri, che indossava pantaloni jeans, scarpe scure e cappotto lungo scuro” che dopo essere scesa dalla vettura targata …. “scaricava uno scatolone di cartone e lo depositava a terra vicino alle campane della carta”. Sì, e tutto il resto? Il solerte impiegato addetto alla visione dei filmati avrà ben visto tutto il resto della registrazione e avrà capito che non si trattava proprio di un caso di abbandono di immondizia.

Ma evidentemente questo non ha importanza. Quindi? Quindi, per fare un regalo al mio fegato che faccio?, decido di pagare ugualmente la multa (a fare ricorso anche con il minimo si rischia di pagare il doppio o più), e scrivere una lettera al sindaco di quel Comune per spiegargli solo due cosette. Insomma, magari finirà anche nel cestino della carta straccia, o comunque chissenefrega se tu sei una che differenzi tutto. Ma almeno mi sarò un po’ alleggerita spiegando le mie ragioni.

Per dire, io sono una che getta il cartone del latte nella carta e il tappino nella plastica. Che stacco l’etichetta dalla bustina del té prima di gettarla nell’umido. Sono quella che, nel comune veneto dove vivevo, quando trovavo i sacchetti dell’immondizia fuori dal cassonetto aprivo con la mia chiavetta e li buttavo dentro. Quella che ha fatto tre viaggi all’ecocentro per disfarsi di due pentolini e una cassetta di legno. Lo dico anche con un certo imbarazzo, capitemi, che al massimo ci faccio la figura dell’ossessiva. Ma è proprio così. Fidatevi, potete mettermi dove volete ma nel girone dei pirati ambientali proprio no.

Allora stamani che succede? Succede che come al solito dopo aver accumulato un po’ di robetta da gettare, poca in verità, la carico in macchina e vado all’ecocentro del comune toscano dove abito ora.

Prima le cose da discarica, due lampade vecchie, due fili elettrici del mesozoico, un paio di scarponi da sci (no, quelli nell’indifferenziato, mi hanno detto), due pezzi di legno vecchio, un sacchetto di pile esauste, poi passerò dall’isola ecologica a buttare bottiglie di plastica e un po’ di carta. Arrivo al cancello e nessuno mi apre. Scendo, vado verso l’ufficio, chiuso. Fuori c’è una torretta in plastica, vuota. La giro per vedere che cosa c’è scritto. Raccolta pile esaurite. Le cerco ma sono rimaste sotto al resto, le getterò dopo, all’uscita.

Al suolo c’è un sacchetto di carta con un neon.

“Eh no, così non va bene… Le cose non si abbandonano a terra.Troppo comodo”.

L’addetto si è materializzato in quell’esatto momento, preciso preciso, per farsi l’idea che io avessi caricato la macchina di immondizia da portare fino alla discarica comunale e poi, molto furbescamente, mi fossi disfatta di un neon depositandolo proprio davanti alla porta del suo ufficio.

“Non penserà mica che l’abbia buttato io?”

“Vedrà, fino a poco fa non c’era”

“Beh guardi, ho la macchina  piena di roba da scaricare e secondo lei ne butto una a caso a terra? Le posso spiegare, stavo cercando le pile che non trovo e che butterò alla fine, dopo tutto il resto”.

Ecco, questa è la versione scritta di ciò che gli ho detto. Quella orale non me la ricordo molto bene. Ricordo solo che mi è salita una rabbia, ma una rabbia. E quella sensazione brutta, che purtroppo già conosco abbastanza bene, di essere accusata di qualcosa commesso da altri, qualcosa che cozza rumorosamente contro il mio comportamento abituale, fra l’altro…

Niente urla né offese eh, sia chiaro. Questo no. Ma far valere le proprie ragioni sì. Eccheccavolo.

Allora il custode mi apre la sbarra, io entro e comincio a fare i mucchiettini delle mie cose: ferro, legno, materiale elettrico, medicinali scaduti.

“Lasci stare, faccio io”.

No, non ce n’è bisogno, ci mancherebbe. Però ti becchi la mia storia.

“Senta, le racconto che cosa mi è successo a Belluno…”

Insomma, non c’è stato verso. C’è rimasto talmente male che alla fine, non solo ha buttato lui tutto nei diversi contenitori, ma quasi quasi dovevo consolarlo.

“Mi scusi, sa per quello che le ho detto prima, è che la gente… no no, lei si vede bene che è una che ci tiene alla differenziata”.

Magari non è proprio un vero complimento però io lo devo ringraziare. Lo devo ringraziare perché mi ha fatto sfogare. Perché quell’ingiustizia stupida e inutile mi era rimasta qui sopra e mi faceva male ogni volta che ci pensavo. Ora, penso, il fatto di aver raccontato questa cosa a uno che ci lavora con i rifiuti è la soddisfazione massima no?

Solo tu mi puoi capire…

E poi alla fine ti viene da credere che ogni tanto anche il buon senso abbia qualche chance. E che la Toscana, è proprio vero, è sempre meglio.

Tiè!!!

 

A chi ha avuto la forza di arrivare fin qui consiglio la lettura di “I segreti di Heap House” di Edward Carey, un libro che parla proprio di rifiuti, elevandoli a metafora della condizione umana.

 

4 commenti

Archiviato in diario

Scherzi da Ercolino

Ercolino è scomparso di nuovo. Ho cominciato a preoccuparmi subito dopo cena, quando ho realizzato che non era in casa come al solito e dopo aver saputo che in tutto il giorno aveva disertato la sua poltrona preferita.
Agatha c’è ed è tranquilla sul letto. Ercolino no. E non è come la sera prima quando, dopo averlo chiamato e richiamato, mi sono accorta per caso che lo stronzetto si era accucciolato nel cestino delle calze. Dove se ne stava pure zitto nonostante i richiami.
No, stavolta non c’è davvero. Ho guardato in ogni cestino, in ogni pertugio, in ogni anfratto, anche nell’armadio. Niente.
Quando Ercolino non c’è si sente il vuoto della sua assenza. E’ qualcosa di diverso nell’aria.
Non mi do pace. Esco sotto la pioggia, nel buio, armata di ombrello e torcia, e lo chiamo. Faccio il giro della casa, passo di sopra, di sotto, di dietro.
“Ercolino! Ercolino!”. Niente.
Per un casalingo come lui non è un buon segno. Con questa pioggia, poi.
Tento di scacciare le immagini di bestie feroci e satanisti che si affacciano alla mente.
Ripenso al giorno prima, a come si era nascosto nel cestino in basso snobbando la sua cuccetta prediletta sul davanzale della finestra, sopra il radiatore. Forse ho sottovalutato qualche segnale. Forse c’era qualcosa che non andava, un malessere che avrei dovuto cogliere.
Nella mente si srotola il rullo della paranoia: dalla leucemia felina all’incontro con la processionaria passando per una lista immaginaria di malattie sconosciute.
Oltre alle bestie feroci e ai satanisti, ovvio.
Torno in casa. Agatha dorme tranquilla sul letto ignara della mia angoscia.
Nel silenzio sento un flebile miagolio fuori dalla finestra. Esco, tendo l’orecchio. Niente.
Rientro. Di nuovo il miagolio. Un po’ più forte, stavolta.
Mi precipito fuori. Ombrello e lampadina. Sul cipresso c’è un gatto che miagola.
È Ettore che non riesce a scendere. Uff. Allungandomi verso di lui e tirando giù il ramo sul quale si è appollaiato riesco a “salvarlo”. Salta a terra e si allontana con uno dei suoi grugniti.
Ma il problema Ercolino è sempre aperto.
Ormai è passata la mezzanotte e di lui non c’è traccia. Provo a pensare a una vita senza.
Oh, dico. Ma scherziamo? Stiamo parlando di Ercolino, l’anello di congiunzione fra me e il mondo felino, colui che mi ha spalancato il mondo gattesco, quello grazie al quale tutto è cominciato. Eh no. Ercolino non può andarsene così. E poi così come.
Stremata e in preda a un raffreddore fortissimo che mi assilla da tutto il giorno crollo a letto cullando la speranza di svegliarmi in un giorno in cui ci sia il mio Ercolino.
Sono ormai nel mondo dei sogni quando un miagolio insistente proveniente da fuori mi sveglia. Non ci penso un attimo. Corro alla porta, apro e… eccolo là il nostro eroe, bagnato fradicio, zuppo di pioggia. Entra in casa come se niente fosse ma stavolta si lascia asciugare stendendosi a terra e offrendo il pancino alle carezze.
Subito dopo si lancia alla ricerca del croccantino. Ha appetito, bene.
Dopo aver sgranocchiato entra in camera, dalla scrivania salta sulla finestra. La sua cuccetta è là che lo aspetta. Tutto come al solito.
Agatha continua a ronfare ignara.
Sono le due di notte. Ora si può dormire davvero.

Lascia un commento

Archiviato in ercolino, storie di gatti e altri animali

Come ti organizzo la libreria

Ecco, penserete, questa ha appena finito di leggere il libro sul magico potere del riordino e già si mette a concionare sull’argomento come se fosse suo. No no, tranquilli tutti.
Se c’è una che non può dire niente su ordine e organizzazione quella sono io. Nonostante i limiti però mi impegno, e molto.
E i risultati alla fine si vedono.
Prendete la mia libreria, quella grande, in pannelli di gesso. Dopo settimane di lavoro sono riuscita a dare un certo ordine. Non è ancora finita.
C’è stato da riaggiustare l’intonaco di due paretine. Altri lavori in corso rallentano la sistemazione definitiva dei libri, ma ora posso finalmente affermare con un certo orgoglio che il grosso è fatto.
Allora, nel ripiano in alto sono andati i libri grandi: fotografia, animali, città, natura, qualche enciclopedia. Poi ci sono gli anglosassoni attempati, i tedeschi, i francesi, i toscani.
Un altro ripiano ospita gialli e polizieschi, un altro gli stranieri contemporanei e un altro ancora gli italiani attempati (con i latini). Un piccolo spazio è riempito dai libri di Piero Chiara (di babbo). Poi gli italiani contemporanei, altri stranieri contemporanei e uno scaffale per i libri scritti da persone che conosco.
Vado molto orgogliosa del reparto basso (ma non bassissimo, perché sotto ci sono degli sportelli): fumetti, poesia, arte, musica. Uno spazio è riservato ai libri piccoli, tipo i racconti singoli pubblicati dai giornali o simili.
Sugli scaffali vicino al tavolo ci sono: una selezione dei miei preferiti, i libri in lingua originale (inglese e francese), i libri superficiali, i vocabolari.
In camera c’è una libreria ordinatissima che ospita: la mega collezione di Julia, i libri della tesi di laurea su Pasolini, tutti i Sellerio, i volumi di almeno quattro collezioni di letteratura pubblicate da Corriere e Repubblica (e forse anche dal Sole 24 Ore).
Sulle mensole ci sono i libri da leggere a breve, una selezione di volumi per ragazzi (mi piace dormire nella stessa stanza con Piccole donne e Pippi Calzelunghe), un bel po’ di libri di argomento più o meno mistico e un po’ di Camilleri extra Montalbano dei quali mi vorrei disfare.
Nelle scatole ci sono ancora le minoranze (africani e indiani d’America), saggi vari su Dante e affini, libri di antropologia, cinema, teatro. E un sacco di fuffa mista.
Ho già preparato degli scatoloni di libri (soprattutto scolastici) da dare via (dove, si vedrà).
Riordinando mi aspettavo di trovare qualche doppione, ma non credevo tanti.
Il giovane Holden e Colazione da Tiffany, entrambi anche in lingua originale, erano quasi scontati. Ma la doppia copia di Nudi e crudi di Alan Bennet, Strade blu di Least Heat – Moon, La mia famiglia e altri animali di Gerald Durrel, Senilita’ di Italo Svevo (fra l’altro mai letto) addirittura in tre copie, e Scorre la Senna di Fred Vargas, mi hanno piuttosto stupito.
Nessun problema. Sono già nella scatola da cui attingere per i prossimi regali.
Invece ho notato alcune sparizioni. Un libro che temevo di aver perso, Naufragio con spettatore, è fortunatamente riemerso dagli scaffali.
Niente da fare invece per un giapponese che adesso non ricordo (ma credo sia stato “Libro d’ombra” di Junichiro Tanizaki) e L’Algarabie, libro in lingua originale, il francese, di Jorge Semprun. E chissà quanti altri che adesso non ricordo. E anzi spero di non ricordare mai.
Ogni tanto però capita che questi libri perduti riaffiorino da qualche parte, come la Madame Bovary tradotta da Natalia Ginzburg, ricomparsa in uno scaffale dei piani di sopra.
Anche questa è una piccola gioia.

7 commenti

Archiviato in diario minimo, storie di libri

Libri, libri e ancora libri

Qualche tempo fa su facebook girava un giochino in cui si chiedeva di scrivere una lista con i dieci libri che ci avevano più influenzato nel corso della nostra vita, condividendola con un certo numero di amici, chiamati a loro volta a partecipare.
Anche io, chiamata in causa da non ricordo chi, lo feci.
In quei giorni mi capitò anche di vedere il post di una tipa che si scagliava, con un livore sicuramente sproporzionato rispetto al caso in questione, contro chi partecipava a questo giochino. Secondo lei le persone lo facevano solo per esibire una cultura che non avevano e si inventavano di aver letto dei libri in realtà visti solo da lontano.
Ricordo che fui colpita dalla veemenza, e allo stesso tempo dalla stupida inutilità, di quello scritto, tanto che lo commentai subito con alcune amiche.
Fra l’altro mi assolsi subito dall’eventuale accusa. Un po’ perché figuriamoci se mi invento i libri che leggo, un po’ perché anche se ora non ricordo quali titoli citai, sicuramente non saranno stati niente di che.
Qualche giorno dopo invece, cercando il profilo della tipa, mi accorsi che mi aveva cancellato dalle sue amicizie. Quindi capii che quel post veemente su chi esibiva la propria falsa cultura era diretto anche a me.
Non mi misi a piangere per la perdita, tanto più che si trattava di un legame da social con una tipa che non conoscevo nemmeno nella realtà. Ma ci rimasi male lo stesso, soprattutto pensando alla persona da cui proveniva, che fino ad allora avevo anche stimato. Intendo dire che ci rimasi male per lei. La tipa, una bella ragazza, aveva abbandonato un passato giornalistico per compiere una scelta drastica e coraggiosissima con la quale aveva cambiato del tutto la propria vita. In meglio, pensavo fino a quel momento.
Ma evidentemente certe vecchie abitudini di categoria sono un po’ difficili da perdere.

Mi torna in mente questo episodio, strappandomi un sorriso (anche perché mi offre uno spunto per scrivere nel blog), mentre metto a posto la mia libreria. Un lavoro immane che rimandavo da secoli e che ora trovo invece quasi leggero e divertente.
Mi torna in mente la sensazione brutta che all’epoca quel post invelenito mi suscitò, quasi dovessi giustificarmi delle cose che dicevo o scrivevo.
Quasi come se, essendo appassionata di lettura da sempre, dovessi vergognarmene o non parlarne per non darmi inutili arie da intellettuale.

In realtà a me i libri piacciono da morire e non potrei pensare a una vita senza. Quindi ignorero’ bellamente chiunque non sia d’accordo con me. D’altra parte si tratta di una mia passione, mica di un’imposizione.
Mentre salgo sulla scala, libero gli scaffali, spolvero, scelgo, sistemo, ricordo la voglia che avevo da piccolina di imparare a leggere, tanto da non poter nemmeno aspettare di andare a scuola. Arrivai in prima elementare che già leggevo e scrivevo, per la gioia di compagni e maestro che infastidivo di continuo non sapendo che fare durante gli esercizi che concludevo subito. Sembro presuntuosa a raccontare questo? Non credo, poiché si tratta semplicemente della verità. Nel caso il problema sarebbe nella mente di chi legge queste mie parole.

Ringrazio i miei genitori che mi hanno cresciuta in una casa piena di libri. Ringrazio mia madre che mi ha guidato nella scelta delle prime letture importanti facendomi conoscere il giovane Holden e tanti altri meravigliosi personaggi della letteratura. Ringrazio mio padre che alcuni libri li ha addirittura scritti, rivelando una vena molto bella che ho da poco riscoperto e condiviso con gli amici più cari.

Ora però si pone un problema. Riordinando la libreria occorre alleggerire, buttare, regalare. Fino a oggi ho pensato che un libro non si butta mai. Ora per fortuna ho cambiato idea. Bisogna solo cercare di capire come muoversi.
Ma di questo ne parlerò la prossima volta.

3 commenti

Archiviato in diario minimo, storie di libri

Viva l’Ungheria

Rientro in autostrada dopo la sosta in autogrill.
Ormai mancano solo 150 chilometri.
Margherita guarda i gatti, e i gatti guardano nel sole.
“Se non succede niente sarò a casa per le otto e mezzo” le dico al telefono.
All’inizio non capisco perché tanto buio. Che all’improvviso si sia spenta l’autostrada o il mondo che mi circonda. E invece no, son saltati i fari. Gli anabbaglianti. Cavolo.
Ormai sono in ballo. Chissà se le luci dietro funzionano.
Mi prende il terrore di non essere vista.  Metto le quattro frecce e vado avanti.
Il prossimo autogrill, ho visto il cartello, è fra 26 chilometri.
Ogni tanto sparo gli abbaglianti, ma solo ogni tanto.
Oh ecco l’area di servizio. Quasi inutile visto che c’è sciopero dei benzinai,  proprio oggi, fino alle 22.
Alla cassa però c’è qualcuno.
“Scusi mi sono saltate le luci dei fari. Voi le cambiate?”
“No”, risponde la signorina.
“Perché è sciopero?”.
“No, perché è troppo complicato”.
“Ah”.

Chiamo l’assistenza Alfa Romeo. Ma loro possono solo mandarmi il carro attrezzi, non risolvermi il problema. Per stavolta evito di discutere sul concetto di assistenza.

“Scusate – vado verso due camionisti che fumano nel parcheggio loro riservato – siete italiani?”
“No, hungarian”.
Forse puoi parlare tedesco, dice uno pressappoco.
No, english? Faccio io.
Okay. Un po’.
Spiego la faccenda degli anabbaglianti e loro mi chiedono se ho le lampade di ricambio.
Ribalto la macchina, sposto le valigie, ma ovvio che no.
Loro si avvicinano con una cassettina degli attrezzi e mi fanno cenno di aprire il cofano.
Sono la mia unica speranza.
Armeggiano per un po’ con i cacciaviti fino a smontare il faro. Un salto nel camion e spuntano due lampadine di ricambio.  Non ho parole.
In compenso io sfoggio una collezione niente male di torce di tutte le dimensioni.
“Mini” dice il più grosso fra i due, chiedendomi quella piccolina.
Mentre si muovono intorno alla mia macchina, accendono i fari, li spengono, aprono la portiera,  la chiudono, io li osservo chiedendomi se mi sono messa in un pasticcio ancor più grande.

Decido di no. Poi staremo a vedere.
I due, avranno trent’anni,  hanno facce larghe e fisico tozzo. Indossano abiti in stile militare,  mimetico il piccoletto, verde a tinta unita l’altro. Questo fuma la pipa e mentre assiste il compagno con la torcia diffonde nell’aria un buon odore di tabacco.
Ci capiamo a gesti. Qualche parola ogni tanto.
“Contatto”. “Kaputt “.
Parlano fitto fra sé nella loro lingua.
La lampadina di destra si accende. Evviva.
Mettono anche l’altra. Non succede niente.
Oddio ti prego non farmi stare tutta la notte al buio in un autogrill.

Non capisco. Mi preoccupo un po’ ma non so bene che fare.
“Sinistra destra” dice quello con la pipa facendo il gesto con le mani.
Hanno invertito. Tolgono le lampadine e le rimettono ognuna nel fanale opposto.
In meno di un’ora gli anabbaglianti si accendono. È tutto a posto.
“Home. .. house. .. control…”.
Ho capito sì. Meglio far controllare quando torno a casa. Due luci che saltano insieme non è normale.
Mettono a posto le ultime viti, chiudono il cofano e raccolgono la loro cassetta soddisfatti.
Ringrazio e do al più piccolo, quello mimetico, un foglio da 50.
Avevo solo quel taglio nel portafoglio, se si esclude una banconota da 10.
Lui rimane lì con i soldi in mano e con la faccia mi fa segno che son troppi.
Troppo complicato spiegargli che se non avessi trovato loro il giochetto mi sarebbe costato sicuramente di più.
Me la cavo con un internazionale thank you.
E poi butto là un “viva l’Ungheria”.
Loro alzano il braccio in segno d’intesa e di saluto e se ne tornano verso il loro camion.
Viva l’Ungheria, ma davvero.

2 commenti

Archiviato in adventure, diario minimo, on the road

ma che bello ascoltare gli scrittori/3 (Andrea Scanzi e Silvia Truzzi)

Premetto che anche un sol giorno del festival Pordenonelegge ha talmente tanti appuntamenti, belli e interessanti, da non sapere dove mettere le mani. Uno deve sceglierne pochi e rinunciare ad altri. Io, per dire, ho rinunciato a incontrare Gordana Kuic’, la scrittrice del Profumo della pioggia nei Balcani, e Vanessa Diffenbaugh del Linguaggio segreto dei fiori, che presentava Le ali della vita. E mi è dispiaciuto molto.

Come terzo appuntamento potevo scegliere fra “Un Paese inventato. Un Paese da inventare”, con i giornalisti del Fatto Quotidiano Silvia Truzzi e Andrea Scanzi, e “Il cuore nero delle donne”, per finire il percorso giallo attraverso le storie delle assassine.

Sono andata al primo.

Un po’ per non fare proprio tutto un giro monotematico sul giallo.

Un po’ perché mi è sembrata una strana coincidenza ritrovarmi nello stesso posto di Scanzi, dopo appena due settimane da quando l’avevo conosciuto a Colle Val d’Elsa nello spettacolo su De Andrè con Giulio Casale. Anche a quello avevo partecipato per una serie di fortuite casualità.

Un po’ perché questo Scanzi è anche un bel ragazzo ed è pure intelligente. E magari rappresenta l’ideale di giornalismo che ognuno di noi vorrebbe vivere. Non solo libero nel senso di senza padroni, ma anche libero dagli obblighi della redazione. Sarei curiosa di capire come funziona al Fatto, se questo è sempre in giro per l’Italia a presentar i suoi libri e i suoi spettacoli.

Allora, l’incontro è stato molto interessante. Si è parlato di politica attuale, governo e società attraverso la memoria e il giornalismo.

Silvia Truzzi ha raccolto in un volume, Un Paese ci vuole. Sedici grandi italiani si raccontano, altrettante interviste realizzate per il Fatto. Sedici anziani, da Stefano  Rodotà, a Pietro Citati, ad Andrea Camilleri, a Gustavo Zagrebelsky, a Gherardo Colombo, Giovanni Sartori, Claudio Magris,  Luciana Castellina e altri che, per la loro vita, esperienza, cultura, avrebbero da dare tanto, ma in questo tempo e da questi politici non vengono presi in considerazione. Anzi, fosse per loro li rottamerebbero.

Tipo la Boschi, ministro Maria Elena, con i suoi “professoroni” che le vogliono bloccare le riforme.

Scanzi e Truzzi sono giovani carini e intelligenti (che è molto meglio che disoccupati, tanto per citare un film di parecchi anni fa) e il fatto che parlino del valore della memoria, della necessità di ascoltare gli anziani che possono dire cose importanti, a me ha perfino commosso.

Mi ha commosso perché lo penso da sempre, ma sono quei pensieri in cui ti senti sola o magari in due. Ora pare che potremmo essere addirittura in quattro, ma in realtà non è così. Siamo molti di più.

E’ solo il pensiero dominante che va in un’altra direzione. In questo momento.

“La memoria è rivoluzionaria” hanno detto. E ora non ricordo se era una loro affermazione o una citazione di qualcun altro ma poco importa. E’ proprio così.

Scanzi ha scritto La vita è un ballo fuori tempo che parla di un giornalista un po’ sfigato e allineato che scrive per un giornale che si chiama La Patria e vive in un periodo storico in cui c’è un presidente del consiglio un po’ così. Così come Renzi, per esempio.

Scanzi racconta che credeva di avere esagerato, descrivendo i personaggi e mettendo loro in bocca determinate frasi. Antonio Padellaro, allora direttore del Fatto, lo aveva tranquillizzato. Non era affatto così. E infatti pochi mesi dopo l’uscita del libro certe affermazioni da parte del premier sono diventate reali, se non addirittura superate.

Una tristezza. Triste la situazione, che conosciamo perfettamente. Da tempo, nel senso che il problema non è Renzi, o almeno non solo lui.

Triste il quadro giornalistico nazionale tracciato dai due colleghi.

Secondo Scanzi di questi tempi si sarebbero allineati al potere anche gli artisti. Che, se fosse vero, sarebbe proprio la fine di tutto.

De Andrè, che Scanzi ben conosce e infatti cita, definì l’artista come l’anticorpo che si è creato la società per difendersi dal potere. Se si integra anche lui, lo prendiamo nel culo tutti.

Così,  tanto per finire in poesia.

1 Commento

Archiviato in articoli, storie di libri

ma che bello ascoltare gli scrittori/2 (Maurizio De Giovanni)

Finito il primo sono scattata di corsa per raggiungere il posto del secondo incontro pronta a fare un’altra lunga fila. Camminando per il centro sono stata agganciata da un ragazzo del Senegal che, nonostante le mie proteste, è riuscito ad appiopparmi un libretto sulla cucina africana.

E questo è stato il mio bottino al festival della letteratura di Pordenone.

Dopo aver sbagliato coda ed evento, per fortuna ci hanno chiuso la porta in faccia per esaurimento dei posti, ho finalmente trovato il padiglione di Maurizio De Giovanni, il creatore del commissario Ricciardi.  (A proposito… ha anche un nome? Comunque sia ora non mi viene).

Io pensavo che, quando avessi incontrato De Giovanni, gli avrei voluto dire quanto mi fa incazzare quando gigioneggia con la penna riempiendo pagine e pagine di svolazzature partenopee e interrompendo (volutamente, ovvio) il ritmo della narrazione di quelle storie che ci piacciono tanto.

Ecco. Me ne sono dimenticata. Quell’omone là, la personificazione del napoletano che più ci piace, uno che sembra il fratello di Pino Daniele, mi ha fatto talmente ridere e divertire che non avrei potuto dirgli proprio nulla del genere.

Poi, a quanto pare, c’è già chi lo fa.

“A tutti i complimenti – ha  detto -, a me i cazziatoni”.

Un giorno, ha raccontato, era al bancone di un bar, a Napoli, a bere un caffè quando una donna attraversò la sala puntandogli il dito contro: “Io glielo devo proprio dire (senza presentarsi, senza dire buongiorno io sono la tale e leggo i suoi libri, no) lei, se non la smette di trattare così quella povera Enrica non so che cosa le faccio. Ma le sembra il modo di comportarsi con una ragazza così dolce e timida?”. Quindi, senza aspettare risposta, se n’era tornata dall’amica. “Ecco, gliel’ho detto”.

Il commento del barista: “Un euro”.

De Giovanni: “No, sa… è che io scrivo romanzi…”

Il barista, irremovibile: “Un euro”

Questo aneddoto lo ha raccontato dopo che dal pubblico si era alzata una signora che gli aveva detto più o meno la stessa cosa.

“Io sono arrabbiata con lei. Ma li vuole far sposare quei due? Che cosa aspetta? Guardi che se Ricciardi non sposa Enrica io le auguro che i suoi racconti finiscano in serie zeta”.

Un’invettiva che ha generato anche un gesto scaramantico da parte dello scrittore.

“Eduardo De Filippo diceva: essere superstizioni è da ignoranti, ma non esserlo porta male”.

Appunto.

Ma insomma come è nato questo commissario Ricciardi? (ah ecco, Luigi Alfredo, si chiama, barone di Malomonte).

Allora in pratica siccome al De Giovanni piaceva stare sempre con quell’oggetto non identificato in mano, un libro, gli amici per fargli una sorta di scherzo, ma anche per incoraggiarlo chissà, gli regalarono l’iscrizione a un concorso che si teneva al Gambrinus di Napoli. In pratica gli iscritti dovevano scrivere un racconto nella sala del bar.

“Io non sapevo proprio che scrivere – racconta De Giovanni -. Me ne stavo lì, ad un tavolo vicino alla vetrata, e guardavo fuori. Tutti gli altri sapevano che cosa volevano scrivere. Io no. Il concorso era sponsorizzato dalla ribolla gialla. Passavano delle signorine con la minigonna e ci versavano il vino. Faceva un caldo pazzesco. Loro versavano, noi si beveva e si sudava. Alla vetrata c’era una bambina che da fuori guardava all’interno della sala. Lei mi guardava e io la guardavo. A un certo punto mi fece una boccaccia e se ne andò. Io mi guardai intorno pensando che gli altri l’avessero vista e pensassero che l’avevo infastidita in qualche modo. Invece niente, stavano tutti lì a scrivere e non l’aveva vista nessuno. Allora immaginai che quest’uomo vedesse qualcosa che nessuno vedeva. Vinsi il concorso“.

Ma non è finita qui.

“Quando mi mandarono l’email del vincitore risposi dicendo che avevano sbagliato l’invio. Ma invece mi dissero che era proprio per me. Poi ci fu la selezione nazionale e feci una nuova storia di Ricciardi. E vinsi di nuovo”.

Era il 2005.

“Ma io lo scrittore non lo volevo fare. Volevo fare il lettore”.

Fra risate e applausi De Giovanni analizza la solitudine del suo personaggio Ricciardi.

“Una solitudine data dalla compassione che lui prova per il genere umano ma resa ancor più forte, assoluta, dal fatto che lui, di questo ‘dono’, quello che considera la sua maledizione, non può parlarne con nessuno. Una solitudine disperata, la sua. Il segno dei nostri tempi è il telecomando. Noi cambiamo canale quando quello che vediamo non ci piace. Io volevo uno che non fosse in grado di evitare il dolore degli altri”.

Dell’evoluzione della storia fra Enrica e Luigi Alfredo niente si sa.

“Io quando scrivo un romanzo preparo la trama del fatto, quello che poi fanno i personaggi viene fuori da sé in un secondo momento. Non so dire che cosa accadrà. Dipende se Enrica deciderà di sposare l’uomo che ama o se invece privilegerà il sogno di una famiglia con dei bambini”.

Una anticipazione. “Le nuove storie del commissario Ricciardi si incentreranno su delle canzoni”.

Fino ad ora ci sono state le stagioni e le feste comandate. Ma già nell’ultimo libro, “Anime di vetro”, la storia ruota intorno a una canzone del cantautore napoletano Libero Bovio.

Alla fine un regalo per tutti.

Il primo capitolo, letto proprio da lui, del prossimo libro dei Bastardi di Pizzofalcone, “Cuccioli”, un’altra serie poliziesca nata in onore di Ed McBain, lo scrittore americano di origini italiane morto nel 2005 che considera il suo maestro.

Quindi, l’appello per Napoli. L’invito a non pensare, come ha fatto in questi giorni Rosy Bindi, che la criminalità organizzata sia una malattia incurabile in Campania.

“Abbiamo tremila anni di storia alle spalle, questa è solo quella degli ultimi 150 anni, nata fra l’altro a causa di un vuoto lasciato dallo Stato. Non possiamo misurare tutto in base a quella. E soprattutto, non è una malattia incurabile”.

1 Commento

Archiviato in articoli, storie di libri

ma che bello ascoltare gli scrittori/1 (Antonio Manzini e Hans Tuzzi)

Bene. Caduto un altro pregiudizio. Non so perché ma, al contrario del fascino continuo che subisco dalla letteratura, non ero mai stata molto attratta dai festival letterari.

Poi da qualche parte devo aver letto (distrattamente) una sorta di appello di uno scrittore (Daniel Pennac?) che invitava a leggere i libri più che a cercare risposte impossibili dagli autori e la cosa mi aveva messo l’anima in pace. Anche perché, sinceramente, non amando la folla, le code e le corse con l’orologio in mano, oltre ai programmi troppo fitti, le maratone da festival letterario non rappresentavano proprio il mio ideale.

Fino all’altro giorno, quando, fattami forza, ho finalmente deciso di fare un salto al festival a me più vicino geograficamente, Pordenonelegge.

Ovviamente c’era tutto ciò che mal sopporto: la folla, le code per i vari eventi, le corse con l’orologio in mano e un programma fittissimo (che ognuno, sia chiaro, può seguire a piacimento). Ma per una volta ho deciso di fregarmene. E ho fatto bene.

Il primo passo è stato quello di cercare di districarmi in un programma di cento pagine che ogni giorno proponeva decine e decine di appuntamenti, uno più interessante dell’altro. La mia attenzione si è concentrata sulla fascia rossa “letteratura” ignorando attualità, i libri dei ragazzi, poesia, scienza filosofia e storia, da vicino, esercizi… di lettura, e via dicendo.

Nella giornata che mi interessava c’erano due autori di cui ho letto tutta la produzione, gli ultimi libri nemmeno un mese fa, Antonio Manzini, creatore del commissario Rocco Schiavone, e Maurizio De Giovanni, quello del commissario Ricciardi.

Individuato il luogo giusto mi sono messa pazientemente in fila e mi sono guadagnata il mio bel posto in sala (gli eventi sono gratuiti ma un po’ te li fanno sudare, ecco).

Sul palco, stimolati dal giornalista di Radio Due Luca Crovi, molto bravo, c’erano Antonio Manzini e Hans Tuzzi.

La prima sorpresa? Ascoltarli è stata una cosa piacevolissima.

La seconda: è che il livello della conversazione, senza nulla togliere ai romanzi che sono pur sempre dei gialli, è stato molto più alto di quello che si poteva immaginare.

La terza è che Hans Tuzzi, pseudonimo di Adriano Bon, è un signore dalla simpatia tagliente e dalla cultura sconfinata.

Insieme, Manzini e Tuzzi-Bon, guidati da Crovi, hanno regalato un’ora di rivelazioni, curiosità ed emozioni.

Io ho anche pianto. Non so nemmeno come. Parlavano del ruolo degli animali nelle storie da loro scritte.

Tuzzi: “La frequentazione di un animale ci insegna una realtà profonda, il rispetto stesso della vita nelle sue diverse manifestazioni”.

Manzini: “Non solo della vita, ma anche della morte. Il cane quando muore se ne va da parte, non sta nel mezzo. C’è la dignità della morte”.

In quel momento l’aria nella sala si è come ristretta ed è passata una ventata forte di emozione. Ci credete? non Importa. Io c’ero ed è stato proprio così. Tanto che, inspiegabilmente (anche se non troppo, visti i precedenti con i miei cani) mi sono spuntate le lacrime dagli occhi. E’ stato un momento molto intenso, davvero.

poi ci ha pensato Tuzzi ad alleggerire.

“Basta pensare chi sono nella società occidentale coloro che non tollerano gli animali. Le suocere e i sacerdoti”.

Risata collettiva.

Poi ci sono stati: le Clarks del commissario Rocco Schiavone, la sua fissa di trovare la somiglianza fra persone e animali, il carcere, il ruolo della moglie e le parole che gli propone.

E ancora: gli anni ’80, in cui Tuzzi ambienta i suoi gialli, le inchieste del commissario Melis, “allora mi sentivo già vecchio e pensavo che il mondo avesse dato il massimo venti anni prima”.

Fra la romanità ironica e scanzonata di Manzini e la signorilità di Tuzzi l’ora è proprio volata.

Dopo, la sensazione che in quei libri ci sia molto di più rispetto a quello che può sembrare, si è fatta ancora più forte.

1 Commento

Archiviato in articoli, storie di libri

tu chiamale se vuoi emozioni

a volte la vita è troppo bella per tenerla tutta dentro

devi farla uscire un po’ alla volta

una canzone a squarciagola in macchina a volte aiuta

una risata con un amico

un passo di danza

a volte la felicità stringe alla gola ed esce dagli occhi

insieme alle lacrime

notte1
a Lisbona il viaggio della memoria

quello che torna davanti agli occhi quando meno te l’aspetti

ricordi come foto

sorpresa e meraviglia

e una tristezza dolce come latte alla portoghese

lisbona

“sulla strada verso la praca do Comercio ho provato un momento di assoluta felicità”

dice mamma

Praca-Comercio-lisbon

prima la rua Augusta

dopo la praca sul fiume Tago

più in là, l’oceano

estate-Sport_h_partb

dentro il sole c’è l’estate

vagonate di bella estate

canta il mio amico Antonio
estate_summer

a volte il mare è liscio come certi capelli
poi si arriccia, a volte

Cuore sanguinante

un altro amico mi spezza il cuore

e non è nemmeno la prima volta

ma il motivo ora è diverso

io piango

ma lui ci crede, che ce la farà

e allora diventa tutto un po’ più leggero

snoopy

alcune persone bisogna lasciarle passare, così come sono

fra una danza e l’altra

magari non balleranno mai, o forse sì

ma tu continua a danzare

gatti

anche i gatti riescono a stare
a fianco l’uno dell’altro
guardando insieme il mondo
che li osserva

battisti

a tredici anni il primo stereo

non ci potevo credere
tanto lo desideravo

arrivò in uno scatolone
con un disco di Battisti

Ancora Tu

ma tu chiamale se vuoi emozioni

Lascia un commento

Archiviato in diario minimo