ma che bello ascoltare gli scrittori/1 (Antonio Manzini e Hans Tuzzi)

Bene. Caduto un altro pregiudizio. Non so perché ma, al contrario del fascino continuo che subisco dalla letteratura, non ero mai stata molto attratta dai festival letterari.

Poi da qualche parte devo aver letto (distrattamente) una sorta di appello di uno scrittore (Daniel Pennac?) che invitava a leggere i libri più che a cercare risposte impossibili dagli autori e la cosa mi aveva messo l’anima in pace. Anche perché, sinceramente, non amando la folla, le code e le corse con l’orologio in mano, oltre ai programmi troppo fitti, le maratone da festival letterario non rappresentavano proprio il mio ideale.

Fino all’altro giorno, quando, fattami forza, ho finalmente deciso di fare un salto al festival a me più vicino geograficamente, Pordenonelegge.

Ovviamente c’era tutto ciò che mal sopporto: la folla, le code per i vari eventi, le corse con l’orologio in mano e un programma fittissimo (che ognuno, sia chiaro, può seguire a piacimento). Ma per una volta ho deciso di fregarmene. E ho fatto bene.

Il primo passo è stato quello di cercare di districarmi in un programma di cento pagine che ogni giorno proponeva decine e decine di appuntamenti, uno più interessante dell’altro. La mia attenzione si è concentrata sulla fascia rossa “letteratura” ignorando attualità, i libri dei ragazzi, poesia, scienza filosofia e storia, da vicino, esercizi… di lettura, e via dicendo.

Nella giornata che mi interessava c’erano due autori di cui ho letto tutta la produzione, gli ultimi libri nemmeno un mese fa, Antonio Manzini, creatore del commissario Rocco Schiavone, e Maurizio De Giovanni, quello del commissario Ricciardi.

Individuato il luogo giusto mi sono messa pazientemente in fila e mi sono guadagnata il mio bel posto in sala (gli eventi sono gratuiti ma un po’ te li fanno sudare, ecco).

Sul palco, stimolati dal giornalista di Radio Due Luca Crovi, molto bravo, c’erano Antonio Manzini e Hans Tuzzi.

La prima sorpresa? Ascoltarli è stata una cosa piacevolissima.

La seconda: è che il livello della conversazione, senza nulla togliere ai romanzi che sono pur sempre dei gialli, è stato molto più alto di quello che si poteva immaginare.

La terza è che Hans Tuzzi, pseudonimo di Adriano Bon, è un signore dalla simpatia tagliente e dalla cultura sconfinata.

Insieme, Manzini e Tuzzi-Bon, guidati da Crovi, hanno regalato un’ora di rivelazioni, curiosità ed emozioni.

Io ho anche pianto. Non so nemmeno come. Parlavano del ruolo degli animali nelle storie da loro scritte.

Tuzzi: “La frequentazione di un animale ci insegna una realtà profonda, il rispetto stesso della vita nelle sue diverse manifestazioni”.

Manzini: “Non solo della vita, ma anche della morte. Il cane quando muore se ne va da parte, non sta nel mezzo. C’è la dignità della morte”.

In quel momento l’aria nella sala si è come ristretta ed è passata una ventata forte di emozione. Ci credete? non Importa. Io c’ero ed è stato proprio così. Tanto che, inspiegabilmente (anche se non troppo, visti i precedenti con i miei cani) mi sono spuntate le lacrime dagli occhi. E’ stato un momento molto intenso, davvero.

poi ci ha pensato Tuzzi ad alleggerire.

“Basta pensare chi sono nella società occidentale coloro che non tollerano gli animali. Le suocere e i sacerdoti”.

Risata collettiva.

Poi ci sono stati: le Clarks del commissario Rocco Schiavone, la sua fissa di trovare la somiglianza fra persone e animali, il carcere, il ruolo della moglie e le parole che gli propone.

E ancora: gli anni ’80, in cui Tuzzi ambienta i suoi gialli, le inchieste del commissario Melis, “allora mi sentivo già vecchio e pensavo che il mondo avesse dato il massimo venti anni prima”.

Fra la romanità ironica e scanzonata di Manzini e la signorilità di Tuzzi l’ora è proprio volata.

Dopo, la sensazione che in quei libri ci sia molto di più rispetto a quello che può sembrare, si è fatta ancora più forte.

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