if you’re going to san francisco…

thomas, io e alessio

In seguito abbiamo riso fino alle lacrime di quel momento. Ma quel giorno io piansi veramente, anche se di gioia.
Eravamo a San Francisco per una vacanza di tre settimane, con scambio casa. Una coppia americana sarebbe volata in Italia per stare nel mio appartamento in Toscana mentre Alessio, per dare anche lui un contributo, aveva lasciato loro la sua auto.
Arrivammo all’aeroporto in un pomeriggio di inizio ottobre del 2000. La padrona di casa, una giovane americana in abiti casual, ci stava già aspettando all’uscita con l’immancabile bottiglietta d’acqua minerale in borsa. Dopo le presentazioni, i saluti e gli abbracci salimmo sul suv che per il resto della vacanza sarebbe diventata la nostra auto.
Gli eucalipti che costellano la strada dall’aeroporto al centro della città davano al posto un’aria familiare anche se eravamo in California. La periferia era tutto un fiorire di enormi palestre segnalate da gigantesche insegne luminose.
San Francisco, la città del fitness.

La casa di John e Mary era in una zona residenziale fra le più eleganti di San Francisco. c’è anche un film che si chiama così. Pacific heights. L’appartamento, in sacramento street, era l’attico di un palazzo molto alto con due pareti piene di finestre, nove in tutto, che affacciavano su Lafayette park, almeno quelle rivolte a nord. Noi andavamo a fumare sul tetto, da dove si vedeva tutta san francisco e anche oltre.
In casa c’erano delle piante che in quei giorni avremmo dovuto curare noi. Come il gatto, che aveva però una lettiera rotante e autopulente. Il cane, un pastore tedesco che ci fu presentato poco dopo il nostro arrivo, invece era stato affidato a una dog sitter. A San Francisco, ci accorgemmo poi, pareva essere un’occupazione molto diffusa.
L’America era ancora grande e invincibile. E il padrone di casa, un bianco grassottello che evidentemente guadagnava anche molto bene, ebbe anche delle uscite un po’ infelici da americano di prima dell’11 settembre.
San Francisco, la città della new economy.

Davanti a casa nostra c’erano due palme altissime, simbolico accesso al parco in cui c’era sempre qualcuno che correva o che giocava con un cane. Gli animali avevano anche un loro spazio riservato. Ma la cosa più strana era che con tutti quei cani in giro non c’era nemmeno una cacchetta per terra. Eppure percorremmo la città in lungo e in largo più e più volte. A parte la buona educazione degli abitanti del posto, c’era anche un motivo preciso che avremmo scoperto solo in seguito.
Camminavamo tutto il giorno. La mattina preparavamo a turno la colazione. Caffè americano, che Alessio si ostinava a fare con il doppio o il triplo di polvere rispetto al necessario, fette tostate e imburrate, marmellata, succo d’arancia. Dopo uscivamo a piedi per gironzolare qua e là oppure prendevamo il suv e andavamo da qualche parte. A far la spesa, per esempio. O sull’oceano.
A Ocean beach. Lì vicino ci fermammo a mangiare in un posto con la vetrina sulla strada e tutto pieno di bandiere. Sembrava di essere in uno di quei film americani dove la cameriera passa di continuo a riempire le tazze di caffè. Poi mettemmo i piedi nell’acqua del Pacifico, ma era gelata. Nemmeno pensabile fare un bagno.
San Francisco non è Los Angeles.

Un giorno, passeggiando in un parco, conoscemmo Rob. Era salito su un masso e declamava poesie. quando passammo ci fermò e ci chiese se volevamo recitare anche noi nel poetry corner. Mi pare proprio che lo facemmo anche se non ricordo la poesia né la lingua in cui la declamammo.
Rob era carino e simpatico. Come lavoro vendeva accessori per pet, animali domestici, su internet. Quel giorno era con un amico. Rob lo rivedemmo più volte durante quel soggiorno, l’amico no.
Una sera Rob ci accompagnò a fare un giro in città. Andammo all’opera e ci facemmo le foto facendo finta di uscire dal teatro scendendo la scalinata. Una sorta di commesso all’esterno rise con noi mentre ci pavoneggiavamo come divi sul red carpet e ci fece pure qualche scatto. Inevitabile pensare al fastidio che avrebbe suscitato la stessa situazione davanti a un teatro italiano.
San Francisco la friendly.

Poi vagammo in cerca delle tracce di Hitchcock. L’albergo della donna che visse due volte, quello con l’insegna luminosa intermittente. Per la baia degli uccelli saremmo dovuti andare diversi chilometri più a nord, a Bodega Bay, ma noi arrivammo soltanto fino a Sausalito, dall’altra parte della baia, pagando il pedaggio sul Golden Gate.
In città di riferimenti hitchcockiani ce n’erano quanti se ne voleva. Il campanile della chiesetta dalla quale kim novak volava sotto lo sguardo atterrito di james stewart era un po’ più a sud, a Mission, nel quartiere messicano.
Un’altra volta rob venne a cena a casa nostra con un’amica. Io preparai gli spaghetti che avevo portato dall’italia con il pesto fatto in casa. Alessio cucinò coscette di pollo con cipolle destreggiandosi con qualche difficoltà fra i fahrenheit del forno americano. Comunque vennero perfette e lì si incrinò la mia prima, e già quinquennale, esperienza vegetariana.

Una sera, alla festa dei vicini di casa, conoscemmo thomas.
Appena mi vide mi venne incontro, quasi mi conoscesse già, si presentò e ci mettemmo a parlare. Alessio, dopo, fece delle battute sul fatto che quel ragazzo si facesse troppe lampade abbronzanti. Non aveva capito che Thomas era di origine indiana. Pellerossa. Anzi, metà irlandese, come il padre, un quarto messicano e un altro quarto nativo, da parte di madre. una volta che dissi, non ricordo a proposito di che, “ho scoperto una cosa”, Thomas commentò: “se l’hai scoperta allora è tua, prendila. Funziona così”.
Ecco, cristoforo colombo e la scoperta dell’america. Evidentemente certi traumi non guariscono mai.
Ci scambiammo i numeri di telefono.

Un giorno thomas venne a casa per insegnarci a fare le zucche di halloween. Portò tutto lui, zucche, coltelli e candele. Ci divertimmo come bambini.
Un’altra volta mi accompagnò a fare un giro a sonoma valley, dove fanno il vino e ci sono molti proprietari di aziende di origine italiana e anche toscana. Durante una degustazione ricordo che sentivo parlare di un tal Luca in continuazione. Tutti mi chiedevano, visto che ero italiana, se lo conoscessi. “Oh Luca… Do you know Luca?”. Non so come a un certo punto capii finalmente che si trattava di Lucca, la città di origine dei loro avi.
San Francisco, la città del vino.

Al ritorno da sonoma, dove mangiai una pasta al forno “all’italiana” farcita con tutti gli elementi possibili esistenti in gastronomia, thomas mi mostrò il suo posto preferito a san francisco. Il padiglione delle arti. Pavillon of fine arts. Ormai era calata la notte. Mi fece stendere a terra al centro del terreno coperto dalla cupola neoclassica, poi si stese accanto a me e mi fece vedere da quella prospettiva che cosa gli piaceva così tanto. Guardare il cielo le stelle e le luci di san francisco girando come la lancetta di un orologio.

Era ottobre. Non l’avevamo fatto apposta. Eravamo andati in quel periodo semplicemente perché per me cadeva alla fine del lavoro estivo. Ma chiunque trovassimo si complimentava con noi per aver scelto la stagione più bella dell’anno a san francisco. A ottobre lì è praticamente estate.
Tutti citavano mark twain. “The coldest winter was the summer I spent in san francisco”. Oh, la ripetevano tutti, a cominciare dai nostri ospiti che ci avevano accolto proprio con quella citazione prima di partire per la loro vacanza in italia. L’inverno più freddo? L’estate che passai a San Francisco, per la cronaca…

Poi c’era quella canzone di scott mckenzie, a cui prima di allora non avevo fatto veramente caso.
If you ‘re going to san francisco, be sure to wear some flowers in your hair….
Se vai a san Francisco metti dei fiori fra i capelli.
Mi risuonava in testa, soprattutto dopo i giri al quartiere hippy, haight ashbury, e quando tornai in italia cominciai a cercarla con scarsi risultati. Alla fine qualcuno mi disse che l’avrei trovata nel doppio cd della colonna sonora di Forrest gump.
San Francisco, la città dei figli dei fiori.

Un giorno andammo con Rob a una festa a casa di amici a Marina, un distretto di san francisco sotto al golden gate bridge. Con lui c’era anche vanessa, una ragazza che avevamo già conosciuto la sera dell’uscita dall’opera. Era alta, bionda e molto carina. Probabilmente anche ricca perché voleva pagare sempre tutto lei, nei bar e nei taxi e senza mai dividere le spese. Rob quando protestavamo faceva un movimento con gli occhi come a dire: “lasciamoglielo fare, se a lei piace così…”
Alla festa facevano dei cosmopolitan da urlo. The best cosmo in san francisco disse il padrone di casa, mentre versava quel liquido rosa ovunque, già molto avanti evidentemente con i cocktail bevuti. The best cosmo in san francisco a dire la verità l’avevamo bevuto già la prima sera in un ristorante semi italiano in centro dove ci avevano portato i padroni di casa.
Il ragazzo-barista ci spiegò anche la ricetta nel dettaglio. Inutile, si sa benissimo che certe cose le puoi fare solo nel loro posto di origine.
Dove lo trovi in italia il succo di cranberry? cavolo, non abbiamo nemmeno una parola per tradurlo, (cioè sarebbe mirtillo palustre, dimmi te…) figuriamoci il succo…
Ovvio, qualcuno usa il mirtillo ma non è la stessa cosa. E infatti il mirtillo, in inglese blackberry, è viola e il cranberry rosso-rosa. E non vale nemmeno il lampone, che infatti è raspberry…

Anche quella della festa a Marina era una delle varie case che visitammo a san francisco e di cui ci innamorammo un po’. Pareti colorate rifinite in bianco, candele accese ovunque anche in bagno, arredamento essenziale ma comodo, e lì c’era pure il giardinetto.
nel cortile, appunto, la festa proseguiva con il karaoke. Un impianto bello grande su cui passavano tutte le canzoni della storia del rock. Cantammo anche io e vanessa, born in the usa di Bruce Springsteen, facendo le dive rock con le chitarre finte eccetera. Riscuotemmo anche un buon successo. Ma va detto che il pubblico era di parte.
Quando tornai in italia mi misi in testa di fare anche io una grande festa con il karaoke, ma non ci fu proprio verso di trovarne uno a noleggio. La festa la facemmo comunque, a casa di lula a san gimignano, e fu bellissima ugualmente.

Quel giorno a Marina si celebrava un qualche anniversario dell’aeronautica americana. A un certo punto andammo fuori per vedere lo spettacolo del passaggio degli aerei. Rob sosteneva che se fossimo stati fortunati avremmo potuto vedere un volo radente sotto il ponte, roba che nemmeno maverick in top gun… ma non lo fece nessuno per fortuna. Pare che questo genere di esibizioni fosse stato espressamente vietato. In ogni caso quel giorno, non ce ne furono.
Ci piaceva, a san francisco, trascorrere le giornate come se avessimo sempre vissuto lì, senza la frenesia del turista che deve vedere e sperimentare tutto.
Vedemmo un sacco di cose, ovvio, ma non ne vedemmo altre. Di due in particolare mi vergogno un po’. Lo Yosemite park, perché mi pare che ci volessero troppe ore ad arrivarci e a visitarlo (e certamente non ci sfiorò affatto l’idea che quell’estate o forse quella precedente una ventina di turisti erano stati uccisi da un misterioso serial killer) e noi non volevamo stare nemmeno un minuto senza calpestare le strade di san francisco.
Infatti un giorno prendemmo il suv per andare a sud, per visitare non ricordo più quale san qualcosa, san josè forse, dopo la silicon valley. dopo un po’ ci rompemmo e facemmo dietrofront.
Ma la cosa che più mi dispiace di non aver visto a san francisco è la city lights, cavolo, la libreria dei poeti della beat generation. Pensare che per trovare la gemellina di firenze, pochi anni prima, avevo fatto il diavolo a quattro, chiedendo a tizio e a caio (erano gli anni prima di internet) fino ad arrivare finalmente al negozietto di via san niccolò. Che chissà se sarà ancora aperto, anzi dopo voglio proprio controllare.
Ecco, presi dall’ebbrezza della vita a san francisco quella mi passò proprio di mente. Me ne ricordai solo una volta tornata a casa. E pace…
A san francisco c’erano tantissime mazda cabrio, la stessa che avevo anche io in quel periodo. Da noi si chiamava Mx5, lì era la Miata. Ancora mi chiedo se avranno avuto il cambio automatico o no…

Durante un giro a Castro, il quartiere gay per eccellenza, Rob ci raccontò di Harvey Milk e del sindaco Moscone, uccisi tanti anni prima da un conservatore fanatico in municipio. Alla City Hall (all’esterno delle cui finestre era appeso il cartello “vietato fumare in quest’area”) ancora ricordano l’evento srotolando nastri con i colori dell’arcobaleno nel giorno dell’anniversario. Rob non seppe dirci però molto di più. Incuriosita, tornata a casa feci diverse ricerche sul personaggio, il primo attivista gay eletto come tale a rappresentare la città di san francisco. una figura bellissima, simbolo della tolleranza e dell’apertura, nel senso di open minded, caratteristiche delle quali san francisco e i suoi abitanti si sono sempre fatti un vanto.
poi il genere umano è quello che è, e per un milk c’è anche il conservatore represso e depresso che spara per uccidere chissà che, un uomo o un’idea. Il suo avvocato riuscì a farlo uscire dal carcere sulla parola dimostrando che quel giorno l’omicida aveva mangiato del cibo guasto, che pare sia una vera e propria attenuante nel processo americano o almeno in California. Ma poco dopo il tizio si suicidò.
Ero decisissima ad approfondire la storia di milk. Il sogno era: torno a san francisco a raccogliere le testimonianze di chi l’ha conosciuto e poi ci scrivo un libro.
Avevo già pensato a come sovvenzionare il mio soggiorno. Avrei venduto poster di Alessio duplicando la foto che gli avevo fatto a tradimento mentre si sfilava la camicia sullo sfondo dello skyline di san francisco, quello con la torre triangolare. Con quel fisico sarebbe diventato il nuovo simbolo di castro.
Non ne feci nulla, peccato. Né per milk né per il poster. Nel frattempo ci ha pensato gus van sant a girare un film, con Sean Penn.
Milk, per coinvolgere più elettori possibile, aveva fatto anche una campagna per la pulizia delle strade sensibilizzando i proprietari dei cani ad usare sempre sacchettino e paletta.
Eccola là la San Francisco dei proprietari di cani educati.

Comunque, in quel momento, quello di cui parlavo all’inizio della storia, eravamo in union square. Era il nostro primo giorno a san francisco. Già Alessio mentre camminavamo per le strade, hanging around, mi aveva detto: “Tu da quando hai messo piede sul suolo americano sei cambiata. Brilli di felicità a prescindere”.
Sì, lo sapevo già che funzionava così.
Ci sedemmo su una panchina, con i nostri zainetti in spalla. Si respirava l’aria frizzante della grande città. San francisco la tollerante, san francisco la città d’oro.
Era una calda giornata di sole. Tante cose ancora non le sapevamo ma la vacanza si preannunciava splendida. E così fu.
E io ero con il mio amico alessio, una cosa che mi riempiva ancor più di gioia.
Non sapevo ancora che la nostra dirimpettaia a pacific heights era danielle steel, la scrittrice di romanzi rosa, quando dissi: “Ale, questo è un momento perfetto”.
Mentre dagli occhi mi scendevano lacrime di felicità.

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il mosaico della memoria

Okay okay okay. Il ghiaione è stato nel 1990, non nel ’91. ma tanto a parte il fatto dell’anniversario mancato questa è una cosa che non importa proprio a nessuno. La cosa buffa invece è quando ti confronti con le persone che hanno partecipato ad uno stesso evento e vedi che ognuno ha memorizzato una cosa diversa.
Lula per esempio si ricordava che l’estate che andammo in val di zoldo era quella dei mondiali di zenga e tacconi, quindi quella del 1990. dice anche che io non partecipai alla cena prima della partenza proprio per guardare una partita e che, mentre giravamo di rifugio in rifugio, buttavo sempre un occhio alla tv nel caso giocassero.
Ecco, questa sinceramente io non me la ricordavo proprio.
Per la mi’ sorella, che ha la memoria di un computer, era sicuramente il ’90 perché lei si ricorda di un determinato esame che dette all’università. Il ricordo è in relazione alla proiezione delle diapositive della vacanza, in cui, orrore orrore, vide che una di noi, nella solitudine sterminata dei monti, aveva osato addirittura prendere il sole in topless.
Io avevo collegato la vacanza a due ricordi, legati a un cane e a un fidanzato ma sbagliando clamorosamente la data: il fidanzato risale al ’90, perché con l’inizio del ’91 non c’era già più, il cane al ’91. e nessuno faccia battute sul sostituto e cose varie, please.
Il cane era tarino, il meraviglioso siberian husky bianco e rosso che nessuno voleva perché in quegli anni in cui quel tipo di cane andava tanto di moda lui povero aveva due difettucci e quindi non andava bene per le mostre canine. Evitare commenti anche in questo caso, ri-please che tanto li ho già esauriti tutti io, con le parole e con i pensieri.
Lo presi anche se aveva già più di due anni. E’ stato un cane eccezionale, un compagno fedele e affettuoso pur nello spirito d’indipendenza caratteristico della razza. Ah, e poi cantava. Lo sa bene raffaella che quando glielo dissi si mise a cantare o sole mio e lui le andò dietro come fosse stato andrea bocelli.
Quindi, messi i puntini sulle i, nel ’90 ci fu l’avventura del ghiaione che contribuì sensibilmente a ridimensionare la storia del fidanzato portandola verso una fine più o meno naturale dopo il capodanno fra il ’90 e il ’91. nel ’91 invece arrivo’ taro, andammo in montagna ad asiago, ed è li’ che ero preoccupata di lasciarlo a casa da solo subito dopo averlo preso.
Ad asiago andammo però in quattro, col pulmino di lula, con raffaella e patrizia. E successero un sacco di cosa ganze che ancora ci si raccontano. Intanto s’era ospiti a casa di tullio kezich che era vicino di mario rigoni stern e ermanno olmi, oltre a un tal erante che pare si chiamasse proprio così ma noi all’inizio avevamo capito invece che “errava” nel senso di camminare a tutte l’ore.
Questa cosa mi portò bene qualche anno fa quando olmi venne a belluno per l’inaugurazione della mostra di arnaldo pomodoro e io gli raccontai, presentandomi, di quella vacanza. Più tardi, quando gli chiesi se potevo intervistarlo lui mi disse di sì, precisando che lo faceva proprio per me, perché da tre anni, e non so bene per quale motivo, non parlava più con i giornalisti.
Successivamente volle rileggere l’intervista e dare il suo placet, in genere non si fa ma che cavolo io lui lo chiamavo maestro, e mi fece un sacco di complimenti dal telefono della sua casa di asiago dove nel frattempo era rientrato.
Beh, è una cosa che conservo nel cuore come un ricordo del tutto speciale.
Poi, sempre ad asiago, successe quella cosa del billo di legno, un tronchetto che trovammo fra gli altri pezzi di legna da ardere, dalla forma inconfondibile. Lo posizionammo a mo’ di soprammobile a centro tavola ma ogni giorno era una lotta perché patrizia non appena ci giravamo lo buttava nel caminetto.
Poi, mentre prendevamo la legna nella legnaia successe che raffaella perse una lente a contatto. Era già sera ma bastò accendere i fari di un’auto per riconoscerne il brillio sulla catasta e recuperarla.
Un giorno tornò il padrone di casa che ci aveva gentilmente offerto ospitalità durante la sua assenza, giovanni figlio di tullio, insieme ad alcuni amici. prepararono il pranzo, sfidandoci ad assaggiare i canederli, che comunque già conoscevamo, e avvertendoci che loro stessi, sottintendendo cioè dei veri montanari, non riuscivano a mangiarne più di tre o quattro nella stessa cena. Evitiamo di dire quanti ne mangiammo io e lula, che forse è meglio.
Per quanto riguarda l’avventura del ghiaione, c’è solo da sentire i ricordi di giovanna. Prima ne abbiamo parlato un po’ al telefono con lula e son venute fuori un sacco di altre cose. Anche la crisi di panico su uno spicchio di roccia sospeso sul vuoto. Ecco, dopo 21 anni scopro che non l’avevo avuta solo io.
Io l’avevo detto subito però. Mi sa che s’era al città di fiume perché stasera vedendo le foto di un’amica su facebook mi è sembrato di riconoscere il rifugio della panchina affacciata sul vuoto e la roccia sporgente dalla quale si affacciavano lula e giovanna era proprio lì vicina.
Ganzo questo percorso all’indietro, questo ricomporre il mosaico della memoria. Lula ha ritirato fuori un sacco di storie che avevo completamente rimosso, mentre io ne ricordavo altre.
Spero che non debbano passare altri venti anni però per ricordarmi, la prossima volta che vado a far la spesa, che ero uscita apposta per comprare il gel per capelli e invece son tornata con un balsamo. E finché non sono stata fuori dal negozio, ormai sulla strada di casa, ero pure convinta di volere proprio quello…

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il battesimo del ghiaione

deve essere stato proprio laggiù, sotto il pelmo, sulla sinistra

Forse è arrivato il momento di raccontare anche questo. Che fra l’altro mi sa che siamo nell’anniversario tondo tondo. Non sono certa che fosse luglio, ma credo di sì, di sicuro era il 1991. Quindi venti anni fa.
Con Lula si era deciso di andare una settimana in montagna. Venne anche la sua amica Giovanna di Roma. Partimmo dalla Toscana con la mia Polo bianca e una volta arrivate ci fermammo a un garnì in Val di Zoldo.
Avevo appena preso Taro, uno splendido siberian husky bianco e rosso, e non sapevo a chi lasciarlo in quei giorni visto che mamma aveva fatto un po’ di storie per tenerlo. Poi naturalmente rimase a casa e anzi, come al solito, anche loro, mamma e babbo, gli si affezionarono sempre di più.
Lula era il capogruppo, armata di cartine ed esperta di montagna, Giovanna le andava dietro e io seguivo loro due. Sinceramente, a parte l’ambiente e le cene nei ristoranti, al tempo non ero in grado di apprezzare molto di più.
Ricordo una volta che avevamo trovato una panchina affacciata sul vuoto davanti a un rifugio. loro guardavano il panorama giocando a riconoscere le varie cime e io ero un po’ scocciata perché al tempo pensavo che la montagna era montagna e non c’era poi tutta quella differenza fra l’una e l’altra.
Vabbè. La settimana passò fra sentieri su Pelmo, Pelmetto e Civetta e un’immancabile puntata a Cortina, con giro alle Cinque Torri e shopping in paese, in una giornata dal tempo incerto.
Ogni tanto passando sotto al Pelmo dalla parte del ghiaione Lula e Giovanna si fermavano a guardarlo e commentavano. “Quello non lo faremo mai… troppo difficile, ma guarda che bello però”.
Ovviamente non capivo il senso di una sola parola di quello che dicevano.
Poi arrivò quel giorno che facemmo un giro sul Pelmetto. A dire il vero, dell’andata non ricordo proprio niente. Passaggi nel verde, pascoli con le mucche, attraversamenti un po’ più ripidi sulla costa della montagna, tante croci con i nomi di morti, ma niente più.
Nel senso che non distinguo, nella memoria, i vari sentieri che percorremmo in quella vacanza. Per me erano tutti uguali, più o meno.
Quella volta, al ritorno, Lula disse: “Perché anziché rifare lo stesso sentiero dell’andata non cambiamo?”. Prese la cartina, ci mostrò che per arrivare da dove eravamo partite, il passo Staulanza, si poteva fare un altro percorso, ma sempre della stessa difficoltà di quello che avevamo fatto al mattino, cioè facile, come diceva la guida. Per me era esattamente lo stesso, facessero loro come volevano. dopo un’intera giornata di montagna mi premeva solo tornare al garnì, farmi una bella doccia bollente, cena e relax.
Andammo. Erano già le 18, ma secondo i calcoli in un’ora e mezzo saremmo arrivate alla macchina.
Non so quando avvenne, di preciso, ma a un certo punto ci ritrovammo a salire su un costone erboso in direzione un po’ troppo verticale. Non so dire se fosse proprio un sentiero, diciamo che i passaggi praticabili fra un masso e l’altro, andavano obbligatoriamente all’insù.
Attaccavi le mani alle zolle di erba e queste si staccavano perché la notte precedente era piovuto tanto e il terreno era ancora morbido.
“Lula, che dici, andiamo bene?”
“Sì sì, vai Simona. La cartina era chiara, vedrai che fra un po’ finisce e torniamo a camminare”.
Non finì. Anzi.
A un certo punto, girandomi indietro, ebbi la chiara percezione del vuoto sotto di me.
“Lula, io butto lo zaino. Sento che mi tira in fuori… tanto dentro ho solo la macchina fotografica e 50mila lire…”.
“No no, Simona, che butti (lo zaino era suo). Dammelo a me che te lo porto io per un po’”.
“Ma non si può tornare indietro?”.
“Ormai direi di no…”
Per la paura continuai a salire a velocità supersonica aspettando solo il momento in cui saremmo tornate a camminare su un sentiero un po’ più orizzontale.
“Meno male che avevi paura, sembri un leprotto” mi disse Lula.
Intanto Giovanna si stava sentendo male. Aveva le palpitazioni, le mancava l’aria. Superandole le vidi, una rannicchiata sotto a un masso, e l’altra, Lula ovviamente, con due zaini in spalla, che le faceva forza e coraggio.
Ovviamente non avevamo più un goccio d’acqua né un frutto né una barretta.
“Scusa Lula ma in montagna non girano sempre quegli uomini con i pantaloni verdi alla zuava e la camicia rossa a quadri? Vedrai che prima o poi ne incontriamo uno e ci accompagna giù”.
Non ne passò nemmeno uno.
Cioè, non passò proprio nessuno. E intanto si faceva sempre più sera. Ovviamente, essendo l’estate del ’91 non esistevano nemmeno i cellulari, o almeno noi non li avevamo.
Ad un certo punto il passaggio si spostava sulla nostra sinistra su una spanciatura di roccia sospesa nel vuoto attraversabile solo tenendosi saldamente appesi con le mani a una fune di ferro e puntando i piedi sul sasso.
Aiuto, ma che è ‘sta roba qua?
La feci e mi sembrò impossibile essere arrivata di là. La fece anche Giovanna, non so come. Alla fine, dopo averci fatte passare, arrivò anche Lula, ormai con tre zaini addosso. Due sulle spalle e uno sul davanti.
Giovanna andava lenta, si fermava ogni pochi passi e Lula la aspettava. Io andavo su come una scheggia, sempre per il solito discorso della paura.
Alla fine la salita finì. Mi trovai su un pianoro erboso bellissimo. una conca verde pianeggiante in mezzo alla roccia ricoperta di fiori bellissimi dalle stelle alpine, alle genziane, ad altri di tutti i colori. Un paradiso.
Sì, ma come uscirne? Le mie amiche non arrivavano. Provai a chiamarle ma non ebbi alcuna risposta. Ne girai i confini affacciandomi: roccia a strapiombo ovunque. Nemmeno pensare di ridiscendere da dove eravamo salite.
Laggiù in fondo c’era il ghiaione, quello famoso. Impensabile pure scendere da lì, lo avevano sempre detto anche loro che era troppo difficile no?
Mi sembrava che il tempo non passasse mai. Scrutavo l’orizzonte, magari nel frattempo passava un elicottero… niente. Non c’era un’anima in giro, né in terra né in cielo.
Alla fine, non saprei dire dopo quanto, arrivarono anche loro. E potemmo discutere sulla strategia da applicare per la discesa.
“L’unica è il ghiaione” dissero.
“Ma come, non era super difficile?”
“Vedi alternative?”
In effetti non ce n’erano. Ed erano già le otto passate…
Scendemmo su delle rocce che dal pianoro portavano al ghiaione e finalmente ci fummo sopra.
Prima un po’ timidamente, poi con sempre maggiore dimestichezza, cominciammo a scendere a slalom affondando il piede nei sassi e facendoci trascinare giù per un tratto, un piede dopo l’altro. Beh, alla fine era anche divertente.
Sarà che pur di andare verso il basso mi sarei anche messa a ruzzolare…
Ringraziai mentalmente, ma alcune volte mi sa anche a voce alta, i magnifici scarponi che reggevano le caviglie in modo fantastico.
Alla fine arrivammo giù al passo.
E ora dritte al rifugio, vai!
Chiuso.
Erano le nove e mezzo.
Oh cavolo… dai bussiamo.
Si affaccia un tizio scorbutico.
“Ma non vedete che siamo chiusi?”
Gli raccontammo che cosa ci era successo. Prima ci fece una bella lavata di capo, poi però gli mostrammo la cartina e convenne che l’indicazione della guida era assolutamente sbagliata, che il tipo cioè aveva indicato come facile, facilissimo, un sentiero che invece non lo era affatto.
Impietosito ci apparecchiò un tavolo, ci portò tre bottiglie d’acqua, una ciascuno, che bevemmo in un secondo.
“Vi dovete accontentare. C’è solo del minestrone di verdura” ci disse.
Evviva!!!!
Non avremmo desiderato altro. Anche perché quello fu il minestrone di verdura più buono di tutta la nostra vita.

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perché l’ho fatto

Ricordo perfettamente il momento in cui decisi di lanciarmi nel vuoto. E il motivo.
Era l’estate del ’92, agosto forse, ed ero a casa di un amico a Firenze. In quel periodo andavo spesso da lui, fermandomi a dormire sul divano in salotto.
Rosario era ricoverato all’ospedale di Careggi, così approfittavo dell’ospitalità del Rouge per andarlo a trovare.
In quella grande casa vicina alla stazione c’era sempre un viavai di gente, che si fermava a pranzo e a cena. Si organizzava sempre qualcosa, con la Cinese, Rossella, Rosanna e suo marito. E altri. Con Rosario, quando stava bene. C’era il cinema all’anfiteatro delle cascine, qualche concerto. O si rimaneva in casa a chiacchierare.

Era iniziato tutto con un piccolo intervento per un edema non ricordo dove. Operazione riuscita. Sapevo che la salute di Rosario era a rischio ma non avrei mai pensato che potesse andarsene così. E invece al primo intervento, dopo un periodo trascorso a casa, seguì un altro ricovero e poi un altro ancora. E non era mai del tutto chiaro quando sarebbe stato dimesso.
Il giorno che capii che non ci sarebbe stato più nulla da fare, ricordo, ero seduta sul divano del Rouge, in quella casa di Firenze. C’erano anche altre persone, gli amici di sempre, e si parlava di Rosario. Non ricordo la frase, la situazione, che cosa fu detto e da chi e perché tutto insieme capii.
So solo che quella consapevolezza che fino ad allora non avevo voluto nemmeno immaginare mi attraversò come una scarica elettrica. Mi sentii perduta, terrorizzata. Avrei voluto morire prima di affrontare quel dolore immenso che si annunciava in un giorno qualsiasi della calda estate fiorentina.
Non so spiegare perché mi venne questa idea di lanciarmi col paracadute. Cioè lo so, ma non può essere considerata una spiegazione logica. Il fatto è che di logico lì non c’era niente. Rosario stava per morire, se ne sarebbe andato, e io, che da 10 anni vivevo la sua amicizia come il dono più bello della mia vita, ero disperata. Tutto qui. Pensai che una paura più grande avrebbe in qualche modo esorcizzato quella già enorme per la sua scomparsa. Probabilmente fu solo per il fatto di aver sentito sempre parlare di paracadutismo in casa che la prima cosa che mi venne fu quella di lanciarmi.
Fatto sta che, non appena tornai a casa presi contatto con la sezione paracadutisti di Siena, quella fondata da babbo, e mi iscrissi al corso.
Fu un modo per pensare anche ad altro, per non essere inghiottita completamente da quel dolore continuo che portavo dentro vedendolo sempre più deperito, sempre più magro e sofferente.
Non furono solo i lanci poi a distrarmi, c’era anche la palestra, il duro allenamento fisico. Sembra una pazzia e sicuramente lo era ma per me fu la ricerca della salvezza. Oggi, ne sono sicura, avrei altri strumenti per affrontare una cosa del genere. Non che soffrirei meno. Anzi.
Ma allora ero così.

Rosario morì il 6 aprile del 1993, meno di un anno dopo da quel giorno a casa del Rouge.
Chi lo ha conosciuto sa che parlo di una persona immensa. Ancora oggi, dopo tutti questi anni, i suoi amici lo ricordano con l’amore di allora.
Sono convinta che quando in ospedale gli dissi che mi sarei lanciata col paracadute, lui capì benissimo il perché. Al tempo mi conosceva sicuramente meglio di quanto mi conoscessi io.
Ancora oggi ogni tanto, come ora, mi torna in mente un numero di telefono, 959238, il suo.
Rosario assomigliava un po’ a Linus di radio Deejay ma ancora non lo sapevo. Dopo, sentendolo ridere, avrei ritrovato Rosario in quella risata. Proprio uguale alla sua, da non credere.

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il primo lancio non si scorda mai

Poi mi son fermata a 12. Un po’ per superstizione, quella di non fare il 13esimo lancio, un po’ per il colpo di frusta conseguenza di un incidente stradale che aveva reso un po’ troppo doloroso praticare questo sport.
Sì perché poi io mica facevo la paracadutista leggiadra di quelle che si lanciano oltre i tremila volano in caduta libera e quando aprono l’ala planano nell’aria fino ad atterrare in punta di piedi… eh no.
Di militare c’ero andata. Ma c’era una ragione.
Comunque quella primavera, era il maggio del ’93, quando un camion mi venne addosso a tutta birra mentre ero ferma con l’auto davanti alle strisce per far attraversare una vecchietta fra l’antiporto e camollia (eh sì cavolo), si stava per cominciare il corso tcl. Che vorrà dire? Tecniche caduta libera? Può essere. Mi informerò, ma ora non è importante e non me lo ricordo proprio.
Qualche mese prima avevo preso il brevetto da paracadutista. Civile io, militari i materiali, paracadute e aerei.
Ovvio che c’entrava babbo. Lui si era sempre lanciato. Quante volte ce lo ha raccontato, il sacco di patate, i voli senza il paracadute d’emergenza e tutto il resto. E io sono cresciuta fra i campi di grano ad ampugnano nell’attesa che il mio babbo scendesse dal cielo.
Nel ’92 tutto d’un tratto avevo deciso di farlo anche io. Babbo invece aveva smesso da un po’. Non dissi niente in casa, memore della paura di mamma ogni volta che babbo partiva e delle scenate che faceva quando tornava a casa con qualche fasciatura.
Tanto ero ampiamente maggiorenne, li avrei messi di fronte al fatto compiuto.
Non disse niente nemmeno babbo che quell’anno aveva deciso di ritornare a lanciarsi. E sì che aveva 68 anni se non faccio male i conti.
Così ci ritrovammo in palestra, in caserma a siena, e facemmo la preparazione insieme. Lui a suo tempo istruttore e con una vita di lanci alle spalle e io che non l’avevo mai fatto.
Avviso, questa storia è un po’ lunga.
Comunque per farla breve, arrivammo al giorno del primo lancio. Una bellissima mattina di novembre col sole nel cielo e l’aria pulita. La notte prima ovviamente non avevo chiuso occhio ripassando mentalmente tutte le cause di mancata apertura del paracadute, le manovre da fare in caso di apertura parziale e via dicendo. Non era ancora accaduto il caso, o almeno noi non lo sapevamo ancora, di quella ragazza che a montichiari a brescia era scesa dritta come un fuso fino a terra. Il principale non si era aperto e lei non aveva fatto in tempo con l’emergenza. Questione di secondi, forse anche meno, in certi casi.
La mattina stabilita arriviamo ad ampugnano ed affrontiamo la trafila prima del lancio. Tutti in fila, in ordine di chiamata, controllo dei materiali, controllo dell’abbigliamento. Indossavo la tuta in acetato con scritto “paracadutisti siena” sulla schiena, non avevo ancora la splendida tuta arancione da protezione civile comprata al mercatino americano a livorno.
Eravamo lì nell’attesa dell’aereo in arrivo da pisa. Un g222. non so se era quello che chiamavano la bara volante o se fosse il c130. nell’esercito usano sempre questi nomi un po’ così forse per sdrammatizzare. Quando non ci danno dentro con le sigle. Che allora lì se non sei del giro ti prende solo un gran giramento di testa. Minimo. Dall’h24 in poi è tutto un acronimo, e solo loro sanno che vuol dire.
Il paracadute era un cmp55 (vado a memoria eh) e lo chiamavano la mamma o qualcosa del genere. Madre, forse. Boh.
Forse perché era il primo o quasi usato per i lanci militari e, per quanto datato, era sicuro ed affidabile proprio come la mamma.
a vederlo dal basso era una medusa, praticamente. Un tondo bianco con due corde dure a morire, non direzionabile, a meno di non staccarsi le braccia dalle spalle a forza di tirare di qua o di là.
L’esercito non lo usava più da un secolo allora lo davano a quelli dei corsi anpdi. (eccola là la sigla, tiè)
Avevamo passato mesi a farci i muscoli, a correre, a far flessioni, a tirarci su alla sbarra, a salire sulla fune e ad arrampicarci sui muri. E a imparare a cascare. Da tutte le direzioni possibili: otto, come la rosa dei venti.
Fate conto di saltare da un muro alto due metri ci dicevano. Ecco. Altro che quelli che atterrano in punta di piedi.
Anche l’abbigliamento era di stozzo, come dicono a siena.
A parte la meravigliosa tuta arancione che avrei usato negli ultimi lanci, un pezzo unico che si infilava dalle gambe e poi si chiudeva con una lunga cerniera, ai piedi avevamo gli anfibi militari originali fatti dal calzolaio della caserma di una misura più grande, per i calzettoni.
Una robina leggera e molto femminile, ma che almeno ti permettevano di marciare per chilometri, con il paracadute sulle spalle e quelle chilate di cuoio ai piedi, per rientrare alla base dopo che il vento ti aveva fatto scendere chissà dove.
Il tutto reso ancora più leggiadro dall’imbracatura stretta come una gabbia, che faceva assumere una posizione da bullo, col rinculo e a gambe larghe, con quelle due sacche appese una sulle spalle e l’altra sulla pancia.
Di un elegante colore verde militare, ovviamente.
Il presidente della sezione mi fa: “Te ti lanci per seconda, dopo babbo, cui abbiamo lasciato l’onore di lanciarsi per primo”.
In aereo invece ci trovammo davanti due ragazzetti, e noi finimmo al terzo e al quarto posto.
“Sono i figli di un generale…”
Ah ecco. Chi conosce l’ambiente capirà.
Comunque una volta pronti in piedi dentro a quell’aggeggio rumorosissimo, attaccato il gancio alla fune di acciaio, ci avviamo verso il portellone. Babbo si gira e mi dice: “Simona, ci si vede giù”. Sparendo nel vuoto.
Io, appena fuori dall’aereo vidi il cielo dappertutto. Sopra, sotto, di lato. Oddio, pensai. Aiuto.
Ma tempo qualche secondo e sentii come uno strattone, mi sembrò di risalire in alto e di rimanere lì, immobile, nel cielo.
Il campo di ampugnano è bellissimo, in mezzo alla campagna senese. Da lassù vedevi i campi a perdita d’occhio mentre l’orizzonte sfumava nel verde dei boschi. E quel cielo, di un azzurro assoluto, e tutti quei puntolini bianchi che scendevano giù piano piano.
Babbo mi chiamava. “simona, simona” sentivo gridare.
Boh? Forse avevo qualche problema al paracadute? No no era solo per salutare, mi disse dopo a tera.
A parte che se guardavi in su vedevi un puntolino bianco grande come un cappello e la cosa non ti tranquillizzava nemmeno un po’. Però stavi in aria, quello sì. Ed era una sensazione magnifica.
Durò poco. Una manciata di minuti. Poi mi preparai ad atterrare, puntai verso l’aeroporto attaccandomi con tutto il peso alle funi che reggevano il paracadute per direzionarlo almeno un po’. Funzionò. La caduta fu perfetta. Capriola anteriore laterale agevolata da un colpo di vento. Poi, appena in piedi, raccolta la vela e messa dentro allo zaino da cui era uscita, mi incamminai verso la base. La giornata sarebbe stata perfetta per farne un altro. Ma il regolamento lo impediva.
Gli altri due lanci necessari per il brevetto così si sarebbero fatti in un giorno diverso un mese dopo. Peccato.

Questa storia, una sera di qualche anno fa, seduta al tavolo di un’osteria a belluno, la raccontai a un ragazzo. Ricordo che ridemmo un sacco. Anche lui aveva fatto il paracadutista, oltre a un sacco di altre cose. Con noi c’era una comune amica che forse aveva portato apposta il discorso sull’argomento conoscendo le rispettive esperienze.
Quel ragazzo era simpatico, ma tanto, aveva i capelli lunghi, il sorriso aperto e gli occhi svegli.
In seguito l’ho ringraziata, l’amica, per avermelo fatto conoscere. Anche se lo incontrai solo quella volta.
Ora non sarà più possibile. E’ volato via insieme ad altri tre nell’estate di due anni fa.

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forse ho letto troppi polizieschi

Forse, se non avessi letto tutti quei polizieschi, non avrei tutta quella paura quando attraverso un parco da sola. O forse, se non avessi fatto la giornalista non mi verrebbero in mente tutti quei casi di cronaca nera. O forse se fossi meno paranoica, o chissà che… perché io mica sono paranoica, poi…
Ora non voglio dire che vado nel bosco da sola o qualcosa del genere e poi mi viene paura. No no. Siccome ho paura a prescindere non ci vado. Però basta che sia anche solo con un’amica e nemmeno me ne accorgo. Della paura intendo. Come se in due donne, metti mai che arriva il cannibale della slovacchia, ci si salvasse lo stesso…
Allora, succede che nei giorni di lavoro, quando riesco a svegliarmi presto la mattina, mi faccio un giretto facile facile intorno casa, tanto per ossigenarmi un po’. Mentre mi metto le scarpe da ginnastica penso al percorso da fare, considerando il tempo a disposizione, da calcolare secondo l’ora in cui parto. Perché dopo c’è da fare la doccia, leggere i giornali su internet prima di andare in tribunale, rispondere a qualche e-mail, colazione, certe volte fare una lavatrice o azionare la lavastoviglie, la spesa, cuocere qualcosa per il pranzo, mettere a posto i documenti, qualche telefonata, prepararsi e uscire.
Qualunque sia il giro che scelgo ci deve essere almeno un passaggio in mezzo al verde, però.
Ora, quando sono in toscana il problema non si pone perché in campagna ci vivo e non ho nemmeno problemi di orario, più o meno. A belluno invece bisogna partire da piazza duomo che è in centro che più centro non si può. Ma siccome belluno alla fine è piccola e anche abbastanza verde il problema è presto risolto.
E infatti nel giretto standard da mezz’ora sono compresi ben due parchi. Piccoli ma belli verdi.
Allora funziona così. Scendo le scale a piedi, lascio le chiavi nella cassetta delle lettere tenendo solo quella piccola, e vado.
Il primo parco è in fondo a una lunga discesa, un po’ distante dalle case e incastonato fra una strada e un grosso posteggio. Qualche volta all’ora di pranzo, forse la domenica, ci sono le badanti a fare il pic-nic. Ma al mattino presto non c’è un’anima. Così non appena imbocco il vialetto alberato di faggi e carpini mi assale subito quella paura lì del tipo che i muscoli si tendono e il respiro si fa corto. Eccola arriva.
Quando passo di lì mi torna in mente, ma sempre cavolo, la storia dell’avvocatessa dalla carriera in ascesa massacrata da una gang di neri vicino ad harlem a central park. Sempre. Vedi che non sono solo i polizieschi?
E sì che è successo una marea di anni fa. Minimo sarà stato l’81 prima della tolleranza zero di giuliani e via dicendo.
Ma siccome questa paura è del tutto irrazionale, lo capisco bene, non siamo a new york e non ci sono gang, mi faccio forza e vado avanti.
Senza farmi accorgere, a volte il mostro fosse nascosto dietro un albero preferirei non fargli vedere che ho questa paura, un po’ come si fa con i cani, passo ai raggi X alberi e fogliame, con l’aria di quella che guarda giusto il panorama. Nel silenzio assoluto tendo le orecchie attenta a carpire eventuali movimenti di foglie o passi forzatamente leggeri. Mi costringo a non correre, respiri profondi e sciolgo le spalle con nonchalance. Ecco, sono quasi in fondo.
Potrei anche passare proprio dal parco, dal percorso vita, ma è troppo interno, mi mancherebbero vie di fuga, nel caso, e così continuo per la stradina.
Stamani mi si è proprio mozzato il respiro. Appena fuori mi sono trovata davanti un uomo.
Ho girato subito largo decidendo sul momento di deviare verso la strada asfaltata. Quando ho visto che il terribile mostro era un nonnetto che portava a spasso il cagnolino ho virato di nuovo in mezzo ai camper attraversando il posteggio.
Non credo che faccia tanto bene alla salute questa cosa qua, ma che ci posso fare?
Il secondo piccolo parco invece si può attraversare tranquilli. O almeno, a me quello non fa venire un pensiero strano che sia uno. All’inizio c’è una colonia di gatti. Oggi mi è sembrato di vederne anche diversi nuovi. O magari saranno gli stessi ma cresciuti.
Mi lascio sulla destra la scuola elementare, in questo periodo deserta, e salendo allegramente gli scalini entro decisa nel verde. Qui ogni tanto passa qualcuno anche a quell’ora, ma da sola o no, chissà perché, la paura non assale.
C’è un albero grande, fra tanti, un faggio, a cui mi piace appoggiarmi con le mani, chiudere gli occhi e assorbirne l’energia.
Poi mi rimetto in cammino, ormai verso casa, rigenerata, prima della solita lunga giornata di lavoro al chiuso di quelle quattro mura.

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quella volta da inviata a Coverciano

Chissà perché stamani mi è tornata in mente quella volta che sono andata a Coverciano a intervistare i calciatori della Nazionale.
Era la primavera del 2002, a Firenze faceva un caldo della madonna, io avevo ancora la mia meravigliosaspiderrossacoltettuccioneroeifariapalpebra e non vivevo a Belluno, anche se mi sarei trasferita di lì a un mese.
Siccome lavoravo a Firenze mi chiamò un amico chiedendomi se potevo fare un salto a Coverciano per delle interviste che gli servivano nell’ambito di un ufficio stampa di qualche azienda. Il motivo per cui lo chiese a me, oltre al fatto che mi trovavo in loco (ah ah, Catarella!), è che a Coverciano entrano solo i giornalisti professionisti.
Andai intorno alle 2, scappottata sotto un sole rovente (i fiorentini sanno di che parlo), mi presentai all’ingresso, feci la registrazione e mi trovai di fronte a un bivio. In pratica entro una mezz’ora avrebbero sguinzagliato un pacchetto di cinque giocatori a sorpresa, intervistabili girando a destra, o il mitico Trap, nella stanza a sinistra.
Impensabile fare entrambe le cose, quindi optai decisamente per la sorpresa calciatori. Di calcio non ci capisco granché ma mi sembrò la decisione migliore. In più di un senso. Anche se, a dir la verità, non mi sarebbe dispiaciuto affatto sperimentare di persona lo strano eloquio di mister Trapattoni.

Fuori uno. Alex Del Piero! Minchia… Si parte alla grande! Ah, forse non ho detto, mi pare, che era il ritiro prima dei Mondiali della Corea del Sud. Una strage… ma ancora almeno non si sapeva.
Alex si siede sciolto su un tavolo, i giornalisti intorno premono, c’è la solita jungla di microfoni e telecamere, i fotografi scattano. Non ricordo le domande, ma mi sa che quello non era proprio un gran momento per lui, doveva riprendersi da qualche problema o qualcosa del genere. Comunque niente da dire. Carino, gentile, disponibile, pacato. Vabbè, lui. Del Piero.
Aspettai timorosa fino in fondo il mio turno, sperando che nel frattempo i colleghi sportivi si stufassero e abbandonassero il campo, e poi alla fine me ne uscii davanti a tutti con la mia domandina sugli investimenti in fatto di impianti sportivi. Strano, non si mise a ridere nessuno come invece avevo temuto. E Del Piero rispose tranquillamente come aveva fatto con tutti gli altri giornalisti.

Rinfrancata, mi misi a caccia degli altri. Ah, siccome in realtà di calcio non ne capisco niente se non per sentito dire, non avevo nemmeno idea, escluso Del Piero, di chi potessero essere gli altri.
“Oh, ce n’è uno con i capelli biondi a caschetto” dicevo al cellulare al mio amico, il committente.
“Come parla, napoletano?”
Aspetta che mi avvicino.
“Sì, mi pare di sì”.
“Allora è Fabio Cannavaro, vai…”
“Vado”.

“Ciao Fabio! Sono Simona Pacini, ti volevo chiedere che cosa ne pensi degli impianti sportivi per i giovani eccetera eccetera…”
Era da solo, alto più o meno come me. Lo dico per certo perché mi si stampò addosso. Ce l’avevo davanti a un centimetro con quell’aria da scugnizzo che poi non ti dava nemmeno troppo fastidio. Avercelo un po’ appiccicato, intendo.
Anche lui rispose, presi i miei appunti sul taccuino, scusa ti sposti un attimo, grazie ciao.

Non avevamo mica tutto il tempo che volevamo a disposizione. Bisognava correre per beccarli, intrufolarsi fra i colleghi più esperti, strappare la dichiarazione e andare alla ricerca di un altro. Il tempo stava per scadere.

A Coverciano entri in una specie di palazzo ma poi esci in un giardino molto grande, subito prima dei campi di allenamento. E le interviste le facevamo lì, all’aperto.

Ne vedo un altro accerchiato da giornalisti con i soliti microfoni, telecamere e taccuini. Non ho tempo di chiamare il mio amico. Mi butto, cerco di cogliere qualche particolare dalle domande degli altri. Qualcuno parla di Atalanta. Era un ragazzo bellissimo, alto e con gli occhi celesti.
“Sarà stato Cristiano Doni” fa il mio amico sentendo la descrizione. Boh, mai sentito prima.

Toh, Francesco Coco. Di questo non ricordo se lo conoscessi o no, ma mi pare strano. Me l’avrà detto il mio amico di sicuro.
Aspetto che due tizie finiscano di intervistarlo. Sono evidentemente infastidite dal fatto che io stia lì dietro sentendo le loro favolose domande ma non sanno che non ho alcuna intenzione di copiare la loro intervista. L’unica cosa che mi preme è non farmelo scappare. Ho detto che li intervisto tutti e cinque e cinque devono essere, oh!
Alla fine le tipe finiscono e dopo avermi incenerito con un’occhiata si allontanano e mi lasciano sola con lui. Gli faccio la mia domanda ma non mi pare che risponda a tono e mi viene la faccia un po’ stupita. Allora lui prende il mio blocchetto e ci scrive Camp Nou. E che cosa vuol dire scusa? Ah, è lo stadio di Barcellona dove ti piacerebbe tornare a giocare? Sì ma che c’entra scusa? Vabbè, pensava che gli avrei fatto anche io le domande come tutti gli altri. E invece no.

Sono vicina all’uscita, nel vialetto da cui si rientra nelle sale piene di frigoriferi straboccanti di bibite e con il tavolo del buffet, quando ne passa un altro di corsa. Questo lo conosco. E’ Pippo Inzaghi. Scusa, posso farti una domanda? Lo fermo afferrandolo per la maglia. Lui risponde tutto di fretta e poi riparte di corsa.
Ok, sono cinque. Fatto!
Non è andata nemmeno troppo male.
Mi fermo un attimo intorno a una fontana, o forse era un’aiuola, per ritemprarmi e risistemare gli appunti. C’è quella giornalista sportiva della Rai, come cavolo si chiamerà. Con lei c’è una tipa che le tiene il cagnolino, pare che siano inseparabili (con il cagnolino non con la tipa). Una non tanto simpatica con l’aria un po’ supponente. Infatti quando le dico, che carino!, accennando una carezza al cagnetto, mi fulmina con lo sguardo e non dice una parola. Manco risponde al saluto. Vabbè, pace.

Esco da Coverciano, risalgo sulla mia meravigliosa spider e torno a Firenze.
I mondiali del 2002 poi non andarono molto bene. Durarono poco, fino agli ottavi, ah già ci fu quella storia dell’arbitro disonesto. Ma quando li vidi, strana la vita, ormai ero già a Belluno.

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in certi momenti

In certi momenti senti la vita vibrare.
A me capita.
Non è successo niente di speciale, non hai vinto la lotteria, non hai conosciuto l’uomo della tua vita, non hai ricevuto un mega regalo.
Niente di niente.
Però il cuore vibra in un modo diverso e in quel momento il futuro ti appare fresco e palpitante come un ruscello di montagna.
Oggi per esempio è così
Eppure ho lavorato fin troppo, ho perso mezza giornata a discutere di alcuni problemi che sembravano insormontabili, altri fastidi si parano all’orizzonte. Macché fastidi, semmai nuvoloni densi e scuri come quelli che stasera hanno avvolto belluno.
Eppure mi sento leggera. Il cuore vibra
Più del solito, s’intende
Ma non è una tachicardia, che sarebbe come dire che hai avuto una botta d’emozione
No, è un vibrare leggero, delicato come un uccellino che sbatte le ali
Qualcosa di piccolo, ma che c’è, che si sente
Come un brillante nella terra, un gesto gentile in mezzo a tanti sgarbati, un’occhiata complice nell’indifferenza, la luce tremolante di una candela nel buio
C’è, c’è
Penso ad alcune persone
A quelle di cui si sente forte l’assenza perché ti mancano
A quelle di cui si sente altrettanto forte ma perché sei felice che non ci siano
E lo stesso è per le presenze
Presenze forti, meno male
Presenze forti, purtroppo
Ma in certi giorni la vita appare come un balletto della scala o come un film o un’opera teatrale
Ognuno ha la sua parte
Ed è l’insieme che vibra, che ha un significato tutto suo, come se fosse un’unica cosa, come un grande coro in cui si amalgamano voci tanto diverse
Riaffiorano i ricordi belli di quando ero bambina
Non tanto le situazioni, è più il sentire
Quando il cuore era leggero
Proprio così

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una vita da privilegiata

Si’ lo so, sono una privilegiata. Faccio la giornalista.
Qualcuno dice che e’ il lavoro più bello del mondo. Ma mi fa venire il dubbio che non l’abbia mai fatto veramente. O forse l’ha fatto al corriere della sera, magari come inviato, o al new york times.

Noi, i giornalisti vecchia maniera della carta stampata, siamo quelli che si alzano tardi al mattino e prima delle 11 (ma ce ne sono anche che iniziano molto dopo) non carburano.
Bella vita, commenta il popolo delle 8.
E noi zitti, che vuoi dire, con tutti i nostri privilegi? Ma quando quelli delle 8 ci invitano a prendere un aperitivo o a cena, noi diciamo no grazie a quell’ora lavoro.
Ma tanto facciamo sul tardi cosi’ ce la fai anche tu.
Ah grazie. Quindi, a che ora?
Sette e mezzo-otto.
Ecco, qui il mondo si divide in due. Da una parte la gente normale che dice ok a dopo. Dall’altra i giornalisti che si mettono a ridere. Per non piangere, ovvio.
Vabbe’ inutile spiegare che in una redazione uno che abbandona la scrivania alle 19.30 deve avere almeno una ragione di vita o di morte perche’ altrimenti, minimo non ha capito bene ne’ chi e’ ne’ che cosa sta facendo. E poi chi li sostiene gli sguardi dei colleghi che rimangono muti e seduti al loro posto?
Quella e’ l’ora in cui convergono tutte le energie mosse durante il giorno. Arrivano gli ultimi pezzi dei collaboratori, in genere tutti insieme, e si titolano le pagine rimaste bianche.
Si mettono le ultime foto, si fanno i richiami in prima, le locandine. Si riguardano le pagine correggendo errori, grafici o refusi.
Si ascoltano i tg locali per una verifica delle notizie. Si pensa al giornale del giorno dopo, a buttare giu’ idee da sviluppare, a come sviluppare e riprendere le notizie gia’ scritte. Si chiamano i collaboratori, i fotografi per assegnare i servizi. Si controllano i lanci ansa. Si aspetta quello che ancora manca per chiudere il giornale.
Si fa il giro di nera, non l’ultimo, ma quello dove se succede qualcosa cominciano a girarti… Magari arriva una notizia improvvisa e si rifa’ da capo una pagina intera, buttando all’aria il lavoro della giornata. Si cambia la prima, nuove locandine.
Vabbe’ ormai sono le 21, le 21.30, le 22. Dove vuoi andare?
Finendo presto, alle 21.45 c’e’ il cinema in centro. Salti la cena e vai. Ogni tanto si puo’ anche fare…

Sul blog del corriere della sera qualche giorno fa c’era la storia di una loro giornalista che si e’ licenziata perche’ non riusciva più ad andare a cena. A vivere la vita negli orari degli altri.
Vabbe’, anche quelle sono scelte…

Ah, e poi ci sono quelli che il venerdì’ ti dicono buon week end.
Ma che fai, prendi in giro? Secondo te chi li fa i giornali che leggi la domenica e il lunedì’?
E i ponti? I festivi? Sconosciuti. Il giornale sta chiuso solo per san silvestro, vigilia di natale e natale, pasqua, primo maggio e ferragosto. Stop.
Tutti gli altri giorni si lavora: pasquetta, santo stefano, capodanno, 8 dicembre. Tutti quelli in cui la gente normale, quasi tutta, fa festa. Una botta di fortuna, eh?

E allora scusa, ma te quando stai a casa? Un giorno a settimana.
La domenica? Dipende. Uno, ma non sempre lo stesso. Dipende dalle esigenze della redazione, a volte anche dalle tue (nel senso di mie).

In quel giorno, in quell’unico giorno libero, cerchi di concentrare tutto quello che non puoi fare quando lavori. La spesa, il medico, il meccanico, metti le gomme da neve, togli le gomme da neve, tagliando, revisione, la palestra, la passeggiata con l’amica, il cinema con l’amica per una volta senza correre magari si mangia anche la pizza o si beve qualcosa. Le telefonate agli amici, le email agli amici, l’estetista, il parrucchiere, lo shopping, il mare, il lago, il fiume. Riordinare la casa, portare i fogli per la dichiarazione dei redditi al commercialista. Preparare lo yogurt, lo zenzero candito, fare il ghee (vedi la cucina di simona).
Riposare, guardare la televisione, farsi fare un massaggio, ascoltare la radio, farsi un automassaggio, ascoltare un cd, leggere un libro, scrivere un libro, invitare un’amica a pranzo, cucinare, mettere a posto, controllare l’agenda, pagare l’affitto, pagare la luce, l’acqua, i rifiuti. Guardare il panorama dalla finestra, pagare il bollo auto, spaparanzarsi sul divano, leggere il giornale, leggere l’inserto del giornale, leggere il libro distribuito col giornale, accendere un incenso, rimettere a posto i vestiti nel caos di camera tua, rimettere a posto le scarpe nel caos del guardaroba, sistemare i documenti dividendoli nelle cartelline casa, auto, spese sanitarie, bollette. Cartellina dichiarazione dei redditti, cartellina richiesta rimborsi, cartellina da pagare, cartellina varie.
Farsi piedi e mani, lavarsi i capelli, asciugare i capelli, ricci o lisci, sistemare la dispensa, capire da dove vengono le farfalline e buttare via i cibi sospetti. Portare giu’ la spazzatura, portare i vestiti vecchi alla caritas, portare le buste che non uso al negozino sotto casa. Guardare gli orari del cinema, aprire facebook, cazzeggiare, scrivere sul blog, bersi un te’ allo zenzero, farsi una tazza di latte caldo, andare in farmacia, organizzare la festa dei toscani, controllare la batteria dei telefoni, ripulire il computer, cambiare la lampadina…
Uff! Finito.
Tornare al lavoro.

E magari rispondere a telefonate di gente nervosa perche’ non gli piace quello che hai scritto o come l’hai scritto, ricevere email di protesta per quello che hai scritto, leggere su facebook quello che avresti dovuto scrivere e come avresti dovuto scriverlo, eccetera eccetera…

Eh si’ non c’e’ che dire… E’ proprio una vita da privilegiata…

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piccola ode per i gioielli perduti

Non amo particolarmente i gioielli. Ed e’ un non amore ricambiato. Infatti loro, appena vengono a contatto con me, o si rompono o scompaiono. In continuazione.
Qualcuno pero’ ne trovo, anche. Qualcun altro lo compro, ogni tanto. Più spesso me li regalano.
Ma non amo troppo indossarli. Mi danno fastidio, mi impicciano, mi ingombrano.
Non porto più nemmeno gli orecchini perche’ sbattono con il telefonino…
Nemmeno quelle palline d”oro che mi piacevano tanto… No no, praticita’!

Le collane mi graffiano, mi pesano, mi lasciano i segni sul collo.
I braccialetti sbattono sulla scrivania mentre scrivo al computer, rimangono inpigliati nella borsa, nella camicia, nel maglione, e tirano i fili e si rompono. Gli anelli ingombrano, con un anello ‘estraneo’ non riesco nemmeno ad aprire il portafoglio. Mi fa girar la testa, mi toglie la consuetudine dei gesti quotidiani. Sballa.

Qualcuno pero’ lo indosso e allora diventa parte di me. Come i due anelli, tutti e due regali, che porto all’anulare sinistro.
Un’amica ci ha provato a lungo a farmeli togliere. “Finche’ li porti rimarrai single – diceva – perche’ tutti pensano che tu sia sposata”. Aveva ragione, ma solo sulla prima parte. Se uno mi conosce SA che non sono sposata.
Ma questo e’ un altro discorso e non e’ cosa, comunque, che mi preoccupi. Anzi.

Mi piacciono molto le collanine. Girocolli leggeri. Quelli li porto, ma alla fine li perdo sempre. Infatti.
Anni fa mi comprai una catenina d’oro per metterci i ciondolini che mi avevano regalato: un sole-luna, un orsacchiotto.
Una sera andando a un parcheggio a poggibonsi con un amico, si ruppe la chiusura e mi ritrovai con collana e ciondoli in mano. La misi nel portafoglio, dove stanno le monete. O forse di la’, dove stanno le banconote. Insomma, i ciondolini rimasero, la catenina volo’ via.
Chissa’ dove.

Un giorno, tornando dalla toscana mi fermai a fare benzina in autostrada. In genere scendo dalla portiera di sinistra e poi apro da fuori quella di destra per prendere i soldi dalla borsa. Cosi’ facendo vidi che proprio sotto allo sportello di destra c’era qualcosa che brillava. Lo presi. Era un girocollino d’argento fine fine con un brillante a stellina. Bigiotteria, ma era molto carino. E anche molto brillante. Da allora non me lo sono più tolto.
Un giorno pero l’avevo appoggiato sulla spalliera del divano. Poi sono andata a buttare la spazzatura e quando sono tornata era sparito.
L’ho cercato per un po’ pensando che fosse scivolato a terra, ma niente…
Andato, cosi’ come era arrivato.

Lo stesso per la collanina indiana di pietre dure, un ‘mala’, una sorta di amuleto-simbolo con 108 grani.
Quella mi piaceva proprio tanto e stava bene anche con l’altra. Ci facevo un nodo in fondo perche’ era un po’ troppo lunga per stare sciolta.
Anche quella l’ho tolta un giorno per fare yoga e poi mi pare di averla ripresa per mettermela alla fine. Ma devo aver fatto anche qualche altra cosa insieme. E allora la collanina mi sara’ caduta mentre ero distratta da altro. Non ci ho più pensato per un po’. Fino a quando, cercandola, ho capito che ormai era sparita anche quella.

Allora ho ripreso il girocollo d’oro con il cuore di brillanti, un regalo. Ma dopo un po’ si e’ rotta la chiusura e l’ho rimessa nel barattolo, credo.

Una volta, rimettendo a posto delle cianfrusaglie ho trovato un cuoricino verde di giada che mi aveva portato babbo dalla thailandia. L’ho messo al portachiavi cosi’ lo portavo sempre con me. Ma l’altro giorno ho visto che e’ rimasto solo il contorno di metallo, vuoto.
Il cuoricino di giada non c’e’ più…

Allora ho pensato di scrivere un ricordo per questi pezzettini di materia che mi hanno fatto compagnia per un po’ e che ora chissa’ dove sono…
Metti mai che facciamo pace

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