Per un pugno di spiccioli

Quando ero piccola fui invitata da un’amichetta in gita con i suoi genitori. Partimmo con l’auto del suo babbo, lui al volante, la mamma a fianco. Noi dietro, sui sedili foderati di plastica rigida e fredda.

Io indossavo calzettoni bianchi traforati e le scarpette blu con gli occhi. La mia amica aveva una passata con un fiocco sui capelli. 

Io avevo anche un borsellino, nel quale mamma aveva messo due spiccioletti per ogni evenienza. Una o due monete da cento e cinquanta lire, niente più.

La mia amica invece aveva una borsetta bellissima, di plastica bianca simil coccodrillo, tutta luccicante con la chiusura a scatto e la tracolla a catena. Quando fummo partiti mi mostrò anche che cosa c’era dentro. Un fazzolettino profumato e dei soldi, tanti soldi tutti in monete da cento e da cinquanta lire. 

Tutto quel bendidio mi lasciò da principio un po’ sbigottita. Però poi elaborai un piano, che misi in atto durante il viaggio.

La mia amica aveva un anno o due meno di me, era più robusta ma anche meno sveglia.

Cominciai ad indicarle delle cose che sfilavano fuori dal finestrino.

  • Guarda quella casa…
  • Dove?
  • Laggiù…

Mentre lei si girava a guardare la casa, o un albero o un tizio che andava in bicicletta, io lesta lesta aprivo la sua borsetta, le prendevo una o due monete e le mettevo nel mio borsellino.

Era divertente. Non avrei mai creduto che fosse così facile. 

All’inizio pensai di prenderle solo qualche monetina, tanto per rimettere le cose in pari, e finirla lì. Poi il gioco mi prese la mano. A un certo punto pensai che avrei dovuto smettere e rifare lo stesso gioco ma al contrario, rimettendo i soldi nella sua borsetta prima che se ne accorgesse. 

A un certo punto però la mamma si girò e le chiese la borsetta. Quando la aprì, la trovò vuota.

  • Ma tutti quei soldi che fine hanno fatto? 

La mia amica cadde dalle nuvole. Io diventai paonazza.

  • Fammi vedere.

La mamma allungò la mano, afferrò il mio borsellino e lo aprì. 

  • Ah, ecco dove erano andati a finire…

Fu così che rovesciò dentro la borsetta della figlia tutto il contenuto del mio borsellino.

Tentai di dire che trecento lire erano mie. Ma mi zittì subito.

Ho dimenticato tutto il resto di quella giornata. Dove eravamo diretti e a fare che cosa.

Se la mia amica disse qualcosa e se questo episodio cambiò qualcosa fra di noi. 

So solo che tornai a casa alleggerita dei miei pochi spiccioli ma con il cuore pesante per qualcosa che non ero ancora in grado di comprendere.

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Il capriolo

Una sera di tanti anni fa, con due amiche, andai a cena a Radicondoli, da un’altra amica che allora aveva un ristorante.

Andammo con la mia macchina, che all’epoca era la Fiat 500 rossa che mi aveva regalato babbo, quella con i coprisedili a disegni colorati stile Keith Haring. Già all’andata era buio e, sia per la strada piena di curve e costeggiata dal bosco, sia per il traffico scarso, tenevo gli abbaglianti. Per fortuna.

A un tratto fu come se esplodesse un flash. Sulla destra i fari illuminarono una massa chiara che sembrava volare verso di noi. Sterzai tutto a sinistra e frenai. 

Urlammo tutte.

Sentii un piccolo colpo, come il rimbalzo di un pallone, sempre sulla destra.  

Era un capriolo. 

Dopo essere rimbalzato sulla portiera della macchina, cadde a terra, agitando le zampette sottili. Ma si rialzò subito e fuggì nel bosco da dove era venuto.

Noi ci ritrovammo da sole, in mezzo a una strada deserta, nel buio, a chiederci che cosa fare. Per fortuna già esistevano i telefoni cellulari. Chiamai la mia amica e le dissi che cosa era successo. Disse che avrebbe avvisato la forestale che sicuramente avrebbe fatto un sopralluogo per controllare se l’animale fosse ferito. Intanto potevamo rimetterci in marcia.

  • Io veramente volevo cercare il capriolo. Pensavo di caricarlo dietro, così potevamo vedere subito se gli era successo qualcosa.
  • Ma sei pazza? Disse la mia amica.

Controllammo la macchina. C’era solo una piccola infossatura sullo sportello. Quasi non si vedeva. Ripartimmo, un po’ scosse. 

Ancora non mi ero trasferita nel capoluogo montano di una provincia montana, per cui le mie conoscenze in fatto di fauna selvatica al tempo erano condizionate dai ricordi dei dolci animaletti parlanti, gufi, aquile e cerbiatti, dei cartoni Disney. 

Cominciai forse in quell’occasione a capire, per quanto oscuramente, che non era affatto così e che il nostro mondo civilizzato, compresi boschi e campagne, era separato nettamente da quello selvatico e che l’unico modo per aiutare questa fauna era di cercare di averci a che fare direttamente il meno possibile. Figurarsi pensare di caricare un capriolo vivo in auto.

  • Bevete qualcosa? Disse la mia amica quando arrivammo al ristorante.
  • Io qualcosa di forte.

Non mi era mai successo prima. Qualcosa di forte, un cognac (non bevo superalcolici), mi serviva come scossa per ammortizzare l’altra scossa ben più forte dell’investimento del capriolo. 

Non è successo mai più.

Comunque funzionò.

Continuai a preoccuparmi per la sorte del capriolo. Nei giorni successivi, mi disse la mia amica, i forestali avevano girato il bosco vicino a dove c’era stato il piccolo incidente e non avevano trovato niente.

Sicuramente, dissero, l’animale stava bene e si era allontanato per tornare alla sua vita selvatica.

Ringrazai la natura o chi per lei che aveva creato animali tanto graziosi e allo stesso tempo tanto resistenti.

Qualche giorno fa è capitato di riparlare con la mia amica proprio di questo fatto. 

  • Sicuramente è morto qualche giorno dopo – ha detto del capriolo -. Ho saputo che quando prendono una botta non si ripigliano più.

Un’altra piccola illusione crollata.

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Un colpo di pistola

Quando lavoravo al giornale a Siena tornavo a casa sempre molto tardi. Una sera, saranno state le dieci e mezzo, ero già uscita dall’Autopalio quando una macchina mi si incollò dietro sparandomi addosso gli abbaglianti. Rallentai per farmi sorpassare, ma una volta davanti cominciò a rallentare anche lei. Così fu per me la volta di abbagliare e stare incollata dietro.

Il giochetto proseguì fino alle curve dei Cappuccini. Nel tratto successivo l’altra macchina mi superò per l’ultima volta. All’altezza della Badia, appena passata la Calp, dal finestrino del guidatore spuntò un braccio. 

La mano impugnava una pistola. Si inclinò leggermente all’indietro, nella mia direzione, e sparò.

Non successe niente, ma quello sparo mi deflagrò in testa.

Fui pervasa da scosse di terrore. Pensai, se ora mi fermo e quello scende sono finita.

Cercando di restare lucida, anche se tremavo come un tossico in crisi di astinenza, decisi di seguire quell’auto rimanendole incollata dietro.

In questo modo impedivo al guidatore di fermarsi, perché mi avrebbe avuto addosso. Se avesse voluto sparare di nuovo, la traiettoria sarebbe stata sempre falsata dall’uso della mano sinistra piegata all’indietro mentre l’altra era impegnata nella guida. 

Guidai per le curve sotto alla villa del Bottai cercando di memorizzare la targa. Passai il ponte di Spugna e attraversai piazza Arnolfo ripetendola ad alta voce, poi via dei Botroni e il passaggio a livello per andare in Vallibona. La macchina era sempre davanti a me. Continuavo a ripetere i numeri della targa, certa che non me li sarei dimenticati mai più.

Subito dopo il distributore la macchina svoltò a destra senza mettere la freccia. 

Temetti un’imboscata. Pensai, ora questo mi attira in una strada senza uscita. E anche, stai a vedere che mi fa andare avanti così poi mi insegue con la sua pistola.      

Per fortuna poche decine di metri dopo c’era il bivio per casa mia. Lo presi più in fretta possibile, sperando che il tipo, se avesse mai avuto intenzione di seguirmi, non facesse in tempo a vedere la direzione che avevo preso. 

Salii per le strade sterrate e finalmente arrivai a casa. A quanto pareva nessuno mi aveva seguito.

Ripetendomi mentalmente la targa corsi da babbo e mamma per raccontare che cosa mi era successo. Purtroppo, mentre parlavo in preda all’agitazione, me la dimenticai. 

Non del tutto, però. Mi ricordavo le prime tre cifre. Inutile starci a pensare. Sentirmi finalmente al sicuro dopo quella botta di adrenalina mi aveva fatto piombare addosso tutta la stanchezza del mondo.

Il giorno dopo i colleghi mi consigliarono di segnalare il fatto alle forze dell’ordine. Niente di più facile visto che seguivo la cronaca nera e chiamavo polizia e carabinieri almeno tre volte al giorno. I miei dubbi erano solo sul fatto che alla fine non era successo niente.

In ogni caso riferii quello che mi ricordavo, il modello di macchina, il colore e i primi tre numeri della targa. Oltre al percorso di quella sera. 

Qualcuno mi disse, sarà stato un ragazzo che voleva fare lo spiritoso con una ragazza. Altri invece mi fecero un po’ di domande su che cosa avessi visto e sentito al momento dello sparo. Quel braccio che esce dal finestrino insieme alla pistola è un’immagine cristallizzata, come una fotografia. Lo rivedo ogni volta.

Dissi di aver visto una lucina esplodere dalla canna, ma non ricordavo il rumore dello sparo. Il terrore si era divorato tutti i particolari. 

Dopo qualche tempo mi comunicarono che il caso era risolto. 

Il ragazzo che aveva sparato era un rappresentante che teneva una pistola a salve in macchina per sentirsi più sicuro durante i viaggi. 

Lo conoscevo. Eravamo all’asilo insieme ed allora era un bambino che mi piaceva.

La sua mamma era stata a scuola con la mia. La vedemmo un giorno e ci trattò freddamente. Capimmo solo dopo il perché. 

Io non sporsi denuncia e non ho idea di che cosa gli abbiano contestato né se l’abbiano fatto. 

Sperai che almeno tutto questo gli servisse da lezione.

Qualche mese più tardi ne parlai con gli amici del corso di paracadutismo. Un poliziotto mi disse, ma eri te quella della pistola? Siamo stati un giorno intero sulla strada della Badia a cercare il bossolo e non l’abbiamo mai trovato.

Rideva, ma lo disse anche un po’ come se fosse stata tutta una perdita di tempo.

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Il rapper farlocco

Sul treno regionale c’era questo ragazzino. Se ne stava in piedi fuori dallo scompartimento, vicino alle porte.

Lo vedevo dal mio sedile e avrei preferito non vederlo. 

Era un ragazzino sgradevole. Brutto. All’apparenza uno come tanti.

Pantaloni larghi col cavallo basso, giubbotto felpa con cappuccio, le eterne cuffiette nelle orecchie, sneaker ai piedi. 

Tuttavia c’era qualcosa che lo rendeva un prodotto tarocco della cultura hip hop. Una sorta di copiaticcio. Anche se muoveva la testa al ritmo della musica sparata nelle orecchie come da copione. I pantaloni troppo pieni sui fianchi e nella parte alta delle cosce completavano il quadro. Un rapper farlocco.

Insomma, era brutto. Ma proprio il suo essere brutto era allo stesso tempo un richiamo irresistibile. 

Da un po’, non saprei dire quanto, ho perso il gusto del viaggiare. Prima mi lanciavo, tutta valigia e adrenalina, e pensavo solo a quando sarei arrivata. Ora ho paura di perdere il treno, o quel che che è. Arrivo in anticipo, tutta organizzata, documenti a posto, panino di emergenza e bottiglietta d’acqua che fino al Duemila a San Francisco non l’avevo mai vista portare da noi in Italia. Poi, una volta sul treno nemmeno mi rilasso. A quel punto ho paura di perdere la fermata, la coincidenza, di sbagliare binario. 

Ultimamente prendo abbastanza spesso il regionale per Livorno. In certi viaggi i cambi sono addirittura due, Empoli e Pisa, tanto per raddoppiare lo stress.

Al ritorno va meglio, almeno non ho l’ansia del ritardo.

A dire il vero, specialmente le prime volte, mi agitavo anche al ritorno. 

Una sera sull’Empoli-Poggibonsi c’era questo ragazzino brutto, in piedi, fuori dallo scompartimento. 

Quando viaggio ho sempre un libro in borsa. Poi però, sempre per la paura di perdere la fermata, finisco a fare giochini sul telefonino, che richiedono meno concentrazione e più batteria. 

Così feci anche quel giorno e ogni volta che alzavo la testa per controllare le stazioni il ragazzino brutto invadeva il mio campo visivo. 

A Castelfiorentino cominciai a prepararmi mentalmente alla discesa, a Certaldo avevo già messo su il giaccone. Mi alzai e mi ritrovai accanto al ragazzino brutto. 

Quando il treno si fermò, arrivò un tizio di corsa e chiese: Che stazione è questa, Poggibonsi?

E io, sì. Avviandomi verso l’uscita.

Il tipo scese nello spazio di un secondo, il tempo in cui rimasero aperte le porte. Manco il fantasma di Patrick Swayze in Ghost. Io cominciai a premere il bottone a fianco, ma non c’era niente da fare. Le porte rimanevano chiuse. Mentre mi agitavo, chiedendomi il perché di quella stranezza, il ragazzino mi fece, col tono di un Humphrey Bogart alle scuole medie: 

– Calma, signora, dove vuole scendere?

– A Poggibonsi…

– E allora è la prossima.

– Ma come? E questa che cos’era?

– Barberino.

Da allora ogni tanto sento una fitta di senso di colpa per quel poveretto volato giù come un razzo convinto, anche grazie a me, di essere arrivato a Poggibonsi. Ormai erano quasi le otto di una sera di autunno inoltrato ed era buio pesto. La stazione di Barberino non era niente di più che un punto indistinto nel mezzo della campagna toscana, deserta e abbandonata. Chissà se avrà trovato un mezzo qualsiasi per tornare a casa.

Il ragazzino brutto invece si rivelò veramente gentile. 

  • È questa la sua fermata, mi disse pochi minuti dopo, mentre scendeva anche lui.

Si rivelò decisamente anche molto più attendibile di me, in tema di fermate ferroviarie.

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Ercolino ci riprova

Dopo la prima fuga di Ercolino, rafforzai le misure di sicurezza per evitare nuovi imbarazzanti episodi. Ercolino però, assaporato il gusto dell’avventura, mordeva il freno. Alla fine avevamo raggiunto un compromesso. Quando tornavo dal lavoro, a sera inoltrata, Ercolino poteva fare un giro sul davanzale. Sempre che l’anziana vicina avesse chiuso la sua finestra.

Lo studiolo infatti aveva questa caratteristica: una finestra larga quanto la parete, molto alta, stile mansarda, che affacciava sui tetti. La vicina aveva una stanza gemella e il davanzale, largo un’ottantina di centimetri, era unico per entrambe. 

Quello era il giardino di Ercolino. Era lì che faceva due passi o stava seduto a guardare i tetti o ad ascoltare la musica e il rumore della gente, nelle sere di festa.

Per controllare la finestra della vicina dovevo salire su una sedia, appoggiare un piede sul mobile scrivania e sporgermi sulla sinistra.

Quella sera era chiusa e pensai che lo sarebbe rimasta, visto che erano ormai le dieci passate. 

Qualche tempo prima avevo chiesto all’anziana vicina se per favore poteva tenere chiusa quella finestra, almeno la sera. La sua casa, grandissima, aveva due terrazze spaziose e per arearla non le serviva sicuramente la finestrina della cameretta.

Rispose, come al solito, stizzita, che non poteva mica stare a pensare ai comodi miei, e poi per un gatto, che solo una pazza eccetera eccetera.

Ragion per cui mi sporgevo e controllavo.

Quella sera però Ercolino non rientrò.

Salii a controllare il davanzale e constatai, con raccapriccio, che la finestrella era dispettosamente aperta. 

Dio dei Gatti, ti prego. Fa’ che non debba andare ancora una volta a suonare alla vicina. Fai che Ercolino rientri da dove è uscito…

Pur di non presentarmi ancora una volta a quella porta, decisi di agire in modo diverso.  

Salii sulla sedia, appoggiai il piede sul mobile scrivania e mi arrampicai sul davanzale. Era largo abbastanza per starci distesa. Strisciando verso sinistra sarei arrivata alla finestra incriminata. Forse mi sarei potuta calare all’interno della cameretta gemella, prelevare Ercolino e tornare in casa senza dover disturbare nessuno. 

Mi armai di una pila e strisciai, tenendomi forte agli stipiti e sforzandomi di non pensare troppo al fatto che sulla destra avevo un vuoto di quattro piani.

In ogni caso, strisciando strisciando, arrivai davanti alla finestra. 

Ercolino era lì, seduto in mezzo alla stanza che mi guardava. E miagolava.

  • Ercolino, vieni, su, tesoro, fai il bravo…

Era facile. Bastava che facesse qualche passo, saltasse sul lettuccio e da lì sul davanzale della finestra. Ma Ercolino non si spostava di un centimetro. Se ne stava in mezzo alla stanza, nella sua posa elegantissima di gatto nero, con le due zampine appoggiate davanti, e mi guardava. Miagolava a modo suo, muovendo solo la bocca, come Salem di Sabrina vita da strega.

Considerai di calarmi all’interno ma, vedendo il lettuccio sotto la finestra, dubitai fortemente che sarei riuscita a tornare indietro. Inoltre, tutto quel movimento notturno, sospesa al quarto piano senza una ringhiera né una balaustra, cominciava a preoccuparmi un bel po’. 

Potevo immaginare i titoli di giornale, del mio giornale. 

Sfracellata in pieno centro – Precipita dal quarto piano mentre cerca di recuperare il gatto.

Insistetti ancora con Ercolino. Quando capii che non c’era niente da fare, strisciai all’indietro, piano piano, e rientrai in casa.

Ormai, purtroppo, sapevo che cosa dovevo fare. Aspettai l’ora giusta, intorno a mezzanotte, quando la vicina avrebbe spento il televisore e si sarebbe tolta le cuffie, e suonai.

Andò tutto come l’altra volta, eccetto per il fatto che Ercolino scelse di nascondersi nella camera della vicina anziché nello studiolo.

  • Oddio, aiuto. Un gatto nella mia camera! Lo faccia uscire, che paura…

Anche stavolta, dopo rincorse e inseguimenti, riuscii a prenderlo e a mettermelo in spalla. Mi raccomandai alla vicina di fare silenzio, per favore, per non spaventarlo, pur sapendo che non mi avrebbe ascoltato.

  • Ah, lui è spaventato? E allora io?

Ringraziai, mi scusai, salutai e corsi in casa dove mi chiusi la porta alle spalle e feci lo stesso con la finestra sui tetti. 

Il giorno dopo incaricai un amico di comprare delle listarelle di legno e un po’ di rete da pollaio per costruire una gabbia da fissare sul davanzale.

Fu questo il tributo da pagare per una sconsiderata libertà.

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Il Dna degli Etruschi e gli omicidi irrisolti

Nel 1993 lavoravo a Siena con altri colleghi in un giornale sperimentale.

In quello stesso anno l’università di Torino avviò un progetto per mappare il Dna degli etruschi. Gli studiosi, guidati da un docente di genetica umana, arrivarono anche da noi, a Murlo, uno dei paesi più isolati e per questo, con gli abitanti preservati da contaminazioni genetiche. 

La notizia era sicuramente originale e interessante e pubblicammo diversi articoli, grazie all’addetto stampa che comunicava gli sviluppi dell’iniziativa.

Una calda mattina di fine agosto, nella stanza principale del giornale, quella con il tavolone bianco al centro dove ci sedevamo a mangiare a pranzo le vaschette untuose di una vicina rosticceria, l’addetto stampa mi stava giusto parlando di come procedeva il progetto. 

Il suo sforzo era concentrato soprattutto sul farci capire l’importanza di quanto veniva fatto a Murlo (erano gli anni in cui gli scienziati portavano avanti il progetto internazionale Genoma Umano) per convincerci a destinargli maggiore spazio e una migliore posizione in pagina. 

Stavo discutendo con lui su come organizzare il lavoro per poter dare più visibilità al Dna degli etruschi, quando i due colleghi che erano nella stessa stanza cominciarono ad agitarsi.

  • Molla tutto e corri a Barberino, ci sono due morti bruciati collegati al mostro di Firenze.
  • Aspetta un attimo, vado subito, fammi prima finire con lui.
  • Ma secondo te, saranno più importanti i morti bruciati o questa cazzata del Dna degli etruschi?
  • Si possono seguire entrambi, tanto i morti non scappano.
  • Corri, che aspetti, sei ancora qui?
  • E poi Barberino è in provincia di Firenze…
  • Vaaaai!!!

L’addetto stampa era rimasto in silenzio mentre noi discutevamo alzando la voce. Non potei farci niente. Alla fine mi toccò mollare tutto, prendere la macchina e volare a Barberino.

Il lancio Ansa informava che nella notte una donna di trentun anni, Milva Malatesta, di Certaldo, e il figlioletto di tre, Mirko, erano morti carbonizzati all’interno di una Panda bianca in una scarpata a Poneta. Milva era stata l’amante di tal Francesco Vinci, un tizio che era finito nelle inchieste sul Mostro di Firenze, dalle quali sarebbe poi uscito con un’assoluzione.

Intanto però il gancio c’era e come giornalisti non potevamo lasciarcelo scappare.

Della scena del delitto non ricordo assolutamente niente, come se nemmeno ci fossi stata. Forse una strada sterrata, un bosco o una pineta, con un grande spiazzo polveroso dove si erano fermate le auto di inquirenti e giornalisti. Niente più.

Ad oggi non è stato ancora scoperto il colpevole di quel duplice omicidio. Pare che Milva, che fu strangolata, fosse già morta quando la Panda venne spinta nella scarpata e data alle fiamme (sul posto fu trovata una tanica con del sangue e una lunga scia di benzina). Il figlioletto invece morì bruciato vivo, probabilmente mentre dormiva sul seggiolino posteriore. 

L’anno scorso è stata riaperta l’inchiesta. Sembra che il Mostro di Firenze non c’entri proprio nulla. Potrebbe essersi trattato invece del solito femminicidio da parte di un uomo che avrebbe dovuto uscire con Milva quella sera, ma che poi ebbe un incidente con l’Ape e dopo essere stato al pronto soccorso tornò a casa. Ma i fatti non sarebbero stati così lineari, anzi.

L’indagine ha dei collegamenti anche con l’omicidio della taxista di Siena, di qualche anno dopo. 

A Murlo invece il Dna etrusco fu rintracciato nei geni di alcuni autoctoni. Il problema ora è quello di decidere se sposare la tesi di Erodoto, secondo il quale gli Etruschi arrivarono dalla Lidia, oggi Turchia Occidentale, o quella di Dionigi di Alicarnasso, che sostiene che la cultura etrusca nacque da popolazioni già insediate nell’area compresa fra Toscana, Lazio e Umbria. 

Se aveva ragione Erodoto, a Murlo dovrebbero essere a posto. 

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L’airone e il pollaio

Ai tempi del liceo, con la mia amica Sandra un giorno andammo a trovare nonna Armida. Nonna stava a Castiglioni nella casa sopra alla fabbrica di plastica. 

Arrivammo in motorino e suonammo il campanello. Non rispose nessuno. 

Prendemmo il viottolino per salire al campo e la chiamammo da lì, ma niente.

Ci fermammo vicino al pollaio e ci mettemmo ad osservare quel che c’era. Le galline che razzolavano nel loro recinto, un coniglio (conigliolo, in gergo toscano rurale) spellato appeso per le zampe posteriori. Il castro dei maiali, dove si era consumato uno dei grandi shock della mia infanzia. 

Un anno infatti nonna Armida prese un maialino che a me piaceva tantissimo. Lo battezzai Fernando, come il mio fidanzato dell’asilo, ed ero convinta che sarebbe stato con noi per sempre. Invece dopo un anno Fernando, che nel frattempo era diventato un maiale bellissimo, grande e grosso, sparì. Mi vennero date spiegazioni vaghe e imbarazzate, ma alla fine capii che tutte le mie richieste erano state inascoltate e Fernando era stato ammazzato. Soffri tantissimo per la perdita ma anche per il tradimento. E per la caduta di un’illusione.

Da quella volta, capito che i maialini di nonna erano destinati a finire in soffitta sotto forma di prosciutti e salami, badai bene di non affezionarmici più.

Ma il giorno che andai con la mia amica Sandra eravamo ormai grandi e dei maialini ci importava ben poco, anche se io in realtà non ho mai dimenticato la storia di Fernando.

Mentre stavamo lì sulla piaggia ad osservare le testimonianze della vita contadina di nonna, sentimmo un frullare di ali.

Alzammo gli occhi al cielo e vedemmo uno strano uccello, con le piume blu, che si era fermato su uno dei fili dell’elettricità.

  • Quello deve essere un airone cinerino, dissi io.
  • Ma guarda che meraviglia, commentò Sandra.
  • Che sorpresa -, continuai in preda allo stupore -. Non avevo la minima idea che la mi’ nonna tenesse anche gli aironi. Forse è di passaggio.
  • Oh, ce n’è un altro, disse Sandra indicando un secondo uccello che era andato a posarsi sullo stesso filo.
  • Ed è anche di colore diverso… questo è di un blu più scuro.
  • È diverso anche il disegno, guarda. Quell’altro ce l’ha di più sulle ali, questo sul collo…

Continuammo a fantasticare su questi strani uccelli per un po’. Poi, alzando gli occhi di nuovo, ne vedemmo uno con il piumaggio rosso.

  • Che strano… E quello di che specie sarà?

Mentre cercavamo di sciogliere quel mistero, ci raggiunse la voce di nonna.

  • Eh, quelli so’ i mi’ piccioni. M’è toccato a vernicialli sennò quello di sotto me li rubava. E diceva che eran sua. Allora gli ho dovuto passa’ una mano di colore per riconoscelli…

Di sicuro nonna non ha mai capito il perché delle nostre facce stralunate mentre lei parlava né lo scoppio delle nostre risate, subito dopo aver sentito la sua spiegazione. 

Lei era donna concreta e poco le importava delle nostre disquisizioni sugli aironi cinerini. 

C’era da pensare a salvare i piccioni dal vicino furbo, visto che anche quelli sarebbero dovuti finire nel piatto. 

Ma in quello giusto.      

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La prima fuga di Ercolino

Un giorno nella casa di Belluno vennero a togliere i radiatori. La mia prima preoccupazione fu per Ercolino, gatto pauroso e terrorizzato da ogni estraneo. Pensai di chiuderlo nella cucinetta, con cuccia, lettiera, acqua e croccantini, giusto per il pomeriggio.

Fra l’altro era l’unica stanza senza termosifoni, non ci sarebbe entrato nessuno.

Lasciai le consegne agli operai e tornai al lavoro. Quando la sera rientrai, Ercolino non era ad aspettarmi dietro la porta. Aprii l’anta scorrevole della cucina, ma niente. Non era nemmeno lì. 

Cercai in ogni stanza, negli armadi, nei cassettoni, ovunque avrebbe potuto nascondersi. Ma sapevo già che non c’era. Sentivo il vuoto della sua assenza.

Andai a cercarlo per le scale, suonai qualche campanello. Di Ercolino nemmeno l’ombra. 

Tornai su con l’angoscia nel cuore. Se fosse finito in strada, scappando impaurito dagli operai, se la sarebbe cavata? Non potevo nemmeno pensarci.

Nel silenzio, mi sembrò di sentire un miagolio.

  • Ercolino! Dove sei? 

Ancora un altro, flebile, lontanissimo.

Il miagolio veniva dalla sua stanzetta, cioè dallo studiolo e ripostiglio. Riaprii armadi e cassetti, dove avevo già guardato, ma ancora niente.

Eppure miagolava. Il suono sembrava venire da fuori ma in basso, come da dentro il muro. Mi affacciai alla finestra sui tetti, anche lì niente. 

Era rimasta un’unica possibilità. Chiedere all’anziana vicina, donna a me ostile e che odiava gli animali. 

Feci un respiro e suonai. Nessuna risposta. 

La signora dopo cena seguiva i talk show in tv con le cuffie. Finché non fossero finiti non mi avrebbe sentito. Rientrai in casa e cercai di distrarmi smangiucchiando qualcosa. 

Verso mezzanotte ripresi coraggio e suonai di nuovo. Alla fine sentii urlare.

  • Chi è?

Purtroppo ero io, la vicina che lei non sopportava. E per di più avevo perso il gatto. 

– Credo che sia entrato in casa sua.

– Qui non c’è nessun gatto – rispose lei -. Ci mancherebbe altro. Io ho paura degli animali. 

– Eppure ci deve essere, lo sento miagolare.

Ribadì che era impossibile ma si decise ad aprirmi la porta.

Mi scusai tantissimo mentre lei ripeteva che se ci fosse stato un gatto in casa se ne sarebbe accorta, tra l’altro quegli animali le facevano una gran paura. In quel mentre vidi una macchia nera spostarsi alla velocità della luce.

  • Eccolo. È entrato in quella stanza…
  • Secondo me se lo è immaginato. In ogni caso vada pure a vedere, ma sono sicura che non c’è nessun gatto.

Ercolino era proprio in quella stanza che purtroppo aveva una portafinestra. Aperta. 

Fuggì di nuovo. Lo seguii, con la signora che mi veniva dietro ripetendo che tanto era solo un frutto della mia fantasia.

  • Qui che c’è? le chiesi di fronte a una porticina socchiusa.
  • Un ripostiglio.
  • Posso entrare?
  • Faccia pure, tanto ormai…

Ercolino era là, fra sacchi di patate, agli e cipolle. Ma appena mi avvicinai scappò di nuovo. 

  • Là non ci arriva di sicuro, disse alle mie spalle la voce sarcastica della vecchietta.
  • Perché, che cosa c’è?
  • È un corridoio stretto che circonda la casa come un sotto tetto. Ma una persona non ci passa mica… Se è andato là non lo rivede mica più il suo gatto.

Ecco, ora che poteva prevederne la morte per stenti, il gatto era diventato reale anche per lei.

  • Signora, abbia pazienza. Faccio un salto a prendere i croccantini, torno subito. Le chiedo solo un piacere, se può stare distante. Quando lo avrò preso filerò in casa diretta, ma lei non dica niente, non si faccia sentire. È paurosissimo.
  • Ma come, mi lascia da sola in casa con un gatto?

Schizzai alla velocità della luce e tornai con il ciottolino dei croccantini. Entrai nel ripostiglio e lo appoggiai a terra, non troppo vicino alla porta ma nemmeno troppo lontano. Uscii.

  • Ha visto che non è venuto? 
  • Ora rientro. Può fare silenzio, per favore?

Entrai piano piano, Ercolino non aveva resistito al richiamo del croccantino, anche perché era tutto il giorno che non mangiava. Mi avvicinai lentamente e… lo acciuffai proprio mentre stava per fare un altro balzo.

  • Signora, vado – dissi bisbigliando -. Mi scusi tanto, buonanotte.
  • L’ha preso alla fine… Ah, ma quel gatto è enorme,  che paura. In casa mia non era mai entrato un animale prima d’ora…
  • Signora, per favore – sussurai -. Può stare zitta che lo impaurisce?

Se non lo avessi stretto forte, Ercolino sarebbe scappato di nuovo. Era terrorizzato. Sentivo le sue unghie conficcarsi nella mia spalla. 

La vicina invece era un fiume in piena. Mi seguiva blaterando a voce alta che ero una pazza, che solo una pazza poteva tenere in casa un gatto così, che lei sarebbe morta di paura, un gatto in casa sua, oddio!, chi l’aveva mai visto… 

Mi chiusi la porta alle spalle e, nel silenzio, liberai Ercolino. 

Ce l’avevamo fatta.

Il giorno dopo spedii un gran mazzo di fiori alla vicina, per scusarmi del disturbo. Sperai che il gesto potesse valere anche come segnale di pace.

Ma su queste cose, purtroppo, sono sempre stata un’illusa.

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La casa del minestrone

Quando decisi di trasferirmi a Treviso, tantissimi anni fa, presi in affitto un appartamentino in periferia in una villetta a due piani, circondata da un piccolo giardino. La proprietaria, una signora anziana, viveva al piano di sopra.

Quando mi presentai, la signora stava facendo le pulizie per il mio subentro. La casetta non era un granché, l’arredamento in stile tardo ottocento appesantiva non poco, ma aveva una luminosa porta finestra che dava sul giardino, dove la signora coltivava un piccolo orto.

Dal portoncino sul retro si accedeva a un piccolo ingresso su cui affacciava la porta a vetri di casa mia e da dove partivano le scale per salire di sopra. C’era anche una cucina economica sulla quale sobbolliva tutto il giorno una pentola di minestrone.

La signora era originaria di un paesino del Bellunese. Il capo mi disse, povera te. Io amo Belluno, ma solo perché d’estate fa fresco e non ci sono le zanzare.

La prima notte dormii malissimo. Il letto, un catafalco in legno massiccio, aveva la rete sfondata, a forma di arcobaleno rovesciato.

Mi spostai sul divano, in salotto. 

Alle otto sentii qualcuno che muoveva freneticamente la maniglia della porta. 

Saltai su.

  • Chi è?
  • Apra, apra subito la porta…

Era la proprietaria. Chissà che cosa era successo per agitarsi così.

  • Buongiorno, dissi.

Si infilò subito dentro.

  • Ma che modo è questo di chiudersi a chiave? Qui stiamo nella stessa casa… Se si chiude dentro e io poi ho bisogno di lei, come faccio?

Rimasi a bocca aperta, forse stavo avendo un incubo.

  • Non c’è bisogno di chiudere… – continuò imperterrita -. Avrà mica paura che le rubi qualcosa? 
  • No, ma che c’entra…

Mi mancavano le parole. Non mi sarei mai aspettata una situazione del genere.

  • Io l’ho presa anche per avere compagnia, sa?

Cercai di convincerla che la porta chiusa non aveva alcun significato secondario, se non quello di delimitare lo spazio del mio appartamento, di cui peraltro pagavo l’affitto.

L’episodio segnò sicuramente una prima distanza. Per me, che capii che non c’era niente di scontato e tutto andava conquistato. Per lei, che cominciò a guardarmi con sospetto.

In quel periodo non lavoravo fissa in redazione, ma avevo una collaborazione esterna. 

Non avevo orari e dovevo usare il telefono. I cellulari erano ancora rarissimi e molto costosi, per cui le chiesi se potevo mettere la linea giù da me.

  • Ho parlato con mio figlio e mi ha detto di no, che poi magari lei è una di quelle che vanno via senza pagare e le bollette restano a noi.
  • Mi spiace, allora devo andare via. Io ho bisogno del telefono per lavorare.
  • L’inquilino di prima, un bel ragazzo, tanto perbene sa, si era comprato il cellulare…
  • Per me ora è inutile, – le dissi, – perché non so ancora se resto a Treviso o mi trasferisco a New York.
  • Ecco, lo sapevo che non aveva il lavoro… Vede che anche lei è costretta a emigrare?

Al tempo non conoscevo ancora tutta la storia dei migranti veneti, per cui le sue parole mi rimbalzarono come l’uscita della solita donnina con la testa piena di pregiudizi. 

Alla fine, almeno per il telefono, riuscii a spuntarla, ma la mattina in cui dovevano arrivare i tecnici della Sip, lei li precedette per convincermi a rinunciare.

Intanto il brodo sobbolliva, riempiendo la casa di un odore appiccicoso e dolciastro.

Dopo qualche giorno sembrò che le cose si stessero pian piano sistemando. 

Continuavo a chiudere la mia porta a chiave e avevo attivato il telefono fisso. 

In tarda mattinata facevo un salto in centro, in redazione, per parlare con il capo e decidere gli articoli della giornata. Per il resto, lavoravo al telefono o andavo a qualche conferenza stampa con la mia macchinina, una Fiat 500 rossa nuova (negli anni ‘90) che mi aveva regalato babbo. 

Un giorno, mentre stavo aprendo il portoncino, la vecchietta sbucò da una parte del giardino apparendomi alle spalle all’improvviso. 

  • Allora non è vero che ha un lavoro… 
  • Scusi, ma che dice?
  • Io la vedo sa, che la mattina si alza tardi e non ha un orario…
  • Guardi, non c’entra niente. Collaboro con il giornale, scrivo da casa, non ho un orario fisso, ma questo non vuol dire che non lavoro.   
  • Mah, sarà. Io vorrei sapere che cosa fa lei davvero… 

D’un tratto capii che cosa immaginava e la cosa mi riempì di rabbia. 

Cercai un’altra sistemazione, che trovai in una casa più vicina al centro e senza i proprietari fra i piedi, e le comunicai che me ne andavo.

Credo che sia stato l’affitto più breve della mia vita. Quindici giorni.

La linea telefonica, che feci trasferire nella nuova casa, durò anche di meno.

L’odore del minestrone, invece, ogni volta che ripenso a quella casetta di periferia, mi pare di sentirlo ancora.

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L’autista impazzito

Una mattina di non molti anni fa salii su un pullman per andare a Firenze, da dove avrei preso un super treno per un appuntamento molto importante.

A Colle salì anche un gruppo di adulti, saranno stati dieci o quindici e facevano parte di una gita. 

Pretesero subito che l’autista scendesse per sistemare i loro bagagli nella bauliera ma lui si rifiutò.

Alla seconda curva del ponte dell’Armi si sentì un gran baccano. 

Lo sportello della bauliera di destra si era aperto e qualche valigia era volata in strada.

L’autista inchiodò e scese smadonnando a controllare. Quelli, che erano già su di giri per la storia della bauliera, o forse già da prima, cominciarono a questionare e non la finivano più. Pareva che si fossero studiato il regolamento prima di partire e dicevano che invece avrebbe dovuto fare in altro modo. L’autista disse se vi va bene è così sennò potete scendere, quelli, sempre col regolamento a memoria dicevano eh no, così non va bene.

L’autista ripartì e capimmo subito che non sarebbe stato un viaggio facile.

Il pullman prendeva le curve a tutta velocità, sbandando, quindi frenava e poi riaccelerava. 

Un incubo.

I gitanti intanto non perdevano occasione per fare battute a voce alta sull’autista e sul rispetto di quel benedetto regolamento. 

Cominciai a considerare se mi convenisse scendere a Poggibonsi e aspettare la corsa successiva, prima di volare giù da qualche viadotto, quando la ragazza seduta davanti a me disse la stessa cosa.

  • Io scendo a Poggibonsi. Se va avanti così, a Firenze ci arrivo con l’infarto.
  • Ci avevo pensato anche io. Purtroppo ho un treno che non posso perdere.

Provai a parlare con i passeggeri spiritosi.

  • Scusate, potreste evitare di peggiorare la situazione? Se volete proprio discuterci fatelo al capolinea. Ora cerchiamo di arrivare sani e salvi.

Non sembrarono assolutamente interessati alla mia richiesta. Però quelli seduti nella parte più avanti, dove ero anch’io, un po’ si calmarono. 

Non altrettanto quelli seduti più indietro che continuavano ad infierire sull’autista.

Non potevo certo dire che eravamo nelle mani di uno squilibrato, che poi magari quello mi sentiva e ci faceva volare tutti giù da un viadotto. Confidavo però sul fatto che, lasciato tranquillo, il suo lavoro di base lo avrebbe portato a termine. A quel punto, a motore spento, con i gitanti avrebbero potuto prendersi anche a cazzotti.

A me importava solo di scendere da quel bus alla fermata giusta e correre alla stazione a prendere il mio treno. Con la mia valigina verde acido che già si era risparmiata il volo sul ponte dell’Armi.

Alla fine arrivammo tutti interi al capolinea di Firenze.

Non appena il bus si fermò, l’autista scese e aprì la bauliera.

Io afferrai il mio trolley e schizzai verso la stazione alla velocità della luce.

Non so come andò a finire con i gitanti, se discussero, si presero a botte con l’autista o lo denunciarono ai sensi del regolamento.

Fatti loro.

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