La copertina di Linus

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Salgo sull’autobus che mi porta all’università. Oggi darò un esame, un esame vero (non come quelli a quiz per i 24 cfu, voglio dire), un orale davanti al professore.

La materia è ostica, linguistica generale. Da settimane studio morfi, morfemi, lessemi, fonemi, sintagmi e diagrammi ad albero. E’ la prima volta che affronto l’argomento e rischio seriamente di affogare nel mare delle formule e delle regole dei vari livelli di analisi. Fonetica, fonologia, sintassi, morfologia.

Sui fonemi mi sono preparata bene, mi sono fatta anche uno schemino che cerco di mandare a memoria mentre esercito la pronuncia delle consonanti: occlusive, fricative, affricate, palatali, velari, nasali. Tutto il resto, il riassunto dei libri di testo, è schematizzato nel quadernone giallo spento che utilizzo per il ripasso.

Ieri sera, prima di andare a letto, ho preparato la borsa. Ci ho messo anche i testi originali (per un dubbio dell’ultim’ora). Lo schemino dei fonemi è in cima alla pila. E il quadernone degli appunti.

L’autobus ritarda di mezz’ora, dovrò correre per arrivare all’università, perdendo la mezz’ora di vantaggio che credevo di avere.

Mi siedo nelle file davanti e apro la borsa. Tento un primo ripasso, per allentare un po’ questa tensione che mi attanaglia senza requie. Ieri ho fatto altro. Un giorno di decompressione ci vuole. Ma oggi è già l’ora di tornare sui libri.

Cerco il quaderno, il quadernone dalla copertina giallo tiepido con su scritto linguistica generale a pennarello. Non c’è. Sposto la nascita delle parole, scartabello fra fonetica e morfologia, rovescio l’analisi della sintassi. Niente da fare.

Mi assale il panico. I miei appunti, sistemati in fila, con tutti gli schemi. Sulla prima pagina le definizioni secche di fonema, morfema, lessema. Non è possibile.

Mi rifugio nella memorizzazione dei fonemi, mentre cerco di rallentare il respiro.

Impossibile tornare indietro, non farei in tempo. Non posso nemmeno chiedere a qualcuno. Non saprei nemmeno spiegare dove si trovi quel quaderno, visto che doveva essere qui.

Respiro e cerco di rimanere concentrata. Non sarà un quaderno a far saltare tutto. Oh, semmai nel caso ci riprovo la volta dopo. Ma non è una strada percorribile. Il programma degli esami, concentrati tutti nel secondo semestre, è fitto. Fra cinque giorni ne ho già un altro.

Cammino senza distrarmi, attraverso Siena schivando turisti e studenti, e finalmente arrivo davanti all’aula dove si terrà l’esame. E’ pieno di ragazzi seduti per terra che ripassano, bevono Estathe e mangiano patatine. Io sono sola. Almeno ai 24 cfu avevo un’amica che dava l’esame insieme a me. Qui niente. I ragazzi mi ignorano, non faccio parte del loro orizzonte. Afferro una sedia libera e mi siedo, è anche rotta. Controllo ancora una volta la borsa, sono convinta che prima o poi il quadernone giallo tiepido uscirà da qualche parte come per miracolo. E invece niente.

Invio qualche messaggio. Reprimo la voglia di scrivere agli amici del quaderno scomparso. In questo momento la scelta è fra cedere al lamento, alla ricerca di compatimento o tenere alta la volontà di andare avanti senza distrazioni. Scelgo la seconda.

Esce la prof, fa l’appello. Divide gli esaminandi in gruppi. A me tocca nel pomeriggio. “Ce la faccio a tornare a casa a prendere il quaderno”, penso subito. Ma un rapido calcolo con i dati incrociati su distanze, mezzi pubblici e temperature esterne, mi dice che no, non è una buona idea.

Sono costretta ad affrontare quel vuoto, a confrontarmi con l’assenza del quadernone, ancora di salvezza nel mare magnum delle formule linguistiche. La mia copertina di Linus.

Trovo un tavolo libero al quarto piano, prendo una bottiglietta d’acqua e uno snack alle macchinette, apro uno dei libri e inizio il ripasso. La dimenticanza del quaderno, ma come è potuto succedere, rischia di farmi cadere nello sconforto.

Mi sforzo di far sì che ciò non accada. E’ solo un gioco della mente, ce la posso fare.

Ormai ho studiato, tanto, ho scritto, ripetuto, appuntato. Quello che so, so. Non sarà certo il quaderno a risolvere la situazione. Però mi manca, dio se mi manca. E’ una questione di sicurezza, come il bastone per uno zoppo anche se ha ripreso a camminare senza. Il telefonino in borsa anche se non devi chiamare, la bottiglia d’acqua anche se non hai sete. Ma intanto ce l’hai.

Ho lo stomaco chiuso. Sbocconcello meccanicamente dei cracker, bevo un po’ d’acqua. Decido di saltare il pranzo. Non solo non ho fame, ma rischierei anche di far tardi. La prof ha detto dall’una e mezzo. Anche se ho altri studenti davanti a me. E poi non credo che mi mancheranno le forze, dovessimo andare avanti nel pomeriggio, mi sostengono i nervi. Nel caso, mangio dopo. Se sarò ancora viva.

Strano questo senso di panico assoluto che mi avvolge. Dopo tutti gli esami che ho dato (sì, ok, decenni fa), e le prove ben peggiori che ho dovuto affrontare in questi ultimi anni, non riesco a capire che cosa mi incuta tutta questa paura. Mi sento come davanti a un baratro, costretta a fare un salto nel vuoto per arrivare di là. Mi dico, razionalmente, che tutto questo è esagerato. Ma la pancia non sente ragioni.

Cambio idea. Vado a mangiare. Devo distrarmi. Un piatto di riso bianco (ci manca solo un mal di testa da intolleranze alimentari) e un po’ d’acqua fresca. All’una e mezzo sono già davanti alla porta. I ragazzi sono molti meno. Qualcuno ha già fatto l’esame al mattino, altri torneranno domani. “Ricomincia alle due” dicono le due ragazze sedute al tavolo. Si alzano e vanno a prendere un caffè. Con loro c’è un ragazzo barbuto, uno dei primi esaminati, che continua a dire, afferrandosi la barba, “capisci? queste sono le basi dell’italiano?”. Da come lo dice pare che non sia andata proprio bene. Mi trattengo dal chiedere.

Intorno ci sono altri giovani, seduti per terra. Continuano a ripassare, a ridere, a bere bibite. Un ragazzo di colore che avevo salutato per gentilezza passandogli davanti in corridoio si siede vicino a me. Lo ammiro pensando che sosterrà anche lui il mio stesso difficile esame.

Ore 13.50, esce la prof. “Linguistica generale?”. “Sì”. Rispondo solo io. “E gli altri?”. “Non so, dico, erano qua. Devono essere andati al bar, pensavano che riprendesse alle due”. “Se intanto vuole entrare lei”.

Mi parli del morfema. Dio, il quaderno. La definizione era scritta là, sulla prima pagina, l’avessi potuta riguardare. Io che sono allergica alle definizioni, non c’è niente da fare, non mi rimangono. Provo a dire qualcosa, ma ho già deciso che non ce la farò mai. Senza il mio quaderno.

La prof mi stimola con le sue domande e arrivo a definire il morfema, i suoi utilizzi e tutte le variazioni a cui può andare incontro. Sembra soddisfatta. Non me ne rendo conto subito, ma intanto succede qualcosa. Succede che non penso più al quaderno. Che le risposte alle domande sono dentro di me, non su quelle pagine a quadrettoni. Che tutto quello che ho studiato è lì che freme per uscire. Snocciolo fonemi come se contassi da 1 a 10.

“Ah sì, questo lo sa benissimo, si capisce. Passiamo ad altro”. No, mi ascolti ancora, vorrei dirle, con quanto me li sono studiati. Mi chieda la regola delle affricate, mi faccia parlare di laterali e occlusive, di bilabiali e dentali. Quello schema a colori, che a casa sembrava impossibile da memorizzare, adesso sta lì fisso nella mia mente, come se non avessi visto altro in vita mia.

La prof dice “purtroppo posso darle solo un 28”. E io, che pensavo a un 22, dico “va bene”. Va benissimo, anzi. “Sa, io ammiro tanto le persone come lei, che tornano a studiare. So bene anch’io che, mi scusi se glielo dico, per quelli come noi, la memoria ormai non è più quella di prima” (ma che dice? lei è molto più giovane di me). “Ma ho visto che ha ottime capacità di ragionamento e questo è molto importante”. “Beh sì, dico io, devo ringraziare lo studio del latino alle medie e al liceo. Credo di coglierne i frutti ancora oggi”.

Solo una volta fuori realizzo che la prof intendeva dire non posso darle trenta. Mentre io, nel mio stupido accesso di incertezza, partivo da diciotto e a quel traguardo non ci pensavo nemmeno.

Tornata a casa scopro che il quadernone giallo tiepido era rimasto sulla scrivania, accanto al computer. Ma non ne rimpiango più la mancanza. E’ servita anche quella. Fosse solo per capire che non c’era bisogno di alcuna copertina.

Tutto considerato, credo che sia andata bene così. Anzi, meglio.

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