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La copertina di Linus

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Salgo sull’autobus che mi porta all’università. Oggi darò un esame, un esame vero (non come quelli a quiz per i 24 cfu, voglio dire), un orale davanti al professore.

La materia è ostica, linguistica generale. Da settimane studio morfi, morfemi, lessemi, fonemi, sintagmi e diagrammi ad albero. E’ la prima volta che affronto l’argomento e rischio seriamente di affogare nel mare delle formule e delle regole dei vari livelli di analisi. Fonetica, fonologia, sintassi, morfologia.

Sui fonemi mi sono preparata bene, mi sono fatta anche uno schemino che cerco di mandare a memoria mentre esercito la pronuncia delle consonanti: occlusive, fricative, affricate, palatali, velari, nasali. Tutto il resto, il riassunto dei libri di testo, è schematizzato nel quadernone giallo spento che utilizzo per il ripasso.

Ieri sera, prima di andare a letto, ho preparato la borsa. Ci ho messo anche i testi originali (per un dubbio dell’ultim’ora). Lo schemino dei fonemi è in cima alla pila. E il quadernone degli appunti.

L’autobus ritarda di mezz’ora, dovrò correre per arrivare all’università, perdendo la mezz’ora di vantaggio che credevo di avere.

Mi siedo nelle file davanti e apro la borsa. Tento un primo ripasso, per allentare un po’ questa tensione che mi attanaglia senza requie. Ieri ho fatto altro. Un giorno di decompressione ci vuole. Ma oggi è già l’ora di tornare sui libri.

Cerco il quaderno, il quadernone dalla copertina giallo tiepido con su scritto linguistica generale a pennarello. Non c’è. Sposto la nascita delle parole, scartabello fra fonetica e morfologia, rovescio l’analisi della sintassi. Niente da fare.

Mi assale il panico. I miei appunti, sistemati in fila, con tutti gli schemi. Sulla prima pagina le definizioni secche di fonema, morfema, lessema. Non è possibile.

Mi rifugio nella memorizzazione dei fonemi, mentre cerco di rallentare il respiro.

Impossibile tornare indietro, non farei in tempo. Non posso nemmeno chiedere a qualcuno. Non saprei nemmeno spiegare dove si trovi quel quaderno, visto che doveva essere qui.

Respiro e cerco di rimanere concentrata. Non sarà un quaderno a far saltare tutto. Oh, semmai nel caso ci riprovo la volta dopo. Ma non è una strada percorribile. Il programma degli esami, concentrati tutti nel secondo semestre, è fitto. Fra cinque giorni ne ho già un altro.

Cammino senza distrarmi, attraverso Siena schivando turisti e studenti, e finalmente arrivo davanti all’aula dove si terrà l’esame. E’ pieno di ragazzi seduti per terra che ripassano, bevono Estathe e mangiano patatine. Io sono sola. Almeno ai 24 cfu avevo un’amica che dava l’esame insieme a me. Qui niente. I ragazzi mi ignorano, non faccio parte del loro orizzonte. Afferro una sedia libera e mi siedo, è anche rotta. Controllo ancora una volta la borsa, sono convinta che prima o poi il quadernone giallo tiepido uscirà da qualche parte come per miracolo. E invece niente.

Invio qualche messaggio. Reprimo la voglia di scrivere agli amici del quaderno scomparso. In questo momento la scelta è fra cedere al lamento, alla ricerca di compatimento o tenere alta la volontà di andare avanti senza distrazioni. Scelgo la seconda.

Esce la prof, fa l’appello. Divide gli esaminandi in gruppi. A me tocca nel pomeriggio. “Ce la faccio a tornare a casa a prendere il quaderno”, penso subito. Ma un rapido calcolo con i dati incrociati su distanze, mezzi pubblici e temperature esterne, mi dice che no, non è una buona idea.

Sono costretta ad affrontare quel vuoto, a confrontarmi con l’assenza del quadernone, ancora di salvezza nel mare magnum delle formule linguistiche. La mia copertina di Linus.

Trovo un tavolo libero al quarto piano, prendo una bottiglietta d’acqua e uno snack alle macchinette, apro uno dei libri e inizio il ripasso. La dimenticanza del quaderno, ma come è potuto succedere, rischia di farmi cadere nello sconforto.

Mi sforzo di far sì che ciò non accada. E’ solo un gioco della mente, ce la posso fare.

Ormai ho studiato, tanto, ho scritto, ripetuto, appuntato. Quello che so, so. Non sarà certo il quaderno a risolvere la situazione. Però mi manca, dio se mi manca. E’ una questione di sicurezza, come il bastone per uno zoppo anche se ha ripreso a camminare senza. Il telefonino in borsa anche se non devi chiamare, la bottiglia d’acqua anche se non hai sete. Ma intanto ce l’hai.

Ho lo stomaco chiuso. Sbocconcello meccanicamente dei cracker, bevo un po’ d’acqua. Decido di saltare il pranzo. Non solo non ho fame, ma rischierei anche di far tardi. La prof ha detto dall’una e mezzo. Anche se ho altri studenti davanti a me. E poi non credo che mi mancheranno le forze, dovessimo andare avanti nel pomeriggio, mi sostengono i nervi. Nel caso, mangio dopo. Se sarò ancora viva.

Strano questo senso di panico assoluto che mi avvolge. Dopo tutti gli esami che ho dato (sì, ok, decenni fa), e le prove ben peggiori che ho dovuto affrontare in questi ultimi anni, non riesco a capire che cosa mi incuta tutta questa paura. Mi sento come davanti a un baratro, costretta a fare un salto nel vuoto per arrivare di là. Mi dico, razionalmente, che tutto questo è esagerato. Ma la pancia non sente ragioni.

Cambio idea. Vado a mangiare. Devo distrarmi. Un piatto di riso bianco (ci manca solo un mal di testa da intolleranze alimentari) e un po’ d’acqua fresca. All’una e mezzo sono già davanti alla porta. I ragazzi sono molti meno. Qualcuno ha già fatto l’esame al mattino, altri torneranno domani. “Ricomincia alle due” dicono le due ragazze sedute al tavolo. Si alzano e vanno a prendere un caffè. Con loro c’è un ragazzo barbuto, uno dei primi esaminati, che continua a dire, afferrandosi la barba, “capisci? queste sono le basi dell’italiano?”. Da come lo dice pare che non sia andata proprio bene. Mi trattengo dal chiedere.

Intorno ci sono altri giovani, seduti per terra. Continuano a ripassare, a ridere, a bere bibite. Un ragazzo di colore che avevo salutato per gentilezza passandogli davanti in corridoio si siede vicino a me. Lo ammiro pensando che sosterrà anche lui il mio stesso difficile esame.

Ore 13.50, esce la prof. “Linguistica generale?”. “Sì”. Rispondo solo io. “E gli altri?”. “Non so, dico, erano qua. Devono essere andati al bar, pensavano che riprendesse alle due”. “Se intanto vuole entrare lei”.

Mi parli del morfema. Dio, il quaderno. La definizione era scritta là, sulla prima pagina, l’avessi potuta riguardare. Io che sono allergica alle definizioni, non c’è niente da fare, non mi rimangono. Provo a dire qualcosa, ma ho già deciso che non ce la farò mai. Senza il mio quaderno.

La prof mi stimola con le sue domande e arrivo a definire il morfema, i suoi utilizzi e tutte le variazioni a cui può andare incontro. Sembra soddisfatta. Non me ne rendo conto subito, ma intanto succede qualcosa. Succede che non penso più al quaderno. Che le risposte alle domande sono dentro di me, non su quelle pagine a quadrettoni. Che tutto quello che ho studiato è lì che freme per uscire. Snocciolo fonemi come se contassi da 1 a 10.

“Ah sì, questo lo sa benissimo, si capisce. Passiamo ad altro”. No, mi ascolti ancora, vorrei dirle, con quanto me li sono studiati. Mi chieda la regola delle affricate, mi faccia parlare di laterali e occlusive, di bilabiali e dentali. Quello schema a colori, che a casa sembrava impossibile da memorizzare, adesso sta lì fisso nella mia mente, come se non avessi visto altro in vita mia.

La prof dice “purtroppo posso darle solo un 28”. E io, che pensavo a un 22, dico “va bene”. Va benissimo, anzi. “Sa, io ammiro tanto le persone come lei, che tornano a studiare. So bene anch’io che, mi scusi se glielo dico, per quelli come noi, la memoria ormai non è più quella di prima” (ma che dice? lei è molto più giovane di me). “Ma ho visto che ha ottime capacità di ragionamento e questo è molto importante”. “Beh sì, dico io, devo ringraziare lo studio del latino alle medie e al liceo. Credo di coglierne i frutti ancora oggi”.

Solo una volta fuori realizzo che la prof intendeva dire non posso darle trenta. Mentre io, nel mio stupido accesso di incertezza, partivo da diciotto e a quel traguardo non ci pensavo nemmeno.

Tornata a casa scopro che il quadernone giallo tiepido era rimasto sulla scrivania, accanto al computer. Ma non ne rimpiango più la mancanza. E’ servita anche quella. Fosse solo per capire che non c’era bisogno di alcuna copertina.

Tutto considerato, credo che sia andata bene così. Anzi, meglio.

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il canto del frigorifero

Hai presente il rumore della tempesta sul mare, del risucchio del vento e del rifrangersi delle onde? Se quel rumore dovessi sentirlo a casa mia, non ti devi preoccupare, è solo il frigorifero.

Arrivò qui alcuni anni fa e fu una conquista. Faceva parte della nuova cucina, la prima che avessi mai avuto, una cucina vera, intendo, non quell’ammucchiata di elementi che era stata fino ad allora. Mi correggo. La nuova cucina, quella fatta da artigiani su misura e con il legno massello bianco crema, la lasciai senza frigorifero. Loro lo volevano incassato e io non avrei voluto farlo soffocare nel legno massello. Il capo di quegli artigiani mi disse, offeso: “allora al frigorifero ci deve pensare da sola”.

Fu così che andai a scegliere il mio primo frigorifero, nuovo e libero.

“Questo è perfetto – disse la commessa – pensi che me lo sono preso anch’io”. La scelta fu facile. Era economico, le misure erano quelle giuste, lo aveva preso pure la commessa. Solo lo sportello si apriva da sinistra verso destra e a me sarebbe servito il contrario. Ma non me ne curai.

Fin dalla prima notte lo sentii. All’inizio pensai di aver lasciato una porta aperta e che una tempesta, misteriosamente scatenata all’esterno, premesse per entrare in casa. Controllai. Era tutto chiuso e fuori non c’era nemmeno un temporale.

Capii allora che era lui, il frigorifero, a fare tutto quel rumore. Mi venne subito la voglia di riportarlo al negozio e di dire a quella commessa “bella fregatura mi ha fatto prendere”. Non lo feci.

Ora vengono gli amici a casa e dicono. Ah, è il frigorifero. Ma come fai a resistere con questo rumore? Qualcuno si mette addirittura a sibilare per fargli il verso.

Io che amo il silenzio e mi inquieta anche solo il suono di una motosega nella campagna, quel rumore non lo sento più.

Ma ogni tanto mi addormento con il suono del vento e sogno di saltare sulle onde del mare delle Hawaii.

 

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lettera non d’amore

Probabilmente avresti preferito un’auto diversa da quell’Alfa rosso Alfa così vistosa ed eccentrica. E impegnativa. Prendi il fatto delle catene. Quelle ruote proprio non le tollerano. E così, ogni primavera, c’è da cambiare le gomme. Metti quelle estive, leggere, fresche, quelle adatte per correre fino in spiaggia e tuffarsi nel blu. Sì, anche tante altre cose ci si possono fare, certo. Ma a me piace ricordare quella. Sono le ruote per partire dopo aver caricato tenda, zaino e via. Quelle delle notti in pineta, del canto delle cicale e dei gabbiani. Quelle che non hai bisogno di tutto il resto. Quelle che durano sempre troppo poco e che arriva subito l’autunno ed è già tempo di montare le altre, quelle da neve.

Pesanti. Fanno venire freddo solo a vederle. Però anche quelle hanno il loro perché. A me fanno venire in mente il camino acceso, un piumone caldo, un libro, un gatto addormentato. E te.

L’autunno è troppo più lungo della primavera e l’inverno dura anni rispetto all’estate, c’è poco da fare. Ma anche loro finiscono. E siamo punto e a capo. Porta l’auto dal meccanico, cambia le gomme, lascia che l’estate entri di nuovo in te. Dici che noia star sempre lì a cambiarle. Ma dimmi un po’, avresti forse preferito la costrizione di un paio di catene? E non pensi a tutte le stagioni che ti saresti perso?

Mesi lunghi e uguali l’uno all’altro, con il sole o con il gelo. Invece, guarda, se apri la finestra te ne accorgi, l’estate è finita e l’autunno è arrivato. Come lo so? Facile. E’ tempo di tornare in officina. Ecco qua. Queste sono le chiavi. Ormai lo sai bene come funziona. Stavolta però ricordati di chiedere al gommista per quanto tempo ancora potranno andare avanti, prima di doverli ricomprare, quei benedetti pneumatici.

 

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L’inesplicabile fattore M

Sono alla Posta, in coda con il mio numerino. Da uno sportello chiamano un numero a voce alta, che appare ovviamente ripetuto anche sul pannello luminoso. Niente, nessuno. Chiamano il successivo, il mio. Appoggio le mie buste sul banco e spiego all’impiegata il tipo di spedizione che mi serve. Manca un modulo da riempire, me lo porge. In quel mentre arriva un baldanzoso giovane, quello con il numero precedente. Ben svegliato, gli avrei detto io. Ora resti in attesa che finisco con la signora e poi sono da lei.
Ovviamente no.
L’impiegata comincia ad agitarsi, lascia sedia e postazione e si avvicina al baldo. “Mentre la signora riempie il modulo faccio con lei”.
Non ci posso credere. Io un modulo lo riempio in due secondi netti, che si crede?
Ovviamente non avevo fatto i conti con il fattore M, l’inesplicabile fattore M.
Lei come si chiama? Cinguetta l’impiegata. F… S… risponde il baldanzoso. Che inizia a spiegare quale problema lo ha portato fin lì. Ovviamente un caso complicato, di lunga trattazione e di difficile soluzione.
Osservo incredula l’impiegata che, niente affatto abbattuta da tanta complessità, corre avanti e indietro, scodinzolando, mentre consulta colleghi e direttore per giungere alla risoluzione del caso.
Io, che ormai ho riempito il mio modulo da cinque minuti buoni, osservo la scena sperando che qualcuno si ricordi di me. Povera illusa. Il fattore M non scatta con le signore di mezza età.
Lascio che l’impiegata scodinzoli un altro minuto e poi intervengo, ormai visibilmente alterata. Scusi, potrebbe finire la mia pratica, intanto? Almeno se ne chiude una. Poi può tornare a seguire l’altro caso.
Occorre grande fermezza per sventare il fattore M, e non è detto che funzioni.
Con me ha funzionato a metà. L’impiegata ha fatto la faccia scocciata di quando la mamma la chiamava per la merenda mentre lei era impegnata a giocare con gli amichetti.
Ha detto, scusa F., torno subito.
F., capito? Lo ha chiamato per nome, passando perfino al tu. Da non credere.
Poi, con fare ostentatamente diligente, ha effettuato le mie spedizioni, tre in tutto, sottolineandole ogni volta con la frase “e questa è spedita”, che ha pronunciato sotto il mio sguardo impassibile per ben tre volte. Ogni volta ha precisato anche il costo della singola spedizione, aspettando la mia approvazione. Il teatrino è proseguito fino in fondo, con il pagamento e l’ostentata conta del resto. Controlli. Mi fido, grazie. Poi finalmente, una volta che ho sgombrato il campo, ha potuto dedicarsi al suo F., un baldanzoso 25enne tanto bisognoso di cure e attenzioni.
Io sono uscita sicuramente molto più incazzata di quanto non lo fossi (non lo ero) quando sono entrata e con un senso di assoluta impotenza di fronte al fattore M.
Ma che dire, infine?
Boh, forse Towanda?

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Come ti organizzo la libreria

Ecco, penserete, questa ha appena finito di leggere il libro sul magico potere del riordino e già si mette a concionare sull’argomento come se fosse suo. No no, tranquilli tutti.
Se c’è una che non può dire niente su ordine e organizzazione quella sono io. Nonostante i limiti però mi impegno, e molto.
E i risultati alla fine si vedono.
Prendete la mia libreria, quella grande, in pannelli di gesso. Dopo settimane di lavoro sono riuscita a dare un certo ordine. Non è ancora finita.
C’è stato da riaggiustare l’intonaco di due paretine. Altri lavori in corso rallentano la sistemazione definitiva dei libri, ma ora posso finalmente affermare con un certo orgoglio che il grosso è fatto.
Allora, nel ripiano in alto sono andati i libri grandi: fotografia, animali, città, natura, qualche enciclopedia. Poi ci sono gli anglosassoni attempati, i tedeschi, i francesi, i toscani.
Un altro ripiano ospita gialli e polizieschi, un altro gli stranieri contemporanei e un altro ancora gli italiani attempati (con i latini). Un piccolo spazio è riempito dai libri di Piero Chiara (di babbo). Poi gli italiani contemporanei, altri stranieri contemporanei e uno scaffale per i libri scritti da persone che conosco.
Vado molto orgogliosa del reparto basso (ma non bassissimo, perché sotto ci sono degli sportelli): fumetti, poesia, arte, musica. Uno spazio è riservato ai libri piccoli, tipo i racconti singoli pubblicati dai giornali o simili.
Sugli scaffali vicino al tavolo ci sono: una selezione dei miei preferiti, i libri in lingua originale (inglese e francese), i libri superficiali, i vocabolari.
In camera c’è una libreria ordinatissima che ospita: la mega collezione di Julia, i libri della tesi di laurea su Pasolini, tutti i Sellerio, i volumi di almeno quattro collezioni di letteratura pubblicate da Corriere e Repubblica (e forse anche dal Sole 24 Ore).
Sulle mensole ci sono i libri da leggere a breve, una selezione di volumi per ragazzi (mi piace dormire nella stessa stanza con Piccole donne e Pippi Calzelunghe), un bel po’ di libri di argomento più o meno mistico e un po’ di Camilleri extra Montalbano dei quali mi vorrei disfare.
Nelle scatole ci sono ancora le minoranze (africani e indiani d’America), saggi vari su Dante e affini, libri di antropologia, cinema, teatro. E un sacco di fuffa mista.
Ho già preparato degli scatoloni di libri (soprattutto scolastici) da dare via (dove, si vedrà).
Riordinando mi aspettavo di trovare qualche doppione, ma non credevo tanti.
Il giovane Holden e Colazione da Tiffany, entrambi anche in lingua originale, erano quasi scontati. Ma la doppia copia di Nudi e crudi di Alan Bennet, Strade blu di Least Heat – Moon, La mia famiglia e altri animali di Gerald Durrel, Senilita’ di Italo Svevo (fra l’altro mai letto) addirittura in tre copie, e Scorre la Senna di Fred Vargas, mi hanno piuttosto stupito.
Nessun problema. Sono già nella scatola da cui attingere per i prossimi regali.
Invece ho notato alcune sparizioni. Un libro che temevo di aver perso, Naufragio con spettatore, è fortunatamente riemerso dagli scaffali.
Niente da fare invece per un giapponese che adesso non ricordo (ma credo sia stato “Libro d’ombra” di Junichiro Tanizaki) e L’Algarabie, libro in lingua originale, il francese, di Jorge Semprun. E chissà quanti altri che adesso non ricordo. E anzi spero di non ricordare mai.
Ogni tanto però capita che questi libri perduti riaffiorino da qualche parte, come la Madame Bovary tradotta da Natalia Ginzburg, ricomparsa in uno scaffale dei piani di sopra.
Anche questa è una piccola gioia.

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Libri, libri e ancora libri

Qualche tempo fa su facebook girava un giochino in cui si chiedeva di scrivere una lista con i dieci libri che ci avevano più influenzato nel corso della nostra vita, condividendola con un certo numero di amici, chiamati a loro volta a partecipare.
Anche io, chiamata in causa da non ricordo chi, lo feci.
In quei giorni mi capitò anche di vedere il post di una tipa che si scagliava, con un livore sicuramente sproporzionato rispetto al caso in questione, contro chi partecipava a questo giochino. Secondo lei le persone lo facevano solo per esibire una cultura che non avevano e si inventavano di aver letto dei libri in realtà visti solo da lontano.
Ricordo che fui colpita dalla veemenza, e allo stesso tempo dalla stupida inutilità, di quello scritto, tanto che lo commentai subito con alcune amiche.
Fra l’altro mi assolsi subito dall’eventuale accusa. Un po’ perché figuriamoci se mi invento i libri che leggo, un po’ perché anche se ora non ricordo quali titoli citai, sicuramente non saranno stati niente di che.
Qualche giorno dopo invece, cercando il profilo della tipa, mi accorsi che mi aveva cancellato dalle sue amicizie. Quindi capii che quel post veemente su chi esibiva la propria falsa cultura era diretto anche a me.
Non mi misi a piangere per la perdita, tanto più che si trattava di un legame da social con una tipa che non conoscevo nemmeno nella realtà. Ma ci rimasi male lo stesso, soprattutto pensando alla persona da cui proveniva, che fino ad allora avevo anche stimato. Intendo dire che ci rimasi male per lei. La tipa, una bella ragazza, aveva abbandonato un passato giornalistico per compiere una scelta drastica e coraggiosissima con la quale aveva cambiato del tutto la propria vita. In meglio, pensavo fino a quel momento.
Ma evidentemente certe vecchie abitudini di categoria sono un po’ difficili da perdere.

Mi torna in mente questo episodio, strappandomi un sorriso (anche perché mi offre uno spunto per scrivere nel blog), mentre metto a posto la mia libreria. Un lavoro immane che rimandavo da secoli e che ora trovo invece quasi leggero e divertente.
Mi torna in mente la sensazione brutta che all’epoca quel post invelenito mi suscitò, quasi dovessi giustificarmi delle cose che dicevo o scrivevo.
Quasi come se, essendo appassionata di lettura da sempre, dovessi vergognarmene o non parlarne per non darmi inutili arie da intellettuale.

In realtà a me i libri piacciono da morire e non potrei pensare a una vita senza. Quindi ignorero’ bellamente chiunque non sia d’accordo con me. D’altra parte si tratta di una mia passione, mica di un’imposizione.
Mentre salgo sulla scala, libero gli scaffali, spolvero, scelgo, sistemo, ricordo la voglia che avevo da piccolina di imparare a leggere, tanto da non poter nemmeno aspettare di andare a scuola. Arrivai in prima elementare che già leggevo e scrivevo, per la gioia di compagni e maestro che infastidivo di continuo non sapendo che fare durante gli esercizi che concludevo subito. Sembro presuntuosa a raccontare questo? Non credo, poiché si tratta semplicemente della verità. Nel caso il problema sarebbe nella mente di chi legge queste mie parole.

Ringrazio i miei genitori che mi hanno cresciuta in una casa piena di libri. Ringrazio mia madre che mi ha guidato nella scelta delle prime letture importanti facendomi conoscere il giovane Holden e tanti altri meravigliosi personaggi della letteratura. Ringrazio mio padre che alcuni libri li ha addirittura scritti, rivelando una vena molto bella che ho da poco riscoperto e condiviso con gli amici più cari.

Ora però si pone un problema. Riordinando la libreria occorre alleggerire, buttare, regalare. Fino a oggi ho pensato che un libro non si butta mai. Ora per fortuna ho cambiato idea. Bisogna solo cercare di capire come muoversi.
Ma di questo ne parlerò la prossima volta.

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Viva l’Ungheria

Rientro in autostrada dopo la sosta in autogrill.
Ormai mancano solo 150 chilometri.
Margherita guarda i gatti, e i gatti guardano nel sole.
“Se non succede niente sarò a casa per le otto e mezzo” le dico al telefono.
All’inizio non capisco perché tanto buio. Che all’improvviso si sia spenta l’autostrada o il mondo che mi circonda. E invece no, son saltati i fari. Gli anabbaglianti. Cavolo.
Ormai sono in ballo. Chissà se le luci dietro funzionano.
Mi prende il terrore di non essere vista.  Metto le quattro frecce e vado avanti.
Il prossimo autogrill, ho visto il cartello, è fra 26 chilometri.
Ogni tanto sparo gli abbaglianti, ma solo ogni tanto.
Oh ecco l’area di servizio. Quasi inutile visto che c’è sciopero dei benzinai,  proprio oggi, fino alle 22.
Alla cassa però c’è qualcuno.
“Scusi mi sono saltate le luci dei fari. Voi le cambiate?”
“No”, risponde la signorina.
“Perché è sciopero?”.
“No, perché è troppo complicato”.
“Ah”.

Chiamo l’assistenza Alfa Romeo. Ma loro possono solo mandarmi il carro attrezzi, non risolvermi il problema. Per stavolta evito di discutere sul concetto di assistenza.

“Scusate – vado verso due camionisti che fumano nel parcheggio loro riservato – siete italiani?”
“No, hungarian”.
Forse puoi parlare tedesco, dice uno pressappoco.
No, english? Faccio io.
Okay. Un po’.
Spiego la faccenda degli anabbaglianti e loro mi chiedono se ho le lampade di ricambio.
Ribalto la macchina, sposto le valigie, ma ovvio che no.
Loro si avvicinano con una cassettina degli attrezzi e mi fanno cenno di aprire il cofano.
Sono la mia unica speranza.
Armeggiano per un po’ con i cacciaviti fino a smontare il faro. Un salto nel camion e spuntano due lampadine di ricambio.  Non ho parole.
In compenso io sfoggio una collezione niente male di torce di tutte le dimensioni.
“Mini” dice il più grosso fra i due, chiedendomi quella piccolina.
Mentre si muovono intorno alla mia macchina, accendono i fari, li spengono, aprono la portiera,  la chiudono, io li osservo chiedendomi se mi sono messa in un pasticcio ancor più grande.

Decido di no. Poi staremo a vedere.
I due, avranno trent’anni,  hanno facce larghe e fisico tozzo. Indossano abiti in stile militare,  mimetico il piccoletto, verde a tinta unita l’altro. Questo fuma la pipa e mentre assiste il compagno con la torcia diffonde nell’aria un buon odore di tabacco.
Ci capiamo a gesti. Qualche parola ogni tanto.
“Contatto”. “Kaputt “.
Parlano fitto fra sé nella loro lingua.
La lampadina di destra si accende. Evviva.
Mettono anche l’altra. Non succede niente.
Oddio ti prego non farmi stare tutta la notte al buio in un autogrill.

Non capisco. Mi preoccupo un po’ ma non so bene che fare.
“Sinistra destra” dice quello con la pipa facendo il gesto con le mani.
Hanno invertito. Tolgono le lampadine e le rimettono ognuna nel fanale opposto.
In meno di un’ora gli anabbaglianti si accendono. È tutto a posto.
“Home. .. house. .. control…”.
Ho capito sì. Meglio far controllare quando torno a casa. Due luci che saltano insieme non è normale.
Mettono a posto le ultime viti, chiudono il cofano e raccolgono la loro cassetta soddisfatti.
Ringrazio e do al più piccolo, quello mimetico, un foglio da 50.
Avevo solo quel taglio nel portafoglio, se si esclude una banconota da 10.
Lui rimane lì con i soldi in mano e con la faccia mi fa segno che son troppi.
Troppo complicato spiegargli che se non avessi trovato loro il giochetto mi sarebbe costato sicuramente di più.
Me la cavo con un internazionale thank you.
E poi butto là un “viva l’Ungheria”.
Loro alzano il braccio in segno d’intesa e di saluto e se ne tornano verso il loro camion.
Viva l’Ungheria, ma davvero.

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tu chiamale se vuoi emozioni

a volte la vita è troppo bella per tenerla tutta dentro

devi farla uscire un po’ alla volta

una canzone a squarciagola in macchina a volte aiuta

una risata con un amico

un passo di danza

a volte la felicità stringe alla gola ed esce dagli occhi

insieme alle lacrime

notte1
a Lisbona il viaggio della memoria

quello che torna davanti agli occhi quando meno te l’aspetti

ricordi come foto

sorpresa e meraviglia

e una tristezza dolce come latte alla portoghese

lisbona

“sulla strada verso la praca do Comercio ho provato un momento di assoluta felicità”

dice mamma

Praca-Comercio-lisbon

prima la rua Augusta

dopo la praca sul fiume Tago

più in là, l’oceano

estate-Sport_h_partb

dentro il sole c’è l’estate

vagonate di bella estate

canta il mio amico Antonio
estate_summer

a volte il mare è liscio come certi capelli
poi si arriccia, a volte

Cuore sanguinante

un altro amico mi spezza il cuore

e non è nemmeno la prima volta

ma il motivo ora è diverso

io piango

ma lui ci crede, che ce la farà

e allora diventa tutto un po’ più leggero

snoopy

alcune persone bisogna lasciarle passare, così come sono

fra una danza e l’altra

magari non balleranno mai, o forse sì

ma tu continua a danzare

gatti

anche i gatti riescono a stare
a fianco l’uno dell’altro
guardando insieme il mondo
che li osserva

battisti

a tredici anni il primo stereo

non ci potevo credere
tanto lo desideravo

arrivò in uno scatolone
con un disco di Battisti

Ancora Tu

ma tu chiamale se vuoi emozioni

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coincidenze/2

lettera

A proposito di coincidenze me ne viene in mente una veramente particolare

accadde qualche tempo fa, quando mi ritrovai a casa di una mia anziana vicina, seduta nella sua sala da pranzo per scambiare due parole

mi chiese di dov’ero e mi rivelò che anche lei è originaria di Colle Val d’Elsa, la mia città in Toscana, dove aveva una nonna che portava il mio stesso cognome

mi confidò di aver fatto delle ricerche in proposito, senza esito
poi un giorno, sfogliando una rivista, aveva trovato il nome di un colligiano con lo stesso cognome come firma di un racconto vincitore di un concorso letterario
mi chiese se lo conoscessi
“E’ il mio babbo” risposi, stupita ed emozionata

lei mi raccontò allora di avergli scritto una lettera, al tempo, facendogli i complimenti per il racconto e chiedendogli notizie della sua ava omonima
lui le rispose ringraziando per le belle parole
purtroppo della sua ava, nonostante portassero lo stesso cognome, non sapeva nulla
poi si scrissero ancora qualche volta

rimasi molto colpita dalla coincidenza
ero finita a vivere, a centinaia di chilometri da casa, proprio nel condominio dove abitava una donna che aveva scambiato una corrispondenza con il mio babbo

qualche anno prima di questo episodio babbo mi era venuto a trovare in occasione del raduno dei paracadutisti che si teneva a Belluno e dormì una notte a casa mia
mi pare anche che nell’occasione mi avesse accennato a una signora che gli aveva scritto da Belluno
“Ma chissà che fine avrà fatto dopo tutti questi anni”
cavolo, invece era solo due piani piu sotto

Sono dispiaciuta per il fatto che fossero stati a così breve distanza l’uno dall’altra senza saperlo e senza potersi nemmeno salutare

in effetti, anche volendola cercare, la donna non abitava più all’indirizzo che conosceva lui, quello a cui aveva spedito le lettere di risposta
si era trasferita in un’altra zona, nel mio stesso condominio

“lo avessi scoperto prima” dissi alla vicina, intendendo quando lui era ancora in vita

la mattina dopo, quando aprii la porta di casa, trovai appoggiata sullo zerbino una busta di carta dorata. dentro c’erano le lettere che il mio babbo aveva scritto alla mia vicina tanti anni fa

Le ho lette con immensa gratitudine per il regalo inaspettato
Poi, dopo averle fotocopiate, gliele ho restituite

Da allora mi sento un po’ più ricca

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coincidenze

paola

la mattina del concerto di Paola Turci a Belluno ricevo un sms da un numero non conosciuto che diceva pressappoco: “Stasera offriamo la cena a Paola Turci?”

Seguiva come firma il nome di un amico che sapevo interessato al concerto, per cui lì per lì non ci ho fatto troppo caso e ho archiviato l’sms come una battuta.

Però dell’amico omonimo, ripensandoci, io ho il numero di telefono, quindi non sarebbe dovuto risultare sconosciuto.

Rileggendo il messaggio con più attenzione capisco di chi si tratta. E’ un altro amico, un ristoratore da cui sarei dovuta passare, per puro caso, proprio quella mattina stessa. Non rispondo all’sms, lo farò a voce.

Ovviamente sul Gazzettino di quel giorno c’è l’intervista, con la mia firma, che ho fatto il giorno prima a Paola. Per cui immagino che il messaggio sia stato ispirato da quella

In realtà, quando passo dal mio amico, del quale nel frattempo ho memorizzato il numero in rubrica con nome e cognome, lui cade dalle nuvole.

“Ma dai, veramente c’è l’articolo oggi sul Gazzettino? Come, l’hai scritto proprio tu?”

Lui aveva letto del concerto sui manifesti che in quei giorni tappezzavano Belluno.

E rimane un mistero perché abbia deciso di mandare quel messaggio proprio a me

“Non so, mi è venuto così”

Però ha da raccontare una storia legata a Paola Turci che risale al tempo in cui faceva il corso per sottufficiali al sud, una ventina di anni fa

In genere quando c’erano da fare servizi serali o notturni i superiori non raccoglievano mai grandi disponibilità da parte dei soldati

Una sera però girò la voce che c’era da fare il servizio d’ordine al concerto di Paola Turci

I militari quella volta si offrirono in massa, compreso il mio amico

Solo che, una volta fuori, dopo esser stati portati a fare un giro di pattuglia di qua e un altro di là, si resero conto ben presto che non c’era nessun concerto di Paola Turci

Erauna bufala, uno stratagemma inventato dai superiori

Truffaldino anche ma, si sa… in guerra e in amore

“Dopo quell’episodio ci hanno preso per il culo per anni – dice il mio amico, divertito – e sulla storia del concerto di Paola Turci ridiamo ancora oggi”

ah ecco, per questo i manifesti lo  avevano colpito tanto

“Chissà se riuscirò a incontrarla prima o poi”

“Beh, vieni stasera in piazza Duomo no?”

Non so se poi ci è andato

forse ha preferito mantenere intatto il ricordo di quello scherzo di tanti anni fa

o forse, avrebbe preferito semplicemente averla a cena nel suo locale

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