Archivi categoria: non classificati

il mosaico della memoria

Okay okay okay. Il ghiaione è stato nel 1990, non nel ’91. ma tanto a parte il fatto dell’anniversario mancato questa è una cosa che non importa proprio a nessuno. La cosa buffa invece è quando ti confronti con le persone che hanno partecipato ad uno stesso evento e vedi che ognuno ha memorizzato una cosa diversa.
Lula per esempio si ricordava che l’estate che andammo in val di zoldo era quella dei mondiali di zenga e tacconi, quindi quella del 1990. dice anche che io non partecipai alla cena prima della partenza proprio per guardare una partita e che, mentre giravamo di rifugio in rifugio, buttavo sempre un occhio alla tv nel caso giocassero.
Ecco, questa sinceramente io non me la ricordavo proprio.
Per la mi’ sorella, che ha la memoria di un computer, era sicuramente il ’90 perché lei si ricorda di un determinato esame che dette all’università. Il ricordo è in relazione alla proiezione delle diapositive della vacanza, in cui, orrore orrore, vide che una di noi, nella solitudine sterminata dei monti, aveva osato addirittura prendere il sole in topless.
Io avevo collegato la vacanza a due ricordi, legati a un cane e a un fidanzato ma sbagliando clamorosamente la data: il fidanzato risale al ’90, perché con l’inizio del ’91 non c’era già più, il cane al ’91. e nessuno faccia battute sul sostituto e cose varie, please.
Il cane era tarino, il meraviglioso siberian husky bianco e rosso che nessuno voleva perché in quegli anni in cui quel tipo di cane andava tanto di moda lui povero aveva due difettucci e quindi non andava bene per le mostre canine. Evitare commenti anche in questo caso, ri-please che tanto li ho già esauriti tutti io, con le parole e con i pensieri.
Lo presi anche se aveva già più di due anni. E’ stato un cane eccezionale, un compagno fedele e affettuoso pur nello spirito d’indipendenza caratteristico della razza. Ah, e poi cantava. Lo sa bene raffaella che quando glielo dissi si mise a cantare o sole mio e lui le andò dietro come fosse stato andrea bocelli.
Quindi, messi i puntini sulle i, nel ’90 ci fu l’avventura del ghiaione che contribuì sensibilmente a ridimensionare la storia del fidanzato portandola verso una fine più o meno naturale dopo il capodanno fra il ’90 e il ’91. nel ’91 invece arrivo’ taro, andammo in montagna ad asiago, ed è li’ che ero preoccupata di lasciarlo a casa da solo subito dopo averlo preso.
Ad asiago andammo però in quattro, col pulmino di lula, con raffaella e patrizia. E successero un sacco di cosa ganze che ancora ci si raccontano. Intanto s’era ospiti a casa di tullio kezich che era vicino di mario rigoni stern e ermanno olmi, oltre a un tal erante che pare si chiamasse proprio così ma noi all’inizio avevamo capito invece che “errava” nel senso di camminare a tutte l’ore.
Questa cosa mi portò bene qualche anno fa quando olmi venne a belluno per l’inaugurazione della mostra di arnaldo pomodoro e io gli raccontai, presentandomi, di quella vacanza. Più tardi, quando gli chiesi se potevo intervistarlo lui mi disse di sì, precisando che lo faceva proprio per me, perché da tre anni, e non so bene per quale motivo, non parlava più con i giornalisti.
Successivamente volle rileggere l’intervista e dare il suo placet, in genere non si fa ma che cavolo io lui lo chiamavo maestro, e mi fece un sacco di complimenti dal telefono della sua casa di asiago dove nel frattempo era rientrato.
Beh, è una cosa che conservo nel cuore come un ricordo del tutto speciale.
Poi, sempre ad asiago, successe quella cosa del billo di legno, un tronchetto che trovammo fra gli altri pezzi di legna da ardere, dalla forma inconfondibile. Lo posizionammo a mo’ di soprammobile a centro tavola ma ogni giorno era una lotta perché patrizia non appena ci giravamo lo buttava nel caminetto.
Poi, mentre prendevamo la legna nella legnaia successe che raffaella perse una lente a contatto. Era già sera ma bastò accendere i fari di un’auto per riconoscerne il brillio sulla catasta e recuperarla.
Un giorno tornò il padrone di casa che ci aveva gentilmente offerto ospitalità durante la sua assenza, giovanni figlio di tullio, insieme ad alcuni amici. prepararono il pranzo, sfidandoci ad assaggiare i canederli, che comunque già conoscevamo, e avvertendoci che loro stessi, sottintendendo cioè dei veri montanari, non riuscivano a mangiarne più di tre o quattro nella stessa cena. Evitiamo di dire quanti ne mangiammo io e lula, che forse è meglio.
Per quanto riguarda l’avventura del ghiaione, c’è solo da sentire i ricordi di giovanna. Prima ne abbiamo parlato un po’ al telefono con lula e son venute fuori un sacco di altre cose. Anche la crisi di panico su uno spicchio di roccia sospeso sul vuoto. Ecco, dopo 21 anni scopro che non l’avevo avuta solo io.
Io l’avevo detto subito però. Mi sa che s’era al città di fiume perché stasera vedendo le foto di un’amica su facebook mi è sembrato di riconoscere il rifugio della panchina affacciata sul vuoto e la roccia sporgente dalla quale si affacciavano lula e giovanna era proprio lì vicina.
Ganzo questo percorso all’indietro, questo ricomporre il mosaico della memoria. Lula ha ritirato fuori un sacco di storie che avevo completamente rimosso, mentre io ne ricordavo altre.
Spero che non debbano passare altri venti anni però per ricordarmi, la prossima volta che vado a far la spesa, che ero uscita apposta per comprare il gel per capelli e invece son tornata con un balsamo. E finché non sono stata fuori dal negozio, ormai sulla strada di casa, ero pure convinta di volere proprio quello…

Lascia un commento

Archiviato in non classificati

il primo lancio non si scorda mai

Poi mi son fermata a 12. Un po’ per superstizione, quella di non fare il 13esimo lancio, un po’ per il colpo di frusta conseguenza di un incidente stradale che aveva reso un po’ troppo doloroso praticare questo sport.
Sì perché poi io mica facevo la paracadutista leggiadra di quelle che si lanciano oltre i tremila volano in caduta libera e quando aprono l’ala planano nell’aria fino ad atterrare in punta di piedi… eh no.
Di militare c’ero andata. Ma c’era una ragione.
Comunque quella primavera, era il maggio del ’93, quando un camion mi venne addosso a tutta birra mentre ero ferma con l’auto davanti alle strisce per far attraversare una vecchietta fra l’antiporto e camollia (eh sì cavolo), si stava per cominciare il corso tcl. Che vorrà dire? Tecniche caduta libera? Può essere. Mi informerò, ma ora non è importante e non me lo ricordo proprio.
Qualche mese prima avevo preso il brevetto da paracadutista. Civile io, militari i materiali, paracadute e aerei.
Ovvio che c’entrava babbo. Lui si era sempre lanciato. Quante volte ce lo ha raccontato, il sacco di patate, i voli senza il paracadute d’emergenza e tutto il resto. E io sono cresciuta fra i campi di grano ad ampugnano nell’attesa che il mio babbo scendesse dal cielo.
Nel ’92 tutto d’un tratto avevo deciso di farlo anche io. Babbo invece aveva smesso da un po’. Non dissi niente in casa, memore della paura di mamma ogni volta che babbo partiva e delle scenate che faceva quando tornava a casa con qualche fasciatura.
Tanto ero ampiamente maggiorenne, li avrei messi di fronte al fatto compiuto.
Non disse niente nemmeno babbo che quell’anno aveva deciso di ritornare a lanciarsi. E sì che aveva 68 anni se non faccio male i conti.
Così ci ritrovammo in palestra, in caserma a siena, e facemmo la preparazione insieme. Lui a suo tempo istruttore e con una vita di lanci alle spalle e io che non l’avevo mai fatto.
Avviso, questa storia è un po’ lunga.
Comunque per farla breve, arrivammo al giorno del primo lancio. Una bellissima mattina di novembre col sole nel cielo e l’aria pulita. La notte prima ovviamente non avevo chiuso occhio ripassando mentalmente tutte le cause di mancata apertura del paracadute, le manovre da fare in caso di apertura parziale e via dicendo. Non era ancora accaduto il caso, o almeno noi non lo sapevamo ancora, di quella ragazza che a montichiari a brescia era scesa dritta come un fuso fino a terra. Il principale non si era aperto e lei non aveva fatto in tempo con l’emergenza. Questione di secondi, forse anche meno, in certi casi.
La mattina stabilita arriviamo ad ampugnano ed affrontiamo la trafila prima del lancio. Tutti in fila, in ordine di chiamata, controllo dei materiali, controllo dell’abbigliamento. Indossavo la tuta in acetato con scritto “paracadutisti siena” sulla schiena, non avevo ancora la splendida tuta arancione da protezione civile comprata al mercatino americano a livorno.
Eravamo lì nell’attesa dell’aereo in arrivo da pisa. Un g222. non so se era quello che chiamavano la bara volante o se fosse il c130. nell’esercito usano sempre questi nomi un po’ così forse per sdrammatizzare. Quando non ci danno dentro con le sigle. Che allora lì se non sei del giro ti prende solo un gran giramento di testa. Minimo. Dall’h24 in poi è tutto un acronimo, e solo loro sanno che vuol dire.
Il paracadute era un cmp55 (vado a memoria eh) e lo chiamavano la mamma o qualcosa del genere. Madre, forse. Boh.
Forse perché era il primo o quasi usato per i lanci militari e, per quanto datato, era sicuro ed affidabile proprio come la mamma.
a vederlo dal basso era una medusa, praticamente. Un tondo bianco con due corde dure a morire, non direzionabile, a meno di non staccarsi le braccia dalle spalle a forza di tirare di qua o di là.
L’esercito non lo usava più da un secolo allora lo davano a quelli dei corsi anpdi. (eccola là la sigla, tiè)
Avevamo passato mesi a farci i muscoli, a correre, a far flessioni, a tirarci su alla sbarra, a salire sulla fune e ad arrampicarci sui muri. E a imparare a cascare. Da tutte le direzioni possibili: otto, come la rosa dei venti.
Fate conto di saltare da un muro alto due metri ci dicevano. Ecco. Altro che quelli che atterrano in punta di piedi.
Anche l’abbigliamento era di stozzo, come dicono a siena.
A parte la meravigliosa tuta arancione che avrei usato negli ultimi lanci, un pezzo unico che si infilava dalle gambe e poi si chiudeva con una lunga cerniera, ai piedi avevamo gli anfibi militari originali fatti dal calzolaio della caserma di una misura più grande, per i calzettoni.
Una robina leggera e molto femminile, ma che almeno ti permettevano di marciare per chilometri, con il paracadute sulle spalle e quelle chilate di cuoio ai piedi, per rientrare alla base dopo che il vento ti aveva fatto scendere chissà dove.
Il tutto reso ancora più leggiadro dall’imbracatura stretta come una gabbia, che faceva assumere una posizione da bullo, col rinculo e a gambe larghe, con quelle due sacche appese una sulle spalle e l’altra sulla pancia.
Di un elegante colore verde militare, ovviamente.
Il presidente della sezione mi fa: “Te ti lanci per seconda, dopo babbo, cui abbiamo lasciato l’onore di lanciarsi per primo”.
In aereo invece ci trovammo davanti due ragazzetti, e noi finimmo al terzo e al quarto posto.
“Sono i figli di un generale…”
Ah ecco. Chi conosce l’ambiente capirà.
Comunque una volta pronti in piedi dentro a quell’aggeggio rumorosissimo, attaccato il gancio alla fune di acciaio, ci avviamo verso il portellone. Babbo si gira e mi dice: “Simona, ci si vede giù”. Sparendo nel vuoto.
Io, appena fuori dall’aereo vidi il cielo dappertutto. Sopra, sotto, di lato. Oddio, pensai. Aiuto.
Ma tempo qualche secondo e sentii come uno strattone, mi sembrò di risalire in alto e di rimanere lì, immobile, nel cielo.
Il campo di ampugnano è bellissimo, in mezzo alla campagna senese. Da lassù vedevi i campi a perdita d’occhio mentre l’orizzonte sfumava nel verde dei boschi. E quel cielo, di un azzurro assoluto, e tutti quei puntolini bianchi che scendevano giù piano piano.
Babbo mi chiamava. “simona, simona” sentivo gridare.
Boh? Forse avevo qualche problema al paracadute? No no era solo per salutare, mi disse dopo a tera.
A parte che se guardavi in su vedevi un puntolino bianco grande come un cappello e la cosa non ti tranquillizzava nemmeno un po’. Però stavi in aria, quello sì. Ed era una sensazione magnifica.
Durò poco. Una manciata di minuti. Poi mi preparai ad atterrare, puntai verso l’aeroporto attaccandomi con tutto il peso alle funi che reggevano il paracadute per direzionarlo almeno un po’. Funzionò. La caduta fu perfetta. Capriola anteriore laterale agevolata da un colpo di vento. Poi, appena in piedi, raccolta la vela e messa dentro allo zaino da cui era uscita, mi incamminai verso la base. La giornata sarebbe stata perfetta per farne un altro. Ma il regolamento lo impediva.
Gli altri due lanci necessari per il brevetto così si sarebbero fatti in un giorno diverso un mese dopo. Peccato.

Questa storia, una sera di qualche anno fa, seduta al tavolo di un’osteria a belluno, la raccontai a un ragazzo. Ricordo che ridemmo un sacco. Anche lui aveva fatto il paracadutista, oltre a un sacco di altre cose. Con noi c’era una comune amica che forse aveva portato apposta il discorso sull’argomento conoscendo le rispettive esperienze.
Quel ragazzo era simpatico, ma tanto, aveva i capelli lunghi, il sorriso aperto e gli occhi svegli.
In seguito l’ho ringraziata, l’amica, per avermelo fatto conoscere. Anche se lo incontrai solo quella volta.
Ora non sarà più possibile. E’ volato via insieme ad altri tre nell’estate di due anni fa.

11 commenti

Archiviato in la recherche du temps perdu, non classificati

forse ho letto troppi polizieschi

Forse, se non avessi letto tutti quei polizieschi, non avrei tutta quella paura quando attraverso un parco da sola. O forse, se non avessi fatto la giornalista non mi verrebbero in mente tutti quei casi di cronaca nera. O forse se fossi meno paranoica, o chissà che… perché io mica sono paranoica, poi…
Ora non voglio dire che vado nel bosco da sola o qualcosa del genere e poi mi viene paura. No no. Siccome ho paura a prescindere non ci vado. Però basta che sia anche solo con un’amica e nemmeno me ne accorgo. Della paura intendo. Come se in due donne, metti mai che arriva il cannibale della slovacchia, ci si salvasse lo stesso…
Allora, succede che nei giorni di lavoro, quando riesco a svegliarmi presto la mattina, mi faccio un giretto facile facile intorno casa, tanto per ossigenarmi un po’. Mentre mi metto le scarpe da ginnastica penso al percorso da fare, considerando il tempo a disposizione, da calcolare secondo l’ora in cui parto. Perché dopo c’è da fare la doccia, leggere i giornali su internet prima di andare in tribunale, rispondere a qualche e-mail, colazione, certe volte fare una lavatrice o azionare la lavastoviglie, la spesa, cuocere qualcosa per il pranzo, mettere a posto i documenti, qualche telefonata, prepararsi e uscire.
Qualunque sia il giro che scelgo ci deve essere almeno un passaggio in mezzo al verde, però.
Ora, quando sono in toscana il problema non si pone perché in campagna ci vivo e non ho nemmeno problemi di orario, più o meno. A belluno invece bisogna partire da piazza duomo che è in centro che più centro non si può. Ma siccome belluno alla fine è piccola e anche abbastanza verde il problema è presto risolto.
E infatti nel giretto standard da mezz’ora sono compresi ben due parchi. Piccoli ma belli verdi.
Allora funziona così. Scendo le scale a piedi, lascio le chiavi nella cassetta delle lettere tenendo solo quella piccola, e vado.
Il primo parco è in fondo a una lunga discesa, un po’ distante dalle case e incastonato fra una strada e un grosso posteggio. Qualche volta all’ora di pranzo, forse la domenica, ci sono le badanti a fare il pic-nic. Ma al mattino presto non c’è un’anima. Così non appena imbocco il vialetto alberato di faggi e carpini mi assale subito quella paura lì del tipo che i muscoli si tendono e il respiro si fa corto. Eccola arriva.
Quando passo di lì mi torna in mente, ma sempre cavolo, la storia dell’avvocatessa dalla carriera in ascesa massacrata da una gang di neri vicino ad harlem a central park. Sempre. Vedi che non sono solo i polizieschi?
E sì che è successo una marea di anni fa. Minimo sarà stato l’81 prima della tolleranza zero di giuliani e via dicendo.
Ma siccome questa paura è del tutto irrazionale, lo capisco bene, non siamo a new york e non ci sono gang, mi faccio forza e vado avanti.
Senza farmi accorgere, a volte il mostro fosse nascosto dietro un albero preferirei non fargli vedere che ho questa paura, un po’ come si fa con i cani, passo ai raggi X alberi e fogliame, con l’aria di quella che guarda giusto il panorama. Nel silenzio assoluto tendo le orecchie attenta a carpire eventuali movimenti di foglie o passi forzatamente leggeri. Mi costringo a non correre, respiri profondi e sciolgo le spalle con nonchalance. Ecco, sono quasi in fondo.
Potrei anche passare proprio dal parco, dal percorso vita, ma è troppo interno, mi mancherebbero vie di fuga, nel caso, e così continuo per la stradina.
Stamani mi si è proprio mozzato il respiro. Appena fuori mi sono trovata davanti un uomo.
Ho girato subito largo decidendo sul momento di deviare verso la strada asfaltata. Quando ho visto che il terribile mostro era un nonnetto che portava a spasso il cagnolino ho virato di nuovo in mezzo ai camper attraversando il posteggio.
Non credo che faccia tanto bene alla salute questa cosa qua, ma che ci posso fare?
Il secondo piccolo parco invece si può attraversare tranquilli. O almeno, a me quello non fa venire un pensiero strano che sia uno. All’inizio c’è una colonia di gatti. Oggi mi è sembrato di vederne anche diversi nuovi. O magari saranno gli stessi ma cresciuti.
Mi lascio sulla destra la scuola elementare, in questo periodo deserta, e salendo allegramente gli scalini entro decisa nel verde. Qui ogni tanto passa qualcuno anche a quell’ora, ma da sola o no, chissà perché, la paura non assale.
C’è un albero grande, fra tanti, un faggio, a cui mi piace appoggiarmi con le mani, chiudere gli occhi e assorbirne l’energia.
Poi mi rimetto in cammino, ormai verso casa, rigenerata, prima della solita lunga giornata di lavoro al chiuso di quelle quattro mura.

5 commenti

Archiviato in diario, non classificati

quella volta da inviata a Coverciano

Chissà perché stamani mi è tornata in mente quella volta che sono andata a Coverciano a intervistare i calciatori della Nazionale.
Era la primavera del 2002, a Firenze faceva un caldo della madonna, io avevo ancora la mia meravigliosaspiderrossacoltettuccioneroeifariapalpebra e non vivevo a Belluno, anche se mi sarei trasferita di lì a un mese.
Siccome lavoravo a Firenze mi chiamò un amico chiedendomi se potevo fare un salto a Coverciano per delle interviste che gli servivano nell’ambito di un ufficio stampa di qualche azienda. Il motivo per cui lo chiese a me, oltre al fatto che mi trovavo in loco (ah ah, Catarella!), è che a Coverciano entrano solo i giornalisti professionisti.
Andai intorno alle 2, scappottata sotto un sole rovente (i fiorentini sanno di che parlo), mi presentai all’ingresso, feci la registrazione e mi trovai di fronte a un bivio. In pratica entro una mezz’ora avrebbero sguinzagliato un pacchetto di cinque giocatori a sorpresa, intervistabili girando a destra, o il mitico Trap, nella stanza a sinistra.
Impensabile fare entrambe le cose, quindi optai decisamente per la sorpresa calciatori. Di calcio non ci capisco granché ma mi sembrò la decisione migliore. In più di un senso. Anche se, a dir la verità, non mi sarebbe dispiaciuto affatto sperimentare di persona lo strano eloquio di mister Trapattoni.

Fuori uno. Alex Del Piero! Minchia… Si parte alla grande! Ah, forse non ho detto, mi pare, che era il ritiro prima dei Mondiali della Corea del Sud. Una strage… ma ancora almeno non si sapeva.
Alex si siede sciolto su un tavolo, i giornalisti intorno premono, c’è la solita jungla di microfoni e telecamere, i fotografi scattano. Non ricordo le domande, ma mi sa che quello non era proprio un gran momento per lui, doveva riprendersi da qualche problema o qualcosa del genere. Comunque niente da dire. Carino, gentile, disponibile, pacato. Vabbè, lui. Del Piero.
Aspettai timorosa fino in fondo il mio turno, sperando che nel frattempo i colleghi sportivi si stufassero e abbandonassero il campo, e poi alla fine me ne uscii davanti a tutti con la mia domandina sugli investimenti in fatto di impianti sportivi. Strano, non si mise a ridere nessuno come invece avevo temuto. E Del Piero rispose tranquillamente come aveva fatto con tutti gli altri giornalisti.

Rinfrancata, mi misi a caccia degli altri. Ah, siccome in realtà di calcio non ne capisco niente se non per sentito dire, non avevo nemmeno idea, escluso Del Piero, di chi potessero essere gli altri.
“Oh, ce n’è uno con i capelli biondi a caschetto” dicevo al cellulare al mio amico, il committente.
“Come parla, napoletano?”
Aspetta che mi avvicino.
“Sì, mi pare di sì”.
“Allora è Fabio Cannavaro, vai…”
“Vado”.

“Ciao Fabio! Sono Simona Pacini, ti volevo chiedere che cosa ne pensi degli impianti sportivi per i giovani eccetera eccetera…”
Era da solo, alto più o meno come me. Lo dico per certo perché mi si stampò addosso. Ce l’avevo davanti a un centimetro con quell’aria da scugnizzo che poi non ti dava nemmeno troppo fastidio. Avercelo un po’ appiccicato, intendo.
Anche lui rispose, presi i miei appunti sul taccuino, scusa ti sposti un attimo, grazie ciao.

Non avevamo mica tutto il tempo che volevamo a disposizione. Bisognava correre per beccarli, intrufolarsi fra i colleghi più esperti, strappare la dichiarazione e andare alla ricerca di un altro. Il tempo stava per scadere.

A Coverciano entri in una specie di palazzo ma poi esci in un giardino molto grande, subito prima dei campi di allenamento. E le interviste le facevamo lì, all’aperto.

Ne vedo un altro accerchiato da giornalisti con i soliti microfoni, telecamere e taccuini. Non ho tempo di chiamare il mio amico. Mi butto, cerco di cogliere qualche particolare dalle domande degli altri. Qualcuno parla di Atalanta. Era un ragazzo bellissimo, alto e con gli occhi celesti.
“Sarà stato Cristiano Doni” fa il mio amico sentendo la descrizione. Boh, mai sentito prima.

Toh, Francesco Coco. Di questo non ricordo se lo conoscessi o no, ma mi pare strano. Me l’avrà detto il mio amico di sicuro.
Aspetto che due tizie finiscano di intervistarlo. Sono evidentemente infastidite dal fatto che io stia lì dietro sentendo le loro favolose domande ma non sanno che non ho alcuna intenzione di copiare la loro intervista. L’unica cosa che mi preme è non farmelo scappare. Ho detto che li intervisto tutti e cinque e cinque devono essere, oh!
Alla fine le tipe finiscono e dopo avermi incenerito con un’occhiata si allontanano e mi lasciano sola con lui. Gli faccio la mia domanda ma non mi pare che risponda a tono e mi viene la faccia un po’ stupita. Allora lui prende il mio blocchetto e ci scrive Camp Nou. E che cosa vuol dire scusa? Ah, è lo stadio di Barcellona dove ti piacerebbe tornare a giocare? Sì ma che c’entra scusa? Vabbè, pensava che gli avrei fatto anche io le domande come tutti gli altri. E invece no.

Sono vicina all’uscita, nel vialetto da cui si rientra nelle sale piene di frigoriferi straboccanti di bibite e con il tavolo del buffet, quando ne passa un altro di corsa. Questo lo conosco. E’ Pippo Inzaghi. Scusa, posso farti una domanda? Lo fermo afferrandolo per la maglia. Lui risponde tutto di fretta e poi riparte di corsa.
Ok, sono cinque. Fatto!
Non è andata nemmeno troppo male.
Mi fermo un attimo intorno a una fontana, o forse era un’aiuola, per ritemprarmi e risistemare gli appunti. C’è quella giornalista sportiva della Rai, come cavolo si chiamerà. Con lei c’è una tipa che le tiene il cagnolino, pare che siano inseparabili (con il cagnolino non con la tipa). Una non tanto simpatica con l’aria un po’ supponente. Infatti quando le dico, che carino!, accennando una carezza al cagnetto, mi fulmina con lo sguardo e non dice una parola. Manco risponde al saluto. Vabbè, pace.

Esco da Coverciano, risalgo sulla mia meravigliosa spider e torno a Firenze.
I mondiali del 2002 poi non andarono molto bene. Durarono poco, fino agli ottavi, ah già ci fu quella storia dell’arbitro disonesto. Ma quando li vidi, strana la vita, ormai ero già a Belluno.

8 commenti

Archiviato in la recherche du temps perdu, non classificati

una vita da privilegiata

Si’ lo so, sono una privilegiata. Faccio la giornalista.
Qualcuno dice che e’ il lavoro più bello del mondo. Ma mi fa venire il dubbio che non l’abbia mai fatto veramente. O forse l’ha fatto al corriere della sera, magari come inviato, o al new york times.

Noi, i giornalisti vecchia maniera della carta stampata, siamo quelli che si alzano tardi al mattino e prima delle 11 (ma ce ne sono anche che iniziano molto dopo) non carburano.
Bella vita, commenta il popolo delle 8.
E noi zitti, che vuoi dire, con tutti i nostri privilegi? Ma quando quelli delle 8 ci invitano a prendere un aperitivo o a cena, noi diciamo no grazie a quell’ora lavoro.
Ma tanto facciamo sul tardi cosi’ ce la fai anche tu.
Ah grazie. Quindi, a che ora?
Sette e mezzo-otto.
Ecco, qui il mondo si divide in due. Da una parte la gente normale che dice ok a dopo. Dall’altra i giornalisti che si mettono a ridere. Per non piangere, ovvio.
Vabbe’ inutile spiegare che in una redazione uno che abbandona la scrivania alle 19.30 deve avere almeno una ragione di vita o di morte perche’ altrimenti, minimo non ha capito bene ne’ chi e’ ne’ che cosa sta facendo. E poi chi li sostiene gli sguardi dei colleghi che rimangono muti e seduti al loro posto?
Quella e’ l’ora in cui convergono tutte le energie mosse durante il giorno. Arrivano gli ultimi pezzi dei collaboratori, in genere tutti insieme, e si titolano le pagine rimaste bianche.
Si mettono le ultime foto, si fanno i richiami in prima, le locandine. Si riguardano le pagine correggendo errori, grafici o refusi.
Si ascoltano i tg locali per una verifica delle notizie. Si pensa al giornale del giorno dopo, a buttare giu’ idee da sviluppare, a come sviluppare e riprendere le notizie gia’ scritte. Si chiamano i collaboratori, i fotografi per assegnare i servizi. Si controllano i lanci ansa. Si aspetta quello che ancora manca per chiudere il giornale.
Si fa il giro di nera, non l’ultimo, ma quello dove se succede qualcosa cominciano a girarti… Magari arriva una notizia improvvisa e si rifa’ da capo una pagina intera, buttando all’aria il lavoro della giornata. Si cambia la prima, nuove locandine.
Vabbe’ ormai sono le 21, le 21.30, le 22. Dove vuoi andare?
Finendo presto, alle 21.45 c’e’ il cinema in centro. Salti la cena e vai. Ogni tanto si puo’ anche fare…

Sul blog del corriere della sera qualche giorno fa c’era la storia di una loro giornalista che si e’ licenziata perche’ non riusciva più ad andare a cena. A vivere la vita negli orari degli altri.
Vabbe’, anche quelle sono scelte…

Ah, e poi ci sono quelli che il venerdì’ ti dicono buon week end.
Ma che fai, prendi in giro? Secondo te chi li fa i giornali che leggi la domenica e il lunedì’?
E i ponti? I festivi? Sconosciuti. Il giornale sta chiuso solo per san silvestro, vigilia di natale e natale, pasqua, primo maggio e ferragosto. Stop.
Tutti gli altri giorni si lavora: pasquetta, santo stefano, capodanno, 8 dicembre. Tutti quelli in cui la gente normale, quasi tutta, fa festa. Una botta di fortuna, eh?

E allora scusa, ma te quando stai a casa? Un giorno a settimana.
La domenica? Dipende. Uno, ma non sempre lo stesso. Dipende dalle esigenze della redazione, a volte anche dalle tue (nel senso di mie).

In quel giorno, in quell’unico giorno libero, cerchi di concentrare tutto quello che non puoi fare quando lavori. La spesa, il medico, il meccanico, metti le gomme da neve, togli le gomme da neve, tagliando, revisione, la palestra, la passeggiata con l’amica, il cinema con l’amica per una volta senza correre magari si mangia anche la pizza o si beve qualcosa. Le telefonate agli amici, le email agli amici, l’estetista, il parrucchiere, lo shopping, il mare, il lago, il fiume. Riordinare la casa, portare i fogli per la dichiarazione dei redditi al commercialista. Preparare lo yogurt, lo zenzero candito, fare il ghee (vedi la cucina di simona).
Riposare, guardare la televisione, farsi fare un massaggio, ascoltare la radio, farsi un automassaggio, ascoltare un cd, leggere un libro, scrivere un libro, invitare un’amica a pranzo, cucinare, mettere a posto, controllare l’agenda, pagare l’affitto, pagare la luce, l’acqua, i rifiuti. Guardare il panorama dalla finestra, pagare il bollo auto, spaparanzarsi sul divano, leggere il giornale, leggere l’inserto del giornale, leggere il libro distribuito col giornale, accendere un incenso, rimettere a posto i vestiti nel caos di camera tua, rimettere a posto le scarpe nel caos del guardaroba, sistemare i documenti dividendoli nelle cartelline casa, auto, spese sanitarie, bollette. Cartellina dichiarazione dei redditti, cartellina richiesta rimborsi, cartellina da pagare, cartellina varie.
Farsi piedi e mani, lavarsi i capelli, asciugare i capelli, ricci o lisci, sistemare la dispensa, capire da dove vengono le farfalline e buttare via i cibi sospetti. Portare giu’ la spazzatura, portare i vestiti vecchi alla caritas, portare le buste che non uso al negozino sotto casa. Guardare gli orari del cinema, aprire facebook, cazzeggiare, scrivere sul blog, bersi un te’ allo zenzero, farsi una tazza di latte caldo, andare in farmacia, organizzare la festa dei toscani, controllare la batteria dei telefoni, ripulire il computer, cambiare la lampadina…
Uff! Finito.
Tornare al lavoro.

E magari rispondere a telefonate di gente nervosa perche’ non gli piace quello che hai scritto o come l’hai scritto, ricevere email di protesta per quello che hai scritto, leggere su facebook quello che avresti dovuto scrivere e come avresti dovuto scriverlo, eccetera eccetera…

Eh si’ non c’e’ che dire… E’ proprio una vita da privilegiata…

Inviato tramite WordPress for BlackBerry.

12 commenti

Archiviato in non classificati

piccola ode per i gioielli perduti

Non amo particolarmente i gioielli. Ed e’ un non amore ricambiato. Infatti loro, appena vengono a contatto con me, o si rompono o scompaiono. In continuazione.
Qualcuno pero’ ne trovo, anche. Qualcun altro lo compro, ogni tanto. Più spesso me li regalano.
Ma non amo troppo indossarli. Mi danno fastidio, mi impicciano, mi ingombrano.
Non porto più nemmeno gli orecchini perche’ sbattono con il telefonino…
Nemmeno quelle palline d”oro che mi piacevano tanto… No no, praticita’!

Le collane mi graffiano, mi pesano, mi lasciano i segni sul collo.
I braccialetti sbattono sulla scrivania mentre scrivo al computer, rimangono inpigliati nella borsa, nella camicia, nel maglione, e tirano i fili e si rompono. Gli anelli ingombrano, con un anello ‘estraneo’ non riesco nemmeno ad aprire il portafoglio. Mi fa girar la testa, mi toglie la consuetudine dei gesti quotidiani. Sballa.

Qualcuno pero’ lo indosso e allora diventa parte di me. Come i due anelli, tutti e due regali, che porto all’anulare sinistro.
Un’amica ci ha provato a lungo a farmeli togliere. “Finche’ li porti rimarrai single – diceva – perche’ tutti pensano che tu sia sposata”. Aveva ragione, ma solo sulla prima parte. Se uno mi conosce SA che non sono sposata.
Ma questo e’ un altro discorso e non e’ cosa, comunque, che mi preoccupi. Anzi.

Mi piacciono molto le collanine. Girocolli leggeri. Quelli li porto, ma alla fine li perdo sempre. Infatti.
Anni fa mi comprai una catenina d’oro per metterci i ciondolini che mi avevano regalato: un sole-luna, un orsacchiotto.
Una sera andando a un parcheggio a poggibonsi con un amico, si ruppe la chiusura e mi ritrovai con collana e ciondoli in mano. La misi nel portafoglio, dove stanno le monete. O forse di la’, dove stanno le banconote. Insomma, i ciondolini rimasero, la catenina volo’ via.
Chissa’ dove.

Un giorno, tornando dalla toscana mi fermai a fare benzina in autostrada. In genere scendo dalla portiera di sinistra e poi apro da fuori quella di destra per prendere i soldi dalla borsa. Cosi’ facendo vidi che proprio sotto allo sportello di destra c’era qualcosa che brillava. Lo presi. Era un girocollino d’argento fine fine con un brillante a stellina. Bigiotteria, ma era molto carino. E anche molto brillante. Da allora non me lo sono più tolto.
Un giorno pero l’avevo appoggiato sulla spalliera del divano. Poi sono andata a buttare la spazzatura e quando sono tornata era sparito.
L’ho cercato per un po’ pensando che fosse scivolato a terra, ma niente…
Andato, cosi’ come era arrivato.

Lo stesso per la collanina indiana di pietre dure, un ‘mala’, una sorta di amuleto-simbolo con 108 grani.
Quella mi piaceva proprio tanto e stava bene anche con l’altra. Ci facevo un nodo in fondo perche’ era un po’ troppo lunga per stare sciolta.
Anche quella l’ho tolta un giorno per fare yoga e poi mi pare di averla ripresa per mettermela alla fine. Ma devo aver fatto anche qualche altra cosa insieme. E allora la collanina mi sara’ caduta mentre ero distratta da altro. Non ci ho più pensato per un po’. Fino a quando, cercandola, ho capito che ormai era sparita anche quella.

Allora ho ripreso il girocollo d’oro con il cuore di brillanti, un regalo. Ma dopo un po’ si e’ rotta la chiusura e l’ho rimessa nel barattolo, credo.

Una volta, rimettendo a posto delle cianfrusaglie ho trovato un cuoricino verde di giada che mi aveva portato babbo dalla thailandia. L’ho messo al portachiavi cosi’ lo portavo sempre con me. Ma l’altro giorno ho visto che e’ rimasto solo il contorno di metallo, vuoto.
Il cuoricino di giada non c’e’ più…

Allora ho pensato di scrivere un ricordo per questi pezzettini di materia che mi hanno fatto compagnia per un po’ e che ora chissa’ dove sono…
Metti mai che facciamo pace

Inviato tramite WordPress for BlackBerry.

4 commenti

Archiviato in non classificati

il vento fra le tende

Finestra spalancata e tende tirate. Che volano, al soffiare del vento di questa sera estiva che non sembra neanche bellunese.
A Pantelleria le tende volavano proprio così nella casa affacciata sul mare.
Ricordo che era ottobre. Un ottobre di dieci anni fa, il 2001.
Ero andata in vacanza da sola perché l’amica che doveva venire con me insieme alla sua bambina si era impaurita. In quel periodo, dopo l’11 settembre 2001, appunto, gli aerei cadevano giù come impazziti. Ci fu quello in Svizzera, mi pare, un altro su New York. Lei andò oltre e mi disse, quando ci presentammo in agenzia per disdire la sua prenotazione: “Figurati se porto mia figlia sui cieli di Ustica”. Vabbè, era un po’ agitata. Comprensibile.

Decisi di andare comunque. Avevo finito una sostituzione di sei mesi a Treviso e avevo voglia di distrarmi un po’, di girare, di mare.
Era stato un anno brutto quello, tanto brutto.
Prima il G8 a Genova, con Carlo Giuliani, e poi l’11 settembre, una botta niente male per una che si sarebbe trasferita a New York anche domani mattina. E poi era morto Indro Montanelli.
Roba che mi misi a piangere in questura mentre aspettavo, con un collega, di parlare con il capo della mobile. E i poliziotti che pensavano fosse per i casini di Genova e mi guardavano storti…
forse era anche l’anno di Erika e Omar.

La partenza, se ricordo bene, era fissata il 17 ottobre. E anche la data, a dirla tutta, non dava poi tutto quell’affidamento. Non era questione di essere superstiziosi, era che in quel periodo non ci si capiva proprio più niente e ogni scusa era buona per aver paura di tutto.
Ricordo in aeroporto, a Fiumicino, c’era una tensione che si tagliava. Quasi deserto, guardie ovunque.
Dopo il check in, in sala d’attesa le persone avevano volti tesi, stavano in silenzio, si muovevano nervosamente.
Ci fu un ritardo alla partenza, arrivò un addetto a spiegarcene le ragioni. Ascoltammo tutti in silenzio temendo chissà che.
Non era niente di grave, ovviamente.
cause tecniche, disse.
Ma ricordo ancora i volti terrei delle persone costrette a volare in quell’autunno maledetto. Compreso il mio.

Poi andò tutto bene e quella vacanza me la ricordo ancora come fosse stata ieri. Ricordo la casa con le finestre sul mare, con il terrazzino dove facevo colazione affacciata su quella distesa infinita di blu.
Ricordo la vicina, la madre del ragazzo dell’agenzia, che mi faceva trovare davanti alla porta sempre qualcosa di pronto da mangiare. Il giorno in cui arrivai mi invitarono anche a pranzo.
In realtà avevamo scelto un dammuso, una delle case tradizionali di Pantelleria, ma il ragazzo, quando gli dissi che la mia amica aveva disdetto, preferì darmi una casa in paese anziché una sperduta nella campagna.
Con la macchina che presi a noleggio mi spettava anche uno scooter. Lo lasciai là, naturalmente. Ero da sola. O l’una o l’altro.
Girai l’isola in lungo e in largo. Prima da sola, poi conobbi delle persone, qualcuno del posto, altri turisti. Perfino un anziano giornalista romano di cui avevo conosciuto un nipote, giornalista anche lui. Andammo alla sauna naturale nella grotta in alto, quella che affaccia sulle distese dei campi coltivati a vigneti per il passito.
Dopo il mare si andava a mangiare una cassatina al bar sul porto.
I ristoranti erano ormai quasi tutti chiusi, ma il pesce spada alla pantesca lo facevano in un ristorantino sul porto. E poi ce n’era un altro un po’ fuori, dove ero andata un po’ di volte.
Anche lì si mangiava pesce. Ovvio.
Dei paesini non mi ricordo nemmeno un nome, però.

La prima sera mi agganciò un tizio alto e scuro, con i riccioli, tutto vestito di nero. Pareva un corvo. Era un personaggio strano che viveva nell’isola, faceva il radiologo all’ospedale e infastidiva le donne. Pare che avesse avuto anche dei problemi sul lavoro a causa di questo suo modo di fare. Qualcuno deve avermi detto che lo volevano cacciare.
Si muoveva su una vespetta e me lo ritrovavo fra i piedi ovunque andassi. Ma avevo smesso di salutarlo e cercavo di schivarlo in ogni modo.
Un giorno, tornando a casa sulla Panda, lo trovai con la Vespa stesa a terra in mezzo alla strada. Vidi subito che non si era fatto niente e, anche se si sbracciava per farmi fermare, tirai dritto. Risalì sulla vespa e mi venne dietro, ma riuscii a seminarlo.

Faceva ancora caldo ma l’estate era agli sgoccioli. Anzi, ad essere pignoli a fine ottobre si era già in pieno autunno, ma laggiù, a un tiro di schioppo dalla Tunisia, sembrava fine estate.
Le giornate erano più corte, però. E quando tornavo a casa il tempo della doccia coincideva ormai con l’imbrunire.

Ero diventata amica di Massimo, un ragazzo che gestiva la tabaccheria del porto. Fra l’altro, ai tempi, fumavo ancora.
Lo avevo conosciuto in un posto con delle vasche scavate nella pietra dove si faceva il bagno nell’acqua calda, dovevano essere delle antiche terme romane. Ci si trovavano anche le pietre pomice, quelle che si usano per sfregare le callosità della pelle. Ne presi qualcuna, che regalai. Una o due ce le ho ancora.
Una sera, prima di partire, mi invitò a cena a casa sua insieme al giornalista anziano. Massimo era orfano di madre e il padre, che andava spesso per affari in Algeria, aveva cucinato del pesce e del riso.
O del cous cous, non ricordo.

Ricordo invece la pista di atterraggio per gli aerei che era cortissima. Arrivavi e sembrava di andare a sbattere contro i monti, partivi e pareva di tuffarsi in mare con l’aereo e tutto quanto. O viceversa. Ma non era così. Al momento giusto l’aereo si fermava o spiccava il volo.

Da Pantelleria portai a casa, come si conviene, bottiglie di passito e barattoli di capperi sotto sale, insieme alla convinzione rafforzata che l’aceto, come si usa noi, li uccide, invece.

Il vento si è calmato, insieme alle tende. E’ tempo di andare, ormai.
Lo ringrazio per il ricordo che ha fatto affiorare e per l’immagine della finestra sul mare che, almeno per questa sera, mi farà compagnia.

6 commenti

Archiviato in non classificati

AAA vendo scarpe praticamente nuove

Io mi chiedo, ma chi me l’ha fatto fare? Chi me l’ha fatto fare di comprare quel paio di scarpe che tanto lo sapevo che non me le sarei mai messe…
La risposta e’ facile. La commessa.
Eh si’, cavolo. Dopo tanto tempo ancora non ho imparato. Eppure mi e’ gia’ successo un sacco di volte.
Vedo in vetrina una cosa che mi piace, c’e’ scritto sopra praticamente che e’ fatta apposta per un’altra, ma io, cretina, sfodero ugualmente la carta di credito e la compro.
Per poi lasciarla marcire inesorabilmente nell’armadio (che non ho).
Sto usando un sacco di postfissi in -mente. Brutto segno.
Allora, dicevo. Tempo fa vedo queste scarpe in vetrina, vetrina prestigiosa, e penso: quelle col tacco basso fanno per me. Il fatto e’ che ne ho gia’ un paio simili ma avendole portate molto un quasi bis ci sta tutto.
Il fatto e’ anche che le ho ai piedi per cui quando chiedo alla commessa lei decreta: “melio quelle col tacco alto, le altre sono come quelle che hai gia’”.
Il ragionamento non fa una piega.
Si’ ma lei non puo’ sapere che la pianta del mio piede e’ anatomicamente allergica alla suola verticale e che le mie cicciotte estremita’ mal si fanno contenere in una rete di cordini in pelle taglienti.
Lei no, ma io si’.

Mentre son la’ che cerco di decidermi fra le due versioni, tacco alto o tacco basso, entra una tipa insieme a un avvocato. Lui lo conosco, tempo fa gli chiesi, fuori dall’aula delle preliminari se avesse un processo e lui mi disse che aveva un rito abbreviato. Che cos’e’, gli chiesi io. E lui mi spiego’, come se recitasse il codice di procedura penale, che cos’era il rito abbreviato. Roba da matti.
Rimasi talmente basita che non mi venne nemmeno da precisare il senso della mia domanda.
Si’ che poi evidentemente (rieccoci) io ci devo avere proprio l’aria di quella un po’ cosi’, come dire, svanita? Boh, ignorante. Chesso’?
Proprio stamani, girellando fra le bancarelle del mercato, mi son messa a guardare una maglietta.
“I don’t get out of bed for less than 10.000 $ a day. Linda Evangelista” c’era scritto.
Subito la commessa mi ha detto con fare invitante che quella era proprio una bella maglietta. Si’ si’, ho risposto, e ho continuato a guardare perplessa la frase della top model. Al che la tipa mi fa, per sboccare la situazione: “vuol dire ‘io non scendo dal letto per meno di 10000 $ al giorno’, e’ una frase di Linda Evangelista”.
Ecco, grazie.
“Certo, ho letto. Proprio per questo non ero convinta”. E quindi l’ho comprata.
Proprio non mi capisco.

Tornando all’avvocato del rito abbreviato nel negozio di scarpe, la sua amica ha iniziato a provarsi un sacco di roba catalizzando l’attenzione della commessa. A quel punto sarebbe stato facile per me dire “prendo quelle basse”. O ancor meglio: “ok, grazie. Ripasso più tardi”. E invece no.
Con la vaga, ma nemmeno troppo vaga, sensazione di fare l’acquisto sbagliato e allo stesso tempo con un malcelato senso di sfida, “perche’ no?”, ho preso quelle più alte.
Poi, sono state per un mese almeno nella loro scatola. Stamani le ho indossate, ho percorso i 400 metri che mi separano dal lavoro e ritorno, e gia’ so che non accadra’ mai più.
Quindi, se qualcuno le vuole…
Ah, sono un 38.
Come nuove…

Inviato tramite WordPress for BlackBerry.

3 commenti

Archiviato in non classificati

campi magnetici

Lo confermo e lo ribadisco. Non ci sono più dubbi. Io attraggo i rompicoglioni. Chiedo scusa per la parola, posso anche chiamarli scassacazzi spaccaballe spaccamaroni scassaminchia e la sostanza non cambia. Oh!
Allora, oggi sono stata a fare la spesa in un supermercato. Ho appoggiato la roba sul nastro ed ero già pronta a mettere tutto nelle borse quando è arrivato un tizio con tre cosette in mano e le ha piazzate sulla mensolina di plastica davanti al cassiere, proprio in mezzo fra le mie cose da battere e quelle già battute. E questo, dal mio punto di vista, non è un buon inizio. No, proprio per niente, direi

Infatti il tizio, come mi aspettavo, ha subito cominciato a scambiare frasi con il cassiere, che avrebbe dovuto essere invece concentrato nel battere il mio conto. Ovviamente il cassiere doveva anche parlare con me visto che un contenitore di detersivo aveva perso del liquido e la confezione del sale per lavastoviglie non pareva integra come avrebbe dovuto essere. Ma c’era lo scassapalle che parlava, non so nemmeno di che in quanto ho cercato di ignorarlo.
Ovviamente, al momento di pagare, la mia carta di credito aveva difficoltà a funzionare, come sempre succede in quel negozio e solo in quello. E io ho detto, riprovi per favore. Riprovato, funzionato. Ma, non solo il commesso si è sentito in dovere di invitarmi a rivolgermi alla mia banca perché la carta aveva evidentemente dei problemi. “Guardi, ha funzionato benissimo fino ad ora” gli ho detto.
No, per lui si stava smagnetizzando. Sono cose che succedono e bisogna avvisare il prima possibile la banca così che la cambi prima che accada il peggio. Il peggio dovrebbe consistere nel fatto che la carta non funzioni più, credo.
Ecco, dicevo, non bastava questo. No, per niente. Questo è stato solo il “la” perché lo scassaminchia di turno, che nel frattempo se ne stava lì impalato in mezzo alla mia spesa a cercare di carpire ogni secondo libero del cassiere per attirare la sua attenzione, ha colto la palla al balzo per dire la sua sui campi magnetici dell’universo.
Ci mancava proprio.
Ovviamente, fra il disquisitore di campi magnetici e il cassiere da lui distratto, si sono persi alcuni passaggi della mia pratica per cui sono dovuta tornare nel negozio dopo qualche ora per completare il tutto…. Diciamo che il cassiere mi aveva dato ciò che non volevo e viceversa, cioè non avevo potuto chiedergli ciò che dovevo.
Eccheccazz…
No, non lo voglio sapere che cosa c’entrano i campi magnetici della terra con la mia carta di credito!!!
Che fra parentesi, un quarto d’ora dopo in un altro negozio è andata liscia come l’olio…

Ma non è mica finita qui… eh, no!
Oggi, giorno libero finalmente, vado al mare.
A parte il fatto che lasciare belluno col sole (sì sì… un pochino ce n’era, davvero) e trovare la pioggia al mare mi sembra già un caso degno di segnalazione. Ma che, nell’unica mezz’ora che è smesso di piovere, proprio nel momento in cui stavo guardando messaggi ed email sul telefono apprestandomi a rispondere, arriva una tizia che mi si piazza sullo scoglietto di fronte e mi racconta tutta la sua vita, questo no eh…
Che poi era un continuo, “lei che ne dice, signora?”. Ma prima che io aprissi bocca per rispondere questa era già passata tranquillamente ad un altro argomento. Tanto per far capire il livello della conversazione….
Meno male, anche perché non la capivo nemmeno tanto bene fra il rumore dell’acqua sugli scogli, il vento e il dialetto veneziano. Per cui alla fine lei parlava e io dicevo, eh sì.
Mezz’ora avanti a “Lei che ne dice, signora?” e “eh sì”.
E in mezzo le storie sulla macchina di 14 anni praticamente mai usata ma di cui non si trovano più i pezzi di ricambio, la casa al mare che adesso varrà qualche miliardo (l’ha detto il nipote, ma parlava in lire), tutti i soldi che ha guadagnato lavorando a milano (assistenza anziani, dice), la tonicità della sua pelle nonostante gli ottanta anni mentre altre amiche, ma quelle sono vecchie novanta e passa, sono messe peggio. “Mi faccio i massaggi tutti i giorni, guardi, così…”
Tante frasi le ho perse, poco male. Ma soprattutto ha ricominciato a piovere, e forte, e io ero ancora là con tutta la mia roba da sistemare a far finta di ascoltare questa tipa.
Vabbè alla fine è stata anche simpatica. Di sicuro meglio dell’esperto di campi magnetici.

Ora, non è che sia andata tutta storta questa giornata, eh… Ci sono state anche cose molto carine e simpatiche.
Ma se racconto quelle un po’ più fastidiose non lo faccio per lamentarmi o chissà che altro. E’ che, descrivendoli, (gli scassaminchia intendo), spero di riuscire a smitizzarli, neutralizzarli, dissacrarli. Uffa, non mi viene la parola che volevo, però.
E’ come rompere un tabù. Ne parli e… puff!
Via, scomparso. Non c’è più…
Sdrammatizzarli? No, non è questa.
Bevo un tè e poi mi viene di sicuro.
Esautorarli, evitarli… no no
Inflazionarli, nemmeno
Più ci penso e peggio è…
Non scongiurarli uffa!
E nemmeno screditarli.
Mi sa che forse volevo dire demistificarli, a questo punto però non ne sono nemmeno più sicura. Ho fatto indigestione di parole.
Sì sì, mi sa che era proprio quella…
demistificarli. Ma forse era meglio dire smagnetizzarli…

6 commenti

Archiviato in non classificati

la tazzina da caffe’

Sarebbe stata una tazzina da caffè’ come tutte le altre se non l’avessi trovata proprio li’.
L’ho notata quasi subito, appena arrivata nel mio piccolo paradiso in riva al mare.
Sparse qua e la’ c’erano delle costruzioni fatte con i sassi della spiaggetta. Sassi zen, disseminati con logica geometrica. Ho pensato a qualche rito propiziatorio notturno al chiar di luna. O magari era solo un gioco.
Lo spazio dove mi sono sistemata io, per esempio, era come una stanzetta virtuale. Davanti il mare, dietro la pineta, a destra una tavola di legno, a sinistra due di queste piccole costruzioni. Quasi una porta d’ingresso simbolica.
La tazzina era la’, sulla ‘parete’ della pineta. Era poggiata a testa in giu’.
Bianca e azzurra, ha attirato il mio sguardo. L’ho sollevata piano pensando che potesse nascondere qualche animaletto, ma niente si e’ mosso.
Anzi, era sporca e piena di terra.
Sara’ finita la’ per caso, magari caduta dal vassoio della colazione che un solerte filippino aveva servito sul mare al suo ‘signore’, o qualcuno l’avra’ semplicemente dimenticata… O forse era il portacenere volante di un fumatore beneducato. Mi pare che ci sia anche una macchia indelebile di nicotina…
L’ho riempita di acqua di mare e poggiata su uno scoglio. E li’ e’ stata, per tutto il giorno, insieme a me.
Poi al momento di venire via da quel posto di sogno la tazzina e’ rimasta li’, sul sasso. Fatto qualche metro mi sono girata e ho pensato, quasi quasi la prendo.
Non e’ una tazzina qualunque. Di sicuro ha una storia tutta sua e fa parte di qualcosa, un servizio. Magari quello un po’ vecchio e ormai spaiato della nonna che si porta nella casa al mare. O che ci si portava prima dell’avvento dell’ikea.
Di forma tubolare, semplice, un po’ vecchia ma integra, di porcellana bianca, coronata da una decorazione floreale azzurrina, come un azulejos de lisboa. Sotto c’e’ scritto white stone.
L’ho presa. Ma subito dopo, colta da una sorta di pudore, l’ho rimessa al suo posto. Cioe’ sullo scoglio. Poi ho deciso, l’ho ripresa, l’ho messa nella borsa e l’ho portata via.
Ora e’ qui con me. E’ solo una tazzina da caffe’, ma quando la guardo ritorno con la mente a quel paradiso di sole, mare e natura.
Potere dei simboli.

la tazzina da caffe'

la tazzina da caffe’

Inviato tramite WordPress for BlackBerry.

9 commenti

Archiviato in non classificati