il grande pioppo

Avevo sempre pensato che fosse solo un albero. Un albero grande e bello. I suoi rami vibranti alle carezze del vento portavano ombra negli assolati pomeriggi estivi, le sue profonde radici arpionavano il terreno preservandolo da frani e cedimenti. La sua presenza maestosa rassicurava come una sentinella di guardia davanti alla casa immersa nella solitudine della campagna.
Un giorno, mentre sedevo pensieroso sotto a quelle fronde, sentii una voce. Mi girai per capire da dove venisse ma non vidi nessuno.
Ero solo in casa, non avevo sentito arrivare automobili né persone a piedi e il grande cancello in ferro battuto, unica porta d’accesso alla casa, era chiuso.
Eppure c’era una voce di donna nell’aria. Nel silenzio, rotto solo dal fruscio delle foglie mosse dal vento, quella voce parlava. Parole si diffondevano tutto intorno nell’aria e io non vedevo chi le pronunciava.
Pensai a uno scherzo, a qualcuno che avesse acceso un apparecchio radio proprio per creare quell’effetto e trarmi in inganno. Ma a che scopo?

La mia vita ormai isolata e solitaria non poteva ispirare voglia di scherzare a nessuno, né tantomeno alcuna curiosità. Ne ero più che convinto.
Ristetti in silenzio, seduto al tavolino in pietra, senza prestare l’orecchio a quella voce, ma cercando semmai di scacciare pensieri e timori per fare il vuoto dentro di me.
Fu così che l’enorme pioppo poté cominciare a parlare. Ma quel che più mi stupì fu il fatto che io riuscii a sentirlo.
Le parole non erano percepite tanto dalle mie orecchie. Sembrava invece che entrassero dentro di me attraverso i piedi, che poggiavano scalzi a terra. Risalivano poi per le gambe, passando dal mio ventre dove acquistavano risonanza. Quando la mente ne aveva compreso il senso le parole ormai erano già rotolate verso un nuovo discorso, una frase che rincorreva quelle appena pronunciate, inseguendole, sovrapponendosi, formando un canto armonico e dolce dal quale ogni tanto si stagliava una nota diversa, come isolata dal coro.
Non so ancora come poté accadere, ma ascoltando questi suoni, potei conoscere le storie di tante persone che erano vissute in quella grande casa prima che la mia famiglia vi si trasferisse, tanti anni prima.

Appoggiai le mani a quella corteccia spessa e ruvida preso da non so quale istinto.
Queste cominciarono subito a formicolare come se delle micro spazzole invisibili ne grattassero la superficie.
Non feci in tempo a prestare troppa attenzione a questa sensazione che subito se ne affacciò un’altra.
Il primo colpo ebbe l’effetto di un pugno nella pancia. Sentii diffondersi in tutto il mio essere una sofferenza, dapprima indefinita, poi sempre più delineata. Davanti ai miei occhi una donna ancora giovane giaceva a terra con le vesti lacere. Era piena di graffi e del sangue le colava fra le gambe. Vidi come in un fotogramma alcuni uomini in divisa militare, dovevano essere tedeschi. In un angolo a terra, rannicchiato e piangente, un bambino, avrà avuto 5 o 6 anni, cui era toccato assistere alle terribili violenze sulla madre.
La nube di angoscia e sofferenza si dissipò tutto d’un tratto e vidi la stessa donna pedalare in bicicletta, in una giornata di sole. Cantava felice mentre percorreva un sentiero di campagna. Il bosco da una parte, un campo di grano dall’altra. Nel cesto sospeso sul manubrio il figlio, molto più piccolo di come lo avevo appena visto, batteva le manine felice.
Erano spensierati, non sapevano ancora che cosa la vita avrebbe loro riservato.
Poi di colpo fui dentro una cucina, una stanza d’altri tempi, dove un’anziana ossuta, con un abito lungo a piccoli fiori e un grembiule bianco, preparava da mangiare circondata da alcuni ragazzini di diverse età. Mi sembrò di riconoscere una delle stanze della mia casa, anche se era arredata in modo del tutto diverso. Ma sì quella finestra che si apriva davanti al grande pioppo, già maestoso all’epoca, era proprio quella della stanza che oggi ospita uno dei saloni.
Entrarono due uomini, uno vecchio e uno più giovane e la famigliola si sedette attorno alla tavola apparecchiata.
Apparivano tutti molto sereni ma io sentivo che presto sarebbe successo qualcosa di terribile.

Non riuscivo a staccare le mani dal tronco di quell’albero. Le storie tremende che aveva immagazzinato e che ora custodiva, memoria del tempo e della vita degli uomini, mi accendevano una curiosità di cui ormai ero prigioniero.
Vidi altri militari entrare nella casa sbattendo la porta con violenza, il loro atteggiamento arrogante non lasciava alcun dubbio sulle loro intenzioni. Sentii il pianto dei bambini, vidi l’anziana prendersi il volto fra le mani, mentre i due uomini di casa si alzavano per fronteggiarli in un disperato quanto inutile tentativo di opporsi alle loro angherie.
Non so quanto tempo passai così, appoggiato a quell’albero, rivivendo
Le storie che aveva immagazzinato con le sue profonde radici.
Tornai a sedermi al tavolino di pietra davanti al quale trascorrevo ormai in solitudine le mie giornate. Almeno quando non pioveva.
Sapevo che la mia fine era vicina ma questo pensiero non mi suscitava più l’angoscia che sentivo prima.

Ora che avevo conosciuto il segreto dell’albero ero sicuro di una cosa. Che per quanti uomini e donne sarebbero passati sotto di lui, l’albero sarebbe rimasto, maestoso ed immortale, nutrendosi delle loro vite per trasmetterle ancora a chi sarebbe riuscito a coglierle, attraverso la robusta corteccia e lo stormire delle foglie.
E questo significava che nessuna di quelle storie sarebbe mai stata dimenticata.
(Racconto – 23 agosto 2011)

Questo è un racconto, un’opera di fantasia, ispiratomi nell’estate 2011 dal bando di un concorso a cui ho partecipato senza alcun risultato.
Il racconto era rimasto, dimenticato, nel computer fino a pochi giorni fa quando, parlando con una collega dell’argomento che vi è trattato mi è tornato alla mente. E’ stato allora che ho deciso di pubblicarlo nel blog pensando che certi temi possano essere di interesse anche per altre persone.
(si.p.)

Annunci

10 commenti

Archiviato in fiction

10 risposte a “il grande pioppo

  1. Paola_surfy

    Il soggetto è maschile perciò non l’hai scritto tu, o sbaglio?

  2. Paola_surfy

    Non abiti più qui? 😦

  3. Paola_surfy

    Mi manca leggerti

  4. loriana

    Ho letto solo oggi questo racconto e l’ho trovato pieno di pathos.Non ho letto gli altri ,ma ,secondo me ,meritava qualcosa.

  5. grazie mamma, spero che il tuo non sia un giudizio troppo di parte…

  6. paola_Surfy

    Mamma?

  7. Eh eh, si’ Loriana, la mia mamma super tecnologica che commenta il mio blog
    🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...