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passeggiata d’autunno in nevegal

L’appuntamento è alle 14.30 a castion. Si va a fare un giro in nevegal.
Dopo questa estate infinita finalmente fa capolino il fresco. Le temperature sono scese, ma c’è il sole in cielo. Oddio, là sulla destra si stanno addensando nuvoloni grigio scuro. Ma tanto noi staremo sulla sinistra. Mi sono vestita di fretta, dopo il pranzo con gli occhi all’orologio tornata a casa un po’ tardi da una mattinata impegnativa. Uno sguardo all’armadio sportivo (un mobile aperto a scaffali) e scelgo i pantaloni invernali, ma non quelli da neve. Canottiera tecnica, maglioncino di cotone a maniche lunghe, giubbottino tecnico pelosetto. Dovrebbe bastare. Mah, forse è meglio portarsi dietro anche la giacca a vento, quella leggera, non si sa mai. Ma dov’è? Ah eccola là appesa in mezzo ai cappotti. Prendo lo zaino, quello vecchio che si sbriciola, quello nuovo è troppo piccolo, devo ricomprarne un altro. Ci metto un paio di guanti, una bandana, un cappellino di lana, un gilet di pile e una maglietta di cotone servisse come ricambio. E la giacca a vento. Ah, l’immancabile thermos con un po’ di tè allo zenzero, portafoglio chiavi della macchina fazzoletti e via. Le scarpe, quelle grippate da montagna ma leggere, ho proprio voglia di provarle.
Carico l’amica in macchina e andiamo su fino alla Casera.
“Ma non sarai un po’ troppo ottimista?” le dico vedendola vestita solo di una tutina nera attillata. “Non preoccuparti, ho la giacca a vento nello zaino. E poi questi pantaloni sono caldi anche se non sembra”.
Posteggiamo, infiliamo le giacche a vento e partiamo di gran carriera. I lastroni di cemento infiorati di sassi con cui hanno ricoperto il sentiero rendono il cammino più comodo e agile. Prima di malga Faverghera incrociamo due corridori di montagna. Salutiamo. Uno di loro alza la mano e mi indirizza un fragoroso “ciao!”.
Cavolo Giorgio, non ti avevo riconosciuto. Bravo!
Arriviamo al Brigata Cadore quasi senza accorgercene. Ma con molta soddisfazione, considerato che ultimamente non siamo proprio due modelli di salute.
Sul colle soffia un forte vento. Abbiamo indossato le giacche a vento e le bandane, ma a mo’ di olandesina.
Le nuvole si addensano anche sulla sinistra.
“Proseguiamo?” fa la mia amica.
“Certo”.
Siamo all’altezza del rifugio Bristot quando qualche pallino ghiacciato comincia a volarci addosso. Ci stringiamo nelle giacche a vento, tiriamo su i cappucci.
“Ormai arriviamo al Col Visentin…”.
“Ma si dai, andiamo”.
Il rifugio sarà chiuso, abbiamo appena incrociato il gestore che scendeva con il fuoristrada. Ma non importa. Abbiamo il nostro thermos. E poi l’importante è arrivare.
Mentre saliamo il cielo si chiude del tutto e si scatena una bufera di neve. Ghiacciata.
Un forte vento ci tempesta di fiocchi gelidi che si fermano sulle giacche e sui pantaloni tingendoli di bianco.
Come tartarughe ci ritiriamo nei cappucci girando la testa in direzione contraria.
Continuiamo a salire. La strada per il Col Visentin è sempre più comoda. Stanno facendo una sorta di asfaltatura montana (che cosa sarà? Sembra terra solida…) allargando e consolidando la stradina. Sono iniziati anche i lavori per rafforzare il pendio di sinistra (salendo) dove stanno costruendo un muretto con gli stessi sassi che cadono misti a fango. E poi sono stati tagliati gli alberi che affacciavano sulla via.
Quando la bufera di neve si placa, e per fortuna si placa, nell’aria pulita e fresca si sente anche il profumo della legna tagliata.
Non sembra possibile ma quando saliamo il viottolino sassoso che ci porta dirette al Visentin dietro al rifugio (e alle antenne) brilla un sole giallo e luminoso.
Da lassù, che sono pur sempre 1764 metri, il panorama è fantastico.
Il cielo si sta ripulendo. Le nuvole scure rimangono sospese a mezz’aria mentre la terra appare nitida e piena di luce. Si vede benissimo perfino la laguna.
Il Nevegal è tutto illuminato dal sole. Il viadotto del Fadalto, laggiù in fondo, sembra un ponticello. Il sole esalta i colori autunnali degli alberi e dell’erba secca.
Ci fermiamo ad assaporare il silenzio e l’aria fresca. Ci riscaldiamo con il tè. E anche con i vestiti del mio zaino. Il gilet di pile va all’amica, io per sicurezza mi metto anche l’altra maglietta.
La discesa a passo spedito ci fa apprezzare il beneficio del fresco (grazie al calore degli abiti in tessuto tecnico, certo).
Alla Casera sosta obbligata alla rosa dei venti, l’apparecchietto che permette di riconoscere le montagne puntandole con un filo d’acciaio che corrisponde ai nomi di ognuna, con relativa altezza.
Ma che cos’è quel massiccio davanti al Serva, dalla parte del Cadore, sopra a Longarone? Il Toc? Consideriamo che la parte franata nella diga del Vajont 48 anni fa esatti è quella che rimane nascosta alla nostra visuale e pensiamo che sì, è possibile. Anche se visto da qui sembra diverso.
La passeggiata è finita.
Rinfrescate e tonificate torniamo a valle con il riscaldamento dell’auto a tutta.

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