Nessuno straniero a Vich. “Ma la Lega non c’entra”

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Simona Pacini
PONTE NELLE ALPI (BELLUNO)

«È vero. Qui non vivono extracomunitari. Non ce n’è nemmeno uno». Perché? «Parché el paès l’è unì». Siamo a Vich, una novantina di anime alle pendici del Nevegal, a 460 metri in quota, versante pontalpino. Che significa, scusi? «Vuol dire che qui non piace dare case in affitto agli stranieri», spiega la signora che preferisce non dirci il suo nome. Ma come funziona, l’avete deciso in qualche modo, vi siete messi d’accordo? «No no, è solo così» dice allargando le braccia. «Ma non si parla di tutti gli stranieri – dice con un po’ di imbarazzo – sono i cinesi, i marocchini… quelli che creano problemi. Qua vicino, a Buscole, hanno affittato un appartamento a una coppia di cinesi. Pensavano che ci stessero due persone e invece alla fine ce ne giravano sessanta».Dici Vich e pensi Lega. «Ma no, ci mancherebbe. Qui la Lega Nord proprio non attecchisce – dice il capo frazione Paolo Sinfonia – e nemmeno il razzismo. Anzi Vich, a detta di tutti, è un paese molto ospitale. E, se vogliamo dirla tutta qui, per tradizione, siamo più comunisti che altro». Sintonia è capo frazione da 2 anni, prima di lui c’era Angelo Levis, oggi consigliere provinciale per l’Italia dei Valori a Belluno. Dello stesso parere Luigi Bernard, geometra. «Guardi, io non sono leghista, e una cosa del genere non si potrebbe nemmeno fare. Certo, magari si può scegliere. Qui saremo un centinaio di persone, e una ventina vengono da fuori. Sì sono italiani, certo. Ma la stessa cosa capita in tutti i Coi de Pera, a Losego, Quantin, Cugnan. Non è solo da noi che non ci sono extracomunitari».
«Non è che non li vogliamo – precisa il giovane barista Alex De Pizzol – è che proprio gli extracomunitari qui non ci sono. Sarà che abbiamo tutti case di proprietà, non c’è un vero giro di affitti». Alex ha preso in gestione il Sunshine da due anni. Lui arriva da Lastreghe e anche la moglie viene da un altro paese vicino. Fino a venti anni fa nella stanza dietro al bar c’era l’alimentari, uno dei due del paese. Ora là dietro si gioca a carte, si passa il tempo, si socializza.Come all’antica latteria sociale, ristrutturata dal Comune e diventata un piccolo museo oltre che un centro di aggregazione. Le donne del paese vi si trovano il lunedì sera e organizzano varie attività. La Crostolada di primavera, il presepe. Oppure fanno altri lavoretti che poi sfociano in beneficenza, con donazioni per Insieme si può… Quest’anno il presepe è fatto tutto di granturco, con i personaggi ricavati dalle pannocchie e la stella cometa costellata di chicchi di mais. Ogni anno il tema cambia. «Quando ci fu il crollo delle due torri – racconta una signora – lo dedicammo a quella storia. Fra i personaggi c’erano anche Bin Laden e un americano». Nella piccola veranda che ospita il presepe, c’è anche il quaderno per le firme dei visitatori, pieno di ringraziamenti e apprezzamenti, e una cassettina per le offerte. A due passi la chiesa. Il parroco viene da Col, sottinteso di Cugnan, e il programma delle messe è appeso davanti alla latteria. Ogni mattina il garzone di un forno dell’Alpago consegna il pane. Per ogni famiglia un sacchetto che si può ritirare quando si vuole dal cesto rosso appoggiato all’ingresso della latteria. Una volta al mese si paga il conto. Due-tre volte alla settimana passa il camioncino degli alimentari e della frutta e verdura. Anche tre o quattro vu’ cumprà bussano da anni alle porte di Vich con il borsone carico di fazzoletti, calzini, tende e accendini. E nessuno ha niente da ridire. «Non sempre si compra qualcosa – dice Paolo Sinfonia – ma loro tornano». «Qui si vive veramente come una volta – continua il capofrazione – in tanti lasciano la porta aperta con le chiavi fuori. Lo dico sempre a mia madre di non farlo, ma è più forte di lei».
Nel piccolo mondo antico di Vich gli abitanti sono per lo più anziani. «Ma stanno arrivando anche dei giovani» afferma speranzoso Sintonia. A differenza di quello che può sembrare a Vich non ci si annoia. La frazione, così come le altre della costellazione dei Coi de Pera, è attiva e piena di iniziative. «In agosto c’è Paesi aperti, che riguarda tutte le frazioni di Ponte nelle Alpi – spiega Sintonia -. Poi c’è il Pagarosto, un vecchio gioco, tradizione esclusiva di Vich. È un po’ come le bocce ma si svolge sui prati, in esterno, su un percorso che gira intorno al paese. È molto divertente».
Criminalità? «Qualche furto in due o tre case ma diverso tempo fa. Di recente non ricordo niente. Nemmeno atti vandalici. Qui è veramente tranquillo». Due anni fa un ragioniere trevigiano in fuga scelse i boschi di Vich per suicidarsi con un colpo in testa. Ma in genere la cronaca nera non si addice a Vich.
© riproduzione riservata

tratto da
GAZZETTINO
Data 09-01-2011
Edizione BL
Pagina 2

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come vivere una favola

Ecco ormai s’è capito, basta uscire dalla routine e arrivano le botte.
Oggi, per dire, c’avevo la premiazione. premio giornalistico Paolo Rizzi per la valorizzazione e la tutela delle tradizioni venete.
Appuntamento Ca’ Noghera ore 17. Al casinò, più o meno. Pensavo che il fatto che all’una, mentre mi lavavo i capelli mi fossero scoppiati i capillari nell’occhio destro potesse bastare al destino cattivo. In fondo, con quell’occhio tutto rosso su cui l’iride si stagliava incerta, avevo già assunto un aspetto da alieno quanto basta nell’unico giorno della mia vita in cui devo parlare in pubblico, salutare tutti stringendo mani, sostenere shooting fotografici ed esser intervistata dalla rai. Invece no, non era mica finita…
Quando sono uscita dal garage con la macchina, alle 15.30, anche con un po’ di anticipo, ho sentito subito che era successo quello che non mi è mai capitato, dico mai, in 30 onesti anni di guida. Ruota forata.
Ma dico io…
tragedia. mantieni la calma. Comincio a pensare a che cosa fare. Intanto passo dall’alfa, se c’è il signore che me l’ha venduta magari mi dà l’auto di cortesia. Non c’è. Non lavora più lì. E a quello che c’è ora non gliene può importare di meno. “Vada da un gommista” mi fa tranquillo. “Abbia pazienza, devo essere a mestre alle 5”. Andiamo in officina dietro.
Intanto passano i minuti.
Chiamo per annunciare il ritardo.
Il ragazzo smonta la ruota. C’è conficcato un chiodo di 4 centimetri. No, dico io, può capitare. Certo. Ma proprio oggi?
Si cambia. In una mezz’oretta ci si fa, mi dice. Anzi, facciamo un’ora. Non è possibile.
Allora mi spiego meglio, la cerimonia in cui io sono l’ospite d’onore non è a ca’ noghera, dove c’è il casinò della terraferma. No, e non è nemmeno a venezia. È a mazzorbo, segnatevi questo nome che ne vale la pena. Solo che ci vuole il suo tempo per arrivarci perché è un’isoletta della laguna, attaccata a burano. Per andarci c’è il traghetto che parte da chissà dove e chissà quanto ci mette o c’è la lancia di bisol, quello del prosecco, che ci ospita, e che parte da un cantiere infrattato in qualche stradina dopo ca’ noghera. Capito la storia? Mica facile eh….
E poi non ci sono io sola. C’è il presidente della giuria, quello dell’ordine dei giornalisti, altri colleghi, altri ospiti. e sono tutti lì ad aspettare me. Devo essere proprio io a mandare tutto all’aria? uff!
Passo in rassegna amici, volti, auto, orari di lavoro, assenze…
Idea. Quasi quasi chiamo l’amica con l’alfa. Lei sa che cosa significa. Le propongo uno scambio. Mi dai la tua per andare a venezia e tu aspetti che aggiustino la mia? Ci vuole un grande coraggio, magari anche una grande amicizia per fare una proposta così. di sicuro per accettarla. Lei lo fa. Ancora non ci credo.
Eppure è già finito tutto, sono andata e tornata. ed è andato tutto bene. Per come la vedo io è stato un miracolo.
Insomma salgo in auto. 1900 cc, diesel, sei marce. Un po’ di più della mia e vado. Vado forte. Poi vedremo quanti autovelox ho beccato. Intanto sono arrivata in tempo.
Nel frattempo anche bisol ha ritardato, bloccato dal traffico per un incidente. Così non ci ho fatto nemmeno la figura di quella che buttava tutto all’aria e stavano tutti lì ad aspettarla come la diva del momento. che, fra parentesi, non lo sopporto proprio.

Ok, allora, domani pubblico l’articolo vincente, per quelli che mi hanno chiesto dove potevano trovarlo e che sono interessati a leggerlo.
E poi vado a nanna che anche domani sarà dura.
Però oggi è stato proprio come vivere una favola.
E non solo perché l’amica dell’alfa aveva lasciato un cd di vasco rossi nell’autoradio…
Notte!

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il fantastico mondo delle api

Ecco, che le api sono un animale iroso, questa non la sapevo. Sono irose e quindi attaccano quelli come loro, gli irosi. Buono a sapersi…
Quando ci si avvicina alle api, dice l’apicoltore, bisogna avere un atteggiamento umile e tranquillo, come in chiesa.
Mai scacciarle con le mani quando si avvicinano sennò si arrabbiano e pungono. E questo l’avevo intuito anche da sola, ma forse non è così scontato…
Ah, che poi quel pungiglione, ragazzi, c’ha una storia tutta sua. quando punge il veleno non entra subito. È un passaggio successivo, magari aiutato dal fatto che chi sente la puntura si tocca e così spinge il veleno con il pungiglione, che rimane pure dentro alla pelle.
Conoscendo i segreti delle api invece uno che fa? Ha due minuti di tempo per spostare l’ape, che poi senza la sua appendice morirà, e far scivolare dolcemente il pungiglione fuori dalla pelle prima che inietti il veleno… tutto qua.
L’altra sera ho toccato con mano il fantastico mondo delle api ma senza esser punta.
E meno male…
Tutto è iniziato quando ho comprato un vasetto di miele al lampone che, quando l’ho aperto, è praticamente quasi scoppiato perché era super fermentato.
Siccome sull’etichetta c’era un indirizzo email, anziché tornare al negozio, ho scritto direttamente al produttore. Che mi ha risposto, mi ha lasciato il suo telefono e mi ha detto che mi avrebbe cambiato il vasetto. E che potevo anche andare a vedere come produceva il miele nella sua azienda.
Alla fine, approfittando di un pomeriggio libero, ci sono andata.
E’ stato istruttivo. In più sensi.
Intanto perché osservare il fantastico mondo delle api è sempre una lezione sociale. Magari hanno un’impostazione un tantino “comunista” e non lasciano spazio all’individualismo ma qualche cosina si può sempre imparare.
Son buffe perché lavorano tutte insieme per uno scopo comune, sostengono la regina, nutrono le api appena nate, portano il polline per il miele, sigillano l’alveare con la propoli e costruiscono l’arnia con la cera. E poi, quando sono fuori, fanno a cazzotti fra sé per un briciolo di miele… ma quello è perché sono irose. Appunto.
Io pensavo di dare un’occhiata, prendermi il mio vasetto di miele e venir via.
Invece no.
Il tipo, un tantino appassionato della materia, mi ha fatto vedere tutto, ma proprio tutto, del ciclo della vita delle api e della produzione del miele. Due ore e mezzo. Per dire…
Insegnandomi: mai mettersi di fronte a un alveare. Le api escono a prendere il polline e quando rientrano comunicano con la base come gli aerei con la torre di controllo.
Se c’è qualcuno piazzato in mezzo saltano le informazioni e quelle si incazzano.
Quando siamo vicini alle api, ma questo l’ho già detto, ci si comporta come in chiesa. fly down, praticamente.
Visto che ero tranquilla il tipo si è un po’ allargato. Mentre trasferiva gli alveari, movimentando qualche decina di migliaia di api da una casetta all’altra e io mi tenevo a debita distanza, a un certo punto mi ha fatto avvicinare per vedere meglio quello che stava facendo.
“Non abbia paura, non le fanno niente…”
“Ok”
(mantra: come in chiesa, come in chiesa)
“prenda qua, e non abbia paura”
Ecchecavolo, mi ha pure messo in mano uno di quegli sportellini su cui fanno il miele, ce n’erano a migliaia sopra, anche se si facevano i fatti loro….
(respiro profondo e… come in chiesa, come in chiesa)
Poi siccome il tipo si è distratto per farmi vedere come funzionava la vita negli alveari e ne ha lasciato un pezzo su una panca, le api si sono fiondate lì sopra pensando di trovare del miele. E un po’ ce n’era in effetti. allora sì che si sono innervosite e hanno cominciato ad affrontarsi per togliersi il miele a vicenda.
Incazzose tanto.
E siccome la panca era dall’altra parte rispetto agli alveari io mi sono trovata in mezzo a questo sciame impazzito che volava in cerca di miele.
Praticamente una nuvola di api ronzanti.
Non mi sono mica scomposta. Ormai avevo imparato il segreto.
L’unica cosa è che dovevo stare ben concentrata sul mio stato di calma, perché siccome il tizio mi stava trattenendo un po’ troppo avevo paura di innervosirmi e già mi immaginavo tutte quelle api distogliere il loro interesse dal miele e gettarsi in picchiata su di me, in formazione aerea come nei fumetti.
Alla fine, a forza di ripetermi per due ore come in chiesa come in chiesa, mi pare come di avere avuto un’esperienza mistica.

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il cassetto dei ricordi

Re-sol-la-re
Mi-la-si-mi
Sol-do-re-sol
(L’anno che verra’ di lucio dalla)

Credo siano tre scale diverse di accordi per chitarra, credo.
Sono scritte con il pennarello verde su un bigliettino quadrato color arancio stinto emerso da un cassetto del passato insieme a tante altre cose, fra cui una lettera di amicizia-amore che non ricordo nemmeno a chi fosse destinata…
Due paginette fitte fitte scritte “alle 4.30 della mattina di sabato (a parziale giustificazione)”. E nemmeno un nome, eccetto il mio…
forse un’idea ce l’ho ma non ne sono sicura…
Chissa’ se e’ mai stata consegnata… Magari quella era la brutta copia, chissa’. Roba di venti anni fa, comunque…

Poi c’è la foto (anzi, la fotocopia di una foto, l’originale l’ho regalato) di una poesia di francisco j. carrillo, “mi amor sin rumbo, atlantico gemido”. Questa me la ricordo, scattata all’expo di siviglia, 1992.
“Ampio oceano, solo tu puoi amare gli amanti dell’alba…”
(nudi senza mantello né altro, senza l’erba di alta montagna, senza spada né cuore, né frecce né galeoni, solo tu puoi distruggere il dimenticato, raggiungere il passo sigillato delle Indie, eclissare la lucentezza, fondere radici oro ferro…)

Nel quaderno giallo a chiusura automatica, che non si chiude perche’ scoppia di fogli, ci sono un sacco di testi di canzoni scritte a mano su fogli che ora odorano di umidità.
Guccini a raffica, c’e’ anche Black out (la luce e’ andata ancora via ma la stufa è accesa e così sia, a casa mia tu dormirai ma quali sogni sognerai…), de andre’, l’alluvione di marasco, il dilemma di giorgio gaber (il loro amore moriva come quello di tutti)…

Oddio, il quadernino dei giorni trascorsi a cavallo a montieri… Mercoledì’ 27 agosto 1980. “Sveglia alle 7, colazione e poi alle stalle. Oggi si va in passeggiata…”
Cavolo, c’e’ pure la cronaca della mia caduta da cavallo dopo che arno aveva scalciato la mia lola…
“Mi ci son messa a piangere ma piucchealtro per il nervoso che mi ha fatto venire ‘la camilla’ quella odiosa parmigiana e per aver battuto la testa”.
Io quei giorni me li ricordo bene, gli incubi quando sognavo di dormire nella stalla e i cavalli mi scalciavano, la caduta nel pratino dieci metri prima delle scarpate rocciose di gerfalco, il lavoro nella stalla e quello in hotel.
e non avevo nemmeno 17 anni…
Ricordo anche che fu babbo a dirmi di andare al rifugio prategiano, dove avevamo festeggiavato comunioni e cresime, perche’ io volevo partire per l’inghilterra per lavorare nelle stalle e imparare l’inglese.
ma orazio ci disse che in inghilterra trattavano male quelli che lavoravano nelle stalle. allora babbo disse, meglio se vai a montieri da orazio.

Nel cassetto c’e’ anche una moleskine del 2001. Cosi’ ritrovo i posti visitati a pantelleria di cui non ricordavo più il nome.
Appartamento a khamma, al mare a cala levante, aperitivo al porto, cena a scauri, bagno termale a gadir, poi mueggen (chissà che ci sarà stato lì…).
16 ottobre festa di san fortunato, patrono di pantelleria
Il laghetto delle ondine, lo specchio di venere e la montagna grande…

A dicembre c’e’ una pagina piena di nomi femminili sotto a un cognome. Non ricordo se erano idee mie o se raccoglievo anche quelle di altri. Si trattava di scegliere il nome per la figlia di un’amica che sarebbe nata di li’ a qualche mese.
Elisa, sofia, irene, aurora, silvia, zoe, irina, carmen, bianca, fiamma…
Poi si e’ chiamata Matilde

Il 10 febbraio di quell’anno partimmo per la sicilia con luana e cristiano. Cavolo, non avevo realizzato che nel 2001 c’ero stata ben due volte in sicilia, a gennaio e a settembre con il viaggio a pantelleria…
Siracusa, ortigia, camminata a cassibile, capo passero, avola, noto… Ecco, proprio li’, sotto al duomo rovinato dal terremoto, il lunedì’ ricevetti la telefonata dal capo del gazzettino di belluno che mi voleva a lavorare su… Subito! Rimandai l’inizio del lavoro di una settimana, ovviamente..
Giro nella siracusa archeologica, acireale, aci trezza, aci castello… Giro al laghetto di cavagrande del cassibile, avola antica, valle dei templi ad agrigento…
E ancora, catania, mercato del pesce, pranzo alla paglia, che credo fosse una trattoria, taormina e castelmola…
ma si girava un sacco!
Si ando’ anche sull’etna e a tre castagni, da alessandro. E il giorno dopo, l’ultimo, nell’oasi di pantalica (ma non era vendicari?).
Tornammo su il 18 sera e il 20 febbraio iniziai a lavorare a belluno…

Mi piace proprio questo tuffo nella memoria, anche se ho ritrovato solo delle semplici date e dei nomi.
Ma solo leggerli mi riapre vecchi ricordi, cose quasi dimenticate e pronte a riaffiorare grazie a un appunto, a un fogliettino, a un’agenda!

Nelle pagine dal 5 al 9 luglio c’è l’intervista che feci a franco d’andrea a fabrica di benetton. Ho ancora la foto in cui indosso un abito semplice di lino marrone e porto gli occhiali, scattata dal fotografo del gazzettino mentre intervistavo d’andrea, seduta sul palco, dopo il concerto.
in realtà era prevista una serata con lucio dalla e nunzio rotondo che pero’ all’ultimo momento non vennero. E cosi’ d’andrea, che era il terzo del gruppo, divento’ il protagonista unico del concerto jazz. Molto bello, fra l’altro…

Quell’anno lavorai anche a treviso, da aprile a settembre, e scrissi un po’ di articoli intervistando vari musicisti. Oltre a d’andrea ricordo ricky bizzarro e giulio casale…
Era interessante, come attivita’, quella…
Ci trovavamo al corder, un’osteria che amavo molto, ora purtroppo chiusa, in centro a treviso, e mentre bevevamo vino loro mi raccontavano chi erano e che cosa facevano come musicisti.
Vennero fuori degli articoli carini, mi pare di ricordare. Appena torno su li ricerchero’ in archivio…

Nello stesso anno curai anche un libro sulla produzione del cristallo a colle val d’elsa, vedo ancora dall’agenda…
E il 10 novembre ero a firenze all’incontro con una sciamana maori, erena rangimarie, rere o maki…

Ma quante belle cose!
Di sicuro se non li avessi scritti, tutti questi ricordi si sarebbero sommati e confusi in un filo indistinto senza inizio né fine, insieme a tanti altri…

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a noi che ci garba la maremma

Allora, per me funziona così. o si passa da uno stradino di sabbia fra le dune in mezzo alla macchia mediterranea con le impronte delle zampine dei diavoli, che sarebbero poi degli scarabei tutti neri, o è come non andarci nemmeno al mare.
Eppure ci sono delle cose che sono talmente banali che non penseresti mai potessero avere importanza. Poi una volta le rivedi e capisci che sta tutto lì.
Il ricordo, la memoria, il senso delle cose. Tutto, insomma.
Tipo col mare, no?
Intanto, se non c’è lo stradino di sabbia fra le dune, dove le spine del ginepro ti pungono i piedi, vuol dire che non c’è spiaggia libera. E poi c’è l’odore della macchia mediterranea, quell’aroma pungente e dolciastro di mirto, rosmarino e lentisco, e quello della pineta…

Vorrei fare la mia top ten della maremma, ma mi riesce difficile mettere le cose in fila da uno a dieci. Facciamo così, io ce le metto per comodità, però non vuol dire che una è prima e quell’altra è decima, vuol dire che sono le dieci che preferisco.
E speriamo che me ne bastino dieci.

1 – la strada da castiglion della pescaia a follonica, quando sale, curva, e sotto, fra gli oleandri, si apre la distesa del mare che luccica.
2 – il bivio con i pini per punta ala (e da lì in poi, tutto quanto, dalla spiaggia del cinghiale a quella sotto agli scogli, alla chiesina anni ’70 fino a tutto il resto).
3 – Carbonifera e torre mozza a follonica (le metto insieme perché tanto sono vicine e intanto risparmio un numero).
4 – stare da qualsiasi parte nel golfo (da follonica a grosseto, quindi in due golfi) fra le coste rassicuranti e vedere all’orizzonte, con il cielo terso, il profilo delle isole sullo sfondo (giglio, elba, giannutri, montecristo, le formiche… dipende da dove sei).
5 – capalbio e il golfo di ansedonia (con tutto l’argentario, da porto santo stefano a orbetello, compresi l’alberese e talamone).
6 – le botteghe di frutta e verdura nei capanni lungo la strada.
7 – camminare lungo la spiaggia, sul bagnasciuga o dentro l’acqua bassa.
8 – prendere una “capanna” o un tronco e stendere lì l’asciugamano e le tue cose, come in una casina sulla spiaggia.
9 – le strade che passano in mezzo alla pineta. E non c’è bisogno di entrare chissà dove, basta la litoranea con le laterali
10 – le colline coperte di bosco fitto fitto che viste da lontano sembrano di velluto e l’aria polverosa delle stradine sterrate che portano al mare

Sì, direi che dieci son bastati. Tanto l’odore della macchia mediterranea e della pineta l’avevo detto prima, con le dune e gli scarabei, quindi non vale.
E il mare, inteso come tutta l’acqua davanti alla spiaggia, è compreso, ovviamente.

Per me questo è il mare dei ricordi. Ci son cresciuta, ci son venuta fin da piccina. E’ normale che mi dica qualcosa in più rispetto a tutti gli altri.
Altri posti di mare possono essere oggettivamente anche più belli, ma per me non avranno mai la poesia della maremma. Ormai lo so.

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l’alba sul mare

uccellino sulla spiaggia

Ore 5.45, suona la sveglia. In realtà sono sveglia già da un po’, aspettando che suoni. non vorrei esagerare l’alzata mattutina, per cui, aspetto e quando suona mi alzo.
Cerco di non far rumore, G. dorme ancora. Tempo mezz’ora e sono pronta.
Cerco di uscire dalla porta principale, ma la chiave sembra non funzionare. Meno male c’è quella sul retro. Faccio il giro della casa a piedi e salgo in macchina.
Il mare è a 11 chilometri. Ed è l’alba.
Posteggio dietro alla spiaggia libera e cammino scalza. La sabbia è fresca e piena di impronte di animali. Gabbiani, cani, uccelli più piccoli e chissà che altri.
rimango un po’ delusa dal vedere il mare azzurro e basta. Ma il sole sorge di là, dalla pineta.
Certo, come ho fatto a non pensarci. qui siamo rivolti a ovest, e infatti ieri sera c’era un tramonto bellissimo.
Ma l’alba è bella anche così, con la luce gialla e rosa che sale da dietro le dune e fra i pini.
Mi accorgo che i miei orari coincidono proprio con quelli dei pescatori dilettanti che affollano la spiaggia all’alba e al tramonto con le loro lunghe canne da pesca, che piantano sulla sabbia, o che dragano i fondali in cerca di arselle e vongole.
Una presenza di cui farei volentieri a meno ma non ho voce in capitolo. Sono decisamente in maggioranza e, a giudicare da quello che ho visto ieri sera, anche un po’ arroganti e maleducati. Sembra che vogliano dire che questa è casa loro. Per la verità è spiaggia libera, ma evidentemente loro non la ritengono tale.
Ieri sera, al tramonto, mi ero seduta su un tronco a leggere un po’ quando sono arrivati due tizi, un ragazzo e una ragazza, che si sono appostati l’una all’inizio e l’altro alla fine. Credo che il fatto che parlassero a voce molto alta, bestemmiando fra l’altro, e saltassero continuamente da una parte all’altra del tronco, inciampandoci sempre un po’, fosse un chiaro messaggio alla rompipalle di turno, cioè io, che sedendomi (prima di loro) su quel tronco, rompeva in qualche modo i loro riti e le loro abitudini. Mah, io ho letto un bel po’ di capitoli. Poi però mi sono alzata e ho cambiato tronco per finire il libro.
Certo, mi sono chiesta che c’ho appiccicato addosso visto che ogni volta che voglio stare un po’ tranquilla in un posto pare che tutti d’improvviso vogliano concentrarsi lì. Alla fine infatti me ne sono andata perché ai due pescatori-bestemmiatori si è unito un terzo, che prima se ne stava tranquillo più avanti a controllare la sua canna, che si è acceso una sigaretta e parlando a voce altrettanto alta dei suoi amici ha cominciato a dire perché non organizzavano una festa e quando e come…
Comunque stamani si stava proprio bene. Io mi sono fermata a una capanna bellissima (qui le capanne non sono altro che tronchi limati dal mare e sputati sulla spiaggia, messi l’uno sull’altro), ci ho appoggiato le mie cose e mi sono messa a fare yoga. Tutto fino in fondo, con la sabbia attaccata alle mani, fino alla verticale sulla testa guardando il mare a capo all’ingiù che quando è passato quella specie di airone o fenicottero o che cavolo era mi sono un po’ emozionata e quasi cadevo.
Alle 7.30 ero nell’acqua, caldissima.
Il mare cominciava ad agitarsi un po’, il vento arricciava la superficie e si alzavano le onde. Il cielo era azzurro e limpido, con il profilo dell’isola davanti.
I pescatori continuavano a passare con i loro scatoloni e le loro canne ma si posizionavano più avanti. meglio così.
Poi sono arrivati anche quegli uccellini strani e simpatici, un po’ tondi, bianchi e con le striature nere, che becchettano non so che sul bagnasciuga e camminano veloci fra i piedi dei bagnanti…
Non avrei mai creduto che a quell’ora ci fosse tanta gente sulla spiaggia, a settembre.

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lacrime e basta

Ecco. Se qualcuno ancora non l’avesse capito che cos’è la montagna e quante insidie e pericoli nasconde, oggi potrà capirlo
Voglio scrivere due righe prima di affogare nella giornata di lavoro che mi aspetta e che so già come sarà. Lunga, caotica e dolorosa
Quello su cui voglio riflettere non sono i pericoli cui va incontro chi va in montagna per sport. Quelli son cavoli loro. Preparati, impreparati, anche fortunati o sfortunati, certo. Ma, come dire, nessuno li obbliga
Penso invece a quelli che in montagna ci vanno per salvare quelli che ci vanno per sport. Sono volontari certo, nessuno obbliga nemmeno loro (ad entrare nel soccorso alpino, poi una volta dentro, le cose cambiano).
Stamani ne sono morti due. Travolti da una frana mentre stavano salvando due alpinisti tedeschi che avevano passato la notte all’addiaccio, feriti a loro volta da una scarica di sassi il giorno prima. L’elicottero non era potuto intervenire e allora son partiti loro, i soccorritori, a piedi. Cioè, a piedi. Scalavano la montagna, mica facevano una passeggiata. L’incidente è successo alle 5.17 di stamani. mentre il mondo era a letto, loro erano in parete, appesi a chiodi e corde a 3000 metri, per soccorrere i due bloccati da ieri sera.
Forse si sarebbe potuto aspettare che si alzasse l’elicottero. Non lo so. Ormai è andata così.

stamani ero in ospedale a fare delle analisi e non riuscivo a fermare le lacrime. nessuno mi ha chiesto niente, si vede che capiterà spesso. ma io non pensavo ai miei esami.
non sapevo ancora chi erano, ma non importava. sarebbe stata la stessa cosa per ognuno di loro.
ho pensato anche che non c’è una parola che descriva un dramma come questo.
la tragedia di quelli che muoiono per non far morire gli altri…

E’ come per Falco. Quando muoiono quelli che aiutano gli altri proprio mentre li aiutano, è dura da mandar giù. Nessuno pensa a quello che rischiano. Pare che tutti pensino che se un soccorritore alpino scala una montagna, magari di notte, con la pioggia e con i fulmini, siccome è un soccorritore non potrà accadergli nulla di grave.
Quante volte ho sentito colleghi commentare le notizie dell’ufficio stampa. “Ma pensa te, mandano i comunicati anche per una caviglia slogata. Butta, butta via che non c’è spazio”.
E io, come un disco rotto, a ripetere che la notizia, per me, non è la caviglia slogata sul sentiero xxx, ma i 4, 5, anche 10 soccorritori che si mettono in cammino con la pioggia o con il sole, di giorno o di notte, per andare a recuperare quel ferito in un posto dove nessuna ambulanza potrebbe mai arrivare.
Ma come si fa a non capirlo!
Eppure…
Poi capitano cose come quelle di stamani e allora il mondo si sveglia tutto insieme.
Giornali nazionali, radio, tg. Tutti si accorgono.
Non c’è nessun patto con la montagna.
neanche per chi ci vive e conosce vie e sentieri come le sue tasche.

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Pian dei Castaldi 2… ovvero di come la festa dei toscani è riuscita benissimo nonostante me

Superata la tentazione di narrare questa storia in terza persona, facendo inutilmente finta di non esserne io la protagonista, procedo.
Allora, intanto bisogna dire che io venerdì, il mio unico giorno di riposo settimanale, l’ho passato a far la spesa, a tagliuzzare e cuocere verdure per la ribollita e a preparare la salsa per i crostini di fegatini per la festa dei toscani di domenica. E faceva anche un caldo cane
Il giorno dopo, che era sabato, ero capo al lavoro, ma prima di entrare la mattina e nell’intervallo del pranzo, ho portato avanti la preparazione dei due capolavori. Ribollita e salsa per i crostini.
Fra l’altro quelli erano proprio il mio orgoglio, e ho insistito io, specialmente con i fegatini, a metterli nel menu. infatti quando annarosa aveva detto: “Sì, e chi vuoi che la faccia la salsa per i crostini?”, son stata subito pronta: “Ma io no?”.
D’altra parte lei non lo poteva mica sapere che è da quando sono arrivata in veneto che cucino ribollita e salsa a raffica per amici e colleghi come in toscana, of course, non avevo mai fatto…
Ecco, ora mi viene in mente quella volta che l’avevo portati al gazzettino a mestre e c’era lago direttore e ruo tagliava il pane…
Ok. Torniamo a noi.
Sabato a pranzo, prima di tornare al lavoro, mi sono proprio inorgoglita. La ribollita era perfetta ma la salsa era venuta qualche cosa di spettacolare. Delicata e saporita, bella morbida. Gli mancava solo il pane…
Vabbè, devo scappare. Lascio tutti i pentoloni in cucina, nel frattempo è scoppiata una bufera e è venuto anche un po’ di fresco, così tiro giù gli avvolgibili e torno in redazione. Da dove esco alle 10.30 la sera, nel senso delle 22.30…
Ora ecco, appena ho aperto la porta di casa l’ho sentito subito che c’era qualche cosina che non girava per il verso giusto. Un odorino… sì, chiamiamolo così vai.
Mi fiondo sui pentoloni e… ORRORE!!!
Ribollita numero uno è coperta da una patina rosacea, all’apparenza una muffa umida. La tolgo, sicuramente sotto non avrà preso. Assaggio. Ma che schifo…
Sollevo il coperchio al pentolino dei fegatini (8 etti!) per vedere che la salsa è montata come una mousse al cioccolato… uhm. Non va affatto bene.
Ma non mi arrendo. La rigiro e la ripasso sul fuoco, poi la metto in frigo. Tento tutte le tecniche conosciute di rianimazione sul posto. E assaggio. Uno schifo!
Non è possibile! Ma come ho potuto non pensare agli effetti devastanti del caldo?
Ribollita numero due. Sembra ancora buona. Assaggio, rigiro, rimestolo. Lo è via, senza discorsi. Allora ci si mette il pane. Ripasso sul fuoco per farlo disfare bene, poi la metto a raffreddare sulla finestra. Vo a letto, dormo un’ora, mi rialzo e la sollevo delicatamente per rimetterla in frigo. ovvia, ci siamo. Non tutto è perduto.
La mattina dopo sveglia presto, passeggiata doccia colazione e via a preparare tutto quello che serve. Porto anche i tegami con le cose rovinate, meglio buttarle nel bosco per i caprioli del pian dei castaldi che a casa…
C’era anche una borsona blu dell’ikea (quella del se ti piace il sacchetto giallo allora compralo blu) da qualche parte, ma non la trovo. Eppure c’era. Giro tutta la casa due volte ma niente. Ok, pace. vado.
Alle dieci son già lì, pronta a scaricare tutto. Ribollita uno e salsa di fegatini finiscono in una buca fra gli alberi ben distante dal luogo della festa. Chissà se qualcuno poi avrà apprezzato. L’aspetto, per noi umani, non era invitante per nulla. E finiamola qui.
Ribollita due viene portata in cucina insieme a tutti gli altri accessori e ai cartelloni che ricordano i lavori da fare per la preparazione del pranzo.
Non distribuire da mangiare prima di sedersi, sennò si fa come l’anno scorso che tutti assaggiavano tutto e alla fine quando s’arrivò a tavola nessuno aveva più fame. Anche quella volta si pensò ai caprioli. E parecchio
Tagliare il pane, tagliare i pomodori, tagliare le verdure per la griglia…
Azz… le verdure per la griglia! Erano in cantina, me le sono dimenticate… ok, vado. non posso fare altro…
Tanto da lì a casa mia sono solo 12 km ‘un sarà mica la fine del mondo. E poi come diceva la mi’ nonna chi non ha testa abbia gambe e quindi mi tocca. Tanto più che le gambe in realtà sono le ruote dell’alfa rossa e quindi alla fine non è poi tutta questa fatica.
Sono già le undici. Arrivo in piazza e… dove ho messo le chiavi di casa? Ah, nell’astuccino di pronto soccorso che ho lasciato lassù a pian dei castaldi insieme a tutte quell’altre cose.
Aiuto. Calma. Ragioniamo. Michela ce n’ha una copia di scorta ma chissà dove sarà a quest’ora di domenica. E poi ne tengo una anche in redazione. Tre minuti a piedi, attraverso piazza duomo e ci sono. Veloce come un lampo, salgo, ciao ciao, scappo a dopo. E via.
Che ganza! Sì ganza parecchio… le chiavi di scorta funzionano solo per il portone giù e per la casa, mica per la cantina….
Accidenti, mi tocca a ritornare su, al pian dei castaldi via, ‘un c’è verso.
Uffa, questa non ci voleva. Con tutte le cose che ci sono da fare, proprio io, che ho messo insieme tutto l’ambaradan dei toscani a belluno, condannata a fare avanti e indietro tutta la mattina?
Allora, intanto andiamo a casa e riflettiamoci un po’ su. Male che vada sfondo la porta…
No, ma che stupida! Qui prima di me ci stavano in due e quando sono entrata mi hanno dato un sacco di chiavi. Metti mai che c’è anche una doppia della cantina…
Svuoto il cassettino in borsa e mi fiondo giù. Ne provo due o tre e alla fine la porta si apre come per magia. Eccole là le verdure da fare alla griglia. Nella bustona blu dell’ikea. appunto….
Vabbè, a questo punto ci siamo. Carico la roba in macchina…
E la chiave dell’alfa? Ma cavolo, l’ho usata cinque minuti fa. E ora?
Ah, meno male che quando mi sono rovesciata in borsa il cassetto delle chiavi c’è finita anche la doppia della macchina. Per ora va bene così, a quell’altra ci penserò dopo.
Via, su al pian dei castaldi. Parto dalla piazza che suona già mezzogiorno.
quando arrivo l’attività ferve di brutto e tutti stanno facendo qualcosa. Roberto di grosseto è al fuoco e sistema la carne, il pane è già tagliato, antonella ha preparato il pomodoro per le bruschette, celeste taglia il lardo e il pecorino, roberto quell’altro sta già grigliando delle verdure (gli zucchini dell’orto di annarosa), laura comincia a tagliare le mie.
Insomma, va tutto avanti alla grande. La giornata è splendida, il temporale di sabato ha spazzato via l’afa e si sta d’incanto. Ai bambini ci pensa manuela, che ha portato i palloncini da gonfiare e tante altre cose. C’è chi gioca a pallone più sotto. I cani, quattro, stanno tranquilli, ognuno per conto suo. o quasi.
Il pranzo è stato perfetto. Tutti hanno mangiato un sacco e son stati stracontenti.
Ah, anche ribollita due è andata ai caprioli. L’avevo fatta assaggiare a vulco, prima. “Perfetta” aveva detto. Poi però avrei dovuto pensare a metterla in frigo, e invece, tempo di arrivare all’ora di pranzo, ha preso l’acido anche questa. Ragazzi!
Ce n’avrò da imparare per la prossima volta, eh…
Meno male che c’era la panzanella di rosalba che è bastata per tutti, e gli antipasti lo stesso. Alla fine l’idea (mia) della bruschetta col pomodoro non è stata male, almeno è andata al posto dei crostini neri. e con la grigliata poi s’è chiuso il cerchio. Anzi no, con i dolci, di cinque tipi, uno più buono dell’altro.
Come al solito poi ho dovuto lasciare la festa a metà pomeriggio per andare a lavorare. Capo sport, di domenica. Ri uffa! Vabbè, è sempre così.
Ho posteggiato in piazza e mi sono fiondata diretta in redazione così del fatto che non avevo più nemmeno il doppione delle chiavi recuperato la mattina me ne sono accorta solo all’una di notte, quando finalmente ho chiuso tutto e sono tornata a casa.
Ma che cavolo…
Sarò rimasta dieci minuti buoni giù sotto, fuori dal portone con i miei sacchettoni pieni di pentole a rovistare dappertutto. Alla fine è spuntato il mazzo vero. Quello che c’ha anche le chiavi della cantina.
Invece per la macchina avevo sempre il doppio. Pace, ci penserò domani.
La mattina dopo alla fine sono usciti tutti e due i mazzi, casa due e macchina, appoggiati su un ripiano della cucina e coperti da un tagliere che avrei voluto portare a pian dei castaldi e che poi mi ero dimenticata di prendere.
Vabbè, tutto è bene quel che finisce bene.
Soprattutto la nostra festa, che è riuscita benissimo. Nonostante me…

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se i toscani fanno festa

Allora ci siamo. Tutti pronti per domenica mattina che c’è la festa d’estate dei toscani a Belluno. La seconda.
Pare che anche il tempo ci voglia bene, almeno se regge fino ad allora.
Se dovesse piovere abbiamo anche la tettoia, come l’anno scorso.
Quest’anno c’è una novità, ma non è l’associazione. Quella è una cosa burocratica, l’abbiamo fatta e speriamo bene.
No, sono io che mi sento diversa. L’anno scorso ero stanca, scocciata e organizzare la festa alla fine mi aveva fatto anche parecchia fatica.
Quest’anno invece, che ne so… è come se mi fossi innamorata di tutte queste persone che verranno. Sarà che con il tempo ci siamo conosciuti tutti un po’ di più, sono successe delle cose, alcune anche brutte, le cose della vita. Ma stavolta mi sono data proprio anima e corpo per far sì che tutto possa venire al meglio.
E bisogna dire che il periodo, con il lavoro che mi prende dalla mattina fino alla sera tardi (tipo dopo le undici), non sarebbe stato nemmeno il massimo.
Ma per ora tengo il filo.
Simone, il mio “socio”, ha superato se stesso. Ha fatto perfino venire il su’ fratello apposta da Grosseto con la macchina carica di pane, carne, verdura, vino, cocomeri e poponi.
Altra spesa si fa noi qui, così come preparare ribollite, panzanelle (non quelle del salteri, fritte, che poi lui si ostina a chiamarle così ma le sue sarebbero donzelle, o al limite zonzelle, a volerla dire tutta), le salse per i crostini.
Mi sa che ci saranno anche un sacco di dolci. Alla fine, tutti quelli che non sono rientrati nell’organizzazione diretta, porteranno un dolcino. Se avanzano ci si farà merenda…
Poi si sono aperte le porte anche ai non toscani, ai simpatizzanti. Senza spargere troppo la voce però che sennò alla fine ‘un ci si fa con la roba che s’è preparato. L’anno scorso ne avanzò una carrellata e tanta fu sprecata e buttata via. Quest’anno speriamo di aver fatto un po’ meglio.
Verranno due persone che non sono proprio toscane ma sono il marito e il fratello di una dei nostri che se n’è andata non molto tempo fa.
La loro ferita è ancora aperta ma hanno deciso di partecipare, facendosi forza l’un l’altro, per continuare a fare quello che a lei piaceva. E frequentare il gruppo dei toscani era una di queste cose.
Quando la figlia me l’ha detto ho provato un’emozione profonda.
Ho capito che la nostra festa, le cene, i ritrovi, non sono dei semplici appuntamenti in mezzo a tanti altri. Ma c’è qualcosa in più. Anche se magari il senso sarà diverso per ognuno.

Altri non potranno venire, peccato. Altri ancora si sono trasferiti, e per certi (ma sono in due, alla fine dai, chi sennò?) mi dispiace proprio tanto.
Domani per me è la giornata clou della preparazione: dovrò fare una spesona megagalattica, cucinare una vasca di ribollita e preparare la salsa di fegatini. C’ho anche un barattolo di acciughe che non mi riesce proprio di aprire. Uff…
E poi tenere d’occhio tutti gli altri aspetti dell’organizzazione. Ci s’ha anche l’animazione quest’anno. Non solo la chitarra, col fratello di Simone che comunque c’era anche l’anno scorso, ma anche i giochi per i ragazzini.
Con Simone in questo periodo ci si sentirà duemila volte al giorno. Per e mail e sms, per fortuna. Il pane quando arriva, i fagioli? Viene anche questo, quell’altro un viene più. Qui come ci s’organizza, di qua che si fa?
La mia agenda è piena di liste di cose da fare scritte fitte fitte che quasi non ci capisco più niente. Voglio vedere domani come faccio a calcolare su due piedi (ma anche da seduta sarebbe lo stesso) quante melanzane zucchine e peperoni devo comprare per fare la grigliata per 50 persone…
E poi mi devo ricordare di portare l’olio e tutti i condimenti, le stampe delle canzoni toscane (ho cercato in fretta e furia, ho trovato solo l’alluvione di marasco e la porti un bacione a firenze). Che altro… ah, gli asciughini. Magari un super coltello da verdura, facciamo anche quello per il pane già che ci siamo…

Il fatto è che queste cose, a parte l’anno scorso che fu una festa un po’ naif, diciamo, noi non si sono mica mai organizzate prima.
Comunque mi pare che quest’anno tutti abbiano risposto un po’ di più e anche meglio.
Sarà una grande festa, me lo sento.

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22-8-2009

E’ come una morsa che ti prende allo stomaco, una sensazione di freddo dentro che sale su, fino alla bocca, lasciando un sapore amaro.

Ci sono dei giorni che rimangono impressi nella memoria. Mentre li vivi non lo sai. Poi succede qualcosa che si porta via tutto il resto ma allo stesso tempo cristallizza fissandoli come in una foto i dettagli di ciò che hai fatto prima e dopo.

Il 22 agosto 2009 io ero in toscana. Era un sabato mattina e alle 9 ero a tavarnelle per un appuntamento. Dopo sarei passata a salutare un amico fiorentino che si era trasferito nel chianti e che non vedevo da anni.
Faceva un caldo della madonna, era un’estate afosa, soleggiata e senza vento. La sera prima avevo fatto un giro in quelle stesse zone con walter. Eravamo andati in campagna perché il pensiero di entrare nel forno di firenze mi atterriva.
Quando il rouge mi spiegò la strada per arrivare a casa sua rimasi stupita. Era la stessa del giro con walter. Su quella strada non ci ero mai passata e ora capitava per due giorni di fila.
Quei posti sono da urlo, sia chiaro. Passi per stradine che attraversano colline interamente coperte da vigneti alternati a tratti di bosco. Salgono e scendono. Ogni tanto una villa, un casolare, una chiesetta ti fanno venire la voglia di fermarti a dare un’occhiata più da vicino.
Intorno il verde dei pini e dei cipressi, il giallo dei campi di grano, il marrone della terra, composti nell’armonico mosaico della campagna toscana.
Il rouge mi disse di aspettarlo a un incrocio, quindi lo seguii per una serie di stradine fino a casa sua. Prima ci fermammo a fare la spesa in centro a mercatale.
Ricordo le salsicce crude del pranzo, aromatizzate con una ricetta segreta di spezie, che si scioglievano in bocca. Poi formaggi saporiti, toscani e francesi, pasta e ribolla gialla ghiacciata.
Visitai la casa e i dintorni parlando con il vecchio amico, ricordando persone e episodi di un passato comune, raccontandoci il presente e anche un po’ di futuro.
Dopo pranzo lo salutai. Rimanemmo con un appuntamento per metà settembre, quando avrebbe celebrato in quella stessa casa l’equinozio di autunno con una festa sul prato.
Fu un bell’incontro. Mi sentivo felice e leggera.
Tornando a casa mi fermai in un negozio a comprare una cosa per un’amica di radicondoli che avrei visto la sera a cena e poi tornai a casa.
Ero appena entrata quando squillò il cellulare.
Un amico carabiniere di belluno mi avvisava che era caduto il suem.
Ma che significa? Gli chiesi.
Che è venuto giù l’elicottero.
Impossibile, gli dissi.
No no invece è proprio così.
E come stanno?
Sono morti tutti.

Un tuffo allo stomaco.
Ma che cosa è successo? Perché?
Chi mi parlava non aveva tempo di stare al telefono. Là, a belluno, potevo immaginare, quelle ore erano diventate tutto d’un tratto incandescenti. impensabile chiamare i colleghi al giornale. Impensabile parlare con la mia amica, l’addetta stampa del soccorso alpino, che infatti non mi rispose.
Poi qualcuno mi richiamò e seppi i nomi.
Non mi accorsi nemmeno di urlare. Più tardi mia sorella, che mi aveva sentito dal piano di sopra, mi chiese che cosa mi fosse successo.
Due dei quattro li conoscevo ma non era questa la cosa importate. quello non era solo un incidente con quattro morti. Che già non sarebbe stato poco.
Credo che in tutta la provincia di belluno chiunque abbia avuto la percezione delle dimensioni della tragedia, sia che ne conoscesse o no le vittime

quella giornata comunque non fu più la stessa.
Andai a trovare la mia amica con la morte nel cuore. Lo shock mi fece scoppiare un terribile mal di testa. Passammo la serata girando un po’ qua un po’ là.
Ogni tanto mi veniva da piangere.
E ricordo ancora quei 30 km di curve nella notte, nel viaggio di ritorno verso casa con il sapore amaro in bocca e quella sensazione di freddo dentro.

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