il battesimo del ghiaione

deve essere stato proprio laggiù, sotto il pelmo, sulla sinistra

Forse è arrivato il momento di raccontare anche questo. Che fra l’altro mi sa che siamo nell’anniversario tondo tondo. Non sono certa che fosse luglio, ma credo di sì, di sicuro era il 1991. Quindi venti anni fa.
Con Lula si era deciso di andare una settimana in montagna. Venne anche la sua amica Giovanna di Roma. Partimmo dalla Toscana con la mia Polo bianca e una volta arrivate ci fermammo a un garnì in Val di Zoldo.
Avevo appena preso Taro, uno splendido siberian husky bianco e rosso, e non sapevo a chi lasciarlo in quei giorni visto che mamma aveva fatto un po’ di storie per tenerlo. Poi naturalmente rimase a casa e anzi, come al solito, anche loro, mamma e babbo, gli si affezionarono sempre di più.
Lula era il capogruppo, armata di cartine ed esperta di montagna, Giovanna le andava dietro e io seguivo loro due. Sinceramente, a parte l’ambiente e le cene nei ristoranti, al tempo non ero in grado di apprezzare molto di più.
Ricordo una volta che avevamo trovato una panchina affacciata sul vuoto davanti a un rifugio. loro guardavano il panorama giocando a riconoscere le varie cime e io ero un po’ scocciata perché al tempo pensavo che la montagna era montagna e non c’era poi tutta quella differenza fra l’una e l’altra.
Vabbè. La settimana passò fra sentieri su Pelmo, Pelmetto e Civetta e un’immancabile puntata a Cortina, con giro alle Cinque Torri e shopping in paese, in una giornata dal tempo incerto.
Ogni tanto passando sotto al Pelmo dalla parte del ghiaione Lula e Giovanna si fermavano a guardarlo e commentavano. “Quello non lo faremo mai… troppo difficile, ma guarda che bello però”.
Ovviamente non capivo il senso di una sola parola di quello che dicevano.
Poi arrivò quel giorno che facemmo un giro sul Pelmetto. A dire il vero, dell’andata non ricordo proprio niente. Passaggi nel verde, pascoli con le mucche, attraversamenti un po’ più ripidi sulla costa della montagna, tante croci con i nomi di morti, ma niente più.
Nel senso che non distinguo, nella memoria, i vari sentieri che percorremmo in quella vacanza. Per me erano tutti uguali, più o meno.
Quella volta, al ritorno, Lula disse: “Perché anziché rifare lo stesso sentiero dell’andata non cambiamo?”. Prese la cartina, ci mostrò che per arrivare da dove eravamo partite, il passo Staulanza, si poteva fare un altro percorso, ma sempre della stessa difficoltà di quello che avevamo fatto al mattino, cioè facile, come diceva la guida. Per me era esattamente lo stesso, facessero loro come volevano. dopo un’intera giornata di montagna mi premeva solo tornare al garnì, farmi una bella doccia bollente, cena e relax.
Andammo. Erano già le 18, ma secondo i calcoli in un’ora e mezzo saremmo arrivate alla macchina.
Non so quando avvenne, di preciso, ma a un certo punto ci ritrovammo a salire su un costone erboso in direzione un po’ troppo verticale. Non so dire se fosse proprio un sentiero, diciamo che i passaggi praticabili fra un masso e l’altro, andavano obbligatoriamente all’insù.
Attaccavi le mani alle zolle di erba e queste si staccavano perché la notte precedente era piovuto tanto e il terreno era ancora morbido.
“Lula, che dici, andiamo bene?”
“Sì sì, vai Simona. La cartina era chiara, vedrai che fra un po’ finisce e torniamo a camminare”.
Non finì. Anzi.
A un certo punto, girandomi indietro, ebbi la chiara percezione del vuoto sotto di me.
“Lula, io butto lo zaino. Sento che mi tira in fuori… tanto dentro ho solo la macchina fotografica e 50mila lire…”.
“No no, Simona, che butti (lo zaino era suo). Dammelo a me che te lo porto io per un po’”.
“Ma non si può tornare indietro?”.
“Ormai direi di no…”
Per la paura continuai a salire a velocità supersonica aspettando solo il momento in cui saremmo tornate a camminare su un sentiero un po’ più orizzontale.
“Meno male che avevi paura, sembri un leprotto” mi disse Lula.
Intanto Giovanna si stava sentendo male. Aveva le palpitazioni, le mancava l’aria. Superandole le vidi, una rannicchiata sotto a un masso, e l’altra, Lula ovviamente, con due zaini in spalla, che le faceva forza e coraggio.
Ovviamente non avevamo più un goccio d’acqua né un frutto né una barretta.
“Scusa Lula ma in montagna non girano sempre quegli uomini con i pantaloni verdi alla zuava e la camicia rossa a quadri? Vedrai che prima o poi ne incontriamo uno e ci accompagna giù”.
Non ne passò nemmeno uno.
Cioè, non passò proprio nessuno. E intanto si faceva sempre più sera. Ovviamente, essendo l’estate del ’91 non esistevano nemmeno i cellulari, o almeno noi non li avevamo.
Ad un certo punto il passaggio si spostava sulla nostra sinistra su una spanciatura di roccia sospesa nel vuoto attraversabile solo tenendosi saldamente appesi con le mani a una fune di ferro e puntando i piedi sul sasso.
Aiuto, ma che è ‘sta roba qua?
La feci e mi sembrò impossibile essere arrivata di là. La fece anche Giovanna, non so come. Alla fine, dopo averci fatte passare, arrivò anche Lula, ormai con tre zaini addosso. Due sulle spalle e uno sul davanti.
Giovanna andava lenta, si fermava ogni pochi passi e Lula la aspettava. Io andavo su come una scheggia, sempre per il solito discorso della paura.
Alla fine la salita finì. Mi trovai su un pianoro erboso bellissimo. una conca verde pianeggiante in mezzo alla roccia ricoperta di fiori bellissimi dalle stelle alpine, alle genziane, ad altri di tutti i colori. Un paradiso.
Sì, ma come uscirne? Le mie amiche non arrivavano. Provai a chiamarle ma non ebbi alcuna risposta. Ne girai i confini affacciandomi: roccia a strapiombo ovunque. Nemmeno pensare di ridiscendere da dove eravamo salite.
Laggiù in fondo c’era il ghiaione, quello famoso. Impensabile pure scendere da lì, lo avevano sempre detto anche loro che era troppo difficile no?
Mi sembrava che il tempo non passasse mai. Scrutavo l’orizzonte, magari nel frattempo passava un elicottero… niente. Non c’era un’anima in giro, né in terra né in cielo.
Alla fine, non saprei dire dopo quanto, arrivarono anche loro. E potemmo discutere sulla strategia da applicare per la discesa.
“L’unica è il ghiaione” dissero.
“Ma come, non era super difficile?”
“Vedi alternative?”
In effetti non ce n’erano. Ed erano già le otto passate…
Scendemmo su delle rocce che dal pianoro portavano al ghiaione e finalmente ci fummo sopra.
Prima un po’ timidamente, poi con sempre maggiore dimestichezza, cominciammo a scendere a slalom affondando il piede nei sassi e facendoci trascinare giù per un tratto, un piede dopo l’altro. Beh, alla fine era anche divertente.
Sarà che pur di andare verso il basso mi sarei anche messa a ruzzolare…
Ringraziai mentalmente, ma alcune volte mi sa anche a voce alta, i magnifici scarponi che reggevano le caviglie in modo fantastico.
Alla fine arrivammo giù al passo.
E ora dritte al rifugio, vai!
Chiuso.
Erano le nove e mezzo.
Oh cavolo… dai bussiamo.
Si affaccia un tizio scorbutico.
“Ma non vedete che siamo chiusi?”
Gli raccontammo che cosa ci era successo. Prima ci fece una bella lavata di capo, poi però gli mostrammo la cartina e convenne che l’indicazione della guida era assolutamente sbagliata, che il tipo cioè aveva indicato come facile, facilissimo, un sentiero che invece non lo era affatto.
Impietosito ci apparecchiò un tavolo, ci portò tre bottiglie d’acqua, una ciascuno, che bevemmo in un secondo.
“Vi dovete accontentare. C’è solo del minestrone di verdura” ci disse.
Evviva!!!!
Non avremmo desiderato altro. Anche perché quello fu il minestrone di verdura più buono di tutta la nostra vita.

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2 commenti

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2 risposte a “il battesimo del ghiaione

  1. Menomale che sei qui a reccontarlo!

  2. cara lei! beh, in effetti come si è visto, a volta basta anche meno….

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