il vento fra le tende

Finestra spalancata e tende tirate. Che volano, al soffiare del vento di questa sera estiva che non sembra neanche bellunese.
A Pantelleria le tende volavano proprio così nella casa affacciata sul mare.
Ricordo che era ottobre. Un ottobre di dieci anni fa, il 2001.
Ero andata in vacanza da sola perché l’amica che doveva venire con me insieme alla sua bambina si era impaurita. In quel periodo, dopo l’11 settembre 2001, appunto, gli aerei cadevano giù come impazziti. Ci fu quello in Svizzera, mi pare, un altro su New York. Lei andò oltre e mi disse, quando ci presentammo in agenzia per disdire la sua prenotazione: “Figurati se porto mia figlia sui cieli di Ustica”. Vabbè, era un po’ agitata. Comprensibile.

Decisi di andare comunque. Avevo finito una sostituzione di sei mesi a Treviso e avevo voglia di distrarmi un po’, di girare, di mare.
Era stato un anno brutto quello, tanto brutto.
Prima il G8 a Genova, con Carlo Giuliani, e poi l’11 settembre, una botta niente male per una che si sarebbe trasferita a New York anche domani mattina. E poi era morto Indro Montanelli.
Roba che mi misi a piangere in questura mentre aspettavo, con un collega, di parlare con il capo della mobile. E i poliziotti che pensavano fosse per i casini di Genova e mi guardavano storti…
forse era anche l’anno di Erika e Omar.

La partenza, se ricordo bene, era fissata il 17 ottobre. E anche la data, a dirla tutta, non dava poi tutto quell’affidamento. Non era questione di essere superstiziosi, era che in quel periodo non ci si capiva proprio più niente e ogni scusa era buona per aver paura di tutto.
Ricordo in aeroporto, a Fiumicino, c’era una tensione che si tagliava. Quasi deserto, guardie ovunque.
Dopo il check in, in sala d’attesa le persone avevano volti tesi, stavano in silenzio, si muovevano nervosamente.
Ci fu un ritardo alla partenza, arrivò un addetto a spiegarcene le ragioni. Ascoltammo tutti in silenzio temendo chissà che.
Non era niente di grave, ovviamente.
cause tecniche, disse.
Ma ricordo ancora i volti terrei delle persone costrette a volare in quell’autunno maledetto. Compreso il mio.

Poi andò tutto bene e quella vacanza me la ricordo ancora come fosse stata ieri. Ricordo la casa con le finestre sul mare, con il terrazzino dove facevo colazione affacciata su quella distesa infinita di blu.
Ricordo la vicina, la madre del ragazzo dell’agenzia, che mi faceva trovare davanti alla porta sempre qualcosa di pronto da mangiare. Il giorno in cui arrivai mi invitarono anche a pranzo.
In realtà avevamo scelto un dammuso, una delle case tradizionali di Pantelleria, ma il ragazzo, quando gli dissi che la mia amica aveva disdetto, preferì darmi una casa in paese anziché una sperduta nella campagna.
Con la macchina che presi a noleggio mi spettava anche uno scooter. Lo lasciai là, naturalmente. Ero da sola. O l’una o l’altro.
Girai l’isola in lungo e in largo. Prima da sola, poi conobbi delle persone, qualcuno del posto, altri turisti. Perfino un anziano giornalista romano di cui avevo conosciuto un nipote, giornalista anche lui. Andammo alla sauna naturale nella grotta in alto, quella che affaccia sulle distese dei campi coltivati a vigneti per il passito.
Dopo il mare si andava a mangiare una cassatina al bar sul porto.
I ristoranti erano ormai quasi tutti chiusi, ma il pesce spada alla pantesca lo facevano in un ristorantino sul porto. E poi ce n’era un altro un po’ fuori, dove ero andata un po’ di volte.
Anche lì si mangiava pesce. Ovvio.
Dei paesini non mi ricordo nemmeno un nome, però.

La prima sera mi agganciò un tizio alto e scuro, con i riccioli, tutto vestito di nero. Pareva un corvo. Era un personaggio strano che viveva nell’isola, faceva il radiologo all’ospedale e infastidiva le donne. Pare che avesse avuto anche dei problemi sul lavoro a causa di questo suo modo di fare. Qualcuno deve avermi detto che lo volevano cacciare.
Si muoveva su una vespetta e me lo ritrovavo fra i piedi ovunque andassi. Ma avevo smesso di salutarlo e cercavo di schivarlo in ogni modo.
Un giorno, tornando a casa sulla Panda, lo trovai con la Vespa stesa a terra in mezzo alla strada. Vidi subito che non si era fatto niente e, anche se si sbracciava per farmi fermare, tirai dritto. Risalì sulla vespa e mi venne dietro, ma riuscii a seminarlo.

Faceva ancora caldo ma l’estate era agli sgoccioli. Anzi, ad essere pignoli a fine ottobre si era già in pieno autunno, ma laggiù, a un tiro di schioppo dalla Tunisia, sembrava fine estate.
Le giornate erano più corte, però. E quando tornavo a casa il tempo della doccia coincideva ormai con l’imbrunire.

Ero diventata amica di Massimo, un ragazzo che gestiva la tabaccheria del porto. Fra l’altro, ai tempi, fumavo ancora.
Lo avevo conosciuto in un posto con delle vasche scavate nella pietra dove si faceva il bagno nell’acqua calda, dovevano essere delle antiche terme romane. Ci si trovavano anche le pietre pomice, quelle che si usano per sfregare le callosità della pelle. Ne presi qualcuna, che regalai. Una o due ce le ho ancora.
Una sera, prima di partire, mi invitò a cena a casa sua insieme al giornalista anziano. Massimo era orfano di madre e il padre, che andava spesso per affari in Algeria, aveva cucinato del pesce e del riso.
O del cous cous, non ricordo.

Ricordo invece la pista di atterraggio per gli aerei che era cortissima. Arrivavi e sembrava di andare a sbattere contro i monti, partivi e pareva di tuffarsi in mare con l’aereo e tutto quanto. O viceversa. Ma non era così. Al momento giusto l’aereo si fermava o spiccava il volo.

Da Pantelleria portai a casa, come si conviene, bottiglie di passito e barattoli di capperi sotto sale, insieme alla convinzione rafforzata che l’aceto, come si usa noi, li uccide, invece.

Il vento si è calmato, insieme alle tende. E’ tempo di andare, ormai.
Lo ringrazio per il ricordo che ha fatto affiorare e per l’immagine della finestra sul mare che, almeno per questa sera, mi farà compagnia.

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6 commenti

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6 risposte a “il vento fra le tende

  1. Che meraviglia! Ecco le vacanze che non farò mai, in un luogo e in un periodo impossibili, ma che non smetterò di sognare. I ricordi ti sorprendono, quando sei disarmata e non te l’aspetti. Belle immagini a sfondo bianco (almeno io le vedo così). La tua affezionata lettrice 🙂

  2. mai dire mai, cara Paola… in fondo, quella era una vacanza di ripiego dopo aver lavorato tutta l’estate…

  3. damiano

    Grande Simona. E’ sempre un piacere leggerti: scrivi divinamente. Mi hai fatto proprio immaginare Pantelleria in pieno ottobre, con la luce di fine estate.

  4. simona

    A me “il vento tra le tende” fa venire in mente un gioco che facevamo da piccoli.
    La domenica mattina nella nostra casa in campagna noi fratelli andavamo tutti nella camera di mio fratello Leonardo, aprivamo la finestra, le tende si gonfiavano di vento, Leonardo (che era il capitano) ci ordinava di salire a bordo del letto e di mollare gli ormeggi e partivamo, ogni domenica per mari diversi.
    C’erano sempre squali e murene, banchi di sabbia, iceberg, a volte venivamo assaltati dai pirati, ma il capitano alla fine riportava sempre la nave e l’equipaggio a terra. Per fare colazione.

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