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Il mistero dei rosicchi

Quando stavamo in Campolungo avevamo una terrazza anche sul retro della casa. Vi si accedeva dal salotto, quello che a un certo punto divenne la mia camera. Da quella terrazza si vedeva solo una casa, dalla quale ci separavano un bel po’ di vegetazione e qualche orto. Ci si arrivava da una stradina laterale che finiva lì.  Dopo non c’era più niente, solo campagna. 

In quella casa, al piano di sopra, ci viveva una ragazzina di poco più grande di me, con la quale ero abbastanza amica. A piano terra, con l’ingresso nel piazzale, c’era invece l’officina del suo babbo, che faceva il fabbro. A noi piaceva farci qualche giro e osservare lui con gli occhialoni che gli fasciavano la testa mentre tutto intorno sfavillavano delle specie di fuochi di artificio. Fra gli attrezzi dell’officina c’era anche una grossa stadera con i contrappesi ma se ci si saliva noi si muoveva appena. 

C’erano poi delle bombole di gas molto lunghe, tipo il doppio di quelle da cucina, e un po’ più strette, che una volta vuote venivano messe nel piazzale. Il babbo della mia amica ce le lasciava prendere e noi le facevamo rotolare esercitandoci a restarci sopra in equilibrio. Un giorno scoprimmo che senza scarpe era più facile, perché i piedi potevano fare presa sulla superficie seguendone la rotondità.

Una volta qualcuno mi regalò un paio di pantofoline fatte a mano. Avevano la suola morbidissima, in panno, e sopra erano tutte lavorate all’uncinetto con il filo d’argento. Provai a usarle per stare in equilibrio sulla bombola e funzionarono benissimo. Mi sentivo quasi una Nadia Comaneci. O come una ballerina del circo che veniva una volta all’anno nel campino di Campolungo, quello con il numero di Iside e Semiramide che, tutte vestite di brillantini, roteavano in aria sospese a una fune. 

Della casa con l’officina dalla mia terrazza si vedevano le scale esterne e qualche finestra. Il piazzale rimaneva sulla destra. Tutto intorno c’era un giardinetto delimitato da una rete.

Da un certo punto in poi, io e Paola cominciammo a prendere il sole sul balcone. Qualche volta ci mettevamo il costume da bagno, ma stavamo anche in mutande e canottiera. Noi abitavamo al secondo piano, i vicini di sopra e di sotto non potevano vederci e da quelli di lato eravamo separati da un divisorio di plastica verde. 

Un giorno mentre me ne stavo tranquilla a prendermi i raggi tiepidi di primavera, la nonna della mia amica, quella della casa con l’officina, mi urlò qualcosa dal suo giardino.

Non capivo che cosa diceva, ma il tono era abbastanza arrabbiato.

  • Scusi, non capisco.
  • Sì, certo, quando ti fa comodo non capisci. La devi smettere di buttare i rosicchi nel mio giardino!
  • Che cosa?
  • Fai finta di niente? Ti ho visto, sai, che buttavi i rosicchi di qua da noi. 

Non capii assolutamente che cosa intendeva quella donna e perché fosse tanto arrabbiata. Quei rosicchi, poi. Ma che cavolo erano?

Ormai mi aveva rovinato il pomeriggio. Come si faceva a stare a prendere il sole tranquilli con una tizia che ti urlava contro cose incomprensibili?

Rientrai in casa e mi misi a leggere un libro.

La sera a cena dissi che la vicina doveva essere impazzita. Raccontai che mi aveva urlato delle frasi senza senso, parlava di rosicchi, che io non sapevo nemmeno che cosa fossero. Ero allibita.

Mamma e babbo mi avevano ascoltato senza sapere che cosa dire. Mamma mi chiese se in ogni caso io avessi buttato qualcosa, ma ovviamente non avevo buttato nulla.

A un certo punto, nel silenzio, si alzò la voce flautata della mia sorella che, con la sua flemma, disse.

  • Forse intendeva i torsoli di mela che mi diverto a lanciare dalla terrazza per vedere quanto arrivano lontano. A forza di esercitarmi sono diventata abbastanza brava… 

E anche quel mistero, alla fine, si chiarì.

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Allarme inutile

Quando stavo a Belluno accadde che mi preoccupassi molto per la sorte della mia amica, l’anziana scrittrice di gialli per ragazzi. In genere la incontravo in ascensore, oppure sentivo il giornale radio la mattina dalla finestra della sua cucina. Qualche volta la vedevo seduta con le amiche in uno dei bar del centro o ci sentivamo al telefono.

A un certo punto invece mi resi conto che non avevo segnali della sua presenza già da un po’. Al cellulare non rispondeva, ma non era un problema. Avrebbe richiamato lei quando le fosse tornato meglio, una volta vista la chiamata. Però erano anche diversi giorni che non la incontravo in ascensore. Provai a suonare il suo campanello. Niente. Intanto passavano i giorni e la cassetta della posta si riempiva di buste che nessuno ritirava. 

Il sabato mattina pensai che dovevo fare qualcosa, sperando che non fosse troppo tardi.

Provai a fare un’ultima chiamata. Niente. Il telefono suonava, e questo mi sembrava positivo, ma non lo era il fatto che la signora non rispondesse.

Alla fine mi decisi e chiamai il 118. 

Scattò l’allarme che fece partire la procedura prevista in questi casi.

In pochi minuti arrivarono i sanitari con l’ambulanza, i vigili del fuoco e i carabinieri.

Spiegai loro qual era la situazione. Tentai un’ultima chiamata, che non ottenne risposta.

Quando i vigili del fuoco, che nel frattempo si erano posizionati sotto alla finestra della sua camera, terzo piano fronte Duomo, mi chiesero se potevano procedere, a malincuore risposi di sì.

Nel momento in cui il pompiere frantumava il vetro della finestra, mi squillò il telefono.

Era l’anziana scrittrice.

Le spiegai la situazione. 

Lei, mi disse, era nella casa di montagna dove era andata da qualche giorno senza dire nulla a nessuno. Tornava tutto, la posta che si accumulava, il campanello che suonava a vuoto. 

Ma il telefono?

Aveva visto le chiamate, ma una volta riposava, una volta parlava con qualcuno e si era dimenticata di richiamarmi.

Però mi ringraziò moltissimo per essermi preoccupata per lei.

La mattina dopo, domenica, aspettavo delle persone alle 10 per parlare di scrittura e letteratura intorno al tavolo del mio tinello.

Scesi in cantina a recuperare qualche sedia e quando risalii trovai due di loro che mi aspettavano davanti alla porta. 

In quel momento si fermò l’ascensore e ne uscì la vecchia vicina, l’amica di Ercolino. 

La salutai. 

  • Proprio, lei. Ma non si vergogna per quello che ha fatto?
  • Per cosa, scusi?
  • Me lo chiede anche? Ha messo la nostra casa al centro dell’attenzione per niente. Lo sa che ieri mi hanno chiamato tutto il giorno per chiedermi che cosa era successo?

Il problema, mi spiegò con insolito (perfino per lei) livore, era che il giorno prima era sabato, giorno di mercato. Per cui lo schieramento di ambulanza, carabinieri e vigili del fuoco era stato notato da centinaia di persone. E questo era un motivo di grande vergogna per lei, che si era dovuta scusare con l’intera città per il disturbo (peraltro inutile) da me causato.

L’anziana scrittrice invece si fece una gran risata e mi volle perfino fare un regalo. Disse che non si sarebbe mai aspettata che qualcuno si interessasse tanto a lei. 

Qualche giorno dopo mi consegnò un pacco infiocchettato. Dentro c’era una scatola decorata con i papaveri di Monet che conteneva tazza, piattino e teiera con lo stesso motivo.

Ho mandato un regalo anche ai vigili del fuoco – mi disse -. Erano tanto dispiaciuti per il vetro rotto. Ma che problema c’è, gli ho detto. Con il caldo che fa la notte, almeno avrò la camera ventilata.   

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Posteggio e ordinaria follia

Ci sono delle storie che sono talmente brutte e immotivate che ti chiedi, ma perché dovrei raccontarle. E infatti ormai sono anni che questa storia me la tengo dentro. Con l’unico risultato di farla affiorare, ogni tanto, alla memoria, con il suo carico di amarezza. 

Poi, tra i motivi per cui si racconta una storia c’è anche la volontà di lasciarla andare e sperare quasi di non ricordarla più.

Per questo la racconto.

Un giorno di non molti anni fa ero andata in ospedale da sola per un intervento di poco conto. Il reumatologo mi aveva detto che avrei sentito come un pizzicotto, niente più. C’era da trovare un nome al male che mi affliggeva, a quei misteriosi dolori che aggredivano i miei muscoli rendendomi difficili i movimenti. Quel giorno mi aspettavano in uno dei piani super sotterranei dove avrei trovato due medici giovanissimi, probabilmente specializzandi, più interessati alle carriere dei loro colleghi e a qualcosa che sarebbe dovuto accadere in Sardegna che a me.

Io me ne stavo stesa sul lettino mentre uno di loro armeggiava con un bisturi nella mia bocca e parlava con l’altro. Io non esistevo.

Il bisturi intanto armeggiava molto perché non riusciva a trovare quello che cercava, ovvero delle ghiandole salivari da asportare dall’interno delle mie labbra per sottoporle a un qualche esame. Non proprio un pizzicotto. Almeno mi avevano fatto una puntura di anestetico.

Uscii abbastanza tramortita con l’unico pensiero di arrivare a casa il più presto possibile e infilarmi a letto. 

Pagai il posteggio, entrai in auto e feci per uscire a retromarcia. Impossibile. C’era un suv piantato dietro che non si muoveva. Gli lasciai il tempo per passare, ma quello niente. Mi sporsi dal finestrino con il mio labbro gonfio ricucito con i punti e la mia voglia di andare a dormire e gli chiesi se per favore mi faceva passare.

Era un tizio anziano. Mi disse, vada lei in avanti.

Non potevo. Avevo messo la macchina in uno dei posteggi a lisca di pesce nella prima fila a sinistra del piazzale scoperto. 

Non posso, dissi.

E lui, può può. Giri tutto a sinistra. 

Il genio pretendeva quindi che io ruotassi la macchina di novanta gradi e uscissi da un posto libero a lisca di pesce nella corsia opposta, disposto nel senso contrario al mio, per sbucare nel corridoio contro il senso di circolazione, pure.

Scusi, che cosa le costa andare indietro e lasciarmi passare?

Nel frattempo si stava formando una fila di auto dietro al suv.

Spostati, cretina, sei proprio una puttana, disse una voce di donna.

Volsi lo sguardo perplessa verso una signora bloccata sull’ultimo metro della rampa in salita, che mi restituì uno sguardo altrettanto perplesso. 

Deficiente, muoviti.

La voce di donna veniva dal suv dell’anziano, era la moglie, seduta accanto a lui.

Senta, io di qui non mi muovo. Se si sposta, esco, altrimento resto qua. 

Non avevo molto tempo per stare dietro a queste manfrine. Una volta pagato, il biglietto ti dà quindici minuti e poi scade. Tra l’altro era l’ora di pranzo e il parcheggio era abbastanza libero, il tizio avrebbe potuto scegliere altri posti anziché intestardirsi a volere il mio. 

Alla fine l’uomo si decise a mettere la retro, costringendo tutta la fila a fare altrettanto e io potei fare la mia manovra. 

Calcolai mentalmente il tempo che mi mancava alla scadenza del biglietto e mi fermai giusto un minuto per rendergli il favore. Poi, esausta, ingranai la prima ed uscii dal parcheggio assolato.

Senza aver potuto trarre nemmeno una morale o un qualche senso da questa storia. 

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Il salice della discordia

In Campolungo abitavamo in un condominio di tre piani e sei appartamenti. Il nostro era al secondo piano a sinistra. Quelli al primo piano avevano il giardinetto in cui scendevano dalla terrazza. Agli altri spettava un pezzettino di terra ciascuno al quale si accedeva girando intorno alla casa. 

Nel nostro pezzo si teneva la roulotte durante l’inverno. Non c’erano molte piante, a parte un cespuglio di uva spina, un rosmarino e poco più. 

Un anno gli alunni di mamma le regalarono un salice piangente che piantammo lì. L’alberello crebbe in pochi anni, sviluppando le sue bellissime fronde. Purtroppo non fu piantato in posizione abbastanza centrale nel terreno, ma più sul lato sinistro, e alcune fronde andavano ad occupare lo spazio aereo dell’orto dei vicini del terzo piano. 

La vecchia ogni volta che ci incontrava ci diceva di tagliare quei rami, altrimenti lo avrebbe fatto lei.

Io quel salice lo amavo moltissimo e non riuscivo a spiegarmi come una pianta così bella potesse generare tanta insofferenza.  

In ogni caso mamma e babbo potavano quei rami per evitare dissidi con i vicini. 

Loro occupavano l’appartamento sopra il nostro. Un giorno, da piccola, ero sola in casa. Fuori dalla porta, dal pianerottolo, venivano dei rumori strani. Swish, thump. In certi momenti la porta tremava, quasi sbatteva. Ero terrorizzata e allo stesso tempo morivo dalla voglia di scoprire che cosa stesse succedendo. A un certo punto mi feci forza, raccolsi tutto il coraggio che avevo, aprii la porta di scatto e, con un urlo tipo l’ultimo dei mohicani, mi lanciai sul pianerottolo pronta ad affrontare il mostro misterioso. Cioè la vicina del piano di sopra che stava passando il cencio sulle scale. Che non si impressionò, ma nemmeno perse l’occasione.

  • Dì alla tua mamma che stia più attenta quando bagna le piante. Esce l’acqua dai vasi e poi la devo asciugare io.

Io però, dopo aver scoperto che il misterioso mostro era la vecchia vicina che passava il cencio, ero paonazza per la vergogna e mi sarei solo voluta nascondere.

  • Digli anche di potare quel salice, sennò glielo taglio io.

Un giorno sempre la stessa tizia, incontrandomi per le scale, mi disse, povera te che sei nata donna, vedrai quante ne avrai da passare. Un’esplosione di positività.

A un certo punto, dopo anni passati in camera con la mia sorella, decisi che ne volevo una per conto mio. Così mi trasferii in salotto. 

Fu più o meno nel periodo in cui i vicini del piano di sopra iniziarono a sparare Julio Iglesias a tutto volume alle sette della domenica mattina. 

Mamma, babbo e Paola avevano le camere un po’ più in là, rispetto al salotto. Io invece dormivo nella stanza proprio sotto a quella del giradischi.

Dopo qualche domenica mi presentai alla porta della vicina chiedendole se per favore potevano tenere la musica più bassa perché la domenica era l’unico giorno in cui potevo dormire.

La vecchia rispose che avrebbero continuato a fare come gli pareva. Così Julio Iglesias continuò ad urlare sono un pirata sono un signore ogni domenica mattina.

Quando ero ormai grande, mamma mi raccontò che la vecchia vicina mi aveva fatto da baby sitter nei primi mesi della mia vita. Chissà che cosa mi avrà trasmesso.

Finalmente, ai miei diciotto anni, ci trasferimmo in campagna e lasciammo la casa di Campolungo insieme all’orto e al salice piangente. 

Qualche tempo dopo mi venne voglia di rivedere la nostra vecchia casa. Le facciate di ogni appartamento, che prima erano del colore deciso da chi ci abitava con un allegro effetto Arlecchino, erano state dipinte tutte nello stesso color giallo pesca.

Girai verso i garage per dare un’occhiata all’orto e la cosa mi saltò subito all’occhio.

Il salice non c’era più. 

Non nascondo che il fatto mi ha lasciato una certa tristezza. La stessa che provo ancora oggi ogni volta che penso al salice della discordia. 

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Archiviato in diario minimo, storie di piante ed erbe aromatiche

La scoperta di Harvey Milk

Nell’autunno del Duemila ero a San Francisco con un amico. Un giorno, mentre passeggiavamo in un parco, conoscemmo Rob. Ci chiese se volevamo salire anche noi su una pietra da dove in passato i poeti declamavano le loro composizioni e così diventammo amici. Rob era un biondino alto e magro che vestiva di nero e vendeva accessori per animali on line. Nel corso della vacanza ci vedemmo più volte. Una sera venne a cena da noi con un’amica. Io preparai gli spaghetti con il pesto fatto in casa portati dall’Italia, il mio amico le cosce di pollo con le cipolle, che vennero buonissime, nonostante il forno con i gradi Fahrenheit.

Ci eravamo sistemati in un attico pieno di finestre a Pacific Heights, grazie ad un home exchange. Rob ci disse che nella casa di fronte alla nostra, ma al di là del parco, ci stava una scrittrice famosa, Danielle Steel, e che spesso i fan si aggiravano nella zona nella speranza di vederla. Un po’ più a sinistra invece abitava una ex sindaca di San Francisco che aveva fatto molto scalpore la volta che si era fatta intervistare da una tv mentre era sotto la doccia.

Una sera andammo noi a casa di Rob, poi uscimmo e lui ci mostrò alcuni luoghi dove Hitchcock aveva girato i suoi film. Come l’albergo con l’insegna intermittente di Vertigo, La donna che visse due volte. 

Un giorno ci trovammo con la sua amica Vanessa, una ragazza molto ricca e un po’ sola, che pagò taxi, cibo e bevute a tutti senza batter ciglio. Con lei ci divertimmo a mimare un ingresso trionfale all’Opera immaginandoci camminare sul tappeto rosso in abito da sera con piume e lustrini, tra le risate divertite degli addetti del teatro. Con Rob e Vanessa andammo anche a una festa nel Marina District, dove il Cosmopolitan scorreva a fiumi. Trascorremmo il pomeriggio a bere cocktail e a cantare con il karaoke in giardino. 

Una sera Rob, mentre passavamo sotto al municipio, ci raccontò la storia di Harvey Milk e di come, nell’anniversario della sua morte (e del sindaco George Moscone), la City Hall si accenda dei colori dell’arcobaleno.

Fu la cosa che mi colpì di più del lungo viaggio a San Francisco. Non riuscivo a credere che in un posto così bello e cosmopolita fosse successa una cosa così terribile.

In ogni caso, dal momento che San Francisco aveva scalzato il posto nel mio cuore fino ad allora occupato da New York, decisi che avrei fatto di tutto per tornare a viverci.

Il primo pensiero erano i soldi. Me ne sarebbero occorsi moltissimi, non solo per le leggi americane sull’immigrazione. San Francisco in quegli anni era al centro del fenomeno economico dovuto alla crescita delle imprese high-tech della Silicon Valley e si era conquistata il titolo di città più cara di tutti gli Stati Uniti.

Speravo che il mio amico mi lasciasse usare una foto che gli avevo scattato mentre si sfilava il maglione sullo sfondo dei grattacieli. Ero piuttosto convinta di potermi mantenere trasformandola in poster da vendere nel quartiere di Castro, simbolo della comunità LGTB di San Francisco. 

Dopo aver scoperto la storia di Harvey Milk, pensai che avrei potuto scrivere un libro sulla sua vita (che sarebbe ovviamente andato a ruba in Europa e in America) permettendomi di vivere in California anche meglio che con il poster. 

Quando tornai a casa cominciai a documentarmi e raccolsi un bel po’ di materiale da diversi siti on line. Pensai però che per scrivere un libro andando veramente a fondo in quella storia avrei dovuto trascorrere un certo periodo a San Francisco per raccogliere testimonianze e intervistare qualcuno che poteva averlo conosciuto di persona. 

Insomma, qualche anno dopo arrivò il film di Gus van Sant con Sean Penn nelle vesti di Harvey Milk e io non avevo ancora scritto niente. 

Nemmeno il mio amico mi ha più detto se potevo usare quella foto per i poster.

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Archiviato in diario minimo, on the road

Il pappagallo e la libertà

In prima elementare un compagno di classe mi regalò un pappagallino. Disse che lui ne aveva tanti, perché i suoi gliene facevano di continuo. Mi sembrò un miracolo. Che bel regalo. Un animalino, un esserino vivo, che entrava nella mia vita. 

Era un pappagallino come tanti, piccolo, di colore chiaro, con sfumature celesti. Me ne prendevo cura quando tornavo da scuola. Gli davo da mangiare, gli cambiavo l’acqua, gli pulivo la gabbietta. 

Lui stava aggrappato alle pareti di metallo con quei suoi artigli, becchettava l’aria e sembrava solo voler uscire dalla gabbia. 

Un giorno provai a liberarlo. Chiusi bene la finestra e la porta di camera e aprii lo sportellino. 

Lui fece un breve volo, andando ad appoggiarsi su un ripiano della libreria. Poi da lì ancora un voletto fino alla testiera in metallo del letto. 

Quando lo presi fra le mani non fuggi. Anzi, si faceva accarezzare. Era morbido, leggerissimo. 

Ero felicissima. Anche di potergli regalare un po’ di libertà.

Ogni giorno tornavo da scuola, mangiavo, facevo i compiti e poi giocavo con il pappagallo. Il momento più triste era quando dovevo rinchiuderlo di nuovo. 

Sognavo già allora un mondo senza gabbie. Ma era solo un sogno di bambina.

Dopo che avevo cominciato a liberarlo, mi sembrò che il pappagallino fosse diventato più nervoso. Era come se pretendesse di uscire. Ormai quello era diventato un diritto acquisito. 

Un giorno il pappagallino morì.

Lo trovai steso nella gabbietta e non riuscivo a crederci.

Piansi e mi disperai.

Poi mi convinsi che era stata colpa mia. Gli avevo fatto assaggiare una piccolissima fetta di libertà per poi rinchiuderlo di nuovo. E quello per lui era stato troppo.

Anche babbo la pensava così.

In questi giorni mi è capitato di fare alcune supplenze in una scuola media. I ragazzini di prima cercavano tutte le scuse possibili per farsi portare in giardino, o durante la ricreazione o per l’intera lezione. 

Così stiamo più attenti. Oppure, la nostra prof ci porta sempre.

Il top era quando ripetevano le frasi ascoltate dai grandi. In questo periodo siamo stati costretti al chiuso, abbiamo BISOGNO di uscire.

Stranamente, però, uscivano solo con la supplente, cioè con me.

Uno dei primi giorni non sono riuscita a dire loro di no, abbiamo fatto un intervallo e una lettura all’aperto, portandoci dietro le sedie e spostandoci di continuo per schivare i raggi del sole. 

Poi ho deciso di non portarli più, visto che tanto facevano sempre confusione, dentro e fuori.

Loro sono diventati ancora più agitati e mi hanno reso quasi impossibile fare lezione. 

L’ultimo giorno urlavano tutti insieme e battevano i piedi per terra. Da impazzire.

È stato questo a farmi venire in mente la storia del pappagallino morto di strazio dopo aver assaporato la libertà.

Ho chiamato uno dei ragazzini più agitati alla lavagna e gli ho detto, scrivi.

M-A-N-I-P-O-L-A-T-O-R-E.

Lo so io che vuol dire, ha alzato la mano uno dei ragazzini.

È uno che vuole far fare agli altri quello che vuole lui. Come noi!

E tutta la classe, come noi, come noi.

Qualche tempo fa, però, mi è capitato di parlare con qualcuno della storia del pappagallo. Mi disse che sicuramente non era stata la smania di libertà ad ucciderlo.

Sono animalini molto fragili e capita che perdano la vita così, per mille motivi. Inoltre, essendo nati e cresciuti in gabbia, hanno perso l’istinto del volo libero. Anzi, tornare liberi per loro significherebbe la morte certa, visto che non conoscono le insidie e i pericoli del mondo là fuori.

Una spiegazione che mi rincuorò, cancellando in un colpo il rimorso di tutto il tempo in cui avevo creduto il contrario.

Per questo ho pensato che non sarebbero morti nemmeno i ragazzini.

E così è stato.

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Per un pugno di spiccioli

Quando ero piccola fui invitata da un’amichetta in gita con i suoi genitori. Partimmo con l’auto del suo babbo, lui al volante, la mamma a fianco. Noi dietro, sui sedili foderati di plastica rigida e fredda.

Io indossavo calzettoni bianchi traforati e le scarpette blu con gli occhi. La mia amica aveva una passata con un fiocco sui capelli. 

Io avevo anche un borsellino, nel quale mamma aveva messo due spiccioletti per ogni evenienza. Una o due monete da cento e cinquanta lire, niente più.

La mia amica invece aveva una borsetta bellissima, di plastica bianca simil coccodrillo, tutta luccicante con la chiusura a scatto e la tracolla a catena. Quando fummo partiti mi mostrò anche che cosa c’era dentro. Un fazzolettino profumato e dei soldi, tanti soldi tutti in monete da cento e da cinquanta lire. 

Tutto quel bendidio mi lasciò da principio un po’ sbigottita. Però poi elaborai un piano, che misi in atto durante il viaggio.

La mia amica aveva un anno o due meno di me, era più robusta ma anche meno sveglia.

Cominciai ad indicarle delle cose che sfilavano fuori dal finestrino.

  • Guarda quella casa…
  • Dove?
  • Laggiù…

Mentre lei si girava a guardare la casa, o un albero o un tizio che andava in bicicletta, io lesta lesta aprivo la sua borsetta, le prendevo una o due monete e le mettevo nel mio borsellino.

Era divertente. Non avrei mai creduto che fosse così facile. 

All’inizio pensai di prenderle solo qualche monetina, tanto per rimettere le cose in pari, e finirla lì. Poi il gioco mi prese la mano. A un certo punto pensai che avrei dovuto smettere e rifare lo stesso gioco ma al contrario, rimettendo i soldi nella sua borsetta prima che se ne accorgesse. 

A un certo punto però la mamma si girò e le chiese la borsetta. Quando la aprì, la trovò vuota.

  • Ma tutti quei soldi che fine hanno fatto? 

La mia amica cadde dalle nuvole. Io diventai paonazza.

  • Fammi vedere.

La mamma allungò la mano, afferrò il mio borsellino e lo aprì. 

  • Ah, ecco dove erano andati a finire…

Fu così che rovesciò dentro la borsetta della figlia tutto il contenuto del mio borsellino.

Tentai di dire che trecento lire erano mie. Ma mi zittì subito.

Ho dimenticato tutto il resto di quella giornata. Dove eravamo diretti e a fare che cosa.

Se la mia amica disse qualcosa e se questo episodio cambiò qualcosa fra di noi. 

So solo che tornai a casa alleggerita dei miei pochi spiccioli ma con il cuore pesante per qualcosa che non ero ancora in grado di comprendere.

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Il capriolo

Una sera di tanti anni fa, con due amiche, andai a cena a Radicondoli, da un’altra amica che allora aveva un ristorante.

Andammo con la mia macchina, che all’epoca era la Fiat 500 rossa che mi aveva regalato babbo, quella con i coprisedili a disegni colorati stile Keith Haring. Già all’andata era buio e, sia per la strada piena di curve e costeggiata dal bosco, sia per il traffico scarso, tenevo gli abbaglianti. Per fortuna.

A un tratto fu come se esplodesse un flash. Sulla destra i fari illuminarono una massa chiara che sembrava volare verso di noi. Sterzai tutto a sinistra e frenai. 

Urlammo tutte.

Sentii un piccolo colpo, come il rimbalzo di un pallone, sempre sulla destra.  

Era un capriolo. 

Dopo essere rimbalzato sulla portiera della macchina, cadde a terra, agitando le zampette sottili. Ma si rialzò subito e fuggì nel bosco da dove era venuto.

Noi ci ritrovammo da sole, in mezzo a una strada deserta, nel buio, a chiederci che cosa fare. Per fortuna già esistevano i telefoni cellulari. Chiamai la mia amica e le dissi che cosa era successo. Disse che avrebbe avvisato la forestale che sicuramente avrebbe fatto un sopralluogo per controllare se l’animale fosse ferito. Intanto potevamo rimetterci in marcia.

  • Io veramente volevo cercare il capriolo. Pensavo di caricarlo dietro, così potevamo vedere subito se gli era successo qualcosa.
  • Ma sei pazza? Disse la mia amica.

Controllammo la macchina. C’era solo una piccola infossatura sullo sportello. Quasi non si vedeva. Ripartimmo, un po’ scosse. 

Ancora non mi ero trasferita nel capoluogo montano di una provincia montana, per cui le mie conoscenze in fatto di fauna selvatica al tempo erano condizionate dai ricordi dei dolci animaletti parlanti, gufi, aquile e cerbiatti, dei cartoni Disney. 

Cominciai forse in quell’occasione a capire, per quanto oscuramente, che non era affatto così e che il nostro mondo civilizzato, compresi boschi e campagne, era separato nettamente da quello selvatico e che l’unico modo per aiutare questa fauna era di cercare di averci a che fare direttamente il meno possibile. Figurarsi pensare di caricare un capriolo vivo in auto.

  • Bevete qualcosa? Disse la mia amica quando arrivammo al ristorante.
  • Io qualcosa di forte.

Non mi era mai successo prima. Qualcosa di forte, un cognac (non bevo superalcolici), mi serviva come scossa per ammortizzare l’altra scossa ben più forte dell’investimento del capriolo. 

Non è successo mai più.

Comunque funzionò.

Continuai a preoccuparmi per la sorte del capriolo. Nei giorni successivi, mi disse la mia amica, i forestali avevano girato il bosco vicino a dove c’era stato il piccolo incidente e non avevano trovato niente.

Sicuramente, dissero, l’animale stava bene e si era allontanato per tornare alla sua vita selvatica.

Ringrazai la natura o chi per lei che aveva creato animali tanto graziosi e allo stesso tempo tanto resistenti.

Qualche giorno fa è capitato di riparlare con la mia amica proprio di questo fatto. 

  • Sicuramente è morto qualche giorno dopo – ha detto del capriolo -. Ho saputo che quando prendono una botta non si ripigliano più.

Un’altra piccola illusione crollata.

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Il rapper farlocco

Sul treno regionale c’era questo ragazzino. Se ne stava in piedi fuori dallo scompartimento, vicino alle porte.

Lo vedevo dal mio sedile e avrei preferito non vederlo. 

Era un ragazzino sgradevole. Brutto. All’apparenza uno come tanti.

Pantaloni larghi col cavallo basso, giubbotto felpa con cappuccio, le eterne cuffiette nelle orecchie, sneaker ai piedi. 

Tuttavia c’era qualcosa che lo rendeva un prodotto tarocco della cultura hip hop. Una sorta di copiaticcio. Anche se muoveva la testa al ritmo della musica sparata nelle orecchie come da copione. I pantaloni troppo pieni sui fianchi e nella parte alta delle cosce completavano il quadro. Un rapper farlocco.

Insomma, era brutto. Ma proprio il suo essere brutto era allo stesso tempo un richiamo irresistibile. 

Da un po’, non saprei dire quanto, ho perso il gusto del viaggiare. Prima mi lanciavo, tutta valigia e adrenalina, e pensavo solo a quando sarei arrivata. Ora ho paura di perdere il treno, o quel che che è. Arrivo in anticipo, tutta organizzata, documenti a posto, panino di emergenza e bottiglietta d’acqua che fino al Duemila a San Francisco non l’avevo mai vista portare da noi in Italia. Poi, una volta sul treno nemmeno mi rilasso. A quel punto ho paura di perdere la fermata, la coincidenza, di sbagliare binario. 

Ultimamente prendo abbastanza spesso il regionale per Livorno. In certi viaggi i cambi sono addirittura due, Empoli e Pisa, tanto per raddoppiare lo stress.

Al ritorno va meglio, almeno non ho l’ansia del ritardo.

A dire il vero, specialmente le prime volte, mi agitavo anche al ritorno. 

Una sera sull’Empoli-Poggibonsi c’era questo ragazzino brutto, in piedi, fuori dallo scompartimento. 

Quando viaggio ho sempre un libro in borsa. Poi però, sempre per la paura di perdere la fermata, finisco a fare giochini sul telefonino, che richiedono meno concentrazione e più batteria. 

Così feci anche quel giorno e ogni volta che alzavo la testa per controllare le stazioni il ragazzino brutto invadeva il mio campo visivo. 

A Castelfiorentino cominciai a prepararmi mentalmente alla discesa, a Certaldo avevo già messo su il giaccone. Mi alzai e mi ritrovai accanto al ragazzino brutto. 

Quando il treno si fermò, arrivò un tizio di corsa e chiese: Che stazione è questa, Poggibonsi?

E io, sì. Avviandomi verso l’uscita.

Il tipo scese nello spazio di un secondo, il tempo in cui rimasero aperte le porte. Manco il fantasma di Patrick Swayze in Ghost. Io cominciai a premere il bottone a fianco, ma non c’era niente da fare. Le porte rimanevano chiuse. Mentre mi agitavo, chiedendomi il perché di quella stranezza, il ragazzino mi fece, col tono di un Humphrey Bogart alle scuole medie: 

– Calma, signora, dove vuole scendere?

– A Poggibonsi…

– E allora è la prossima.

– Ma come? E questa che cos’era?

– Barberino.

Da allora ogni tanto sento una fitta di senso di colpa per quel poveretto volato giù come un razzo convinto, anche grazie a me, di essere arrivato a Poggibonsi. Ormai erano quasi le otto di una sera di autunno inoltrato ed era buio pesto. La stazione di Barberino non era niente di più che un punto indistinto nel mezzo della campagna toscana, deserta e abbandonata. Chissà se avrà trovato un mezzo qualsiasi per tornare a casa.

Il ragazzino brutto invece si rivelò veramente gentile. 

  • È questa la sua fermata, mi disse pochi minuti dopo, mentre scendeva anche lui.

Si rivelò decisamente anche molto più attendibile di me, in tema di fermate ferroviarie.

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Il Dna degli Etruschi e gli omicidi irrisolti

Nel 1993 lavoravo a Siena con altri colleghi in un giornale sperimentale.

In quello stesso anno l’università di Torino avviò un progetto per mappare il Dna degli etruschi. Gli studiosi, guidati da un docente di genetica umana, arrivarono anche da noi, a Murlo, uno dei paesi più isolati e per questo, con gli abitanti preservati da contaminazioni genetiche. 

La notizia era sicuramente originale e interessante e pubblicammo diversi articoli, grazie all’addetto stampa che comunicava gli sviluppi dell’iniziativa.

Una calda mattina di fine agosto, nella stanza principale del giornale, quella con il tavolone bianco al centro dove ci sedevamo a mangiare a pranzo le vaschette untuose di una vicina rosticceria, l’addetto stampa mi stava giusto parlando di come procedeva il progetto. 

Il suo sforzo era concentrato soprattutto sul farci capire l’importanza di quanto veniva fatto a Murlo (erano gli anni in cui gli scienziati portavano avanti il progetto internazionale Genoma Umano) per convincerci a destinargli maggiore spazio e una migliore posizione in pagina. 

Stavo discutendo con lui su come organizzare il lavoro per poter dare più visibilità al Dna degli etruschi, quando i due colleghi che erano nella stessa stanza cominciarono ad agitarsi.

  • Molla tutto e corri a Barberino, ci sono due morti bruciati collegati al mostro di Firenze.
  • Aspetta un attimo, vado subito, fammi prima finire con lui.
  • Ma secondo te, saranno più importanti i morti bruciati o questa cazzata del Dna degli etruschi?
  • Si possono seguire entrambi, tanto i morti non scappano.
  • Corri, che aspetti, sei ancora qui?
  • E poi Barberino è in provincia di Firenze…
  • Vaaaai!!!

L’addetto stampa era rimasto in silenzio mentre noi discutevamo alzando la voce. Non potei farci niente. Alla fine mi toccò mollare tutto, prendere la macchina e volare a Barberino.

Il lancio Ansa informava che nella notte una donna di trentun anni, Milva Malatesta, di Certaldo, e il figlioletto di tre, Mirko, erano morti carbonizzati all’interno di una Panda bianca in una scarpata a Poneta. Milva era stata l’amante di tal Francesco Vinci, un tizio che era finito nelle inchieste sul Mostro di Firenze, dalle quali sarebbe poi uscito con un’assoluzione.

Intanto però il gancio c’era e come giornalisti non potevamo lasciarcelo scappare.

Della scena del delitto non ricordo assolutamente niente, come se nemmeno ci fossi stata. Forse una strada sterrata, un bosco o una pineta, con un grande spiazzo polveroso dove si erano fermate le auto di inquirenti e giornalisti. Niente più.

Ad oggi non è stato ancora scoperto il colpevole di quel duplice omicidio. Pare che Milva, che fu strangolata, fosse già morta quando la Panda venne spinta nella scarpata e data alle fiamme (sul posto fu trovata una tanica con del sangue e una lunga scia di benzina). Il figlioletto invece morì bruciato vivo, probabilmente mentre dormiva sul seggiolino posteriore. 

L’anno scorso è stata riaperta l’inchiesta. Sembra che il Mostro di Firenze non c’entri proprio nulla. Potrebbe essersi trattato invece del solito femminicidio da parte di un uomo che avrebbe dovuto uscire con Milva quella sera, ma che poi ebbe un incidente con l’Ape e dopo essere stato al pronto soccorso tornò a casa. Ma i fatti non sarebbero stati così lineari, anzi.

L’indagine ha dei collegamenti anche con l’omicidio della taxista di Siena, di qualche anno dopo. 

A Murlo invece il Dna etrusco fu rintracciato nei geni di alcuni autoctoni. Il problema ora è quello di decidere se sposare la tesi di Erodoto, secondo il quale gli Etruschi arrivarono dalla Lidia, oggi Turchia Occidentale, o quella di Dionigi di Alicarnasso, che sostiene che la cultura etrusca nacque da popolazioni già insediate nell’area compresa fra Toscana, Lazio e Umbria. 

Se aveva ragione Erodoto, a Murlo dovrebbero essere a posto. 

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