Il Dna degli Etruschi e gli omicidi irrisolti

Nel 1993 lavoravo a Siena con altri colleghi in un giornale sperimentale.

In quello stesso anno l’università di Torino avviò un progetto per mappare il Dna degli etruschi. Gli studiosi, guidati da un docente di genetica umana, arrivarono anche da noi, a Murlo, uno dei paesi più isolati e per questo, con gli abitanti preservati da contaminazioni genetiche. 

La notizia era sicuramente originale e interessante e pubblicammo diversi articoli, grazie all’addetto stampa che comunicava gli sviluppi dell’iniziativa.

Una calda mattina di fine agosto, nella stanza principale del giornale, quella con il tavolone bianco al centro dove ci sedevamo a mangiare a pranzo le vaschette untuose di una vicina rosticceria, l’addetto stampa mi stava giusto parlando di come procedeva il progetto. 

Il suo sforzo era concentrato soprattutto sul farci capire l’importanza di quanto veniva fatto a Murlo (erano gli anni in cui gli scienziati portavano avanti il progetto internazionale Genoma Umano) per convincerci a destinargli maggiore spazio e una migliore posizione in pagina. 

Stavo discutendo con lui su come organizzare il lavoro per poter dare più visibilità al Dna degli etruschi, quando i due colleghi che erano nella stessa stanza cominciarono ad agitarsi.

  • Molla tutto e corri a Barberino, ci sono due morti bruciati collegati al mostro di Firenze.
  • Aspetta un attimo, vado subito, fammi prima finire con lui.
  • Ma secondo te, saranno più importanti i morti bruciati o questa cazzata del Dna degli etruschi?
  • Si possono seguire entrambi, tanto i morti non scappano.
  • Corri, che aspetti, sei ancora qui?
  • E poi Barberino è in provincia di Firenze…
  • Vaaaai!!!

L’addetto stampa era rimasto in silenzio mentre noi discutevamo alzando la voce. Non potei farci niente. Alla fine mi toccò mollare tutto, prendere la macchina e volare a Barberino.

Il lancio Ansa informava che nella notte una donna di trentun anni, Milva Malatesta, di Certaldo, e il figlioletto di tre, Mirko, erano morti carbonizzati all’interno di una Panda bianca in una scarpata a Poneta. Milva era stata l’amante di tal Francesco Vinci, un tizio che era finito nelle inchieste sul Mostro di Firenze, dalle quali sarebbe poi uscito con un’assoluzione.

Intanto però il gancio c’era e come giornalisti non potevamo lasciarcelo scappare.

Della scena del delitto non ricordo assolutamente niente, come se nemmeno ci fossi stata. Forse una strada sterrata, un bosco o una pineta, con un grande spiazzo polveroso dove si erano fermate le auto di inquirenti e giornalisti. Niente più.

Ad oggi non è stato ancora scoperto il colpevole di quel duplice omicidio. Pare che Milva, che fu strangolata, fosse già morta quando la Panda venne spinta nella scarpata e data alle fiamme (sul posto fu trovata una tanica con del sangue e una lunga scia di benzina). Il figlioletto invece morì bruciato vivo, probabilmente mentre dormiva sul seggiolino posteriore. 

L’anno scorso è stata riaperta l’inchiesta. Sembra che il Mostro di Firenze non c’entri proprio nulla. Potrebbe essersi trattato invece del solito femminicidio da parte di un uomo che avrebbe dovuto uscire con Milva quella sera, ma che poi ebbe un incidente con l’Ape e dopo essere stato al pronto soccorso tornò a casa. Ma i fatti non sarebbero stati così lineari, anzi.

L’indagine ha dei collegamenti anche con l’omicidio della taxista di Siena, di qualche anno dopo. 

A Murlo invece il Dna etrusco fu rintracciato nei geni di alcuni autoctoni. Il problema ora è quello di decidere se sposare la tesi di Erodoto, secondo il quale gli Etruschi arrivarono dalla Lidia, oggi Turchia Occidentale, o quella di Dionigi di Alicarnasso, che sostiene che la cultura etrusca nacque da popolazioni già insediate nell’area compresa fra Toscana, Lazio e Umbria. 

Se aveva ragione Erodoto, a Murlo dovrebbero essere a posto. 

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