il primo lancio non si scorda mai

Poi mi son fermata a 12. Un po’ per superstizione, quella di non fare il 13esimo lancio, un po’ per il colpo di frusta conseguenza di un incidente stradale che aveva reso un po’ troppo doloroso praticare questo sport.
Sì perché poi io mica facevo la paracadutista leggiadra di quelle che si lanciano oltre i tremila volano in caduta libera e quando aprono l’ala planano nell’aria fino ad atterrare in punta di piedi… eh no.
Di militare c’ero andata. Ma c’era una ragione.
Comunque quella primavera, era il maggio del ’93, quando un camion mi venne addosso a tutta birra mentre ero ferma con l’auto davanti alle strisce per far attraversare una vecchietta fra l’antiporto e camollia (eh sì cavolo), si stava per cominciare il corso tcl. Che vorrà dire? Tecniche caduta libera? Può essere. Mi informerò, ma ora non è importante e non me lo ricordo proprio.
Qualche mese prima avevo preso il brevetto da paracadutista. Civile io, militari i materiali, paracadute e aerei.
Ovvio che c’entrava babbo. Lui si era sempre lanciato. Quante volte ce lo ha raccontato, il sacco di patate, i voli senza il paracadute d’emergenza e tutto il resto. E io sono cresciuta fra i campi di grano ad ampugnano nell’attesa che il mio babbo scendesse dal cielo.
Nel ’92 tutto d’un tratto avevo deciso di farlo anche io. Babbo invece aveva smesso da un po’. Non dissi niente in casa, memore della paura di mamma ogni volta che babbo partiva e delle scenate che faceva quando tornava a casa con qualche fasciatura.
Tanto ero ampiamente maggiorenne, li avrei messi di fronte al fatto compiuto.
Non disse niente nemmeno babbo che quell’anno aveva deciso di ritornare a lanciarsi. E sì che aveva 68 anni se non faccio male i conti.
Così ci ritrovammo in palestra, in caserma a siena, e facemmo la preparazione insieme. Lui a suo tempo istruttore e con una vita di lanci alle spalle e io che non l’avevo mai fatto.
Avviso, questa storia è un po’ lunga.
Comunque per farla breve, arrivammo al giorno del primo lancio. Una bellissima mattina di novembre col sole nel cielo e l’aria pulita. La notte prima ovviamente non avevo chiuso occhio ripassando mentalmente tutte le cause di mancata apertura del paracadute, le manovre da fare in caso di apertura parziale e via dicendo. Non era ancora accaduto il caso, o almeno noi non lo sapevamo ancora, di quella ragazza che a montichiari a brescia era scesa dritta come un fuso fino a terra. Il principale non si era aperto e lei non aveva fatto in tempo con l’emergenza. Questione di secondi, forse anche meno, in certi casi.
La mattina stabilita arriviamo ad ampugnano ed affrontiamo la trafila prima del lancio. Tutti in fila, in ordine di chiamata, controllo dei materiali, controllo dell’abbigliamento. Indossavo la tuta in acetato con scritto “paracadutisti siena” sulla schiena, non avevo ancora la splendida tuta arancione da protezione civile comprata al mercatino americano a livorno.
Eravamo lì nell’attesa dell’aereo in arrivo da pisa. Un g222. non so se era quello che chiamavano la bara volante o se fosse il c130. nell’esercito usano sempre questi nomi un po’ così forse per sdrammatizzare. Quando non ci danno dentro con le sigle. Che allora lì se non sei del giro ti prende solo un gran giramento di testa. Minimo. Dall’h24 in poi è tutto un acronimo, e solo loro sanno che vuol dire.
Il paracadute era un cmp55 (vado a memoria eh) e lo chiamavano la mamma o qualcosa del genere. Madre, forse. Boh.
Forse perché era il primo o quasi usato per i lanci militari e, per quanto datato, era sicuro ed affidabile proprio come la mamma.
a vederlo dal basso era una medusa, praticamente. Un tondo bianco con due corde dure a morire, non direzionabile, a meno di non staccarsi le braccia dalle spalle a forza di tirare di qua o di là.
L’esercito non lo usava più da un secolo allora lo davano a quelli dei corsi anpdi. (eccola là la sigla, tiè)
Avevamo passato mesi a farci i muscoli, a correre, a far flessioni, a tirarci su alla sbarra, a salire sulla fune e ad arrampicarci sui muri. E a imparare a cascare. Da tutte le direzioni possibili: otto, come la rosa dei venti.
Fate conto di saltare da un muro alto due metri ci dicevano. Ecco. Altro che quelli che atterrano in punta di piedi.
Anche l’abbigliamento era di stozzo, come dicono a siena.
A parte la meravigliosa tuta arancione che avrei usato negli ultimi lanci, un pezzo unico che si infilava dalle gambe e poi si chiudeva con una lunga cerniera, ai piedi avevamo gli anfibi militari originali fatti dal calzolaio della caserma di una misura più grande, per i calzettoni.
Una robina leggera e molto femminile, ma che almeno ti permettevano di marciare per chilometri, con il paracadute sulle spalle e quelle chilate di cuoio ai piedi, per rientrare alla base dopo che il vento ti aveva fatto scendere chissà dove.
Il tutto reso ancora più leggiadro dall’imbracatura stretta come una gabbia, che faceva assumere una posizione da bullo, col rinculo e a gambe larghe, con quelle due sacche appese una sulle spalle e l’altra sulla pancia.
Di un elegante colore verde militare, ovviamente.
Il presidente della sezione mi fa: “Te ti lanci per seconda, dopo babbo, cui abbiamo lasciato l’onore di lanciarsi per primo”.
In aereo invece ci trovammo davanti due ragazzetti, e noi finimmo al terzo e al quarto posto.
“Sono i figli di un generale…”
Ah ecco. Chi conosce l’ambiente capirà.
Comunque una volta pronti in piedi dentro a quell’aggeggio rumorosissimo, attaccato il gancio alla fune di acciaio, ci avviamo verso il portellone. Babbo si gira e mi dice: “Simona, ci si vede giù”. Sparendo nel vuoto.
Io, appena fuori dall’aereo vidi il cielo dappertutto. Sopra, sotto, di lato. Oddio, pensai. Aiuto.
Ma tempo qualche secondo e sentii come uno strattone, mi sembrò di risalire in alto e di rimanere lì, immobile, nel cielo.
Il campo di ampugnano è bellissimo, in mezzo alla campagna senese. Da lassù vedevi i campi a perdita d’occhio mentre l’orizzonte sfumava nel verde dei boschi. E quel cielo, di un azzurro assoluto, e tutti quei puntolini bianchi che scendevano giù piano piano.
Babbo mi chiamava. “simona, simona” sentivo gridare.
Boh? Forse avevo qualche problema al paracadute? No no era solo per salutare, mi disse dopo a tera.
A parte che se guardavi in su vedevi un puntolino bianco grande come un cappello e la cosa non ti tranquillizzava nemmeno un po’. Però stavi in aria, quello sì. Ed era una sensazione magnifica.
Durò poco. Una manciata di minuti. Poi mi preparai ad atterrare, puntai verso l’aeroporto attaccandomi con tutto il peso alle funi che reggevano il paracadute per direzionarlo almeno un po’. Funzionò. La caduta fu perfetta. Capriola anteriore laterale agevolata da un colpo di vento. Poi, appena in piedi, raccolta la vela e messa dentro allo zaino da cui era uscita, mi incamminai verso la base. La giornata sarebbe stata perfetta per farne un altro. Ma il regolamento lo impediva.
Gli altri due lanci necessari per il brevetto così si sarebbero fatti in un giorno diverso un mese dopo. Peccato.

Questa storia, una sera di qualche anno fa, seduta al tavolo di un’osteria a belluno, la raccontai a un ragazzo. Ricordo che ridemmo un sacco. Anche lui aveva fatto il paracadutista, oltre a un sacco di altre cose. Con noi c’era una comune amica che forse aveva portato apposta il discorso sull’argomento conoscendo le rispettive esperienze.
Quel ragazzo era simpatico, ma tanto, aveva i capelli lunghi, il sorriso aperto e gli occhi svegli.
In seguito l’ho ringraziata, l’amica, per avermelo fatto conoscere. Anche se lo incontrai solo quella volta.
Ora non sarà più possibile. E’ volato via insieme ad altri tre nell’estate di due anni fa.

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11 risposte a “il primo lancio non si scorda mai

  1. bello…ma tu rimani pazza.

  2. grazie per l’apprezzamento! infatti volevo già replicare al commento che avei fatto sulla pazzia di stefano… ma poi ho smesso. è dipeso dall’incidente, ma ora non lo rifarei proprio

  3. Giovanni

    E non potete neppue immaginare quali e quanti altri pazzi questa PAZZA abbia trascinato sui campi di volo….;-)

  4. Ma perche’ e’ stata ‘colpa’ mia?

  5. Giovanni

    Facciamo merito?

  6. Nel senso di punteggio?

  7. Perché non scrivi i tuoi articoli come questo post? 😉 (adesso m’ammazza…)

  8. Se intendi dire che la qualita’ della mia scrittura giornalistica e’ bassa e piatta ne sono perfettamente consapevole e non mi offendo affatto. Io stessa, ritrovando articoli scritti in passato, mi stupisco di quanto fossero scorrevoli, ben scritti e mai banali. Poi qualcosa e’ cambiato. E so anche il perche’. Comunque sicuramente mi sono disamorata della scrittura giornalistica pressata da mille problemi proprio al momento in cui scrivi fra continue interruzioni, sovraccarico di lavoro e tutto cio’ che puoi immaginarti. Ormai da tempo quando scrivo un articolo il pensiero fisso che mi crea angoscia e’: riusciro’ a finirlo senza dimenticare niente e senza fare errori? E quanti ancora me ne mancano da scrivere? Sette, otto, dieci? E quante telefonate ancora devo fare eccetera eccetera… Non e’ certo un piacere, mi pare. Per questo, amando la scrittura, ho sentito l’esigenza di sfogarla extra. Se questo esercizio poi mi aiutera’ a ridare un po’ di stile ai miei articoli sara’ tutto di guadagnato! Grazie 🙂

  9. La mia era soltanto una provocazione, davvero e – davvero! – non ho mai pensato quello che tu scrivi. Però una curiosità m’assale: che cosa c’è dietro quel “Poi qualcosa e’ cambiato. E so anche il perche’”?

  10. Allora ho frainteso il senso… Per me, se mi dici ‘xchek non scrivi i tuoi articoli come questo post’ un significato possibile, ma il più scontato e’: questo e’ scritto bene i tuoi articoli meno. E quindi ti rispondo come la penso e senza offendermi affatto xche’ ne sono consapevole. A meno che non intendessi xche’ non scrivo i miei articoli buttandomi dall’aereo … 🙂
    Poi qualcosa e’ cambiato. Non siamo più giornalisti che scrivono lo sai bene. Mettiamo foto, le scegliamo, rispondiamo al telefono, accogliamo le persone, impaginiamo, organizziamo il lavoro altrui, ma non solo. Lo sai, niente di nuovo. E in questa nuova dimensione professionale la scrittura, e non solo quella, va a farsi friggere…

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