la fine

fine

Se oggi finisse il mondo
Guarda almeno di non finire te

Se qui diventasse tutto mare
Noi potremmo essere due pesci
Che scivolano muti nell’acqua

Se la materia si dissolvesse
Potremmo rinascere uccelli
E l’aria sarebbe tutta per noi

Se la terra esplodesse come una palla di fuoco
Torneremmo ad essere stelle
Sospese nel vuoto dell’universo

Potremmo diventare anche polvere
Basta che non te ne andrai mai
Che il mondo finisca o no

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voglio un Natale austero

posso dirlo? io non ne posso più
sono stufa stufa stufa
stufa di tutta questa abbondanza, inutile ed assurda
stufa della corsa allo shopping
del cibo che straripa dalla tavola e dal frigorifero
della moda che cambia ogni due mesi
della tecnologia che si evolve anche quando non serve
uff! basta basta basta
sono piena
anzi, strapiena

faccio ammenda
sono stata consumista anche io
ma che dico?
la regina dei consumisti
ho comprato creme che costavano quanto un anno di mantenimento o due di un bambino povero
e l’ho anche fatto con orgoglio
ho comprato vestiti inutili, griffati, troppo larghi troppo stretti, borse a ripetizione
scarpe mai messe
sono stata a cena, raramente per fortuna, in ristoranti troppo costosi
ho comprato senza pensare, ho lucidato la carta di credito come se fosse un bicchiere di cristallo
ho usato il bancomat a occhi chiusi ogni volta che vedevo qualcosa che mi piaceva
l’ottavo paio di stivali della stagione
eh, ma con il tacco di quell’altezza mi mancavano
quel colore mi serve per l’altro vestito
per una borsa che ho anche dimenticato di avere

ho pagato sempre senza pensare che tanto se questo mese andavo sotto il prossimo sarei risalita di nuovo

oggi per fortuna non è più così
ho comprato la mia terra e devo stare attenta a ciò che spendo
ogni mese conto quanto dovrò pagare per affitto bollette assicurazioni e tutte le altre spese obbligate e calcolo quanto avanza per il resto
quasi niente
ma non importa
va bene così
va proprio bene, anzi

intanto perché ho cominciato a tagliare gli acquisti inutili, scoprendo che lo erano quasi tutti
poi sono stata costretta ad utilizzare ciò che ho già
una marea di roba, praticamente
armadi pieni di vestiti scarpe e borse
il mio shopping da ora in poi sarà quello di guardare sotto ai mucchi di maglie e pantaloni per scoprire il capo dimenticato
sarà un po’ come indossare un vestito nuovo
e le creme? ho una scatola piena di campioncini e avanzi di profumeria
finché non avrò spalmato anche l’ultima ditata non comprerò niente e nel frattempo qualche cosina ho imparato anche a produrla da me
come gli olii per il corpo
ci ho sempre buttato decine e decine (e decine…) di euro
con gli oleoliti di questa estate mi sono fatta una scorta meravigliosa, profumata naturale e a prezzi imbattibili

e niente libri. un passo fatto già anni fa quando mi sono imposta di leggere solo quelli presi in prestito in biblioteca, scrivendone poi i titoli su un quadernino per non dimenticarli
ora che ho avuto in regalo una biblioteca on line in cui ci sono tutti i libri che posso desiderare non mi sogno più di spendere per comprarli

inutile continuare l’elenco
questo vale per tutto ciò che non è strettamente necessario

per dire, i buoni pasto
l’anno scorso ho fatto scadere due blocchetti mai più recuperati…
meglio non farli nemmeno i conti che una poi ci rimane male

ora si sta attenti, si conta, si calcola, si prevede
e tutto ha più valore
e il resto diventa meno importante
intendo le cose materiali

e infatti è già da qualche anno che quando mi chiedono che cosa voglio di regalo, per il compleanno o per natale, non so proprio che cosa rispondere

una volta ho fatto una lista di associazioni no profit e ho chiesto di fare offerte a loro anziché doni a me

adesso sarei propensa anche a chiedere di fare offerte a me, ma magari sembra brutto

a casa per non rischiare di cannare il regalo abbiamo preso l’abitudine di fare la lista, come quella del matrimonio
ma io non so mica più che scriverci
nemmeno a sforzarmi mi viene in mente qualcosa che mi possa servire e che non ho già

oddio, ci potevo mettere le gomme da neve ma come si fa?
e, se a qualcuno interessa, fra un anno ci saranno da cambiare anche quelle normali
ecco, ho un parco pigiami che fa orrore, specialmente dopo essere passati sotto le mani di certe stiratrici
poi sto per finire le candeline dell’ikea e ho giurato che per un bel po’ lì non ci avrei messo più piede
ah, potrebbe essere utile anche qualche buono benzina

che altro? ho tutto e anche di più
oddio, volendo (ehm) potrei scrivere il numero del conto corrente
ma lasciamo perdere

l’anno scorso ho sentito persone che si lamentavano che il natale non era natale perché in città non avevano acceso luci né esposto addobbi
a me non dava per niente fastidio rimanere nella normalità di sempre
già allora non ne sentivo alcun bisogno
le luci più belle sono sempre quelle che brillano negli occhi di chi ti vuole bene
quest’anno poi, anche di più

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io canto da sola

stamani nevica. ma nevica sul serio.
i fiocchi cadono e attecchiscono a terra, sulla strada.
vado in piscina a piedi, in tenuta da montagna. come sempre, ma stavolta anche le scarpe

mentre cammino sulla neve cercando di non scivolare mi torna in mente una nevicata di tanti anni fa
ero ragazzina e la neve per me, in toscana, era sempre una sorpresa

ricordo che quel giorno stavo tornando a casa a piedi e dovevo attraversare un piccolo campo
era tutto bianco e silenzioso, ovattato

il mondo sembrava essersi fermato
mi venne voglia di cantare, come se fossi veramente sola
e, ricordo, saltellando sulla neve fresca del campetto prima di arrivare a casa, cantai a squarciagola
non ricordo che cosa cantai ma ricordo che provai una sensazione di libertà e felicità tanto che tornata a casa lo raccontai a mamma
e lei mi disse, pur attenta a non farmi rimanere male, che dovevo fare attenzione a quello che facevo fuori, che qualcuno avrebbe potuto non capire e pensare chissà che
non capii bene ciò che voleva dire
pensai a che cosa avrei pensato io se avessi visto qualcuno cantare nella neve

e che cosa avrei dovuto pensare?
boh?

però la frase mi è rimasta impressa dentro

poi c’è stato un periodo in cui gli amici mi chiedevano di cantare
mi ero imparata la carmen a memoria e alle feste c’era sempre qualcuno che la reclamava
l’habanera, ovviamente
ma anche près de remparts de seville o quella bellissima del ballo delle nacchere quando carmen seduce don josè che però deve rientrare al battaglione perché suona la ritirata e lei si incazza di brutto
vabbè, la so tutta a memoria praticamente

allora dicevo che c’erano delle feste, era il periodo dell’università, in cui cantavo come una star con i miei amici che mi chiedevano la carmen
cavolo, a ripensarci ora non mi pare nemmeno sia mai successo

comunque, abitavamo già in campagna, e quindi non era un problema
si cantava, si ascoltava la musica, si faceva ciò che ci pareva (con la paziente tolleranza dei miei)

qualche volta tornavo a casa in motorino
sulla strada in salita e a curve che il mio garelli (ecco, quando tutti avevano il ciao il sì o il bravo io avevo un orribile modello con il serbatoio sotto al sellino) affrontava di petto ogni tanto mi ritornava la voglia di cantare a squarciagola, come se fossi sola
intorno a me avevo solo la campagna, gli alberi, la strada in salita sotto alle ruote del motorino
e io cantavo
la carmen, per lo più
a volte anche qualche altra canzone

un giorno babbo mi disse che desiderio, il contadino che viveva nella casa prima della nostra, al curvone sulla salita dei pini, gli aveva detto: “sento la tu’ figliola che canta quando passa in motorino… bene, ci mette allegria in mezzo a tutti questi musoni”
meno male

anni dopo, a new york, tornavo a casa dalla discoteca sotto una nevicata
era mattino presto, tipo le 5
la discoteca era in centro, midtown, la casa downtown, zona torri gemelle, sei anni prima dell’11 settembre
per un tratto mi accompagnò un amico turco, poi proseguii da sola
era tutto così bello
la neve che cadeva sulle strade e sui tetti delle case di manhattan
ero così felice che non avevo nemmeno paura
mi sentivo intoccabile
però quella volta non cantai
non ad alta voce almeno

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paralume

paralume1

di notte sembra tutto diverso
il buio tinge le cose
e la solitudine si fa sentire
con la mancanza

i ragazzi in strada urlano ubriachi
suoni gutturali e improvvisi
sotto la finestra
ma ormai ci hai fatto l’abitudine
sai che anche questo passa

ogni tanto passano con l’auto
e sparano la musica a tutto volume
ma passa anche quello
e non viene più nemmeno il batticuore

anche i pensieri passano
con le paure
e la luce sotto al paralume
fa compagnia con il suo calore

paralume4

di giorno tutto torna al suo posto
i colori sono bianchi
e la luce fissa i contorni

fuori c’è silenzio
ogni tanto qualcuno fischietta
o passano i camion della nettezza

i pensieri vanno veloci
non hanno tempo di fermarsi
e il fornello sfrigola

sul paralume rotto da Stella
ora si appoggia un toulle rosa
agghindato da fiori e pendagli
persi da qualcuno
che non si sarà nemmeno accorto

e il fiocco di un matrimonio
sembra un nastro
sopra un cappello

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bicchieri da strada

bicchieri

La prima volta li ho visti una domenica mattina, qualche mese fa, uscendo di casa per andare al lavoro.
La sera prima c’era stata una qualche festa in centro con bar aperti concerti e qualche deroga all’orario del silenzio.
Quella volta se ne stavano sul tettuccio della mia auto posteggiata a bordo strada. Due calici, ormai vuoti, testimonianza della festa della sera precedente.

Li ho tolti da lì e li ho appoggiati sullo scalino del bar, che era chiuso.
Ma che stupida mi son detta dopo, dopo un bel po’.

Vabbe’. Dalla volta successiva quando trovo i bicchieri in strada, sotto casa, li prendo. E vanno a finire in una piccola collezione di vetri e cristalli ognuno diverso dall’altro
Perfetti come porta candele

Un giorno ho trovato un calice bellissimo, dalla geometria strana
con la coppa più larga in fondo che si restringe per riallargarsi oltre il bordo come la corolla di un fiore

un’altra volta c’era una coppia di bicchieri da bibita, piccoli e ovali, con la fettina di arancio dentro

l’ultimo, un bicchiere da aperitivo, era stato appoggiato proprio davanti al mio portone
è successo l’altro sabato

stanotte c’è stato un gran casino di ragazzi ubriachi che hanno festeggiato e urlato fino a tardi
ma quando sono uscita stamani in strada non c’era nessun bicchiere

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luca

Ho conosciuto luca funes meno di un anno fa
Quel giorno ero con michela in piazza alla bancarella del mercatino dei giornalisti che avevamo organizzato per raccogliere fondi per il soccorso alpino
Era il week end del 10 e 11 dicembre, quello lungo dell’immacolata
Un sole che non sembrava nemmeno inverno
Poco più avanti al nostro gazebo giallo nei casottini sotto porta dante vendevano pastin, patatine fritte e vin brule’
Era l’ora di pranzo o appena dopo
Io e michela sistemavamo le nostre carabattole sul banco smangiucchiando patatine con la senape
Tiziana aveva fatto un salto a casa

Fra i tanti oggetti esposti, oltre a quelli ricevuti in dono da ditte e negozianti, c’era un quadro dipinto per l’occasione da franco murer
Avevamo deciso di metterlo all’asta, lo avremmo dato al miglior offerente
La causa era buona
Il fondo di solidarieta’ per le famiglie che avevano perso i loro cari nelle tragedie di falco e del pelmo
Il 22 agosto 2009, quando precipito’ l’elicottero del suem e morirono in 4
E il 31 agosto 2011 quando due soccorritori furono travolti dalla frana del pelmo

Era un momento tranquillo
In giro a quell’ora c’era poca gente
Quando arrivarono due persone, un uomo giovane e corpulento dai lineamenti decisi sul volto sorridente e una donna alta e magra
Lei se ne stette sempre zitta e un po’ in disparte
Lui chiese se il quadro di murer fosse gia’ stato aggiudicato
Non ancora, dicemmo noi
Vorrei fare un’offerta, disse lui
Okay, ci dica la cifra, la scriviamo sul quaderno, ci lascia il numero di telefono e quando chiudiamo l’asta la chiamiamo per farle sapere se il quadro e’ suo o no
Quanto pensava di offrire
Mille euro, rispose come se non potesse essere altrimenti
Noi rimanemmo di sasso, ma probabilmente riuscimmo a non darlo troppo a vedere
Avevamo gia’ capito che il quadro sarebbe stato suo, ma diligentemente scrivemmo la cifra sul quaderno, e gli chiedemmo nome e telefono
Ci dette un bigliettino da visita
I numeri sono tutti qui, disse, mi chiamo luca funes
Ah, il veterinario?
Piacere!
Non l’avevo mai conosciuto di persona ma avevo sentito parlare mille volte di lui al giornale e mille saranno stati gli articoli in cui era stato citato per un motivo o per l’altro

Ci racconto’ di come sentisse vicini in modo particolare quelli del soccorso alpino perche’ anche lui faceva volontariato, come veterinario, con la protezione civile
E che era stato all’aquila dopo il terremoto e tutto il resto
Poi c’era la storia delle testuggini marine e un sacco di altre cose

Me le sono fatte rispiegare in seguito, perche’ li’ per li’ ero rimasta un po’ confusa per l’emozione di aver venduto il quadro cosi’ bene

Finche’ non chiudemmo il mercatino, che duro’ due giorni, lui continuo’ a fremere per sapere se si fosse aggiudicato il quadro o no
Fu felicissimo di sapere che era suo
L’avrebbe messo nella sala d’aspetto del suo ambulatorio, disse
Che tutti lo vedessero
Il disegno di franco murer raffigura le due grandi tragedie del soccorso alpino, falco e pelmo (la terza, quella del cridola, non era ancora successa) e questo per lui aveva un grande significato

Ci spiego’ che ogni anno faceva una donazione di mille euro a un’associazione
E quell’anno, anche grazie al nostro mercatino e al quadro, aveva scelto di farla al soccorso alpino

Poi cominciarono gli scambi di sms ed email, per chiedere gli estremi del conto corrente per la donazione, per sapere se il soccorso l’aveva vista, se avremmo fatto la conferenza stampa e come e quando sarebbe finalmente entrato in possesso del quadro

La fissammo una mattina qualche giorno prima di natale
Io sarei partita lo stesso pomeriggio per la toscana
Lui arrivo’ puntuale ed emozionato
Ci fu la consegna, i discorsi, le strette di mano, la cerimonia

Arrivata a casa in toscana capito’ che un cagnetto mi dette un morso alla mano. Niente di grave. Ma c’era bisogno di un consiglio comportamentale
Scrissi una mail a luca mentre avevo ancora il cagnetto tra i piedi
Tempo pochi minuti e mi rispose, fra la sorpresa dei presenti che mi chiesero se avessi un veterinario personale, spiegandomi la psicologia dei cani di quella razza (schnautzer) e l’atteggiamento che i padroni dovrebbero tenere in casi simili

Non era solo un amante degli animali. Le attenzioni che dedicava alle bestiole Luca Funes le aveva anche per gli esseri umani

Proprio in quei giorni scrissi sul blog il mio addio a vanessa, il setter irlandese che avevamo dovuto sopprimere più di un anno prima quando i reni l’avevano abbandonata
Non ero mai riuscita a liberarmi di un dolore sordo che mi era rimasto bloccato dentro, nella pancia
Ripensandoci ora, capisco che il fatto di aver conosciuto luca, pur senza aver mai parlato con lui di quell’episodio, mi ha aiutato a elaborare il lutto, scrivendo e pubblicando il racconto di quel momento tristissimo e doloroso (che lui fu il primo a commentare), e liberando il dolore che mi era rimasto bloccato dentro

Questo e’ il mio ricordo di Luca Funes, veterinario, ma soprattutto persona di un valore immenso

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quello che mi piace dell’autunno

sono nata in un giorno di ottobre e l’autunno è la mia stagione

oggi è proprio una giornata d’aututnno
piove, le strade sono tappezzate di foglie cadute dagli alberi
i colori del bosco virano dal verde all’arancio al giallo
e io scendo in macchina da valmorel

Sera d’Autunno

Ascolta….
Con un fruscio secco e lieve,
simile a scalpiccio di fantasmi che passano,
le foglie accartocciate dal gelo si staccano dagli alberi
e cadono.
(Adelaide Crapsey)

ecco, io credo anche che ogni stagione ha il suo posto
l’autunno per me è in valmorel e sul monte amiata
in questi soprattutto

a me dell’autunno piace tutto
il passaggio dal caldo dell’estate al freddo, l’arrivo della pioggia
tornare a casa e trovarla gelata perché ancora è troppo presto per accendere il riscaldamento e avvolgersi in scialli maglioni e calzettoni
mi piace anche il contrasto fra il caldo, di notte, sotto il piumone, e l’aria fredda al risveglio quando corri per infilarti sotto la doccia e corri per metterti l’accappatoio e fai presto ad asciugarti i capelli col phon per non raffreddarti troppo

ma mi piace anche dopo, quando torno a casa e trovo il calduccio e posso camminare scalza sul legno tiepido

e poi mi piace guidare in macchina senza fretta mentre fuori piove con il riscaldamento a palla e i cd di canzoni francesi nello stereo

ah ecco, dimenticavo, un altro posto da autunno è central park, a new york

oggi, 28 ottobre, è anche san simone e capita che io oltre ad essere nata in ottobre mi chiami simona

in autunno sono nate diverse fra le persone a cui voglio più bene
non tutte, certo
cioé, mi spiego, non tutte le persone a cui voglio più bene sono nate in autunno

poi c’è la frutta d’autunno, quella più particolare
colorata e saporita
melagrane, castagne, uva e pomi
e la zucca….

in autunno torna l’ora solare, le giornate sono più corte e l’aria si fa malinconica

Ottobre

Un tempo, era d’estate,
era a quel fuoco, a quegli ardori,
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all’autunno
dal colore che inebria;
amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato.
Niente più mi somiglia,
nulla più mi consola,
di quest’aria che odora
di mosto e di vino
di questo vecchio sole ottobrino
che splende nelle vigne saccheggiate.
(Vincenzo Cardarelli)

in autunno si sta volentieri in casa a leggere un bel libro specialmente quando fuori piove

Mattino d’autunno

Che dolcezza infantile
nella mattinata tranquilla!
C’è il sole tra le foglie gialle
e i ragni tendono fra i rami
le loro strade di seta.
(Federico Garcia Lorca)

però a pensarci bene ci metterei anche parigi fra i posti dove l’autunno è più bello

l’autunno ti insegna il passo delle stagioni
il ritmo che rallenta dopo l’estate

la vendemmia
schiccolare la lavanda essiccata
mettere nei vasi le erbe essiccate

la terra che inizia a riposare ma dà ancora i suoi frutti
gli animali che si preparano al letargo

penso che l’autunno fra tutte è la stagione dell’anima
colori caldi, tepore
e voglia di casa

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il prima e il dopo

era il 9 agosto e ricordo bene che aspettavo il 10 con trepidazione.
il 10 di ogni mese è il giorno in cui ricevo lo stipendio e, al contrario di quanto avveniva di solito, quel mese lì trepidavo per vedere il mio conto in banca riempito di nuovo dopo che era stato svuotato inesorabilmente da alcuni importanti investimenti
il 10 agosto arrivò e tenni d’occhio per un po’ via internet il conto che languiva
poi me ne dimenticai e fui assorbita dai normali problemi della giornata di lavoro
fra l’altro fu anche una giornata all’insegna del nervosismo e delle incomprensioni

fu verso le 8 di sera che tutto cambiò quando, dopo aver saputo che tre ragazzi erano morti in montagna, uscirono i nomi
e fra quei nomi c’era anche quello di maudi

da allora sono passati due mesi
i miei problemi economici non sono affatto risolti, e non lo saranno per un bel po’, e all’inizio di ogni mese penso con trepidazione a quando scatterà il 10

ma poi mi viene subito in mente quel 10 lì e conto, è passato un mese, son passati due mesi
e poi ne passeranno tre e quattro e ancora tanti altri
ma quel 10 agosto rimarrà lì a segnare la data che divide il prima dal dopo

un dopo che è fatto di pensieri quotidiani e di ricordi

gli amici mi chiedono perché non scrivo più sul blog
non è facile
gli ultimi post sono quelli scritti per maudi
ho pubblicato un racconto, una cosa che avevo scritto tempo fa, per cercare di separare gli spazi fra il prima e il dopo
perché dopo quello che era successo ho pensato che non sarei più riuscita ad essere ironica spiritosa o anche solo un po’ poetica

e poi non avevo nemmeno più tanta voglia di scrivere
poi magari la voglia tornerà
magari scriverò in modo diverso, così come accade dopo ogni cosa importante
dopo le cose che ti lavorano dentro e ti cambiano
magari, chissà

intanto anche stasera ho pensato
domani è il 10, arriva lo stipendio
domani è il 10 ottobre, sono passati due mesi

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il grande pioppo

Avevo sempre pensato che fosse solo un albero. Un albero grande e bello. I suoi rami vibranti alle carezze del vento portavano ombra negli assolati pomeriggi estivi, le sue profonde radici arpionavano il terreno preservandolo da frani e cedimenti. La sua presenza maestosa rassicurava come una sentinella di guardia davanti alla casa immersa nella solitudine della campagna.
Un giorno, mentre sedevo pensieroso sotto a quelle fronde, sentii una voce. Mi girai per capire da dove venisse ma non vidi nessuno.
Ero solo in casa, non avevo sentito arrivare automobili né persone a piedi e il grande cancello in ferro battuto, unica porta d’accesso alla casa, era chiuso.
Eppure c’era una voce di donna nell’aria. Nel silenzio, rotto solo dal fruscio delle foglie mosse dal vento, quella voce parlava. Parole si diffondevano tutto intorno nell’aria e io non vedevo chi le pronunciava.
Pensai a uno scherzo, a qualcuno che avesse acceso un apparecchio radio proprio per creare quell’effetto e trarmi in inganno. Ma a che scopo?

La mia vita ormai isolata e solitaria non poteva ispirare voglia di scherzare a nessuno, né tantomeno alcuna curiosità. Ne ero più che convinto.
Ristetti in silenzio, seduto al tavolino in pietra, senza prestare l’orecchio a quella voce, ma cercando semmai di scacciare pensieri e timori per fare il vuoto dentro di me.
Fu così che l’enorme pioppo poté cominciare a parlare. Ma quel che più mi stupì fu il fatto che io riuscii a sentirlo.
Le parole non erano percepite tanto dalle mie orecchie. Sembrava invece che entrassero dentro di me attraverso i piedi, che poggiavano scalzi a terra. Risalivano poi per le gambe, passando dal mio ventre dove acquistavano risonanza. Quando la mente ne aveva compreso il senso le parole ormai erano già rotolate verso un nuovo discorso, una frase che rincorreva quelle appena pronunciate, inseguendole, sovrapponendosi, formando un canto armonico e dolce dal quale ogni tanto si stagliava una nota diversa, come isolata dal coro.
Non so ancora come poté accadere, ma ascoltando questi suoni, potei conoscere le storie di tante persone che erano vissute in quella grande casa prima che la mia famiglia vi si trasferisse, tanti anni prima.

Appoggiai le mani a quella corteccia spessa e ruvida preso da non so quale istinto.
Queste cominciarono subito a formicolare come se delle micro spazzole invisibili ne grattassero la superficie.
Non feci in tempo a prestare troppa attenzione a questa sensazione che subito se ne affacciò un’altra.
Il primo colpo ebbe l’effetto di un pugno nella pancia. Sentii diffondersi in tutto il mio essere una sofferenza, dapprima indefinita, poi sempre più delineata. Davanti ai miei occhi una donna ancora giovane giaceva a terra con le vesti lacere. Era piena di graffi e del sangue le colava fra le gambe. Vidi come in un fotogramma alcuni uomini in divisa militare, dovevano essere tedeschi. In un angolo a terra, rannicchiato e piangente, un bambino, avrà avuto 5 o 6 anni, cui era toccato assistere alle terribili violenze sulla madre.
La nube di angoscia e sofferenza si dissipò tutto d’un tratto e vidi la stessa donna pedalare in bicicletta, in una giornata di sole. Cantava felice mentre percorreva un sentiero di campagna. Il bosco da una parte, un campo di grano dall’altra. Nel cesto sospeso sul manubrio il figlio, molto più piccolo di come lo avevo appena visto, batteva le manine felice.
Erano spensierati, non sapevano ancora che cosa la vita avrebbe loro riservato.
Poi di colpo fui dentro una cucina, una stanza d’altri tempi, dove un’anziana ossuta, con un abito lungo a piccoli fiori e un grembiule bianco, preparava da mangiare circondata da alcuni ragazzini di diverse età. Mi sembrò di riconoscere una delle stanze della mia casa, anche se era arredata in modo del tutto diverso. Ma sì quella finestra che si apriva davanti al grande pioppo, già maestoso all’epoca, era proprio quella della stanza che oggi ospita uno dei saloni.
Entrarono due uomini, uno vecchio e uno più giovane e la famigliola si sedette attorno alla tavola apparecchiata.
Apparivano tutti molto sereni ma io sentivo che presto sarebbe successo qualcosa di terribile.

Non riuscivo a staccare le mani dal tronco di quell’albero. Le storie tremende che aveva immagazzinato e che ora custodiva, memoria del tempo e della vita degli uomini, mi accendevano una curiosità di cui ormai ero prigioniero.
Vidi altri militari entrare nella casa sbattendo la porta con violenza, il loro atteggiamento arrogante non lasciava alcun dubbio sulle loro intenzioni. Sentii il pianto dei bambini, vidi l’anziana prendersi il volto fra le mani, mentre i due uomini di casa si alzavano per fronteggiarli in un disperato quanto inutile tentativo di opporsi alle loro angherie.
Non so quanto tempo passai così, appoggiato a quell’albero, rivivendo
Le storie che aveva immagazzinato con le sue profonde radici.
Tornai a sedermi al tavolino di pietra davanti al quale trascorrevo ormai in solitudine le mie giornate. Almeno quando non pioveva.
Sapevo che la mia fine era vicina ma questo pensiero non mi suscitava più l’angoscia che sentivo prima.

Ora che avevo conosciuto il segreto dell’albero ero sicuro di una cosa. Che per quanti uomini e donne sarebbero passati sotto di lui, l’albero sarebbe rimasto, maestoso ed immortale, nutrendosi delle loro vite per trasmetterle ancora a chi sarebbe riuscito a coglierle, attraverso la robusta corteccia e lo stormire delle foglie.
E questo significava che nessuna di quelle storie sarebbe mai stata dimenticata.
(Racconto – 23 agosto 2011)

Questo è un racconto, un’opera di fantasia, ispiratomi nell’estate 2011 dal bando di un concorso a cui ho partecipato senza alcun risultato.
Il racconto era rimasto, dimenticato, nel computer fino a pochi giorni fa quando, parlando con una collega dell’argomento che vi è trattato mi è tornato alla mente. E’ stato allora che ho deciso di pubblicarlo nel blog pensando che certi temi possano essere di interesse anche per altre persone.
(si.p.)

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maudi

è inutile
tutta la cioccolata del mondo non basterà ad addolcire questo dolore che sento qui nella pancia
l’unico risultato sarà che mi verrà la pancia come un pallone e ci sarà ancora più spazio per contenere tutta questa sofferenza
che poi non è nemmeno buona, la cioccolata intendo
cioè non dà soddisfazione, con tutto l’amaro che c’è intorno
e allora smettiamola con queste tavolette
tu non lo leggerai però lo so che ascolterai il senso di questa cosa perché tu sapevi e quindi sai
è inutile anche darsi tanto da fare soffrire piangere e fare chissà che
tu sapevi che tanto questo è solo un film e che le cose vere sono altrove
come avresti fatto altrimenti a camminare sulla vita così leggero e allo stesso tempo con tanta intensità ed energia da imprimerti così forte in tutti noi
io scrivo perché ho scoperto che scrivere mi salva la vita
scrivere di me, intendo
che tu legga o no, non ha importanza
sai già tutto tu
ora che i ricordi continuano ad accavallarsi e che penso che dovrò continuare a vivere solo della memoria delle tue parole e dei tuoi scherzi mi chiedo come sarà stato quell’ultimo volo che cosa avrai pensato quali immagini pensieri situazioni avranno attraversato la tua mente quali parole avrai urlato se sarà stato doloroso e lungo abbastanza per capire
questo non mi passerà mai
non l’averti visto dopo immobile e pallido e senza più un movimento
tu che non ti fermavi mai
e che non stavi mai zitto
sai a pensarci bene una cosa potevo fare
potevo alzare la testa verso l’alto anziché star lì a capo basso a vergognarmi delle mie lacrime
magari anche se io non ti avrei visto l’avresti fatto tu se è vero quel che raccontano su questi momenti
ma tu sai tutto e vedi tutto, su questo non ho dubbi
e allora addio amico mio
te lo dico con il cuore leggero
nonostante il pianto
perché lo so anche io che ovunque e in qualunque momento sarà
al momento giusto ti riconoscerò

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