Il salice della discordia

In Campolungo abitavamo in un condominio di tre piani e sei appartamenti. Il nostro era al secondo piano a sinistra. Quelli al primo piano avevano il giardinetto in cui scendevano dalla terrazza. Agli altri spettava un pezzettino di terra ciascuno al quale si accedeva girando intorno alla casa. 

Nel nostro pezzo si teneva la roulotte durante l’inverno. Non c’erano molte piante, a parte un cespuglio di uva spina, un rosmarino e poco più. 

Un anno gli alunni di mamma le regalarono un salice piangente che piantammo lì. L’alberello crebbe in pochi anni, sviluppando le sue bellissime fronde. Purtroppo non fu piantato in posizione abbastanza centrale nel terreno, ma più sul lato sinistro, e alcune fronde andavano ad occupare lo spazio aereo dell’orto dei vicini del terzo piano. 

La vecchia ogni volta che ci incontrava ci diceva di tagliare quei rami, altrimenti lo avrebbe fatto lei.

Io quel salice lo amavo moltissimo e non riuscivo a spiegarmi come una pianta così bella potesse generare tanta insofferenza.  

In ogni caso mamma e babbo potavano quei rami per evitare dissidi con i vicini. 

Loro occupavano l’appartamento sopra il nostro. Un giorno, da piccola, ero sola in casa. Fuori dalla porta, dal pianerottolo, venivano dei rumori strani. Swish, thump. In certi momenti la porta tremava, quasi sbatteva. Ero terrorizzata e allo stesso tempo morivo dalla voglia di scoprire che cosa stesse succedendo. A un certo punto mi feci forza, raccolsi tutto il coraggio che avevo, aprii la porta di scatto e, con un urlo tipo l’ultimo dei mohicani, mi lanciai sul pianerottolo pronta ad affrontare il mostro misterioso. Cioè la vicina del piano di sopra che stava passando il cencio sulle scale. Che non si impressionò, ma nemmeno perse l’occasione.

  • Dì alla tua mamma che stia più attenta quando bagna le piante. Esce l’acqua dai vasi e poi la devo asciugare io.

Io però, dopo aver scoperto che il misterioso mostro era la vecchia vicina che passava il cencio, ero paonazza per la vergogna e mi sarei solo voluta nascondere.

  • Digli anche di potare quel salice, sennò glielo taglio io.

Un giorno sempre la stessa tizia, incontrandomi per le scale, mi disse, povera te che sei nata donna, vedrai quante ne avrai da passare. Un’esplosione di positività.

A un certo punto, dopo anni passati in camera con la mia sorella, decisi che ne volevo una per conto mio. Così mi trasferii in salotto. 

Fu più o meno nel periodo in cui i vicini del piano di sopra iniziarono a sparare Julio Iglesias a tutto volume alle sette della domenica mattina. 

Mamma, babbo e Paola avevano le camere un po’ più in là, rispetto al salotto. Io invece dormivo nella stanza proprio sotto a quella del giradischi.

Dopo qualche domenica mi presentai alla porta della vicina chiedendole se per favore potevano tenere la musica più bassa perché la domenica era l’unico giorno in cui potevo dormire.

La vecchia rispose che avrebbero continuato a fare come gli pareva. Così Julio Iglesias continuò ad urlare sono un pirata sono un signore ogni domenica mattina.

Quando ero ormai grande, mamma mi raccontò che la vecchia vicina mi aveva fatto da baby sitter nei primi mesi della mia vita. Chissà che cosa mi avrà trasmesso.

Finalmente, ai miei diciotto anni, ci trasferimmo in campagna e lasciammo la casa di Campolungo insieme all’orto e al salice piangente. 

Qualche tempo dopo mi venne voglia di rivedere la nostra vecchia casa. Le facciate di ogni appartamento, che prima erano del colore deciso da chi ci abitava con un allegro effetto Arlecchino, erano state dipinte tutte nello stesso color giallo pesca.

Girai verso i garage per dare un’occhiata all’orto e la cosa mi saltò subito all’occhio.

Il salice non c’era più. 

Non nascondo che il fatto mi ha lasciato una certa tristezza. La stessa che provo ancora oggi ogni volta che penso al salice della discordia. 

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