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lacrime e basta

Ecco. Se qualcuno ancora non l’avesse capito che cos’è la montagna e quante insidie e pericoli nasconde, oggi potrà capirlo
Voglio scrivere due righe prima di affogare nella giornata di lavoro che mi aspetta e che so già come sarà. Lunga, caotica e dolorosa
Quello su cui voglio riflettere non sono i pericoli cui va incontro chi va in montagna per sport. Quelli son cavoli loro. Preparati, impreparati, anche fortunati o sfortunati, certo. Ma, come dire, nessuno li obbliga
Penso invece a quelli che in montagna ci vanno per salvare quelli che ci vanno per sport. Sono volontari certo, nessuno obbliga nemmeno loro (ad entrare nel soccorso alpino, poi una volta dentro, le cose cambiano).
Stamani ne sono morti due. Travolti da una frana mentre stavano salvando due alpinisti tedeschi che avevano passato la notte all’addiaccio, feriti a loro volta da una scarica di sassi il giorno prima. L’elicottero non era potuto intervenire e allora son partiti loro, i soccorritori, a piedi. Cioè, a piedi. Scalavano la montagna, mica facevano una passeggiata. L’incidente è successo alle 5.17 di stamani. mentre il mondo era a letto, loro erano in parete, appesi a chiodi e corde a 3000 metri, per soccorrere i due bloccati da ieri sera.
Forse si sarebbe potuto aspettare che si alzasse l’elicottero. Non lo so. Ormai è andata così.

stamani ero in ospedale a fare delle analisi e non riuscivo a fermare le lacrime. nessuno mi ha chiesto niente, si vede che capiterà spesso. ma io non pensavo ai miei esami.
non sapevo ancora chi erano, ma non importava. sarebbe stata la stessa cosa per ognuno di loro.
ho pensato anche che non c’è una parola che descriva un dramma come questo.
la tragedia di quelli che muoiono per non far morire gli altri…

E’ come per Falco. Quando muoiono quelli che aiutano gli altri proprio mentre li aiutano, è dura da mandar giù. Nessuno pensa a quello che rischiano. Pare che tutti pensino che se un soccorritore alpino scala una montagna, magari di notte, con la pioggia e con i fulmini, siccome è un soccorritore non potrà accadergli nulla di grave.
Quante volte ho sentito colleghi commentare le notizie dell’ufficio stampa. “Ma pensa te, mandano i comunicati anche per una caviglia slogata. Butta, butta via che non c’è spazio”.
E io, come un disco rotto, a ripetere che la notizia, per me, non è la caviglia slogata sul sentiero xxx, ma i 4, 5, anche 10 soccorritori che si mettono in cammino con la pioggia o con il sole, di giorno o di notte, per andare a recuperare quel ferito in un posto dove nessuna ambulanza potrebbe mai arrivare.
Ma come si fa a non capirlo!
Eppure…
Poi capitano cose come quelle di stamani e allora il mondo si sveglia tutto insieme.
Giornali nazionali, radio, tg. Tutti si accorgono.
Non c’è nessun patto con la montagna.
neanche per chi ci vive e conosce vie e sentieri come le sue tasche.

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Pian dei Castaldi 2… ovvero di come la festa dei toscani è riuscita benissimo nonostante me

Superata la tentazione di narrare questa storia in terza persona, facendo inutilmente finta di non esserne io la protagonista, procedo.
Allora, intanto bisogna dire che io venerdì, il mio unico giorno di riposo settimanale, l’ho passato a far la spesa, a tagliuzzare e cuocere verdure per la ribollita e a preparare la salsa per i crostini di fegatini per la festa dei toscani di domenica. E faceva anche un caldo cane
Il giorno dopo, che era sabato, ero capo al lavoro, ma prima di entrare la mattina e nell’intervallo del pranzo, ho portato avanti la preparazione dei due capolavori. Ribollita e salsa per i crostini.
Fra l’altro quelli erano proprio il mio orgoglio, e ho insistito io, specialmente con i fegatini, a metterli nel menu. infatti quando annarosa aveva detto: “Sì, e chi vuoi che la faccia la salsa per i crostini?”, son stata subito pronta: “Ma io no?”.
D’altra parte lei non lo poteva mica sapere che è da quando sono arrivata in veneto che cucino ribollita e salsa a raffica per amici e colleghi come in toscana, of course, non avevo mai fatto…
Ecco, ora mi viene in mente quella volta che l’avevo portati al gazzettino a mestre e c’era lago direttore e ruo tagliava il pane…
Ok. Torniamo a noi.
Sabato a pranzo, prima di tornare al lavoro, mi sono proprio inorgoglita. La ribollita era perfetta ma la salsa era venuta qualche cosa di spettacolare. Delicata e saporita, bella morbida. Gli mancava solo il pane…
Vabbè, devo scappare. Lascio tutti i pentoloni in cucina, nel frattempo è scoppiata una bufera e è venuto anche un po’ di fresco, così tiro giù gli avvolgibili e torno in redazione. Da dove esco alle 10.30 la sera, nel senso delle 22.30…
Ora ecco, appena ho aperto la porta di casa l’ho sentito subito che c’era qualche cosina che non girava per il verso giusto. Un odorino… sì, chiamiamolo così vai.
Mi fiondo sui pentoloni e… ORRORE!!!
Ribollita numero uno è coperta da una patina rosacea, all’apparenza una muffa umida. La tolgo, sicuramente sotto non avrà preso. Assaggio. Ma che schifo…
Sollevo il coperchio al pentolino dei fegatini (8 etti!) per vedere che la salsa è montata come una mousse al cioccolato… uhm. Non va affatto bene.
Ma non mi arrendo. La rigiro e la ripasso sul fuoco, poi la metto in frigo. Tento tutte le tecniche conosciute di rianimazione sul posto. E assaggio. Uno schifo!
Non è possibile! Ma come ho potuto non pensare agli effetti devastanti del caldo?
Ribollita numero due. Sembra ancora buona. Assaggio, rigiro, rimestolo. Lo è via, senza discorsi. Allora ci si mette il pane. Ripasso sul fuoco per farlo disfare bene, poi la metto a raffreddare sulla finestra. Vo a letto, dormo un’ora, mi rialzo e la sollevo delicatamente per rimetterla in frigo. ovvia, ci siamo. Non tutto è perduto.
La mattina dopo sveglia presto, passeggiata doccia colazione e via a preparare tutto quello che serve. Porto anche i tegami con le cose rovinate, meglio buttarle nel bosco per i caprioli del pian dei castaldi che a casa…
C’era anche una borsona blu dell’ikea (quella del se ti piace il sacchetto giallo allora compralo blu) da qualche parte, ma non la trovo. Eppure c’era. Giro tutta la casa due volte ma niente. Ok, pace. vado.
Alle dieci son già lì, pronta a scaricare tutto. Ribollita uno e salsa di fegatini finiscono in una buca fra gli alberi ben distante dal luogo della festa. Chissà se qualcuno poi avrà apprezzato. L’aspetto, per noi umani, non era invitante per nulla. E finiamola qui.
Ribollita due viene portata in cucina insieme a tutti gli altri accessori e ai cartelloni che ricordano i lavori da fare per la preparazione del pranzo.
Non distribuire da mangiare prima di sedersi, sennò si fa come l’anno scorso che tutti assaggiavano tutto e alla fine quando s’arrivò a tavola nessuno aveva più fame. Anche quella volta si pensò ai caprioli. E parecchio
Tagliare il pane, tagliare i pomodori, tagliare le verdure per la griglia…
Azz… le verdure per la griglia! Erano in cantina, me le sono dimenticate… ok, vado. non posso fare altro…
Tanto da lì a casa mia sono solo 12 km ‘un sarà mica la fine del mondo. E poi come diceva la mi’ nonna chi non ha testa abbia gambe e quindi mi tocca. Tanto più che le gambe in realtà sono le ruote dell’alfa rossa e quindi alla fine non è poi tutta questa fatica.
Sono già le undici. Arrivo in piazza e… dove ho messo le chiavi di casa? Ah, nell’astuccino di pronto soccorso che ho lasciato lassù a pian dei castaldi insieme a tutte quell’altre cose.
Aiuto. Calma. Ragioniamo. Michela ce n’ha una copia di scorta ma chissà dove sarà a quest’ora di domenica. E poi ne tengo una anche in redazione. Tre minuti a piedi, attraverso piazza duomo e ci sono. Veloce come un lampo, salgo, ciao ciao, scappo a dopo. E via.
Che ganza! Sì ganza parecchio… le chiavi di scorta funzionano solo per il portone giù e per la casa, mica per la cantina….
Accidenti, mi tocca a ritornare su, al pian dei castaldi via, ‘un c’è verso.
Uffa, questa non ci voleva. Con tutte le cose che ci sono da fare, proprio io, che ho messo insieme tutto l’ambaradan dei toscani a belluno, condannata a fare avanti e indietro tutta la mattina?
Allora, intanto andiamo a casa e riflettiamoci un po’ su. Male che vada sfondo la porta…
No, ma che stupida! Qui prima di me ci stavano in due e quando sono entrata mi hanno dato un sacco di chiavi. Metti mai che c’è anche una doppia della cantina…
Svuoto il cassettino in borsa e mi fiondo giù. Ne provo due o tre e alla fine la porta si apre come per magia. Eccole là le verdure da fare alla griglia. Nella bustona blu dell’ikea. appunto….
Vabbè, a questo punto ci siamo. Carico la roba in macchina…
E la chiave dell’alfa? Ma cavolo, l’ho usata cinque minuti fa. E ora?
Ah, meno male che quando mi sono rovesciata in borsa il cassetto delle chiavi c’è finita anche la doppia della macchina. Per ora va bene così, a quell’altra ci penserò dopo.
Via, su al pian dei castaldi. Parto dalla piazza che suona già mezzogiorno.
quando arrivo l’attività ferve di brutto e tutti stanno facendo qualcosa. Roberto di grosseto è al fuoco e sistema la carne, il pane è già tagliato, antonella ha preparato il pomodoro per le bruschette, celeste taglia il lardo e il pecorino, roberto quell’altro sta già grigliando delle verdure (gli zucchini dell’orto di annarosa), laura comincia a tagliare le mie.
Insomma, va tutto avanti alla grande. La giornata è splendida, il temporale di sabato ha spazzato via l’afa e si sta d’incanto. Ai bambini ci pensa manuela, che ha portato i palloncini da gonfiare e tante altre cose. C’è chi gioca a pallone più sotto. I cani, quattro, stanno tranquilli, ognuno per conto suo. o quasi.
Il pranzo è stato perfetto. Tutti hanno mangiato un sacco e son stati stracontenti.
Ah, anche ribollita due è andata ai caprioli. L’avevo fatta assaggiare a vulco, prima. “Perfetta” aveva detto. Poi però avrei dovuto pensare a metterla in frigo, e invece, tempo di arrivare all’ora di pranzo, ha preso l’acido anche questa. Ragazzi!
Ce n’avrò da imparare per la prossima volta, eh…
Meno male che c’era la panzanella di rosalba che è bastata per tutti, e gli antipasti lo stesso. Alla fine l’idea (mia) della bruschetta col pomodoro non è stata male, almeno è andata al posto dei crostini neri. e con la grigliata poi s’è chiuso il cerchio. Anzi no, con i dolci, di cinque tipi, uno più buono dell’altro.
Come al solito poi ho dovuto lasciare la festa a metà pomeriggio per andare a lavorare. Capo sport, di domenica. Ri uffa! Vabbè, è sempre così.
Ho posteggiato in piazza e mi sono fiondata diretta in redazione così del fatto che non avevo più nemmeno il doppione delle chiavi recuperato la mattina me ne sono accorta solo all’una di notte, quando finalmente ho chiuso tutto e sono tornata a casa.
Ma che cavolo…
Sarò rimasta dieci minuti buoni giù sotto, fuori dal portone con i miei sacchettoni pieni di pentole a rovistare dappertutto. Alla fine è spuntato il mazzo vero. Quello che c’ha anche le chiavi della cantina.
Invece per la macchina avevo sempre il doppio. Pace, ci penserò domani.
La mattina dopo alla fine sono usciti tutti e due i mazzi, casa due e macchina, appoggiati su un ripiano della cucina e coperti da un tagliere che avrei voluto portare a pian dei castaldi e che poi mi ero dimenticata di prendere.
Vabbè, tutto è bene quel che finisce bene.
Soprattutto la nostra festa, che è riuscita benissimo. Nonostante me…

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se i toscani fanno festa

Allora ci siamo. Tutti pronti per domenica mattina che c’è la festa d’estate dei toscani a Belluno. La seconda.
Pare che anche il tempo ci voglia bene, almeno se regge fino ad allora.
Se dovesse piovere abbiamo anche la tettoia, come l’anno scorso.
Quest’anno c’è una novità, ma non è l’associazione. Quella è una cosa burocratica, l’abbiamo fatta e speriamo bene.
No, sono io che mi sento diversa. L’anno scorso ero stanca, scocciata e organizzare la festa alla fine mi aveva fatto anche parecchia fatica.
Quest’anno invece, che ne so… è come se mi fossi innamorata di tutte queste persone che verranno. Sarà che con il tempo ci siamo conosciuti tutti un po’ di più, sono successe delle cose, alcune anche brutte, le cose della vita. Ma stavolta mi sono data proprio anima e corpo per far sì che tutto possa venire al meglio.
E bisogna dire che il periodo, con il lavoro che mi prende dalla mattina fino alla sera tardi (tipo dopo le undici), non sarebbe stato nemmeno il massimo.
Ma per ora tengo il filo.
Simone, il mio “socio”, ha superato se stesso. Ha fatto perfino venire il su’ fratello apposta da Grosseto con la macchina carica di pane, carne, verdura, vino, cocomeri e poponi.
Altra spesa si fa noi qui, così come preparare ribollite, panzanelle (non quelle del salteri, fritte, che poi lui si ostina a chiamarle così ma le sue sarebbero donzelle, o al limite zonzelle, a volerla dire tutta), le salse per i crostini.
Mi sa che ci saranno anche un sacco di dolci. Alla fine, tutti quelli che non sono rientrati nell’organizzazione diretta, porteranno un dolcino. Se avanzano ci si farà merenda…
Poi si sono aperte le porte anche ai non toscani, ai simpatizzanti. Senza spargere troppo la voce però che sennò alla fine ‘un ci si fa con la roba che s’è preparato. L’anno scorso ne avanzò una carrellata e tanta fu sprecata e buttata via. Quest’anno speriamo di aver fatto un po’ meglio.
Verranno due persone che non sono proprio toscane ma sono il marito e il fratello di una dei nostri che se n’è andata non molto tempo fa.
La loro ferita è ancora aperta ma hanno deciso di partecipare, facendosi forza l’un l’altro, per continuare a fare quello che a lei piaceva. E frequentare il gruppo dei toscani era una di queste cose.
Quando la figlia me l’ha detto ho provato un’emozione profonda.
Ho capito che la nostra festa, le cene, i ritrovi, non sono dei semplici appuntamenti in mezzo a tanti altri. Ma c’è qualcosa in più. Anche se magari il senso sarà diverso per ognuno.

Altri non potranno venire, peccato. Altri ancora si sono trasferiti, e per certi (ma sono in due, alla fine dai, chi sennò?) mi dispiace proprio tanto.
Domani per me è la giornata clou della preparazione: dovrò fare una spesona megagalattica, cucinare una vasca di ribollita e preparare la salsa di fegatini. C’ho anche un barattolo di acciughe che non mi riesce proprio di aprire. Uff…
E poi tenere d’occhio tutti gli altri aspetti dell’organizzazione. Ci s’ha anche l’animazione quest’anno. Non solo la chitarra, col fratello di Simone che comunque c’era anche l’anno scorso, ma anche i giochi per i ragazzini.
Con Simone in questo periodo ci si sentirà duemila volte al giorno. Per e mail e sms, per fortuna. Il pane quando arriva, i fagioli? Viene anche questo, quell’altro un viene più. Qui come ci s’organizza, di qua che si fa?
La mia agenda è piena di liste di cose da fare scritte fitte fitte che quasi non ci capisco più niente. Voglio vedere domani come faccio a calcolare su due piedi (ma anche da seduta sarebbe lo stesso) quante melanzane zucchine e peperoni devo comprare per fare la grigliata per 50 persone…
E poi mi devo ricordare di portare l’olio e tutti i condimenti, le stampe delle canzoni toscane (ho cercato in fretta e furia, ho trovato solo l’alluvione di marasco e la porti un bacione a firenze). Che altro… ah, gli asciughini. Magari un super coltello da verdura, facciamo anche quello per il pane già che ci siamo…

Il fatto è che queste cose, a parte l’anno scorso che fu una festa un po’ naif, diciamo, noi non si sono mica mai organizzate prima.
Comunque mi pare che quest’anno tutti abbiano risposto un po’ di più e anche meglio.
Sarà una grande festa, me lo sento.

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22-8-2009

E’ come una morsa che ti prende allo stomaco, una sensazione di freddo dentro che sale su, fino alla bocca, lasciando un sapore amaro.

Ci sono dei giorni che rimangono impressi nella memoria. Mentre li vivi non lo sai. Poi succede qualcosa che si porta via tutto il resto ma allo stesso tempo cristallizza fissandoli come in una foto i dettagli di ciò che hai fatto prima e dopo.

Il 22 agosto 2009 io ero in toscana. Era un sabato mattina e alle 9 ero a tavarnelle per un appuntamento. Dopo sarei passata a salutare un amico fiorentino che si era trasferito nel chianti e che non vedevo da anni.
Faceva un caldo della madonna, era un’estate afosa, soleggiata e senza vento. La sera prima avevo fatto un giro in quelle stesse zone con walter. Eravamo andati in campagna perché il pensiero di entrare nel forno di firenze mi atterriva.
Quando il rouge mi spiegò la strada per arrivare a casa sua rimasi stupita. Era la stessa del giro con walter. Su quella strada non ci ero mai passata e ora capitava per due giorni di fila.
Quei posti sono da urlo, sia chiaro. Passi per stradine che attraversano colline interamente coperte da vigneti alternati a tratti di bosco. Salgono e scendono. Ogni tanto una villa, un casolare, una chiesetta ti fanno venire la voglia di fermarti a dare un’occhiata più da vicino.
Intorno il verde dei pini e dei cipressi, il giallo dei campi di grano, il marrone della terra, composti nell’armonico mosaico della campagna toscana.
Il rouge mi disse di aspettarlo a un incrocio, quindi lo seguii per una serie di stradine fino a casa sua. Prima ci fermammo a fare la spesa in centro a mercatale.
Ricordo le salsicce crude del pranzo, aromatizzate con una ricetta segreta di spezie, che si scioglievano in bocca. Poi formaggi saporiti, toscani e francesi, pasta e ribolla gialla ghiacciata.
Visitai la casa e i dintorni parlando con il vecchio amico, ricordando persone e episodi di un passato comune, raccontandoci il presente e anche un po’ di futuro.
Dopo pranzo lo salutai. Rimanemmo con un appuntamento per metà settembre, quando avrebbe celebrato in quella stessa casa l’equinozio di autunno con una festa sul prato.
Fu un bell’incontro. Mi sentivo felice e leggera.
Tornando a casa mi fermai in un negozio a comprare una cosa per un’amica di radicondoli che avrei visto la sera a cena e poi tornai a casa.
Ero appena entrata quando squillò il cellulare.
Un amico carabiniere di belluno mi avvisava che era caduto il suem.
Ma che significa? Gli chiesi.
Che è venuto giù l’elicottero.
Impossibile, gli dissi.
No no invece è proprio così.
E come stanno?
Sono morti tutti.

Un tuffo allo stomaco.
Ma che cosa è successo? Perché?
Chi mi parlava non aveva tempo di stare al telefono. Là, a belluno, potevo immaginare, quelle ore erano diventate tutto d’un tratto incandescenti. impensabile chiamare i colleghi al giornale. Impensabile parlare con la mia amica, l’addetta stampa del soccorso alpino, che infatti non mi rispose.
Poi qualcuno mi richiamò e seppi i nomi.
Non mi accorsi nemmeno di urlare. Più tardi mia sorella, che mi aveva sentito dal piano di sopra, mi chiese che cosa mi fosse successo.
Due dei quattro li conoscevo ma non era questa la cosa importate. quello non era solo un incidente con quattro morti. Che già non sarebbe stato poco.
Credo che in tutta la provincia di belluno chiunque abbia avuto la percezione delle dimensioni della tragedia, sia che ne conoscesse o no le vittime

quella giornata comunque non fu più la stessa.
Andai a trovare la mia amica con la morte nel cuore. Lo shock mi fece scoppiare un terribile mal di testa. Passammo la serata girando un po’ qua un po’ là.
Ogni tanto mi veniva da piangere.
E ricordo ancora quei 30 km di curve nella notte, nel viaggio di ritorno verso casa con il sapore amaro in bocca e quella sensazione di freddo dentro.

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if you’re going to san francisco…

thomas, io e alessio

In seguito abbiamo riso fino alle lacrime di quel momento. Ma quel giorno io piansi veramente, anche se di gioia.
Eravamo a San Francisco per una vacanza di tre settimane, con scambio casa. Una coppia americana sarebbe volata in Italia per stare nel mio appartamento in Toscana mentre Alessio, per dare anche lui un contributo, aveva lasciato loro la sua auto.
Arrivammo all’aeroporto in un pomeriggio di inizio ottobre del 2000. La padrona di casa, una giovane americana in abiti casual, ci stava già aspettando all’uscita con l’immancabile bottiglietta d’acqua minerale in borsa. Dopo le presentazioni, i saluti e gli abbracci salimmo sul suv che per il resto della vacanza sarebbe diventata la nostra auto.
Gli eucalipti che costellano la strada dall’aeroporto al centro della città davano al posto un’aria familiare anche se eravamo in California. La periferia era tutto un fiorire di enormi palestre segnalate da gigantesche insegne luminose.
San Francisco, la città del fitness.

La casa di John e Mary era in una zona residenziale fra le più eleganti di San Francisco. c’è anche un film che si chiama così. Pacific heights. L’appartamento, in sacramento street, era l’attico di un palazzo molto alto con due pareti piene di finestre, nove in tutto, che affacciavano su Lafayette park, almeno quelle rivolte a nord. Noi andavamo a fumare sul tetto, da dove si vedeva tutta san francisco e anche oltre.
In casa c’erano delle piante che in quei giorni avremmo dovuto curare noi. Come il gatto, che aveva però una lettiera rotante e autopulente. Il cane, un pastore tedesco che ci fu presentato poco dopo il nostro arrivo, invece era stato affidato a una dog sitter. A San Francisco, ci accorgemmo poi, pareva essere un’occupazione molto diffusa.
L’America era ancora grande e invincibile. E il padrone di casa, un bianco grassottello che evidentemente guadagnava anche molto bene, ebbe anche delle uscite un po’ infelici da americano di prima dell’11 settembre.
San Francisco, la città della new economy.

Davanti a casa nostra c’erano due palme altissime, simbolico accesso al parco in cui c’era sempre qualcuno che correva o che giocava con un cane. Gli animali avevano anche un loro spazio riservato. Ma la cosa più strana era che con tutti quei cani in giro non c’era nemmeno una cacchetta per terra. Eppure percorremmo la città in lungo e in largo più e più volte. A parte la buona educazione degli abitanti del posto, c’era anche un motivo preciso che avremmo scoperto solo in seguito.
Camminavamo tutto il giorno. La mattina preparavamo a turno la colazione. Caffè americano, che Alessio si ostinava a fare con il doppio o il triplo di polvere rispetto al necessario, fette tostate e imburrate, marmellata, succo d’arancia. Dopo uscivamo a piedi per gironzolare qua e là oppure prendevamo il suv e andavamo da qualche parte. A far la spesa, per esempio. O sull’oceano.
A Ocean beach. Lì vicino ci fermammo a mangiare in un posto con la vetrina sulla strada e tutto pieno di bandiere. Sembrava di essere in uno di quei film americani dove la cameriera passa di continuo a riempire le tazze di caffè. Poi mettemmo i piedi nell’acqua del Pacifico, ma era gelata. Nemmeno pensabile fare un bagno.
San Francisco non è Los Angeles.

Un giorno, passeggiando in un parco, conoscemmo Rob. Era salito su un masso e declamava poesie. quando passammo ci fermò e ci chiese se volevamo recitare anche noi nel poetry corner. Mi pare proprio che lo facemmo anche se non ricordo la poesia né la lingua in cui la declamammo.
Rob era carino e simpatico. Come lavoro vendeva accessori per pet, animali domestici, su internet. Quel giorno era con un amico. Rob lo rivedemmo più volte durante quel soggiorno, l’amico no.
Una sera Rob ci accompagnò a fare un giro in città. Andammo all’opera e ci facemmo le foto facendo finta di uscire dal teatro scendendo la scalinata. Una sorta di commesso all’esterno rise con noi mentre ci pavoneggiavamo come divi sul red carpet e ci fece pure qualche scatto. Inevitabile pensare al fastidio che avrebbe suscitato la stessa situazione davanti a un teatro italiano.
San Francisco la friendly.

Poi vagammo in cerca delle tracce di Hitchcock. L’albergo della donna che visse due volte, quello con l’insegna luminosa intermittente. Per la baia degli uccelli saremmo dovuti andare diversi chilometri più a nord, a Bodega Bay, ma noi arrivammo soltanto fino a Sausalito, dall’altra parte della baia, pagando il pedaggio sul Golden Gate.
In città di riferimenti hitchcockiani ce n’erano quanti se ne voleva. Il campanile della chiesetta dalla quale kim novak volava sotto lo sguardo atterrito di james stewart era un po’ più a sud, a Mission, nel quartiere messicano.
Un’altra volta rob venne a cena a casa nostra con un’amica. Io preparai gli spaghetti che avevo portato dall’italia con il pesto fatto in casa. Alessio cucinò coscette di pollo con cipolle destreggiandosi con qualche difficoltà fra i fahrenheit del forno americano. Comunque vennero perfette e lì si incrinò la mia prima, e già quinquennale, esperienza vegetariana.

Una sera, alla festa dei vicini di casa, conoscemmo thomas.
Appena mi vide mi venne incontro, quasi mi conoscesse già, si presentò e ci mettemmo a parlare. Alessio, dopo, fece delle battute sul fatto che quel ragazzo si facesse troppe lampade abbronzanti. Non aveva capito che Thomas era di origine indiana. Pellerossa. Anzi, metà irlandese, come il padre, un quarto messicano e un altro quarto nativo, da parte di madre. una volta che dissi, non ricordo a proposito di che, “ho scoperto una cosa”, Thomas commentò: “se l’hai scoperta allora è tua, prendila. Funziona così”.
Ecco, cristoforo colombo e la scoperta dell’america. Evidentemente certi traumi non guariscono mai.
Ci scambiammo i numeri di telefono.

Un giorno thomas venne a casa per insegnarci a fare le zucche di halloween. Portò tutto lui, zucche, coltelli e candele. Ci divertimmo come bambini.
Un’altra volta mi accompagnò a fare un giro a sonoma valley, dove fanno il vino e ci sono molti proprietari di aziende di origine italiana e anche toscana. Durante una degustazione ricordo che sentivo parlare di un tal Luca in continuazione. Tutti mi chiedevano, visto che ero italiana, se lo conoscessi. “Oh Luca… Do you know Luca?”. Non so come a un certo punto capii finalmente che si trattava di Lucca, la città di origine dei loro avi.
San Francisco, la città del vino.

Al ritorno da sonoma, dove mangiai una pasta al forno “all’italiana” farcita con tutti gli elementi possibili esistenti in gastronomia, thomas mi mostrò il suo posto preferito a san francisco. Il padiglione delle arti. Pavillon of fine arts. Ormai era calata la notte. Mi fece stendere a terra al centro del terreno coperto dalla cupola neoclassica, poi si stese accanto a me e mi fece vedere da quella prospettiva che cosa gli piaceva così tanto. Guardare il cielo le stelle e le luci di san francisco girando come la lancetta di un orologio.

Era ottobre. Non l’avevamo fatto apposta. Eravamo andati in quel periodo semplicemente perché per me cadeva alla fine del lavoro estivo. Ma chiunque trovassimo si complimentava con noi per aver scelto la stagione più bella dell’anno a san francisco. A ottobre lì è praticamente estate.
Tutti citavano mark twain. “The coldest winter was the summer I spent in san francisco”. Oh, la ripetevano tutti, a cominciare dai nostri ospiti che ci avevano accolto proprio con quella citazione prima di partire per la loro vacanza in italia. L’inverno più freddo? L’estate che passai a San Francisco, per la cronaca…

Poi c’era quella canzone di scott mckenzie, a cui prima di allora non avevo fatto veramente caso.
If you ‘re going to san francisco, be sure to wear some flowers in your hair….
Se vai a san Francisco metti dei fiori fra i capelli.
Mi risuonava in testa, soprattutto dopo i giri al quartiere hippy, haight ashbury, e quando tornai in italia cominciai a cercarla con scarsi risultati. Alla fine qualcuno mi disse che l’avrei trovata nel doppio cd della colonna sonora di Forrest gump.
San Francisco, la città dei figli dei fiori.

Un giorno andammo con Rob a una festa a casa di amici a Marina, un distretto di san francisco sotto al golden gate bridge. Con lui c’era anche vanessa, una ragazza che avevamo già conosciuto la sera dell’uscita dall’opera. Era alta, bionda e molto carina. Probabilmente anche ricca perché voleva pagare sempre tutto lei, nei bar e nei taxi e senza mai dividere le spese. Rob quando protestavamo faceva un movimento con gli occhi come a dire: “lasciamoglielo fare, se a lei piace così…”
Alla festa facevano dei cosmopolitan da urlo. The best cosmo in san francisco disse il padrone di casa, mentre versava quel liquido rosa ovunque, già molto avanti evidentemente con i cocktail bevuti. The best cosmo in san francisco a dire la verità l’avevamo bevuto già la prima sera in un ristorante semi italiano in centro dove ci avevano portato i padroni di casa.
Il ragazzo-barista ci spiegò anche la ricetta nel dettaglio. Inutile, si sa benissimo che certe cose le puoi fare solo nel loro posto di origine.
Dove lo trovi in italia il succo di cranberry? cavolo, non abbiamo nemmeno una parola per tradurlo, (cioè sarebbe mirtillo palustre, dimmi te…) figuriamoci il succo…
Ovvio, qualcuno usa il mirtillo ma non è la stessa cosa. E infatti il mirtillo, in inglese blackberry, è viola e il cranberry rosso-rosa. E non vale nemmeno il lampone, che infatti è raspberry…

Anche quella della festa a Marina era una delle varie case che visitammo a san francisco e di cui ci innamorammo un po’. Pareti colorate rifinite in bianco, candele accese ovunque anche in bagno, arredamento essenziale ma comodo, e lì c’era pure il giardinetto.
nel cortile, appunto, la festa proseguiva con il karaoke. Un impianto bello grande su cui passavano tutte le canzoni della storia del rock. Cantammo anche io e vanessa, born in the usa di Bruce Springsteen, facendo le dive rock con le chitarre finte eccetera. Riscuotemmo anche un buon successo. Ma va detto che il pubblico era di parte.
Quando tornai in italia mi misi in testa di fare anche io una grande festa con il karaoke, ma non ci fu proprio verso di trovarne uno a noleggio. La festa la facemmo comunque, a casa di lula a san gimignano, e fu bellissima ugualmente.

Quel giorno a Marina si celebrava un qualche anniversario dell’aeronautica americana. A un certo punto andammo fuori per vedere lo spettacolo del passaggio degli aerei. Rob sosteneva che se fossimo stati fortunati avremmo potuto vedere un volo radente sotto il ponte, roba che nemmeno maverick in top gun… ma non lo fece nessuno per fortuna. Pare che questo genere di esibizioni fosse stato espressamente vietato. In ogni caso quel giorno, non ce ne furono.
Ci piaceva, a san francisco, trascorrere le giornate come se avessimo sempre vissuto lì, senza la frenesia del turista che deve vedere e sperimentare tutto.
Vedemmo un sacco di cose, ovvio, ma non ne vedemmo altre. Di due in particolare mi vergogno un po’. Lo Yosemite park, perché mi pare che ci volessero troppe ore ad arrivarci e a visitarlo (e certamente non ci sfiorò affatto l’idea che quell’estate o forse quella precedente una ventina di turisti erano stati uccisi da un misterioso serial killer) e noi non volevamo stare nemmeno un minuto senza calpestare le strade di san francisco.
Infatti un giorno prendemmo il suv per andare a sud, per visitare non ricordo più quale san qualcosa, san josè forse, dopo la silicon valley. dopo un po’ ci rompemmo e facemmo dietrofront.
Ma la cosa che più mi dispiace di non aver visto a san francisco è la city lights, cavolo, la libreria dei poeti della beat generation. Pensare che per trovare la gemellina di firenze, pochi anni prima, avevo fatto il diavolo a quattro, chiedendo a tizio e a caio (erano gli anni prima di internet) fino ad arrivare finalmente al negozietto di via san niccolò. Che chissà se sarà ancora aperto, anzi dopo voglio proprio controllare.
Ecco, presi dall’ebbrezza della vita a san francisco quella mi passò proprio di mente. Me ne ricordai solo una volta tornata a casa. E pace…
A san francisco c’erano tantissime mazda cabrio, la stessa che avevo anche io in quel periodo. Da noi si chiamava Mx5, lì era la Miata. Ancora mi chiedo se avranno avuto il cambio automatico o no…

Durante un giro a Castro, il quartiere gay per eccellenza, Rob ci raccontò di Harvey Milk e del sindaco Moscone, uccisi tanti anni prima da un conservatore fanatico in municipio. Alla City Hall (all’esterno delle cui finestre era appeso il cartello “vietato fumare in quest’area”) ancora ricordano l’evento srotolando nastri con i colori dell’arcobaleno nel giorno dell’anniversario. Rob non seppe dirci però molto di più. Incuriosita, tornata a casa feci diverse ricerche sul personaggio, il primo attivista gay eletto come tale a rappresentare la città di san francisco. una figura bellissima, simbolo della tolleranza e dell’apertura, nel senso di open minded, caratteristiche delle quali san francisco e i suoi abitanti si sono sempre fatti un vanto.
poi il genere umano è quello che è, e per un milk c’è anche il conservatore represso e depresso che spara per uccidere chissà che, un uomo o un’idea. Il suo avvocato riuscì a farlo uscire dal carcere sulla parola dimostrando che quel giorno l’omicida aveva mangiato del cibo guasto, che pare sia una vera e propria attenuante nel processo americano o almeno in California. Ma poco dopo il tizio si suicidò.
Ero decisissima ad approfondire la storia di milk. Il sogno era: torno a san francisco a raccogliere le testimonianze di chi l’ha conosciuto e poi ci scrivo un libro.
Avevo già pensato a come sovvenzionare il mio soggiorno. Avrei venduto poster di Alessio duplicando la foto che gli avevo fatto a tradimento mentre si sfilava la camicia sullo sfondo dello skyline di san francisco, quello con la torre triangolare. Con quel fisico sarebbe diventato il nuovo simbolo di castro.
Non ne feci nulla, peccato. Né per milk né per il poster. Nel frattempo ci ha pensato gus van sant a girare un film, con Sean Penn.
Milk, per coinvolgere più elettori possibile, aveva fatto anche una campagna per la pulizia delle strade sensibilizzando i proprietari dei cani ad usare sempre sacchettino e paletta.
Eccola là la San Francisco dei proprietari di cani educati.

Comunque, in quel momento, quello di cui parlavo all’inizio della storia, eravamo in union square. Era il nostro primo giorno a san francisco. Già Alessio mentre camminavamo per le strade, hanging around, mi aveva detto: “Tu da quando hai messo piede sul suolo americano sei cambiata. Brilli di felicità a prescindere”.
Sì, lo sapevo già che funzionava così.
Ci sedemmo su una panchina, con i nostri zainetti in spalla. Si respirava l’aria frizzante della grande città. San francisco la tollerante, san francisco la città d’oro.
Era una calda giornata di sole. Tante cose ancora non le sapevamo ma la vacanza si preannunciava splendida. E così fu.
E io ero con il mio amico alessio, una cosa che mi riempiva ancor più di gioia.
Non sapevo ancora che la nostra dirimpettaia a pacific heights era danielle steel, la scrittrice di romanzi rosa, quando dissi: “Ale, questo è un momento perfetto”.
Mentre dagli occhi mi scendevano lacrime di felicità.

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il mosaico della memoria

Okay okay okay. Il ghiaione è stato nel 1990, non nel ’91. ma tanto a parte il fatto dell’anniversario mancato questa è una cosa che non importa proprio a nessuno. La cosa buffa invece è quando ti confronti con le persone che hanno partecipato ad uno stesso evento e vedi che ognuno ha memorizzato una cosa diversa.
Lula per esempio si ricordava che l’estate che andammo in val di zoldo era quella dei mondiali di zenga e tacconi, quindi quella del 1990. dice anche che io non partecipai alla cena prima della partenza proprio per guardare una partita e che, mentre giravamo di rifugio in rifugio, buttavo sempre un occhio alla tv nel caso giocassero.
Ecco, questa sinceramente io non me la ricordavo proprio.
Per la mi’ sorella, che ha la memoria di un computer, era sicuramente il ’90 perché lei si ricorda di un determinato esame che dette all’università. Il ricordo è in relazione alla proiezione delle diapositive della vacanza, in cui, orrore orrore, vide che una di noi, nella solitudine sterminata dei monti, aveva osato addirittura prendere il sole in topless.
Io avevo collegato la vacanza a due ricordi, legati a un cane e a un fidanzato ma sbagliando clamorosamente la data: il fidanzato risale al ’90, perché con l’inizio del ’91 non c’era già più, il cane al ’91. e nessuno faccia battute sul sostituto e cose varie, please.
Il cane era tarino, il meraviglioso siberian husky bianco e rosso che nessuno voleva perché in quegli anni in cui quel tipo di cane andava tanto di moda lui povero aveva due difettucci e quindi non andava bene per le mostre canine. Evitare commenti anche in questo caso, ri-please che tanto li ho già esauriti tutti io, con le parole e con i pensieri.
Lo presi anche se aveva già più di due anni. E’ stato un cane eccezionale, un compagno fedele e affettuoso pur nello spirito d’indipendenza caratteristico della razza. Ah, e poi cantava. Lo sa bene raffaella che quando glielo dissi si mise a cantare o sole mio e lui le andò dietro come fosse stato andrea bocelli.
Quindi, messi i puntini sulle i, nel ’90 ci fu l’avventura del ghiaione che contribuì sensibilmente a ridimensionare la storia del fidanzato portandola verso una fine più o meno naturale dopo il capodanno fra il ’90 e il ’91. nel ’91 invece arrivo’ taro, andammo in montagna ad asiago, ed è li’ che ero preoccupata di lasciarlo a casa da solo subito dopo averlo preso.
Ad asiago andammo però in quattro, col pulmino di lula, con raffaella e patrizia. E successero un sacco di cosa ganze che ancora ci si raccontano. Intanto s’era ospiti a casa di tullio kezich che era vicino di mario rigoni stern e ermanno olmi, oltre a un tal erante che pare si chiamasse proprio così ma noi all’inizio avevamo capito invece che “errava” nel senso di camminare a tutte l’ore.
Questa cosa mi portò bene qualche anno fa quando olmi venne a belluno per l’inaugurazione della mostra di arnaldo pomodoro e io gli raccontai, presentandomi, di quella vacanza. Più tardi, quando gli chiesi se potevo intervistarlo lui mi disse di sì, precisando che lo faceva proprio per me, perché da tre anni, e non so bene per quale motivo, non parlava più con i giornalisti.
Successivamente volle rileggere l’intervista e dare il suo placet, in genere non si fa ma che cavolo io lui lo chiamavo maestro, e mi fece un sacco di complimenti dal telefono della sua casa di asiago dove nel frattempo era rientrato.
Beh, è una cosa che conservo nel cuore come un ricordo del tutto speciale.
Poi, sempre ad asiago, successe quella cosa del billo di legno, un tronchetto che trovammo fra gli altri pezzi di legna da ardere, dalla forma inconfondibile. Lo posizionammo a mo’ di soprammobile a centro tavola ma ogni giorno era una lotta perché patrizia non appena ci giravamo lo buttava nel caminetto.
Poi, mentre prendevamo la legna nella legnaia successe che raffaella perse una lente a contatto. Era già sera ma bastò accendere i fari di un’auto per riconoscerne il brillio sulla catasta e recuperarla.
Un giorno tornò il padrone di casa che ci aveva gentilmente offerto ospitalità durante la sua assenza, giovanni figlio di tullio, insieme ad alcuni amici. prepararono il pranzo, sfidandoci ad assaggiare i canederli, che comunque già conoscevamo, e avvertendoci che loro stessi, sottintendendo cioè dei veri montanari, non riuscivano a mangiarne più di tre o quattro nella stessa cena. Evitiamo di dire quanti ne mangiammo io e lula, che forse è meglio.
Per quanto riguarda l’avventura del ghiaione, c’è solo da sentire i ricordi di giovanna. Prima ne abbiamo parlato un po’ al telefono con lula e son venute fuori un sacco di altre cose. Anche la crisi di panico su uno spicchio di roccia sospeso sul vuoto. Ecco, dopo 21 anni scopro che non l’avevo avuta solo io.
Io l’avevo detto subito però. Mi sa che s’era al città di fiume perché stasera vedendo le foto di un’amica su facebook mi è sembrato di riconoscere il rifugio della panchina affacciata sul vuoto e la roccia sporgente dalla quale si affacciavano lula e giovanna era proprio lì vicina.
Ganzo questo percorso all’indietro, questo ricomporre il mosaico della memoria. Lula ha ritirato fuori un sacco di storie che avevo completamente rimosso, mentre io ne ricordavo altre.
Spero che non debbano passare altri venti anni però per ricordarmi, la prossima volta che vado a far la spesa, che ero uscita apposta per comprare il gel per capelli e invece son tornata con un balsamo. E finché non sono stata fuori dal negozio, ormai sulla strada di casa, ero pure convinta di volere proprio quello…

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il primo lancio non si scorda mai

Poi mi son fermata a 12. Un po’ per superstizione, quella di non fare il 13esimo lancio, un po’ per il colpo di frusta conseguenza di un incidente stradale che aveva reso un po’ troppo doloroso praticare questo sport.
Sì perché poi io mica facevo la paracadutista leggiadra di quelle che si lanciano oltre i tremila volano in caduta libera e quando aprono l’ala planano nell’aria fino ad atterrare in punta di piedi… eh no.
Di militare c’ero andata. Ma c’era una ragione.
Comunque quella primavera, era il maggio del ’93, quando un camion mi venne addosso a tutta birra mentre ero ferma con l’auto davanti alle strisce per far attraversare una vecchietta fra l’antiporto e camollia (eh sì cavolo), si stava per cominciare il corso tcl. Che vorrà dire? Tecniche caduta libera? Può essere. Mi informerò, ma ora non è importante e non me lo ricordo proprio.
Qualche mese prima avevo preso il brevetto da paracadutista. Civile io, militari i materiali, paracadute e aerei.
Ovvio che c’entrava babbo. Lui si era sempre lanciato. Quante volte ce lo ha raccontato, il sacco di patate, i voli senza il paracadute d’emergenza e tutto il resto. E io sono cresciuta fra i campi di grano ad ampugnano nell’attesa che il mio babbo scendesse dal cielo.
Nel ’92 tutto d’un tratto avevo deciso di farlo anche io. Babbo invece aveva smesso da un po’. Non dissi niente in casa, memore della paura di mamma ogni volta che babbo partiva e delle scenate che faceva quando tornava a casa con qualche fasciatura.
Tanto ero ampiamente maggiorenne, li avrei messi di fronte al fatto compiuto.
Non disse niente nemmeno babbo che quell’anno aveva deciso di ritornare a lanciarsi. E sì che aveva 68 anni se non faccio male i conti.
Così ci ritrovammo in palestra, in caserma a siena, e facemmo la preparazione insieme. Lui a suo tempo istruttore e con una vita di lanci alle spalle e io che non l’avevo mai fatto.
Avviso, questa storia è un po’ lunga.
Comunque per farla breve, arrivammo al giorno del primo lancio. Una bellissima mattina di novembre col sole nel cielo e l’aria pulita. La notte prima ovviamente non avevo chiuso occhio ripassando mentalmente tutte le cause di mancata apertura del paracadute, le manovre da fare in caso di apertura parziale e via dicendo. Non era ancora accaduto il caso, o almeno noi non lo sapevamo ancora, di quella ragazza che a montichiari a brescia era scesa dritta come un fuso fino a terra. Il principale non si era aperto e lei non aveva fatto in tempo con l’emergenza. Questione di secondi, forse anche meno, in certi casi.
La mattina stabilita arriviamo ad ampugnano ed affrontiamo la trafila prima del lancio. Tutti in fila, in ordine di chiamata, controllo dei materiali, controllo dell’abbigliamento. Indossavo la tuta in acetato con scritto “paracadutisti siena” sulla schiena, non avevo ancora la splendida tuta arancione da protezione civile comprata al mercatino americano a livorno.
Eravamo lì nell’attesa dell’aereo in arrivo da pisa. Un g222. non so se era quello che chiamavano la bara volante o se fosse il c130. nell’esercito usano sempre questi nomi un po’ così forse per sdrammatizzare. Quando non ci danno dentro con le sigle. Che allora lì se non sei del giro ti prende solo un gran giramento di testa. Minimo. Dall’h24 in poi è tutto un acronimo, e solo loro sanno che vuol dire.
Il paracadute era un cmp55 (vado a memoria eh) e lo chiamavano la mamma o qualcosa del genere. Madre, forse. Boh.
Forse perché era il primo o quasi usato per i lanci militari e, per quanto datato, era sicuro ed affidabile proprio come la mamma.
a vederlo dal basso era una medusa, praticamente. Un tondo bianco con due corde dure a morire, non direzionabile, a meno di non staccarsi le braccia dalle spalle a forza di tirare di qua o di là.
L’esercito non lo usava più da un secolo allora lo davano a quelli dei corsi anpdi. (eccola là la sigla, tiè)
Avevamo passato mesi a farci i muscoli, a correre, a far flessioni, a tirarci su alla sbarra, a salire sulla fune e ad arrampicarci sui muri. E a imparare a cascare. Da tutte le direzioni possibili: otto, come la rosa dei venti.
Fate conto di saltare da un muro alto due metri ci dicevano. Ecco. Altro che quelli che atterrano in punta di piedi.
Anche l’abbigliamento era di stozzo, come dicono a siena.
A parte la meravigliosa tuta arancione che avrei usato negli ultimi lanci, un pezzo unico che si infilava dalle gambe e poi si chiudeva con una lunga cerniera, ai piedi avevamo gli anfibi militari originali fatti dal calzolaio della caserma di una misura più grande, per i calzettoni.
Una robina leggera e molto femminile, ma che almeno ti permettevano di marciare per chilometri, con il paracadute sulle spalle e quelle chilate di cuoio ai piedi, per rientrare alla base dopo che il vento ti aveva fatto scendere chissà dove.
Il tutto reso ancora più leggiadro dall’imbracatura stretta come una gabbia, che faceva assumere una posizione da bullo, col rinculo e a gambe larghe, con quelle due sacche appese una sulle spalle e l’altra sulla pancia.
Di un elegante colore verde militare, ovviamente.
Il presidente della sezione mi fa: “Te ti lanci per seconda, dopo babbo, cui abbiamo lasciato l’onore di lanciarsi per primo”.
In aereo invece ci trovammo davanti due ragazzetti, e noi finimmo al terzo e al quarto posto.
“Sono i figli di un generale…”
Ah ecco. Chi conosce l’ambiente capirà.
Comunque una volta pronti in piedi dentro a quell’aggeggio rumorosissimo, attaccato il gancio alla fune di acciaio, ci avviamo verso il portellone. Babbo si gira e mi dice: “Simona, ci si vede giù”. Sparendo nel vuoto.
Io, appena fuori dall’aereo vidi il cielo dappertutto. Sopra, sotto, di lato. Oddio, pensai. Aiuto.
Ma tempo qualche secondo e sentii come uno strattone, mi sembrò di risalire in alto e di rimanere lì, immobile, nel cielo.
Il campo di ampugnano è bellissimo, in mezzo alla campagna senese. Da lassù vedevi i campi a perdita d’occhio mentre l’orizzonte sfumava nel verde dei boschi. E quel cielo, di un azzurro assoluto, e tutti quei puntolini bianchi che scendevano giù piano piano.
Babbo mi chiamava. “simona, simona” sentivo gridare.
Boh? Forse avevo qualche problema al paracadute? No no era solo per salutare, mi disse dopo a tera.
A parte che se guardavi in su vedevi un puntolino bianco grande come un cappello e la cosa non ti tranquillizzava nemmeno un po’. Però stavi in aria, quello sì. Ed era una sensazione magnifica.
Durò poco. Una manciata di minuti. Poi mi preparai ad atterrare, puntai verso l’aeroporto attaccandomi con tutto il peso alle funi che reggevano il paracadute per direzionarlo almeno un po’. Funzionò. La caduta fu perfetta. Capriola anteriore laterale agevolata da un colpo di vento. Poi, appena in piedi, raccolta la vela e messa dentro allo zaino da cui era uscita, mi incamminai verso la base. La giornata sarebbe stata perfetta per farne un altro. Ma il regolamento lo impediva.
Gli altri due lanci necessari per il brevetto così si sarebbero fatti in un giorno diverso un mese dopo. Peccato.

Questa storia, una sera di qualche anno fa, seduta al tavolo di un’osteria a belluno, la raccontai a un ragazzo. Ricordo che ridemmo un sacco. Anche lui aveva fatto il paracadutista, oltre a un sacco di altre cose. Con noi c’era una comune amica che forse aveva portato apposta il discorso sull’argomento conoscendo le rispettive esperienze.
Quel ragazzo era simpatico, ma tanto, aveva i capelli lunghi, il sorriso aperto e gli occhi svegli.
In seguito l’ho ringraziata, l’amica, per avermelo fatto conoscere. Anche se lo incontrai solo quella volta.
Ora non sarà più possibile. E’ volato via insieme ad altri tre nell’estate di due anni fa.

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forse ho letto troppi polizieschi

Forse, se non avessi letto tutti quei polizieschi, non avrei tutta quella paura quando attraverso un parco da sola. O forse, se non avessi fatto la giornalista non mi verrebbero in mente tutti quei casi di cronaca nera. O forse se fossi meno paranoica, o chissà che… perché io mica sono paranoica, poi…
Ora non voglio dire che vado nel bosco da sola o qualcosa del genere e poi mi viene paura. No no. Siccome ho paura a prescindere non ci vado. Però basta che sia anche solo con un’amica e nemmeno me ne accorgo. Della paura intendo. Come se in due donne, metti mai che arriva il cannibale della slovacchia, ci si salvasse lo stesso…
Allora, succede che nei giorni di lavoro, quando riesco a svegliarmi presto la mattina, mi faccio un giretto facile facile intorno casa, tanto per ossigenarmi un po’. Mentre mi metto le scarpe da ginnastica penso al percorso da fare, considerando il tempo a disposizione, da calcolare secondo l’ora in cui parto. Perché dopo c’è da fare la doccia, leggere i giornali su internet prima di andare in tribunale, rispondere a qualche e-mail, colazione, certe volte fare una lavatrice o azionare la lavastoviglie, la spesa, cuocere qualcosa per il pranzo, mettere a posto i documenti, qualche telefonata, prepararsi e uscire.
Qualunque sia il giro che scelgo ci deve essere almeno un passaggio in mezzo al verde, però.
Ora, quando sono in toscana il problema non si pone perché in campagna ci vivo e non ho nemmeno problemi di orario, più o meno. A belluno invece bisogna partire da piazza duomo che è in centro che più centro non si può. Ma siccome belluno alla fine è piccola e anche abbastanza verde il problema è presto risolto.
E infatti nel giretto standard da mezz’ora sono compresi ben due parchi. Piccoli ma belli verdi.
Allora funziona così. Scendo le scale a piedi, lascio le chiavi nella cassetta delle lettere tenendo solo quella piccola, e vado.
Il primo parco è in fondo a una lunga discesa, un po’ distante dalle case e incastonato fra una strada e un grosso posteggio. Qualche volta all’ora di pranzo, forse la domenica, ci sono le badanti a fare il pic-nic. Ma al mattino presto non c’è un’anima. Così non appena imbocco il vialetto alberato di faggi e carpini mi assale subito quella paura lì del tipo che i muscoli si tendono e il respiro si fa corto. Eccola arriva.
Quando passo di lì mi torna in mente, ma sempre cavolo, la storia dell’avvocatessa dalla carriera in ascesa massacrata da una gang di neri vicino ad harlem a central park. Sempre. Vedi che non sono solo i polizieschi?
E sì che è successo una marea di anni fa. Minimo sarà stato l’81 prima della tolleranza zero di giuliani e via dicendo.
Ma siccome questa paura è del tutto irrazionale, lo capisco bene, non siamo a new york e non ci sono gang, mi faccio forza e vado avanti.
Senza farmi accorgere, a volte il mostro fosse nascosto dietro un albero preferirei non fargli vedere che ho questa paura, un po’ come si fa con i cani, passo ai raggi X alberi e fogliame, con l’aria di quella che guarda giusto il panorama. Nel silenzio assoluto tendo le orecchie attenta a carpire eventuali movimenti di foglie o passi forzatamente leggeri. Mi costringo a non correre, respiri profondi e sciolgo le spalle con nonchalance. Ecco, sono quasi in fondo.
Potrei anche passare proprio dal parco, dal percorso vita, ma è troppo interno, mi mancherebbero vie di fuga, nel caso, e così continuo per la stradina.
Stamani mi si è proprio mozzato il respiro. Appena fuori mi sono trovata davanti un uomo.
Ho girato subito largo decidendo sul momento di deviare verso la strada asfaltata. Quando ho visto che il terribile mostro era un nonnetto che portava a spasso il cagnolino ho virato di nuovo in mezzo ai camper attraversando il posteggio.
Non credo che faccia tanto bene alla salute questa cosa qua, ma che ci posso fare?
Il secondo piccolo parco invece si può attraversare tranquilli. O almeno, a me quello non fa venire un pensiero strano che sia uno. All’inizio c’è una colonia di gatti. Oggi mi è sembrato di vederne anche diversi nuovi. O magari saranno gli stessi ma cresciuti.
Mi lascio sulla destra la scuola elementare, in questo periodo deserta, e salendo allegramente gli scalini entro decisa nel verde. Qui ogni tanto passa qualcuno anche a quell’ora, ma da sola o no, chissà perché, la paura non assale.
C’è un albero grande, fra tanti, un faggio, a cui mi piace appoggiarmi con le mani, chiudere gli occhi e assorbirne l’energia.
Poi mi rimetto in cammino, ormai verso casa, rigenerata, prima della solita lunga giornata di lavoro al chiuso di quelle quattro mura.

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quella volta da inviata a Coverciano

Chissà perché stamani mi è tornata in mente quella volta che sono andata a Coverciano a intervistare i calciatori della Nazionale.
Era la primavera del 2002, a Firenze faceva un caldo della madonna, io avevo ancora la mia meravigliosaspiderrossacoltettuccioneroeifariapalpebra e non vivevo a Belluno, anche se mi sarei trasferita di lì a un mese.
Siccome lavoravo a Firenze mi chiamò un amico chiedendomi se potevo fare un salto a Coverciano per delle interviste che gli servivano nell’ambito di un ufficio stampa di qualche azienda. Il motivo per cui lo chiese a me, oltre al fatto che mi trovavo in loco (ah ah, Catarella!), è che a Coverciano entrano solo i giornalisti professionisti.
Andai intorno alle 2, scappottata sotto un sole rovente (i fiorentini sanno di che parlo), mi presentai all’ingresso, feci la registrazione e mi trovai di fronte a un bivio. In pratica entro una mezz’ora avrebbero sguinzagliato un pacchetto di cinque giocatori a sorpresa, intervistabili girando a destra, o il mitico Trap, nella stanza a sinistra.
Impensabile fare entrambe le cose, quindi optai decisamente per la sorpresa calciatori. Di calcio non ci capisco granché ma mi sembrò la decisione migliore. In più di un senso. Anche se, a dir la verità, non mi sarebbe dispiaciuto affatto sperimentare di persona lo strano eloquio di mister Trapattoni.

Fuori uno. Alex Del Piero! Minchia… Si parte alla grande! Ah, forse non ho detto, mi pare, che era il ritiro prima dei Mondiali della Corea del Sud. Una strage… ma ancora almeno non si sapeva.
Alex si siede sciolto su un tavolo, i giornalisti intorno premono, c’è la solita jungla di microfoni e telecamere, i fotografi scattano. Non ricordo le domande, ma mi sa che quello non era proprio un gran momento per lui, doveva riprendersi da qualche problema o qualcosa del genere. Comunque niente da dire. Carino, gentile, disponibile, pacato. Vabbè, lui. Del Piero.
Aspettai timorosa fino in fondo il mio turno, sperando che nel frattempo i colleghi sportivi si stufassero e abbandonassero il campo, e poi alla fine me ne uscii davanti a tutti con la mia domandina sugli investimenti in fatto di impianti sportivi. Strano, non si mise a ridere nessuno come invece avevo temuto. E Del Piero rispose tranquillamente come aveva fatto con tutti gli altri giornalisti.

Rinfrancata, mi misi a caccia degli altri. Ah, siccome in realtà di calcio non ne capisco niente se non per sentito dire, non avevo nemmeno idea, escluso Del Piero, di chi potessero essere gli altri.
“Oh, ce n’è uno con i capelli biondi a caschetto” dicevo al cellulare al mio amico, il committente.
“Come parla, napoletano?”
Aspetta che mi avvicino.
“Sì, mi pare di sì”.
“Allora è Fabio Cannavaro, vai…”
“Vado”.

“Ciao Fabio! Sono Simona Pacini, ti volevo chiedere che cosa ne pensi degli impianti sportivi per i giovani eccetera eccetera…”
Era da solo, alto più o meno come me. Lo dico per certo perché mi si stampò addosso. Ce l’avevo davanti a un centimetro con quell’aria da scugnizzo che poi non ti dava nemmeno troppo fastidio. Avercelo un po’ appiccicato, intendo.
Anche lui rispose, presi i miei appunti sul taccuino, scusa ti sposti un attimo, grazie ciao.

Non avevamo mica tutto il tempo che volevamo a disposizione. Bisognava correre per beccarli, intrufolarsi fra i colleghi più esperti, strappare la dichiarazione e andare alla ricerca di un altro. Il tempo stava per scadere.

A Coverciano entri in una specie di palazzo ma poi esci in un giardino molto grande, subito prima dei campi di allenamento. E le interviste le facevamo lì, all’aperto.

Ne vedo un altro accerchiato da giornalisti con i soliti microfoni, telecamere e taccuini. Non ho tempo di chiamare il mio amico. Mi butto, cerco di cogliere qualche particolare dalle domande degli altri. Qualcuno parla di Atalanta. Era un ragazzo bellissimo, alto e con gli occhi celesti.
“Sarà stato Cristiano Doni” fa il mio amico sentendo la descrizione. Boh, mai sentito prima.

Toh, Francesco Coco. Di questo non ricordo se lo conoscessi o no, ma mi pare strano. Me l’avrà detto il mio amico di sicuro.
Aspetto che due tizie finiscano di intervistarlo. Sono evidentemente infastidite dal fatto che io stia lì dietro sentendo le loro favolose domande ma non sanno che non ho alcuna intenzione di copiare la loro intervista. L’unica cosa che mi preme è non farmelo scappare. Ho detto che li intervisto tutti e cinque e cinque devono essere, oh!
Alla fine le tipe finiscono e dopo avermi incenerito con un’occhiata si allontanano e mi lasciano sola con lui. Gli faccio la mia domanda ma non mi pare che risponda a tono e mi viene la faccia un po’ stupita. Allora lui prende il mio blocchetto e ci scrive Camp Nou. E che cosa vuol dire scusa? Ah, è lo stadio di Barcellona dove ti piacerebbe tornare a giocare? Sì ma che c’entra scusa? Vabbè, pensava che gli avrei fatto anche io le domande come tutti gli altri. E invece no.

Sono vicina all’uscita, nel vialetto da cui si rientra nelle sale piene di frigoriferi straboccanti di bibite e con il tavolo del buffet, quando ne passa un altro di corsa. Questo lo conosco. E’ Pippo Inzaghi. Scusa, posso farti una domanda? Lo fermo afferrandolo per la maglia. Lui risponde tutto di fretta e poi riparte di corsa.
Ok, sono cinque. Fatto!
Non è andata nemmeno troppo male.
Mi fermo un attimo intorno a una fontana, o forse era un’aiuola, per ritemprarmi e risistemare gli appunti. C’è quella giornalista sportiva della Rai, come cavolo si chiamerà. Con lei c’è una tipa che le tiene il cagnolino, pare che siano inseparabili (con il cagnolino non con la tipa). Una non tanto simpatica con l’aria un po’ supponente. Infatti quando le dico, che carino!, accennando una carezza al cagnetto, mi fulmina con lo sguardo e non dice una parola. Manco risponde al saluto. Vabbè, pace.

Esco da Coverciano, risalgo sulla mia meravigliosa spider e torno a Firenze.
I mondiali del 2002 poi non andarono molto bene. Durarono poco, fino agli ottavi, ah già ci fu quella storia dell’arbitro disonesto. Ma quando li vidi, strana la vita, ormai ero già a Belluno.

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una vita da privilegiata

Si’ lo so, sono una privilegiata. Faccio la giornalista.
Qualcuno dice che e’ il lavoro più bello del mondo. Ma mi fa venire il dubbio che non l’abbia mai fatto veramente. O forse l’ha fatto al corriere della sera, magari come inviato, o al new york times.

Noi, i giornalisti vecchia maniera della carta stampata, siamo quelli che si alzano tardi al mattino e prima delle 11 (ma ce ne sono anche che iniziano molto dopo) non carburano.
Bella vita, commenta il popolo delle 8.
E noi zitti, che vuoi dire, con tutti i nostri privilegi? Ma quando quelli delle 8 ci invitano a prendere un aperitivo o a cena, noi diciamo no grazie a quell’ora lavoro.
Ma tanto facciamo sul tardi cosi’ ce la fai anche tu.
Ah grazie. Quindi, a che ora?
Sette e mezzo-otto.
Ecco, qui il mondo si divide in due. Da una parte la gente normale che dice ok a dopo. Dall’altra i giornalisti che si mettono a ridere. Per non piangere, ovvio.
Vabbe’ inutile spiegare che in una redazione uno che abbandona la scrivania alle 19.30 deve avere almeno una ragione di vita o di morte perche’ altrimenti, minimo non ha capito bene ne’ chi e’ ne’ che cosa sta facendo. E poi chi li sostiene gli sguardi dei colleghi che rimangono muti e seduti al loro posto?
Quella e’ l’ora in cui convergono tutte le energie mosse durante il giorno. Arrivano gli ultimi pezzi dei collaboratori, in genere tutti insieme, e si titolano le pagine rimaste bianche.
Si mettono le ultime foto, si fanno i richiami in prima, le locandine. Si riguardano le pagine correggendo errori, grafici o refusi.
Si ascoltano i tg locali per una verifica delle notizie. Si pensa al giornale del giorno dopo, a buttare giu’ idee da sviluppare, a come sviluppare e riprendere le notizie gia’ scritte. Si chiamano i collaboratori, i fotografi per assegnare i servizi. Si controllano i lanci ansa. Si aspetta quello che ancora manca per chiudere il giornale.
Si fa il giro di nera, non l’ultimo, ma quello dove se succede qualcosa cominciano a girarti… Magari arriva una notizia improvvisa e si rifa’ da capo una pagina intera, buttando all’aria il lavoro della giornata. Si cambia la prima, nuove locandine.
Vabbe’ ormai sono le 21, le 21.30, le 22. Dove vuoi andare?
Finendo presto, alle 21.45 c’e’ il cinema in centro. Salti la cena e vai. Ogni tanto si puo’ anche fare…

Sul blog del corriere della sera qualche giorno fa c’era la storia di una loro giornalista che si e’ licenziata perche’ non riusciva più ad andare a cena. A vivere la vita negli orari degli altri.
Vabbe’, anche quelle sono scelte…

Ah, e poi ci sono quelli che il venerdì’ ti dicono buon week end.
Ma che fai, prendi in giro? Secondo te chi li fa i giornali che leggi la domenica e il lunedì’?
E i ponti? I festivi? Sconosciuti. Il giornale sta chiuso solo per san silvestro, vigilia di natale e natale, pasqua, primo maggio e ferragosto. Stop.
Tutti gli altri giorni si lavora: pasquetta, santo stefano, capodanno, 8 dicembre. Tutti quelli in cui la gente normale, quasi tutta, fa festa. Una botta di fortuna, eh?

E allora scusa, ma te quando stai a casa? Un giorno a settimana.
La domenica? Dipende. Uno, ma non sempre lo stesso. Dipende dalle esigenze della redazione, a volte anche dalle tue (nel senso di mie).

In quel giorno, in quell’unico giorno libero, cerchi di concentrare tutto quello che non puoi fare quando lavori. La spesa, il medico, il meccanico, metti le gomme da neve, togli le gomme da neve, tagliando, revisione, la palestra, la passeggiata con l’amica, il cinema con l’amica per una volta senza correre magari si mangia anche la pizza o si beve qualcosa. Le telefonate agli amici, le email agli amici, l’estetista, il parrucchiere, lo shopping, il mare, il lago, il fiume. Riordinare la casa, portare i fogli per la dichiarazione dei redditi al commercialista. Preparare lo yogurt, lo zenzero candito, fare il ghee (vedi la cucina di simona).
Riposare, guardare la televisione, farsi fare un massaggio, ascoltare la radio, farsi un automassaggio, ascoltare un cd, leggere un libro, scrivere un libro, invitare un’amica a pranzo, cucinare, mettere a posto, controllare l’agenda, pagare l’affitto, pagare la luce, l’acqua, i rifiuti. Guardare il panorama dalla finestra, pagare il bollo auto, spaparanzarsi sul divano, leggere il giornale, leggere l’inserto del giornale, leggere il libro distribuito col giornale, accendere un incenso, rimettere a posto i vestiti nel caos di camera tua, rimettere a posto le scarpe nel caos del guardaroba, sistemare i documenti dividendoli nelle cartelline casa, auto, spese sanitarie, bollette. Cartellina dichiarazione dei redditti, cartellina richiesta rimborsi, cartellina da pagare, cartellina varie.
Farsi piedi e mani, lavarsi i capelli, asciugare i capelli, ricci o lisci, sistemare la dispensa, capire da dove vengono le farfalline e buttare via i cibi sospetti. Portare giu’ la spazzatura, portare i vestiti vecchi alla caritas, portare le buste che non uso al negozino sotto casa. Guardare gli orari del cinema, aprire facebook, cazzeggiare, scrivere sul blog, bersi un te’ allo zenzero, farsi una tazza di latte caldo, andare in farmacia, organizzare la festa dei toscani, controllare la batteria dei telefoni, ripulire il computer, cambiare la lampadina…
Uff! Finito.
Tornare al lavoro.

E magari rispondere a telefonate di gente nervosa perche’ non gli piace quello che hai scritto o come l’hai scritto, ricevere email di protesta per quello che hai scritto, leggere su facebook quello che avresti dovuto scrivere e come avresti dovuto scriverlo, eccetera eccetera…

Eh si’ non c’e’ che dire… E’ proprio una vita da privilegiata…

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