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appesa a uno scoglio

Appesa a uno scoglio nel mare di follonica guardo l’orizzonte. A destra, le ciminiere di piombino, a sinistra cale, calette, sotto alle colline verdi di pini che degradano verso il mare.

Cala violina. Li’ cammini sulla sabbia bianca e grossa e il piede, affondandoci, suona come un violino.
Non so se e’ ancora cosi’. Io ricordo quando ci andavamo in barca, fine anni ’70 e ogni volta non c’erano più di 4 o 5 persone in tutta la spiaggia. Una cala tutta per noi.
Con paola arrivavamo a nuoto sugli scogli sulla sinistra stando ben attente a non mettere mani e piedi sui ricci che li ricoprivano…
i ricci, c’era anche chi se li mangiava cosi’, a crudo. Li aprivano con un coltellino, uno spruzzo di limone e succhiavano le due meta’.
Non mi e’ mai venuta la voglia di farlo, a me.
Sento ancora parlare di cala violina. Ogni tanto qualcuno me la racconta come si trattasse di una scoperta eccezionale.
La caletta dalla spiaggia che suona e’ diventata meta di tanti. Mi dicono che c’e’ anche la fila, nei fine settimana, sulla strada da dove si arriva a piedi camminando per 3 chilometri. Ci hanno messo perfino un semaforo.

Di la’ da cala violina c’e’ cala martina. Tutta scogli, e su in alto in cima alla collina, la grande villa bianca, si vede anche da qui.
Poi c’e’ il golfo di punta ala, con l’isola dello sparviero, che oggi non si vede. L’orizzonte si perde nella foschia.

Tutto d’un tratto vedo il mare mosso. Noi tutte sulla spiaggia ad aspettare babbo e zio che dovevano arrivare con il motoscafo nuovo da follonica. Le onde sono alte, non ci sono barche in mare con quel tempo.
Meno male che all’epoca, facevo le medie, non avevo ancora letto i malavoglia. Mamma e zia si’, pero’.
Noi in spiaggia, in attesa, e non arriva nessuno. La tensione non era solo nelle onde del mare.
Poi finalmente, un puntino all’orizzonte. Il puntino si avvicina, cresce, diventa sempre più grande. Eccoli, son loro!
Allora diventa subito festa.
Il motoscafo e’ bello, piccolo ma bello, tutto nuovo con l’interno giallo e le panche in legno.
Babbo e zio sono fradici. Di babbo ricordo ancora quella risata stampata in faccia nel vedere la nostra preoccupazione. Quello sguardo ironico. “Ma chi me la fa a me?”. Invincibile babbo.
E giu’ a raccontare il viaggio, di come si era alzato il vento e il mare era diventato subito grosso. Di come ormai arrivare a destinazione o tornare indietro fosse la stessa cosa. Di come si tagliano le onde con la prua perche’ non ti travolgano.
Pero’ quel giorno, ricordo bene, appendemmo ad asciugare ai fili del bucato anche le banconote che avevano nelle tasche.

l'orizzonte da follonica

l’orizzonte da follonica

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