E allora differenziamo anche i cervelli

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Oggi statemi a distanza di sicurezza, va’, meglio per voi. Che potrei dare la scossa a una razza. La Grande Incazzatura risale almeno a un mese fa ma i fatti di stamani l’hanno elevata all’ennesima potenza. E allora scrivo tutta la storia, che ha del bello. Ah, sappiatelo, qui si parla di raccolta differenziata, rifiuti, cose sporche. E sanzioni, pure. Per cui chi non è interessato all’argomento sa come fare. Liberi tutti!!!

Il fatto da cui origina tutto questo è della fine di gennaio, quando ero alle ultimissime fasi del mio trasloco da un piccolo capoluogo di montagna. Un trasloco reso un po’ complesso dal fatto che vivevo da oltre dieci anni in una casa non ammobiliata e che il luogo dove sarei andata ad abitare, la Toscana, era a 400 chilometri di distanza. Quindi, per snellire al massimo la procedura, ho venduto, regalato, buttato via, tantissime ma tantissime cose. Non a caso. No, dando un senso e una destinazione a tutto. Compresi i rifiuti. Tanto che, con più di un’amica, in quei giorni ho scherzato sul fatto che badassi quasi di più a differenziare gli scarti che non alle mille complicazioni del cambiamento di città.

In tutto ciò arriva un giovedì mattina, giorno di raccolta della Caritas, nel quale decido di disfarmi di uno scatolone di vecchi abiti rinvenuti in cantina.  La responsabile dell’ente al telefono mi dice che quel giorno la raccolta è sospesa ma che posso sempre depositare i vestiti in uno dei contenitori appositi nelle aree ecologiche. Non nel cartone, mi raccomando, ma suddivisi in sacchetti di plastica, anche in quelli della nettezza.

Bene, mi armo di sacchetti, metto il mio scatolone nel bagagliaio dell’auto e raggiungo una piazzola in periferia, distante cinque chilometri dalla mia abitazione. Eseguo tutte le operazioni con il bagagliaio aperto dell’auto, compongo tre sacchetti di plastica e li verso nel contenitore giallo. Lo scatolone potrei schiacciarlo e metterlo nel contenitore della carta, ma è pienissimo e accanto c’è già una pila di scatole di cartone. Lo appoggio sopra alle altre e vengo via.

Un mese e mezzo dopo, quindi verso la metà di marzo, la solerte società comunale che si occupa di rifiuti mi fa giungere un verbale da 65 euro per “conferimento di rifiuti al di fuori dei contenitori o dei punti individuati sul territorio per la raccolta differenziata”.

Devo ammettere che ci ho dovuto pensare un bel po’ per risalire all’episodio incriminato. Anzi, all’inizio ero sicura che si trattasse di un mero errore, di uno scambio di persona.

Invece no. Ho capito che ero proprio io quella sfigata “con capelli scuri, che indossava pantaloni jeans, scarpe scure e cappotto lungo scuro” che dopo essere scesa dalla vettura targata …. “scaricava uno scatolone di cartone e lo depositava a terra vicino alle campane della carta”. Sì, e tutto il resto? Il solerte impiegato addetto alla visione dei filmati avrà ben visto tutto il resto della registrazione e avrà capito che non si trattava proprio di un caso di abbandono di immondizia.

Ma evidentemente questo non ha importanza. Quindi? Quindi, per fare un regalo al mio fegato che faccio?, decido di pagare ugualmente la multa (a fare ricorso anche con il minimo si rischia di pagare il doppio o più), e scrivere una lettera al sindaco di quel Comune per spiegargli solo due cosette. Insomma, magari finirà anche nel cestino della carta straccia, o comunque chissenefrega se tu sei una che differenzi tutto. Ma almeno mi sarò un po’ alleggerita spiegando le mie ragioni.

Per dire, io sono una che getta il cartone del latte nella carta e il tappino nella plastica. Che stacco l’etichetta dalla bustina del té prima di gettarla nell’umido. Sono quella che, nel comune veneto dove vivevo, quando trovavo i sacchetti dell’immondizia fuori dal cassonetto aprivo con la mia chiavetta e li buttavo dentro. Quella che ha fatto tre viaggi all’ecocentro per disfarsi di due pentolini e una cassetta di legno. Lo dico anche con un certo imbarazzo, capitemi, che al massimo ci faccio la figura dell’ossessiva. Ma è proprio così. Fidatevi, potete mettermi dove volete ma nel girone dei pirati ambientali proprio no.

Allora stamani che succede? Succede che come al solito dopo aver accumulato un po’ di robetta da gettare, poca in verità, la carico in macchina e vado all’ecocentro del comune toscano dove abito ora.

Prima le cose da discarica, due lampade vecchie, due fili elettrici del mesozoico, un paio di scarponi da sci (no, quelli nell’indifferenziato, mi hanno detto), due pezzi di legno vecchio, un sacchetto di pile esauste, poi passerò dall’isola ecologica a buttare bottiglie di plastica e un po’ di carta. Arrivo al cancello e nessuno mi apre. Scendo, vado verso l’ufficio, chiuso. Fuori c’è una torretta in plastica, vuota. La giro per vedere che cosa c’è scritto. Raccolta pile esaurite. Le cerco ma sono rimaste sotto al resto, le getterò dopo, all’uscita.

Al suolo c’è un sacchetto di carta con un neon.

“Eh no, così non va bene… Le cose non si abbandonano a terra.Troppo comodo”.

L’addetto si è materializzato in quell’esatto momento, preciso preciso, per farsi l’idea che io avessi caricato la macchina di immondizia da portare fino alla discarica comunale e poi, molto furbescamente, mi fossi disfatta di un neon depositandolo proprio davanti alla porta del suo ufficio.

“Non penserà mica che l’abbia buttato io?”

“Vedrà, fino a poco fa non c’era”

“Beh guardi, ho la macchina  piena di roba da scaricare e secondo lei ne butto una a caso a terra? Le posso spiegare, stavo cercando le pile che non trovo e che butterò alla fine, dopo tutto il resto”.

Ecco, questa è la versione scritta di ciò che gli ho detto. Quella orale non me la ricordo molto bene. Ricordo solo che mi è salita una rabbia, ma una rabbia. E quella sensazione brutta, che purtroppo già conosco abbastanza bene, di essere accusata di qualcosa commesso da altri, qualcosa che cozza rumorosamente contro il mio comportamento abituale, fra l’altro…

Niente urla né offese eh, sia chiaro. Questo no. Ma far valere le proprie ragioni sì. Eccheccavolo.

Allora il custode mi apre la sbarra, io entro e comincio a fare i mucchiettini delle mie cose: ferro, legno, materiale elettrico, medicinali scaduti.

“Lasci stare, faccio io”.

No, non ce n’è bisogno, ci mancherebbe. Però ti becchi la mia storia.

“Senta, le racconto che cosa mi è successo a Belluno…”

Insomma, non c’è stato verso. C’è rimasto talmente male che alla fine, non solo ha buttato lui tutto nei diversi contenitori, ma quasi quasi dovevo consolarlo.

“Mi scusi, sa per quello che le ho detto prima, è che la gente… no no, lei si vede bene che è una che ci tiene alla differenziata”.

Magari non è proprio un vero complimento però io lo devo ringraziare. Lo devo ringraziare perché mi ha fatto sfogare. Perché quell’ingiustizia stupida e inutile mi era rimasta qui sopra e mi faceva male ogni volta che ci pensavo. Ora, penso, il fatto di aver raccontato questa cosa a uno che ci lavora con i rifiuti è la soddisfazione massima no?

Solo tu mi puoi capire…

E poi alla fine ti viene da credere che ogni tanto anche il buon senso abbia qualche chance. E che la Toscana, è proprio vero, è sempre meglio.

Tiè!!!

 

A chi ha avuto la forza di arrivare fin qui consiglio la lettura di “I segreti di Heap House” di Edward Carey, un libro che parla proprio di rifiuti, elevandoli a metafora della condizione umana.

 

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4 commenti

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4 risposte a “E allora differenziamo anche i cervelli

  1. paola515

    La polizia guarda nella spazzatura per scoprire di più su chi è indagato, e non credo succeda solo nei film. Effettivamente la pattumiera parla di noi, di quando siamo meticolosi, accurati, pignoli, spreconi, sbadati ecc…. E’ sì, una metafora della vita, per chi la sa cogliere. Conosco bene la sensazione che hai provato ricevendo quel bel ‘regalo’ d’addio da parte del comune di Belluno. Un po’ come quello che provo io, che raccolgo sempre le deiezioni del mio cane. Mi è capitato di essere guardata male perché magari qualcuno si accorgeva di qualche ‘tortino’ sul marciapiede poco dopo il mio passaggio: ha fatto 2 + 2 e ha pensato che l’autore dell’opera fossi io. Purtroppo pochi osservano/ascoltano davvero, accecati dal pregiudizio. Ma il male, inteso come scorrettezza e disonestà, è talmente diffuso che chiunque è portato a non vedere l’eccezione. Tu fai bene ad agire secondo coscienza, anche se spesso non paga. Te lo dice una che, come te, separa i tappini dei brick dalla parte in carta. Un caro saluto

  2. Sapevo che avevamo un sacco di cose in comune (il brick è una prova inconfutabile) 😆😆😆 hai visto che stavolta il messaggio è uscito da solo?

  3. Paola

    E non fossi tornata non avrei visto la tua risposta

  4. Nessuna notifica quindi…

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