Il pappagallo e la libertà

In prima elementare un compagno di classe mi regalò un pappagallino. Disse che lui ne aveva tanti, perché i suoi gliene facevano di continuo. Mi sembrò un miracolo. Che bel regalo. Un animalino, un esserino vivo, che entrava nella mia vita. 

Era un pappagallino come tanti, piccolo, di colore chiaro, con sfumature celesti. Me ne prendevo cura quando tornavo da scuola. Gli davo da mangiare, gli cambiavo l’acqua, gli pulivo la gabbietta. 

Lui stava aggrappato alle pareti di metallo con quei suoi artigli, becchettava l’aria e sembrava solo voler uscire dalla gabbia. 

Un giorno provai a liberarlo. Chiusi bene la finestra e la porta di camera e aprii lo sportellino. 

Lui fece un breve volo, andando ad appoggiarsi su un ripiano della libreria. Poi da lì ancora un voletto fino alla testiera in metallo del letto. 

Quando lo presi fra le mani non fuggi. Anzi, si faceva accarezzare. Era morbido, leggerissimo. 

Ero felicissima. Anche di potergli regalare un po’ di libertà.

Ogni giorno tornavo da scuola, mangiavo, facevo i compiti e poi giocavo con il pappagallo. Il momento più triste era quando dovevo rinchiuderlo di nuovo. 

Sognavo già allora un mondo senza gabbie. Ma era solo un sogno di bambina.

Dopo che avevo cominciato a liberarlo, mi sembrò che il pappagallino fosse diventato più nervoso. Era come se pretendesse di uscire. Ormai quello era diventato un diritto acquisito. 

Un giorno il pappagallino morì.

Lo trovai steso nella gabbietta e non riuscivo a crederci.

Piansi e mi disperai.

Poi mi convinsi che era stata colpa mia. Gli avevo fatto assaggiare una piccolissima fetta di libertà per poi rinchiuderlo di nuovo. E quello per lui era stato troppo.

Anche babbo la pensava così.

In questi giorni mi è capitato di fare alcune supplenze in una scuola media. I ragazzini di prima cercavano tutte le scuse possibili per farsi portare in giardino, o durante la ricreazione o per l’intera lezione. 

Così stiamo più attenti. Oppure, la nostra prof ci porta sempre.

Il top era quando ripetevano le frasi ascoltate dai grandi. In questo periodo siamo stati costretti al chiuso, abbiamo BISOGNO di uscire.

Stranamente, però, uscivano solo con la supplente, cioè con me.

Uno dei primi giorni non sono riuscita a dire loro di no, abbiamo fatto un intervallo e una lettura all’aperto, portandoci dietro le sedie e spostandoci di continuo per schivare i raggi del sole. 

Poi ho deciso di non portarli più, visto che tanto facevano sempre confusione, dentro e fuori.

Loro sono diventati ancora più agitati e mi hanno reso quasi impossibile fare lezione. 

L’ultimo giorno urlavano tutti insieme e battevano i piedi per terra. Da impazzire.

È stato questo a farmi venire in mente la storia del pappagallino morto di strazio dopo aver assaporato la libertà.

Ho chiamato uno dei ragazzini più agitati alla lavagna e gli ho detto, scrivi.

M-A-N-I-P-O-L-A-T-O-R-E.

Lo so io che vuol dire, ha alzato la mano uno dei ragazzini.

È uno che vuole far fare agli altri quello che vuole lui. Come noi!

E tutta la classe, come noi, come noi.

Qualche tempo fa, però, mi è capitato di parlare con qualcuno della storia del pappagallo. Mi disse che sicuramente non era stata la smania di libertà ad ucciderlo.

Sono animalini molto fragili e capita che perdano la vita così, per mille motivi. Inoltre, essendo nati e cresciuti in gabbia, hanno perso l’istinto del volo libero. Anzi, tornare liberi per loro significherebbe la morte certa, visto che non conoscono le insidie e i pericoli del mondo là fuori.

Una spiegazione che mi rincuorò, cancellando in un colpo il rimorso di tutto il tempo in cui avevo creduto il contrario.

Per questo ho pensato che non sarebbero morti nemmeno i ragazzini.

E così è stato.

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