Forse, se non avessi letto tutti quei polizieschi, non avrei tutta quella paura quando attraverso un parco da sola. O forse, se non avessi fatto la giornalista non mi verrebbero in mente tutti quei casi di cronaca nera. O forse se fossi meno paranoica, o chissà che… perché io mica sono paranoica, poi…
Ora non voglio dire che vado nel bosco da sola o qualcosa del genere e poi mi viene paura. No no. Siccome ho paura a prescindere non ci vado. Però basta che sia anche solo con un’amica e nemmeno me ne accorgo. Della paura intendo. Come se in due donne, metti mai che arriva il cannibale della slovacchia, ci si salvasse lo stesso…
Allora, succede che nei giorni di lavoro, quando riesco a svegliarmi presto la mattina, mi faccio un giretto facile facile intorno casa, tanto per ossigenarmi un po’. Mentre mi metto le scarpe da ginnastica penso al percorso da fare, considerando il tempo a disposizione, da calcolare secondo l’ora in cui parto. Perché dopo c’è da fare la doccia, leggere i giornali su internet prima di andare in tribunale, rispondere a qualche e-mail, colazione, certe volte fare una lavatrice o azionare la lavastoviglie, la spesa, cuocere qualcosa per il pranzo, mettere a posto i documenti, qualche telefonata, prepararsi e uscire.
Qualunque sia il giro che scelgo ci deve essere almeno un passaggio in mezzo al verde, però.
Ora, quando sono in toscana il problema non si pone perché in campagna ci vivo e non ho nemmeno problemi di orario, più o meno. A belluno invece bisogna partire da piazza duomo che è in centro che più centro non si può. Ma siccome belluno alla fine è piccola e anche abbastanza verde il problema è presto risolto.
E infatti nel giretto standard da mezz’ora sono compresi ben due parchi. Piccoli ma belli verdi.
Allora funziona così. Scendo le scale a piedi, lascio le chiavi nella cassetta delle lettere tenendo solo quella piccola, e vado.
Il primo parco è in fondo a una lunga discesa, un po’ distante dalle case e incastonato fra una strada e un grosso posteggio. Qualche volta all’ora di pranzo, forse la domenica, ci sono le badanti a fare il pic-nic. Ma al mattino presto non c’è un’anima. Così non appena imbocco il vialetto alberato di faggi e carpini mi assale subito quella paura lì del tipo che i muscoli si tendono e il respiro si fa corto. Eccola arriva.
Quando passo di lì mi torna in mente, ma sempre cavolo, la storia dell’avvocatessa dalla carriera in ascesa massacrata da una gang di neri vicino ad harlem a central park. Sempre. Vedi che non sono solo i polizieschi?
E sì che è successo una marea di anni fa. Minimo sarà stato l’81 prima della tolleranza zero di giuliani e via dicendo.
Ma siccome questa paura è del tutto irrazionale, lo capisco bene, non siamo a new york e non ci sono gang, mi faccio forza e vado avanti.
Senza farmi accorgere, a volte il mostro fosse nascosto dietro un albero preferirei non fargli vedere che ho questa paura, un po’ come si fa con i cani, passo ai raggi X alberi e fogliame, con l’aria di quella che guarda giusto il panorama. Nel silenzio assoluto tendo le orecchie attenta a carpire eventuali movimenti di foglie o passi forzatamente leggeri. Mi costringo a non correre, respiri profondi e sciolgo le spalle con nonchalance. Ecco, sono quasi in fondo.
Potrei anche passare proprio dal parco, dal percorso vita, ma è troppo interno, mi mancherebbero vie di fuga, nel caso, e così continuo per la stradina.
Stamani mi si è proprio mozzato il respiro. Appena fuori mi sono trovata davanti un uomo.
Ho girato subito largo decidendo sul momento di deviare verso la strada asfaltata. Quando ho visto che il terribile mostro era un nonnetto che portava a spasso il cagnolino ho virato di nuovo in mezzo ai camper attraversando il posteggio.
Non credo che faccia tanto bene alla salute questa cosa qua, ma che ci posso fare?
Il secondo piccolo parco invece si può attraversare tranquilli. O almeno, a me quello non fa venire un pensiero strano che sia uno. All’inizio c’è una colonia di gatti. Oggi mi è sembrato di vederne anche diversi nuovi. O magari saranno gli stessi ma cresciuti.
Mi lascio sulla destra la scuola elementare, in questo periodo deserta, e salendo allegramente gli scalini entro decisa nel verde. Qui ogni tanto passa qualcuno anche a quell’ora, ma da sola o no, chissà perché, la paura non assale.
C’è un albero grande, fra tanti, un faggio, a cui mi piace appoggiarmi con le mani, chiudere gli occhi e assorbirne l’energia.
Poi mi rimetto in cammino, ormai verso casa, rigenerata, prima della solita lunga giornata di lavoro al chiuso di quelle quattro mura.
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forse ho letto troppi polizieschi
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quella volta da inviata a Coverciano
Chissà perché stamani mi è tornata in mente quella volta che sono andata a Coverciano a intervistare i calciatori della Nazionale.
Era la primavera del 2002, a Firenze faceva un caldo della madonna, io avevo ancora la mia meravigliosaspiderrossacoltettuccioneroeifariapalpebra e non vivevo a Belluno, anche se mi sarei trasferita di lì a un mese.
Siccome lavoravo a Firenze mi chiamò un amico chiedendomi se potevo fare un salto a Coverciano per delle interviste che gli servivano nell’ambito di un ufficio stampa di qualche azienda. Il motivo per cui lo chiese a me, oltre al fatto che mi trovavo in loco (ah ah, Catarella!), è che a Coverciano entrano solo i giornalisti professionisti.
Andai intorno alle 2, scappottata sotto un sole rovente (i fiorentini sanno di che parlo), mi presentai all’ingresso, feci la registrazione e mi trovai di fronte a un bivio. In pratica entro una mezz’ora avrebbero sguinzagliato un pacchetto di cinque giocatori a sorpresa, intervistabili girando a destra, o il mitico Trap, nella stanza a sinistra.
Impensabile fare entrambe le cose, quindi optai decisamente per la sorpresa calciatori. Di calcio non ci capisco granché ma mi sembrò la decisione migliore. In più di un senso. Anche se, a dir la verità, non mi sarebbe dispiaciuto affatto sperimentare di persona lo strano eloquio di mister Trapattoni.
Fuori uno. Alex Del Piero! Minchia… Si parte alla grande! Ah, forse non ho detto, mi pare, che era il ritiro prima dei Mondiali della Corea del Sud. Una strage… ma ancora almeno non si sapeva.
Alex si siede sciolto su un tavolo, i giornalisti intorno premono, c’è la solita jungla di microfoni e telecamere, i fotografi scattano. Non ricordo le domande, ma mi sa che quello non era proprio un gran momento per lui, doveva riprendersi da qualche problema o qualcosa del genere. Comunque niente da dire. Carino, gentile, disponibile, pacato. Vabbè, lui. Del Piero.
Aspettai timorosa fino in fondo il mio turno, sperando che nel frattempo i colleghi sportivi si stufassero e abbandonassero il campo, e poi alla fine me ne uscii davanti a tutti con la mia domandina sugli investimenti in fatto di impianti sportivi. Strano, non si mise a ridere nessuno come invece avevo temuto. E Del Piero rispose tranquillamente come aveva fatto con tutti gli altri giornalisti.
Rinfrancata, mi misi a caccia degli altri. Ah, siccome in realtà di calcio non ne capisco niente se non per sentito dire, non avevo nemmeno idea, escluso Del Piero, di chi potessero essere gli altri.
“Oh, ce n’è uno con i capelli biondi a caschetto” dicevo al cellulare al mio amico, il committente.
“Come parla, napoletano?”
Aspetta che mi avvicino.
“Sì, mi pare di sì”.
“Allora è Fabio Cannavaro, vai…”
“Vado”.
“Ciao Fabio! Sono Simona Pacini, ti volevo chiedere che cosa ne pensi degli impianti sportivi per i giovani eccetera eccetera…”
Era da solo, alto più o meno come me. Lo dico per certo perché mi si stampò addosso. Ce l’avevo davanti a un centimetro con quell’aria da scugnizzo che poi non ti dava nemmeno troppo fastidio. Avercelo un po’ appiccicato, intendo.
Anche lui rispose, presi i miei appunti sul taccuino, scusa ti sposti un attimo, grazie ciao.
Non avevamo mica tutto il tempo che volevamo a disposizione. Bisognava correre per beccarli, intrufolarsi fra i colleghi più esperti, strappare la dichiarazione e andare alla ricerca di un altro. Il tempo stava per scadere.
A Coverciano entri in una specie di palazzo ma poi esci in un giardino molto grande, subito prima dei campi di allenamento. E le interviste le facevamo lì, all’aperto.
Ne vedo un altro accerchiato da giornalisti con i soliti microfoni, telecamere e taccuini. Non ho tempo di chiamare il mio amico. Mi butto, cerco di cogliere qualche particolare dalle domande degli altri. Qualcuno parla di Atalanta. Era un ragazzo bellissimo, alto e con gli occhi celesti.
“Sarà stato Cristiano Doni” fa il mio amico sentendo la descrizione. Boh, mai sentito prima.
Toh, Francesco Coco. Di questo non ricordo se lo conoscessi o no, ma mi pare strano. Me l’avrà detto il mio amico di sicuro.
Aspetto che due tizie finiscano di intervistarlo. Sono evidentemente infastidite dal fatto che io stia lì dietro sentendo le loro favolose domande ma non sanno che non ho alcuna intenzione di copiare la loro intervista. L’unica cosa che mi preme è non farmelo scappare. Ho detto che li intervisto tutti e cinque e cinque devono essere, oh!
Alla fine le tipe finiscono e dopo avermi incenerito con un’occhiata si allontanano e mi lasciano sola con lui. Gli faccio la mia domanda ma non mi pare che risponda a tono e mi viene la faccia un po’ stupita. Allora lui prende il mio blocchetto e ci scrive Camp Nou. E che cosa vuol dire scusa? Ah, è lo stadio di Barcellona dove ti piacerebbe tornare a giocare? Sì ma che c’entra scusa? Vabbè, pensava che gli avrei fatto anche io le domande come tutti gli altri. E invece no.
Sono vicina all’uscita, nel vialetto da cui si rientra nelle sale piene di frigoriferi straboccanti di bibite e con il tavolo del buffet, quando ne passa un altro di corsa. Questo lo conosco. E’ Pippo Inzaghi. Scusa, posso farti una domanda? Lo fermo afferrandolo per la maglia. Lui risponde tutto di fretta e poi riparte di corsa.
Ok, sono cinque. Fatto!
Non è andata nemmeno troppo male.
Mi fermo un attimo intorno a una fontana, o forse era un’aiuola, per ritemprarmi e risistemare gli appunti. C’è quella giornalista sportiva della Rai, come cavolo si chiamerà. Con lei c’è una tipa che le tiene il cagnolino, pare che siano inseparabili (con il cagnolino non con la tipa). Una non tanto simpatica con l’aria un po’ supponente. Infatti quando le dico, che carino!, accennando una carezza al cagnetto, mi fulmina con lo sguardo e non dice una parola. Manco risponde al saluto. Vabbè, pace.
Esco da Coverciano, risalgo sulla mia meravigliosa spider e torno a Firenze.
I mondiali del 2002 poi non andarono molto bene. Durarono poco, fino agli ottavi, ah già ci fu quella storia dell’arbitro disonesto. Ma quando li vidi, strana la vita, ormai ero già a Belluno.
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una vita da privilegiata
Si’ lo so, sono una privilegiata. Faccio la giornalista.
Qualcuno dice che e’ il lavoro più bello del mondo. Ma mi fa venire il dubbio che non l’abbia mai fatto veramente. O forse l’ha fatto al corriere della sera, magari come inviato, o al new york times.
Noi, i giornalisti vecchia maniera della carta stampata, siamo quelli che si alzano tardi al mattino e prima delle 11 (ma ce ne sono anche che iniziano molto dopo) non carburano.
Bella vita, commenta il popolo delle 8.
E noi zitti, che vuoi dire, con tutti i nostri privilegi? Ma quando quelli delle 8 ci invitano a prendere un aperitivo o a cena, noi diciamo no grazie a quell’ora lavoro.
Ma tanto facciamo sul tardi cosi’ ce la fai anche tu.
Ah grazie. Quindi, a che ora?
Sette e mezzo-otto.
Ecco, qui il mondo si divide in due. Da una parte la gente normale che dice ok a dopo. Dall’altra i giornalisti che si mettono a ridere. Per non piangere, ovvio.
Vabbe’ inutile spiegare che in una redazione uno che abbandona la scrivania alle 19.30 deve avere almeno una ragione di vita o di morte perche’ altrimenti, minimo non ha capito bene ne’ chi e’ ne’ che cosa sta facendo. E poi chi li sostiene gli sguardi dei colleghi che rimangono muti e seduti al loro posto?
Quella e’ l’ora in cui convergono tutte le energie mosse durante il giorno. Arrivano gli ultimi pezzi dei collaboratori, in genere tutti insieme, e si titolano le pagine rimaste bianche.
Si mettono le ultime foto, si fanno i richiami in prima, le locandine. Si riguardano le pagine correggendo errori, grafici o refusi.
Si ascoltano i tg locali per una verifica delle notizie. Si pensa al giornale del giorno dopo, a buttare giu’ idee da sviluppare, a come sviluppare e riprendere le notizie gia’ scritte. Si chiamano i collaboratori, i fotografi per assegnare i servizi. Si controllano i lanci ansa. Si aspetta quello che ancora manca per chiudere il giornale.
Si fa il giro di nera, non l’ultimo, ma quello dove se succede qualcosa cominciano a girarti… Magari arriva una notizia improvvisa e si rifa’ da capo una pagina intera, buttando all’aria il lavoro della giornata. Si cambia la prima, nuove locandine.
Vabbe’ ormai sono le 21, le 21.30, le 22. Dove vuoi andare?
Finendo presto, alle 21.45 c’e’ il cinema in centro. Salti la cena e vai. Ogni tanto si puo’ anche fare…
Sul blog del corriere della sera qualche giorno fa c’era la storia di una loro giornalista che si e’ licenziata perche’ non riusciva più ad andare a cena. A vivere la vita negli orari degli altri.
Vabbe’, anche quelle sono scelte…
Ah, e poi ci sono quelli che il venerdì’ ti dicono buon week end.
Ma che fai, prendi in giro? Secondo te chi li fa i giornali che leggi la domenica e il lunedì’?
E i ponti? I festivi? Sconosciuti. Il giornale sta chiuso solo per san silvestro, vigilia di natale e natale, pasqua, primo maggio e ferragosto. Stop.
Tutti gli altri giorni si lavora: pasquetta, santo stefano, capodanno, 8 dicembre. Tutti quelli in cui la gente normale, quasi tutta, fa festa. Una botta di fortuna, eh?
E allora scusa, ma te quando stai a casa? Un giorno a settimana.
La domenica? Dipende. Uno, ma non sempre lo stesso. Dipende dalle esigenze della redazione, a volte anche dalle tue (nel senso di mie).
In quel giorno, in quell’unico giorno libero, cerchi di concentrare tutto quello che non puoi fare quando lavori. La spesa, il medico, il meccanico, metti le gomme da neve, togli le gomme da neve, tagliando, revisione, la palestra, la passeggiata con l’amica, il cinema con l’amica per una volta senza correre magari si mangia anche la pizza o si beve qualcosa. Le telefonate agli amici, le email agli amici, l’estetista, il parrucchiere, lo shopping, il mare, il lago, il fiume. Riordinare la casa, portare i fogli per la dichiarazione dei redditi al commercialista. Preparare lo yogurt, lo zenzero candito, fare il ghee (vedi la cucina di simona).
Riposare, guardare la televisione, farsi fare un massaggio, ascoltare la radio, farsi un automassaggio, ascoltare un cd, leggere un libro, scrivere un libro, invitare un’amica a pranzo, cucinare, mettere a posto, controllare l’agenda, pagare l’affitto, pagare la luce, l’acqua, i rifiuti. Guardare il panorama dalla finestra, pagare il bollo auto, spaparanzarsi sul divano, leggere il giornale, leggere l’inserto del giornale, leggere il libro distribuito col giornale, accendere un incenso, rimettere a posto i vestiti nel caos di camera tua, rimettere a posto le scarpe nel caos del guardaroba, sistemare i documenti dividendoli nelle cartelline casa, auto, spese sanitarie, bollette. Cartellina dichiarazione dei redditti, cartellina richiesta rimborsi, cartellina da pagare, cartellina varie.
Farsi piedi e mani, lavarsi i capelli, asciugare i capelli, ricci o lisci, sistemare la dispensa, capire da dove vengono le farfalline e buttare via i cibi sospetti. Portare giu’ la spazzatura, portare i vestiti vecchi alla caritas, portare le buste che non uso al negozino sotto casa. Guardare gli orari del cinema, aprire facebook, cazzeggiare, scrivere sul blog, bersi un te’ allo zenzero, farsi una tazza di latte caldo, andare in farmacia, organizzare la festa dei toscani, controllare la batteria dei telefoni, ripulire il computer, cambiare la lampadina…
Uff! Finito.
Tornare al lavoro.
E magari rispondere a telefonate di gente nervosa perche’ non gli piace quello che hai scritto o come l’hai scritto, ricevere email di protesta per quello che hai scritto, leggere su facebook quello che avresti dovuto scrivere e come avresti dovuto scriverlo, eccetera eccetera…
Eh si’ non c’e’ che dire… E’ proprio una vita da privilegiata…
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piccola ode per i gioielli perduti
Non amo particolarmente i gioielli. Ed e’ un non amore ricambiato. Infatti loro, appena vengono a contatto con me, o si rompono o scompaiono. In continuazione.
Qualcuno pero’ ne trovo, anche. Qualcun altro lo compro, ogni tanto. Più spesso me li regalano.
Ma non amo troppo indossarli. Mi danno fastidio, mi impicciano, mi ingombrano.
Non porto più nemmeno gli orecchini perche’ sbattono con il telefonino…
Nemmeno quelle palline d”oro che mi piacevano tanto… No no, praticita’!
Le collane mi graffiano, mi pesano, mi lasciano i segni sul collo.
I braccialetti sbattono sulla scrivania mentre scrivo al computer, rimangono inpigliati nella borsa, nella camicia, nel maglione, e tirano i fili e si rompono. Gli anelli ingombrano, con un anello ‘estraneo’ non riesco nemmeno ad aprire il portafoglio. Mi fa girar la testa, mi toglie la consuetudine dei gesti quotidiani. Sballa.
Qualcuno pero’ lo indosso e allora diventa parte di me. Come i due anelli, tutti e due regali, che porto all’anulare sinistro.
Un’amica ci ha provato a lungo a farmeli togliere. “Finche’ li porti rimarrai single – diceva – perche’ tutti pensano che tu sia sposata”. Aveva ragione, ma solo sulla prima parte. Se uno mi conosce SA che non sono sposata.
Ma questo e’ un altro discorso e non e’ cosa, comunque, che mi preoccupi. Anzi.
Mi piacciono molto le collanine. Girocolli leggeri. Quelli li porto, ma alla fine li perdo sempre. Infatti.
Anni fa mi comprai una catenina d’oro per metterci i ciondolini che mi avevano regalato: un sole-luna, un orsacchiotto.
Una sera andando a un parcheggio a poggibonsi con un amico, si ruppe la chiusura e mi ritrovai con collana e ciondoli in mano. La misi nel portafoglio, dove stanno le monete. O forse di la’, dove stanno le banconote. Insomma, i ciondolini rimasero, la catenina volo’ via.
Chissa’ dove.
Un giorno, tornando dalla toscana mi fermai a fare benzina in autostrada. In genere scendo dalla portiera di sinistra e poi apro da fuori quella di destra per prendere i soldi dalla borsa. Cosi’ facendo vidi che proprio sotto allo sportello di destra c’era qualcosa che brillava. Lo presi. Era un girocollino d’argento fine fine con un brillante a stellina. Bigiotteria, ma era molto carino. E anche molto brillante. Da allora non me lo sono più tolto.
Un giorno pero l’avevo appoggiato sulla spalliera del divano. Poi sono andata a buttare la spazzatura e quando sono tornata era sparito.
L’ho cercato per un po’ pensando che fosse scivolato a terra, ma niente…
Andato, cosi’ come era arrivato.
Lo stesso per la collanina indiana di pietre dure, un ‘mala’, una sorta di amuleto-simbolo con 108 grani.
Quella mi piaceva proprio tanto e stava bene anche con l’altra. Ci facevo un nodo in fondo perche’ era un po’ troppo lunga per stare sciolta.
Anche quella l’ho tolta un giorno per fare yoga e poi mi pare di averla ripresa per mettermela alla fine. Ma devo aver fatto anche qualche altra cosa insieme. E allora la collanina mi sara’ caduta mentre ero distratta da altro. Non ci ho più pensato per un po’. Fino a quando, cercandola, ho capito che ormai era sparita anche quella.
Allora ho ripreso il girocollo d’oro con il cuore di brillanti, un regalo. Ma dopo un po’ si e’ rotta la chiusura e l’ho rimessa nel barattolo, credo.
Una volta, rimettendo a posto delle cianfrusaglie ho trovato un cuoricino verde di giada che mi aveva portato babbo dalla thailandia. L’ho messo al portachiavi cosi’ lo portavo sempre con me. Ma l’altro giorno ho visto che e’ rimasto solo il contorno di metallo, vuoto.
Il cuoricino di giada non c’e’ più…
Allora ho pensato di scrivere un ricordo per questi pezzettini di materia che mi hanno fatto compagnia per un po’ e che ora chissa’ dove sono…
Metti mai che facciamo pace
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il vento fra le tende
Finestra spalancata e tende tirate. Che volano, al soffiare del vento di questa sera estiva che non sembra neanche bellunese.
A Pantelleria le tende volavano proprio così nella casa affacciata sul mare.
Ricordo che era ottobre. Un ottobre di dieci anni fa, il 2001.
Ero andata in vacanza da sola perché l’amica che doveva venire con me insieme alla sua bambina si era impaurita. In quel periodo, dopo l’11 settembre 2001, appunto, gli aerei cadevano giù come impazziti. Ci fu quello in Svizzera, mi pare, un altro su New York. Lei andò oltre e mi disse, quando ci presentammo in agenzia per disdire la sua prenotazione: “Figurati se porto mia figlia sui cieli di Ustica”. Vabbè, era un po’ agitata. Comprensibile.
Decisi di andare comunque. Avevo finito una sostituzione di sei mesi a Treviso e avevo voglia di distrarmi un po’, di girare, di mare.
Era stato un anno brutto quello, tanto brutto.
Prima il G8 a Genova, con Carlo Giuliani, e poi l’11 settembre, una botta niente male per una che si sarebbe trasferita a New York anche domani mattina. E poi era morto Indro Montanelli.
Roba che mi misi a piangere in questura mentre aspettavo, con un collega, di parlare con il capo della mobile. E i poliziotti che pensavano fosse per i casini di Genova e mi guardavano storti…
forse era anche l’anno di Erika e Omar.
La partenza, se ricordo bene, era fissata il 17 ottobre. E anche la data, a dirla tutta, non dava poi tutto quell’affidamento. Non era questione di essere superstiziosi, era che in quel periodo non ci si capiva proprio più niente e ogni scusa era buona per aver paura di tutto.
Ricordo in aeroporto, a Fiumicino, c’era una tensione che si tagliava. Quasi deserto, guardie ovunque.
Dopo il check in, in sala d’attesa le persone avevano volti tesi, stavano in silenzio, si muovevano nervosamente.
Ci fu un ritardo alla partenza, arrivò un addetto a spiegarcene le ragioni. Ascoltammo tutti in silenzio temendo chissà che.
Non era niente di grave, ovviamente.
cause tecniche, disse.
Ma ricordo ancora i volti terrei delle persone costrette a volare in quell’autunno maledetto. Compreso il mio.
Poi andò tutto bene e quella vacanza me la ricordo ancora come fosse stata ieri. Ricordo la casa con le finestre sul mare, con il terrazzino dove facevo colazione affacciata su quella distesa infinita di blu.
Ricordo la vicina, la madre del ragazzo dell’agenzia, che mi faceva trovare davanti alla porta sempre qualcosa di pronto da mangiare. Il giorno in cui arrivai mi invitarono anche a pranzo.
In realtà avevamo scelto un dammuso, una delle case tradizionali di Pantelleria, ma il ragazzo, quando gli dissi che la mia amica aveva disdetto, preferì darmi una casa in paese anziché una sperduta nella campagna.
Con la macchina che presi a noleggio mi spettava anche uno scooter. Lo lasciai là, naturalmente. Ero da sola. O l’una o l’altro.
Girai l’isola in lungo e in largo. Prima da sola, poi conobbi delle persone, qualcuno del posto, altri turisti. Perfino un anziano giornalista romano di cui avevo conosciuto un nipote, giornalista anche lui. Andammo alla sauna naturale nella grotta in alto, quella che affaccia sulle distese dei campi coltivati a vigneti per il passito.
Dopo il mare si andava a mangiare una cassatina al bar sul porto.
I ristoranti erano ormai quasi tutti chiusi, ma il pesce spada alla pantesca lo facevano in un ristorantino sul porto. E poi ce n’era un altro un po’ fuori, dove ero andata un po’ di volte.
Anche lì si mangiava pesce. Ovvio.
Dei paesini non mi ricordo nemmeno un nome, però.
La prima sera mi agganciò un tizio alto e scuro, con i riccioli, tutto vestito di nero. Pareva un corvo. Era un personaggio strano che viveva nell’isola, faceva il radiologo all’ospedale e infastidiva le donne. Pare che avesse avuto anche dei problemi sul lavoro a causa di questo suo modo di fare. Qualcuno deve avermi detto che lo volevano cacciare.
Si muoveva su una vespetta e me lo ritrovavo fra i piedi ovunque andassi. Ma avevo smesso di salutarlo e cercavo di schivarlo in ogni modo.
Un giorno, tornando a casa sulla Panda, lo trovai con la Vespa stesa a terra in mezzo alla strada. Vidi subito che non si era fatto niente e, anche se si sbracciava per farmi fermare, tirai dritto. Risalì sulla vespa e mi venne dietro, ma riuscii a seminarlo.
Faceva ancora caldo ma l’estate era agli sgoccioli. Anzi, ad essere pignoli a fine ottobre si era già in pieno autunno, ma laggiù, a un tiro di schioppo dalla Tunisia, sembrava fine estate.
Le giornate erano più corte, però. E quando tornavo a casa il tempo della doccia coincideva ormai con l’imbrunire.
Ero diventata amica di Massimo, un ragazzo che gestiva la tabaccheria del porto. Fra l’altro, ai tempi, fumavo ancora.
Lo avevo conosciuto in un posto con delle vasche scavate nella pietra dove si faceva il bagno nell’acqua calda, dovevano essere delle antiche terme romane. Ci si trovavano anche le pietre pomice, quelle che si usano per sfregare le callosità della pelle. Ne presi qualcuna, che regalai. Una o due ce le ho ancora.
Una sera, prima di partire, mi invitò a cena a casa sua insieme al giornalista anziano. Massimo era orfano di madre e il padre, che andava spesso per affari in Algeria, aveva cucinato del pesce e del riso.
O del cous cous, non ricordo.
Ricordo invece la pista di atterraggio per gli aerei che era cortissima. Arrivavi e sembrava di andare a sbattere contro i monti, partivi e pareva di tuffarsi in mare con l’aereo e tutto quanto. O viceversa. Ma non era così. Al momento giusto l’aereo si fermava o spiccava il volo.
Da Pantelleria portai a casa, come si conviene, bottiglie di passito e barattoli di capperi sotto sale, insieme alla convinzione rafforzata che l’aceto, come si usa noi, li uccide, invece.
Il vento si è calmato, insieme alle tende. E’ tempo di andare, ormai.
Lo ringrazio per il ricordo che ha fatto affiorare e per l’immagine della finestra sul mare che, almeno per questa sera, mi farà compagnia.
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AAA vendo scarpe praticamente nuove
Io mi chiedo, ma chi me l’ha fatto fare? Chi me l’ha fatto fare di comprare quel paio di scarpe che tanto lo sapevo che non me le sarei mai messe…
La risposta e’ facile. La commessa.
Eh si’, cavolo. Dopo tanto tempo ancora non ho imparato. Eppure mi e’ gia’ successo un sacco di volte.
Vedo in vetrina una cosa che mi piace, c’e’ scritto sopra praticamente che e’ fatta apposta per un’altra, ma io, cretina, sfodero ugualmente la carta di credito e la compro.
Per poi lasciarla marcire inesorabilmente nell’armadio (che non ho).
Sto usando un sacco di postfissi in -mente. Brutto segno.
Allora, dicevo. Tempo fa vedo queste scarpe in vetrina, vetrina prestigiosa, e penso: quelle col tacco basso fanno per me. Il fatto e’ che ne ho gia’ un paio simili ma avendole portate molto un quasi bis ci sta tutto.
Il fatto e’ anche che le ho ai piedi per cui quando chiedo alla commessa lei decreta: “melio quelle col tacco alto, le altre sono come quelle che hai gia’”.
Il ragionamento non fa una piega.
Si’ ma lei non puo’ sapere che la pianta del mio piede e’ anatomicamente allergica alla suola verticale e che le mie cicciotte estremita’ mal si fanno contenere in una rete di cordini in pelle taglienti.
Lei no, ma io si’.
Mentre son la’ che cerco di decidermi fra le due versioni, tacco alto o tacco basso, entra una tipa insieme a un avvocato. Lui lo conosco, tempo fa gli chiesi, fuori dall’aula delle preliminari se avesse un processo e lui mi disse che aveva un rito abbreviato. Che cos’e’, gli chiesi io. E lui mi spiego’, come se recitasse il codice di procedura penale, che cos’era il rito abbreviato. Roba da matti.
Rimasi talmente basita che non mi venne nemmeno da precisare il senso della mia domanda.
Si’ che poi evidentemente (rieccoci) io ci devo avere proprio l’aria di quella un po’ cosi’, come dire, svanita? Boh, ignorante. Chesso’?
Proprio stamani, girellando fra le bancarelle del mercato, mi son messa a guardare una maglietta.
“I don’t get out of bed for less than 10.000 $ a day. Linda Evangelista” c’era scritto.
Subito la commessa mi ha detto con fare invitante che quella era proprio una bella maglietta. Si’ si’, ho risposto, e ho continuato a guardare perplessa la frase della top model. Al che la tipa mi fa, per sboccare la situazione: “vuol dire ‘io non scendo dal letto per meno di 10000 $ al giorno’, e’ una frase di Linda Evangelista”.
Ecco, grazie.
“Certo, ho letto. Proprio per questo non ero convinta”. E quindi l’ho comprata.
Proprio non mi capisco.
Tornando all’avvocato del rito abbreviato nel negozio di scarpe, la sua amica ha iniziato a provarsi un sacco di roba catalizzando l’attenzione della commessa. A quel punto sarebbe stato facile per me dire “prendo quelle basse”. O ancor meglio: “ok, grazie. Ripasso più tardi”. E invece no.
Con la vaga, ma nemmeno troppo vaga, sensazione di fare l’acquisto sbagliato e allo stesso tempo con un malcelato senso di sfida, “perche’ no?”, ho preso quelle più alte.
Poi, sono state per un mese almeno nella loro scatola. Stamani le ho indossate, ho percorso i 400 metri che mi separano dal lavoro e ritorno, e gia’ so che non accadra’ mai più.
Quindi, se qualcuno le vuole…
Ah, sono un 38.
Come nuove…
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campi magnetici
Lo confermo e lo ribadisco. Non ci sono più dubbi. Io attraggo i rompicoglioni. Chiedo scusa per la parola, posso anche chiamarli scassacazzi spaccaballe spaccamaroni scassaminchia e la sostanza non cambia. Oh!
Allora, oggi sono stata a fare la spesa in un supermercato. Ho appoggiato la roba sul nastro ed ero già pronta a mettere tutto nelle borse quando è arrivato un tizio con tre cosette in mano e le ha piazzate sulla mensolina di plastica davanti al cassiere, proprio in mezzo fra le mie cose da battere e quelle già battute. E questo, dal mio punto di vista, non è un buon inizio. No, proprio per niente, direi
Infatti il tizio, come mi aspettavo, ha subito cominciato a scambiare frasi con il cassiere, che avrebbe dovuto essere invece concentrato nel battere il mio conto. Ovviamente il cassiere doveva anche parlare con me visto che un contenitore di detersivo aveva perso del liquido e la confezione del sale per lavastoviglie non pareva integra come avrebbe dovuto essere. Ma c’era lo scassapalle che parlava, non so nemmeno di che in quanto ho cercato di ignorarlo.
Ovviamente, al momento di pagare, la mia carta di credito aveva difficoltà a funzionare, come sempre succede in quel negozio e solo in quello. E io ho detto, riprovi per favore. Riprovato, funzionato. Ma, non solo il commesso si è sentito in dovere di invitarmi a rivolgermi alla mia banca perché la carta aveva evidentemente dei problemi. “Guardi, ha funzionato benissimo fino ad ora” gli ho detto.
No, per lui si stava smagnetizzando. Sono cose che succedono e bisogna avvisare il prima possibile la banca così che la cambi prima che accada il peggio. Il peggio dovrebbe consistere nel fatto che la carta non funzioni più, credo.
Ecco, dicevo, non bastava questo. No, per niente. Questo è stato solo il “la” perché lo scassaminchia di turno, che nel frattempo se ne stava lì impalato in mezzo alla mia spesa a cercare di carpire ogni secondo libero del cassiere per attirare la sua attenzione, ha colto la palla al balzo per dire la sua sui campi magnetici dell’universo.
Ci mancava proprio.
Ovviamente, fra il disquisitore di campi magnetici e il cassiere da lui distratto, si sono persi alcuni passaggi della mia pratica per cui sono dovuta tornare nel negozio dopo qualche ora per completare il tutto…. Diciamo che il cassiere mi aveva dato ciò che non volevo e viceversa, cioè non avevo potuto chiedergli ciò che dovevo.
Eccheccazz…
No, non lo voglio sapere che cosa c’entrano i campi magnetici della terra con la mia carta di credito!!!
Che fra parentesi, un quarto d’ora dopo in un altro negozio è andata liscia come l’olio…
Ma non è mica finita qui… eh, no!
Oggi, giorno libero finalmente, vado al mare.
A parte il fatto che lasciare belluno col sole (sì sì… un pochino ce n’era, davvero) e trovare la pioggia al mare mi sembra già un caso degno di segnalazione. Ma che, nell’unica mezz’ora che è smesso di piovere, proprio nel momento in cui stavo guardando messaggi ed email sul telefono apprestandomi a rispondere, arriva una tizia che mi si piazza sullo scoglietto di fronte e mi racconta tutta la sua vita, questo no eh…
Che poi era un continuo, “lei che ne dice, signora?”. Ma prima che io aprissi bocca per rispondere questa era già passata tranquillamente ad un altro argomento. Tanto per far capire il livello della conversazione….
Meno male, anche perché non la capivo nemmeno tanto bene fra il rumore dell’acqua sugli scogli, il vento e il dialetto veneziano. Per cui alla fine lei parlava e io dicevo, eh sì.
Mezz’ora avanti a “Lei che ne dice, signora?” e “eh sì”.
E in mezzo le storie sulla macchina di 14 anni praticamente mai usata ma di cui non si trovano più i pezzi di ricambio, la casa al mare che adesso varrà qualche miliardo (l’ha detto il nipote, ma parlava in lire), tutti i soldi che ha guadagnato lavorando a milano (assistenza anziani, dice), la tonicità della sua pelle nonostante gli ottanta anni mentre altre amiche, ma quelle sono vecchie novanta e passa, sono messe peggio. “Mi faccio i massaggi tutti i giorni, guardi, così…”
Tante frasi le ho perse, poco male. Ma soprattutto ha ricominciato a piovere, e forte, e io ero ancora là con tutta la mia roba da sistemare a far finta di ascoltare questa tipa.
Vabbè alla fine è stata anche simpatica. Di sicuro meglio dell’esperto di campi magnetici.
Ora, non è che sia andata tutta storta questa giornata, eh… Ci sono state anche cose molto carine e simpatiche.
Ma se racconto quelle un po’ più fastidiose non lo faccio per lamentarmi o chissà che altro. E’ che, descrivendoli, (gli scassaminchia intendo), spero di riuscire a smitizzarli, neutralizzarli, dissacrarli. Uffa, non mi viene la parola che volevo, però.
E’ come rompere un tabù. Ne parli e… puff!
Via, scomparso. Non c’è più…
Sdrammatizzarli? No, non è questa.
Bevo un tè e poi mi viene di sicuro.
Esautorarli, evitarli… no no
Inflazionarli, nemmeno
Più ci penso e peggio è…
Non scongiurarli uffa!
E nemmeno screditarli.
Mi sa che forse volevo dire demistificarli, a questo punto però non ne sono nemmeno più sicura. Ho fatto indigestione di parole.
Sì sì, mi sa che era proprio quella…
demistificarli. Ma forse era meglio dire smagnetizzarli…
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la tazzina da caffe’
Sarebbe stata una tazzina da caffè’ come tutte le altre se non l’avessi trovata proprio li’.
L’ho notata quasi subito, appena arrivata nel mio piccolo paradiso in riva al mare.
Sparse qua e la’ c’erano delle costruzioni fatte con i sassi della spiaggetta. Sassi zen, disseminati con logica geometrica. Ho pensato a qualche rito propiziatorio notturno al chiar di luna. O magari era solo un gioco.
Lo spazio dove mi sono sistemata io, per esempio, era come una stanzetta virtuale. Davanti il mare, dietro la pineta, a destra una tavola di legno, a sinistra due di queste piccole costruzioni. Quasi una porta d’ingresso simbolica.
La tazzina era la’, sulla ‘parete’ della pineta. Era poggiata a testa in giu’.
Bianca e azzurra, ha attirato il mio sguardo. L’ho sollevata piano pensando che potesse nascondere qualche animaletto, ma niente si e’ mosso.
Anzi, era sporca e piena di terra.
Sara’ finita la’ per caso, magari caduta dal vassoio della colazione che un solerte filippino aveva servito sul mare al suo ‘signore’, o qualcuno l’avra’ semplicemente dimenticata… O forse era il portacenere volante di un fumatore beneducato. Mi pare che ci sia anche una macchia indelebile di nicotina…
L’ho riempita di acqua di mare e poggiata su uno scoglio. E li’ e’ stata, per tutto il giorno, insieme a me.
Poi al momento di venire via da quel posto di sogno la tazzina e’ rimasta li’, sul sasso. Fatto qualche metro mi sono girata e ho pensato, quasi quasi la prendo.
Non e’ una tazzina qualunque. Di sicuro ha una storia tutta sua e fa parte di qualcosa, un servizio. Magari quello un po’ vecchio e ormai spaiato della nonna che si porta nella casa al mare. O che ci si portava prima dell’avvento dell’ikea.
Di forma tubolare, semplice, un po’ vecchia ma integra, di porcellana bianca, coronata da una decorazione floreale azzurrina, come un azulejos de lisboa. Sotto c’e’ scritto white stone.
L’ho presa. Ma subito dopo, colta da una sorta di pudore, l’ho rimessa al suo posto. Cioe’ sullo scoglio. Poi ho deciso, l’ho ripresa, l’ho messa nella borsa e l’ho portata via.
Ora e’ qui con me. E’ solo una tazzina da caffe’, ma quando la guardo ritorno con la mente a quel paradiso di sole, mare e natura.
Potere dei simboli.
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la curva dell’agave
Eppure c’e’, ne sono sicura. E’ uno dei ricordi più vividi che ho di questi posti.
Allora, la strada sale, gira dolcemente a destra e sulla curva, proprio li’ dietro al guard rail, sulla sinistra, c’e’ quest’agave lunga lunga. Alta, cioe’. Sotto, un declivio verde di macchia mediterranea che sfonda nel mare. Come certi panorami della costa azzurra, solo che qui e’ maremma.
Se penso a castiglion della pescaia o a punta ala, quella e’ l’immagine che mi viene subito in mente.
Eppure non riesco a ritrovarla. Ho fatto e rifatto la costiera da castiglione a punta ala, da grosseto a castiglione, da punta ala a follonica.
Deve essere qui, non c’e’ scampo. E invece niente.
Non c’e’ più.
Non dico l’agave che quella, si sa, una volta che fiorisce poi muore. Ma almeno la curva…
comunque sia, nella mia mente rimane, impressa come una fotografia.
Prima o poi, ne sono sicura, mi ci imbattero’ di nuovo e pensero’ ma come ho fatto a non ricordarmi che era proprio qui.
Intanto oggi, lasciata follonica, sono tornata a punta ala.
C’e’ una spiaggetta qui, misto sabbia e scogli, sotto al castello, che con una mia amica chiamiamo la spiaggia del cinghiale.
In realta’ e’ un piccolo slargo senza nome sul mare alla fine di una sfilza di ville nascoste dai pini.
Una volta pero’ lei mi ha raccontato che una notte, in cui aveva dormito proprio qui all’addiaccio con il futuro padre di sua figlia, erano stati svegliati dal rumore dei cinghiali che sgrufolavano in cerca di avanzi di cibo.
Da allora, fra di noi, quella è la spiaggia del cinghiale.
Ma potrebbe essere anche la spiaggia del polpo. Un giorno infatti, facendo il bagno, un piccolo polpo si avviluppo’ alla caviglia della mia amica. Io, minimo, avrei urlato. Lei no, lei si relaziona con tutti gli animali, anche con quelli più piccoli. Sembra che ci parli, quasi.
Da come appariva divertita e tranquilla pareva che il polpetto le si fosse avvicinato solo per giocare. E magari era proprio cosi’.
Che volete che vi dica? Qui oggi il mare e’ una tavola. Intorno c’e’ solo silenzio. Si sente lo sciabordio delle onde, qualche motoscafo in lontananza.
Ho fatto il bagno. L’acqua limpida lascia intravedere il fondale. Ci sono come tanti piccoli vulcani sotto, saranno il rifugio di qualche animaletto. Ho cercato di scansarli, camminando.
E’ arrivata un po’ di gente, in tutto saremo una ventina, forse meno. I più vicini sono a più di venti metri sulla mia destra, a sinistra nessuno.
No, anzi, c’e’ un uomo che deve aver montato una tendina proprio alla fine della caletta, sulla punta, è uscito ora…
Scendendo la stradina per arrivare fin qui le ville fanno capolino dal verde. Vista dal mare sembra tutta pineta. Poi, se ti addentri, scopri le stradine, le aperture che racchiudono la casa in cui vorresti vivere. Io almeno, sogno di vivere qui. Anche d’inverno.
Non ci sono solo il silenzio, la quiete, il verde dei pini, l’azzurro del mare, il marrone giallognolo degli scogli.
Qui puoi sentire il profumo della natura. Nell’aria il pino pungente si mischia all’odore dolciastro della macchia mediterranea. Quando l’hai sentito una volta non lo scordi più.
Anche dall’acqua si alza l’odore fresco e lieve del sale marino.
C’e’ un libro che racconta tutto questo, insieme alle storie di tante persone e a un mistero da dipanare. Enigma in luogo di mare, di fruttero&lucentini. Ringrazio ancora il caso che me lo ha fatto scoprire qualche anno fa.
Lo leggi e senti nel naso l’odore di questi posti, compreso l’afrore umido della pioggia nella pineta.
si’, va bene. Punta ala e’ anche altro. e’ il porto di luna rossa con le sue boutique e le sue barche da nababbi. E’ snob, e’ elitaria. E’ un posto che nemmeno conoscono tutti.
una volta, tanti anni fa, una collega specializzata in cronache del bel mondo mi disse con un certo piglio: “punta ala? Mai sentita nominare. Evidentemente non e’ niente di che…”
Strano invece che sia l’unico posto d’italia dove, a leggere il sole 24 ore, le case costano quanto a cortina. Solo che cortina le esibisce, mentre punta ala le tiene per se’.
Ma qui siamo sulla spiaggia del cinghiale. Qui non c’e’ niente, non un bar, un ombrellone, una radio accesa, un bagnino. Nessuno che urla o che gioca a tamburello. Qui non c’e’ niente di niente. Solo mare, terra e pineta.
Tutto, cioe’.
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appesa a uno scoglio
Appesa a uno scoglio nel mare di follonica guardo l’orizzonte. A destra, le ciminiere di piombino, a sinistra cale, calette, sotto alle colline verdi di pini che degradano verso il mare.
Cala violina. Li’ cammini sulla sabbia bianca e grossa e il piede, affondandoci, suona come un violino.
Non so se e’ ancora cosi’. Io ricordo quando ci andavamo in barca, fine anni ’70 e ogni volta non c’erano più di 4 o 5 persone in tutta la spiaggia. Una cala tutta per noi.
Con paola arrivavamo a nuoto sugli scogli sulla sinistra stando ben attente a non mettere mani e piedi sui ricci che li ricoprivano…
i ricci, c’era anche chi se li mangiava cosi’, a crudo. Li aprivano con un coltellino, uno spruzzo di limone e succhiavano le due meta’.
Non mi e’ mai venuta la voglia di farlo, a me.
Sento ancora parlare di cala violina. Ogni tanto qualcuno me la racconta come si trattasse di una scoperta eccezionale.
La caletta dalla spiaggia che suona e’ diventata meta di tanti. Mi dicono che c’e’ anche la fila, nei fine settimana, sulla strada da dove si arriva a piedi camminando per 3 chilometri. Ci hanno messo perfino un semaforo.
Di la’ da cala violina c’e’ cala martina. Tutta scogli, e su in alto in cima alla collina, la grande villa bianca, si vede anche da qui.
Poi c’e’ il golfo di punta ala, con l’isola dello sparviero, che oggi non si vede. L’orizzonte si perde nella foschia.
Tutto d’un tratto vedo il mare mosso. Noi tutte sulla spiaggia ad aspettare babbo e zio che dovevano arrivare con il motoscafo nuovo da follonica. Le onde sono alte, non ci sono barche in mare con quel tempo.
Meno male che all’epoca, facevo le medie, non avevo ancora letto i malavoglia. Mamma e zia si’, pero’.
Noi in spiaggia, in attesa, e non arriva nessuno. La tensione non era solo nelle onde del mare.
Poi finalmente, un puntino all’orizzonte. Il puntino si avvicina, cresce, diventa sempre più grande. Eccoli, son loro!
Allora diventa subito festa.
Il motoscafo e’ bello, piccolo ma bello, tutto nuovo con l’interno giallo e le panche in legno.
Babbo e zio sono fradici. Di babbo ricordo ancora quella risata stampata in faccia nel vedere la nostra preoccupazione. Quello sguardo ironico. “Ma chi me la fa a me?”. Invincibile babbo.
E giu’ a raccontare il viaggio, di come si era alzato il vento e il mare era diventato subito grosso. Di come ormai arrivare a destinazione o tornare indietro fosse la stessa cosa. Di come si tagliano le onde con la prua perche’ non ti travolgano.
Pero’ quel giorno, ricordo bene, appendemmo ad asciugare ai fili del bucato anche le banconote che avevano nelle tasche.
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