un anno di blog

ecco lo sapevo… non mi sono ricordata l’anniversario, o meglio il compleanno del blog. sarebbe stato l’8 maggio
non è poi così importante, ma almeno sarebbe stata l’occasione per tornare a scrivere qui, che è un bel po’ che questo non succede…
si chiama mancanza di ispirazione, paura del foglio bianco
ma alla fine non è nemmeno questo
forse è più il contrario
pensando alla mancanza di ispirazione in questi giorni, settimane, mi sono scritta talmente tanti post nella mente…
solo che poi, o per mancanza di tempo o di voglia non sono stati scritti qua, né sul blog né sulla carta, e quindi son volati via
il fatto è che da un po’ di tempo a questa parte la vita quotidiana è come una centrifuga infinita
gira gira, le cose ci passano in mezzo, sembrano importantissime, e lo sono, ma subito dopo ne appare un’altra, e via via girando

prima o poi si fermerà e allora forse potrò trarne le fila… per il momento non riesco

niente di male, eh. anzi…
perché poi ho imparato che le cose brutte, i pensieri negativi, quando ci sono pesano e stanno lì come macigni. zavorre che fermano la vita. tu ti ci puoi aggrappare in un’illusione di sicurezza, come dire, sto su terreno conosciuto
puoi ricamarci sopra, puoi raccontarli, volendo (ma non importa, nessuno sente il bisogno di sentirle, credo)
le cose belle invece volano… è come se si aprisse il tubo della vita e passasse tanta roba in più. gioia amore amicizie persone bellissime pensieri che costruiscono vanno avanti e non si fermano energia pura colore musica
e lacrime, sì alla fine tanta felicità fa anche piangere
un po’ perché pensi a quando non era così e al perché così non era
un po’ perché pensi che se capita questo, sempre di più
che cosa potrai mai sentire
e quanto è bella la vita
e quanto sono belle persone situazioni e cose che prima vedevi in altro modo o forse semplicemente non vedevi

volendo fare un bilancio posso dire che scrivere il blog mi ha aiutato tanto
ho imparato a tirarmi fuori, a mostrare pensieri e sentimenti senza temere giudizi di cui prima avevo quasi paura

questa sono io, sono così, piaccia o no
io non mi giudico, mi accetto e mi mostro, senza esibirmi, per quello che sono

poi la scrittura
per una che di lavoro fa la giornalista scrivere è come bere un bicchier d’acqua
sì, ma mica sempre
e soprattutto mica sempre bene
bere il bicchier d’acqua può diventare un gesto meccanico, stantio, privo di significato, ripetitivo
oppure semplicemente scrivere in certe situazioni umanamente non ottimali può diventare l’ultima cosa a cui pensi e anche faticosa
ritrovare uno spazio mio, scrivere di me, delle cose che mi piacciono, piccole, apparentemente stupide e insignificanti, mi ha fatto riportare l’attenzione su me stessa, sulle cose che contano, almeno per me
e, ricordando i venti che tiravano un anno fa e anche prima, non è affatto poco

pian piano, un post dietro l’altro, sono diventata più riflessiva, ho cominciato a catalogare ricordi e pensieri pensando di scriverne e salvandoli da un buglione indistinto nella memoria
ho rivalutato cose sentimenti e persone, fatti del passato
ho espresso i miei pensieri, quelli che spesso ho pensato fossero di tutti, che non importasse esprimerli perché erano scontati, evidenti…
e invece no, erano proprio miei
e li ho messi sul tavolo
anche quelli, piacciano o no, ma non è quello che importa

lo stesso ho fatto un po’ dopo anche con i miei piatti, le mie ricette, dal momento che mi piace cucinare e anche creare in cucina
aprendo il blog di cucina

quello che ho sempre fatto per gli amici, quelli veri, l’invito a pranzo o a cena, per assaggiare quello che avevo cucinato, o il dono di un pacchettino, dolce o salato, è diventato di tutti (di quelli che vogliono leggerlo, certo, non c’allarghiamo troppo)

poi a volte capitano cose che ti riempiono di gioia e di tutto quello che di più bello c’è al mondo ma capisci che non puoi condividere proprio tutto
e il bello di tante cose belle è proprio tenersele per sé, o condividerle strette strette con i diretti interessati

altre puoi dirle ma non è ancora il tempo giusto

e allora tornerò ancora a scrivere e a raccontare
per chi mi vorrà leggere
ma soprattutto per me

4 commenti

Archiviato in non classificati

appunti di viaggio

sarei potuta partire anche più tardi
avrei evitato la coda su firenze
e sull’appennino
avrei parlato con calma al telefono con carlo
e invece la linea cadeva sempre giù
dovevo dirgli dei marlene kuntz
ma non c’è stato verso
ci sarà tempo, ancora

è una notte piena di stelle
le seguo mentre guido
mi fanno compagnia
intanto che canto

a venezia il cielo è tutto grigio
non si vede più niente
solo nuvole trascinate dal vento

all’autogrill vendono piccoli bomboloni
crema cioccolata nocciola
ma c’è una fila troppo lunga
conviene rinunciare
peccato

prima di bologna
un automobilista distratto
si butta sulla mia corsia
di sorpasso
nemmeno il tempo di fargli i fari
il clacson lo scuote prima
e si risveglia
sfreccio via
felice di averlo schivato
ma che diamine

i guidatori di suv
stanno sempre dietro
con i fari alti
meglio non commentare

in viaggio non c’è niente di meglio
dei baustelle
ogni tanto un po’ di radio
e acqua di zenzero

la strada scorre veloce
nera con le luci rosse
mentre un film
tutto mio
si snoda davanti agli occhi

mi piace guidare
pensare
cantare

la luna è una sfera gialla
come di fuoco
che si affaccia
fra le nuvole
sfilacciate

ad ogni città
un sms
così puoi star
tranquilla

firenze bologna ferrara rovigo
padova venezia treviso
belluno

non importa metter benzina
niente stop
al prossimo autogrill

a casa c’è tutto
quel che serve
anche di più

il viaggio è finito
il cerchio si chiude
negli incontri
sui racconti
con i pranzi
le passeggiate
i cartoni animati
il sorriso dei bambini
la carezza di mamma
il sorriso di paola
il saluto di un’amica
al telefono
lo scambio delle noci
con il miele
lo scorrere del fiume
il pesce e le insalate
le uova di pasqua
le sorprese
le attese
gli appuntamenti
pensati
ma non dati
gli incontri
inaspettati
la terra da lavorare
con un pezzo in più
il fienile da rifare
le piante da tagliare
i fiori da curare
un cane da sperare
un gatto impaurito
un ospite sparito
gli uccellini che cantano
le fronde che frusciano
la luna che si affaccia
fra i rami

il pensiero al ritorno
alla vita
di sempre
così come è diventata
come vorresti cambiarla
per tornare a vivere

ma il nastro
si riavvolge
lento o veloce
pronto a ripetere
un nuovo viaggio
punto e a capo

6 commenti

Archiviato in non classificati

minimalia

Monto la panna senza frullatore
È un po’ lunga ma si può fare
Il gesto è ripetitivo,
Faticoso e rilassante

Mentre sbatto il frullino non penso
Ma mi affiora un’immagine alla mente
Babbo, un piatto, la forchetta
Monta le chiare
O prepara la maionese
Lui faceva così

A che servono gli elettrodomestici

Ieri era la festa del papà
Dopo il compleanno
Le lacrime uscivano
e dovevo ricacciarle
oggi piango di gioia

nel libro le frasi illuminano la mente
e aprono il cuore
la vita che incontra la vita
è un miracolo grande
che non sempre si comprende
e si apprezza

i bambini ci saranno sempre

che ti importa della cellulite

le donne sono tutte belle
anche quando non lo sono
ricordi dove hai incontrato la bellezza

le cosce bianche con le vene blu
il seno cadente
il gluteo sporgente

le rughe non contano

volevo chiudere il blog
ritrovare il silenzio
esprimermi in modo diverso
dimenticare il passato
cambiare ritmo, parole

quando la vita cambia
anche tutto il resto
non è più come prima

puoi anche tornare a pescare

voglio anch’io salire in alto
scalare la mia montagna
vedere da lontano

incontrare l’ignoto
assorbire la potenza
della natura
cambiare forma e sostanza

e imparare ad amare

6 commenti

Archiviato in non classificati

macarons, mon amour

macarons

Mi sono innamorata di questi dolcetti piccoli e colorati. Si chiamano macarons e sono delle meringhette ripiene di una cremetta più o meno morbida (la ganache) caratteristiche di Parigi.
Sara’ che Parigi e’ una citta’ dove ancora non sono mai stata e ogni simbolo che la rappresenta mi da’ l’illusione di esserci un po’ più vicina, ma in questo periodo mi stavo proprio appassionando ai macarons.
Li ho cercati su internet e ho trovato la ricetta. E’ complicatissima e di lunga realizzazione. Basti dire che l’ingrediente base e’ la chiara d’uovo invecchiata per tre giorni.
Insomma, stavo proprio cominciando ad accarezzare l’idea di cimentarmi nella preparazione dei macarons.
La lunghezza della preparazione non era un deterrente, anzi.
Le cose un po’ complicate e che richiedono tempo ti costringono a concentrarti, a ritagliarti spazi ben precisi, a non mischiare attivita’ nel caos e nella fretta, a spengere il telefono e a ignorare la tv. Quasi come una meditazione…

Il primo dubbio non ha riguardato la lunghezza della preparazione. Ma lho pensato: che ci faccio poi con tutti quei tuorli?
Zabaione, crema pasticcera, ce n’e’… Volendo anche mangiarli, poi…

Vabbe’, in qualche modo questo si risolve
L’idea gia’ mi suscitava un senso di relax misto a una lieve euforia.
Tre giorni di invecchiamento degli albumi, fuori dal frigo, la preparazione dei macarons, quella delle ganache. La scelta dei gusti, dei colori, degli abbinamenti.
Cacao, vaniglia, pistacchio, fragola, limone, caffè’
Belli, bellissimi!

Non essendo mai stata a Parigi pero’ non avevo idea di quale fosse il sapore di questi benedetti macarons

Tre giorni fa, prendendo un caffè’ con un amico in un bar di Belluno che non conoscevo, li ho visti far capolino nella vetrina dei pasticcini
Piccoli, tondi, colorati: bianchi, gialli, marroni, rosa…
Eccoli la’! Non ho potuto resistere!
“Me li da’ tutti?”
Beh, erano appena 6 o 7…

La cosa mi ha riempito di entusiasmo. Non solo li avevo visti proprio in un periodo in cui me ne stavo interessando, ma li avevo potuti anche assaggiare…
E che buoni!
Duretti, croccantini, molto meno friabili delle nostre meringhe…
E quella ganache, che bella parola eh!?
Mi fa venire in mente il ganascino, il pizzicotto affettuoso sulla guancia…

Oggi, passando di nuovo vicino a quel bar, non ho resistito. Sono entrata pensando di comprare tutti i macarons che c’erano
Li ho contati, erano 12

“Me li dai tutti?”
“Perche’?”, chiede il barista con aria fra lo stupito e l’annoiato
“Perche’ mi piacciono”
Sbuffando
“Ne sei convinta?”
“Certo”
“Non ce la faccio, non li sopporto”
“Ma che dici? Sono buonissimi…”
“No no, non ci credo. Guarda, non li posso nemmeno vedere…”
“Ma dai, sono i macarons di Parigi”
“Lo so, ma a Belluno non vanno. Non li vuole nessuno”
“C’e’ qualcosa che dovrei sapere?”
(Male che vada, ho pensato, son vecchi di uno o due giorni, non di più, gli altri li avevo gia’ presi io)
Aria scocciata
“Quanti ne vuoi?”
“Tutti”
“Ma sei proprio sicura? Non vuoi qualcos’altro?”
“Certo, ma che problema c’e’? Se non li vuole nessuno li prendo io no? non sei contento?”
“Guarda, non posso nemmeno guardarli, mi fanno incazzare… Sono brutti”
“Non e’ vero, sono bellissimi. comunque dammeli cosi’ non li vedi più”
Li mette in un sacchetto
“Quanti saranno stati?”
“Io ne avevo contati dodici”
“Non posso venderteli, non so nemmeno quanto costano”
“Spara una cifra…”
“Non ne ho idea, guarda”
“L’altro giorno con due caffè’ e 6 o 7 macarons abbiamo pagato 4 euro e mezzo”
“Chi c’era, una bionda?”
“No, una ragazza mora…”
“Magrissima con la faccia tutta rinseccolita…”
E fa la bocca a culo di gaddrina come direbbe montalbano
“No no. Era una ragazza carina, sorridente”
“E’ mia moglie”
“Ah, bene…”
“Fammi pensare, quanti hai detto che erano?”
“Io ne ho contati 12, ricontali…”
Scuote la testa
Batte uno scontrino e lo butta sconsolato sul bancone
“Quanto ti do?”
Zitto
Leggo: 5 euro
Gli do una banconota da 20
“Aiutami, ti prego…”
capisco che non ha il resto
Ho le monete, ecco qua
“Brava. Vuol dire che ti chiamero’ macarons”
“Bene, lo prendero’ come un augurio per andare a Parigi”

Beh, non e’ stato facile ma alla fine ce l’ho fatta

Vive les macarons!
Vive Paris!
Vive la France!

7 commenti

Archiviato in non classificati

come un neonato

mi chiedo a che cosa penserà un neonato quando sta nella sua culla guardando il mondo nuovo con occhi sfocati

me lo chiedo così, perché sono a casa, malata e non ho niente da fare
i dolori si sono attenuati, così come il raffreddore e il mal di gola, e me ne sto tranquilla a letto, distesa, senza fare niente

il vuoto, la mancanza di cose da fare, abbastanza inusuale, mi fa pensare a come si possa sentire un bambino piccolo appena nato con il niente dietro e il tutto davanti
ma senza saperlo
non sa di avere del tempo da riempire
non sa che a una certa ora dovrà mangiare
semplicemente avrà fame
non deciderà di andare a dormire
si addormenterà
e non sa ancora che gli piacerà giocare
correre saltare
che succhierà il seno della madre o il biberon
non conosce gioie né dolori
pensieri, preoccupazioni, problemi

o forse a ben pensare ha già vissuto il dolore e la gioia più grandi
l’essere nato
aver abbandonato quello stato morbido di quiete dove c’erano solo lui e il movimento della vita
ma non era solo

dopo sì
conoscerà la solitudine la rabbia
la fame la stanchezza
il dolore fisico la paura
anche la gioia il sorriso
l’affetto il calore
la serenità e l’allegria
ma finché è lì, piccolo, nella culla
tutto è ancora da scrivere

poi passeranno altre persone
ai volti familiari di mamma e babbo, ai loro odori, al suono delle loro voci, si aggiungeranno quelli di altri

qualcuna alzerà la voce per mostrare entusiasmo
qualcun altro avrà un profumo pungente e fastidioso
un’altra farà la vocetta leziosa
un altro agiterà un sonaglino
e così il piccolo inizierà a immagazzinare i primi pensieri sul mondo che lo circonda
a dividere il buono dal cattivo
il bello dal brutto
il piacevole dal fastidioso

e dopo sarà sempre più un caos
un caos infinito

La luce gira, non si ode un suono
Blu verde bianco
Blu verde bianco

lì, nella culla senza tempo, senza pensieri e senza passato
con un futuro tutto bianco da costruire ma senza deciderlo

vorrei restare

6 commenti

Archiviato in non classificati

overdose di oli essenziali

Ecco, ci voleva proprio un bel bagno bollente con gli oli essenziali per dare uno stacco a questo periodo che non so nemmeno quando è iniziato e cominciare a ripigliarsi un po’
Finito ‘esageratamente’ prima al lavoro (21.30 anziché 23), con un minimo di energia in più rispetto alle altre sere, ho dunque riempito la vasca di acqua caldissima e versato le miracolose gocce.
Tutte mirate a risolvere problemi, niente profumi inutili. Salvia (cicatrizzante), rosmarino (antireumatico), cipresso (gola e polmoni), pino mugo (dolori muscolari), timo volgare (antibatterico), pino silvestre (antinfiammatorio fluidificante), ginepro (antireumatico), lavanda (antinfiammatorio e rilassante) e melaleuca (antinfiammatorio e battericida) che sarebbe il tea tree oil. Ah, ora che ci penso, mi sa che era proprio questo a farmi sentire quel frescolino sulla pelle nonostante l’acqua bollente…
Nove, nemmeno pochi. Un bel cocktail… Forse ho un po’ esagerato. Ma mai più di sette gocce per tipo e di qualcuno solo 3, però un po’ tantini davvero, in effetti
Infatti all’inizio mi è sembrato come se mi si ricoprisse la pelle di bollicine e ho pensato di essere andata in overdose da olii essenziali (che esiste veramente! Sintomi: mal di testa e vertigini)

Eh sì cavolo, si sa che sono potenti. E cristina me lo ricordava proprio stamani con quella storia del timo per il raffreddore e il mal di gola e di andarci piano eccetera…
Vabbè, comunque alla fine tutto bene
E l’effetto è stato quello che doveva essere, curativo, relax e tutto il resto
E’ stato un po’ come fare un tuffo nella macchia mediterranea o giù di lì
(esclusi il mugo e il tea tree oil, of course)

Poi ci sono altri motivi per segnare questo giorno sul calendario.
Allora 22 febbraio 2012 (beh, intanto la somma è 11, che è un buon segno)

Nonostante due giorni da strapazzo fra raffreddore mal di gola febbriciattola (ignorata nel senso nemmeno misurata) e dolori dappertutto, con l’obbligo assoluto di non mancare dal lavoro (luogo già abbondantemente decimato da altre malattie) stamani ho deciso di indossare un vestito, cioè una cosa che terminava con una gonna anziché con dei pantaloni
Dopo secoli
E seguendo i consigli della corsi (di un secolo fa) c’ho anche messo le parigine (che avrei ancora qualche dubbio su come indossarle, cara sonia, in quanto dopo un po’ s’arrotolano, non so se ti succede anche a te)
Stivali alla cavallerizza e il più bel cappotto dopo il big bang, tutto stracoordinato senza volerlo (intendo, quando ho comprato i vari pezzi non quando li ho assemblati)
ah, a proposito: ricordarsi di trovare la borsa ideale, prima o poi, quella gucci ormai un si po’ più vede’

le mie autocure a base di prodotti naturali e senza alcun farmaco stanno funzionando
se riesco a reggere a questo attacco senza cedere all’influenza forse per stavolta è andata
non è stakanovismo. Stavolta non era proprio possibile stare a casa, nemmeno da morti
ma dopo aver passato due mattine fra sortilegi e stregonerie, solo per riuscire ad alzarmi dal letto e uscire di casa in modo decente, oltre a trascorrere la lunga giornata lavorativa senza stramazzare al suolo, mi sento proprio soddisfatta

se riuscissi a scrivere il primo post nel nuovo blog sull’autocura sarebbe un giorno perfetto
ma ormai non ce la fo, perché è meglio andare a dormire
anche domani sarà una giornatona e inizierà prima del solito
e poi non si può avere proprio tutto…

6 commenti

Archiviato in non classificati

il disastro dei biscotti come metafora della vita (ah beh!)

Non pensavo che potessero tornare sere così. eppure eccone una. Proprio così.
una sera da mangiare cioccolata anche se non ti va
una sera in cui i pensieri son più dolorosi perché si attaccano alla pancia
senti mancanze, vuoti
una sera in cui rifletti sull’incomunicabilità fra le persone
in cui ti chiedi perché ognuno sta al sicuro nel suo guscino
non parlo di saluti baci e abbracci e vieni a prendere un caffè
no, parlo della comunicazione del cuore, dell’anima

in realtà troppi pensieri si affollano nella mente e le cose che sembrano chiare e lampanti finché stanno dentro, poi non riescono ad uscire in forma minimamente logica e intelligibile
è una serata uggiosa, ecco
che non sai se sei allegra, se sei triste e non sai nemmeno che cosa vuoi

allora quasi quasi parlerei del casino dei biscotti, che è da qualche giorno che mi frulla in testa
magari la risposta a tutto è proprio lì

premetto che non ho bevuto e non ho assunto sostanze psicotrope
è solo una serata di spleen, sentimento malinconico

allora è successo che qualche giorno fa, presa da entusiasmo culinario, mi metto a fare dei fantastici (almeno così credevo) biscottini indiani alle mandorle
a dirla tutta Lula aveva commentato la ricetta dicendo qualcosa del tipo: “con tutto quel burro”, ma non le avevo prestato troppa attenzione
quindi, in barba ad ogni legge fisica e gastronomica, mi metto a impastare gli ingredienti come da istruzioni
una tazza di burro, una tazza di farina, mezza tazza di zucchero
viene effettivamente una bella pasta morbida ed elastica che trasformo in tante palline (la mia forma preferita in cucina ma su questo non indagherei oltre al momento) e sulle quali appoggio una mandorletta
via in forno, temperatura, boh? 200 gradi probabilmente
cuocio 10 minuti e….
DISASTRO!!!
Altro che palline… sulla teglia c’era una distesa eterogenea di burro su cui la farina e lo zucchero avevano formato dei grumi dalle forme geometriche più varie e dove ogni tanto galleggiava una mandorla

Vabbè, non sarà la fine del mondo.
Magari son buoni e la sostanza è assai meglio dell’apparenza

Ovvio che no
Uno schifo
Burro allo stato puro….
Bleah!

Un peccato buttarlo, però…
Per cui la mia anima economica raccoglie pazientemente le sfogliette burrose, le pone su un vassoietto e le archivia temporaneamente in frigorifero, in attesa di ispirazione
Il secondo tentativo di assaggio, obbligatorio considerando che il primo poteva essere stato falsato da fattori ambientali o da chissà che altro, dà lo stesso risultato
Una roba orribile, senza alcuna ombra di dubbio

In un eccesso di economia salvo anche il sughetto burroso che era rimasto attaccato alla carta da forno e lo conservo in un barattolino di plastica, sempre in frigo

Dopo qualche giorno di pensiero costante o quasi sul pasticcino fallito mi decido a cercare di salvare il salvabile con un’opera di riciclaggio spinto

Fogliette e sughetto burroso finiscono in un pentolino che riscaldo a bagnomaria (ci son cresciuta, io, col bagnomaria)
Un po’ fondono, un po’ le aiuto schiacciandole con un pestello di alabastro, comprese le mandorle, finché ottengo una cremetta morbida
Quindi aggiungo un po’ di farina, a occhio, finché l’impasto riprende consistenza
Qualche spezia dolce, cannella, cardamomo, coriandolo

Rifaccio le palline e, stavolta, nel dubbio che non tengano, le metto su dei coloratissimi pirottini che scovo nella dispensa della pasticcera perfetta
E passo in forno (200 gradi e 10 minuti? Credo di sì, cottura standard direi…)
Le palline non si sciolgono, anzi, si dorano leggermente e fanno anche un buon profumo
Quando son cotte non resisto e ne assaggio subito una per capire se dovrò inventarmi un terzo tentativo o no
Passabili
Niente di che, ma decisamente passabili
E poi son così carine nelle loro cartine colorate

Alla fine sono state la mia merenda per due pomeriggi al lavoro (anche se non ho avuto il coraggio di offrirle al resto della truppa)
Due amici le hanno assaggiate e, anche se non hanno fatto salti in aria dall’entusiasmo in qualche modo le hanno apprezzate

Ora che il salvataggio è stato operato penso: uff, però! avrei potuto anche passarle nella farina di mandorle, o spolverarle di zucchero a velo, o magari metterci sopra una mandorlina o una nocciola
Insomma, avrei potuto trasformarle in biscottini veri, carini e presentabili anche se la loro genesi era stata un po’ disgraziata
Non ci ho creduto fino in fondo, devo ammetterlo

È sempre lo stesso problema, vendere, vendersi
Porsi meglio di come si è in realtà o sminuirsi come una pallina dolce ma dall’aspetto insignificante?
Essere o non essere, pallina mia, questo è il dilemma

Son sempre più convinta che questa distesa di palline irregolari sulle loro belle cartine colorate nasconda una filosofia essenziale
Ci ho pensato tanto

Temi da sviluppare: il significato recondito del riciclo, il coraggio di rimediare ai propri errori, mai buttare via un disastro alimentare se l’ingrediente è ancora valido.
E ancora, rompere i propri limiti tentando nuove sperimentazioni, affrontare l’ignoto sotto forma di una pallina alle mandorle.

Forse avrei potuto fare qualcosa di meglio e di più costruttivo e perdere meno tempo fra pasticci culinari e narrazioni inutilmente pretenziose

Però mi sono fatta ridere
E per stasera questo non è poco…

15 commenti

Archiviato in non classificati

luoghi comuni

ci sono casi in cui le parole spiegano, altri in cui appiattiscono il significato

il luogo comune è uno di quelli che appiattisce, non c’è niente da fare

se parli a una persona per luoghi comuni vuol dire che parli così, tanto per fare, non ti interessa entrare in comunicazione con l’altro. altrimenti useresti le parole che servono in quel caso

a volte capita che cerchi di spiegare un concetto a qualcuno e hai bisogno di cercare le parole giuste
ma quello ti previene e riassume tutto in una frase fatta.
come dire. ho capito, niente di nuovo.

non credo che ci siano cose indescrivibili a parole, magari bisogna fare solo un po’ di fatica e scavare nel vocabolario, o nell’anima
ma qualcosa si trova sempre per rendere il giusto senso
se ne vale la pena, certo

altrimenti c’è sempre il silenzio che descrive meglio di tante parole inutili

mi torna sempre in mente quel racconto di camilleri in cui montalbano, passando davanti a un condominio, vede un cartello
“si prega di non abusare dei luoghi comuni”
il commissario legge, si fa prendere dall’entusiasmo, entra nel cortile, abbraccia il portinaio e si complimenta con lui per il cartello
e quello gli spiega che l’ha dovuto mettere sennò tutti lasciavano le biciclette dove gli pareva, “nei luoghi comuni”
freddato!!!

ogni momento ha la sua parola giusta per essere descritto
ogni fatto, ogni storia può essere raccontata con le sue parole, proprio quelle,
non parole standard per storie standard

che senso ha, altrimenti basterebbe raccontare sempre la stessa storia…

i giornalisti sono, purtroppo, creatori di luoghi comuni
come se non bastassero i non ci sono più le mezze stagioni e una volta qui era tutta campagna

nella foga della notizia si urla alla guerra del pane o della baguette, alla guerra del fagiolo, ricordo in tempi lontani anche una guerra del panettone

probabilmente, se avessimo vissuto una guerra in prima persona, ce ne guarderemmo bene dal fare gli spiritosi utilizzando la parola a vanvera

in tribunale sono sempre di più i processi per stalking. chiedi che storia che c’è dietro e ormai la risposta è: “sempre la stessa: minacce, ingiurie, pedinamenti, telefonate moleste…”
ma provate a mettervi nei panni della persona perseguitata dallo stalker, ad avere la vita stravolta da un folle, a dover cambiare casa, numero di telefono, città, lavoro, a perdere libertà e serenità
e pensate che per qualcuno la vostra storia è solo una triste ripetizione di un copione trito e ritrito, un racconto già visto, già letto.
via, voltare pagina

questo è ciò che succede, ormai.
così anche lo stalking è diventato un luogo comune come tanti altri

2 commenti

Archiviato in non classificati

pensieri in libertà (nel parco)

Meno male che era solo un sogno. Perché ho parlato in inglese con una che mi ha risposto in italiano.
Eh, ci rimani male…
Che poi, pensavo così senza motivo, ora tutto questo inglese non so se conta ancora… nel senso che uno crede che sia una lingua universale, o almeno lo si credeva, e invece non è mica più così
Poteva esserlo fino a una decina di anni fa, forse, e nemmeno dappertutto
Ovvio che un punto comune c’è, e più o meno tutti ormai capiscono o parlano un po’ di inglese. ma è difficile far emergere la verità delle parole che ognuno pronuncia nel proprio idioma

Questa cosa mi ha sempre dato come un senso di vertigine. cioè pensare a tutte le lingue del mondo
Niente di nuovo, c’era già la torre di babele, tanto tempo fa

Il pensiero del sogno in inglese mi ha attraversato la mente mentre passeggiavo sotto al sole accecante
Mi son ricordata perfino la frase precisa e la sensazione me la sono trascinata dietro per gran parte della mattinata, una mattina libera, tutta per me
Poi ho già visto, succede sempre così
Per un po’ penso di esser dentro al sogno, mi rimane in mente, pare che sia sempre lì a portata di memoria, con tutto quanto, dov’ero, che facevo e con chi
Poi succede qualcosa, una telefonata, un imprevisto qualsiasi e tutto svanisce
Ma non è che il ricordo si annacqua, no no, scompare proprio, via, cancellato.
Erased

Penso che forse anche scriverlo, appena alzata, non aiuterebbe poi tanto perché il passaggio dalla dimensione della mente sognante a quella più concreta del pensiero tradotto in scrittura spezza la nuvola eterea del sogno
Almeno, io ho già visto che non mi riesce
La mente vaga e niente la fissa
Ma se la chiami, la prendi al guinzaglio e scrivi ciò che c’è dentro, non risponde
Forse non ne vale nemmeno la pena e tanto vale lasciar correre i pensieri così, lasciandoli evaporare
o forse no

Nel “silenzio dell’onda” Gianrico Carofiglio la racconta in un modo diverso e mi convince
Cioè, dice qualcosa che penso già
Sulle dimensioni altre, in realtà molto più collegate di quanto comunemente si pensi, del nostro vivere e del mondo onirico
Limiti forse più facili da rompere e da capire sperimentandoli piuttosto che raccontandoli
Magari qualcuno ci riesce anche

A proposito di lingue, passeggiando mi son trovata ad attraversar il parco dove nei giorni di festa le badanti pranzano all’aperto approfittando dei lunghi tavoli e delle panche in legno immersi nel verde
Sento le loro risa, le voci si sovrappongono
Una donna canta
I bambini dondolano sulle altalene
Si sentono anche delle voci maschili, ma anche di donne
Sono dell’est, chissà di dove…
Ora cantano insieme una nenia che sa di canto popolare e insieme religioso
Chissà che cosa avranno mangiato, cibi caratteristici delle loro terre, con sapori ingredienti e preparazioni a noi sconosciuti…
Chissà che cosa si saranno detti, che cosa si diranno
Nemmeno una parola posso capire
Ascolto le risa, gli scherzi
C’è familiarità, pare che si divertano
Hanno un modo di stare insieme allegro

Passano due ragazzini del posto che tornano a piedi da scuola con gli zaini in spalla…
Andranno a pranzo

Sarà meglio che vada anche io
Che qui anche se c’è il sole a star fermi fa freddo e la fame comincia a farsi sentire

3 commenti

Archiviato in non classificati

il giornalismo e l’arte della preparazione dei biscotti

Quale sia il collegamento in realta’ mi sfugge. Qualcosa ci deve essere pero’ se l’altra sera, dopo l’ennesima giornata di lavoro senza fine a scrivere cronache giudiziarie su ‘passanti’ (cioè due pagine collegate sullo stesso tema) tornata a casa a tardissima ora l’unica cosa che ho avuto voglia di fare per rilassarmi e’ stata quella di impastare biscotti…
Di due tipi, nocciole e cioccolato e gingy, ovvero biscotti al ginger (che sarebbe poi lo zenzero), trovati su un blog di ricette molto simpatico, I’m a cookie girl
(ah, l’indirizzo: imacookiegirl.blogspot.com)

Che poi non sono proprio un caso isolato se, tornata dalle vacanze di natale, mi sono trovata sulla scrivania un sacchettino di biscotti fatti artigianalmente da una nostra collaboratrice
Per i quali peraltro ho ringraziato un’altra, appassionata di cucina e biscotti in particolare, prima di arrivare a scoprire chi fosse l’autrice reale di quelle piccole delizie

Insomma, pare proprio che in redazione sia scoppiata la mania dei biscotti

Quindi, tornando al titolo del post, mi e’ venuto naturale collegare la passione culinaria all’attivita’ giornalistica, anche se non c’entra praticamente nulla

L’unica spiegazione possibile al fenomeno e’ che comunque un lavoro sproporzionatamente intellettuale (o cerebrale?) quale e’ quello giornalistico deve trovare uno sfogo in qualche attivita’ manuale
E la cucina e’ forse quella piu’ a portata di mano, anche se non la sola
Magari, avendo un giardino, ci potrebbe stare il giardinaggio, o un cane…
Vabbe’ per ora limitiamoci ai biscotti

Anche perche’ sinceramente avevo quasi temuto che questo post rimanesse vuoto o qualcosa del genere

Più che il contenuto stavolta infatti mi e’ venuto in mente il titolo, che parafrasa evidentemente Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta
Ma subito dopo ho pensato che forse era piu’ simile alla Solitudine dei numeri primi.
Cioe’ un titolo perfetto con un contenuto del tutto inutile

9 commenti

Archiviato in non classificati