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pensieri e plenilunio

Stanotte, ne sono sicura, andrà meglio. Quella appena passata mi pare di non aver chiuso occhio. E ho fatto anche due sogni un po’ così.

Ora però vorrei che il tempo si fermasse per un po’, che si facesse silenzio. Devo pensare a delle persone. La notte scorsa non hanno dormito nemmeno loro. Sono sicura anche che c’era qualcosa nell’aria. Chissà, magari la luna piena, come mi ha detto oggi un amico che ha dormito della grossa, lui, ma il cui telefonino, mentre dormiva, ha chiamato da solo mezzo mondo…

Misteri…

La luna piena o la testa piena di pensieri.

Ce li ho anche io i pensieri, ma in genere ci penso poco, do loro poca soddisfazione.

Qualcuna che conosco invece ne ha da pensare un po’ di più. E allora penso anche io a lei, a loro. Penso a che cosa significa avere una persona cara che passa un momento difficile. A quante cose vorresti fare per aiutarla, per alleviarle pensieri e dolori. Ma invece, in certi casi, non puoi fare niente.

La vita scorre. A volte va, potente come un fiume o zampillante come un ruscello di montagna, a volte si ingolfa.

Io spero che ricominci a scorrere anche dopo, dopo che ha girato su se stessa e si è fermata come in uno stagno.

Mi pare che il silenzio aiuti, tanto, anche in casi così.

Aiuta a sentire meglio, a pensare più chiaramente, a percepire le vite stanche e impaurite di fronte a cose più grosse di loro, di tutti noi.

Poi avrò anche io il mio pensiero, ma lo sento più leggero.

Oggi ho fatto una cosa che mi ha alleggerito il cuore. Ora non posso dirla, perché certe cose che riguardano il lavoro si raccontano solo dopo la pubblicazione.

Il lavoro giornalistico non è venuto un granché, a dire il vero, non mi ha soddisfatto proprio molto.

Ma il lato umano mi ha dato tanto e, cosa più importante, mi ha permesso di dare.

E alla fine tutta questa leggerezza la senti dentro e ti fa stare solo bene.

Anche se ora, con certi pensieri che aleggiano nell’aria, scendono le lacrime.

Ma stanotte, almeno, ne sono sicura, dormirò.

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passeggiata d’autunno in nevegal

L’appuntamento è alle 14.30 a castion. Si va a fare un giro in nevegal.
Dopo questa estate infinita finalmente fa capolino il fresco. Le temperature sono scese, ma c’è il sole in cielo. Oddio, là sulla destra si stanno addensando nuvoloni grigio scuro. Ma tanto noi staremo sulla sinistra. Mi sono vestita di fretta, dopo il pranzo con gli occhi all’orologio tornata a casa un po’ tardi da una mattinata impegnativa. Uno sguardo all’armadio sportivo (un mobile aperto a scaffali) e scelgo i pantaloni invernali, ma non quelli da neve. Canottiera tecnica, maglioncino di cotone a maniche lunghe, giubbottino tecnico pelosetto. Dovrebbe bastare. Mah, forse è meglio portarsi dietro anche la giacca a vento, quella leggera, non si sa mai. Ma dov’è? Ah eccola là appesa in mezzo ai cappotti. Prendo lo zaino, quello vecchio che si sbriciola, quello nuovo è troppo piccolo, devo ricomprarne un altro. Ci metto un paio di guanti, una bandana, un cappellino di lana, un gilet di pile e una maglietta di cotone servisse come ricambio. E la giacca a vento. Ah, l’immancabile thermos con un po’ di tè allo zenzero, portafoglio chiavi della macchina fazzoletti e via. Le scarpe, quelle grippate da montagna ma leggere, ho proprio voglia di provarle.
Carico l’amica in macchina e andiamo su fino alla Casera.
“Ma non sarai un po’ troppo ottimista?” le dico vedendola vestita solo di una tutina nera attillata. “Non preoccuparti, ho la giacca a vento nello zaino. E poi questi pantaloni sono caldi anche se non sembra”.
Posteggiamo, infiliamo le giacche a vento e partiamo di gran carriera. I lastroni di cemento infiorati di sassi con cui hanno ricoperto il sentiero rendono il cammino più comodo e agile. Prima di malga Faverghera incrociamo due corridori di montagna. Salutiamo. Uno di loro alza la mano e mi indirizza un fragoroso “ciao!”.
Cavolo Giorgio, non ti avevo riconosciuto. Bravo!
Arriviamo al Brigata Cadore quasi senza accorgercene. Ma con molta soddisfazione, considerato che ultimamente non siamo proprio due modelli di salute.
Sul colle soffia un forte vento. Abbiamo indossato le giacche a vento e le bandane, ma a mo’ di olandesina.
Le nuvole si addensano anche sulla sinistra.
“Proseguiamo?” fa la mia amica.
“Certo”.
Siamo all’altezza del rifugio Bristot quando qualche pallino ghiacciato comincia a volarci addosso. Ci stringiamo nelle giacche a vento, tiriamo su i cappucci.
“Ormai arriviamo al Col Visentin…”.
“Ma si dai, andiamo”.
Il rifugio sarà chiuso, abbiamo appena incrociato il gestore che scendeva con il fuoristrada. Ma non importa. Abbiamo il nostro thermos. E poi l’importante è arrivare.
Mentre saliamo il cielo si chiude del tutto e si scatena una bufera di neve. Ghiacciata.
Un forte vento ci tempesta di fiocchi gelidi che si fermano sulle giacche e sui pantaloni tingendoli di bianco.
Come tartarughe ci ritiriamo nei cappucci girando la testa in direzione contraria.
Continuiamo a salire. La strada per il Col Visentin è sempre più comoda. Stanno facendo una sorta di asfaltatura montana (che cosa sarà? Sembra terra solida…) allargando e consolidando la stradina. Sono iniziati anche i lavori per rafforzare il pendio di sinistra (salendo) dove stanno costruendo un muretto con gli stessi sassi che cadono misti a fango. E poi sono stati tagliati gli alberi che affacciavano sulla via.
Quando la bufera di neve si placa, e per fortuna si placa, nell’aria pulita e fresca si sente anche il profumo della legna tagliata.
Non sembra possibile ma quando saliamo il viottolino sassoso che ci porta dirette al Visentin dietro al rifugio (e alle antenne) brilla un sole giallo e luminoso.
Da lassù, che sono pur sempre 1764 metri, il panorama è fantastico.
Il cielo si sta ripulendo. Le nuvole scure rimangono sospese a mezz’aria mentre la terra appare nitida e piena di luce. Si vede benissimo perfino la laguna.
Il Nevegal è tutto illuminato dal sole. Il viadotto del Fadalto, laggiù in fondo, sembra un ponticello. Il sole esalta i colori autunnali degli alberi e dell’erba secca.
Ci fermiamo ad assaporare il silenzio e l’aria fresca. Ci riscaldiamo con il tè. E anche con i vestiti del mio zaino. Il gilet di pile va all’amica, io per sicurezza mi metto anche l’altra maglietta.
La discesa a passo spedito ci fa apprezzare il beneficio del fresco (grazie al calore degli abiti in tessuto tecnico, certo).
Alla Casera sosta obbligata alla rosa dei venti, l’apparecchietto che permette di riconoscere le montagne puntandole con un filo d’acciaio che corrisponde ai nomi di ognuna, con relativa altezza.
Ma che cos’è quel massiccio davanti al Serva, dalla parte del Cadore, sopra a Longarone? Il Toc? Consideriamo che la parte franata nella diga del Vajont 48 anni fa esatti è quella che rimane nascosta alla nostra visuale e pensiamo che sì, è possibile. Anche se visto da qui sembra diverso.
La passeggiata è finita.
Rinfrescate e tonificate torniamo a valle con il riscaldamento dell’auto a tutta.

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la schiavitù del telefonino

Ieri mattina ero in farmacia. Il farmacista mi stava servendo quando è entrato un tizio che aveva fretta, gli si è avvicinato e ha detto: “scusa, sai mica dirmi dov’è 012 benetton?”.
Il farmacista, molto scocciato, gli ha risposto: “ma io sto lavorando, come ti permetti? E’ qua davanti, da qualche parte. Ma chiedi a qualcun altro!”
Il tizio ha capito ed è uscito.
Il farmacista mi ha detto: “scusa, sai bene che io sono sempre disponibile. Ma queste cose non le sopporto. Primo, come si permette di avvicinarsi cosi’ mentre ti sto servendo, violando la tua privacy. Secondo, interrompi una persona che sta lavorando per chiedere un’informazione del genere… Io non ho parole”.
Io, invece, ero semplicemente AMMIRATA.
Il farmacista ha continuato: “pensa che qualcuno si offende perche’ mi telefona mentre sto servendo le persone e io gli dico ‘metti giu’ che ti richiamo appena ho finito’. Tu sai che io rispondo sempre, ma non posso far passare avanti uno solo perche’ e’ al telefono…”
DOPPIAMENTE AMMIRATA.
Se penso che io faccio la fila e aspetto anche se entro in un negozio o in un ufficio dove le persone stanno visibilmente cazzeggiando. Finche’ non hanno finito io non chiedo.
Si’ lo so sono una polla. Leggi gallina, femminile di pollo.
Cosi’ come mai mi sognerei di passare avanti agli altri al supermercato o altrove perche’ ho meno cose da far passare in cassa, o perche’ perdo l’autobus, o perche’ devo correre all’ospedale in fin di vita…
(Cioe’, una o due volte l’ho fatto al banco dei formaggi: posso avere una bottiglia di latte al volo, ecco qui i soldi… Ma credo di non aver disturbato poi molto. E comunque, alla fine, in un mondo di furbi, una o due volte anche io…)
Ma e’ invece un classico che, non appena il commerciante o il titolare dell’ufficio si occupa di me, arriva qualcuno che ha più fretta (cioe’ che e’ più maleducato) e interrompe “solo per fare una domanda”.
Devo dire che ho sempre trovato molto fastidiosa questa abitudine. Come ho sempre trovato ingiusto che il commerciante o titolare dell’ufficio si siano prodigati ad accontentare il rompi di turno senza preoccuparsi perche’ interrompevano quello che stavano facendo con me (e non perche’ lo stavano facendo con me ma per semplice rispetto al cliente di turno).

Un’altra cosa assurda dei nostri tempi e’ la schiavitu’ del telefonino.
Trovi un amico per strada, parli con una persona che incontri. Poi la vedi agitarsi, le squilla il cellulare e questa, presa come da un tremito, risponde e ti lascia li’. E magari pensa anche di farlo giustamente, santo cielo, le e’ suonato il telefono, vuoi non rispondere?
Io per educazione e buona creanza, a meno che non aspetti una telefonata importante, preferisco lasciar squillare (senza suono e solo vibrazione, of course) il mio, e continuare a parlare con la persona con cui stavo parlando.
Ma ormai per strada vedi solo persone al telefonino (e purtroppo mi ci metto anch’io, quando approfitto del tragitto da casa al lavoro per fare qualche telefonata privata).
Cosi’ pero’ a chiunque incontri puoi fare solo un rapido saluto muto, perche’ stai telefonando…
Spesso mi chiedo anche se e’ aumentata la nostra liberta’ o se il cellulare e’ solo un comodo paravento, una scusa ormai accettata per non incontrare l’altro. Per non parlare di persona che, si sa, mette in ballo qualcosa in più…
In tribunale, finita l’udienza, gli avvocati escono dall’aula con il cellulare d’ordinanza gia’ attaccato all’orecchio. Cosi’ magari evitano elegantemente (beh…) I giornalisti.
Vedo anche, specialmente tra i colleghi, quando la persona che chiamano al cellulare non risponde, dilagare angoscia, rabbia, nervosismo. “Ma perche’ questo non risponde? Allora che c… Ce l’ha a fare un cellulare?”
Per qualcuno il cellulare e’ il mezzo che supera ogni barriera, anche e soprattutto di rispetto, verso l’altro.
Tu avere cellulare? Io chiamare, tu rispondere.
Ovviamente quando hai un cellulare non vai in bagno, non riposi, non fai la tua vita. O meglio si’ si’ falla pure, basta che rispondi.
Io, personalmente, trovo meno invadenti gli sms, quando e’ possibile usarli.
Anche sul lavoro, se qualcuno non mi risponde, anziche’ trasformarmi nel suo incubo chiamando 50 volte al minuto, spedisco un sms con scritto chi sono e il motivo della mia chiamata. In genere funziona e mi richiamano.
Invece qualcuno pensa che a un cellulare si debba rispondere sempre, come se il telefonino ti dispensasse automaticamente da ogni altra necessita’.
Che poi alla fine, l’ho detto anche al farmacista, oggi siamo tutti riconoscibili. Tu mi chiami, io non ti rispondo perche’ magari sto facendo altro. Ma se tu non sei uno di quelli che nascondono il numero, io vedo che mi hai chiamato, per cui appena posso ti richiamo. A meno che proprio non voglia farlo… Allora mettiti l’animo in pace (o nascondi il numero, e spera…)

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dialogo fra una mamma e una figlia sui fiori

M: “Questa mamma amante dei fiori. Se fossi un uomo sarei musulmano visto che il loro paradiso è un grande giardino”
F: “Ovviamente è una cosa scelta in fretta quando ero lì. Ma mi hanno detto che è una lettura gradevole. Se vuoi cambiarlo si può”
M: “No no, i giardini sono la mia passione che spero prima o poi di trasmetterti”
F: “Anche a me piacciono ma credo di avere una predilezione più per la natura in quanto tale. Infatti ai fiori, effimeri, preferisco gli alberi”
M: “Anche gli alberi fanno fiori, alcuni insignificanti altri bellissimi”
F: “Sì ma mi piace il fatto che l’albero rimanga mentre il fiore passa”
M: “Esistono piante perenni, però la caducità aggiunge valore. Cogli l’attimo”
F: “Non è che non apprezzi i fiori ma per esempio non mi piacciono molto quelli tagliati, eccetto i tulipani. Le rose, in terra non nel mazzo, invece mi danno un senso di stabilità, di continuità”
M: “Anche a me non piace tagliare i fiori. I fiori li amo vivi sulla pianta”

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un ultimo sforzo

Ecco, farò un ultimo sforzo, tanto le galline ormai sono già andate a letto. Sarei voluta andare a dormire anche io alle nove ma ho finito di lavorare un po’ più tardi. Allora mentre riscaldo una tazza di latte, la mia cena, vedo di scrivere ancora qualcosa, cioè il bello, della serata di ieri.
La sensazione che mi è rimasta addosso di tutto ciò che è successo ieri è quella di una cosa preziosa. Molto preziosa.
Un intreccio di valori, di luoghi, di persone, di cose, di cibi e profumi, senza una sola nota stonata.
Non la perfezione dei grandi eventi, organizzati a puntino, freddi e impersonali. No, direi più il gusto di una festa di famiglia in cui ognuno porta qualcosa di suo e l’insieme è quel che conta.
Confesso che, essendo la premiata, ho visto tutto quanto da un’ottica privilegiata. Ma l’atmosfera non l’ho creata certo io.

Cominciamo dal vestito. Il mio. Volevo essere elegante ma non formale, per cui, sul tailleur pantalone nero di morbido tessuto, ho messo su una maglia a righe orizzontali bianche e nere. Ovviamente, visto il posto, era una citazione. Il gondoliere. Spero si sia capito.
Stivaletti grigio antracite con tacco 5-6 e borsa grigia in vacchetta, una pochette media, diciamo, vendutami a forza dalla mary gallo che evidentemente temeva che mi portassi la pesantissima city bag gucci anche lì. E in effetti, siccome ogni volta che cambio la borsa mi gira la testa e non trovo più nulla era proprio ciò che volevo fare. Ma ho rinunciato, per un giorno.

Per arrivare a mazzorbo, nella laguna veneziana, isola mai vista né sentita prima, c’era la lancia privata, di bisol, quello del prosecco.
Lo stesso per tornare.
Alla cerimonia c’era un sacco di gente, credo un centinaio buono di persone visto che la saletta era strapiena.
Ci sono stati i discorsi ufficiali, quello sì, ma il cuore dell’iniziativa, di questo premio dedicato alla memoria di Paolo Rizzi, giornalista vecchio stampo del gazzettino e critico d’arte, l’ho sentito pulsante e sincero.

Era come se ci fosse un legame inevitabile fra quel posto e l’articolo che mi ha fatto vincere il premio. Fra la vita di Vich, ritmata dalla tradizione, e quell’aria senza spazio e senza tempo dell’isola sperduta nella laguna.
Un valore profondo che esiste di per sé e non ha alcun bisogno di esser detto.

Nella tenuta di bisol, che si chiama la venissa, c’è anche un ristorante. Fra l’altro la chef è una bellunese, paola budel, di santa giustina. C’è stato un piccolo buffet per tutti e una cena per pochi.
Alla cena sono state servite piccole cose, molto curate e originali. La chef dice che cambia menu anche ogni giorno, secondo quello che portano i contadini dagli orti e secondo il pescato.
Un uomo che volesse impressionare una donna con un gesto elegante e prezioso potrebbe regalarle una cena lì. A sorpresa.

Come inizio abbiamo avuto una minestra di cipolle e gamberetti con una specie di wafer salato. Poi un risotto allo zafferano appoggiato su una pennellata di cioccolato amarissimo e decorato con un ricciolo di ricotta. Un trancio di pesce con salsa e contorno di giuggiole e cimette di cavoli. Il dolce aveva la forma del creme caramel ma c’era anche del pan di spagna, delle nocciole, delle piccole decorazioni in cioccolato bianco e nero. Per finire dei biscottini, piccola pasticceria, canestrelli e cioccolato.
Tanto cioccolato, eh? Anche se potrebbe sembrare di no, era però una presenza discreta, non predominante.
E poi tre vini bianchi diversi, molto buoni, appena assaggiati però (almeno da me).
Una cena sobria ma raffinata, con il giusto numero di portate, e ingredienti semplici e genuini al tempo stesso.
Io l’ho trovata perfetta.

Delle persone preferirei non parlare perché corro il rischio di nominare questo e non farlo con quello. Ho trovato tutti gradevoli e ben inseriti in quel contesto.
Il mio co-premiato, virgilio boccardi, però lo cito perché lui è un mito.
Vorrei citare anche il giornalista che presentava leggendo brani di calvino, ma purtroppo non lo so.

Dopo la cerimonia, dove io ho raccontato come e perché ho scritto l’articolo su vich, le persone non mi mollavano più. Complimenti, strette di mano. Ma è stata anche l’occasione per scambiare considerazioni su un certo tipo di giornalismo, quello urlato, scandalistico, esagerato, che esalta sempre i fatti più cruenti e morbosi, e che evidentemente sta un po’ venendo a noia, e su quello che si vorrebbe cominciare a leggere, qualcosa di più creativo, magari.

E’ venuta anche una collega veneziana in pensione, apposta per vedere me. E mi ha riempito il cuore. Ho rivisto un redattore di un giornale con cui avevo collaborato tempo fa, e mi ha fatto tanto piacere anche questo.

E’ stata una giornata piena di grandi emozioni. Una cura, un risarcimento per tante cose brutte che ci sono state, per me, negli ultimi anni. L’ho vista anche così.

La conserverò nella memoria e nel cuore con l’attenzione che si riserva a un cucciolo indifeso, a un uccellino caduto dal nido, proteggendola come una cosa fragile ma di un valore infinito, per riviverla e portarla sempre con me.

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Niente case in affitto nel villaggio di Heidi

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Questo è l’articolo vincitore dell’edizione 2011 del Premio Paolo Rizzi
(ma a me piace più l’altro, “nessuno straniero a Vich”)

Il tempo sembra quasi non passare a Vich. Qui, nella frazioncina di Ponte nelle Alpi, Belluno, alle pendici del Nevegal, la vita scorre ancora come una volta. Il paesello, nemmeno cento abitanti e quasi tutti del posto, cammina controcorrente. Vich non è certo montagna, l’altezza è collinare, 460 metri. Ma nessuno lamenta spopolamento. Anzi. In un paese in cui ci sono giusto un bar, la latteria sociale e la chiesa, ogni famiglia abita ancora nella casa di sempre. «È anche questo il motivo per cui da noi non ci sono extracomunitari, non ci sono appartamenti da affittare – spiega il capo frazione Paolo Sintonia – ci sono alcuni siciliani e sardi, gente di altri paesi veneti. Ma per lo più siamo tutti del posto». Ma a Vich, in fondo, non piace dare le case in affitto, «parché el paès l’è unì». «Qua vicino a Buscole – racconta una signora che preferisce non dirci il suo nome – hanno affittato un appartamento a una coppia di cinesi. Pensavano ci stessero in due persone, e invece alla fine ce ne giravano sessanta».Attraversi il paese, 91 anime all’anagrafe, e tutti salutano sorridendo. «Certo, siamo ospitali, ce lo riconoscono in molti – continua – anche se un po’ di diffidenza verso chi viene da fuori ci può stare». Sintonia è capo frazione da due anni. «Ma non è un incarico politico – ci tiene a precisare – anche se è molto impegnativo». A proposito di politica, ma non è che a Vich non ci sono extracomunitari perché siete un po’ leghisti? «No no, qui la Lega non attacca. E nemmeno il razzismo. Anzi, per tradizione siamo comunisti». «Ma non è mica solo un caso di Vich, questo degli extracomunitari – interviene il geometra Luigi Bernard – accade lo stesso su tutti i Coi de Pera, a Cugnan, Losego, Quantin». Il pane arriva ogni giorno dall’Alpago su un furgoncino. Ognuno ritira il suo sacchetto dalla cesta rossa davanti alla latteria quando può. Due volte a settimana passa il camioncino degli alimentari. C’è un solo bus per Ponte nelle Alpi, secondo gli orari della scuola. E il martedì mattina una navetta comunale attraversa i Coi de Pera per accompagnare gli anziani a far commissioni. Sarebbe facile lamentarsi che a Vich non c’è niente da fare. «Abbiamo un sacco di iniziative – dice invece il capo frazione – la crostolada a primavera, il pagarosto in estate. È un vecchio gioco, un po’ come le bocce, che si gioca in esterno, sui campi. Molto divertente». Ogni lunedì le donne si riuniscono nell’antica latteria, oggi centro di aggregazione, e decidono il da farsi. Hanno appena realizzato un presepe con il granturco, personaggi con le pannocchie, stella cometa con i chicchi di mais. Ogni anno cambia il tema. Nel 2001 ci fu il crollo delle due torri e fra i personaggi c’erano anche Bush e Bin Laden. Sulle porte di casa ci sono le chiavi. Nessuno sembra preoccuparsi dei ladri. «Ricordo due o tre furti ma di tanto tempo fa – dice Sintonia -. Ma continuo a raccomandare a mia madre di non lasciare la porta aperta quando esce, che non si sa mai». Il sogno di una vita a misura d’uomo viene infranto ogni tanto dalle macchine che sfrecciano a tutta velocità lungo la strada che taglia il centro di Vich, ignorando il cartello luminoso che fissa il limite a 30 kilometri orari. Sono i turisti che scendono dal Nevegal e hanno fretta di raggiungere il vicino casello autostradale. Ma basta leggere il cartello affisso dal Comune in piazzetta, “vietato lordare”, per rituffarsi nell’atmosfera senza tempo del paesello pontalpino.
GAZZETTINO
Data 09-01-2011
Edizione PG
Pagina 15

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Nessuno straniero a Vich. “Ma la Lega non c’entra”

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Simona Pacini
PONTE NELLE ALPI (BELLUNO)

«È vero. Qui non vivono extracomunitari. Non ce n’è nemmeno uno». Perché? «Parché el paès l’è unì». Siamo a Vich, una novantina di anime alle pendici del Nevegal, a 460 metri in quota, versante pontalpino. Che significa, scusi? «Vuol dire che qui non piace dare case in affitto agli stranieri», spiega la signora che preferisce non dirci il suo nome. Ma come funziona, l’avete deciso in qualche modo, vi siete messi d’accordo? «No no, è solo così» dice allargando le braccia. «Ma non si parla di tutti gli stranieri – dice con un po’ di imbarazzo – sono i cinesi, i marocchini… quelli che creano problemi. Qua vicino, a Buscole, hanno affittato un appartamento a una coppia di cinesi. Pensavano che ci stessero due persone e invece alla fine ce ne giravano sessanta».Dici Vich e pensi Lega. «Ma no, ci mancherebbe. Qui la Lega Nord proprio non attecchisce – dice il capo frazione Paolo Sinfonia – e nemmeno il razzismo. Anzi Vich, a detta di tutti, è un paese molto ospitale. E, se vogliamo dirla tutta qui, per tradizione, siamo più comunisti che altro». Sintonia è capo frazione da 2 anni, prima di lui c’era Angelo Levis, oggi consigliere provinciale per l’Italia dei Valori a Belluno. Dello stesso parere Luigi Bernard, geometra. «Guardi, io non sono leghista, e una cosa del genere non si potrebbe nemmeno fare. Certo, magari si può scegliere. Qui saremo un centinaio di persone, e una ventina vengono da fuori. Sì sono italiani, certo. Ma la stessa cosa capita in tutti i Coi de Pera, a Losego, Quantin, Cugnan. Non è solo da noi che non ci sono extracomunitari».
«Non è che non li vogliamo – precisa il giovane barista Alex De Pizzol – è che proprio gli extracomunitari qui non ci sono. Sarà che abbiamo tutti case di proprietà, non c’è un vero giro di affitti». Alex ha preso in gestione il Sunshine da due anni. Lui arriva da Lastreghe e anche la moglie viene da un altro paese vicino. Fino a venti anni fa nella stanza dietro al bar c’era l’alimentari, uno dei due del paese. Ora là dietro si gioca a carte, si passa il tempo, si socializza.Come all’antica latteria sociale, ristrutturata dal Comune e diventata un piccolo museo oltre che un centro di aggregazione. Le donne del paese vi si trovano il lunedì sera e organizzano varie attività. La Crostolada di primavera, il presepe. Oppure fanno altri lavoretti che poi sfociano in beneficenza, con donazioni per Insieme si può… Quest’anno il presepe è fatto tutto di granturco, con i personaggi ricavati dalle pannocchie e la stella cometa costellata di chicchi di mais. Ogni anno il tema cambia. «Quando ci fu il crollo delle due torri – racconta una signora – lo dedicammo a quella storia. Fra i personaggi c’erano anche Bin Laden e un americano». Nella piccola veranda che ospita il presepe, c’è anche il quaderno per le firme dei visitatori, pieno di ringraziamenti e apprezzamenti, e una cassettina per le offerte. A due passi la chiesa. Il parroco viene da Col, sottinteso di Cugnan, e il programma delle messe è appeso davanti alla latteria. Ogni mattina il garzone di un forno dell’Alpago consegna il pane. Per ogni famiglia un sacchetto che si può ritirare quando si vuole dal cesto rosso appoggiato all’ingresso della latteria. Una volta al mese si paga il conto. Due-tre volte alla settimana passa il camioncino degli alimentari e della frutta e verdura. Anche tre o quattro vu’ cumprà bussano da anni alle porte di Vich con il borsone carico di fazzoletti, calzini, tende e accendini. E nessuno ha niente da ridire. «Non sempre si compra qualcosa – dice Paolo Sinfonia – ma loro tornano». «Qui si vive veramente come una volta – continua il capofrazione – in tanti lasciano la porta aperta con le chiavi fuori. Lo dico sempre a mia madre di non farlo, ma è più forte di lei».
Nel piccolo mondo antico di Vich gli abitanti sono per lo più anziani. «Ma stanno arrivando anche dei giovani» afferma speranzoso Sintonia. A differenza di quello che può sembrare a Vich non ci si annoia. La frazione, così come le altre della costellazione dei Coi de Pera, è attiva e piena di iniziative. «In agosto c’è Paesi aperti, che riguarda tutte le frazioni di Ponte nelle Alpi – spiega Sintonia -. Poi c’è il Pagarosto, un vecchio gioco, tradizione esclusiva di Vich. È un po’ come le bocce ma si svolge sui prati, in esterno, su un percorso che gira intorno al paese. È molto divertente».
Criminalità? «Qualche furto in due o tre case ma diverso tempo fa. Di recente non ricordo niente. Nemmeno atti vandalici. Qui è veramente tranquillo». Due anni fa un ragioniere trevigiano in fuga scelse i boschi di Vich per suicidarsi con un colpo in testa. Ma in genere la cronaca nera non si addice a Vich.
© riproduzione riservata

tratto da
GAZZETTINO
Data 09-01-2011
Edizione BL
Pagina 2

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come vivere una favola

Ecco ormai s’è capito, basta uscire dalla routine e arrivano le botte.
Oggi, per dire, c’avevo la premiazione. premio giornalistico Paolo Rizzi per la valorizzazione e la tutela delle tradizioni venete.
Appuntamento Ca’ Noghera ore 17. Al casinò, più o meno. Pensavo che il fatto che all’una, mentre mi lavavo i capelli mi fossero scoppiati i capillari nell’occhio destro potesse bastare al destino cattivo. In fondo, con quell’occhio tutto rosso su cui l’iride si stagliava incerta, avevo già assunto un aspetto da alieno quanto basta nell’unico giorno della mia vita in cui devo parlare in pubblico, salutare tutti stringendo mani, sostenere shooting fotografici ed esser intervistata dalla rai. Invece no, non era mica finita…
Quando sono uscita dal garage con la macchina, alle 15.30, anche con un po’ di anticipo, ho sentito subito che era successo quello che non mi è mai capitato, dico mai, in 30 onesti anni di guida. Ruota forata.
Ma dico io…
tragedia. mantieni la calma. Comincio a pensare a che cosa fare. Intanto passo dall’alfa, se c’è il signore che me l’ha venduta magari mi dà l’auto di cortesia. Non c’è. Non lavora più lì. E a quello che c’è ora non gliene può importare di meno. “Vada da un gommista” mi fa tranquillo. “Abbia pazienza, devo essere a mestre alle 5”. Andiamo in officina dietro.
Intanto passano i minuti.
Chiamo per annunciare il ritardo.
Il ragazzo smonta la ruota. C’è conficcato un chiodo di 4 centimetri. No, dico io, può capitare. Certo. Ma proprio oggi?
Si cambia. In una mezz’oretta ci si fa, mi dice. Anzi, facciamo un’ora. Non è possibile.
Allora mi spiego meglio, la cerimonia in cui io sono l’ospite d’onore non è a ca’ noghera, dove c’è il casinò della terraferma. No, e non è nemmeno a venezia. È a mazzorbo, segnatevi questo nome che ne vale la pena. Solo che ci vuole il suo tempo per arrivarci perché è un’isoletta della laguna, attaccata a burano. Per andarci c’è il traghetto che parte da chissà dove e chissà quanto ci mette o c’è la lancia di bisol, quello del prosecco, che ci ospita, e che parte da un cantiere infrattato in qualche stradina dopo ca’ noghera. Capito la storia? Mica facile eh….
E poi non ci sono io sola. C’è il presidente della giuria, quello dell’ordine dei giornalisti, altri colleghi, altri ospiti. e sono tutti lì ad aspettare me. Devo essere proprio io a mandare tutto all’aria? uff!
Passo in rassegna amici, volti, auto, orari di lavoro, assenze…
Idea. Quasi quasi chiamo l’amica con l’alfa. Lei sa che cosa significa. Le propongo uno scambio. Mi dai la tua per andare a venezia e tu aspetti che aggiustino la mia? Ci vuole un grande coraggio, magari anche una grande amicizia per fare una proposta così. di sicuro per accettarla. Lei lo fa. Ancora non ci credo.
Eppure è già finito tutto, sono andata e tornata. ed è andato tutto bene. Per come la vedo io è stato un miracolo.
Insomma salgo in auto. 1900 cc, diesel, sei marce. Un po’ di più della mia e vado. Vado forte. Poi vedremo quanti autovelox ho beccato. Intanto sono arrivata in tempo.
Nel frattempo anche bisol ha ritardato, bloccato dal traffico per un incidente. Così non ci ho fatto nemmeno la figura di quella che buttava tutto all’aria e stavano tutti lì ad aspettarla come la diva del momento. che, fra parentesi, non lo sopporto proprio.

Ok, allora, domani pubblico l’articolo vincente, per quelli che mi hanno chiesto dove potevano trovarlo e che sono interessati a leggerlo.
E poi vado a nanna che anche domani sarà dura.
Però oggi è stato proprio come vivere una favola.
E non solo perché l’amica dell’alfa aveva lasciato un cd di vasco rossi nell’autoradio…
Notte!

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il fantastico mondo delle api

Ecco, che le api sono un animale iroso, questa non la sapevo. Sono irose e quindi attaccano quelli come loro, gli irosi. Buono a sapersi…
Quando ci si avvicina alle api, dice l’apicoltore, bisogna avere un atteggiamento umile e tranquillo, come in chiesa.
Mai scacciarle con le mani quando si avvicinano sennò si arrabbiano e pungono. E questo l’avevo intuito anche da sola, ma forse non è così scontato…
Ah, che poi quel pungiglione, ragazzi, c’ha una storia tutta sua. quando punge il veleno non entra subito. È un passaggio successivo, magari aiutato dal fatto che chi sente la puntura si tocca e così spinge il veleno con il pungiglione, che rimane pure dentro alla pelle.
Conoscendo i segreti delle api invece uno che fa? Ha due minuti di tempo per spostare l’ape, che poi senza la sua appendice morirà, e far scivolare dolcemente il pungiglione fuori dalla pelle prima che inietti il veleno… tutto qua.
L’altra sera ho toccato con mano il fantastico mondo delle api ma senza esser punta.
E meno male…
Tutto è iniziato quando ho comprato un vasetto di miele al lampone che, quando l’ho aperto, è praticamente quasi scoppiato perché era super fermentato.
Siccome sull’etichetta c’era un indirizzo email, anziché tornare al negozio, ho scritto direttamente al produttore. Che mi ha risposto, mi ha lasciato il suo telefono e mi ha detto che mi avrebbe cambiato il vasetto. E che potevo anche andare a vedere come produceva il miele nella sua azienda.
Alla fine, approfittando di un pomeriggio libero, ci sono andata.
E’ stato istruttivo. In più sensi.
Intanto perché osservare il fantastico mondo delle api è sempre una lezione sociale. Magari hanno un’impostazione un tantino “comunista” e non lasciano spazio all’individualismo ma qualche cosina si può sempre imparare.
Son buffe perché lavorano tutte insieme per uno scopo comune, sostengono la regina, nutrono le api appena nate, portano il polline per il miele, sigillano l’alveare con la propoli e costruiscono l’arnia con la cera. E poi, quando sono fuori, fanno a cazzotti fra sé per un briciolo di miele… ma quello è perché sono irose. Appunto.
Io pensavo di dare un’occhiata, prendermi il mio vasetto di miele e venir via.
Invece no.
Il tipo, un tantino appassionato della materia, mi ha fatto vedere tutto, ma proprio tutto, del ciclo della vita delle api e della produzione del miele. Due ore e mezzo. Per dire…
Insegnandomi: mai mettersi di fronte a un alveare. Le api escono a prendere il polline e quando rientrano comunicano con la base come gli aerei con la torre di controllo.
Se c’è qualcuno piazzato in mezzo saltano le informazioni e quelle si incazzano.
Quando siamo vicini alle api, ma questo l’ho già detto, ci si comporta come in chiesa. fly down, praticamente.
Visto che ero tranquilla il tipo si è un po’ allargato. Mentre trasferiva gli alveari, movimentando qualche decina di migliaia di api da una casetta all’altra e io mi tenevo a debita distanza, a un certo punto mi ha fatto avvicinare per vedere meglio quello che stava facendo.
“Non abbia paura, non le fanno niente…”
“Ok”
(mantra: come in chiesa, come in chiesa)
“prenda qua, e non abbia paura”
Ecchecavolo, mi ha pure messo in mano uno di quegli sportellini su cui fanno il miele, ce n’erano a migliaia sopra, anche se si facevano i fatti loro….
(respiro profondo e… come in chiesa, come in chiesa)
Poi siccome il tipo si è distratto per farmi vedere come funzionava la vita negli alveari e ne ha lasciato un pezzo su una panca, le api si sono fiondate lì sopra pensando di trovare del miele. E un po’ ce n’era in effetti. allora sì che si sono innervosite e hanno cominciato ad affrontarsi per togliersi il miele a vicenda.
Incazzose tanto.
E siccome la panca era dall’altra parte rispetto agli alveari io mi sono trovata in mezzo a questo sciame impazzito che volava in cerca di miele.
Praticamente una nuvola di api ronzanti.
Non mi sono mica scomposta. Ormai avevo imparato il segreto.
L’unica cosa è che dovevo stare ben concentrata sul mio stato di calma, perché siccome il tizio mi stava trattenendo un po’ troppo avevo paura di innervosirmi e già mi immaginavo tutte quelle api distogliere il loro interesse dal miele e gettarsi in picchiata su di me, in formazione aerea come nei fumetti.
Alla fine, a forza di ripetermi per due ore come in chiesa come in chiesa, mi pare come di avere avuto un’esperienza mistica.

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