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Ecco, ci risiamo
Se n’è andato un altro di noi

Noi saremmo la gloriosa quinta B del liceo scientifico sperimentale Alessandro Volta di Colle Val d’Elsa (oggi rinominata Colle di Val d’Elsa) che abbiamo fatto la maturità nel 1982, quelli che hanno continuato a ritrovarsi a cena fino ad oggi, compresi i professori. almeno qualcuno.

Tre anni e mezzo fa se ne era andato il primo di noi. era successo nella primavera dopo la cena dell’autunno del 2007, quella organizzata per festeggiare i 30 anni dall’inizio del liceo.
C’eravamo praticamente tutti. E fu tutto sommato una bella serata
qualcuno aveva portato i vecchi banchi di scuola e furono recitate delle scenette accadute in quei tempi ormai diventate storiche per noi
non eravamo, né tantomeno siamo, tutti amici
in tanti li ho persi di vista, di quasi nessuno so cosa fa come vive che cosa pensa chi ha sposato come si chiamano i suoi figli
ma quando ci rivediamo torniamo la classe di allora
quella dove si rideva di alcuni prof, con altri si parlava, di altri ancora si credeva di essere amici
quella divisa a gruppetti, come tutte le classi
dove c’era la bella, la rompi, la studiosa, la secchiona, il fico, il simpatico, e via così
varia umanità, come in tutti i gruppi aggregati casualmente

la scomparsa di francesco, detto il bamba, fu un vero colpo. Lo avevamo incontrato solo pochi mesi prima proprio a quella cena là.
Era magrolino ok, ma a parte le guancette rosee e paffute degli anni del liceo magro lo era sempre stato
nessuno si aspettava che se ne sarebbe andato così
ed eravamo del tutto impreparati

io ero a casa in toscana quando successe. Ricevetti la telefonata mentre ero a letto distrutta dal mal di testa, che in quel periodo soffrivo in modo impressionante
della nostra classe eravamo in molti al suo funerale.

c’era anche andrea, con il quale qualche giorno dopo, tornando a belluno, mi lamentai un po’ al telefono per non averci avvisato in tempo della situazione del suo amico
lui mi spiegò che quella era stata la sua decisione e non potevamo fare altro che rispettarla
ora se ne è andato anche lui, e ancor più in silenzio di francesco
non ci sono stati né ci saranno necrologi o funerali, stavolta
così ha voluto
e sicuramente non vorrebbe che scrivessi il suo nome e probabilmente nemmeno questa storia
e allora mi fermo qui

vorrei solo riflettere, come ho fatto al telefono con le amiche, ex compagne di classe, sul significato del nostro passaggio in questo mondo e delle relazioni che abbiamo l’uno con l’altro
perché quando te ne vai, non te ne vai solo per te, ma anche per gli altri con i quali hai condiviso un pezzo di strada, corto o lungo che sia

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sogno americano

yosemite

montagne rocciose

sierra nevada

monti Appalachi

Ci sono delle mattine in cui mi sveglio e mi sembra di ricordare i sogni della notte
poi basta un attimo e tutto vola via
Puff, come se niente fosse stato
Eppure io me lo ricordo bene, l’ho qui dentro nella testa il sogno di stanotte
Ero negli stati uniti. prima a new york ma dovevo scappare
Quindi in qualche modo sono andata fuori, da qualche parte in the country
ho perfino scalato una montagna
Ero con un’amica
E so anche chi è
Ma adesso non lo ricordo
Al momento di scriverlo non viene proprio
Quando mi sveglio è tutto chiaro, me lo ricordo
sono un tutt’uno con il mio sogno e potrei scriverlo o raccontarlo
ma se passa quel momento non me lo ricordo più
anche se, come ora, mi rimangono gli ambienti, certi particolari, il colore salmone di una casa, le scalette in legno verso uno scantinato, un villaggio old western
Ora mi ricordo un episodio
Stavamo scalando questa montagna
Era un po’ una scalata da studio cinematografico (tipo parete di cartone) ma al di là si vedevano le montagne americane e io dicevo alla mia amica
“guarda un po’: che emozione! che bellezza! Te pensa, io vivo sotto le dolomiti ma non c’è niente che mi emozioni più della montagna americana!”
spazi sterminati, natura selvaggia, quel cielo così alto…
e lei mi rispondeva qualcosa che adesso non ricordo
Ecco
Questo è tutto
Ci sarà altro
C’era qualcosa per cui io scappavo e qualcuno mi rincorreva
Poi, nel villaggio western, mi scattavano una foto per farmi un documento
E io apparivo terrorizzata e della gente mi si metteva davanti per farmi ridere ma la mia espressione di terrore non cambiava
Poi dopo succede che c’ho dei soldi, li metto in una busta
Dico alla signora della casa in cui mi ero rifugiata che le ho dato quei soldi, 100 dollari
E lei mi chiede dove li ho messi
Nella sua borsa o qualcosa del genere
“Ma io quella l’ho buttata via” mi dice lei
E aggiunge: “allora fai conto che non me li devi più dare”
mentre mi allunga mille dollari per fare non ricordo che
Vabbè
Adesso me ne ricorderò ancora meno
Sta per arrivare il signore del gas, il campanello suonerà e rientrerò nella vita di tutti i giorni
Addio sogno americano!

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non e’ per niente facile dire addio

Sono rimasta veramente stupita dall’interesse suscitato dal mio scritto sull’addio a Vanessa.
Credevo di pubblicare un racconto intimo, un episodio, che considero anche molto delicato, della mia vita, della mia famiglia.
Era un passo che sentivo di dover fare quasi a scopo terapeutico per me stessa, per sbloccare il dolore rimasto cristallizzato dentro di me.
Nonostante fosse passato tanto tempo mi sono ritrovata a piangere, scrivendo i particolari di quella giornata, come se la stessi rivivendo ancora una volta, minuto per minuto.
La mancanza di un cane, di un amico cane, che negli ultimi mesi si sta facendo sempre più forte, forse contribuisce a questa tristezza. O forse no.
Forse e’ stato proprio il fatto di aver dovuto decidere di togliere la vita ad un animale, per quanto sofferente, che mi e’ rimasto impresso come un marchio a fuoco.
Pensavo, scrivendo, di liberarmi di un peso, di oggettivizzare qualcosa che mi viveva dentro. Pensavo anche che il racconto avrebbe potuto strappare qualche sorrisino a chi lo avesse letto, magari a chi non conosce bene me ne’ quel capolavoro della natura che era Vanessa.

E invece mi sono trovata sommersa da storie, messaggi, commenti, sia di amici, conoscenti e anche di sconosciuti.
In molti hanno voluto raccontarmi la loro storia, simile alla mia, e cosi’, oltre alle mie lacrime mi sono trovata, attraverso la sofferenza dei loro proprietari, a versare anche quelle per animali che non ho mai visto ne’ conosciuto.

Qualcuno mi ha detto anche che in seguito a questa lettura ha trovato il coraggio di fare quello che doveva fare ormai da tempo per il suo animaletto sofferente.
Qualcun altro ha pianto come avrebbe dovuto fare anni fa, quando aveva vissuto la stessa situazione.

E’ stata un’esperienza forte, che mi ha fatto sentire inspiegabilmente meno sola in questo dolore che credevo solo mio. E della mia famiglia, certo.
Sento di dover ringraziare tutti coloro che hanno letto e commentato il mio post perche’ mi hanno aiutato ad alleggerire questo ricordo doloroso. E’ stata una sorta di catarsi collettiva.
Ho scoperto che questi sentimenti e queste esperienze sono comuni a molti e mi sono ricordata di come la sofferenza, certe volte, unisca ancor più della gioia…
Pian piano affiorano altri ricordi. Come le parole di Carlo quando gli avevo portato Vanessa per l’ultimo saluto. Lui non era uno qualsiasi. Era il proprietario di Artu’, il babbo di Vanessa. Quello che, dopo la morte di Tarino, il siberian husky bianco e rosso, ci convinse a prendere un setter irlandese della cucciolata di Ella, magnificando le doti di questa razza.
Il giorno prima della morte di Vanessa Carlo mi disse che per loro, gli animali, non aveva senso vivere senza potersi muovere o essere indipendenti, anche nelle funzioni fisiologiche. Vanessa avrebbe potuto rimanere in vita ancora un po’ fra flebo e medicine varie, ma per lei non sarebbe stata più una vita degna di esser vissuta.
Le sue parole mi fecero bene, mi aiutarono a prendere quella orribile decisione con maggiore sicurezza e consapevolezza.
Anche se avrei preferito non doverlo fare mai.

Per la Pasqua del 2007 se ne era andato gia’ Gastone, una settimana prima del mio ritorno a casa. Mamma, dopo Vanessa, aveva commentato che almeno lui, sempre pronto a ringraziarci per averlo portato via dal canile, ci aveva fatto il regalo di andarsene da solo.
E sette anni prima se ne era andato Taro, che mori’ fra sofferenze atroci per un boccone alla stricnina trovato lungo la sua passeggiata quotidiana.
Ogni cane ha lasciato la sua traccia di gioia, ma amche di dolore, nella mia vita.

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il giorno che dissi addio a Vanessa

E’ da un sacco di tempo che volevo scrivere questa storia. Per la precisione da un anno, tre mesi e 6 giorni.
Era il 21 settembre dell’anno scorso e sapevo che sarebbe finito tutto.
La veterinaria aveva detto che sarebbe arrivata intorno a mezzogiorno.
Vanessa era stesa a terra sul suo materassino.
Ormai da giorni non riusciva ad alzarsi sulle zampe. Con mamma la trascinavamo su una copertina quando la portavamo alla clinica per fare le flebo. Dopo stava sempre un po’ meglio. Ma durava troppo poco.
Dal suo sguardo triste e rassegnato potevo pensare che avesse già capito tutto.
D’altra parte Vanessa capiva sempre tutto tanto che spesso non parlavamo o meglio, evitavamo di pronunciare alcune parole, per evitare di suscitare le sue reazioni. Non dico discorsi filosofici o situazioni che riguardavano esclusivamente noi.
Era sulle sue cose che aveva uno straordinario sesto senso.
Mi sono sempre chiesta perché quando mi vestivo per uscire per i fatti miei non muoveva un dito, mentre se solo pensavo che era il momento della nostra passeggiata si agitava e mi mordeva le mani mentre mi annodavo le scarpe da ginnastica per incitarmi a far presto correndo allo stesso tempo fino alla porta come se non potesse resistere un minuto di più.
In casa certe parole, come spasso, passeggiata, biscotto, pappone, non venivano mai pronunciate a sproposito. Lei capiva subito e si comportava di conseguenza. Non si poteva certo deluderla o, peggio, prenderla in giro

Vanessa aveva 13 anni e qualche mese. Aveva sempre vissuto con noi da quando la scelsi nella cucciolata dei setterini nati da Ella e Artù.
Aveva una simpatica ritrosina che le segnava il muso in verticale e si chiamava Tosca, ma la ribattezzai subito Vanessa, che più si addiceva alle sue pose da signora e al suo pelo liscio e morbido come seta.

Quel giorno l’aria era irreale, almeno intorno a me. Mi preparavo a dirle addio sapendo che avrei deciso io come e quando se ne sarebbe andata.
Più che avere il cuore a pezzi mi sentivo come se non avessi più un cuore.
In quegli ultimi giorni Vanessa non si alzava più. A parte le poche ore in cui il suo organismo era ripulito grazie alle flebo che le faceva il veterinario, per lo più non riusciva nemmeno a far forza sulle zampe per alzarsi. Le era difficile anche mandare giù un boccone, lei che era stata sempre famelica e vorace. Per non parlare delle funzioni fisiologiche, che io ripulivo con pazienza sperando che la sua dignità di animale non ne risultasse troppo ferita.

Quella mattina, intorno alle 10, Vanessa cominciò a puntare le zampette a terra. Faceva una sorta di picchiettio con le unghie che all’inizio non comprendevo. Poi capii che voleva uscire.
La aiutai dolcemente a sollevarsi e la sospinsi, trattenendola per i fianchi, verso la porta, pensando che avrebbe fatto due passetti fuori e poi sarebbe rientrata come faceva in quei giorni in cui dovevo aiutarla anche a risalire il gradino di casa.
Passati alcuni minuti, non vedendola tornare, corsi fuori pensando di trovarla a terra incapace di rialzarsi. Ma davanti a casa non c’era.
Guardai prima a sinistra, poi a destra. Nessuna traccia di lei. Percorsi la discesa con un brutto presentimento. Guardai verso i garage. Niente.
Mi affacciai verso la strada di uscita. E finalmente la vidi laggiù, in piedi, tremolante davanti al cancello. Mi avvicinai in silenzio e assistei a una scena che mi lasciò senza fiato.
Dall’altra parte delle sbarre in ferro, solo pochi metri più avanti, c’era un capriolino.
Anche lui stava fermo. Fissava in silenzio Vanessa, che gli stava davanti e lo fissava a sua volta.
Nessun rumore, nessun movimento.
Non so dire quanto a lungo durò tutto questo.

Non so nemmeno che cosa significasse. Ho pensato che l’animale selvatico avesse intuito perfettamente che si trovava davanti a un suo simile malato. Un cane che in salute l’avrebbe rincorso e fatto fuggire impaurito, in quelle condizioni forse suscitava nel capriolo una sorta di curiosità. O di compassione. Ma questa è solo una mia interpretazione umana.
Di sicuro fu un momento di grande intensità.
Quando arrivai fino a Vanessa il capriolo stette ancora alcuni secondi a guardarla e poi scomparve nella vegetazione. La aiutai a fare la salita e a rientrare in casa, dove si stese sul tuo tappetino per non muoversi più.
A mezzogiorno arrivò la dottoressa che le fece il regalo di lasciarle passare i suoi ultimi momenti a casa. Quasi non ci credevo quando mi disse che sarebbe venuta personalmente. L’ambulatorio era fonte di tale sofferenza per Vanessa che non avrei mai voluto fosse l’ultima cosa che ricordava della sua bella vita.
La partenza fu veloce e, spero, indolore, almeno per lei.
La veterinaria fu partecipe e mi spiegò tutto quello che stava facendo e l’effetto che aveva sul cane. So che Vanessa, in quelle condizioni, non avrebbe potuto fare altro. Ma sentii che mi si affidava con tutta la fiducia e la dedizione che mi aveva dato in vita anche in quel momento estremo.
E io le carezzai la testolina dicendole parole dolci mentre se ne andava per sempre.

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il fattore estetico

No, io ancora non ci credo. Eppure ci ho riso tutto il giorno
Allora, noi s’è messo in piedi tutto l’ambaradan del mercatino per il soccorso alpino, si sono coinvolti i colleghi giornalisti, i commercianti, il comune e tutti quanti, e poi…
Ma andiamo con ordine.
Venerdì mattina a palazzo rosso s’è fatta la conferenza stampa di bilancio del mercatino dei giornalisti per il fondo di solidarietà del soccorso alpino di Belluno.
Cerimonia in grande stile con il sindaco, il pittore Franco Murer che ha consegnato il suo quadro al veterinario e volontario Luca Funes che se l’è aggiudicato all’asta, la scultura di Italo De Gol che va a Fiorello del rifugio Costapiana e tutto quanto
E poi il mega assegno, stile signor Bonaventura, con sopra la cifra raccolta: 5600 euro, che poi alla fine sono diventati 5700 con le ultime aggiunte in contanti.
Tutti hanno parlato. La solidarietà, il soccorso alpino, la gioia, la collaborazione e tutto il resto…
io, che non avrei voluto, esagero un po’ (ragazze, ho parlato troppo? Tiziana e Barbara: no no, sei stata giusta. D’altra parte con tutte le volte che ci siamo sorbiti noi le conferenze stampa… ah ecco, tradotto è: sì, sei andata lunga di brutto ma ti vogliamo bene lo stesso. Vi voglio bene anch’io, ragazze)

Poi si fa la consegna dell’assegnone di un metro fatto stampare da Tiziana che si srotola io e la Canova facendo apparire la cifra finale a sorpresa.

E poi parla Rufus.
Parte bene, ricordando di quando, nemmeno tanto tempo fa, l’attività del soccorso alpino era quasi sconosciuta a Belluno, perché avveniva in montagna, lontano dai riflettori e loro, i soccorritori non si mettono di certo a raccontare, di quando era difficile farsi intendere dai giornalisti che non capivano l’entità degli interventi e non riuscivano a renderli nei loro articoli (io me le ricordo bene, arrivata da poco, le lezioni di Rufus. Ma proverei oggi stesso a chiedere a un giornalista di pianura la differenza fra hovering e verricello)
Rufus va avanti. Comincia a parlare di come è stata brava Michela e il lavoro che ha fatto per il soccorso come addetta stampa e a un certo punto dice “sarà stato il fattore estetico”…
Sì sì, ha detto proprio così! il fattore estetico…
ha aggiunto anche qualche altra cosa, la bravura, probabilmente, ma io ero già scoppiata a ridere e ho cercato lo sguardo di Michela tanto per dirci con gli occhi che la frase era ambigua

e invece no, macché ambigua!
Era chiarissima… e infatti Canova era già in assetto da torello nell’arena, con sopracciglia aggrottate e sguardo serissimo, pronta a lanciarsi su Rufus che ha continuato imperterrito il suo discorso
Non ci potevo credere. Il fattore estetico…

Roba che ci ho riso tutto il giorno. Durante il viaggio per 400 chilometri mi sono rivista la scena al rallentatore duemila volte. Anche se sarà durata due secondi in tutto

Ora non è che devo proprio spiegare che la frase può sembrare un po’ maschilista ma detta in quel contesto, e soprattutto conoscendo le persone, era comicissima.

Il fattore estetico. Ora ci rimarrà anche questo fra i mille ricordi della storia del mercatino.

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Qui una volta c’era il mare

Quando siamo andati a vivere a Vallecapocchi babbo lo diceva sempre.
Qui una volta c’era il mare, togliendosi dalle tasche dei pantaloni delle conchiglie fossili che appoggiava orgoglioso sul tavolino.
Le aveva trovate scavando appena appena nella terra intorno casa.
Non è come dire: qui una volta era tutta campagna. Anche perché qui “è” tutta campagna e noi speriamo che lo rimanga più a lungo possibile.

Inizialmente mi immaginavo un tempo lontano in cui il mar Tirreno lambiva Colle Val d’Elsa come se fosse Follonica o Castiglion della Pescaia.
Poi ho cominciato a capire che si parlava di mari ben più antichi, negli abissi del tempo e che sicuramente quella zona, così come tante altre, era stata coperta dalle acque milioni e milioni di anni fa.
(ora se ci fosse qualcuno esperto in ere geologiche non si sconvolga troppo, io non lo sono affatto, esperta intendo)
Le terre sommerse. E infatti le conchiglie che si ritrovano sono fossili…

Negli anni dalla terra intorno casa sono venute fuori conchiglie bellissime.
Tante le abbiamo anche regalate.
Un collega di Treviso appassionato di arte e archeologia gradì il mio fossile e lo espose in una teca in vetro in salotto. Me lo ricordo bene
C’è stato un tempo in cui, quelle più grosse, si usavano anche come posacenere.

Taro, il siberian husky bianco e rosso che scavava nella terra per stare più al fresco, una volta ne trovò una bellissima, finissima e perfetta.
Ridemmo divertiti per il fatto che il cane che cantava O sole mio riuscisse anche a recuperare cimeli senza rovinarli, con la stessa grazia di un archeologo.
La conchiglia di Taro fu sistemata sulla mensola sopra al camino, dove è ancora.

Un giorno, nemmeno tanti anni fa, facendo un giro per i campi con Gastone e Vanessa vidi che la terra arata da poco era tutta punteggiata di bianco.
Avvicinandomi mi accorsi che le punte delle zolle erano coperte da conchiglie fossili piccolissime.
Non potei resistere e, mentre i cani correvano felici nel bosco, io ne raccolsi il più possibile, pensando che altrimenti sarebbero scomparse al prossimo giro di lavoro nei campi, banalmente schiacciate e triturate sotto i cingoli di un trattore.

Ora stanno tutte insieme in un piattino viola, testimoni silenziose di un tempo lontanissimo.

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cucina jazz

Una cosa che non avevo considerato, aprendo il blog di ricette, è che qualcuno avrebbe potuto provare a metterle in pratica. Sì, lo so che è una cosa quasi scontata. perché altrimenti uno si metterebbe a cercare ricette su internet se non avesse intenzione di sperimentarle?
Anche questo è vero, ma mi sento comunque in dovere di avvertire tutti coloro che, eventualmente, trovassero le mie spiegazioni quantomeno sbrigative.
Dicendo, prima di tutto, che per me cucinare è divertimento, relax, occasione di creatività.
Quindi chi cerca ricette con l’indicazione esatta degli ingredienti e delle misure, oltre che dei tempi di cottura, dei gradi eccetera, è meglio che peschi da qualche altra parte.
A me piace cucinare come a un pittore può piacere dipingere.
Hai i colori sulla tavolozza, componi un disegno. Magari qualcosa che hai già in mente o qualcosa che invece nasce come da solo al momento che ti metti all’opera.
In genere faccio la spesa comprando ciò che mi piace, verdure, formaggi, cereali, spezie. Solo in seguito decido che cosa farci, come comporli, abbinarli, cucinarli.
Davanti a un frigo pieno di verdure, dopo averle guardate tutte, in genere prendo quelle più delicate, quelle più fresche, quelle che rischiano di appassire e ci invento una zuppa, un’insalata, le faccio saltare in padella o le cucino al forno. Dipende
Ormai in tanti anni di vita indipendente ho elaborato un modo personale di cucinare (ma credo che questo capiti un po’ a tutti) per cui certi gesti sono abituali, scontati, non stai nemmeno a spiegarli. Del tipo: se fai un piatto di spaghetti non descrivi certo la procedura da quando metti la pentola con l’acqua sul fuoco a quando scoli la pasta…
Ma questo vale anche per altri tipi di cottura
Da qualche tempo la gioia più grande in cucina è portata dalle spezie.
Ne ho di tutti i tipi, colorate, profumate, saporite, in tanti barattolini di vetro raccolti in un cestino.
All’inizio può sembrare arduo pensare a come usare la curcuma, i semi di cumino, zafferano, zenzero, cannella o cardamomo… per non parlare dei masala o dei churna, che sono semplicemente delle misture di spezie diverse
Allora ti cerchi la ricetta: con il cardamomo si fa il khir, una buonissima crema dolce di latte e riso, con la cannella i rotolini (come quelli che vendono in busta all’ikea), la curcuma è una base per tutte le zuppe ma più in generale per cucinare le verdure, i semi di cumino stanno bene nelle falafel, le polpettine di ceci mediorientali.
Poi si inventa. Una volta che ne conosci il sapore e gli effetti sui cibi, una volta che padroneggi gli ingredienti e le varie tecniche di cottura (sempre molto semplici, per scelta) per aver sperimentato questo e quello, allora crei, inventi
E non è detto che venga sempre tutto bene. Questo è il rischio, è naturale.
Ma non importa
È un po’ come fare il musicista jazz. Duri anni di studio della musica, solide basi, ma poi, quando sei sul palco, improvvisi
Ecco, io ci ho provato anche a salire sul palco e a improvvisare. Ma direi che in cucina le jam session mi vengono molto meglio…

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di blog in blog

Sgranocchio una tavoletta di cioccolato al latte con le mandorle che e’ una delizia mentre scrivo sul blackberry. Il computer, come accade sempre quando ne ho maggior bisogno, oggi non va. E allora sfogo la necessita’ di scrivere che mi e’ presa oggi, insieme alla voglia di cioccolato, sul telefonino. Benedetto sia il blackberry.

Ci pensavo in questi giorni e ne parlavo anche poccon le mandorleo fa con un’amica su quanto in questo periodo mi piaccia leggere i blog. Anche lei pensava la stessa cosa.
Ce ne sono di bellissimi. Quelli fotografici, per lo più di ragazzi americani, sono super.
Ma quel che più mi piace a dire il vero e’ leggere i post delle persone che conosco ed entrare nella loro vita silenziosamente dalla finestra che loro stessi hanno scelto di tenere aperta.
Non e’ un atteggiamento morboso il mio, di questo sono più che certa. Anzi, a volte mi stupisco di quanta sincerita’ e intimita’ mettano in ballo alcune blogger. E mi chiedo se anche io saprei fare lo stesso.
Come Sonia, in gelateriesconsacrate.blogspot.com, che con poetica leggerezza e in terza persona racconta incontri e amori calpestando terreni più o meno tabu’.
O come Giorgia, nel suo Glog (giorgiasegato.tumblr.com). Lei scrive a mano e posta il foglio fotografato. Leggendo i suoi sfoghi familiari, le vicende della sua vita, le sue parole piene di amore e sofferenza confesso che ho pianto.
Poi c’e’ il blog di Giulia (lagiulina.blogspot.com) incrociata un giorno per caso su facebook e mai conosciuta di persona. Ora a dire il vero ci si scrive in privato e chissa’ magari ci si incontrera’ anche prima o poi. Anche se ultimamente scrive poco devo dire che il suo blog mi ha fatto fare delle risate esagerate. Proprio divertente
Raffaella ha aperto il suo blog (raffaellasarracino.wordpress.com) su mio input per cui quello me lo sento un po’ mio. E mi piacerebbe anche che scrivesse di più, anche se riconosco che non e’ sempre facile avere un argomento da condividere con gli altri

e comunque, si diceva prima anche con la mia amica, uno dei “problemi” di certe blogger è che partono a razzo con una raffica di post da urlo e ti fanno venire la voglia di leggerle. poi basta, stop.
e te rimani lì, continui a visitare la home page, e niente…

Il fatto e’ che il blog e’ bello leggerlo quando lo scrive una persona che conosci perche’ ci trovi dentro la sua vita, i suoi pensieri, e spesso e’ anche un modo per vedere aspetti altrimenti invisibili. O per rimanere in contatto in modo un po’ più profondo rispetto a un sms saltuario o a un’amicizia su facebook.

A me piacerebbe tanto che le mie amiche più strette, e anche i miei amici (sì lo so, parlo sempre al femminile) avessero un blog su cui seguire l’evoluzione delle loro vite. O se non altro, delle loro giornate
Quello che loro fanno con me, insomma

I miei blog preferiti li ho messi sul blogroll di questa pagina in basso a destra. Il primo e’ stato animali e dintorni di Paola (blog.libero.it/surfinia09) che mi ha beccato fin da subito, quando io sono partita con il profumo dello zenzero, seguendomi e incoraggiandomi nei primi incerti passi sul web.
Il padre di tutti i blog pero’, non dimentichiamolo, e’ Carlo.
Probabilmente ne avra’ aperti anche prima che esistessero veramente o comunque gia’ ai tempi in cui a quelli come me la parola blog oltre a causare un lieve giramento di testa richiamava alla mente soprattutto la rubrica di raitre.
Che poi era… Come? Blob?
Ecco, gia’ dimenticata quella parola, cancellata quasi…
Potere dell’on line che avanza
Ricordo una sfilza di pensieri letti su un suo blog nell’anno orribilis della sua vita. Conoscevo le situazioni che raccontava, ma non i pensieri che ci stavano dietro e che lui coraggiosamente riversava in frasi toccanti che mi si sono incise nel cuore.

Ivana ha aperto il blog di tikal ma per il negozio (www.tikalincensi.com). Figurarsi se scrive qualcosa di se’… 🙂
Roberta scrive le sue ricette su cucinaconrob.wordpress.com ma qualche piccola nota personale ci scappa sempre anche se appena appena accennata.
Tramite lei ho conosciuto il sito di un’altra blogger, noolyta, (www.noolyta.com) una giovane cineasta lombarda che mi e’ sembrata molto interessante.
Anche io alla fine ho aperto un altro blog, per le ricette (lacucinadisimona.wordpress.com) sviluppando quella che era soltanto una pagina con tutti i suoi limiti. Oltre alle ricette mi piacerebbe scriverci anche una specie di diario delle cene e dei pranzi con gli amici.

Un giorno mi sono messa a sfogliare i blog a caso. Oddio! Ecco, proprio questa parola doveva venirmi… Non ci si puo’ immaginare quanti siti di carattere religioso ci siano. Un’infinita’… Parrocchie, pellegrinaggi, simil santoni, catechisti via web, anime pie che rispondono alle domande di chi ha problemi… Mah? Quelli dico la verita’ fanno una tristezza…

Invece altri blog carini sono quelli di moda. Vedere raptus & rose (www.blog.raptusandrose.com) e da li’ rimanda ad altri molto ganzi, anche stranieri, per chi e’ interessato all’argomento.
Fra i siti di cucina c’e’ the weekly spoon, o qualcosa del genere, ma anche altri che becco a caso qua e la’ su wordpress non sono male. Per lo più in lingua inglese, come quelli fotografici o come quelli più comici.
Uno, l’altro giorno, dava consigli su come comportarsi nel caso gli alieni fossero scesi sulla terra…
Un’altra tipa commentava in modo buffo i regali di Natale che riceveva solitamente dai parenti (in particolar modo dalla suocera)

Per tornare sul fronte gastronomico, che in questo periodo e’ un argomento che va molto, c’e’ anche la tizia che cucina con gli avanzi. Ma non quelli del pasto, gli scarti degli alimenti (www.ecocucina.org). Tipo le barbe dei porri, le bucce delle mele e di altra frutta e verdura. Letta ma mai sperimentata. Fra l’altro ha scritto pure un ricettario per cucinare in lavastoviglie tanto per utilizzare il vapore che andrebbe sprecato solo per i lavaggi

Poi c’e’ cobrizo (cobrizoperla.blogspot.com). Una bellunese, fra l’altro. Cuoca e artista. Di queste non scrivo gli indirizzi (ecco invece ora ho rimediato) perche’ non me li ricordo e devo recuperarli dal computer quando smettera’ di fare le bizze…
Chi dimentico? Sicuramente qualcuno…
Ma nel caso lo aggiungero’ prossimamente, anche nel caso che le mie amiche si decidano ad aprire un blog (ma ci spero poco) e quindi debba aggiornare la lista…
Intanto, come dire, e’ finita anche la cioccolata…

Inviato tramite WordPress for BlackBerry.

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non ce la farò mai…

io non credo che ne uscirò.
ho deciso di utilizzare il giorno libero per rimettere a posto le pile di fogli e giornali accumulati in… mesi? anni? boh… e sinceramente devo combattere ogni minuto che avanza con un senso di ansia crescente

allora, il problema non è solo quello di gettare l’inutile, che è sempre un gesto liberatorio e che alleggerisce oltre a cassetti e scaffali anche l’aria di casa

poi però c’è da catalogare.
e qui arriva il difficile (almeno per me)

allora, a questo proposito c’è uno scatolone di cartone che sta dentro un armadio (rosso, di lacca, cinese, wow!) che contiene tutto ciò che non può stare fuori. depliant e fotocopie di argomento filosofico, natura, viaggi e salute, per esempio. e anche qualche libro di argomento correlato

nello scatolone poi ci sono le cartelline “nominate”: casa, auto, banca, giornalisti, gazzettino, bollette, dichiarazione dei redditi, ricevute sanitarie e via dicendo.

nel tempo sono nate altre sotto cartelline, più specifiche: mal di testa, omeopatia, pelle, ginecologo e varie.

ecco, varie
ora, se il problema è inserire nella cartella varie tutto ciò che pur riguardando cure e terapie non rientra specificamente nelle cartelline suddette è ok.
ma per il resto come si mette?

cercherò di spiegarmi, anche se mentre scrivo sono in pieno caos con mucchietti di carta impilati su divano, tavolo e sedie, senza tralasciare il pavimento.

nella pila indistinta di inserti di giornale, fogli e foglietti, ricevute, depliant, cose diverse assumono una forma propria. come se fossero un tutt’uno

quando le liberi e decidi di raggrupparle per insiemi e sottoinsiemi invece si riappropriano della loro unicità, ma allo stesso tempo si moltiplicano. all’infinito, soprattutto.
e qui sale il panico

perché se posso fare un insieme con i pagamenti e le ricevute varie che successivamente suddividerò nelle apposite cartelline, non so proprio che cosa fare di… chessò… lo scambio di email con il produttore di miele (terapie naturali? gastronomia e ricette di cucina?)
e fosse solo questo!

biglietti del cinema, cartoncini di negozi e ristoranti vanno in una scatolina di plastica. finché ce ne staranno…

prendo bracciate di corrieri della sera e li getto nella carta resistendo stoicamente alla voglia di sfogliarli da cima a fondo nel caso ci fosse un articolo interessante da ritagliare (e mettere dove, poi?)

però mica posso buttare quel magazine con woody allen, “come nasce una battuta”, o quello con l'”esclusivo” su oriana fallaci. ma nemmeno “ecco a voi Millennium” o, eh no cavolo, la “mia new york” di tom wolfe…
anche se probabilmente non li leggerò mai
ma che stiano lì, impilati da qualche parte che entro stanotte deciderò, mi pare rassicurante, quantomeno

la cucina ormai fatta e finita mi permette di gettare depliant dell’ikea e di mobilia varia (però mi tengo quello dell’ovvio). ma il progetto originale no, non voglio buttarlo. solo che non posso fare una cartellina progetti perché ci sguazzerebbe solitario chissà fino a quando… e allora? mah, quasi quasi lo passo nella cartella “casa” con le ricevute dell’affitto e delle spese condominiali…

sono lontanissima dalla meta. anche se le pile di fogli non ci sono quasi più non ho veramente idea di dove sistemare i documenti ormai sparsi ovunque.

rimettere a posto fogli e riviste è fare un salto nel passato recente.
rileggere le critiche ai film visti negli ultimi anni, le mail che per qualche motivo serviva stampare, ritrovare i bigliettini dei ristoranti fa ricordare certe sere con gli amici.
non è solo rimettere in ordine è proprio un viaggio nella memoria
per questo ti fa perdere un sacco di tempo
anche se è quasi divertente

alla fine è un gran casino
mi sa proprio che non ne uscirò mai

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morte di un musicista

Nel reportage del concerto di Bob Dylan a Padova leggo il nome di Toffoletti.
E’ un flash. Mi ritorna in mente un giorno di tanti anni fa.

Lavoravo a Rovigo e seguivo la nera.

La mattina nel consueto giro telefonico mi informano che durante la notte c’è stato un investimento mortale. Avevano preso sotto un barbone. Guido Toffoletti, 48 anni. Non faccio in tempo a finire di scrivere che mi piomba addosso un collega che comincia a urlare e a sbracciarsi. Io non capisco che cosa vuole, finisco di parlare con la polizia e riattacco.

Il collega, concitato, mi spiega che se è veramente morto Toffoletti in realtà non si tratta di un barbone, ma di un musicista di livello internazionale.

Bastano un paio di telefonate per capire che era proprio lui.

Ricordo ancora quando sono andata a parlare con la polizia stradale in caserma. C’era un poliziotto che insisteva. “Era un barbone, niente più. Un ubriaco”.
E io, ancora ingenua e fiduciosa nell’umanità (era tanto tempo fa) cercavo inutilmente di convincerlo che non era così.

Oggi leggendo l’articolo di Giò Alajmo sul concerto di Bob Dylan ho trovato questa frase: “Grazie a Toffoletti, bluesman veneziano amico di Mick Taylor, finimmo nel suo (di Bob) camerino”.

E mi si è aperto uno squarcio nella memoria. Rivedo il collega disperato che mi piomba addosso, rivedo il sorrisetto ottuso del poliziotto che insiste a denigrare quell’uomo morto che, artista o non artista, era pur sempre un uomo.
E a distanza di tanti anni questa cosa mi crea ancora un senso di pena infinita.

Non avevo mai conosciuto Guido Toffoletti, né avevo mai ascoltato la sua musica, ma rimasi colpita dalle parole cattive e ingiuste su di lui, oltre che dal giudizio superficiale e sprezzante, tanto che ancora oggi le ricordo.

Era il 22 agosto 1999.
Al tempo scrissi questa cronaca sul Gazzettino.

“Era uscito per prendere una boccata d’aria. Non ha più fatto ritorno. La morte assurda di Guido Toffoletti, 48 anni, bluesman veneziano di livello internazionale, si è consumata alle prime ore della mattina di ieri sulla Monselice mare, a una manciata di chilometri dalla casa dell’amico Lino Lionello, a Conche di Codevigo, nel Padovano, da dove aveva avuto inizio la serata. Erano da poco passate le 4 del mattino quando Toffoletti, che viaggiava su una bicicletta da donna di vecchio tipo con i freni a bacchetta in direzione nord verso Santa Margherita, tornando verso la casa dell’amico, è stato tamponato violentemente da un’auto, una Renault Twingo condotta da un giovane di Cavarzere, E.C., di 33 anni. L’uomo ha fatto un volo di quasi cinquanta metri, ed è morto per le lesioni riportate nell’impatto con l’asfalto. Immediatamente sono giunti i soccorsi. Purtroppo, per Toffoletti non c’era più niente da fare. La salma è stata portata alla camera mortuaria dell’ospedale di Cavarzere. La dinamica ricostruita dalla Polstrada di Rovigo, la cui pattuglia era in servizio sulla Romea, appare abbastanza chiara. Toffoletti pedalava stando sul limite del lato destro della carreggiata, senza però approfittare della corsia di emergenza che gli avrebbe garantito una maggiore sicurezza. È passata una prima auto, che l’ha schivato per miracolo. Al primo incrocio l’automobilista ha fatto dietrofront, probabilmente per avvertire il ciclista di tenersi più vicino al margine della strada. Non ha fatto in tempo. In quell’attimo è sopraggiunta la Twingo, che ha tamponato Toffoletti. È stato il primo autista, testimone involontario del terribile incidente, a dare l’allarme. Guido Toffoletti sabato era uscito con Lionello ed un altro amico per trascorrere la serata al Piper di Mezzogoro, il night di Lionello, nel Ferrarese. A mezzanotte Toffoletti si era allontanato per prendere una boccata d’aria, senza avvertire gli amici. Questi non vedendolo rientrare, ad una certa ora sono tornati a casa, a Codevigo. Sulla Monselice mare, a 700 metri dal punto dell’incidente, alle 4, l’hanno visto a cavallo della bici e l’hanno affiancato offrendogli un passaggio. «Lasciatemi stare – ha risposto – che ormai sono arrivato». I due si sono allontanati sicuri che l’amico dopo pochi minuti di marcia avrebbe raggiunto l’abitazione di Lionello dove avrebbe recuperato la Golf Cabrio che vi aveva parcheggiato davanti. Ma Guido Toffoletti, non è mai arrivato: è stato travolto 15 minuti dopo aver salutato gli amici. Lionello, che ieri mattina dopo aver visto l’auto ancora parcheggiata davanti a casa sua preoccupato l’ha cercato ovunque, non si spiega come l’amico abbia potuto pedalare per 60 km, né dove abbia recuperato il mezzo. «Di una cosa sono sicuro però – afferma con la voce incrinata dal dolore – e voglio che si dica. Guido non era ubriaco, perché è sempre stato astemio».

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